True
2018-11-22
Arriva la stangata a parole. Ma prima che l’Ue si muova passeranno anche sei mesi
ANSA
Per chi ha una qualche familiarità con lo scontro in atto da un paio di mesi tra il governo italiano e la Commissione europea, la bocciatura della nostra bozza di bilancio da parte di Bruxelles è, per usare un termine in voga nel gergo calcistico, una mossa «telefonata». Difficile trovare un analista che, fino alla vigilia della pronuncia da parte dei burocrati europei sul testo inviato da Roma, avrebbe scommesso su un esito diverso da quello comunicato ieri dal vicepresidente della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, e dal commissario per gli Affari economici e monetari, il francese Pierre Moscovici. A dimostrazione del fatto che l'annuncio di ieri non ha stupito proprio nessuno, è opportuno sottolineare che gli stessi «mercati» che nell'immaginario comune rappresentano il boia delle velleità italiche, in realtà hanno reagito come se niente fosse alla minaccia della procedura d'infrazione nei confronti del nostro Paese. Lo spread, dopo il sussulto di metà mattinata a 337 punti base, ha chiuso la seduta a 311, addirittura inferiore rispetto a martedì sera. Bene anche i rendimenti dei Btp decennali (in calo a 3,49 contro i 3,62 della seduta precedente), e Piazza Affari, che chiude in rialzo a +1,41%.
Ma su cosa si basa la bocciatura della Commissione? Quello pubblicato ieri è il parere definitivo da parte di Bruxelles in merito alla seconda versione del Documento programmatico di bilancio, inviato dal Mef il 13 novembre in seguito alla bocciatura della prima stesura. Permangono, si legge nel report, i dubbi già esposti nelle scorse settimane. «Il 23 maggio 2018 la Commissione ha pubblicato una relazione», come previsto dall'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (Tfue), nella quale Bruxelles contesta all'Italia di non aver compiuto nel 2017 «progressi sufficienti verso il rispetto del criterio del debito». La relazione ha concluso che il criterio del debito «dovesse essere considerato rispettato in quel momento, visto in particolare il rispetto da parte dell'Italia del braccio preventivo». Tuttavia, rileva la Commissione, i piani di bilancio dell'Italia per il 2019 rappresentano «un cambiamento sostanziale dei fattori significativi analizzati dalla Commissione nel maggio scorso», in particolare per quanto riguarda il deterioramento dei saldi strutturali «dell'ordine dello 0,9 % del Pil, mentre il Consiglio aveva raccomandato all'Italia di migliorare il saldo strutturale di almeno lo 0,6 % del Pil». Il rilievo mosso da Bruxelles, però, riguarda il livello del debito pubblico. Nell'ambito del braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita, infatti, la procedura per disavanzo eccessivo può essere avviata se il rapporto deficit/Pil supera 3%, oppure il rapporto debito/Pil va oltre al 60%. È questo secondo caso che riguarda l'Italia. «Stando sia ai piani del governo che alle previsioni d'autunno 2018 della Commissione», si legge nel report, «l'Italia non rispetterà il parametro per la riduzione del debito né nel 2018 né nel 2019». L'avvio di una procedura per i disavanzo eccessivi basata sul debito è dunque «giustificata».
«La situazione preoccupa tutti gli Stati della zona euro perché tutti i Paesi della zona euro fanno parte della stessa squadra», ha affermato Dombrovskis durante la conferenza stampa di ieri. «Nella prospettiva di un debito elevato, l'Italia non sta avendo una prudenza fiscale e l'impatto sulla crescita sarà negativo e l'incertezza dell'aumento dei tassi si stanno facendo sentire. Le banche», ha aggiunto minaccioso il vicepresidente della Commissione, «non potranno prestare a prezzi abbordabili e l'Italia potrebbe precipitare nell'instabilità».
L'apocalisse, insomma. Per tornare con i piedi per terra, è bene innanzitutto ricordare che, se escludiamo Estonia e Svezia, tutti i Paesi europei hanno subito una procedura per disavanzo eccessivo. Ebbene sì, anche la virtuosa Germania per ben due volte (nel 2002-2007 e nel2009-2012) è caduta nella trappola della Commissione. Stando agli ultimi dati Eurostat, inoltre, la metà dei Paesi dell'Unione europea ha fatto registrare nel 2017 un rapporto debito/Pil superiore al 60% previsto dal Patto. Non solo: nell'ultimo report della Commissione europea dedicato al tema, oltre all'Italia anche Portogallo, Francia, Belgio e Spagna presentano un livello di debito pubblico considerato «ad alto rischio».
Occorre inoltre è da tener presente che né il report pubblicato ieri, né tanto meno la conferenza stampa tenuta da Moscovici e Dombrovskis comportano alcun automatismo nell'applicazione di eventuali sanzioni all'Italia: «La nostra porta resta aperta al dialogo con l'Italia», sottolinea il francese. . L'articolo 126 prevede infatti che alla relazione della Commissione segua un parere del Comitato economico e finanziario, del quale viene poi informato il Consiglio Ecofin, l'organo che riunisce i ministri dell'economia e delle finanze dell'Unione. Difficile che tutto sia pronto già per la prima sessione utile (4 dicembre), mentre è verosimile che la decisione venga presa nella riunione successiva, in agenda per il 22 gennaio. Di norma, nella sua deliberazione, il Consiglio stabilisce un termine temporale preciso entro il quale il Paese «ribelle» è chiamato ad allinearsi. Fino a quando lo Stato membro non si rimette in riga, la normativa attribuisce al Consiglio il potere, tra le altre cose, di «invitare la Banca europea per gli investimenti a riconsiderare la sua politica di prestiti verso lo Stato in questione», oltre che imporre il versamento di un «deposito infruttifero di importo adeguato presso l'unione, fino a quando, a parere del Consiglio, il disavanzo eccessivo non sia stato corretto». Con multe che possono oscillare dallo 0,2% (3,5 miliardi di euro) allo 0,5% del Pil (8,5 miliardi).
Aumenta del 3% la quota di debito in mano nostra
Piazza Affari non si è spaventata per la bocciatura della manovra italiana da parte dell'Unione europea, passo ampiamente atteso. Anzi, i titoli di Stato italiani hanno recuperato bene sui mercati telematici. Molto bassa invece la richiesta dei risparmiatori per il Btp Italia, che si è fermata a 863 milioni, la peggiore performance per questo tipo di titolo, con le prossime ore che diranno se i grandi clienti istituzionali hanno approcciato il prodotto con più interesse.
Comunque, in un contesto di Borse mondiali in recupero grazie soprattutto al rimbalzo dei titoli hi-tech, il dato cruciale dai mercati è uno: il Btp italiano a 10 anni ha ridotto il suo rendimento di quasi 15 punti base al comunque sempre elevato tasso del 3,46%, permettendo allo spread con il Bund tedesco di chiudere la giornata di ieri in calo a quota 309 da 326 della vigilia. In lieve recupero anche i bond spagnoli e portoghesi, a testimonianza dell'allentamento della tensione sui prodotti dei Paesi maggiormente sotto l'attacco della speculazione.
La spiegazione è semplice: gli operatori hanno registrato la scelta dell'Ue di muoversi secondo le procedure ordinarie che sono lunghe e soprattutto senza armi normative nel caso un Paese decidesse di non ottemperare a multe o divieti. Quindi il cosiddetto «sentiment» in questo momento è che il dialogo sia avviato e solo una drastica revisione del prodotto interno lordo italiano del quarto trimestre potrebbe cambiare lo scenario.
Tutto il resto fa parte delle congetture. A partire dall'eccessivo allarme legato al flop per il Btp Italia. La clientela retail si sta chiaramente riposizionando su rendimenti molto più interessanti rispetto all'1,45% legato all'indicizzazione. L'appetibilità dei Btp e in generale dei titoli di Stato italiani va valutata però nel suo complesso. Se facciamo uan fotografia al primo gennaio 2018 e al primo settembre 2019 la quota di debito in mano agli italiani è salita del 3%, dal 67 al 70%. Quasi 56 miliardi di euro che sono stati venduti dai fondi esteri per passare nelle mani di Bankitalia (è cresciuta dell'uno percento, dal 16 al 17%) delle banche tricolore e della clientela retail. Anche quest'ultima ha visto nei primi 8 mesi dell'anno salire di circa un uno per cento. In tutto questo periodo le banche estere non hanno vendute. Sono rimaste ferme, al di là del trading effettuato ad agosto e poi proseguito anche a settembre. Mese che nel complesso ha visto l'esposizione estera tornare a salire di circa 4 miliardi di euro. Nel complesso gli istituti di credito stranieri continuano a detenere il 6% del nostro debito. Il trend non dovrebbe riservare novità per ottobre e novembre ma non esistono dati statistici. Tre gestori contattai dalla Verità confermano le vendite da parte dei cittadini italiani, ma al tempo stesso spiegano che molti riacquistano Btp, con scadenze diverse e rendimenti più alti. A dimostrazione che le scelte del portafoglio si fanno con la calcolatrice e che la polemiche dell'oro alla patria non sta in piedi. Da tre giorni i quotidiani leggono il flop del Btp Italia come una bocciatura del governo. Una analisi riduttiva che si ferma alla singola emissione. Un po' come prendere per buona una seduta di Borsa come quella di ieri.
Quando Piazza Affari ha seguito le altre Borse europee, con un aumento finale dell'1,4% appena dietro a Francoforte, in linea con Londra e facendo un po' meglio di Parigi e Madrid. Per capire se si inverte il trend di Borsa ci vuole molto di più.
I gialloblù ribattono, lo spread cala: «Manca la lettera di Babbo Natale»
Piazza Affari resta in positivo con un progresso superiore all'1,41% mentre lo spread scende e si ferma a quota 311. Nessuno schianto nonostante la bocciatura di Bruxelles alla manovra di bilancio per «non rispetto particolarmente grave» delle regole di riduzione del debito. Storica bocciatura per l'Italia anche se ai precedenti governi di sinistra l'Ue aveva concesso nei fatti una grande flessibilità (si parla di miliardi), grazie a quell'«operazione sui migranti», ricordata pochi giorni fa dall'ex ministra Valeria Fedeli.
Dopo il vertice a Palazzo Chigi con i vicepremier Di Maio e Salvini, è stato il presidente del consiglio Giuseppe Conte a spiegare la strategia: «Il governo intende fornire una dettagliata spiegazione degli obiettivi e dei parametri contenuti nella legge di bilancio ma senza comunque apportarvi modifica alcuna. L'impianto della manovra è solido e spiegherò tutto a Jean-Claude Junker sabato sera a cena. Al di là dei numerini, gli farò capire il senso di questa manovra». Nessun cambiamento per il vicepremier, Luigi Di Maio: «Sia noi che l'Europa vogliamo la stessa cosa: ridurre il debito. E l'Ue si convincerà che, per raggiungere l'obiettivo, abbiamo scelto l'unica strada che funziona: aiutare le famiglie e le imprese, creare nuove opportunità di lavoro per i giovani».
La bocciatura, secondo il ministro per il Sud Barbara Lezzi, è perché il governo M5s-Lega «sconta la cattiva reputazione ereditata dai governi precedenti». Ora occorrerà dialogo e fermezza per il leader della Lega Matteo Salvini: «Ho sempre detto che, fatti salvi i principi guida su pensioni, reddito, lavoro, partite Iva, se si vuole mettere in manovra di più sugli investimenti io sono disponibile a ragionare con tutti. Però, ci facciano lavorare, noi andiamo avanti». E sorridendo ha concluso sulla lettera di messa in mora: «Io veramente aspettavo anche quella di Babbo Natale».
Di «rammarico» ha parlato invece il ministro delle Finanze, Giovanni Tria, per il fatto che la Commissione «non ha ritenuto di condividere le ragioni del bilancio programmatico italiano» anche perché «la drammatizzazione del dissenso tra Italia e Commissione europea danneggia l'economia italiana e di conseguenza quella europea». Il titolare del Mef resta però «convinto» che la manovra «assicuri il totale controllo dei conti pubblici nei limiti della moderata politica espansiva resa necessaria dal rallentamento dell'economia europea ed italiana».
Abbastana a a sorpresa, in serata, è arrivata la bocciatura anche di Confindutria, per bocca de presidente Vincenzo Boccia: «La procedura d'infrazione della è l'ultimo errore commesso dalla fallimentare commissione Juncker. Questa manovra è sbagliata ma il Parlamento è ancora in tempo per migliorarla. Io sono sempre dalla parte degli italiani per un'Europa più forte».
Per Giorgia Meloni, Fdi, «la procedura d'infrazione è un altro atto ostile verso l'Italia da parte di una Commissione europea sempre pronta ad utilizzare due pesi e due misure: molto rigida con l'Italia, meno rigida con altre nazioni come la Francia e la Germania» .
«L'Italia è isolata, sono preoccupato» ha detto il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. «Il governo italiano è ancora in tempo per cambiare la manovra, per evitare danni ai cittadini italiani. Se non lo farà sarà indispensabile cambiare governo e dar vita a una nuova maggioranza».
«Lancio un appello a Conte, Tria, Salvini e Di Maio: vi prego, fermatevi. State giocando sulla pelle del Paese», ha detto Matteo Renzi, in diretta su Fb accusando il governo di irresponsabilità.
Per l'ex segretario Pd, Pierluigi Bersani è in arrivo un altro Monti, non tecnico ma politico perché non si può andare avanti in questo modo.
Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sulla bocciature: «A preoccupare di più non è il giudizio dell'Ue ma quello degli investitori e dei risparmiatori, che si sono già pronunciati in modo severo sulla politica economica del governo gialloverde, e che trarranno dalla bocciatura ulteriori motivi di diffidenza verso l'Italia».
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La Commissione, come previsto, ci boccia. Nel mirino il deficit «esagerato per il vostro debito». Pierre Moscovici stesso ammette che «la procedura d'infrazione non è automatica».Anche se l'asta del Btp Italia non è un successo, la fetta di titoli acquistati dalla clientela retail è aumentata. Banche estere fedeli.Giovanni Tria: «Errore drammatizzare». Confindustria: «Procedura sbagliata». Borsa +1,4%.Lo speciale contiene tre articoli.Per chi ha una qualche familiarità con lo scontro in atto da un paio di mesi tra il governo italiano e la Commissione europea, la bocciatura della nostra bozza di bilancio da parte di Bruxelles è, per usare un termine in voga nel gergo calcistico, una mossa «telefonata». Difficile trovare un analista che, fino alla vigilia della pronuncia da parte dei burocrati europei sul testo inviato da Roma, avrebbe scommesso su un esito diverso da quello comunicato ieri dal vicepresidente della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, e dal commissario per gli Affari economici e monetari, il francese Pierre Moscovici. A dimostrazione del fatto che l'annuncio di ieri non ha stupito proprio nessuno, è opportuno sottolineare che gli stessi «mercati» che nell'immaginario comune rappresentano il boia delle velleità italiche, in realtà hanno reagito come se niente fosse alla minaccia della procedura d'infrazione nei confronti del nostro Paese. Lo spread, dopo il sussulto di metà mattinata a 337 punti base, ha chiuso la seduta a 311, addirittura inferiore rispetto a martedì sera. Bene anche i rendimenti dei Btp decennali (in calo a 3,49 contro i 3,62 della seduta precedente), e Piazza Affari, che chiude in rialzo a +1,41%.Ma su cosa si basa la bocciatura della Commissione? Quello pubblicato ieri è il parere definitivo da parte di Bruxelles in merito alla seconda versione del Documento programmatico di bilancio, inviato dal Mef il 13 novembre in seguito alla bocciatura della prima stesura. Permangono, si legge nel report, i dubbi già esposti nelle scorse settimane. «Il 23 maggio 2018 la Commissione ha pubblicato una relazione», come previsto dall'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (Tfue), nella quale Bruxelles contesta all'Italia di non aver compiuto nel 2017 «progressi sufficienti verso il rispetto del criterio del debito». La relazione ha concluso che il criterio del debito «dovesse essere considerato rispettato in quel momento, visto in particolare il rispetto da parte dell'Italia del braccio preventivo». Tuttavia, rileva la Commissione, i piani di bilancio dell'Italia per il 2019 rappresentano «un cambiamento sostanziale dei fattori significativi analizzati dalla Commissione nel maggio scorso», in particolare per quanto riguarda il deterioramento dei saldi strutturali «dell'ordine dello 0,9 % del Pil, mentre il Consiglio aveva raccomandato all'Italia di migliorare il saldo strutturale di almeno lo 0,6 % del Pil». Il rilievo mosso da Bruxelles, però, riguarda il livello del debito pubblico. Nell'ambito del braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita, infatti, la procedura per disavanzo eccessivo può essere avviata se il rapporto deficit/Pil supera 3%, oppure il rapporto debito/Pil va oltre al 60%. È questo secondo caso che riguarda l'Italia. «Stando sia ai piani del governo che alle previsioni d'autunno 2018 della Commissione», si legge nel report, «l'Italia non rispetterà il parametro per la riduzione del debito né nel 2018 né nel 2019». L'avvio di una procedura per i disavanzo eccessivi basata sul debito è dunque «giustificata».«La situazione preoccupa tutti gli Stati della zona euro perché tutti i Paesi della zona euro fanno parte della stessa squadra», ha affermato Dombrovskis durante la conferenza stampa di ieri. «Nella prospettiva di un debito elevato, l'Italia non sta avendo una prudenza fiscale e l'impatto sulla crescita sarà negativo e l'incertezza dell'aumento dei tassi si stanno facendo sentire. Le banche», ha aggiunto minaccioso il vicepresidente della Commissione, «non potranno prestare a prezzi abbordabili e l'Italia potrebbe precipitare nell'instabilità».L'apocalisse, insomma. Per tornare con i piedi per terra, è bene innanzitutto ricordare che, se escludiamo Estonia e Svezia, tutti i Paesi europei hanno subito una procedura per disavanzo eccessivo. Ebbene sì, anche la virtuosa Germania per ben due volte (nel 2002-2007 e nel2009-2012) è caduta nella trappola della Commissione. Stando agli ultimi dati Eurostat, inoltre, la metà dei Paesi dell'Unione europea ha fatto registrare nel 2017 un rapporto debito/Pil superiore al 60% previsto dal Patto. Non solo: nell'ultimo report della Commissione europea dedicato al tema, oltre all'Italia anche Portogallo, Francia, Belgio e Spagna presentano un livello di debito pubblico considerato «ad alto rischio».Occorre inoltre è da tener presente che né il report pubblicato ieri, né tanto meno la conferenza stampa tenuta da Moscovici e Dombrovskis comportano alcun automatismo nell'applicazione di eventuali sanzioni all'Italia: «La nostra porta resta aperta al dialogo con l'Italia», sottolinea il francese. . L'articolo 126 prevede infatti che alla relazione della Commissione segua un parere del Comitato economico e finanziario, del quale viene poi informato il Consiglio Ecofin, l'organo che riunisce i ministri dell'economia e delle finanze dell'Unione. Difficile che tutto sia pronto già per la prima sessione utile (4 dicembre), mentre è verosimile che la decisione venga presa nella riunione successiva, in agenda per il 22 gennaio. Di norma, nella sua deliberazione, il Consiglio stabilisce un termine temporale preciso entro il quale il Paese «ribelle» è chiamato ad allinearsi. Fino a quando lo Stato membro non si rimette in riga, la normativa attribuisce al Consiglio il potere, tra le altre cose, di «invitare la Banca europea per gli investimenti a riconsiderare la sua politica di prestiti verso lo Stato in questione», oltre che imporre il versamento di un «deposito infruttifero di importo adeguato presso l'unione, fino a quando, a parere del Consiglio, il disavanzo eccessivo non sia stato corretto». 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Molto bassa invece la richiesta dei risparmiatori per il Btp Italia, che si è fermata a 863 milioni, la peggiore performance per questo tipo di titolo, con le prossime ore che diranno se i grandi clienti istituzionali hanno approcciato il prodotto con più interesse. Comunque, in un contesto di Borse mondiali in recupero grazie soprattutto al rimbalzo dei titoli hi-tech, il dato cruciale dai mercati è uno: il Btp italiano a 10 anni ha ridotto il suo rendimento di quasi 15 punti base al comunque sempre elevato tasso del 3,46%, permettendo allo spread con il Bund tedesco di chiudere la giornata di ieri in calo a quota 309 da 326 della vigilia. In lieve recupero anche i bond spagnoli e portoghesi, a testimonianza dell'allentamento della tensione sui prodotti dei Paesi maggiormente sotto l'attacco della speculazione. La spiegazione è semplice: gli operatori hanno registrato la scelta dell'Ue di muoversi secondo le procedure ordinarie che sono lunghe e soprattutto senza armi normative nel caso un Paese decidesse di non ottemperare a multe o divieti. Quindi il cosiddetto «sentiment» in questo momento è che il dialogo sia avviato e solo una drastica revisione del prodotto interno lordo italiano del quarto trimestre potrebbe cambiare lo scenario. Tutto il resto fa parte delle congetture. A partire dall'eccessivo allarme legato al flop per il Btp Italia. La clientela retail si sta chiaramente riposizionando su rendimenti molto più interessanti rispetto all'1,45% legato all'indicizzazione. L'appetibilità dei Btp e in generale dei titoli di Stato italiani va valutata però nel suo complesso. Se facciamo uan fotografia al primo gennaio 2018 e al primo settembre 2019 la quota di debito in mano agli italiani è salita del 3%, dal 67 al 70%. Quasi 56 miliardi di euro che sono stati venduti dai fondi esteri per passare nelle mani di Bankitalia (è cresciuta dell'uno percento, dal 16 al 17%) delle banche tricolore e della clientela retail. Anche quest'ultima ha visto nei primi 8 mesi dell'anno salire di circa un uno per cento. In tutto questo periodo le banche estere non hanno vendute. Sono rimaste ferme, al di là del trading effettuato ad agosto e poi proseguito anche a settembre. Mese che nel complesso ha visto l'esposizione estera tornare a salire di circa 4 miliardi di euro. Nel complesso gli istituti di credito stranieri continuano a detenere il 6% del nostro debito. Il trend non dovrebbe riservare novità per ottobre e novembre ma non esistono dati statistici. Tre gestori contattai dalla Verità confermano le vendite da parte dei cittadini italiani, ma al tempo stesso spiegano che molti riacquistano Btp, con scadenze diverse e rendimenti più alti. A dimostrazione che le scelte del portafoglio si fanno con la calcolatrice e che la polemiche dell'oro alla patria non sta in piedi. Da tre giorni i quotidiani leggono il flop del Btp Italia come una bocciatura del governo. Una analisi riduttiva che si ferma alla singola emissione. Un po' come prendere per buona una seduta di Borsa come quella di ieri. Quando Piazza Affari ha seguito le altre Borse europee, con un aumento finale dell'1,4% appena dietro a Francoforte, in linea con Londra e facendo un po' meglio di Parigi e Madrid. Per capire se si inverte il trend di Borsa ci vuole molto di più. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arriva-la-stangata-a-parole-ma-prima-che-lue-si-muova-passeranno-anche-sei-mesi-2621117235.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-gialloblu-ribattono-lo-spread-cala-manca-la-lettera-di-babbo-natale" data-post-id="2621117235" data-published-at="1779316324" data-use-pagination="False"> I gialloblù ribattono, lo spread cala: «Manca la lettera di Babbo Natale» Piazza Affari resta in positivo con un progresso superiore all'1,41% mentre lo spread scende e si ferma a quota 311. Nessuno schianto nonostante la bocciatura di Bruxelles alla manovra di bilancio per «non rispetto particolarmente grave» delle regole di riduzione del debito. Storica bocciatura per l'Italia anche se ai precedenti governi di sinistra l'Ue aveva concesso nei fatti una grande flessibilità (si parla di miliardi), grazie a quell'«operazione sui migranti», ricordata pochi giorni fa dall'ex ministra Valeria Fedeli. Dopo il vertice a Palazzo Chigi con i vicepremier Di Maio e Salvini, è stato il presidente del consiglio Giuseppe Conte a spiegare la strategia: «Il governo intende fornire una dettagliata spiegazione degli obiettivi e dei parametri contenuti nella legge di bilancio ma senza comunque apportarvi modifica alcuna. L'impianto della manovra è solido e spiegherò tutto a Jean-Claude Junker sabato sera a cena. Al di là dei numerini, gli farò capire il senso di questa manovra». Nessun cambiamento per il vicepremier, Luigi Di Maio: «Sia noi che l'Europa vogliamo la stessa cosa: ridurre il debito. E l'Ue si convincerà che, per raggiungere l'obiettivo, abbiamo scelto l'unica strada che funziona: aiutare le famiglie e le imprese, creare nuove opportunità di lavoro per i giovani». La bocciatura, secondo il ministro per il Sud Barbara Lezzi, è perché il governo M5s-Lega «sconta la cattiva reputazione ereditata dai governi precedenti». Ora occorrerà dialogo e fermezza per il leader della Lega Matteo Salvini: «Ho sempre detto che, fatti salvi i principi guida su pensioni, reddito, lavoro, partite Iva, se si vuole mettere in manovra di più sugli investimenti io sono disponibile a ragionare con tutti. Però, ci facciano lavorare, noi andiamo avanti». E sorridendo ha concluso sulla lettera di messa in mora: «Io veramente aspettavo anche quella di Babbo Natale». Di «rammarico» ha parlato invece il ministro delle Finanze, Giovanni Tria, per il fatto che la Commissione «non ha ritenuto di condividere le ragioni del bilancio programmatico italiano» anche perché «la drammatizzazione del dissenso tra Italia e Commissione europea danneggia l'economia italiana e di conseguenza quella europea». Il titolare del Mef resta però «convinto» che la manovra «assicuri il totale controllo dei conti pubblici nei limiti della moderata politica espansiva resa necessaria dal rallentamento dell'economia europea ed italiana». Abbastana a a sorpresa, in serata, è arrivata la bocciatura anche di Confindutria, per bocca de presidente Vincenzo Boccia: «La procedura d'infrazione della è l'ultimo errore commesso dalla fallimentare commissione Juncker. Questa manovra è sbagliata ma il Parlamento è ancora in tempo per migliorarla. Io sono sempre dalla parte degli italiani per un'Europa più forte». Per Giorgia Meloni, Fdi, «la procedura d'infrazione è un altro atto ostile verso l'Italia da parte di una Commissione europea sempre pronta ad utilizzare due pesi e due misure: molto rigida con l'Italia, meno rigida con altre nazioni come la Francia e la Germania» . «L'Italia è isolata, sono preoccupato» ha detto il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. «Il governo italiano è ancora in tempo per cambiare la manovra, per evitare danni ai cittadini italiani. Se non lo farà sarà indispensabile cambiare governo e dar vita a una nuova maggioranza». «Lancio un appello a Conte, Tria, Salvini e Di Maio: vi prego, fermatevi. State giocando sulla pelle del Paese», ha detto Matteo Renzi, in diretta su Fb accusando il governo di irresponsabilità. Per l'ex segretario Pd, Pierluigi Bersani è in arrivo un altro Monti, non tecnico ma politico perché non si può andare avanti in questo modo. Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sulla bocciature: «A preoccupare di più non è il giudizio dell'Ue ma quello degli investitori e dei risparmiatori, che si sono già pronunciati in modo severo sulla politica economica del governo gialloverde, e che trarranno dalla bocciatura ulteriori motivi di diffidenza verso l'Italia».
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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