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2018-11-22
Arriva la stangata a parole. Ma prima che l’Ue si muova passeranno anche sei mesi
ANSA
Per chi ha una qualche familiarità con lo scontro in atto da un paio di mesi tra il governo italiano e la Commissione europea, la bocciatura della nostra bozza di bilancio da parte di Bruxelles è, per usare un termine in voga nel gergo calcistico, una mossa «telefonata». Difficile trovare un analista che, fino alla vigilia della pronuncia da parte dei burocrati europei sul testo inviato da Roma, avrebbe scommesso su un esito diverso da quello comunicato ieri dal vicepresidente della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, e dal commissario per gli Affari economici e monetari, il francese Pierre Moscovici. A dimostrazione del fatto che l'annuncio di ieri non ha stupito proprio nessuno, è opportuno sottolineare che gli stessi «mercati» che nell'immaginario comune rappresentano il boia delle velleità italiche, in realtà hanno reagito come se niente fosse alla minaccia della procedura d'infrazione nei confronti del nostro Paese. Lo spread, dopo il sussulto di metà mattinata a 337 punti base, ha chiuso la seduta a 311, addirittura inferiore rispetto a martedì sera. Bene anche i rendimenti dei Btp decennali (in calo a 3,49 contro i 3,62 della seduta precedente), e Piazza Affari, che chiude in rialzo a +1,41%.
Ma su cosa si basa la bocciatura della Commissione? Quello pubblicato ieri è il parere definitivo da parte di Bruxelles in merito alla seconda versione del Documento programmatico di bilancio, inviato dal Mef il 13 novembre in seguito alla bocciatura della prima stesura. Permangono, si legge nel report, i dubbi già esposti nelle scorse settimane. «Il 23 maggio 2018 la Commissione ha pubblicato una relazione», come previsto dall'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (Tfue), nella quale Bruxelles contesta all'Italia di non aver compiuto nel 2017 «progressi sufficienti verso il rispetto del criterio del debito». La relazione ha concluso che il criterio del debito «dovesse essere considerato rispettato in quel momento, visto in particolare il rispetto da parte dell'Italia del braccio preventivo». Tuttavia, rileva la Commissione, i piani di bilancio dell'Italia per il 2019 rappresentano «un cambiamento sostanziale dei fattori significativi analizzati dalla Commissione nel maggio scorso», in particolare per quanto riguarda il deterioramento dei saldi strutturali «dell'ordine dello 0,9 % del Pil, mentre il Consiglio aveva raccomandato all'Italia di migliorare il saldo strutturale di almeno lo 0,6 % del Pil». Il rilievo mosso da Bruxelles, però, riguarda il livello del debito pubblico. Nell'ambito del braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita, infatti, la procedura per disavanzo eccessivo può essere avviata se il rapporto deficit/Pil supera 3%, oppure il rapporto debito/Pil va oltre al 60%. È questo secondo caso che riguarda l'Italia. «Stando sia ai piani del governo che alle previsioni d'autunno 2018 della Commissione», si legge nel report, «l'Italia non rispetterà il parametro per la riduzione del debito né nel 2018 né nel 2019». L'avvio di una procedura per i disavanzo eccessivi basata sul debito è dunque «giustificata».
«La situazione preoccupa tutti gli Stati della zona euro perché tutti i Paesi della zona euro fanno parte della stessa squadra», ha affermato Dombrovskis durante la conferenza stampa di ieri. «Nella prospettiva di un debito elevato, l'Italia non sta avendo una prudenza fiscale e l'impatto sulla crescita sarà negativo e l'incertezza dell'aumento dei tassi si stanno facendo sentire. Le banche», ha aggiunto minaccioso il vicepresidente della Commissione, «non potranno prestare a prezzi abbordabili e l'Italia potrebbe precipitare nell'instabilità».
L'apocalisse, insomma. Per tornare con i piedi per terra, è bene innanzitutto ricordare che, se escludiamo Estonia e Svezia, tutti i Paesi europei hanno subito una procedura per disavanzo eccessivo. Ebbene sì, anche la virtuosa Germania per ben due volte (nel 2002-2007 e nel2009-2012) è caduta nella trappola della Commissione. Stando agli ultimi dati Eurostat, inoltre, la metà dei Paesi dell'Unione europea ha fatto registrare nel 2017 un rapporto debito/Pil superiore al 60% previsto dal Patto. Non solo: nell'ultimo report della Commissione europea dedicato al tema, oltre all'Italia anche Portogallo, Francia, Belgio e Spagna presentano un livello di debito pubblico considerato «ad alto rischio».
Occorre inoltre è da tener presente che né il report pubblicato ieri, né tanto meno la conferenza stampa tenuta da Moscovici e Dombrovskis comportano alcun automatismo nell'applicazione di eventuali sanzioni all'Italia: «La nostra porta resta aperta al dialogo con l'Italia», sottolinea il francese. . L'articolo 126 prevede infatti che alla relazione della Commissione segua un parere del Comitato economico e finanziario, del quale viene poi informato il Consiglio Ecofin, l'organo che riunisce i ministri dell'economia e delle finanze dell'Unione. Difficile che tutto sia pronto già per la prima sessione utile (4 dicembre), mentre è verosimile che la decisione venga presa nella riunione successiva, in agenda per il 22 gennaio. Di norma, nella sua deliberazione, il Consiglio stabilisce un termine temporale preciso entro il quale il Paese «ribelle» è chiamato ad allinearsi. Fino a quando lo Stato membro non si rimette in riga, la normativa attribuisce al Consiglio il potere, tra le altre cose, di «invitare la Banca europea per gli investimenti a riconsiderare la sua politica di prestiti verso lo Stato in questione», oltre che imporre il versamento di un «deposito infruttifero di importo adeguato presso l'unione, fino a quando, a parere del Consiglio, il disavanzo eccessivo non sia stato corretto». Con multe che possono oscillare dallo 0,2% (3,5 miliardi di euro) allo 0,5% del Pil (8,5 miliardi).
Aumenta del 3% la quota di debito in mano nostra
Piazza Affari non si è spaventata per la bocciatura della manovra italiana da parte dell'Unione europea, passo ampiamente atteso. Anzi, i titoli di Stato italiani hanno recuperato bene sui mercati telematici. Molto bassa invece la richiesta dei risparmiatori per il Btp Italia, che si è fermata a 863 milioni, la peggiore performance per questo tipo di titolo, con le prossime ore che diranno se i grandi clienti istituzionali hanno approcciato il prodotto con più interesse.
Comunque, in un contesto di Borse mondiali in recupero grazie soprattutto al rimbalzo dei titoli hi-tech, il dato cruciale dai mercati è uno: il Btp italiano a 10 anni ha ridotto il suo rendimento di quasi 15 punti base al comunque sempre elevato tasso del 3,46%, permettendo allo spread con il Bund tedesco di chiudere la giornata di ieri in calo a quota 309 da 326 della vigilia. In lieve recupero anche i bond spagnoli e portoghesi, a testimonianza dell'allentamento della tensione sui prodotti dei Paesi maggiormente sotto l'attacco della speculazione.
La spiegazione è semplice: gli operatori hanno registrato la scelta dell'Ue di muoversi secondo le procedure ordinarie che sono lunghe e soprattutto senza armi normative nel caso un Paese decidesse di non ottemperare a multe o divieti. Quindi il cosiddetto «sentiment» in questo momento è che il dialogo sia avviato e solo una drastica revisione del prodotto interno lordo italiano del quarto trimestre potrebbe cambiare lo scenario.
Tutto il resto fa parte delle congetture. A partire dall'eccessivo allarme legato al flop per il Btp Italia. La clientela retail si sta chiaramente riposizionando su rendimenti molto più interessanti rispetto all'1,45% legato all'indicizzazione. L'appetibilità dei Btp e in generale dei titoli di Stato italiani va valutata però nel suo complesso. Se facciamo uan fotografia al primo gennaio 2018 e al primo settembre 2019 la quota di debito in mano agli italiani è salita del 3%, dal 67 al 70%. Quasi 56 miliardi di euro che sono stati venduti dai fondi esteri per passare nelle mani di Bankitalia (è cresciuta dell'uno percento, dal 16 al 17%) delle banche tricolore e della clientela retail. Anche quest'ultima ha visto nei primi 8 mesi dell'anno salire di circa un uno per cento. In tutto questo periodo le banche estere non hanno vendute. Sono rimaste ferme, al di là del trading effettuato ad agosto e poi proseguito anche a settembre. Mese che nel complesso ha visto l'esposizione estera tornare a salire di circa 4 miliardi di euro. Nel complesso gli istituti di credito stranieri continuano a detenere il 6% del nostro debito. Il trend non dovrebbe riservare novità per ottobre e novembre ma non esistono dati statistici. Tre gestori contattai dalla Verità confermano le vendite da parte dei cittadini italiani, ma al tempo stesso spiegano che molti riacquistano Btp, con scadenze diverse e rendimenti più alti. A dimostrazione che le scelte del portafoglio si fanno con la calcolatrice e che la polemiche dell'oro alla patria non sta in piedi. Da tre giorni i quotidiani leggono il flop del Btp Italia come una bocciatura del governo. Una analisi riduttiva che si ferma alla singola emissione. Un po' come prendere per buona una seduta di Borsa come quella di ieri.
Quando Piazza Affari ha seguito le altre Borse europee, con un aumento finale dell'1,4% appena dietro a Francoforte, in linea con Londra e facendo un po' meglio di Parigi e Madrid. Per capire se si inverte il trend di Borsa ci vuole molto di più.
I gialloblù ribattono, lo spread cala: «Manca la lettera di Babbo Natale»
Piazza Affari resta in positivo con un progresso superiore all'1,41% mentre lo spread scende e si ferma a quota 311. Nessuno schianto nonostante la bocciatura di Bruxelles alla manovra di bilancio per «non rispetto particolarmente grave» delle regole di riduzione del debito. Storica bocciatura per l'Italia anche se ai precedenti governi di sinistra l'Ue aveva concesso nei fatti una grande flessibilità (si parla di miliardi), grazie a quell'«operazione sui migranti», ricordata pochi giorni fa dall'ex ministra Valeria Fedeli.
Dopo il vertice a Palazzo Chigi con i vicepremier Di Maio e Salvini, è stato il presidente del consiglio Giuseppe Conte a spiegare la strategia: «Il governo intende fornire una dettagliata spiegazione degli obiettivi e dei parametri contenuti nella legge di bilancio ma senza comunque apportarvi modifica alcuna. L'impianto della manovra è solido e spiegherò tutto a Jean-Claude Junker sabato sera a cena. Al di là dei numerini, gli farò capire il senso di questa manovra». Nessun cambiamento per il vicepremier, Luigi Di Maio: «Sia noi che l'Europa vogliamo la stessa cosa: ridurre il debito. E l'Ue si convincerà che, per raggiungere l'obiettivo, abbiamo scelto l'unica strada che funziona: aiutare le famiglie e le imprese, creare nuove opportunità di lavoro per i giovani».
La bocciatura, secondo il ministro per il Sud Barbara Lezzi, è perché il governo M5s-Lega «sconta la cattiva reputazione ereditata dai governi precedenti». Ora occorrerà dialogo e fermezza per il leader della Lega Matteo Salvini: «Ho sempre detto che, fatti salvi i principi guida su pensioni, reddito, lavoro, partite Iva, se si vuole mettere in manovra di più sugli investimenti io sono disponibile a ragionare con tutti. Però, ci facciano lavorare, noi andiamo avanti». E sorridendo ha concluso sulla lettera di messa in mora: «Io veramente aspettavo anche quella di Babbo Natale».
Di «rammarico» ha parlato invece il ministro delle Finanze, Giovanni Tria, per il fatto che la Commissione «non ha ritenuto di condividere le ragioni del bilancio programmatico italiano» anche perché «la drammatizzazione del dissenso tra Italia e Commissione europea danneggia l'economia italiana e di conseguenza quella europea». Il titolare del Mef resta però «convinto» che la manovra «assicuri il totale controllo dei conti pubblici nei limiti della moderata politica espansiva resa necessaria dal rallentamento dell'economia europea ed italiana».
Abbastana a a sorpresa, in serata, è arrivata la bocciatura anche di Confindutria, per bocca de presidente Vincenzo Boccia: «La procedura d'infrazione della è l'ultimo errore commesso dalla fallimentare commissione Juncker. Questa manovra è sbagliata ma il Parlamento è ancora in tempo per migliorarla. Io sono sempre dalla parte degli italiani per un'Europa più forte».
Per Giorgia Meloni, Fdi, «la procedura d'infrazione è un altro atto ostile verso l'Italia da parte di una Commissione europea sempre pronta ad utilizzare due pesi e due misure: molto rigida con l'Italia, meno rigida con altre nazioni come la Francia e la Germania» .
«L'Italia è isolata, sono preoccupato» ha detto il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. «Il governo italiano è ancora in tempo per cambiare la manovra, per evitare danni ai cittadini italiani. Se non lo farà sarà indispensabile cambiare governo e dar vita a una nuova maggioranza».
«Lancio un appello a Conte, Tria, Salvini e Di Maio: vi prego, fermatevi. State giocando sulla pelle del Paese», ha detto Matteo Renzi, in diretta su Fb accusando il governo di irresponsabilità.
Per l'ex segretario Pd, Pierluigi Bersani è in arrivo un altro Monti, non tecnico ma politico perché non si può andare avanti in questo modo.
Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sulla bocciature: «A preoccupare di più non è il giudizio dell'Ue ma quello degli investitori e dei risparmiatori, che si sono già pronunciati in modo severo sulla politica economica del governo gialloverde, e che trarranno dalla bocciatura ulteriori motivi di diffidenza verso l'Italia».
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La Commissione, come previsto, ci boccia. Nel mirino il deficit «esagerato per il vostro debito». Pierre Moscovici stesso ammette che «la procedura d'infrazione non è automatica».Anche se l'asta del Btp Italia non è un successo, la fetta di titoli acquistati dalla clientela retail è aumentata. Banche estere fedeli.Giovanni Tria: «Errore drammatizzare». Confindustria: «Procedura sbagliata». Borsa +1,4%.Lo speciale contiene tre articoli.Per chi ha una qualche familiarità con lo scontro in atto da un paio di mesi tra il governo italiano e la Commissione europea, la bocciatura della nostra bozza di bilancio da parte di Bruxelles è, per usare un termine in voga nel gergo calcistico, una mossa «telefonata». Difficile trovare un analista che, fino alla vigilia della pronuncia da parte dei burocrati europei sul testo inviato da Roma, avrebbe scommesso su un esito diverso da quello comunicato ieri dal vicepresidente della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, e dal commissario per gli Affari economici e monetari, il francese Pierre Moscovici. A dimostrazione del fatto che l'annuncio di ieri non ha stupito proprio nessuno, è opportuno sottolineare che gli stessi «mercati» che nell'immaginario comune rappresentano il boia delle velleità italiche, in realtà hanno reagito come se niente fosse alla minaccia della procedura d'infrazione nei confronti del nostro Paese. Lo spread, dopo il sussulto di metà mattinata a 337 punti base, ha chiuso la seduta a 311, addirittura inferiore rispetto a martedì sera. Bene anche i rendimenti dei Btp decennali (in calo a 3,49 contro i 3,62 della seduta precedente), e Piazza Affari, che chiude in rialzo a +1,41%.Ma su cosa si basa la bocciatura della Commissione? Quello pubblicato ieri è il parere definitivo da parte di Bruxelles in merito alla seconda versione del Documento programmatico di bilancio, inviato dal Mef il 13 novembre in seguito alla bocciatura della prima stesura. Permangono, si legge nel report, i dubbi già esposti nelle scorse settimane. «Il 23 maggio 2018 la Commissione ha pubblicato una relazione», come previsto dall'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (Tfue), nella quale Bruxelles contesta all'Italia di non aver compiuto nel 2017 «progressi sufficienti verso il rispetto del criterio del debito». La relazione ha concluso che il criterio del debito «dovesse essere considerato rispettato in quel momento, visto in particolare il rispetto da parte dell'Italia del braccio preventivo». Tuttavia, rileva la Commissione, i piani di bilancio dell'Italia per il 2019 rappresentano «un cambiamento sostanziale dei fattori significativi analizzati dalla Commissione nel maggio scorso», in particolare per quanto riguarda il deterioramento dei saldi strutturali «dell'ordine dello 0,9 % del Pil, mentre il Consiglio aveva raccomandato all'Italia di migliorare il saldo strutturale di almeno lo 0,6 % del Pil». Il rilievo mosso da Bruxelles, però, riguarda il livello del debito pubblico. Nell'ambito del braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita, infatti, la procedura per disavanzo eccessivo può essere avviata se il rapporto deficit/Pil supera 3%, oppure il rapporto debito/Pil va oltre al 60%. È questo secondo caso che riguarda l'Italia. «Stando sia ai piani del governo che alle previsioni d'autunno 2018 della Commissione», si legge nel report, «l'Italia non rispetterà il parametro per la riduzione del debito né nel 2018 né nel 2019». L'avvio di una procedura per i disavanzo eccessivi basata sul debito è dunque «giustificata».«La situazione preoccupa tutti gli Stati della zona euro perché tutti i Paesi della zona euro fanno parte della stessa squadra», ha affermato Dombrovskis durante la conferenza stampa di ieri. «Nella prospettiva di un debito elevato, l'Italia non sta avendo una prudenza fiscale e l'impatto sulla crescita sarà negativo e l'incertezza dell'aumento dei tassi si stanno facendo sentire. Le banche», ha aggiunto minaccioso il vicepresidente della Commissione, «non potranno prestare a prezzi abbordabili e l'Italia potrebbe precipitare nell'instabilità».L'apocalisse, insomma. Per tornare con i piedi per terra, è bene innanzitutto ricordare che, se escludiamo Estonia e Svezia, tutti i Paesi europei hanno subito una procedura per disavanzo eccessivo. Ebbene sì, anche la virtuosa Germania per ben due volte (nel 2002-2007 e nel2009-2012) è caduta nella trappola della Commissione. Stando agli ultimi dati Eurostat, inoltre, la metà dei Paesi dell'Unione europea ha fatto registrare nel 2017 un rapporto debito/Pil superiore al 60% previsto dal Patto. Non solo: nell'ultimo report della Commissione europea dedicato al tema, oltre all'Italia anche Portogallo, Francia, Belgio e Spagna presentano un livello di debito pubblico considerato «ad alto rischio».Occorre inoltre è da tener presente che né il report pubblicato ieri, né tanto meno la conferenza stampa tenuta da Moscovici e Dombrovskis comportano alcun automatismo nell'applicazione di eventuali sanzioni all'Italia: «La nostra porta resta aperta al dialogo con l'Italia», sottolinea il francese. . L'articolo 126 prevede infatti che alla relazione della Commissione segua un parere del Comitato economico e finanziario, del quale viene poi informato il Consiglio Ecofin, l'organo che riunisce i ministri dell'economia e delle finanze dell'Unione. Difficile che tutto sia pronto già per la prima sessione utile (4 dicembre), mentre è verosimile che la decisione venga presa nella riunione successiva, in agenda per il 22 gennaio. Di norma, nella sua deliberazione, il Consiglio stabilisce un termine temporale preciso entro il quale il Paese «ribelle» è chiamato ad allinearsi. Fino a quando lo Stato membro non si rimette in riga, la normativa attribuisce al Consiglio il potere, tra le altre cose, di «invitare la Banca europea per gli investimenti a riconsiderare la sua politica di prestiti verso lo Stato in questione», oltre che imporre il versamento di un «deposito infruttifero di importo adeguato presso l'unione, fino a quando, a parere del Consiglio, il disavanzo eccessivo non sia stato corretto». Con multe che possono oscillare dallo 0,2% (3,5 miliardi di euro) allo 0,5% del Pil (8,5 miliardi).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arriva-la-stangata-a-parole-ma-prima-che-lue-si-muova-passeranno-anche-sei-mesi-2621117235.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="aumenta-del-3-la-quota-di-debito-in-mano-nostra" data-post-id="2621117235" data-published-at="1780581968" data-use-pagination="False"> Aumenta del 3% la quota di debito in mano nostra Piazza Affari non si è spaventata per la bocciatura della manovra italiana da parte dell'Unione europea, passo ampiamente atteso. Anzi, i titoli di Stato italiani hanno recuperato bene sui mercati telematici. Molto bassa invece la richiesta dei risparmiatori per il Btp Italia, che si è fermata a 863 milioni, la peggiore performance per questo tipo di titolo, con le prossime ore che diranno se i grandi clienti istituzionali hanno approcciato il prodotto con più interesse. Comunque, in un contesto di Borse mondiali in recupero grazie soprattutto al rimbalzo dei titoli hi-tech, il dato cruciale dai mercati è uno: il Btp italiano a 10 anni ha ridotto il suo rendimento di quasi 15 punti base al comunque sempre elevato tasso del 3,46%, permettendo allo spread con il Bund tedesco di chiudere la giornata di ieri in calo a quota 309 da 326 della vigilia. In lieve recupero anche i bond spagnoli e portoghesi, a testimonianza dell'allentamento della tensione sui prodotti dei Paesi maggiormente sotto l'attacco della speculazione. La spiegazione è semplice: gli operatori hanno registrato la scelta dell'Ue di muoversi secondo le procedure ordinarie che sono lunghe e soprattutto senza armi normative nel caso un Paese decidesse di non ottemperare a multe o divieti. Quindi il cosiddetto «sentiment» in questo momento è che il dialogo sia avviato e solo una drastica revisione del prodotto interno lordo italiano del quarto trimestre potrebbe cambiare lo scenario. Tutto il resto fa parte delle congetture. A partire dall'eccessivo allarme legato al flop per il Btp Italia. La clientela retail si sta chiaramente riposizionando su rendimenti molto più interessanti rispetto all'1,45% legato all'indicizzazione. L'appetibilità dei Btp e in generale dei titoli di Stato italiani va valutata però nel suo complesso. Se facciamo uan fotografia al primo gennaio 2018 e al primo settembre 2019 la quota di debito in mano agli italiani è salita del 3%, dal 67 al 70%. Quasi 56 miliardi di euro che sono stati venduti dai fondi esteri per passare nelle mani di Bankitalia (è cresciuta dell'uno percento, dal 16 al 17%) delle banche tricolore e della clientela retail. Anche quest'ultima ha visto nei primi 8 mesi dell'anno salire di circa un uno per cento. In tutto questo periodo le banche estere non hanno vendute. Sono rimaste ferme, al di là del trading effettuato ad agosto e poi proseguito anche a settembre. Mese che nel complesso ha visto l'esposizione estera tornare a salire di circa 4 miliardi di euro. Nel complesso gli istituti di credito stranieri continuano a detenere il 6% del nostro debito. Il trend non dovrebbe riservare novità per ottobre e novembre ma non esistono dati statistici. Tre gestori contattai dalla Verità confermano le vendite da parte dei cittadini italiani, ma al tempo stesso spiegano che molti riacquistano Btp, con scadenze diverse e rendimenti più alti. A dimostrazione che le scelte del portafoglio si fanno con la calcolatrice e che la polemiche dell'oro alla patria non sta in piedi. Da tre giorni i quotidiani leggono il flop del Btp Italia come una bocciatura del governo. Una analisi riduttiva che si ferma alla singola emissione. Un po' come prendere per buona una seduta di Borsa come quella di ieri. Quando Piazza Affari ha seguito le altre Borse europee, con un aumento finale dell'1,4% appena dietro a Francoforte, in linea con Londra e facendo un po' meglio di Parigi e Madrid. Per capire se si inverte il trend di Borsa ci vuole molto di più. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arriva-la-stangata-a-parole-ma-prima-che-lue-si-muova-passeranno-anche-sei-mesi-2621117235.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-gialloblu-ribattono-lo-spread-cala-manca-la-lettera-di-babbo-natale" data-post-id="2621117235" data-published-at="1780581968" data-use-pagination="False"> I gialloblù ribattono, lo spread cala: «Manca la lettera di Babbo Natale» Piazza Affari resta in positivo con un progresso superiore all'1,41% mentre lo spread scende e si ferma a quota 311. Nessuno schianto nonostante la bocciatura di Bruxelles alla manovra di bilancio per «non rispetto particolarmente grave» delle regole di riduzione del debito. Storica bocciatura per l'Italia anche se ai precedenti governi di sinistra l'Ue aveva concesso nei fatti una grande flessibilità (si parla di miliardi), grazie a quell'«operazione sui migranti», ricordata pochi giorni fa dall'ex ministra Valeria Fedeli. Dopo il vertice a Palazzo Chigi con i vicepremier Di Maio e Salvini, è stato il presidente del consiglio Giuseppe Conte a spiegare la strategia: «Il governo intende fornire una dettagliata spiegazione degli obiettivi e dei parametri contenuti nella legge di bilancio ma senza comunque apportarvi modifica alcuna. L'impianto della manovra è solido e spiegherò tutto a Jean-Claude Junker sabato sera a cena. Al di là dei numerini, gli farò capire il senso di questa manovra». Nessun cambiamento per il vicepremier, Luigi Di Maio: «Sia noi che l'Europa vogliamo la stessa cosa: ridurre il debito. E l'Ue si convincerà che, per raggiungere l'obiettivo, abbiamo scelto l'unica strada che funziona: aiutare le famiglie e le imprese, creare nuove opportunità di lavoro per i giovani». La bocciatura, secondo il ministro per il Sud Barbara Lezzi, è perché il governo M5s-Lega «sconta la cattiva reputazione ereditata dai governi precedenti». Ora occorrerà dialogo e fermezza per il leader della Lega Matteo Salvini: «Ho sempre detto che, fatti salvi i principi guida su pensioni, reddito, lavoro, partite Iva, se si vuole mettere in manovra di più sugli investimenti io sono disponibile a ragionare con tutti. Però, ci facciano lavorare, noi andiamo avanti». E sorridendo ha concluso sulla lettera di messa in mora: «Io veramente aspettavo anche quella di Babbo Natale». Di «rammarico» ha parlato invece il ministro delle Finanze, Giovanni Tria, per il fatto che la Commissione «non ha ritenuto di condividere le ragioni del bilancio programmatico italiano» anche perché «la drammatizzazione del dissenso tra Italia e Commissione europea danneggia l'economia italiana e di conseguenza quella europea». Il titolare del Mef resta però «convinto» che la manovra «assicuri il totale controllo dei conti pubblici nei limiti della moderata politica espansiva resa necessaria dal rallentamento dell'economia europea ed italiana». Abbastana a a sorpresa, in serata, è arrivata la bocciatura anche di Confindutria, per bocca de presidente Vincenzo Boccia: «La procedura d'infrazione della è l'ultimo errore commesso dalla fallimentare commissione Juncker. Questa manovra è sbagliata ma il Parlamento è ancora in tempo per migliorarla. Io sono sempre dalla parte degli italiani per un'Europa più forte». Per Giorgia Meloni, Fdi, «la procedura d'infrazione è un altro atto ostile verso l'Italia da parte di una Commissione europea sempre pronta ad utilizzare due pesi e due misure: molto rigida con l'Italia, meno rigida con altre nazioni come la Francia e la Germania» . «L'Italia è isolata, sono preoccupato» ha detto il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. «Il governo italiano è ancora in tempo per cambiare la manovra, per evitare danni ai cittadini italiani. Se non lo farà sarà indispensabile cambiare governo e dar vita a una nuova maggioranza». «Lancio un appello a Conte, Tria, Salvini e Di Maio: vi prego, fermatevi. State giocando sulla pelle del Paese», ha detto Matteo Renzi, in diretta su Fb accusando il governo di irresponsabilità. Per l'ex segretario Pd, Pierluigi Bersani è in arrivo un altro Monti, non tecnico ma politico perché non si può andare avanti in questo modo. Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sulla bocciature: «A preoccupare di più non è il giudizio dell'Ue ma quello degli investitori e dei risparmiatori, che si sono già pronunciati in modo severo sulla politica economica del governo gialloverde, e che trarranno dalla bocciatura ulteriori motivi di diffidenza verso l'Italia».
Il premier ungherese Péter Magyar (Ansa)
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
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Scontri tra monarchici e Polizia a Napoli nel giugno 1946 (Getty Images)
Dal 4 all’11 giugno 1946 l’Italia della transizione tra monarchia e repubblica visse la sua «settimana tragica» a causa delle tensioni generate dall’esito del referendum del 2 giugno precedente e dalle frizioni ancora esistenti nel Paese uscito da appena un anno dalla guerra. Nei giorni tra il voto e l’esilio di Umberto II, il «re di maggio» che regnò soltanto un mese, l’Italia allora guidata da Alcide de Gasperi assieme ai partiti espressione del Cln, rischiò una nuova guerra civile tra il Nord repubblicano ed il Sud profondamente legato all’istituzione monarchica. I motivi della divisione erano stati definiti dal diverso svolgersi degli eventi bellici e delle figure politiche a questi legate. Il Nord era stato il teatro della guerra civile fino all’ultimo giorno. In entrambe le parti in lotta, repubblichini e partigiani legati ai partiti che governeranno nel dopoguerra, la figura dei Savoia era stata pesantemente oscurata dopo la fuga del re a Brindisi, che aveva generato un diffuso sentimento antimonarchico. Nelle regioni meridionali, al contrario, la casa Savoia aveva seguito le sorti del mezzogiorno con l’effimero Regno del Sud controllato dagli Alleati, fatto che generò l’idea della continuità. A Napoli, in particolare, la monarchia sabauda si era sostituita a quella borbonica con una lunga opera di radicamento nella città (tanto che fu istituito il titolo di «Principe di Napoli» all’erede al trono). Quando l’Italia si recò alle urne il 2 giugno del 1946, le ferite della guerra erano ancora aperte. Le tensioni della guerra civile e della Campagna d’Italia dal 1943 al 1945 avevano lasciato un Paese allo stremo, con le vie di comunicazione e le industrie ridotte a macerie. La disoccupazione ed il carovita dovuto all’inflazione galoppante avevano contribuito ad alimentare rabbia e frustrazione, oltre ad avere lasciato un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud. Il referendum monarchia-repubblica era diventato un catalizzatore di tensioni, rese ancora più forti dai sospetti di brogli e dal fatto che la popolazione della Venezia Giulia, di Zara, Pola e Fiume oltre a quella della Provincia di Bolzano furono escluse dal voto a causa dell’occupazione straniera.
I lenti scrutini dei seggi evidenziarono sin da subito il divario tra le due italie, con il Sud a netta maggioranza favorevole ai Savoia. Il voto più eclatante fu quello di Napoli, dove l’80% degli elettori scelse la monarchia nel segno della continuità e non solamente per quella: la città partenopea, molto lontana idealmente dal «vento del Nord», era stata una delle più colpite durante il conflitto, con oltre 200 bombardamenti alleati, che avevano prostrato la popolazione riducendola alla fame. Decine di migliaia di napoletani vivevano ancora all’addiaccio in grotte o nei padiglioni della Mostra d’Oltremare, tormentati dalle epidemie e dalla mancanza di ogni tipo di servizio. Fresco era inoltre ancora il mito delle «Quattro giornate» del settembre 1943 quando la sollevazione popolare indusse i tedeschi a lasciare la città. Tutti questi elementi, uniti ad un generale risentimento contro i «partiti del Nord» accesero la miccia dei tumulti che dal 4 all’11 giugno 1946 insanguinarono Napoli.
Subito dopo il referendum, le voci che davano la repubblica in lieve vantaggio si unirono a quelle che condannavano i presunti brogli e il peso delle zone escluse dal voto e quelle di una presunta imminente visita di Umberto II a Napoli, notizia che accese ancora di più gli animi già infiammati. Nonostante l’ultimo re d’Italia non si fosse mai espresso nei confronti dei napoletani pronti alla rivolta, il tam-tam dei rioni fece materializzare per le strade l’idea che una ribellione di Napoli avrebbe potuto sfociare in una futura separazione del Sud dal resto d’Italia. Nei giorni tra il voto e l’esito definitivo delle urne, la Prefettura di Napoli chiese rinforzi all’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, che provvide all’invio di reparti della Celere a protezione dei luoghi sensibili come le sedi dei partiti e le caserme, prese di mira dai rivoltosi per procurare armi.
La sera del 4 giugno la radio divulgò la notizia del vantaggio della repubblica, e la città piombò in un silenzio carico di tensione, destinata a sfogarsi il giorno successivo quando il contemporaneo arrivo a Capodichino della principessa Maria Josè diede il «la» alle proteste di piazza. Già durante la mattinata si registrarono i primi tafferugli tra monarchici e comunisti, mentre Maria José veniva invitata dalle autorità a lasciare la città per Lisbona. Arginato a fatica dalla forza pubblica, il movimento spontaneo dei monarchici si riversò nelle strade di Capodimonte la mattina seguente, con camion imbandierati con lo stemma sabaudo. Ciò che la Prefettura aveva temuto nei giorni precedenti divenne realtà: gli insorti assalirono le caserme dei Carabinieri e dell’Esercito in cerca di armi (e della solidarietà dall’Arma, che non arrivò). Durante gli scontri con la Celere, Napoli ebbe il primo morto. Durante l’assedio della caserma dei Carabinieri di Capodimonte, il lancio di bombe a mano ferì mortalmente l’imbianchino 35enne Ciro Martino. La prima vittima tra i «lazzari» fu la premessa di quelle che furono le «Sette giornate di Napoli», una settimana in cui il fantasma della guerra civile si mostrò nuovamente agli occhi degli italiani. La rabbia si sfogò allora non solo contro i comunisti e i partiti del Nord, ma anche contro una Democrazia Cristiana accusata di ambiguità sulla questione della forma dello Stato e senza risparmiare il braccio del partito, il clero. Numerosi furono in quei giorni concitati gli episodi di violenza contro ecclesiastici, malmenati o scherniti per i vicoli della città per non avere apertamente sostenuto la scelta monarchica.
La situazione peggiorò rapidamente il giorno dopo, quando una folla di 5.000 persone si radunò a Vasto per raggiungere piazza del Plebiscito con l’intento simbolico di fare ammainare la bandiera repubblicana e issare nuovamente quella sabauda. Negli scontri con la Celere, i Carabinieri e l’esercito rimase un altro morto sul selciato: si trattava del sedicenne Gaetano d’Alessandro, colpito alla testa da una raffica di mitra. Lo stesso giorno moriva in ospedale un altro minorenne, il 14enne Carlo Russo, ferito il giorno prima negli scontri di piazza.
Il 9 giugno fu segnato dalle esequie del giovanissimo Russo, che aggiunsero rabbia alla rabbia, gettando le premesse di quello che sarà il giorno più nero della settimana dei tumulti di Napoli. Le fila dei sostenitori dei Savoia andavano aumentando con l’arrivo in città di monarchici provenienti da tutto il Meridione, mentre dalla parte delle forze dell’ordine furono chiamati rinforzi dal Nord, nei cui ranghi erano attivi diversi elementi provenienti dalla Resistenza, arruolati nella Celere dopo la guerra. L’11 giugno la protesta raggiunse il climax, alimentata dalla frustrazione per il rifiuto di Umberto II alla richiesta di porsi alla testa di una rivolta lealista e per gli effetti di un secondo funerale, quello dell’adolescente D’Alessandro. Quel giorno, dopo le esequie, la folla imbandierata con i simboli di Casa Savoia puntò alla sede del Partito Comunista di via Medina, in pieno centro cittadino. Lo scopo dei manifestanti era quello di strappare le bandiere della repubblica e quella rossa dalla facciata del palazzo, come già fatto in altre occasioni nei giorni precedenti, ma la situazione precipitò quasi subito, con la Polizia che sparò al primo manifestante che cercava di arrampicarsi per strappare i vessilli. Ne nacque un durissimo scontro a fuoco tra le barricate realizzate con due vetture tranviarie nella quale persero la vita 9 persone tra cui la diciannovenne Ida Cavalieri, investita da un automezzo della Celere mentre gridava, avvolta nella bandiera sabauda, «Viva ‘o rre!». Due furono i caduti tra le forze dell’ordine, decine i feriti. Durante gli scontri, i «luciani», pescatori di Santa Lucia, decisero di dare man forte ai manifestanti assalendo la sede del Comando Marina per impadronirsi delle armi, venendo respinti a fatica dai militari a guardia della caserma.
La strage di via Medina poteva essere l’ìnizio di una guerra tra il Sud e il Nord, vista la solidarietà espressa dai monarchici meridionali alle vittime delle pallottole del nascente Stato repubblicano. Tuttavia la partenza per l’esilio di Umberto II, avvenuta appena 48 ore dopo i fatti, fece sgonfiare i moti lealisti nati dal «ventre di Napoli». Il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò la vittoria della repubblica. Ma l’eredità delle «Sette giornate» dei monarchici pesò sulle scelte successive dell’Italia repubblicana. Un illustre napoletano e monarchico, Enrico De Nicola, divenne Capo provvisorio dello Stato, mentre il primo sindaco eletto dopo l’amministrazione prefettizia della città fu l’avvocato Giuseppe Buonocore, anch’egli di ispirazione monarchica ma garante della transizione in quanto padre della Costituente. Mentre si consumavano gli scontri del giugno 1946, dietro le quinte lavorava l’armatore Achille Lauro, fervente sostenitore dei Savoia e futuro deputato per il Partito Nazionale Monarchico. In quei mesi durissimi del 1946 lavorò per ricostituire la sua flotta annientata dalla guerra grazie all’acquisto di naviglio americano residuato. In breve fu in grado di ricostruire un impero nella navigazione commerciale e nelle rotte atlantiche della seconda emigrazione italiana, sostituendosi, per così dire, alla figura del re nel lungo periodo chiamato «laurismo», quello dei mandati di sindaco di Napoli dal 1952 al 1957 e poi ancora nel 1961. Per citare il grande Eduardo de Filippo, «’A nuttata era passata», ma in quella settimana di ottant’anni fa Napoli e l’Italia si erano trovate avvolte da un buio pesto.
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Roberto Saviano e Massimo Gramellini (Ansa)
È una cosa brutta, brutta, brutta. Mi passi una tartina, una coppa di champagne con doppia dose di indignazione. L’hai letto Gramellini? L’hai sentito Saviano? Signora mia, dobbiamo esibire lo sdegno come se fosse l’ultimo tailleur di Armani. Dobbiamo vibrare di riprovazione, siamo sotto choc e anche un po’ sorpresi. Ma davvero gli immigrati vengono qui per essere sfruttati? E noi che pensavamo che venissero solo per pagarci le pensioni…
Non c’è niente di più insopportabile dell’ipocrisia dei salotti chic di fronte alla tragedia della Calabria. Non c’è niente di più insopportabile perché i benpensanti choccati, i Saviano indignati e i Gramellini addolorati dimenticano una verità semplice e evidente a chiunque la voglia vedere. E cioè che l’immigrazione da loro voluta, sostenuta, appoggiata e financo idealizzata, proprio a questo serviva: non a pagare le pensioni, come vanno cianciando da anni, ma ad avere manodopera sottopagata, carne da sacrificare sull’altare dei profitti o (peggio ancora) della criminalità. Gli immigrati sono stati usati come carne da macello per avere manovalanza a basso costo da dare in pasto prima a caporali e delinquenti, e poi all’intero sistema economico. E i nostri indignati speciali lo sapevano benissimo. Per cui risultano oltremodo ipocrite le loro lacrime davanti a quei corpi bruciati: davvero scoprono oggi i caporali? Davvero scoprono oggi i lavoratori sfruttati e sottopagati? E l’inferno dei braccianti?
Sono anni che raccontiamo le baraccopoli dove i braccianti vivono in condizioni disumane sotto gli occhi di tutti. I miei inviati di Fuori dal Coro le conoscono palmo a palmo, baracca per baracca. Borgo Mezzanone (Manfredonia), dove Soumahoro andava a fare proseliti. Rignano Garganico, il Ghetto dei Bulgari (Cerignola), San Ferdinando in Calabria e tutte le altre: quante volte le abbiamo mostrate? E quante volte ci siamo sentiti definire xenofobi e razzisti perché dicevamo che quelle strutture andavano abolite? Eppure non si è mai fatto niente. Nemmeno quando sono arrivati i soldi del Pnrr e ci sono stati milioni a disposizione per abbattere quegli orrori. Non si è fatto nulla. I milioni sono andati persi e le baraccopoli sono ancora lì. E perché? Semplice: perché conviene così. Follow the money. Segui la moneta. A tutti conviene che resti l’illegalità, la massa dei disperati, la manodopera ricattabile disposta a lavorare per nulla.
Ma pensateci: l’immigrazione in generale è servita a questo. Ad avere disperati da sfruttare. Non solo nelle baraccopoli. Non solo con i braccianti. Ho raccontato mille volte l’esempio storico di Monfalcone. Domanda: perché oggi Monfalcone è uno dei centri italiani con la più alta concentrazione di stranieri tanto da rischiare di diventare un avamposto della sharia? Semplice: perché nei cantieri navali sono arrivati i bengalesi che sono disposti a lavorare a condizioni (subappalti su subappalti, meno sicurezza, stipendi più bassi) che gli operai italiani dei cantieri non avrebbero mai accettato. Fateci caso: i diritti dei lavoratori (e gli stipendi) in Italia sono aumentati fino a quando non è cominciata l’immigrazione. Poi con l’immigrazione si è invertito il trend. Per questo l’immigrazione piace tanto ai potenti, ai loro giornali e ai loro cicisbei. Perché è stata l’arma con cui si è realizzata la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori mai vista nella storia. E adesso piangono perché scoprono che ci sono lavoratori sfruttati? Ma davvero? Con che coraggio?
Mille volte mi sono sentito dire: gli stranieri fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare. Balle. Forse che gli anziani non venivano accuditi quando non c’erano le badanti moldave? Forse che i pomodori non venivano raccolti quando non c’erano i braccianti pakistani? Non è che gli italiani non vogliono fare certi lavori: non li vogliono fare a certe condizioni. Ma l’immigrazione è servita proprio per arrivare a quelle condizioni perché se non accetti un lavoro precario, sottopagato, da sfruttato c’è sempre qualcuno più disperato di te che è disposto a farlo. Come fanno a non capire i benpensanti indignati che se esistono i lavoratori sfruttati è proprio perché c’è qualcuno che ha aperto le braccia all’immigrazione? Come fanno a non capire che l’abisso dell’orrore si nasconde proprio dietro il loro pseudo buonismo e la loro pelosa solidarietà?
Tra qualche giorno l’indignazione passerà, lo sdegno pure, e nei salotti chic dopo lo champagne si parlerà d’altro. Così i caporali (stranieri) continueranno a sfruttare i lavoratori (stranieri) magari evitando i roghi, per attirare un po’ meno l’attenzione. E tutti si dimenticheranno del problema per non dover ammettere che l’unica soluzione possibile è quella che fa più paura. È quella che non si può dire. Si chiama remigrazione.
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Il giornalista di Ansa sul luogo dove e' avvenuta la strage di Amendolara. Quattro migranti sono morti bruciati vivi all'interno di un'auto. Nelle immagini ancora le tracce della strage e la telecamera che l'ha ripresa.