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2020-10-03
Arcuri fallisce pure sull’«autarchia» dei Dpi
Domenico Arcuri (Ansa)
Il mondo della comunicazione ormai sovrasta quello dell'informazione. Vale in tanti campi. Se un tempo lo storytelling era prerogativa del marketing, oggi la comunicazione influenza sempre più la politica e spesso anche il mondo dei manager pubblici. Il caso di Domenico Arcuri è quasi da scuola e non ci riferiamo solo alla gestione dei banchi.
«A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane», annunciava con orgoglio, il 27 maggio, il commissario per l'emergenza in commissione Affari sociali alla Camera, sottolineando che per quella data la produzione italiana sarebbe stata a pieno regime. «Entro la fine di giugno», aggiungeva l'ad di Invitalia, le 51 macchine acquistate dallo Stato per la produzione dei dispositivi saranno in grado di immettere sul mercato 31 milioni di mascherine al giorno. Le settimane sono passate, il caldo estivo se ne è andato ed è arrivato ottobre. Eppure l'autarchia delle mascherine e dei dispositivi di protezione sembra ancora un miraggio. Posto che fosse la strada veramente da percorrere per proteggerci dal Covid. La promessa era invece nero su bianco in una occasione che più istituzionale non si può. Invece i flussi di ingresso di mascherine dall'Oriente e soprattutto dalla Cina non sono cambiati in maniera sostanziale. Dagli ultimi giorni di febbraio alla metà di maggio ne sono state importate circa 1,5 miliardi. Da quella data a oggi altri 1,7 miliardi (basta andare sul sito delle Dogane e verificarlo). Il flusso dell'import è chiaramente sceso ma di poco. Segno che servono e se ne utilizzano. Vuol dire che i magazzini devono rimanere pieni e le tanto promesse produzioni italiche non sono entrate a regime. Certo, come sempre ci vuole tempo. Riconvertire è complesso. Lo sta facendo anche Fca. Far andare a regime macchinari richiede l'applicazione di precisi piani industriali. Però è bene sapere che se nel periodo febbraio-maggio, secondo i dati di Assosistema di Confindustria, il Paese ha speso per importare Dpi la cifra di 1,1 miliardi di euro (90% destinati alla Cina) significa che nei 4 mesi successivi ne ha spesi altrettanti. Quasi 2 miliardi di euro che pesano sulla bilancia commerciale e che sono per giunta destinati a crescere. Nel Lazio è ormai obbligatorio indossare le mascherine pure all'aperto e altre Regioni seguiranno. D'altronde l'input arrivato dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, è quello di imporre l'obbligo lungo tutta la penisola. Il consumo di dispositivi si impennerà drasticamente e le promesse di Arcuri rischiano di fallire due volte. Non aver raggiunto l'obiettivo prefissato con ottobre e arrivare a fine anno con un saldo commerciale ancora più negativo per l'Italia. Ieri, l'onorevole del gruppo misto, Antonio Zennaro, che è anche membro del Copasir, ha depositato una interrogazione al premier per chiedere contezza della spesa complessiva del sistema Paese e soprattutto per verificare che il commissario svincolato dalle normative ordinarie non abbia saltato troppi controlli e importato prodotti che in Europa sarebbero da considerare irregolari. Dopo aver speso 2 miliardi, sarebbe una beffa. Zennaro ha anche fatto istanza di accesso ai documenti. La richiesta formale è «al fine di estrarre ed ottenere informazioni di interesse pubblico circa la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, nello specifico si intende sapere: quali sono i Paesi di origine di produzione dei dispositivi, distribuzione geografica delle società fornitrici all'interno e all'esterno dell'Unione europea, volumi di fornitura che riguardano rispettivamente l'Italia e i Paesi esteri».
La mail è partita ieri. Ci vorranno 90 giorni per ottenere le risposte. E queste saranno interessanti per capire le scelte geopolitiche che stanno dietro ai flussi di import. Siamo contenti che - con l'arrivo dell'inverno e delle tradizionali influenze - ospedali e presidi possano garantire a chiunque protezioni e Dpi. Ma perché promettere l'autarchia se poi si scopre che quasi tutto arriva dalla Cina? Lo storytelling degli aiuti che fine ha fatto? In fondo è una questione di business e - giustamente - chi ha capacità produttiva ci guadagna. Bene ha fatto Zennaro a bussare alla porta di Arcuri e chiedere informazioni dettagliate. Si tratta di un incarico che arriva dalla presidenza del Consiglio e dovrebbe garantire la massima trasparenza. Invece, la gestione delle mascherine rischia di ricalcare quella dei banchi. Una gara annunciata senza che fosse effettivamente assegnata e poi gestita come se si trattasse di chiamata diretta. Il tutto coperto da un segreto quasi di Stato. Parliamo però di banchi pagati dai contribuenti e non di dispositivi militari top secret.
Da Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più
Nell'ennesimo Dpcm con cui Giuseppe Conte si prepara a prorogare lo stato d'emergenza fino al 31 gennaio, sarà inclusa una stretta sulle Regioni: Roma chiederà ai governatori di rimangiarsi il via libera all'ingresso di più di 200 persone nei Palasport, con occupazione delle strutture al 25%. Al chiuso (palazzetti, cinema o teatri), il limite dei 200 resterà tassativo; all'aperto, negli stadi, si potrà arrivare fino a 1.000 spettatori. Bocciate, insomma, le deroghe consentite da Abruzzo, Basilicata, Emilia, Lombardia e Veneto. Il provvedimento dell'esecutivo sarà discusso lunedì dal cdm e presentato in Parlamento martedì dal ministro della Salute, Roberto Speranza.
L'emergenza permanente, però, scontenta ormai anche diversi ambienti di sinistra ed esponenti illustri della casta dei competenti. Già da mesi, ad esempio, il giurista ed ex membro della Consulta, Sabino Cassese, contesta la legittimità dei Dpcm, con i quali Conte ha compresso le libertà degli italiani. Ieri, Cassese è tornato a tuonare sulla proroga dell'emergenza: «Mi sono domandato se non sia una dichiarazione di impotenza o, peggio ancora, di incapacità». In effetti, qualcosa non ha funzionato se, dopo otto mesi dallo scoppio della pandemia, non riusciamo ancora a gestire la situazione con gli strumenti ordinari. Significativo anche il pulpito mediatico dello studioso: InBlu radio, il network delle emittenti cattoliche della Cei. I vescovi italiani, in effetti, hanno mal digerito la lunga sospensione delle cerimonie di culto. E hanno dovuto battagliare, per riottenere l'ok alle messe, a maggio inoltrato.
Non finisce qui. Su Domani, il quotidiano edito da Carlo De Benedetti, Vitalba Azzollini ha firmato un editoriale con un titolo degno di Giorgio Agamben: «L'emergenza permanente come strumento di potere».
I malumori dell'establishment, a questo punto, tornano a chiamare in causa il Quirinale. A primavera, era emerso che sul Colle serpeggiava un certo sconcerto per il one man show di Giuseppi, a colpi di decreti e dirette fiume. Con l'avvocato che ha tentato di bruciare la ricandidatura di Sergio Mattarella, attraverso un pubblico endorsement, che in questi casi sortisce l'effetto contrario (e il premier ne è consapevoli), l'arietta di lockdown, sia pure tra le rassicurazioni di Palazzo Chigi, può disturbare la tregua armata.
Certo, il premier adesso difficilmente avrebbe potuto agire diversamente. Il 14 luglio, in un momento in cui l'epidemia appariva sotto controllo, aveva prolungato l'emergenza fino al 15 ottobre. Una misura che aveva sollevato un tale polverone da costringere Conte, per la prima volta, a confrontarsi con l'Aula. Decidere di non rinnovare il provvedimento ora, con i contagi e i ricoveri in aumento e con la prospettiva dell'incognita invernale, sarebbe stato profondamente incoerente. E avrebbe avvalorato i sospetti di chi, quest'estate, vedeva nella proroga un trucco per blindare un governicchio scricchiolante e sempre più prossimo a una débâcle elettorale. Il pericolo di crisi politica, visto l'esito delle regionali, si è allontanato. Muoversi in un'altra direzione, per il presidente del Consiglio, sarebbe stato l'equivalente di una dichiarazione di colpevolezza.
Ma il nocciolo di un problema cui ormai anche la sinistra è sensibile, l'ha centrato ieri, su La 7, Daniela Santanchè. La senatrice di Fdi ha sottolineato che la proroga dello stato d'emergenza è un «unicum in Europa. Questo governo opaco e poco trasparente ci dica la verità: sta nascondendo i dati veri o è solo depistaggio per nascondere liti tra Pd e 5 stelle?». Invero, i pieni poteri significano anche una delega in bianco per il Comitato tecnico scientifico. Gli sprazzi di verbali diffusi hanno dimostrato che il gruppo di esperti ha avuto tutt'altro che le idee chiare - e che c'è stata tutt'altro che armonia con i decisori politici. Il recente e riuscito tentativo di bloccare la pubblicazione delle altre carte rafforza l'alone di mistero intorno a un organismo che ha operato nell'ombra, insieme al dominus Conte. In tali circostanze, semmai, dovrebbe valere un vecchio motto commerciale: vedere cammello. Oppure riprendersi le libertà scippate.
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A maggio, il commissario prometteva protezioni solo italiane entro settembre. Invece, in otto mesi ne abbiamo importate 3 miliardi (quasi tutte dalla Cina), restando lontani dall'autosufficienza. E ora Antonio Zennaro (Copasir) chiede informazioni sulla qualità dei prodotti.Da Giuseppe Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più. Pronto un Dpcm per serrare i Palasport. Sabino Cassese critica la proroga dell'emergenza. Lo speciale comprende due articoli. Il mondo della comunicazione ormai sovrasta quello dell'informazione. Vale in tanti campi. Se un tempo lo storytelling era prerogativa del marketing, oggi la comunicazione influenza sempre più la politica e spesso anche il mondo dei manager pubblici. Il caso di Domenico Arcuri è quasi da scuola e non ci riferiamo solo alla gestione dei banchi.«A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane», annunciava con orgoglio, il 27 maggio, il commissario per l'emergenza in commissione Affari sociali alla Camera, sottolineando che per quella data la produzione italiana sarebbe stata a pieno regime. «Entro la fine di giugno», aggiungeva l'ad di Invitalia, le 51 macchine acquistate dallo Stato per la produzione dei dispositivi saranno in grado di immettere sul mercato 31 milioni di mascherine al giorno. Le settimane sono passate, il caldo estivo se ne è andato ed è arrivato ottobre. Eppure l'autarchia delle mascherine e dei dispositivi di protezione sembra ancora un miraggio. Posto che fosse la strada veramente da percorrere per proteggerci dal Covid. La promessa era invece nero su bianco in una occasione che più istituzionale non si può. Invece i flussi di ingresso di mascherine dall'Oriente e soprattutto dalla Cina non sono cambiati in maniera sostanziale. Dagli ultimi giorni di febbraio alla metà di maggio ne sono state importate circa 1,5 miliardi. Da quella data a oggi altri 1,7 miliardi (basta andare sul sito delle Dogane e verificarlo). Il flusso dell'import è chiaramente sceso ma di poco. Segno che servono e se ne utilizzano. Vuol dire che i magazzini devono rimanere pieni e le tanto promesse produzioni italiche non sono entrate a regime. Certo, come sempre ci vuole tempo. Riconvertire è complesso. Lo sta facendo anche Fca. Far andare a regime macchinari richiede l'applicazione di precisi piani industriali. Però è bene sapere che se nel periodo febbraio-maggio, secondo i dati di Assosistema di Confindustria, il Paese ha speso per importare Dpi la cifra di 1,1 miliardi di euro (90% destinati alla Cina) significa che nei 4 mesi successivi ne ha spesi altrettanti. Quasi 2 miliardi di euro che pesano sulla bilancia commerciale e che sono per giunta destinati a crescere. Nel Lazio è ormai obbligatorio indossare le mascherine pure all'aperto e altre Regioni seguiranno. D'altronde l'input arrivato dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, è quello di imporre l'obbligo lungo tutta la penisola. Il consumo di dispositivi si impennerà drasticamente e le promesse di Arcuri rischiano di fallire due volte. Non aver raggiunto l'obiettivo prefissato con ottobre e arrivare a fine anno con un saldo commerciale ancora più negativo per l'Italia. Ieri, l'onorevole del gruppo misto, Antonio Zennaro, che è anche membro del Copasir, ha depositato una interrogazione al premier per chiedere contezza della spesa complessiva del sistema Paese e soprattutto per verificare che il commissario svincolato dalle normative ordinarie non abbia saltato troppi controlli e importato prodotti che in Europa sarebbero da considerare irregolari. Dopo aver speso 2 miliardi, sarebbe una beffa. Zennaro ha anche fatto istanza di accesso ai documenti. La richiesta formale è «al fine di estrarre ed ottenere informazioni di interesse pubblico circa la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, nello specifico si intende sapere: quali sono i Paesi di origine di produzione dei dispositivi, distribuzione geografica delle società fornitrici all'interno e all'esterno dell'Unione europea, volumi di fornitura che riguardano rispettivamente l'Italia e i Paesi esteri». La mail è partita ieri. Ci vorranno 90 giorni per ottenere le risposte. E queste saranno interessanti per capire le scelte geopolitiche che stanno dietro ai flussi di import. Siamo contenti che - con l'arrivo dell'inverno e delle tradizionali influenze - ospedali e presidi possano garantire a chiunque protezioni e Dpi. Ma perché promettere l'autarchia se poi si scopre che quasi tutto arriva dalla Cina? Lo storytelling degli aiuti che fine ha fatto? In fondo è una questione di business e - giustamente - chi ha capacità produttiva ci guadagna. Bene ha fatto Zennaro a bussare alla porta di Arcuri e chiedere informazioni dettagliate. Si tratta di un incarico che arriva dalla presidenza del Consiglio e dovrebbe garantire la massima trasparenza. Invece, la gestione delle mascherine rischia di ricalcare quella dei banchi. Una gara annunciata senza che fosse effettivamente assegnata e poi gestita come se si trattasse di chiamata diretta. Il tutto coperto da un segreto quasi di Stato. 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Al chiuso (palazzetti, cinema o teatri), il limite dei 200 resterà tassativo; all'aperto, negli stadi, si potrà arrivare fino a 1.000 spettatori. Bocciate, insomma, le deroghe consentite da Abruzzo, Basilicata, Emilia, Lombardia e Veneto. Il provvedimento dell'esecutivo sarà discusso lunedì dal cdm e presentato in Parlamento martedì dal ministro della Salute, Roberto Speranza. L'emergenza permanente, però, scontenta ormai anche diversi ambienti di sinistra ed esponenti illustri della casta dei competenti. Già da mesi, ad esempio, il giurista ed ex membro della Consulta, Sabino Cassese, contesta la legittimità dei Dpcm, con i quali Conte ha compresso le libertà degli italiani. Ieri, Cassese è tornato a tuonare sulla proroga dell'emergenza: «Mi sono domandato se non sia una dichiarazione di impotenza o, peggio ancora, di incapacità». In effetti, qualcosa non ha funzionato se, dopo otto mesi dallo scoppio della pandemia, non riusciamo ancora a gestire la situazione con gli strumenti ordinari. Significativo anche il pulpito mediatico dello studioso: InBlu radio, il network delle emittenti cattoliche della Cei. I vescovi italiani, in effetti, hanno mal digerito la lunga sospensione delle cerimonie di culto. E hanno dovuto battagliare, per riottenere l'ok alle messe, a maggio inoltrato. Non finisce qui. Su Domani, il quotidiano edito da Carlo De Benedetti, Vitalba Azzollini ha firmato un editoriale con un titolo degno di Giorgio Agamben: «L'emergenza permanente come strumento di potere». I malumori dell'establishment, a questo punto, tornano a chiamare in causa il Quirinale. A primavera, era emerso che sul Colle serpeggiava un certo sconcerto per il one man show di Giuseppi, a colpi di decreti e dirette fiume. Con l'avvocato che ha tentato di bruciare la ricandidatura di Sergio Mattarella, attraverso un pubblico endorsement, che in questi casi sortisce l'effetto contrario (e il premier ne è consapevoli), l'arietta di lockdown, sia pure tra le rassicurazioni di Palazzo Chigi, può disturbare la tregua armata. Certo, il premier adesso difficilmente avrebbe potuto agire diversamente. Il 14 luglio, in un momento in cui l'epidemia appariva sotto controllo, aveva prolungato l'emergenza fino al 15 ottobre. Una misura che aveva sollevato un tale polverone da costringere Conte, per la prima volta, a confrontarsi con l'Aula. Decidere di non rinnovare il provvedimento ora, con i contagi e i ricoveri in aumento e con la prospettiva dell'incognita invernale, sarebbe stato profondamente incoerente. E avrebbe avvalorato i sospetti di chi, quest'estate, vedeva nella proroga un trucco per blindare un governicchio scricchiolante e sempre più prossimo a una débâcle elettorale. Il pericolo di crisi politica, visto l'esito delle regionali, si è allontanato. Muoversi in un'altra direzione, per il presidente del Consiglio, sarebbe stato l'equivalente di una dichiarazione di colpevolezza. Ma il nocciolo di un problema cui ormai anche la sinistra è sensibile, l'ha centrato ieri, su La 7, Daniela Santanchè. La senatrice di Fdi ha sottolineato che la proroga dello stato d'emergenza è un «unicum in Europa. Questo governo opaco e poco trasparente ci dica la verità: sta nascondendo i dati veri o è solo depistaggio per nascondere liti tra Pd e 5 stelle?». Invero, i pieni poteri significano anche una delega in bianco per il Comitato tecnico scientifico. Gli sprazzi di verbali diffusi hanno dimostrato che il gruppo di esperti ha avuto tutt'altro che le idee chiare - e che c'è stata tutt'altro che armonia con i decisori politici. Il recente e riuscito tentativo di bloccare la pubblicazione delle altre carte rafforza l'alone di mistero intorno a un organismo che ha operato nell'ombra, insieme al dominus Conte. In tali circostanze, semmai, dovrebbe valere un vecchio motto commerciale: vedere cammello. Oppure riprendersi le libertà scippate.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».