True
2020-10-03
Arcuri fallisce pure sull’«autarchia» dei Dpi
Domenico Arcuri (Ansa)
Il mondo della comunicazione ormai sovrasta quello dell'informazione. Vale in tanti campi. Se un tempo lo storytelling era prerogativa del marketing, oggi la comunicazione influenza sempre più la politica e spesso anche il mondo dei manager pubblici. Il caso di Domenico Arcuri è quasi da scuola e non ci riferiamo solo alla gestione dei banchi.
«A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane», annunciava con orgoglio, il 27 maggio, il commissario per l'emergenza in commissione Affari sociali alla Camera, sottolineando che per quella data la produzione italiana sarebbe stata a pieno regime. «Entro la fine di giugno», aggiungeva l'ad di Invitalia, le 51 macchine acquistate dallo Stato per la produzione dei dispositivi saranno in grado di immettere sul mercato 31 milioni di mascherine al giorno. Le settimane sono passate, il caldo estivo se ne è andato ed è arrivato ottobre. Eppure l'autarchia delle mascherine e dei dispositivi di protezione sembra ancora un miraggio. Posto che fosse la strada veramente da percorrere per proteggerci dal Covid. La promessa era invece nero su bianco in una occasione che più istituzionale non si può. Invece i flussi di ingresso di mascherine dall'Oriente e soprattutto dalla Cina non sono cambiati in maniera sostanziale. Dagli ultimi giorni di febbraio alla metà di maggio ne sono state importate circa 1,5 miliardi. Da quella data a oggi altri 1,7 miliardi (basta andare sul sito delle Dogane e verificarlo). Il flusso dell'import è chiaramente sceso ma di poco. Segno che servono e se ne utilizzano. Vuol dire che i magazzini devono rimanere pieni e le tanto promesse produzioni italiche non sono entrate a regime. Certo, come sempre ci vuole tempo. Riconvertire è complesso. Lo sta facendo anche Fca. Far andare a regime macchinari richiede l'applicazione di precisi piani industriali. Però è bene sapere che se nel periodo febbraio-maggio, secondo i dati di Assosistema di Confindustria, il Paese ha speso per importare Dpi la cifra di 1,1 miliardi di euro (90% destinati alla Cina) significa che nei 4 mesi successivi ne ha spesi altrettanti. Quasi 2 miliardi di euro che pesano sulla bilancia commerciale e che sono per giunta destinati a crescere. Nel Lazio è ormai obbligatorio indossare le mascherine pure all'aperto e altre Regioni seguiranno. D'altronde l'input arrivato dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, è quello di imporre l'obbligo lungo tutta la penisola. Il consumo di dispositivi si impennerà drasticamente e le promesse di Arcuri rischiano di fallire due volte. Non aver raggiunto l'obiettivo prefissato con ottobre e arrivare a fine anno con un saldo commerciale ancora più negativo per l'Italia. Ieri, l'onorevole del gruppo misto, Antonio Zennaro, che è anche membro del Copasir, ha depositato una interrogazione al premier per chiedere contezza della spesa complessiva del sistema Paese e soprattutto per verificare che il commissario svincolato dalle normative ordinarie non abbia saltato troppi controlli e importato prodotti che in Europa sarebbero da considerare irregolari. Dopo aver speso 2 miliardi, sarebbe una beffa. Zennaro ha anche fatto istanza di accesso ai documenti. La richiesta formale è «al fine di estrarre ed ottenere informazioni di interesse pubblico circa la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, nello specifico si intende sapere: quali sono i Paesi di origine di produzione dei dispositivi, distribuzione geografica delle società fornitrici all'interno e all'esterno dell'Unione europea, volumi di fornitura che riguardano rispettivamente l'Italia e i Paesi esteri».
La mail è partita ieri. Ci vorranno 90 giorni per ottenere le risposte. E queste saranno interessanti per capire le scelte geopolitiche che stanno dietro ai flussi di import. Siamo contenti che - con l'arrivo dell'inverno e delle tradizionali influenze - ospedali e presidi possano garantire a chiunque protezioni e Dpi. Ma perché promettere l'autarchia se poi si scopre che quasi tutto arriva dalla Cina? Lo storytelling degli aiuti che fine ha fatto? In fondo è una questione di business e - giustamente - chi ha capacità produttiva ci guadagna. Bene ha fatto Zennaro a bussare alla porta di Arcuri e chiedere informazioni dettagliate. Si tratta di un incarico che arriva dalla presidenza del Consiglio e dovrebbe garantire la massima trasparenza. Invece, la gestione delle mascherine rischia di ricalcare quella dei banchi. Una gara annunciata senza che fosse effettivamente assegnata e poi gestita come se si trattasse di chiamata diretta. Il tutto coperto da un segreto quasi di Stato. Parliamo però di banchi pagati dai contribuenti e non di dispositivi militari top secret.
Da Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più
Nell'ennesimo Dpcm con cui Giuseppe Conte si prepara a prorogare lo stato d'emergenza fino al 31 gennaio, sarà inclusa una stretta sulle Regioni: Roma chiederà ai governatori di rimangiarsi il via libera all'ingresso di più di 200 persone nei Palasport, con occupazione delle strutture al 25%. Al chiuso (palazzetti, cinema o teatri), il limite dei 200 resterà tassativo; all'aperto, negli stadi, si potrà arrivare fino a 1.000 spettatori. Bocciate, insomma, le deroghe consentite da Abruzzo, Basilicata, Emilia, Lombardia e Veneto. Il provvedimento dell'esecutivo sarà discusso lunedì dal cdm e presentato in Parlamento martedì dal ministro della Salute, Roberto Speranza.
L'emergenza permanente, però, scontenta ormai anche diversi ambienti di sinistra ed esponenti illustri della casta dei competenti. Già da mesi, ad esempio, il giurista ed ex membro della Consulta, Sabino Cassese, contesta la legittimità dei Dpcm, con i quali Conte ha compresso le libertà degli italiani. Ieri, Cassese è tornato a tuonare sulla proroga dell'emergenza: «Mi sono domandato se non sia una dichiarazione di impotenza o, peggio ancora, di incapacità». In effetti, qualcosa non ha funzionato se, dopo otto mesi dallo scoppio della pandemia, non riusciamo ancora a gestire la situazione con gli strumenti ordinari. Significativo anche il pulpito mediatico dello studioso: InBlu radio, il network delle emittenti cattoliche della Cei. I vescovi italiani, in effetti, hanno mal digerito la lunga sospensione delle cerimonie di culto. E hanno dovuto battagliare, per riottenere l'ok alle messe, a maggio inoltrato.
Non finisce qui. Su Domani, il quotidiano edito da Carlo De Benedetti, Vitalba Azzollini ha firmato un editoriale con un titolo degno di Giorgio Agamben: «L'emergenza permanente come strumento di potere».
I malumori dell'establishment, a questo punto, tornano a chiamare in causa il Quirinale. A primavera, era emerso che sul Colle serpeggiava un certo sconcerto per il one man show di Giuseppi, a colpi di decreti e dirette fiume. Con l'avvocato che ha tentato di bruciare la ricandidatura di Sergio Mattarella, attraverso un pubblico endorsement, che in questi casi sortisce l'effetto contrario (e il premier ne è consapevoli), l'arietta di lockdown, sia pure tra le rassicurazioni di Palazzo Chigi, può disturbare la tregua armata.
Certo, il premier adesso difficilmente avrebbe potuto agire diversamente. Il 14 luglio, in un momento in cui l'epidemia appariva sotto controllo, aveva prolungato l'emergenza fino al 15 ottobre. Una misura che aveva sollevato un tale polverone da costringere Conte, per la prima volta, a confrontarsi con l'Aula. Decidere di non rinnovare il provvedimento ora, con i contagi e i ricoveri in aumento e con la prospettiva dell'incognita invernale, sarebbe stato profondamente incoerente. E avrebbe avvalorato i sospetti di chi, quest'estate, vedeva nella proroga un trucco per blindare un governicchio scricchiolante e sempre più prossimo a una débâcle elettorale. Il pericolo di crisi politica, visto l'esito delle regionali, si è allontanato. Muoversi in un'altra direzione, per il presidente del Consiglio, sarebbe stato l'equivalente di una dichiarazione di colpevolezza.
Ma il nocciolo di un problema cui ormai anche la sinistra è sensibile, l'ha centrato ieri, su La 7, Daniela Santanchè. La senatrice di Fdi ha sottolineato che la proroga dello stato d'emergenza è un «unicum in Europa. Questo governo opaco e poco trasparente ci dica la verità: sta nascondendo i dati veri o è solo depistaggio per nascondere liti tra Pd e 5 stelle?». Invero, i pieni poteri significano anche una delega in bianco per il Comitato tecnico scientifico. Gli sprazzi di verbali diffusi hanno dimostrato che il gruppo di esperti ha avuto tutt'altro che le idee chiare - e che c'è stata tutt'altro che armonia con i decisori politici. Il recente e riuscito tentativo di bloccare la pubblicazione delle altre carte rafforza l'alone di mistero intorno a un organismo che ha operato nell'ombra, insieme al dominus Conte. In tali circostanze, semmai, dovrebbe valere un vecchio motto commerciale: vedere cammello. Oppure riprendersi le libertà scippate.
Continua a leggereRiduci
A maggio, il commissario prometteva protezioni solo italiane entro settembre. Invece, in otto mesi ne abbiamo importate 3 miliardi (quasi tutte dalla Cina), restando lontani dall'autosufficienza. E ora Antonio Zennaro (Copasir) chiede informazioni sulla qualità dei prodotti.Da Giuseppe Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più. Pronto un Dpcm per serrare i Palasport. Sabino Cassese critica la proroga dell'emergenza. Lo speciale comprende due articoli. Il mondo della comunicazione ormai sovrasta quello dell'informazione. Vale in tanti campi. Se un tempo lo storytelling era prerogativa del marketing, oggi la comunicazione influenza sempre più la politica e spesso anche il mondo dei manager pubblici. Il caso di Domenico Arcuri è quasi da scuola e non ci riferiamo solo alla gestione dei banchi.«A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane», annunciava con orgoglio, il 27 maggio, il commissario per l'emergenza in commissione Affari sociali alla Camera, sottolineando che per quella data la produzione italiana sarebbe stata a pieno regime. «Entro la fine di giugno», aggiungeva l'ad di Invitalia, le 51 macchine acquistate dallo Stato per la produzione dei dispositivi saranno in grado di immettere sul mercato 31 milioni di mascherine al giorno. Le settimane sono passate, il caldo estivo se ne è andato ed è arrivato ottobre. Eppure l'autarchia delle mascherine e dei dispositivi di protezione sembra ancora un miraggio. Posto che fosse la strada veramente da percorrere per proteggerci dal Covid. La promessa era invece nero su bianco in una occasione che più istituzionale non si può. Invece i flussi di ingresso di mascherine dall'Oriente e soprattutto dalla Cina non sono cambiati in maniera sostanziale. Dagli ultimi giorni di febbraio alla metà di maggio ne sono state importate circa 1,5 miliardi. Da quella data a oggi altri 1,7 miliardi (basta andare sul sito delle Dogane e verificarlo). Il flusso dell'import è chiaramente sceso ma di poco. Segno che servono e se ne utilizzano. Vuol dire che i magazzini devono rimanere pieni e le tanto promesse produzioni italiche non sono entrate a regime. Certo, come sempre ci vuole tempo. Riconvertire è complesso. Lo sta facendo anche Fca. Far andare a regime macchinari richiede l'applicazione di precisi piani industriali. Però è bene sapere che se nel periodo febbraio-maggio, secondo i dati di Assosistema di Confindustria, il Paese ha speso per importare Dpi la cifra di 1,1 miliardi di euro (90% destinati alla Cina) significa che nei 4 mesi successivi ne ha spesi altrettanti. Quasi 2 miliardi di euro che pesano sulla bilancia commerciale e che sono per giunta destinati a crescere. Nel Lazio è ormai obbligatorio indossare le mascherine pure all'aperto e altre Regioni seguiranno. D'altronde l'input arrivato dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, è quello di imporre l'obbligo lungo tutta la penisola. Il consumo di dispositivi si impennerà drasticamente e le promesse di Arcuri rischiano di fallire due volte. Non aver raggiunto l'obiettivo prefissato con ottobre e arrivare a fine anno con un saldo commerciale ancora più negativo per l'Italia. Ieri, l'onorevole del gruppo misto, Antonio Zennaro, che è anche membro del Copasir, ha depositato una interrogazione al premier per chiedere contezza della spesa complessiva del sistema Paese e soprattutto per verificare che il commissario svincolato dalle normative ordinarie non abbia saltato troppi controlli e importato prodotti che in Europa sarebbero da considerare irregolari. Dopo aver speso 2 miliardi, sarebbe una beffa. Zennaro ha anche fatto istanza di accesso ai documenti. La richiesta formale è «al fine di estrarre ed ottenere informazioni di interesse pubblico circa la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, nello specifico si intende sapere: quali sono i Paesi di origine di produzione dei dispositivi, distribuzione geografica delle società fornitrici all'interno e all'esterno dell'Unione europea, volumi di fornitura che riguardano rispettivamente l'Italia e i Paesi esteri». La mail è partita ieri. Ci vorranno 90 giorni per ottenere le risposte. E queste saranno interessanti per capire le scelte geopolitiche che stanno dietro ai flussi di import. Siamo contenti che - con l'arrivo dell'inverno e delle tradizionali influenze - ospedali e presidi possano garantire a chiunque protezioni e Dpi. Ma perché promettere l'autarchia se poi si scopre che quasi tutto arriva dalla Cina? Lo storytelling degli aiuti che fine ha fatto? In fondo è una questione di business e - giustamente - chi ha capacità produttiva ci guadagna. Bene ha fatto Zennaro a bussare alla porta di Arcuri e chiedere informazioni dettagliate. Si tratta di un incarico che arriva dalla presidenza del Consiglio e dovrebbe garantire la massima trasparenza. Invece, la gestione delle mascherine rischia di ricalcare quella dei banchi. Una gara annunciata senza che fosse effettivamente assegnata e poi gestita come se si trattasse di chiamata diretta. Il tutto coperto da un segreto quasi di Stato. Parliamo però di banchi pagati dai contribuenti e non di dispositivi militari top secret.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcuri-fallisce-pure-sull-autarchia-dei-dpi-2647967733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-conte-nuova-stretta-sulle-regioni-ma-anche-la-sinistra-non-ne-puo-piu" data-post-id="2647967733" data-published-at="1601678880" data-use-pagination="False"> Da Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più Nell'ennesimo Dpcm con cui Giuseppe Conte si prepara a prorogare lo stato d'emergenza fino al 31 gennaio, sarà inclusa una stretta sulle Regioni: Roma chiederà ai governatori di rimangiarsi il via libera all'ingresso di più di 200 persone nei Palasport, con occupazione delle strutture al 25%. Al chiuso (palazzetti, cinema o teatri), il limite dei 200 resterà tassativo; all'aperto, negli stadi, si potrà arrivare fino a 1.000 spettatori. Bocciate, insomma, le deroghe consentite da Abruzzo, Basilicata, Emilia, Lombardia e Veneto. Il provvedimento dell'esecutivo sarà discusso lunedì dal cdm e presentato in Parlamento martedì dal ministro della Salute, Roberto Speranza. L'emergenza permanente, però, scontenta ormai anche diversi ambienti di sinistra ed esponenti illustri della casta dei competenti. Già da mesi, ad esempio, il giurista ed ex membro della Consulta, Sabino Cassese, contesta la legittimità dei Dpcm, con i quali Conte ha compresso le libertà degli italiani. Ieri, Cassese è tornato a tuonare sulla proroga dell'emergenza: «Mi sono domandato se non sia una dichiarazione di impotenza o, peggio ancora, di incapacità». In effetti, qualcosa non ha funzionato se, dopo otto mesi dallo scoppio della pandemia, non riusciamo ancora a gestire la situazione con gli strumenti ordinari. Significativo anche il pulpito mediatico dello studioso: InBlu radio, il network delle emittenti cattoliche della Cei. I vescovi italiani, in effetti, hanno mal digerito la lunga sospensione delle cerimonie di culto. E hanno dovuto battagliare, per riottenere l'ok alle messe, a maggio inoltrato. Non finisce qui. Su Domani, il quotidiano edito da Carlo De Benedetti, Vitalba Azzollini ha firmato un editoriale con un titolo degno di Giorgio Agamben: «L'emergenza permanente come strumento di potere». I malumori dell'establishment, a questo punto, tornano a chiamare in causa il Quirinale. A primavera, era emerso che sul Colle serpeggiava un certo sconcerto per il one man show di Giuseppi, a colpi di decreti e dirette fiume. Con l'avvocato che ha tentato di bruciare la ricandidatura di Sergio Mattarella, attraverso un pubblico endorsement, che in questi casi sortisce l'effetto contrario (e il premier ne è consapevoli), l'arietta di lockdown, sia pure tra le rassicurazioni di Palazzo Chigi, può disturbare la tregua armata. Certo, il premier adesso difficilmente avrebbe potuto agire diversamente. Il 14 luglio, in un momento in cui l'epidemia appariva sotto controllo, aveva prolungato l'emergenza fino al 15 ottobre. Una misura che aveva sollevato un tale polverone da costringere Conte, per la prima volta, a confrontarsi con l'Aula. Decidere di non rinnovare il provvedimento ora, con i contagi e i ricoveri in aumento e con la prospettiva dell'incognita invernale, sarebbe stato profondamente incoerente. E avrebbe avvalorato i sospetti di chi, quest'estate, vedeva nella proroga un trucco per blindare un governicchio scricchiolante e sempre più prossimo a una débâcle elettorale. Il pericolo di crisi politica, visto l'esito delle regionali, si è allontanato. Muoversi in un'altra direzione, per il presidente del Consiglio, sarebbe stato l'equivalente di una dichiarazione di colpevolezza. Ma il nocciolo di un problema cui ormai anche la sinistra è sensibile, l'ha centrato ieri, su La 7, Daniela Santanchè. La senatrice di Fdi ha sottolineato che la proroga dello stato d'emergenza è un «unicum in Europa. Questo governo opaco e poco trasparente ci dica la verità: sta nascondendo i dati veri o è solo depistaggio per nascondere liti tra Pd e 5 stelle?». Invero, i pieni poteri significano anche una delega in bianco per il Comitato tecnico scientifico. Gli sprazzi di verbali diffusi hanno dimostrato che il gruppo di esperti ha avuto tutt'altro che le idee chiare - e che c'è stata tutt'altro che armonia con i decisori politici. Il recente e riuscito tentativo di bloccare la pubblicazione delle altre carte rafforza l'alone di mistero intorno a un organismo che ha operato nell'ombra, insieme al dominus Conte. In tali circostanze, semmai, dovrebbe valere un vecchio motto commerciale: vedere cammello. Oppure riprendersi le libertà scippate.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
Continua a leggereRiduci
Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
Continua a leggereRiduci