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2020-10-03
Arcuri fallisce pure sull’«autarchia» dei Dpi
Domenico Arcuri (Ansa)
Il mondo della comunicazione ormai sovrasta quello dell'informazione. Vale in tanti campi. Se un tempo lo storytelling era prerogativa del marketing, oggi la comunicazione influenza sempre più la politica e spesso anche il mondo dei manager pubblici. Il caso di Domenico Arcuri è quasi da scuola e non ci riferiamo solo alla gestione dei banchi.
«A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane», annunciava con orgoglio, il 27 maggio, il commissario per l'emergenza in commissione Affari sociali alla Camera, sottolineando che per quella data la produzione italiana sarebbe stata a pieno regime. «Entro la fine di giugno», aggiungeva l'ad di Invitalia, le 51 macchine acquistate dallo Stato per la produzione dei dispositivi saranno in grado di immettere sul mercato 31 milioni di mascherine al giorno. Le settimane sono passate, il caldo estivo se ne è andato ed è arrivato ottobre. Eppure l'autarchia delle mascherine e dei dispositivi di protezione sembra ancora un miraggio. Posto che fosse la strada veramente da percorrere per proteggerci dal Covid. La promessa era invece nero su bianco in una occasione che più istituzionale non si può. Invece i flussi di ingresso di mascherine dall'Oriente e soprattutto dalla Cina non sono cambiati in maniera sostanziale. Dagli ultimi giorni di febbraio alla metà di maggio ne sono state importate circa 1,5 miliardi. Da quella data a oggi altri 1,7 miliardi (basta andare sul sito delle Dogane e verificarlo). Il flusso dell'import è chiaramente sceso ma di poco. Segno che servono e se ne utilizzano. Vuol dire che i magazzini devono rimanere pieni e le tanto promesse produzioni italiche non sono entrate a regime. Certo, come sempre ci vuole tempo. Riconvertire è complesso. Lo sta facendo anche Fca. Far andare a regime macchinari richiede l'applicazione di precisi piani industriali. Però è bene sapere che se nel periodo febbraio-maggio, secondo i dati di Assosistema di Confindustria, il Paese ha speso per importare Dpi la cifra di 1,1 miliardi di euro (90% destinati alla Cina) significa che nei 4 mesi successivi ne ha spesi altrettanti. Quasi 2 miliardi di euro che pesano sulla bilancia commerciale e che sono per giunta destinati a crescere. Nel Lazio è ormai obbligatorio indossare le mascherine pure all'aperto e altre Regioni seguiranno. D'altronde l'input arrivato dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, è quello di imporre l'obbligo lungo tutta la penisola. Il consumo di dispositivi si impennerà drasticamente e le promesse di Arcuri rischiano di fallire due volte. Non aver raggiunto l'obiettivo prefissato con ottobre e arrivare a fine anno con un saldo commerciale ancora più negativo per l'Italia. Ieri, l'onorevole del gruppo misto, Antonio Zennaro, che è anche membro del Copasir, ha depositato una interrogazione al premier per chiedere contezza della spesa complessiva del sistema Paese e soprattutto per verificare che il commissario svincolato dalle normative ordinarie non abbia saltato troppi controlli e importato prodotti che in Europa sarebbero da considerare irregolari. Dopo aver speso 2 miliardi, sarebbe una beffa. Zennaro ha anche fatto istanza di accesso ai documenti. La richiesta formale è «al fine di estrarre ed ottenere informazioni di interesse pubblico circa la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, nello specifico si intende sapere: quali sono i Paesi di origine di produzione dei dispositivi, distribuzione geografica delle società fornitrici all'interno e all'esterno dell'Unione europea, volumi di fornitura che riguardano rispettivamente l'Italia e i Paesi esteri».
La mail è partita ieri. Ci vorranno 90 giorni per ottenere le risposte. E queste saranno interessanti per capire le scelte geopolitiche che stanno dietro ai flussi di import. Siamo contenti che - con l'arrivo dell'inverno e delle tradizionali influenze - ospedali e presidi possano garantire a chiunque protezioni e Dpi. Ma perché promettere l'autarchia se poi si scopre che quasi tutto arriva dalla Cina? Lo storytelling degli aiuti che fine ha fatto? In fondo è una questione di business e - giustamente - chi ha capacità produttiva ci guadagna. Bene ha fatto Zennaro a bussare alla porta di Arcuri e chiedere informazioni dettagliate. Si tratta di un incarico che arriva dalla presidenza del Consiglio e dovrebbe garantire la massima trasparenza. Invece, la gestione delle mascherine rischia di ricalcare quella dei banchi. Una gara annunciata senza che fosse effettivamente assegnata e poi gestita come se si trattasse di chiamata diretta. Il tutto coperto da un segreto quasi di Stato. Parliamo però di banchi pagati dai contribuenti e non di dispositivi militari top secret.
Da Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più
Nell'ennesimo Dpcm con cui Giuseppe Conte si prepara a prorogare lo stato d'emergenza fino al 31 gennaio, sarà inclusa una stretta sulle Regioni: Roma chiederà ai governatori di rimangiarsi il via libera all'ingresso di più di 200 persone nei Palasport, con occupazione delle strutture al 25%. Al chiuso (palazzetti, cinema o teatri), il limite dei 200 resterà tassativo; all'aperto, negli stadi, si potrà arrivare fino a 1.000 spettatori. Bocciate, insomma, le deroghe consentite da Abruzzo, Basilicata, Emilia, Lombardia e Veneto. Il provvedimento dell'esecutivo sarà discusso lunedì dal cdm e presentato in Parlamento martedì dal ministro della Salute, Roberto Speranza.
L'emergenza permanente, però, scontenta ormai anche diversi ambienti di sinistra ed esponenti illustri della casta dei competenti. Già da mesi, ad esempio, il giurista ed ex membro della Consulta, Sabino Cassese, contesta la legittimità dei Dpcm, con i quali Conte ha compresso le libertà degli italiani. Ieri, Cassese è tornato a tuonare sulla proroga dell'emergenza: «Mi sono domandato se non sia una dichiarazione di impotenza o, peggio ancora, di incapacità». In effetti, qualcosa non ha funzionato se, dopo otto mesi dallo scoppio della pandemia, non riusciamo ancora a gestire la situazione con gli strumenti ordinari. Significativo anche il pulpito mediatico dello studioso: InBlu radio, il network delle emittenti cattoliche della Cei. I vescovi italiani, in effetti, hanno mal digerito la lunga sospensione delle cerimonie di culto. E hanno dovuto battagliare, per riottenere l'ok alle messe, a maggio inoltrato.
Non finisce qui. Su Domani, il quotidiano edito da Carlo De Benedetti, Vitalba Azzollini ha firmato un editoriale con un titolo degno di Giorgio Agamben: «L'emergenza permanente come strumento di potere».
I malumori dell'establishment, a questo punto, tornano a chiamare in causa il Quirinale. A primavera, era emerso che sul Colle serpeggiava un certo sconcerto per il one man show di Giuseppi, a colpi di decreti e dirette fiume. Con l'avvocato che ha tentato di bruciare la ricandidatura di Sergio Mattarella, attraverso un pubblico endorsement, che in questi casi sortisce l'effetto contrario (e il premier ne è consapevoli), l'arietta di lockdown, sia pure tra le rassicurazioni di Palazzo Chigi, può disturbare la tregua armata.
Certo, il premier adesso difficilmente avrebbe potuto agire diversamente. Il 14 luglio, in un momento in cui l'epidemia appariva sotto controllo, aveva prolungato l'emergenza fino al 15 ottobre. Una misura che aveva sollevato un tale polverone da costringere Conte, per la prima volta, a confrontarsi con l'Aula. Decidere di non rinnovare il provvedimento ora, con i contagi e i ricoveri in aumento e con la prospettiva dell'incognita invernale, sarebbe stato profondamente incoerente. E avrebbe avvalorato i sospetti di chi, quest'estate, vedeva nella proroga un trucco per blindare un governicchio scricchiolante e sempre più prossimo a una débâcle elettorale. Il pericolo di crisi politica, visto l'esito delle regionali, si è allontanato. Muoversi in un'altra direzione, per il presidente del Consiglio, sarebbe stato l'equivalente di una dichiarazione di colpevolezza.
Ma il nocciolo di un problema cui ormai anche la sinistra è sensibile, l'ha centrato ieri, su La 7, Daniela Santanchè. La senatrice di Fdi ha sottolineato che la proroga dello stato d'emergenza è un «unicum in Europa. Questo governo opaco e poco trasparente ci dica la verità: sta nascondendo i dati veri o è solo depistaggio per nascondere liti tra Pd e 5 stelle?». Invero, i pieni poteri significano anche una delega in bianco per il Comitato tecnico scientifico. Gli sprazzi di verbali diffusi hanno dimostrato che il gruppo di esperti ha avuto tutt'altro che le idee chiare - e che c'è stata tutt'altro che armonia con i decisori politici. Il recente e riuscito tentativo di bloccare la pubblicazione delle altre carte rafforza l'alone di mistero intorno a un organismo che ha operato nell'ombra, insieme al dominus Conte. In tali circostanze, semmai, dovrebbe valere un vecchio motto commerciale: vedere cammello. Oppure riprendersi le libertà scippate.
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A maggio, il commissario prometteva protezioni solo italiane entro settembre. Invece, in otto mesi ne abbiamo importate 3 miliardi (quasi tutte dalla Cina), restando lontani dall'autosufficienza. E ora Antonio Zennaro (Copasir) chiede informazioni sulla qualità dei prodotti.Da Giuseppe Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più. Pronto un Dpcm per serrare i Palasport. Sabino Cassese critica la proroga dell'emergenza. Lo speciale comprende due articoli. Il mondo della comunicazione ormai sovrasta quello dell'informazione. Vale in tanti campi. Se un tempo lo storytelling era prerogativa del marketing, oggi la comunicazione influenza sempre più la politica e spesso anche il mondo dei manager pubblici. Il caso di Domenico Arcuri è quasi da scuola e non ci riferiamo solo alla gestione dei banchi.«A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane», annunciava con orgoglio, il 27 maggio, il commissario per l'emergenza in commissione Affari sociali alla Camera, sottolineando che per quella data la produzione italiana sarebbe stata a pieno regime. «Entro la fine di giugno», aggiungeva l'ad di Invitalia, le 51 macchine acquistate dallo Stato per la produzione dei dispositivi saranno in grado di immettere sul mercato 31 milioni di mascherine al giorno. Le settimane sono passate, il caldo estivo se ne è andato ed è arrivato ottobre. Eppure l'autarchia delle mascherine e dei dispositivi di protezione sembra ancora un miraggio. Posto che fosse la strada veramente da percorrere per proteggerci dal Covid. La promessa era invece nero su bianco in una occasione che più istituzionale non si può. Invece i flussi di ingresso di mascherine dall'Oriente e soprattutto dalla Cina non sono cambiati in maniera sostanziale. Dagli ultimi giorni di febbraio alla metà di maggio ne sono state importate circa 1,5 miliardi. Da quella data a oggi altri 1,7 miliardi (basta andare sul sito delle Dogane e verificarlo). Il flusso dell'import è chiaramente sceso ma di poco. Segno che servono e se ne utilizzano. Vuol dire che i magazzini devono rimanere pieni e le tanto promesse produzioni italiche non sono entrate a regime. Certo, come sempre ci vuole tempo. Riconvertire è complesso. Lo sta facendo anche Fca. Far andare a regime macchinari richiede l'applicazione di precisi piani industriali. Però è bene sapere che se nel periodo febbraio-maggio, secondo i dati di Assosistema di Confindustria, il Paese ha speso per importare Dpi la cifra di 1,1 miliardi di euro (90% destinati alla Cina) significa che nei 4 mesi successivi ne ha spesi altrettanti. Quasi 2 miliardi di euro che pesano sulla bilancia commerciale e che sono per giunta destinati a crescere. Nel Lazio è ormai obbligatorio indossare le mascherine pure all'aperto e altre Regioni seguiranno. D'altronde l'input arrivato dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, è quello di imporre l'obbligo lungo tutta la penisola. Il consumo di dispositivi si impennerà drasticamente e le promesse di Arcuri rischiano di fallire due volte. Non aver raggiunto l'obiettivo prefissato con ottobre e arrivare a fine anno con un saldo commerciale ancora più negativo per l'Italia. Ieri, l'onorevole del gruppo misto, Antonio Zennaro, che è anche membro del Copasir, ha depositato una interrogazione al premier per chiedere contezza della spesa complessiva del sistema Paese e soprattutto per verificare che il commissario svincolato dalle normative ordinarie non abbia saltato troppi controlli e importato prodotti che in Europa sarebbero da considerare irregolari. Dopo aver speso 2 miliardi, sarebbe una beffa. Zennaro ha anche fatto istanza di accesso ai documenti. La richiesta formale è «al fine di estrarre ed ottenere informazioni di interesse pubblico circa la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, nello specifico si intende sapere: quali sono i Paesi di origine di produzione dei dispositivi, distribuzione geografica delle società fornitrici all'interno e all'esterno dell'Unione europea, volumi di fornitura che riguardano rispettivamente l'Italia e i Paesi esteri». La mail è partita ieri. Ci vorranno 90 giorni per ottenere le risposte. E queste saranno interessanti per capire le scelte geopolitiche che stanno dietro ai flussi di import. Siamo contenti che - con l'arrivo dell'inverno e delle tradizionali influenze - ospedali e presidi possano garantire a chiunque protezioni e Dpi. Ma perché promettere l'autarchia se poi si scopre che quasi tutto arriva dalla Cina? Lo storytelling degli aiuti che fine ha fatto? In fondo è una questione di business e - giustamente - chi ha capacità produttiva ci guadagna. Bene ha fatto Zennaro a bussare alla porta di Arcuri e chiedere informazioni dettagliate. Si tratta di un incarico che arriva dalla presidenza del Consiglio e dovrebbe garantire la massima trasparenza. Invece, la gestione delle mascherine rischia di ricalcare quella dei banchi. Una gara annunciata senza che fosse effettivamente assegnata e poi gestita come se si trattasse di chiamata diretta. Il tutto coperto da un segreto quasi di Stato. Parliamo però di banchi pagati dai contribuenti e non di dispositivi militari top secret.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcuri-fallisce-pure-sull-autarchia-dei-dpi-2647967733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-conte-nuova-stretta-sulle-regioni-ma-anche-la-sinistra-non-ne-puo-piu" data-post-id="2647967733" data-published-at="1601678880" data-use-pagination="False"> Da Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più Nell'ennesimo Dpcm con cui Giuseppe Conte si prepara a prorogare lo stato d'emergenza fino al 31 gennaio, sarà inclusa una stretta sulle Regioni: Roma chiederà ai governatori di rimangiarsi il via libera all'ingresso di più di 200 persone nei Palasport, con occupazione delle strutture al 25%. Al chiuso (palazzetti, cinema o teatri), il limite dei 200 resterà tassativo; all'aperto, negli stadi, si potrà arrivare fino a 1.000 spettatori. Bocciate, insomma, le deroghe consentite da Abruzzo, Basilicata, Emilia, Lombardia e Veneto. Il provvedimento dell'esecutivo sarà discusso lunedì dal cdm e presentato in Parlamento martedì dal ministro della Salute, Roberto Speranza. L'emergenza permanente, però, scontenta ormai anche diversi ambienti di sinistra ed esponenti illustri della casta dei competenti. Già da mesi, ad esempio, il giurista ed ex membro della Consulta, Sabino Cassese, contesta la legittimità dei Dpcm, con i quali Conte ha compresso le libertà degli italiani. Ieri, Cassese è tornato a tuonare sulla proroga dell'emergenza: «Mi sono domandato se non sia una dichiarazione di impotenza o, peggio ancora, di incapacità». In effetti, qualcosa non ha funzionato se, dopo otto mesi dallo scoppio della pandemia, non riusciamo ancora a gestire la situazione con gli strumenti ordinari. Significativo anche il pulpito mediatico dello studioso: InBlu radio, il network delle emittenti cattoliche della Cei. I vescovi italiani, in effetti, hanno mal digerito la lunga sospensione delle cerimonie di culto. E hanno dovuto battagliare, per riottenere l'ok alle messe, a maggio inoltrato. Non finisce qui. Su Domani, il quotidiano edito da Carlo De Benedetti, Vitalba Azzollini ha firmato un editoriale con un titolo degno di Giorgio Agamben: «L'emergenza permanente come strumento di potere». I malumori dell'establishment, a questo punto, tornano a chiamare in causa il Quirinale. A primavera, era emerso che sul Colle serpeggiava un certo sconcerto per il one man show di Giuseppi, a colpi di decreti e dirette fiume. Con l'avvocato che ha tentato di bruciare la ricandidatura di Sergio Mattarella, attraverso un pubblico endorsement, che in questi casi sortisce l'effetto contrario (e il premier ne è consapevoli), l'arietta di lockdown, sia pure tra le rassicurazioni di Palazzo Chigi, può disturbare la tregua armata. Certo, il premier adesso difficilmente avrebbe potuto agire diversamente. Il 14 luglio, in un momento in cui l'epidemia appariva sotto controllo, aveva prolungato l'emergenza fino al 15 ottobre. Una misura che aveva sollevato un tale polverone da costringere Conte, per la prima volta, a confrontarsi con l'Aula. Decidere di non rinnovare il provvedimento ora, con i contagi e i ricoveri in aumento e con la prospettiva dell'incognita invernale, sarebbe stato profondamente incoerente. E avrebbe avvalorato i sospetti di chi, quest'estate, vedeva nella proroga un trucco per blindare un governicchio scricchiolante e sempre più prossimo a una débâcle elettorale. Il pericolo di crisi politica, visto l'esito delle regionali, si è allontanato. Muoversi in un'altra direzione, per il presidente del Consiglio, sarebbe stato l'equivalente di una dichiarazione di colpevolezza. Ma il nocciolo di un problema cui ormai anche la sinistra è sensibile, l'ha centrato ieri, su La 7, Daniela Santanchè. La senatrice di Fdi ha sottolineato che la proroga dello stato d'emergenza è un «unicum in Europa. Questo governo opaco e poco trasparente ci dica la verità: sta nascondendo i dati veri o è solo depistaggio per nascondere liti tra Pd e 5 stelle?». Invero, i pieni poteri significano anche una delega in bianco per il Comitato tecnico scientifico. Gli sprazzi di verbali diffusi hanno dimostrato che il gruppo di esperti ha avuto tutt'altro che le idee chiare - e che c'è stata tutt'altro che armonia con i decisori politici. Il recente e riuscito tentativo di bloccare la pubblicazione delle altre carte rafforza l'alone di mistero intorno a un organismo che ha operato nell'ombra, insieme al dominus Conte. In tali circostanze, semmai, dovrebbe valere un vecchio motto commerciale: vedere cammello. Oppure riprendersi le libertà scippate.
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La questione cova da tempo ma, solo durante la recente campagna municipale, ha ottenuto una certa attenzione dai media mainstream. Ieri ci sono stati numerosi arresti, ma per capire la gravità della situazione bisogna fare qualche passo indietro.
Domenica c’è stata una vera svolta quando, il procuratore di Parigi Laure Beccuau, ha rivelato cifre da brividi. «Si indaga su un certo numero di animatori» del périscolaire, ha dichiarato il giudice su Rtl, Le Figaro e Public Sénat. «Attualmente abbiamo inchieste su 84 scuole materne, una ventina di scuole primarie e una decina di nidi». Beccuau ha inoltre confermato che da gennaio sono state aperte tre inchieste giudiziarie. Ad oggi sarebbero stati sospesi 78 membri del personale scolastico parigino e su 31 di essi peserebbe il sospetto di abusi sessuali su minori.
Ad esempio, secondo Le Parisien, un animatore ventiduenne sospettato di aggressioni sessuali su tre bambini era già stato denunciato nel 2024, quando lavorava in una scuola pubblica del X arrondissement. Nonostante ciò ha continuato a lavorare con bambini in un altro istituto pubblico fino all’ottobre 2025, quando è stato sospeso. Nel febbraio scorso vari media, tra cui HuffPost e Afp, hanno rivelato che l’uomo era sotto controllo giudiziario per «aggressione sessuale su minori», «esibizione sessuale» e «corruzione di minore». Bfm tv aveva riferito che il sospettato è stato arrestato lo scorso 30 aprile. «Mia figlia avrebbe potuto essere risparmiata», ha dichiarato a Le Parisien il padre di una piccola vittima citato anonimamente. Un altro genitore, Eric, intervistato da radio Rmc, ha criticato il «comportamento scorretto da parte del comune di Parigi e di una delle sue amministrazioni, quella responsabile delle attività extrascolastiche».
Ma perché la maggioranza di sinistra, che governa Parigi dal 2001, non ha reagito prima? Va dato atto al socialista Emmanuel Grégoire che, da quando è stato eletto sindaco lo scorso marzo, ha moltiplicato gli incontri con i genitori e gli interventi sui media. Il 14 aprile scorso, durante la prima seduta del nuovo consiglio municipale, ha annunciato un «piano di azione» contro le violenze sui bambini, per un investimento di circa 20 milioni di euro. Il piano dovrebbe semplificare le procedure di segnalazione e finanziare una migliore formazione del personale. Lunedì, invece, si è tenuta la prima riunione della «Convenzione cittadina» municipale dedicata alla «protezione e ai tempi (scolastici, ndr) dei bambini nelle scuole». Il sindaco ha rivolto ai genitori questo messaggio: «Devono avere fiducia nelle scuole» di Parigi. Ma vista la portata dell’inchiesta, l’invito rischia di cadere nel vuoto.
Il 12 maggio, nella riunione con i genitori della scuola pubblica Sainte Dominique, Grégoire avrebbe ammesso che «la città di Parigi ha indiscutibilmente delle responsabilità». Lo ha scritto Le Figaro, citando alcuni presenti secondo i quali il sindaco avrebbe anche detto che «ci sono stati gravi malfunzionamenti».
Poi, ieri, si è appreso dell’arresto di 16 persone in servizio proprio alla scuola pubblica Saint Dominique. Sempre Le Figaro scrive che «l’identità delle persone fermate non è stata resa nota. Secondo le nostre informazioni, si tratterebbe esclusivamente di dipendenti del Comune di Parigi. Il personale scolastico, quindi, non sarebbe coinvolto».
Sempre ieri, Grégoire è tornato a parlare della riassunzione del ventiduenne sospettato di abusi su minori. «Me ne scuso» ha detto il sindaco nella trasmissione del mattino di France 2, ammettendo anche che «non sia più possibile» continuare con questa situazione e che farà di tutto perché non si ripeta.
Parole sacrosante che, tuttavia, non cancellano il fatto che Grégoire sia stato assessore tra il 2014 e il 2017 e poi primo vicesindaco di Anne Hidalgo dal 2018 al 2024. Da tempo, in consiglio comunale, le opposizioni ricordano le responsabilità della vecchia amministrazione. «Per anni il comune ha vissuto in una forma di diniego arrivata fino alla menzogna, con una totale opacità sui malfunzionamenti», ha denunciato recentemente Florence Berthout, sindaco del V arrondissement.
Sul fondo resta anche l’aggressività della maggioranza parigina di sinistra nei confronti delle scuole cattoliche della capitale. Come scritto a più riprese da La Verità, negli ultimi anni la giunta Hidalgo ha attaccato Stanislas, uno dei più noti istituti cattolici parigini. Nel 2024, Médiapart aveva pubblicato un rapporto ispettivo del 2023 in cui si parlava, tra l’altro, di «clima propizio all’omofobia» e contestava il «carattere obbligatorio della catechesi» a Stanislas. A fine 2025 Patrick Bloche, allora vicesindaco, aveva annunciato l’intenzione di sospendere il contributo pubblico annuale di 1,3 milioni di euro destinato all’istituto. La leader dell’opposizione Rachida Dati, aveva lamentato che Bloche «non ha nemmeno menzionato i malfunzionamenti [...] nelle attività extrascolastiche».
Vista la portata dell’inchiesta sulle attività extrascolastiche nelle scuole parigine, una domanda resta aperta: perché la maggioranza socialista è stata così rapida nell’indagare sulle accuse rivolte a Stanislas, mentre solo ora promette una vera reazione contro gli abusi nelle attività extrascolastiche? Qui ci sono di mezzo dei bambini e chi ne abusa, nel mondo cattolico o altrove, deve essere punito. Punto.
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Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.