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2020-10-03
Arcuri fallisce pure sull’«autarchia» dei Dpi
Domenico Arcuri (Ansa)
Il mondo della comunicazione ormai sovrasta quello dell'informazione. Vale in tanti campi. Se un tempo lo storytelling era prerogativa del marketing, oggi la comunicazione influenza sempre più la politica e spesso anche il mondo dei manager pubblici. Il caso di Domenico Arcuri è quasi da scuola e non ci riferiamo solo alla gestione dei banchi.
«A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane», annunciava con orgoglio, il 27 maggio, il commissario per l'emergenza in commissione Affari sociali alla Camera, sottolineando che per quella data la produzione italiana sarebbe stata a pieno regime. «Entro la fine di giugno», aggiungeva l'ad di Invitalia, le 51 macchine acquistate dallo Stato per la produzione dei dispositivi saranno in grado di immettere sul mercato 31 milioni di mascherine al giorno. Le settimane sono passate, il caldo estivo se ne è andato ed è arrivato ottobre. Eppure l'autarchia delle mascherine e dei dispositivi di protezione sembra ancora un miraggio. Posto che fosse la strada veramente da percorrere per proteggerci dal Covid. La promessa era invece nero su bianco in una occasione che più istituzionale non si può. Invece i flussi di ingresso di mascherine dall'Oriente e soprattutto dalla Cina non sono cambiati in maniera sostanziale. Dagli ultimi giorni di febbraio alla metà di maggio ne sono state importate circa 1,5 miliardi. Da quella data a oggi altri 1,7 miliardi (basta andare sul sito delle Dogane e verificarlo). Il flusso dell'import è chiaramente sceso ma di poco. Segno che servono e se ne utilizzano. Vuol dire che i magazzini devono rimanere pieni e le tanto promesse produzioni italiche non sono entrate a regime. Certo, come sempre ci vuole tempo. Riconvertire è complesso. Lo sta facendo anche Fca. Far andare a regime macchinari richiede l'applicazione di precisi piani industriali. Però è bene sapere che se nel periodo febbraio-maggio, secondo i dati di Assosistema di Confindustria, il Paese ha speso per importare Dpi la cifra di 1,1 miliardi di euro (90% destinati alla Cina) significa che nei 4 mesi successivi ne ha spesi altrettanti. Quasi 2 miliardi di euro che pesano sulla bilancia commerciale e che sono per giunta destinati a crescere. Nel Lazio è ormai obbligatorio indossare le mascherine pure all'aperto e altre Regioni seguiranno. D'altronde l'input arrivato dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, è quello di imporre l'obbligo lungo tutta la penisola. Il consumo di dispositivi si impennerà drasticamente e le promesse di Arcuri rischiano di fallire due volte. Non aver raggiunto l'obiettivo prefissato con ottobre e arrivare a fine anno con un saldo commerciale ancora più negativo per l'Italia. Ieri, l'onorevole del gruppo misto, Antonio Zennaro, che è anche membro del Copasir, ha depositato una interrogazione al premier per chiedere contezza della spesa complessiva del sistema Paese e soprattutto per verificare che il commissario svincolato dalle normative ordinarie non abbia saltato troppi controlli e importato prodotti che in Europa sarebbero da considerare irregolari. Dopo aver speso 2 miliardi, sarebbe una beffa. Zennaro ha anche fatto istanza di accesso ai documenti. La richiesta formale è «al fine di estrarre ed ottenere informazioni di interesse pubblico circa la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, nello specifico si intende sapere: quali sono i Paesi di origine di produzione dei dispositivi, distribuzione geografica delle società fornitrici all'interno e all'esterno dell'Unione europea, volumi di fornitura che riguardano rispettivamente l'Italia e i Paesi esteri».
La mail è partita ieri. Ci vorranno 90 giorni per ottenere le risposte. E queste saranno interessanti per capire le scelte geopolitiche che stanno dietro ai flussi di import. Siamo contenti che - con l'arrivo dell'inverno e delle tradizionali influenze - ospedali e presidi possano garantire a chiunque protezioni e Dpi. Ma perché promettere l'autarchia se poi si scopre che quasi tutto arriva dalla Cina? Lo storytelling degli aiuti che fine ha fatto? In fondo è una questione di business e - giustamente - chi ha capacità produttiva ci guadagna. Bene ha fatto Zennaro a bussare alla porta di Arcuri e chiedere informazioni dettagliate. Si tratta di un incarico che arriva dalla presidenza del Consiglio e dovrebbe garantire la massima trasparenza. Invece, la gestione delle mascherine rischia di ricalcare quella dei banchi. Una gara annunciata senza che fosse effettivamente assegnata e poi gestita come se si trattasse di chiamata diretta. Il tutto coperto da un segreto quasi di Stato. Parliamo però di banchi pagati dai contribuenti e non di dispositivi militari top secret.
Da Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più
Nell'ennesimo Dpcm con cui Giuseppe Conte si prepara a prorogare lo stato d'emergenza fino al 31 gennaio, sarà inclusa una stretta sulle Regioni: Roma chiederà ai governatori di rimangiarsi il via libera all'ingresso di più di 200 persone nei Palasport, con occupazione delle strutture al 25%. Al chiuso (palazzetti, cinema o teatri), il limite dei 200 resterà tassativo; all'aperto, negli stadi, si potrà arrivare fino a 1.000 spettatori. Bocciate, insomma, le deroghe consentite da Abruzzo, Basilicata, Emilia, Lombardia e Veneto. Il provvedimento dell'esecutivo sarà discusso lunedì dal cdm e presentato in Parlamento martedì dal ministro della Salute, Roberto Speranza.
L'emergenza permanente, però, scontenta ormai anche diversi ambienti di sinistra ed esponenti illustri della casta dei competenti. Già da mesi, ad esempio, il giurista ed ex membro della Consulta, Sabino Cassese, contesta la legittimità dei Dpcm, con i quali Conte ha compresso le libertà degli italiani. Ieri, Cassese è tornato a tuonare sulla proroga dell'emergenza: «Mi sono domandato se non sia una dichiarazione di impotenza o, peggio ancora, di incapacità». In effetti, qualcosa non ha funzionato se, dopo otto mesi dallo scoppio della pandemia, non riusciamo ancora a gestire la situazione con gli strumenti ordinari. Significativo anche il pulpito mediatico dello studioso: InBlu radio, il network delle emittenti cattoliche della Cei. I vescovi italiani, in effetti, hanno mal digerito la lunga sospensione delle cerimonie di culto. E hanno dovuto battagliare, per riottenere l'ok alle messe, a maggio inoltrato.
Non finisce qui. Su Domani, il quotidiano edito da Carlo De Benedetti, Vitalba Azzollini ha firmato un editoriale con un titolo degno di Giorgio Agamben: «L'emergenza permanente come strumento di potere».
I malumori dell'establishment, a questo punto, tornano a chiamare in causa il Quirinale. A primavera, era emerso che sul Colle serpeggiava un certo sconcerto per il one man show di Giuseppi, a colpi di decreti e dirette fiume. Con l'avvocato che ha tentato di bruciare la ricandidatura di Sergio Mattarella, attraverso un pubblico endorsement, che in questi casi sortisce l'effetto contrario (e il premier ne è consapevoli), l'arietta di lockdown, sia pure tra le rassicurazioni di Palazzo Chigi, può disturbare la tregua armata.
Certo, il premier adesso difficilmente avrebbe potuto agire diversamente. Il 14 luglio, in un momento in cui l'epidemia appariva sotto controllo, aveva prolungato l'emergenza fino al 15 ottobre. Una misura che aveva sollevato un tale polverone da costringere Conte, per la prima volta, a confrontarsi con l'Aula. Decidere di non rinnovare il provvedimento ora, con i contagi e i ricoveri in aumento e con la prospettiva dell'incognita invernale, sarebbe stato profondamente incoerente. E avrebbe avvalorato i sospetti di chi, quest'estate, vedeva nella proroga un trucco per blindare un governicchio scricchiolante e sempre più prossimo a una débâcle elettorale. Il pericolo di crisi politica, visto l'esito delle regionali, si è allontanato. Muoversi in un'altra direzione, per il presidente del Consiglio, sarebbe stato l'equivalente di una dichiarazione di colpevolezza.
Ma il nocciolo di un problema cui ormai anche la sinistra è sensibile, l'ha centrato ieri, su La 7, Daniela Santanchè. La senatrice di Fdi ha sottolineato che la proroga dello stato d'emergenza è un «unicum in Europa. Questo governo opaco e poco trasparente ci dica la verità: sta nascondendo i dati veri o è solo depistaggio per nascondere liti tra Pd e 5 stelle?». Invero, i pieni poteri significano anche una delega in bianco per il Comitato tecnico scientifico. Gli sprazzi di verbali diffusi hanno dimostrato che il gruppo di esperti ha avuto tutt'altro che le idee chiare - e che c'è stata tutt'altro che armonia con i decisori politici. Il recente e riuscito tentativo di bloccare la pubblicazione delle altre carte rafforza l'alone di mistero intorno a un organismo che ha operato nell'ombra, insieme al dominus Conte. In tali circostanze, semmai, dovrebbe valere un vecchio motto commerciale: vedere cammello. Oppure riprendersi le libertà scippate.
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A maggio, il commissario prometteva protezioni solo italiane entro settembre. Invece, in otto mesi ne abbiamo importate 3 miliardi (quasi tutte dalla Cina), restando lontani dall'autosufficienza. E ora Antonio Zennaro (Copasir) chiede informazioni sulla qualità dei prodotti.Da Giuseppe Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più. Pronto un Dpcm per serrare i Palasport. Sabino Cassese critica la proroga dell'emergenza. Lo speciale comprende due articoli. Il mondo della comunicazione ormai sovrasta quello dell'informazione. Vale in tanti campi. Se un tempo lo storytelling era prerogativa del marketing, oggi la comunicazione influenza sempre più la politica e spesso anche il mondo dei manager pubblici. Il caso di Domenico Arcuri è quasi da scuola e non ci riferiamo solo alla gestione dei banchi.«A settembre ci saranno sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane», annunciava con orgoglio, il 27 maggio, il commissario per l'emergenza in commissione Affari sociali alla Camera, sottolineando che per quella data la produzione italiana sarebbe stata a pieno regime. «Entro la fine di giugno», aggiungeva l'ad di Invitalia, le 51 macchine acquistate dallo Stato per la produzione dei dispositivi saranno in grado di immettere sul mercato 31 milioni di mascherine al giorno. Le settimane sono passate, il caldo estivo se ne è andato ed è arrivato ottobre. Eppure l'autarchia delle mascherine e dei dispositivi di protezione sembra ancora un miraggio. Posto che fosse la strada veramente da percorrere per proteggerci dal Covid. La promessa era invece nero su bianco in una occasione che più istituzionale non si può. Invece i flussi di ingresso di mascherine dall'Oriente e soprattutto dalla Cina non sono cambiati in maniera sostanziale. Dagli ultimi giorni di febbraio alla metà di maggio ne sono state importate circa 1,5 miliardi. Da quella data a oggi altri 1,7 miliardi (basta andare sul sito delle Dogane e verificarlo). Il flusso dell'import è chiaramente sceso ma di poco. Segno che servono e se ne utilizzano. Vuol dire che i magazzini devono rimanere pieni e le tanto promesse produzioni italiche non sono entrate a regime. Certo, come sempre ci vuole tempo. Riconvertire è complesso. Lo sta facendo anche Fca. Far andare a regime macchinari richiede l'applicazione di precisi piani industriali. Però è bene sapere che se nel periodo febbraio-maggio, secondo i dati di Assosistema di Confindustria, il Paese ha speso per importare Dpi la cifra di 1,1 miliardi di euro (90% destinati alla Cina) significa che nei 4 mesi successivi ne ha spesi altrettanti. Quasi 2 miliardi di euro che pesano sulla bilancia commerciale e che sono per giunta destinati a crescere. Nel Lazio è ormai obbligatorio indossare le mascherine pure all'aperto e altre Regioni seguiranno. D'altronde l'input arrivato dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, è quello di imporre l'obbligo lungo tutta la penisola. Il consumo di dispositivi si impennerà drasticamente e le promesse di Arcuri rischiano di fallire due volte. Non aver raggiunto l'obiettivo prefissato con ottobre e arrivare a fine anno con un saldo commerciale ancora più negativo per l'Italia. Ieri, l'onorevole del gruppo misto, Antonio Zennaro, che è anche membro del Copasir, ha depositato una interrogazione al premier per chiedere contezza della spesa complessiva del sistema Paese e soprattutto per verificare che il commissario svincolato dalle normative ordinarie non abbia saltato troppi controlli e importato prodotti che in Europa sarebbero da considerare irregolari. Dopo aver speso 2 miliardi, sarebbe una beffa. Zennaro ha anche fatto istanza di accesso ai documenti. La richiesta formale è «al fine di estrarre ed ottenere informazioni di interesse pubblico circa la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, nello specifico si intende sapere: quali sono i Paesi di origine di produzione dei dispositivi, distribuzione geografica delle società fornitrici all'interno e all'esterno dell'Unione europea, volumi di fornitura che riguardano rispettivamente l'Italia e i Paesi esteri». La mail è partita ieri. Ci vorranno 90 giorni per ottenere le risposte. E queste saranno interessanti per capire le scelte geopolitiche che stanno dietro ai flussi di import. Siamo contenti che - con l'arrivo dell'inverno e delle tradizionali influenze - ospedali e presidi possano garantire a chiunque protezioni e Dpi. Ma perché promettere l'autarchia se poi si scopre che quasi tutto arriva dalla Cina? Lo storytelling degli aiuti che fine ha fatto? In fondo è una questione di business e - giustamente - chi ha capacità produttiva ci guadagna. Bene ha fatto Zennaro a bussare alla porta di Arcuri e chiedere informazioni dettagliate. Si tratta di un incarico che arriva dalla presidenza del Consiglio e dovrebbe garantire la massima trasparenza. Invece, la gestione delle mascherine rischia di ricalcare quella dei banchi. Una gara annunciata senza che fosse effettivamente assegnata e poi gestita come se si trattasse di chiamata diretta. Il tutto coperto da un segreto quasi di Stato. Parliamo però di banchi pagati dai contribuenti e non di dispositivi militari top secret.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcuri-fallisce-pure-sull-autarchia-dei-dpi-2647967733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-conte-nuova-stretta-sulle-regioni-ma-anche-la-sinistra-non-ne-puo-piu" data-post-id="2647967733" data-published-at="1601678880" data-use-pagination="False"> Da Conte nuova stretta sulle Regioni. Ma anche la sinistra non ne può più Nell'ennesimo Dpcm con cui Giuseppe Conte si prepara a prorogare lo stato d'emergenza fino al 31 gennaio, sarà inclusa una stretta sulle Regioni: Roma chiederà ai governatori di rimangiarsi il via libera all'ingresso di più di 200 persone nei Palasport, con occupazione delle strutture al 25%. Al chiuso (palazzetti, cinema o teatri), il limite dei 200 resterà tassativo; all'aperto, negli stadi, si potrà arrivare fino a 1.000 spettatori. Bocciate, insomma, le deroghe consentite da Abruzzo, Basilicata, Emilia, Lombardia e Veneto. Il provvedimento dell'esecutivo sarà discusso lunedì dal cdm e presentato in Parlamento martedì dal ministro della Salute, Roberto Speranza. L'emergenza permanente, però, scontenta ormai anche diversi ambienti di sinistra ed esponenti illustri della casta dei competenti. Già da mesi, ad esempio, il giurista ed ex membro della Consulta, Sabino Cassese, contesta la legittimità dei Dpcm, con i quali Conte ha compresso le libertà degli italiani. Ieri, Cassese è tornato a tuonare sulla proroga dell'emergenza: «Mi sono domandato se non sia una dichiarazione di impotenza o, peggio ancora, di incapacità». In effetti, qualcosa non ha funzionato se, dopo otto mesi dallo scoppio della pandemia, non riusciamo ancora a gestire la situazione con gli strumenti ordinari. Significativo anche il pulpito mediatico dello studioso: InBlu radio, il network delle emittenti cattoliche della Cei. I vescovi italiani, in effetti, hanno mal digerito la lunga sospensione delle cerimonie di culto. E hanno dovuto battagliare, per riottenere l'ok alle messe, a maggio inoltrato. Non finisce qui. Su Domani, il quotidiano edito da Carlo De Benedetti, Vitalba Azzollini ha firmato un editoriale con un titolo degno di Giorgio Agamben: «L'emergenza permanente come strumento di potere». I malumori dell'establishment, a questo punto, tornano a chiamare in causa il Quirinale. A primavera, era emerso che sul Colle serpeggiava un certo sconcerto per il one man show di Giuseppi, a colpi di decreti e dirette fiume. Con l'avvocato che ha tentato di bruciare la ricandidatura di Sergio Mattarella, attraverso un pubblico endorsement, che in questi casi sortisce l'effetto contrario (e il premier ne è consapevoli), l'arietta di lockdown, sia pure tra le rassicurazioni di Palazzo Chigi, può disturbare la tregua armata. Certo, il premier adesso difficilmente avrebbe potuto agire diversamente. Il 14 luglio, in un momento in cui l'epidemia appariva sotto controllo, aveva prolungato l'emergenza fino al 15 ottobre. Una misura che aveva sollevato un tale polverone da costringere Conte, per la prima volta, a confrontarsi con l'Aula. Decidere di non rinnovare il provvedimento ora, con i contagi e i ricoveri in aumento e con la prospettiva dell'incognita invernale, sarebbe stato profondamente incoerente. E avrebbe avvalorato i sospetti di chi, quest'estate, vedeva nella proroga un trucco per blindare un governicchio scricchiolante e sempre più prossimo a una débâcle elettorale. Il pericolo di crisi politica, visto l'esito delle regionali, si è allontanato. Muoversi in un'altra direzione, per il presidente del Consiglio, sarebbe stato l'equivalente di una dichiarazione di colpevolezza. Ma il nocciolo di un problema cui ormai anche la sinistra è sensibile, l'ha centrato ieri, su La 7, Daniela Santanchè. La senatrice di Fdi ha sottolineato che la proroga dello stato d'emergenza è un «unicum in Europa. Questo governo opaco e poco trasparente ci dica la verità: sta nascondendo i dati veri o è solo depistaggio per nascondere liti tra Pd e 5 stelle?». Invero, i pieni poteri significano anche una delega in bianco per il Comitato tecnico scientifico. Gli sprazzi di verbali diffusi hanno dimostrato che il gruppo di esperti ha avuto tutt'altro che le idee chiare - e che c'è stata tutt'altro che armonia con i decisori politici. Il recente e riuscito tentativo di bloccare la pubblicazione delle altre carte rafforza l'alone di mistero intorno a un organismo che ha operato nell'ombra, insieme al dominus Conte. In tali circostanze, semmai, dovrebbe valere un vecchio motto commerciale: vedere cammello. Oppure riprendersi le libertà scippate.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.