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2022-07-17
Aperta la caccia al grillino pentito
deputati del Movimento 5 Stelle non partecipano al voto finale sul dl Aiuti alla Camera dei Deputati (Ansa)
Hanno innescato una crisi al buio e sono rimasti col cerino in mano che davvero non basta a far luce sul percorso futuro, al punto da tentare di appiopparlo alla causa del loro scontento, Mario Draghi.
Della serie, non è il Movimento a essere irresponsabile, come vanno ripetendo tutti gli altri, ma chi non ha ascoltato le proposte avanzate dai pentastellati. Quindi noi, M5s, ci siamo e non serve alcun voto di fiducia, è Draghi che deve decidere se restare. Proprio così ha detto ieri sera su Facebook Giuseppe Conte, prima dell’inizio dell’assemblea congiunta di deputati e senatori: «L’atteggiamento del premier Draghi è incomprensibile e di totale chiusura» rivendicando per il proprio partito un comportamento trasparente e ricordando di aver chiesto più volte di estrapolare il voto sul termovalorizzatore di Roma dal dl Aiuti. «Qualcuno ha parlato di ricatto? Lo abbiamo subito, quando abbiamo partecipato alla votazione è chiaro che abbiamo provato a circoscrivere al minimo il significato politico di questa linearità e coerenza. Non era un’astensione né una mozione, ma il premier ne ha tratto le conseguenze che ha dovuto. Ritenevamo che potesse operare in maniera diversa. Ma abbiamo ricavato che quella nostra mancata partecipazione sia stata interpretata come una rottura».
Secondo Conte, Draghi ha interpretato male il non voto ma «noi abbiamo mandato giù tutto e chiesto soltanto risposte concrete. A questo punto, significa che ci vogliono fuori dalla maggioranza perché siamo scomodi».
E la linea per mercoledì prossimo è chiara: «Tutti stanno facendo pressione perché Draghi prosegua, noi non vogliamo tirarlo per la giacchetta, ma non potremo condividere alcuna responsabilità di governo se non ci sarà chiarezza sul documento politico consegnato e indicazione concreta sulla risoluzione di quelle questioni. Purtroppo non è più tempo dichiarazioni di intenti, ma definire un’agenda di governo chiara e un cronoprogramma specifico, valuterà Draghi se ci sono le condizioni per il M5s di inserire la sua azione politica in un contesto che si sta rivelando poco coeso. Senza risposte chiare, è evidente che il M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo, ci sentiremo liberi e sereni di votare e partecipare quel che serve al Paese di volta in volta, quel che serve ai cittadini portando avanti la nostra azione politica del tutto disinteressatamente».
Insomma, uscire dal governo e passare all’opposizione parrebbe la strategia di Conte, deciso però a evitare le urne, che si tradurrebbero in una ddébâcle epocale, nel breve periodo. Resta da capire ancora se ci saranno le dimissioni dei ministri, anche se il responsabile delle Politiche agricole Stefano Patuanelli aveva detto: «Se Conte lo chiede noi ci dimettiamo, ma non l’ha fatto». Ipotesi tuttavia sempre più lontana.
L’avvocato di Volturara Appula ha parlato prima di un’assemblea congiunta in una giornata in cui era andato in scena un confronto serrato tra i pentastellati, costretti a scegliere se ritirare o meno la propria delegazione dal governo, evitando però il rischio di una «scissione dell’atomo» considerate le divisioni tra governisti e oltranzisti, tra annunci, rinvii, smentite e scappatoie furbesche. La mattinata era iniziata con il Consiglio nazionale, durato cinque ore, per fare il punto della situazione sulla crisi di governo, ma nel frattempo il capogruppo alla Camera, Davide Crippa, aveva fissato l’assemblea dei deputati grillini, scavalcando Conte e scatenando aspre polemiche fra i pentastellati per discutere la linea da tenere in vista di mercoledì prossimo. A Montecitorio, infatti, non tutti i pentastellati condividono la scelta di lasciare il governo, dopo averlo terremotato. E per allineare i due rami del Parlamento che, in casa 5 Stelle, vanno a due velocità diverse, è stato deciso, dopo averla fatta slittare tre volte (dalle ore 15 alle 16,30-18,30,19,30), di fare un’assemblea congiunta Camera-Senato «dalle ore 19,30 alle ore 23, con eventuale prosecuzione nella mattinata di domani (oggi, ndr). «La congiunta è stata convocata per evitare che Conte perda il controllo dei gruppi» ha detto un big del Movimento all’Adnkronos, «perché sa che i deputati non hanno la posizione dei senatori, e se si va al no a Draghi a prescindere alla Camera si rischia un salasso, con nuovi addii». In mattinata era arrivato un affondo dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, tra le voci più critiche nel Movimento sulla scelta di non votare la fiducia al dl Aiuti.
Il ministro ha illustrato uno scenario «estremamente critico» con i decreti-legge pendenti in Parlamento che potrebbero subire uno stop e con le «riforme abilitanti per raggiungere gli obiettivi del Pnrr entro dicembre 2022» che non giungerebbero al traguardo, dalla concorrenza, ancora da approvare in Parlamento, alla giustizia, che aspetta invece i decreti attuativi.
La mobilitazione per il Draghi bis arruola sindaci, sanitari e trasporti
«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», fa dire Bertolt Brecht a Galileo Galilei: scomparso nel 1956, il drammaturgo tedesco non ha fatto in tempo ad aggiungere il doveroso «a meno che l’eroe non sia Mario Draghi». Dopo gli appelli a restare in carica arrivati da Vaticano, Stati Uniti, Europa e da ogni angolo della galassia, in queste ore moltitudini di personaggi politici, protagonisti istituzionali, leader di associazioni e organizzazioni sindacali, stanno implorando Draghi affinché, seppure amareggiato dalle bizze dei partiti, faccia uno sforzo e resti alla guida di questa disperata Italia, (quasi) vedova inconsolabile del Nonno al servizio delle istituzioni. A proposito di Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, preoccupato per l’ipotesi di una crisi di governo, lascia trapelare che se Draghi non torna sui suoi passi si va al voto in autunno: un modo come un altro per mettere pressione ai parlamentari, preoccupati pure loro, ma dalla possibilità di dire addio a poltrona e stipendio. La più imprevedibile delle preghiere è recitata dalla Cgil. Il sindacato guidato da Maurizio Landini diffonde una nota che si conclude con parole affrante: «Siamo rispettosi delle soluzioni che il parlamento dovrà individuare», recita la nota della segreteria, «ma ribadiamo con forza che la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono avere presente. Non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme».
Tra le chicche registrate ieri vanno segnalate quella della senatrice del Pd Tatjana Rojc, secondo la quale aver fatto innervosire Draghi è «un delitto contro 60 milioni di cittadini italiani e l’Unione europea», e le previsioni apocalittiche del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che a Politico afferma: «Ora dubito che possiamo inviare armi all’Ucraina» (non si sa perché ma non sarebbe un gran danno). «Se salta il governo Draghi», insiste Di Maio, «salta il tetto massimo al prezzo del gas europeo», un tetto che non è mai stato fissato, ma Giggino è in piena trance agonistica: «C’era un Consiglio europeo dopo l’estate», aggiunge il ministro degli Esteri, «molto importante, ovviamente salta». Se Draghi si dimette quindi a sentire Di Maio non ci saranno più Consigli europei, e chi lo sa se continueranno a svolgersi il G7, il G20, le assemblee generali dell’Onu, il Festival di Sanremo e i campionati di calcio in tutto il mondo.
«Chiediamo a Mario Draghi di andare avanti», scrivono i sindaci di Venezia (Luigi Brugnaro), Genova (Marco Bucci), Bari (Antonio Decaro), Ravenna (Michele De Pascale), Bergamo (Giorgio Gori), Roma (Roberto Gualtieri), Torino (Stefano Lorusso), Firenze (Dario Nardella), Asti (Maurizio Rasero), Pesaro (Matteo Ricci) e Milano (Beppe Sala). «Draghi», aggiungono gli undici sindaci, «ha scelto con coraggio e rigore di non accontentarsi della fiducia numerica ottenuta in aula ma di esigere la sincera e leale fiducia politica di tutti i partiti che lo hanno sostenuto dall’inizio». Secondo costoro, dunque, in Italia la fiducia a un governo non è il risultato di un voto del parlamento ma una professione di fede: «Credo in un solo premier, creatore del cielo e della terra». Essendo i sindaci italiani 7.904 in totale, ne mancano 7.893: sui Comuni da loro amministrati incombono grandine e carestia. Non a caso il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, appena appreso della lettera fa sapere di «condividerne lo spirito», e sul golfo continua a splendere il sole. Si accoda anche il sindaco di Monza, Paolo Pilotto, mentre quello di Bologna, Matteo Lepore, dice di averla firmata pure lui, e che il mancato inserimento del suo nome «è dovuto solo a un ritardo nella risposta». Verrà perdonato? Non si sa.
Le organizzazioni territoriali di Confindustria pure lanciano accorati appelli al quasi ex premier: «L’auspicio è che Mario Draghi possa riprendere la sua azione di governo», dice il presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, con un concetto ripreso in maniera pressoché identica dai leader di Veneto, Piemonte, Romagna, Campania, Basilicata, Calabria. Un «accorato appello al presidente Draghi e al ministro Speranza», perché «non è il tempo di lasciare solo chi, da oltre due anni combatte in prima linea la battaglia, ancora in corso, contro il Covid-19», viene sottoscritto dai leader degli ordini delle professioni sanitarie: psicologi, chimici e fisici, medici chirurghi e odontoiatri, infermieri, ostetrici, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici della riabilitazione e della prevenzione, veterinari, biologi e assistenti sociali.
Vergata su un foglio bagnato di lacrime la richiesta «al presidente del Consiglio Mario Draghi di restare in carica» firmata ieri dalle associazioni dei trasporti: Conftrasporto, Confetra, Anasped, Angopi, Anna, Assarmatori, Assiterminal, Assocad, Assocostieri, Assoferr, Assologistica, Assotir, Associazione nazionale gestori rifiuti manutenzioni spurghi reti fognarie e idriche, Clia, Fai, Fedepiloti, Federagenti, Federlogistica, Federtraslochi, Fedespedi, Fiap, Fise Uniport e Unitai. Fa rumore il silenzio dell’Associazione nazionale amanti della braciola al rosmarino, ma mancano ancora 72 ore a mercoledì. Ma in tutto ciò, Draghi inizia almeno a vacillare di fronte a questa valanga di implorazioni? Che aria tira a Palazzo Chigi? «Sempre la stessa», sospira alla Verità una fonte informata dei fatti. Se Giuseppe Conte, avvertendo il peso del peccato commesso gravare sul suo animo, indossasse il saio del penitente, forse potrebbe aprirsi uno spiraglio. Molto forse.
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Continua il pressing: ci si mettono pure i sindaci. Pd e Quirinale puntano a polverizzare il M5s e convincere più onorevoli possibili a ricucire. Imbarazzante video di Giuseppe Conte: non volevamo rompere, ma senza risposte dal premier sui nostri punti siamo fuori. Centrodestra: mai più coi pentastellati. Mario Draghi per ora non pare disposto a rientrare.Non solo Ue, Usa e Chiesa. A pregare il premier di restare alla guida dell’esecutivo sono primi cittadini, persino la Cgil, associazioni professionali e di categoria. Senza di lui il mondo si ferma. E si spera che Giuseppi si penta. Ma vuole l’opposizione, evitando le elezioni. E incombe il rischio scissione.Lo speciale contiene due articoli.Hanno innescato una crisi al buio e sono rimasti col cerino in mano che davvero non basta a far luce sul percorso futuro, al punto da tentare di appiopparlo alla causa del loro scontento, Mario Draghi. Della serie, non è il Movimento a essere irresponsabile, come vanno ripetendo tutti gli altri, ma chi non ha ascoltato le proposte avanzate dai pentastellati. Quindi noi, M5s, ci siamo e non serve alcun voto di fiducia, è Draghi che deve decidere se restare. Proprio così ha detto ieri sera su Facebook Giuseppe Conte, prima dell’inizio dell’assemblea congiunta di deputati e senatori: «L’atteggiamento del premier Draghi è incomprensibile e di totale chiusura» rivendicando per il proprio partito un comportamento trasparente e ricordando di aver chiesto più volte di estrapolare il voto sul termovalorizzatore di Roma dal dl Aiuti. «Qualcuno ha parlato di ricatto? Lo abbiamo subito, quando abbiamo partecipato alla votazione è chiaro che abbiamo provato a circoscrivere al minimo il significato politico di questa linearità e coerenza. Non era un’astensione né una mozione, ma il premier ne ha tratto le conseguenze che ha dovuto. Ritenevamo che potesse operare in maniera diversa. Ma abbiamo ricavato che quella nostra mancata partecipazione sia stata interpretata come una rottura». Secondo Conte, Draghi ha interpretato male il non voto ma «noi abbiamo mandato giù tutto e chiesto soltanto risposte concrete. A questo punto, significa che ci vogliono fuori dalla maggioranza perché siamo scomodi». E la linea per mercoledì prossimo è chiara: «Tutti stanno facendo pressione perché Draghi prosegua, noi non vogliamo tirarlo per la giacchetta, ma non potremo condividere alcuna responsabilità di governo se non ci sarà chiarezza sul documento politico consegnato e indicazione concreta sulla risoluzione di quelle questioni. Purtroppo non è più tempo dichiarazioni di intenti, ma definire un’agenda di governo chiara e un cronoprogramma specifico, valuterà Draghi se ci sono le condizioni per il M5s di inserire la sua azione politica in un contesto che si sta rivelando poco coeso. Senza risposte chiare, è evidente che il M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo, ci sentiremo liberi e sereni di votare e partecipare quel che serve al Paese di volta in volta, quel che serve ai cittadini portando avanti la nostra azione politica del tutto disinteressatamente». Insomma, uscire dal governo e passare all’opposizione parrebbe la strategia di Conte, deciso però a evitare le urne, che si tradurrebbero in una ddébâcle epocale, nel breve periodo. Resta da capire ancora se ci saranno le dimissioni dei ministri, anche se il responsabile delle Politiche agricole Stefano Patuanelli aveva detto: «Se Conte lo chiede noi ci dimettiamo, ma non l’ha fatto». Ipotesi tuttavia sempre più lontana. L’avvocato di Volturara Appula ha parlato prima di un’assemblea congiunta in una giornata in cui era andato in scena un confronto serrato tra i pentastellati, costretti a scegliere se ritirare o meno la propria delegazione dal governo, evitando però il rischio di una «scissione dell’atomo» considerate le divisioni tra governisti e oltranzisti, tra annunci, rinvii, smentite e scappatoie furbesche. La mattinata era iniziata con il Consiglio nazionale, durato cinque ore, per fare il punto della situazione sulla crisi di governo, ma nel frattempo il capogruppo alla Camera, Davide Crippa, aveva fissato l’assemblea dei deputati grillini, scavalcando Conte e scatenando aspre polemiche fra i pentastellati per discutere la linea da tenere in vista di mercoledì prossimo. A Montecitorio, infatti, non tutti i pentastellati condividono la scelta di lasciare il governo, dopo averlo terremotato. E per allineare i due rami del Parlamento che, in casa 5 Stelle, vanno a due velocità diverse, è stato deciso, dopo averla fatta slittare tre volte (dalle ore 15 alle 16,30-18,30,19,30), di fare un’assemblea congiunta Camera-Senato «dalle ore 19,30 alle ore 23, con eventuale prosecuzione nella mattinata di domani (oggi, ndr). «La congiunta è stata convocata per evitare che Conte perda il controllo dei gruppi» ha detto un big del Movimento all’Adnkronos, «perché sa che i deputati non hanno la posizione dei senatori, e se si va al no a Draghi a prescindere alla Camera si rischia un salasso, con nuovi addii». In mattinata era arrivato un affondo dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, tra le voci più critiche nel Movimento sulla scelta di non votare la fiducia al dl Aiuti. Il ministro ha illustrato uno scenario «estremamente critico» con i decreti-legge pendenti in Parlamento che potrebbero subire uno stop e con le «riforme abilitanti per raggiungere gli obiettivi del Pnrr entro dicembre 2022» che non giungerebbero al traguardo, dalla concorrenza, ancora da approvare in Parlamento, alla giustizia, che aspetta invece i decreti attuativi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aperta-caccia-grillino-pentito-2657683105.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mobilitazione-per-il-draghi-bis-arruola-sindaci-sanitari-e-trasporti" data-post-id="2657683105" data-published-at="1658012253" data-use-pagination="False"> La mobilitazione per il Draghi bis arruola sindaci, sanitari e trasporti «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», fa dire Bertolt Brecht a Galileo Galilei: scomparso nel 1956, il drammaturgo tedesco non ha fatto in tempo ad aggiungere il doveroso «a meno che l’eroe non sia Mario Draghi». Dopo gli appelli a restare in carica arrivati da Vaticano, Stati Uniti, Europa e da ogni angolo della galassia, in queste ore moltitudini di personaggi politici, protagonisti istituzionali, leader di associazioni e organizzazioni sindacali, stanno implorando Draghi affinché, seppure amareggiato dalle bizze dei partiti, faccia uno sforzo e resti alla guida di questa disperata Italia, (quasi) vedova inconsolabile del Nonno al servizio delle istituzioni. A proposito di Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, preoccupato per l’ipotesi di una crisi di governo, lascia trapelare che se Draghi non torna sui suoi passi si va al voto in autunno: un modo come un altro per mettere pressione ai parlamentari, preoccupati pure loro, ma dalla possibilità di dire addio a poltrona e stipendio. La più imprevedibile delle preghiere è recitata dalla Cgil. Il sindacato guidato da Maurizio Landini diffonde una nota che si conclude con parole affrante: «Siamo rispettosi delle soluzioni che il parlamento dovrà individuare», recita la nota della segreteria, «ma ribadiamo con forza che la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono avere presente. Non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme». Tra le chicche registrate ieri vanno segnalate quella della senatrice del Pd Tatjana Rojc, secondo la quale aver fatto innervosire Draghi è «un delitto contro 60 milioni di cittadini italiani e l’Unione europea», e le previsioni apocalittiche del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che a Politico afferma: «Ora dubito che possiamo inviare armi all’Ucraina» (non si sa perché ma non sarebbe un gran danno). «Se salta il governo Draghi», insiste Di Maio, «salta il tetto massimo al prezzo del gas europeo», un tetto che non è mai stato fissato, ma Giggino è in piena trance agonistica: «C’era un Consiglio europeo dopo l’estate», aggiunge il ministro degli Esteri, «molto importante, ovviamente salta». Se Draghi si dimette quindi a sentire Di Maio non ci saranno più Consigli europei, e chi lo sa se continueranno a svolgersi il G7, il G20, le assemblee generali dell’Onu, il Festival di Sanremo e i campionati di calcio in tutto il mondo. «Chiediamo a Mario Draghi di andare avanti», scrivono i sindaci di Venezia (Luigi Brugnaro), Genova (Marco Bucci), Bari (Antonio Decaro), Ravenna (Michele De Pascale), Bergamo (Giorgio Gori), Roma (Roberto Gualtieri), Torino (Stefano Lorusso), Firenze (Dario Nardella), Asti (Maurizio Rasero), Pesaro (Matteo Ricci) e Milano (Beppe Sala). «Draghi», aggiungono gli undici sindaci, «ha scelto con coraggio e rigore di non accontentarsi della fiducia numerica ottenuta in aula ma di esigere la sincera e leale fiducia politica di tutti i partiti che lo hanno sostenuto dall’inizio». Secondo costoro, dunque, in Italia la fiducia a un governo non è il risultato di un voto del parlamento ma una professione di fede: «Credo in un solo premier, creatore del cielo e della terra». Essendo i sindaci italiani 7.904 in totale, ne mancano 7.893: sui Comuni da loro amministrati incombono grandine e carestia. Non a caso il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, appena appreso della lettera fa sapere di «condividerne lo spirito», e sul golfo continua a splendere il sole. Si accoda anche il sindaco di Monza, Paolo Pilotto, mentre quello di Bologna, Matteo Lepore, dice di averla firmata pure lui, e che il mancato inserimento del suo nome «è dovuto solo a un ritardo nella risposta». Verrà perdonato? Non si sa. Le organizzazioni territoriali di Confindustria pure lanciano accorati appelli al quasi ex premier: «L’auspicio è che Mario Draghi possa riprendere la sua azione di governo», dice il presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, con un concetto ripreso in maniera pressoché identica dai leader di Veneto, Piemonte, Romagna, Campania, Basilicata, Calabria. Un «accorato appello al presidente Draghi e al ministro Speranza», perché «non è il tempo di lasciare solo chi, da oltre due anni combatte in prima linea la battaglia, ancora in corso, contro il Covid-19», viene sottoscritto dai leader degli ordini delle professioni sanitarie: psicologi, chimici e fisici, medici chirurghi e odontoiatri, infermieri, ostetrici, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici della riabilitazione e della prevenzione, veterinari, biologi e assistenti sociali. Vergata su un foglio bagnato di lacrime la richiesta «al presidente del Consiglio Mario Draghi di restare in carica» firmata ieri dalle associazioni dei trasporti: Conftrasporto, Confetra, Anasped, Angopi, Anna, Assarmatori, Assiterminal, Assocad, Assocostieri, Assoferr, Assologistica, Assotir, Associazione nazionale gestori rifiuti manutenzioni spurghi reti fognarie e idriche, Clia, Fai, Fedepiloti, Federagenti, Federlogistica, Federtraslochi, Fedespedi, Fiap, Fise Uniport e Unitai. Fa rumore il silenzio dell’Associazione nazionale amanti della braciola al rosmarino, ma mancano ancora 72 ore a mercoledì. Ma in tutto ciò, Draghi inizia almeno a vacillare di fronte a questa valanga di implorazioni? Che aria tira a Palazzo Chigi? «Sempre la stessa», sospira alla Verità una fonte informata dei fatti. Se Giuseppe Conte, avvertendo il peso del peccato commesso gravare sul suo animo, indossasse il saio del penitente, forse potrebbe aprirsi uno spiraglio. Molto forse.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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