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2022-07-17
Aperta la caccia al grillino pentito
deputati del Movimento 5 Stelle non partecipano al voto finale sul dl Aiuti alla Camera dei Deputati (Ansa)
Hanno innescato una crisi al buio e sono rimasti col cerino in mano che davvero non basta a far luce sul percorso futuro, al punto da tentare di appiopparlo alla causa del loro scontento, Mario Draghi.
Della serie, non è il Movimento a essere irresponsabile, come vanno ripetendo tutti gli altri, ma chi non ha ascoltato le proposte avanzate dai pentastellati. Quindi noi, M5s, ci siamo e non serve alcun voto di fiducia, è Draghi che deve decidere se restare. Proprio così ha detto ieri sera su Facebook Giuseppe Conte, prima dell’inizio dell’assemblea congiunta di deputati e senatori: «L’atteggiamento del premier Draghi è incomprensibile e di totale chiusura» rivendicando per il proprio partito un comportamento trasparente e ricordando di aver chiesto più volte di estrapolare il voto sul termovalorizzatore di Roma dal dl Aiuti. «Qualcuno ha parlato di ricatto? Lo abbiamo subito, quando abbiamo partecipato alla votazione è chiaro che abbiamo provato a circoscrivere al minimo il significato politico di questa linearità e coerenza. Non era un’astensione né una mozione, ma il premier ne ha tratto le conseguenze che ha dovuto. Ritenevamo che potesse operare in maniera diversa. Ma abbiamo ricavato che quella nostra mancata partecipazione sia stata interpretata come una rottura».
Secondo Conte, Draghi ha interpretato male il non voto ma «noi abbiamo mandato giù tutto e chiesto soltanto risposte concrete. A questo punto, significa che ci vogliono fuori dalla maggioranza perché siamo scomodi».
E la linea per mercoledì prossimo è chiara: «Tutti stanno facendo pressione perché Draghi prosegua, noi non vogliamo tirarlo per la giacchetta, ma non potremo condividere alcuna responsabilità di governo se non ci sarà chiarezza sul documento politico consegnato e indicazione concreta sulla risoluzione di quelle questioni. Purtroppo non è più tempo dichiarazioni di intenti, ma definire un’agenda di governo chiara e un cronoprogramma specifico, valuterà Draghi se ci sono le condizioni per il M5s di inserire la sua azione politica in un contesto che si sta rivelando poco coeso. Senza risposte chiare, è evidente che il M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo, ci sentiremo liberi e sereni di votare e partecipare quel che serve al Paese di volta in volta, quel che serve ai cittadini portando avanti la nostra azione politica del tutto disinteressatamente».
Insomma, uscire dal governo e passare all’opposizione parrebbe la strategia di Conte, deciso però a evitare le urne, che si tradurrebbero in una ddébâcle epocale, nel breve periodo. Resta da capire ancora se ci saranno le dimissioni dei ministri, anche se il responsabile delle Politiche agricole Stefano Patuanelli aveva detto: «Se Conte lo chiede noi ci dimettiamo, ma non l’ha fatto». Ipotesi tuttavia sempre più lontana.
L’avvocato di Volturara Appula ha parlato prima di un’assemblea congiunta in una giornata in cui era andato in scena un confronto serrato tra i pentastellati, costretti a scegliere se ritirare o meno la propria delegazione dal governo, evitando però il rischio di una «scissione dell’atomo» considerate le divisioni tra governisti e oltranzisti, tra annunci, rinvii, smentite e scappatoie furbesche. La mattinata era iniziata con il Consiglio nazionale, durato cinque ore, per fare il punto della situazione sulla crisi di governo, ma nel frattempo il capogruppo alla Camera, Davide Crippa, aveva fissato l’assemblea dei deputati grillini, scavalcando Conte e scatenando aspre polemiche fra i pentastellati per discutere la linea da tenere in vista di mercoledì prossimo. A Montecitorio, infatti, non tutti i pentastellati condividono la scelta di lasciare il governo, dopo averlo terremotato. E per allineare i due rami del Parlamento che, in casa 5 Stelle, vanno a due velocità diverse, è stato deciso, dopo averla fatta slittare tre volte (dalle ore 15 alle 16,30-18,30,19,30), di fare un’assemblea congiunta Camera-Senato «dalle ore 19,30 alle ore 23, con eventuale prosecuzione nella mattinata di domani (oggi, ndr). «La congiunta è stata convocata per evitare che Conte perda il controllo dei gruppi» ha detto un big del Movimento all’Adnkronos, «perché sa che i deputati non hanno la posizione dei senatori, e se si va al no a Draghi a prescindere alla Camera si rischia un salasso, con nuovi addii». In mattinata era arrivato un affondo dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, tra le voci più critiche nel Movimento sulla scelta di non votare la fiducia al dl Aiuti.
Il ministro ha illustrato uno scenario «estremamente critico» con i decreti-legge pendenti in Parlamento che potrebbero subire uno stop e con le «riforme abilitanti per raggiungere gli obiettivi del Pnrr entro dicembre 2022» che non giungerebbero al traguardo, dalla concorrenza, ancora da approvare in Parlamento, alla giustizia, che aspetta invece i decreti attuativi.
La mobilitazione per il Draghi bis arruola sindaci, sanitari e trasporti
«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», fa dire Bertolt Brecht a Galileo Galilei: scomparso nel 1956, il drammaturgo tedesco non ha fatto in tempo ad aggiungere il doveroso «a meno che l’eroe non sia Mario Draghi». Dopo gli appelli a restare in carica arrivati da Vaticano, Stati Uniti, Europa e da ogni angolo della galassia, in queste ore moltitudini di personaggi politici, protagonisti istituzionali, leader di associazioni e organizzazioni sindacali, stanno implorando Draghi affinché, seppure amareggiato dalle bizze dei partiti, faccia uno sforzo e resti alla guida di questa disperata Italia, (quasi) vedova inconsolabile del Nonno al servizio delle istituzioni. A proposito di Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, preoccupato per l’ipotesi di una crisi di governo, lascia trapelare che se Draghi non torna sui suoi passi si va al voto in autunno: un modo come un altro per mettere pressione ai parlamentari, preoccupati pure loro, ma dalla possibilità di dire addio a poltrona e stipendio. La più imprevedibile delle preghiere è recitata dalla Cgil. Il sindacato guidato da Maurizio Landini diffonde una nota che si conclude con parole affrante: «Siamo rispettosi delle soluzioni che il parlamento dovrà individuare», recita la nota della segreteria, «ma ribadiamo con forza che la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono avere presente. Non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme».
Tra le chicche registrate ieri vanno segnalate quella della senatrice del Pd Tatjana Rojc, secondo la quale aver fatto innervosire Draghi è «un delitto contro 60 milioni di cittadini italiani e l’Unione europea», e le previsioni apocalittiche del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che a Politico afferma: «Ora dubito che possiamo inviare armi all’Ucraina» (non si sa perché ma non sarebbe un gran danno). «Se salta il governo Draghi», insiste Di Maio, «salta il tetto massimo al prezzo del gas europeo», un tetto che non è mai stato fissato, ma Giggino è in piena trance agonistica: «C’era un Consiglio europeo dopo l’estate», aggiunge il ministro degli Esteri, «molto importante, ovviamente salta». Se Draghi si dimette quindi a sentire Di Maio non ci saranno più Consigli europei, e chi lo sa se continueranno a svolgersi il G7, il G20, le assemblee generali dell’Onu, il Festival di Sanremo e i campionati di calcio in tutto il mondo.
«Chiediamo a Mario Draghi di andare avanti», scrivono i sindaci di Venezia (Luigi Brugnaro), Genova (Marco Bucci), Bari (Antonio Decaro), Ravenna (Michele De Pascale), Bergamo (Giorgio Gori), Roma (Roberto Gualtieri), Torino (Stefano Lorusso), Firenze (Dario Nardella), Asti (Maurizio Rasero), Pesaro (Matteo Ricci) e Milano (Beppe Sala). «Draghi», aggiungono gli undici sindaci, «ha scelto con coraggio e rigore di non accontentarsi della fiducia numerica ottenuta in aula ma di esigere la sincera e leale fiducia politica di tutti i partiti che lo hanno sostenuto dall’inizio». Secondo costoro, dunque, in Italia la fiducia a un governo non è il risultato di un voto del parlamento ma una professione di fede: «Credo in un solo premier, creatore del cielo e della terra». Essendo i sindaci italiani 7.904 in totale, ne mancano 7.893: sui Comuni da loro amministrati incombono grandine e carestia. Non a caso il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, appena appreso della lettera fa sapere di «condividerne lo spirito», e sul golfo continua a splendere il sole. Si accoda anche il sindaco di Monza, Paolo Pilotto, mentre quello di Bologna, Matteo Lepore, dice di averla firmata pure lui, e che il mancato inserimento del suo nome «è dovuto solo a un ritardo nella risposta». Verrà perdonato? Non si sa.
Le organizzazioni territoriali di Confindustria pure lanciano accorati appelli al quasi ex premier: «L’auspicio è che Mario Draghi possa riprendere la sua azione di governo», dice il presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, con un concetto ripreso in maniera pressoché identica dai leader di Veneto, Piemonte, Romagna, Campania, Basilicata, Calabria. Un «accorato appello al presidente Draghi e al ministro Speranza», perché «non è il tempo di lasciare solo chi, da oltre due anni combatte in prima linea la battaglia, ancora in corso, contro il Covid-19», viene sottoscritto dai leader degli ordini delle professioni sanitarie: psicologi, chimici e fisici, medici chirurghi e odontoiatri, infermieri, ostetrici, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici della riabilitazione e della prevenzione, veterinari, biologi e assistenti sociali.
Vergata su un foglio bagnato di lacrime la richiesta «al presidente del Consiglio Mario Draghi di restare in carica» firmata ieri dalle associazioni dei trasporti: Conftrasporto, Confetra, Anasped, Angopi, Anna, Assarmatori, Assiterminal, Assocad, Assocostieri, Assoferr, Assologistica, Assotir, Associazione nazionale gestori rifiuti manutenzioni spurghi reti fognarie e idriche, Clia, Fai, Fedepiloti, Federagenti, Federlogistica, Federtraslochi, Fedespedi, Fiap, Fise Uniport e Unitai. Fa rumore il silenzio dell’Associazione nazionale amanti della braciola al rosmarino, ma mancano ancora 72 ore a mercoledì. Ma in tutto ciò, Draghi inizia almeno a vacillare di fronte a questa valanga di implorazioni? Che aria tira a Palazzo Chigi? «Sempre la stessa», sospira alla Verità una fonte informata dei fatti. Se Giuseppe Conte, avvertendo il peso del peccato commesso gravare sul suo animo, indossasse il saio del penitente, forse potrebbe aprirsi uno spiraglio. Molto forse.
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Continua il pressing: ci si mettono pure i sindaci. Pd e Quirinale puntano a polverizzare il M5s e convincere più onorevoli possibili a ricucire. Imbarazzante video di Giuseppe Conte: non volevamo rompere, ma senza risposte dal premier sui nostri punti siamo fuori. Centrodestra: mai più coi pentastellati. Mario Draghi per ora non pare disposto a rientrare.Non solo Ue, Usa e Chiesa. A pregare il premier di restare alla guida dell’esecutivo sono primi cittadini, persino la Cgil, associazioni professionali e di categoria. Senza di lui il mondo si ferma. E si spera che Giuseppi si penta. Ma vuole l’opposizione, evitando le elezioni. E incombe il rischio scissione.Lo speciale contiene due articoli.Hanno innescato una crisi al buio e sono rimasti col cerino in mano che davvero non basta a far luce sul percorso futuro, al punto da tentare di appiopparlo alla causa del loro scontento, Mario Draghi. Della serie, non è il Movimento a essere irresponsabile, come vanno ripetendo tutti gli altri, ma chi non ha ascoltato le proposte avanzate dai pentastellati. Quindi noi, M5s, ci siamo e non serve alcun voto di fiducia, è Draghi che deve decidere se restare. Proprio così ha detto ieri sera su Facebook Giuseppe Conte, prima dell’inizio dell’assemblea congiunta di deputati e senatori: «L’atteggiamento del premier Draghi è incomprensibile e di totale chiusura» rivendicando per il proprio partito un comportamento trasparente e ricordando di aver chiesto più volte di estrapolare il voto sul termovalorizzatore di Roma dal dl Aiuti. «Qualcuno ha parlato di ricatto? Lo abbiamo subito, quando abbiamo partecipato alla votazione è chiaro che abbiamo provato a circoscrivere al minimo il significato politico di questa linearità e coerenza. Non era un’astensione né una mozione, ma il premier ne ha tratto le conseguenze che ha dovuto. Ritenevamo che potesse operare in maniera diversa. Ma abbiamo ricavato che quella nostra mancata partecipazione sia stata interpretata come una rottura». Secondo Conte, Draghi ha interpretato male il non voto ma «noi abbiamo mandato giù tutto e chiesto soltanto risposte concrete. A questo punto, significa che ci vogliono fuori dalla maggioranza perché siamo scomodi». E la linea per mercoledì prossimo è chiara: «Tutti stanno facendo pressione perché Draghi prosegua, noi non vogliamo tirarlo per la giacchetta, ma non potremo condividere alcuna responsabilità di governo se non ci sarà chiarezza sul documento politico consegnato e indicazione concreta sulla risoluzione di quelle questioni. Purtroppo non è più tempo dichiarazioni di intenti, ma definire un’agenda di governo chiara e un cronoprogramma specifico, valuterà Draghi se ci sono le condizioni per il M5s di inserire la sua azione politica in un contesto che si sta rivelando poco coeso. Senza risposte chiare, è evidente che il M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo, ci sentiremo liberi e sereni di votare e partecipare quel che serve al Paese di volta in volta, quel che serve ai cittadini portando avanti la nostra azione politica del tutto disinteressatamente». Insomma, uscire dal governo e passare all’opposizione parrebbe la strategia di Conte, deciso però a evitare le urne, che si tradurrebbero in una ddébâcle epocale, nel breve periodo. Resta da capire ancora se ci saranno le dimissioni dei ministri, anche se il responsabile delle Politiche agricole Stefano Patuanelli aveva detto: «Se Conte lo chiede noi ci dimettiamo, ma non l’ha fatto». Ipotesi tuttavia sempre più lontana. L’avvocato di Volturara Appula ha parlato prima di un’assemblea congiunta in una giornata in cui era andato in scena un confronto serrato tra i pentastellati, costretti a scegliere se ritirare o meno la propria delegazione dal governo, evitando però il rischio di una «scissione dell’atomo» considerate le divisioni tra governisti e oltranzisti, tra annunci, rinvii, smentite e scappatoie furbesche. La mattinata era iniziata con il Consiglio nazionale, durato cinque ore, per fare il punto della situazione sulla crisi di governo, ma nel frattempo il capogruppo alla Camera, Davide Crippa, aveva fissato l’assemblea dei deputati grillini, scavalcando Conte e scatenando aspre polemiche fra i pentastellati per discutere la linea da tenere in vista di mercoledì prossimo. A Montecitorio, infatti, non tutti i pentastellati condividono la scelta di lasciare il governo, dopo averlo terremotato. E per allineare i due rami del Parlamento che, in casa 5 Stelle, vanno a due velocità diverse, è stato deciso, dopo averla fatta slittare tre volte (dalle ore 15 alle 16,30-18,30,19,30), di fare un’assemblea congiunta Camera-Senato «dalle ore 19,30 alle ore 23, con eventuale prosecuzione nella mattinata di domani (oggi, ndr). «La congiunta è stata convocata per evitare che Conte perda il controllo dei gruppi» ha detto un big del Movimento all’Adnkronos, «perché sa che i deputati non hanno la posizione dei senatori, e se si va al no a Draghi a prescindere alla Camera si rischia un salasso, con nuovi addii». In mattinata era arrivato un affondo dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, tra le voci più critiche nel Movimento sulla scelta di non votare la fiducia al dl Aiuti. Il ministro ha illustrato uno scenario «estremamente critico» con i decreti-legge pendenti in Parlamento che potrebbero subire uno stop e con le «riforme abilitanti per raggiungere gli obiettivi del Pnrr entro dicembre 2022» che non giungerebbero al traguardo, dalla concorrenza, ancora da approvare in Parlamento, alla giustizia, che aspetta invece i decreti attuativi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aperta-caccia-grillino-pentito-2657683105.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mobilitazione-per-il-draghi-bis-arruola-sindaci-sanitari-e-trasporti" data-post-id="2657683105" data-published-at="1658012253" data-use-pagination="False"> La mobilitazione per il Draghi bis arruola sindaci, sanitari e trasporti «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», fa dire Bertolt Brecht a Galileo Galilei: scomparso nel 1956, il drammaturgo tedesco non ha fatto in tempo ad aggiungere il doveroso «a meno che l’eroe non sia Mario Draghi». Dopo gli appelli a restare in carica arrivati da Vaticano, Stati Uniti, Europa e da ogni angolo della galassia, in queste ore moltitudini di personaggi politici, protagonisti istituzionali, leader di associazioni e organizzazioni sindacali, stanno implorando Draghi affinché, seppure amareggiato dalle bizze dei partiti, faccia uno sforzo e resti alla guida di questa disperata Italia, (quasi) vedova inconsolabile del Nonno al servizio delle istituzioni. A proposito di Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, preoccupato per l’ipotesi di una crisi di governo, lascia trapelare che se Draghi non torna sui suoi passi si va al voto in autunno: un modo come un altro per mettere pressione ai parlamentari, preoccupati pure loro, ma dalla possibilità di dire addio a poltrona e stipendio. La più imprevedibile delle preghiere è recitata dalla Cgil. Il sindacato guidato da Maurizio Landini diffonde una nota che si conclude con parole affrante: «Siamo rispettosi delle soluzioni che il parlamento dovrà individuare», recita la nota della segreteria, «ma ribadiamo con forza che la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono avere presente. Non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme». Tra le chicche registrate ieri vanno segnalate quella della senatrice del Pd Tatjana Rojc, secondo la quale aver fatto innervosire Draghi è «un delitto contro 60 milioni di cittadini italiani e l’Unione europea», e le previsioni apocalittiche del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che a Politico afferma: «Ora dubito che possiamo inviare armi all’Ucraina» (non si sa perché ma non sarebbe un gran danno). «Se salta il governo Draghi», insiste Di Maio, «salta il tetto massimo al prezzo del gas europeo», un tetto che non è mai stato fissato, ma Giggino è in piena trance agonistica: «C’era un Consiglio europeo dopo l’estate», aggiunge il ministro degli Esteri, «molto importante, ovviamente salta». Se Draghi si dimette quindi a sentire Di Maio non ci saranno più Consigli europei, e chi lo sa se continueranno a svolgersi il G7, il G20, le assemblee generali dell’Onu, il Festival di Sanremo e i campionati di calcio in tutto il mondo. «Chiediamo a Mario Draghi di andare avanti», scrivono i sindaci di Venezia (Luigi Brugnaro), Genova (Marco Bucci), Bari (Antonio Decaro), Ravenna (Michele De Pascale), Bergamo (Giorgio Gori), Roma (Roberto Gualtieri), Torino (Stefano Lorusso), Firenze (Dario Nardella), Asti (Maurizio Rasero), Pesaro (Matteo Ricci) e Milano (Beppe Sala). «Draghi», aggiungono gli undici sindaci, «ha scelto con coraggio e rigore di non accontentarsi della fiducia numerica ottenuta in aula ma di esigere la sincera e leale fiducia politica di tutti i partiti che lo hanno sostenuto dall’inizio». Secondo costoro, dunque, in Italia la fiducia a un governo non è il risultato di un voto del parlamento ma una professione di fede: «Credo in un solo premier, creatore del cielo e della terra». Essendo i sindaci italiani 7.904 in totale, ne mancano 7.893: sui Comuni da loro amministrati incombono grandine e carestia. Non a caso il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, appena appreso della lettera fa sapere di «condividerne lo spirito», e sul golfo continua a splendere il sole. Si accoda anche il sindaco di Monza, Paolo Pilotto, mentre quello di Bologna, Matteo Lepore, dice di averla firmata pure lui, e che il mancato inserimento del suo nome «è dovuto solo a un ritardo nella risposta». Verrà perdonato? Non si sa. Le organizzazioni territoriali di Confindustria pure lanciano accorati appelli al quasi ex premier: «L’auspicio è che Mario Draghi possa riprendere la sua azione di governo», dice il presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, con un concetto ripreso in maniera pressoché identica dai leader di Veneto, Piemonte, Romagna, Campania, Basilicata, Calabria. Un «accorato appello al presidente Draghi e al ministro Speranza», perché «non è il tempo di lasciare solo chi, da oltre due anni combatte in prima linea la battaglia, ancora in corso, contro il Covid-19», viene sottoscritto dai leader degli ordini delle professioni sanitarie: psicologi, chimici e fisici, medici chirurghi e odontoiatri, infermieri, ostetrici, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici della riabilitazione e della prevenzione, veterinari, biologi e assistenti sociali. Vergata su un foglio bagnato di lacrime la richiesta «al presidente del Consiglio Mario Draghi di restare in carica» firmata ieri dalle associazioni dei trasporti: Conftrasporto, Confetra, Anasped, Angopi, Anna, Assarmatori, Assiterminal, Assocad, Assocostieri, Assoferr, Assologistica, Assotir, Associazione nazionale gestori rifiuti manutenzioni spurghi reti fognarie e idriche, Clia, Fai, Fedepiloti, Federagenti, Federlogistica, Federtraslochi, Fedespedi, Fiap, Fise Uniport e Unitai. Fa rumore il silenzio dell’Associazione nazionale amanti della braciola al rosmarino, ma mancano ancora 72 ore a mercoledì. Ma in tutto ciò, Draghi inizia almeno a vacillare di fronte a questa valanga di implorazioni? Che aria tira a Palazzo Chigi? «Sempre la stessa», sospira alla Verità una fonte informata dei fatti. Se Giuseppe Conte, avvertendo il peso del peccato commesso gravare sul suo animo, indossasse il saio del penitente, forse potrebbe aprirsi uno spiraglio. Molto forse.
I soccorritori nel luogo in cui un missile lanciato dall'Iran ha colpito una zona residenziale a Beit Shemesh, nel centro di Israele (Ansa)
L’escalation tra Israele e Iran ha ormai assunto una dimensione regionale, ma con un dato strategico che emerge con chiarezza: lo spazio aereo iraniano non è più sotto il controllo effettivo di Teheran. L’aeronautica israeliana, guidata dall’intelligence delle Idf, ha consolidato una superiorità operativa che le consente di colpire in profondità i centri nevralgici del regime, mentre la Repubblica Islamica tenta di reagire su più fronti, militari e politici. Il bilancio più pesante si registra a Beit Shemesh, nel centro di Israele, dove un missile balistico iraniano ha centrato un’area residenziale provocando nove morti. L’ordigno ha distrutto abitazioni, un rifugio pubblico e una sinagoga. Il sindaco Shmuel Greenberg ha riferito che venti residenti risultano ancora non rintracciabili, anche se potrebbero trovarsi altrove, mentre i soccorritori continuano a scavare tra le macerie. Il portavoce delle Idf Nadav Shoshani ha accusato Teheran di aver deliberatamente preso di mira civili fin dall’inizio dell’operazione «Roaring Lion», parlando «di una strategia fondata sul terrore contro la popolazione».
In Kuwait una persona è morta e trentadue sono rimaste ferite dall’avvio della campagna di rappresaglia contro obiettivi statunitensi e israeliani; tutte le vittime sono lavoratori stranieri. Negli Emirati Arabi Uniti si contano tre morti e cinquantotto feriti. Un attacco con droni ha provocato un incendio in una base navale ad Abu Dhabi che ospita anche forze francesi. I danni non hanno compromesso le capacità operative francesi né causato vittime. Colpita anche la base americana di Erbil in Iraq. Sul fronte americano, il Comando centrale ha confermato la morte di tre militari statunitensi e il ferimento grave di altri cinque nell’ambito dell’operazione «Epic Fury», mentre diversi soldati con ferite lievi stanno rientrando in servizio. Il Centcom ha inoltre reso noto di aver colpito una corvetta iraniana classe Jamaran nelle fasi iniziali dell’operazione: l’unità starebbe affondando nel Golfo di Oman, presso il porto di Chah Bahar. Washington ha smentito le rivendicazioni dei Guardiani della Rivoluzione secondo cui la portaerei USS Abraham Lincoln sarebbe stata centrata da quattro missili balistici. Il Comando americano ha definito «false» tali affermazioni, precisando che i vettori non si sono neppure avvicinati alla nave.
L’aeronautica militare israeliana ha completato nuove ondate di attacchi contro decine di centri di comando e quartier generali del regime oltre alla sede della Radio e TV di Stato. Sono stati neutralizzati il comando della Sicurezza Interna, snodo di collegamento tra vertici politici e apparati repressivi, e il quartier generale di Tharallah, struttura chiave per la difesa di Teheran. L’Iran continua a lanciare missili e droni, ma non riesce a negare ai caccia israeliani il dominio dei cieli. Benjamin Netanyahu ha confermato la linea dura dopo un vertice con i responsabili della difesa, annunciando la prosecuzione della campagna militare e rivendicando l’eliminazione di Ali Khamenei insieme ad altri esponenti del regime. Il premier ha parlato di attacchi sempre più intensi contro il cuore di Teheran e di un’ulteriore escalation nei prossimi giorni. In tal senso, l’esercito israeliano ha annunciato che mobiliterà 100.000 riservisti nell’ambito dell’offensiva contro l’Iran. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che, durante la riunione notturna del G7 - alla quale ha preso parte anche il segretario di Stato americano Rubio - il confronto si è focalizzato sull’aggravarsi della crisi e sugli scenari possibili. Al centro del vertice il dossier sul nucleare iraniano e il rafforzamento dei missili a lungo raggio, ritenuti un fattore di rischio per la sicurezza globale. «Senza segnali concreti di un passo indietro da parte di Teheran - ha affermato Tajani - la situazione è rapidamente degenerata». Sul piano politico e interno, il regime tenta di mostrare compattezza dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid congiunti statunitensi e israeliani. Il presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato l’attivazione del Consiglio direttivo incaricato di guidare ad interim il Paese, invitando «all’unità contro i piani dei nemici». Tuttavia, secondo fonti informate che hanno parlato a condizione di anonimato, la struttura residua di comando dei Pasdaran sta cercando di finalizzare la nomina della nuova Guida Suprema in un contesto di forte pressione. I raid in corso rendono impossibile convocare l’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale deputato alla scelta della Guida Suprema, e per questo l’IRGC spinge per una designazione al di fuori delle procedure previste dalla legge.
Le stesse fonti descrivono un quadro di disordine crescente all’interno degli apparati militari e di sicurezza: parti della catena di comando sarebbero interrotte, con difficoltà nella trasmissione degli ordini e nel coordinamento operativo. Alcuni comandanti e membri di grado inferiore non si sono presentati in servizio per timore di nuovi attacchi mirati contro le strutture di comando. Secondo Iran International, i vertici dei Pasdaran temono che nei prossimi giorni possano esplodere violente manifestazioni in diverse città, aprendo una fase di instabilità interna. In questo contesto, l’ayatollah Alireza Arafi è stato scelto per completare il consiglio direttivo ad interim, affiancando Pezeshkian e altre figure di vertice, mentre il generale Ahmad Vahidi ha assunto la guida delle Guardie Rivoluzionarie. Arafi, 67 anni, membro del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto nell’establishment religioso di Qom ed è stato molto vicino ad Ali Khamenei. È considerato un outsider contiguo ai Pasdaran, molto attento all’uso delle tecnologie digitali e all’intelligence. Ma la battaglia per la nomina della nuova Guida Suprema è solo all’inizio. Tutto avviene mentre in Israele la popolazione nella tarda serata di ieri ha ricevuto il messaggio: «Non uscite dai rifugi. Un’altra ondata di missili è in arrivo verso Israele».
Decapitata la linea di comando. È giallo sulla fine di Ahmadinejad
Giallo sulla morte dell’ex presidente della Repubblica dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad. Sabato nell’attacco aereo congiunto israeliano-americano avvenuto a est di Teheran oltre alla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, sarebbe stato ucciso anche l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. La notizia era stata data inizialmente dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Ilna che, citando «fonti informate» e rilanciata dai media iraniani, israeliani e internazionali, scriveva: «Ahmadinejad, che ha servito come presidente durante i mandati nono e decimo, 2005-2013, è stato martirizzato a seguito dell’aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti contro il Paese». Successivamente però, scriveva nella serata di ieri il Guardian, la stessa Ilna ha cambiato la notizia con una successiva dal titolo «Mahmoud Ahamdinejad è un martire?», mettendo così in dubbio la precedente e citando una fonte anonima che negava la morte dell’ex presidente «senza fornire ulteriori informazioni». Secondo la prima informazione della Ilna, l’ex presidente sarebbe stato ucciso in attacchi alla sua abitazione nel distretto di Narmak a Teheran e insieme a lui almeno sei persone tra guardie del corpo e collaboratori. Ahmadinejad, membro dell’Assemblea per il discernimento dell’interesse del sistema), è una figura significativa nella politica iraniana e internazionale. Aveva ricoperto in precedenza ruoli chiave: governatore della provincia di Ardabil, sindaco di Teheran (2003-2005) e figura di spicco della linea dura conservatrice e per le sue posizioni radicali, in particolare sulla questione nucleare e i diritti umani. Sul piano internazionale, Ahmadinejad era noto infatti per la sua posizione aggressiva e intransigente. Aveva difeso il programma nucleare iraniano contro quelle che definiva «potenze arroganti» e aveva rafforzato i legami con la Russia. Nel 2009 fu eletto per un secondo mandato in elezioni che scatenarono dure proteste, l’Onda Verde, e negli ultimi anni, dopo la morte del presidente Ibrahim Raisi nel 2024, aveva tentato di tornare in politica, ma la sua candidatura era stata respinta dal Consiglio dei Guardiani.
Oltre all’uccisione di Khamenei, al potere dal 1989, insieme a figlia, genero e nipote, secondo l’Agenzia di stampa della Repubblica islamica, sono morti altri vertici istituzionali, religiosi e militari. In particolare sarebbero morti alti comandanti durante una riunione del Consiglio di Difesa: Seyed Abdolrahim Mousavi, Capo di Stato maggiore delle Forze armate; Mohammad Bagheri, comandante in capo dell’IRGC; il capo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, il generale dei Pasdaran Mohammad Pakpour; Ali Shamkhani, segretario del Consiglio di Difesa; e Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa e il capo dell’intelligence della polizia iraniana, Gholamreza Rezaian. Morti «eccellenti» che confermerebbero quanto dichiarato dai vertici americani e israeliani. Il presidente americano, Donald Trump, intervenendo ieri su Fox News, ieri ha affermato che «48 comandanti iraniani sono stati uccisi in un colpo solo» mentre il portavoce delle Idf Effi Defrin sabato sera aveva detto: «Stiamo aprendo la strada vero il cuore dell’Iran. Abbiamo attaccato i sistemi di difesa, ampliato la superiorità aerea. Nell’attacco iniziale, 40 comandanti iraniani chiave sono stati eliminati in un minuto». E ieri, secondo giorno di attacchi, la Mezzaluna rossa ha dato i primi dati sui morti. In Iran sarebbero 201 con 747 i feriti. In particolare sono state confermate le 148 vittime, quasi tutte bambine della scuola materna di Minab, nel sud della provincia iraniana di Hormozgan, mentre i media iraniani hanno riferito che 43 membri delle forze di sicurezza sono morti ieri in un attacco contro la caserma di un reggimento di frontiera avvenuto nella città di Mehran, vicino all’Iraq. Anche negli altri Paesi del Golfo ci sarebbero le prime vittime. Tre soldati americani sono rimasti uccisi durante gli attacchi.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 2 marzo con Carlo Cambi
Antonio Tajani (Ansa)
Tutto il traffico areo è paralizzato nella zona del Golfo: almeno 5.000 i voli cancellati, mentre nell’area sarebbero 58.000 gli italiani coinvolti. Da Mascate è passato anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato due giorni fa a Dubai, come migliaia di italiani, sotto il bombardamento iraniano, per rientrare in serata in Italia con il Gulfstream G550 dell’Aeronautica militare, partito dalla base di Pratica di Mare.
Crosetto, investito da molte critiche, in particolare dai deputati pentastellati della commissione Difesa che hanno presentato un’interrogazione sul perché l’Italia non sia stata avvisata dell’attacco israelo-americano a Teheran, prima di muoversi verso l’Oman ha rilasciato una nota durissima. Ha scritto su «X»: «Sto rientrando in Italia continuando a gestire da ieri la situazione con tutti gli strumenti tecnici necessari per farlo anche all’estero. Rientrerò da solo, per evitare l’esposizione a ulteriori pericoli ad altri. Ho già bonificato all’Aeronautica Militare una somma che è il triplo di quello che pagano i passeggeri sui voli di Stato. Lascerò qui la mia famiglia (che comprende la scelta), dopo essermi sincerato che per loro, come per gli altri cittadini italiani e stranieri, non ci siano rischi rilevanti se non quelli di nefasta casualità».
Crosetto ha poi precisato: «Trovo vergognoso e basso questo modo di fare polemica. Non penso che si possa strumentalizzare una situazione creatasi per eventi, l’attacco a Dubai, che non erano considerati tra le ipotesi di risposta iraniana. Ciò detto la mia presenza qui è stata utile nella gestione della crisi così come lo sono stati i contatti con i miei colleghi europei e mediorientali e quella che avrò con il Pentagono». A rispondere in Parlamento di quanto sta avvenendo sarà oggi il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri ha ricordato: «Abbiamo costituito al ministero degli Esteri una task force Golfo affinché tutti gli italiani possano essere assistiti nella maniera migliore possibile». Tajani in risposta a chi dice che il governo italiano è stato ignorato ha precisato: «Non sapevo della presenza di Crosetto a Dubai, ma lui è partito prima dell’attacco: noi siamo stati informati quando l’operazione era già iniziata. Mi ha chiamato il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, per avvertirmi di quanto stavano facendo in accordo con gli americani». A Dubai c’è la maggiore concentrazione di italiani e ci sono molti studenti minorenni in gita. Tajani ha rassicurato: «In questo momento il console d’Italia è a contatto con questi ragazzi; sono tutti assistiti, sistemati negli alberghi ed è tutto garantito dal governo degli Emirati Arabi Uniti come mi aveva assicurato il ministro degli Esteri». Ad Abu Dhabi, dove c’è un’altra massiccia presenza di italiani, si è avuto un momento critico perché - ha comunicato il ministro degli Esteri - «è stato colpito un grattacielo vicino alla nostra sede diplomatica». La cantante Big Mama ha lanciato un appello: «Siamo bloccati a Dubai, sentiamo i missili sopra di noi, siamo tantissimi, sono terrorizzata». Un gruppo di italiani è fermo nell’isola di The Palm. Daniele Bovo, un ragazzo veronese di 21 anni, si è improvvisato reporter dagli Emirati e ha raccontato attimi di grande paura. A Dubai sono bloccati in aeroporto imprenditori pugliesi che di ritorno dall’India, una volta fatto scalo, non sono potuti ripartire. In totale gli italiani che si trovano nell’area di conflitto sono circa 58.000. Una mappa approssimativa ne stima 22.400 residenti tra Dubai e Abu Dhabi a cui si aggiungono circa 2.000 turisti. In Iran, dove da tempo c’è la massima allerta, si trovano 470 connazionali, in Libano ce ne sono 3.900 e circa 2.000 in Giordania. In Israele sono presenti 20.800 italiani e mille di questi militano nell’esercito di Tel Aviv, in Arabia Saudita ci sono 3.500 connazionali, in Qatar 3.200, in Kuwait 1.000, nel Bahrein circa 780 e in Iraq poco più di 550.
Ora si aggiunge anche un altro velato timore. I servizi britannici avvertono che due missili iraniani hanno colpito Cipro, ma Nicosia ha smentito. L’ex consigliere per la sicurezza della Casa Bianca, Jhon R. Bolton, conversando con Repubblica ha affermato che l’Italia sarebbe un possibile bersaglio, ipotesi già affacciata dall’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled. Teoricamente è possibile: i missili Soumar hanno una gittata di 3.000 chilometri, ma noi siamo un bersaglio al limite e comunque abbiamo un efficiente scudo sia nazionale che europeo, anche se dall’inizio dell’operazione israelo-americana a Teheran la base Nato di Aviano è in stato di massima allerta.
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