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2022-07-17
Aperta la caccia al grillino pentito
deputati del Movimento 5 Stelle non partecipano al voto finale sul dl Aiuti alla Camera dei Deputati (Ansa)
Hanno innescato una crisi al buio e sono rimasti col cerino in mano che davvero non basta a far luce sul percorso futuro, al punto da tentare di appiopparlo alla causa del loro scontento, Mario Draghi.
Della serie, non è il Movimento a essere irresponsabile, come vanno ripetendo tutti gli altri, ma chi non ha ascoltato le proposte avanzate dai pentastellati. Quindi noi, M5s, ci siamo e non serve alcun voto di fiducia, è Draghi che deve decidere se restare. Proprio così ha detto ieri sera su Facebook Giuseppe Conte, prima dell’inizio dell’assemblea congiunta di deputati e senatori: «L’atteggiamento del premier Draghi è incomprensibile e di totale chiusura» rivendicando per il proprio partito un comportamento trasparente e ricordando di aver chiesto più volte di estrapolare il voto sul termovalorizzatore di Roma dal dl Aiuti. «Qualcuno ha parlato di ricatto? Lo abbiamo subito, quando abbiamo partecipato alla votazione è chiaro che abbiamo provato a circoscrivere al minimo il significato politico di questa linearità e coerenza. Non era un’astensione né una mozione, ma il premier ne ha tratto le conseguenze che ha dovuto. Ritenevamo che potesse operare in maniera diversa. Ma abbiamo ricavato che quella nostra mancata partecipazione sia stata interpretata come una rottura».
Secondo Conte, Draghi ha interpretato male il non voto ma «noi abbiamo mandato giù tutto e chiesto soltanto risposte concrete. A questo punto, significa che ci vogliono fuori dalla maggioranza perché siamo scomodi».
E la linea per mercoledì prossimo è chiara: «Tutti stanno facendo pressione perché Draghi prosegua, noi non vogliamo tirarlo per la giacchetta, ma non potremo condividere alcuna responsabilità di governo se non ci sarà chiarezza sul documento politico consegnato e indicazione concreta sulla risoluzione di quelle questioni. Purtroppo non è più tempo dichiarazioni di intenti, ma definire un’agenda di governo chiara e un cronoprogramma specifico, valuterà Draghi se ci sono le condizioni per il M5s di inserire la sua azione politica in un contesto che si sta rivelando poco coeso. Senza risposte chiare, è evidente che il M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo, ci sentiremo liberi e sereni di votare e partecipare quel che serve al Paese di volta in volta, quel che serve ai cittadini portando avanti la nostra azione politica del tutto disinteressatamente».
Insomma, uscire dal governo e passare all’opposizione parrebbe la strategia di Conte, deciso però a evitare le urne, che si tradurrebbero in una ddébâcle epocale, nel breve periodo. Resta da capire ancora se ci saranno le dimissioni dei ministri, anche se il responsabile delle Politiche agricole Stefano Patuanelli aveva detto: «Se Conte lo chiede noi ci dimettiamo, ma non l’ha fatto». Ipotesi tuttavia sempre più lontana.
L’avvocato di Volturara Appula ha parlato prima di un’assemblea congiunta in una giornata in cui era andato in scena un confronto serrato tra i pentastellati, costretti a scegliere se ritirare o meno la propria delegazione dal governo, evitando però il rischio di una «scissione dell’atomo» considerate le divisioni tra governisti e oltranzisti, tra annunci, rinvii, smentite e scappatoie furbesche. La mattinata era iniziata con il Consiglio nazionale, durato cinque ore, per fare il punto della situazione sulla crisi di governo, ma nel frattempo il capogruppo alla Camera, Davide Crippa, aveva fissato l’assemblea dei deputati grillini, scavalcando Conte e scatenando aspre polemiche fra i pentastellati per discutere la linea da tenere in vista di mercoledì prossimo. A Montecitorio, infatti, non tutti i pentastellati condividono la scelta di lasciare il governo, dopo averlo terremotato. E per allineare i due rami del Parlamento che, in casa 5 Stelle, vanno a due velocità diverse, è stato deciso, dopo averla fatta slittare tre volte (dalle ore 15 alle 16,30-18,30,19,30), di fare un’assemblea congiunta Camera-Senato «dalle ore 19,30 alle ore 23, con eventuale prosecuzione nella mattinata di domani (oggi, ndr). «La congiunta è stata convocata per evitare che Conte perda il controllo dei gruppi» ha detto un big del Movimento all’Adnkronos, «perché sa che i deputati non hanno la posizione dei senatori, e se si va al no a Draghi a prescindere alla Camera si rischia un salasso, con nuovi addii». In mattinata era arrivato un affondo dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, tra le voci più critiche nel Movimento sulla scelta di non votare la fiducia al dl Aiuti.
Il ministro ha illustrato uno scenario «estremamente critico» con i decreti-legge pendenti in Parlamento che potrebbero subire uno stop e con le «riforme abilitanti per raggiungere gli obiettivi del Pnrr entro dicembre 2022» che non giungerebbero al traguardo, dalla concorrenza, ancora da approvare in Parlamento, alla giustizia, che aspetta invece i decreti attuativi.
La mobilitazione per il Draghi bis arruola sindaci, sanitari e trasporti
«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», fa dire Bertolt Brecht a Galileo Galilei: scomparso nel 1956, il drammaturgo tedesco non ha fatto in tempo ad aggiungere il doveroso «a meno che l’eroe non sia Mario Draghi». Dopo gli appelli a restare in carica arrivati da Vaticano, Stati Uniti, Europa e da ogni angolo della galassia, in queste ore moltitudini di personaggi politici, protagonisti istituzionali, leader di associazioni e organizzazioni sindacali, stanno implorando Draghi affinché, seppure amareggiato dalle bizze dei partiti, faccia uno sforzo e resti alla guida di questa disperata Italia, (quasi) vedova inconsolabile del Nonno al servizio delle istituzioni. A proposito di Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, preoccupato per l’ipotesi di una crisi di governo, lascia trapelare che se Draghi non torna sui suoi passi si va al voto in autunno: un modo come un altro per mettere pressione ai parlamentari, preoccupati pure loro, ma dalla possibilità di dire addio a poltrona e stipendio. La più imprevedibile delle preghiere è recitata dalla Cgil. Il sindacato guidato da Maurizio Landini diffonde una nota che si conclude con parole affrante: «Siamo rispettosi delle soluzioni che il parlamento dovrà individuare», recita la nota della segreteria, «ma ribadiamo con forza che la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono avere presente. Non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme».
Tra le chicche registrate ieri vanno segnalate quella della senatrice del Pd Tatjana Rojc, secondo la quale aver fatto innervosire Draghi è «un delitto contro 60 milioni di cittadini italiani e l’Unione europea», e le previsioni apocalittiche del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che a Politico afferma: «Ora dubito che possiamo inviare armi all’Ucraina» (non si sa perché ma non sarebbe un gran danno). «Se salta il governo Draghi», insiste Di Maio, «salta il tetto massimo al prezzo del gas europeo», un tetto che non è mai stato fissato, ma Giggino è in piena trance agonistica: «C’era un Consiglio europeo dopo l’estate», aggiunge il ministro degli Esteri, «molto importante, ovviamente salta». Se Draghi si dimette quindi a sentire Di Maio non ci saranno più Consigli europei, e chi lo sa se continueranno a svolgersi il G7, il G20, le assemblee generali dell’Onu, il Festival di Sanremo e i campionati di calcio in tutto il mondo.
«Chiediamo a Mario Draghi di andare avanti», scrivono i sindaci di Venezia (Luigi Brugnaro), Genova (Marco Bucci), Bari (Antonio Decaro), Ravenna (Michele De Pascale), Bergamo (Giorgio Gori), Roma (Roberto Gualtieri), Torino (Stefano Lorusso), Firenze (Dario Nardella), Asti (Maurizio Rasero), Pesaro (Matteo Ricci) e Milano (Beppe Sala). «Draghi», aggiungono gli undici sindaci, «ha scelto con coraggio e rigore di non accontentarsi della fiducia numerica ottenuta in aula ma di esigere la sincera e leale fiducia politica di tutti i partiti che lo hanno sostenuto dall’inizio». Secondo costoro, dunque, in Italia la fiducia a un governo non è il risultato di un voto del parlamento ma una professione di fede: «Credo in un solo premier, creatore del cielo e della terra». Essendo i sindaci italiani 7.904 in totale, ne mancano 7.893: sui Comuni da loro amministrati incombono grandine e carestia. Non a caso il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, appena appreso della lettera fa sapere di «condividerne lo spirito», e sul golfo continua a splendere il sole. Si accoda anche il sindaco di Monza, Paolo Pilotto, mentre quello di Bologna, Matteo Lepore, dice di averla firmata pure lui, e che il mancato inserimento del suo nome «è dovuto solo a un ritardo nella risposta». Verrà perdonato? Non si sa.
Le organizzazioni territoriali di Confindustria pure lanciano accorati appelli al quasi ex premier: «L’auspicio è che Mario Draghi possa riprendere la sua azione di governo», dice il presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, con un concetto ripreso in maniera pressoché identica dai leader di Veneto, Piemonte, Romagna, Campania, Basilicata, Calabria. Un «accorato appello al presidente Draghi e al ministro Speranza», perché «non è il tempo di lasciare solo chi, da oltre due anni combatte in prima linea la battaglia, ancora in corso, contro il Covid-19», viene sottoscritto dai leader degli ordini delle professioni sanitarie: psicologi, chimici e fisici, medici chirurghi e odontoiatri, infermieri, ostetrici, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici della riabilitazione e della prevenzione, veterinari, biologi e assistenti sociali.
Vergata su un foglio bagnato di lacrime la richiesta «al presidente del Consiglio Mario Draghi di restare in carica» firmata ieri dalle associazioni dei trasporti: Conftrasporto, Confetra, Anasped, Angopi, Anna, Assarmatori, Assiterminal, Assocad, Assocostieri, Assoferr, Assologistica, Assotir, Associazione nazionale gestori rifiuti manutenzioni spurghi reti fognarie e idriche, Clia, Fai, Fedepiloti, Federagenti, Federlogistica, Federtraslochi, Fedespedi, Fiap, Fise Uniport e Unitai. Fa rumore il silenzio dell’Associazione nazionale amanti della braciola al rosmarino, ma mancano ancora 72 ore a mercoledì. Ma in tutto ciò, Draghi inizia almeno a vacillare di fronte a questa valanga di implorazioni? Che aria tira a Palazzo Chigi? «Sempre la stessa», sospira alla Verità una fonte informata dei fatti. Se Giuseppe Conte, avvertendo il peso del peccato commesso gravare sul suo animo, indossasse il saio del penitente, forse potrebbe aprirsi uno spiraglio. Molto forse.
Continua a leggereRiduci
Continua il pressing: ci si mettono pure i sindaci. Pd e Quirinale puntano a polverizzare il M5s e convincere più onorevoli possibili a ricucire. Imbarazzante video di Giuseppe Conte: non volevamo rompere, ma senza risposte dal premier sui nostri punti siamo fuori. Centrodestra: mai più coi pentastellati. Mario Draghi per ora non pare disposto a rientrare.Non solo Ue, Usa e Chiesa. A pregare il premier di restare alla guida dell’esecutivo sono primi cittadini, persino la Cgil, associazioni professionali e di categoria. Senza di lui il mondo si ferma. E si spera che Giuseppi si penta. Ma vuole l’opposizione, evitando le elezioni. E incombe il rischio scissione.Lo speciale contiene due articoli.Hanno innescato una crisi al buio e sono rimasti col cerino in mano che davvero non basta a far luce sul percorso futuro, al punto da tentare di appiopparlo alla causa del loro scontento, Mario Draghi. Della serie, non è il Movimento a essere irresponsabile, come vanno ripetendo tutti gli altri, ma chi non ha ascoltato le proposte avanzate dai pentastellati. Quindi noi, M5s, ci siamo e non serve alcun voto di fiducia, è Draghi che deve decidere se restare. Proprio così ha detto ieri sera su Facebook Giuseppe Conte, prima dell’inizio dell’assemblea congiunta di deputati e senatori: «L’atteggiamento del premier Draghi è incomprensibile e di totale chiusura» rivendicando per il proprio partito un comportamento trasparente e ricordando di aver chiesto più volte di estrapolare il voto sul termovalorizzatore di Roma dal dl Aiuti. «Qualcuno ha parlato di ricatto? Lo abbiamo subito, quando abbiamo partecipato alla votazione è chiaro che abbiamo provato a circoscrivere al minimo il significato politico di questa linearità e coerenza. Non era un’astensione né una mozione, ma il premier ne ha tratto le conseguenze che ha dovuto. Ritenevamo che potesse operare in maniera diversa. Ma abbiamo ricavato che quella nostra mancata partecipazione sia stata interpretata come una rottura». Secondo Conte, Draghi ha interpretato male il non voto ma «noi abbiamo mandato giù tutto e chiesto soltanto risposte concrete. A questo punto, significa che ci vogliono fuori dalla maggioranza perché siamo scomodi». E la linea per mercoledì prossimo è chiara: «Tutti stanno facendo pressione perché Draghi prosegua, noi non vogliamo tirarlo per la giacchetta, ma non potremo condividere alcuna responsabilità di governo se non ci sarà chiarezza sul documento politico consegnato e indicazione concreta sulla risoluzione di quelle questioni. Purtroppo non è più tempo dichiarazioni di intenti, ma definire un’agenda di governo chiara e un cronoprogramma specifico, valuterà Draghi se ci sono le condizioni per il M5s di inserire la sua azione politica in un contesto che si sta rivelando poco coeso. Senza risposte chiare, è evidente che il M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo, ci sentiremo liberi e sereni di votare e partecipare quel che serve al Paese di volta in volta, quel che serve ai cittadini portando avanti la nostra azione politica del tutto disinteressatamente». Insomma, uscire dal governo e passare all’opposizione parrebbe la strategia di Conte, deciso però a evitare le urne, che si tradurrebbero in una ddébâcle epocale, nel breve periodo. Resta da capire ancora se ci saranno le dimissioni dei ministri, anche se il responsabile delle Politiche agricole Stefano Patuanelli aveva detto: «Se Conte lo chiede noi ci dimettiamo, ma non l’ha fatto». Ipotesi tuttavia sempre più lontana. L’avvocato di Volturara Appula ha parlato prima di un’assemblea congiunta in una giornata in cui era andato in scena un confronto serrato tra i pentastellati, costretti a scegliere se ritirare o meno la propria delegazione dal governo, evitando però il rischio di una «scissione dell’atomo» considerate le divisioni tra governisti e oltranzisti, tra annunci, rinvii, smentite e scappatoie furbesche. La mattinata era iniziata con il Consiglio nazionale, durato cinque ore, per fare il punto della situazione sulla crisi di governo, ma nel frattempo il capogruppo alla Camera, Davide Crippa, aveva fissato l’assemblea dei deputati grillini, scavalcando Conte e scatenando aspre polemiche fra i pentastellati per discutere la linea da tenere in vista di mercoledì prossimo. A Montecitorio, infatti, non tutti i pentastellati condividono la scelta di lasciare il governo, dopo averlo terremotato. E per allineare i due rami del Parlamento che, in casa 5 Stelle, vanno a due velocità diverse, è stato deciso, dopo averla fatta slittare tre volte (dalle ore 15 alle 16,30-18,30,19,30), di fare un’assemblea congiunta Camera-Senato «dalle ore 19,30 alle ore 23, con eventuale prosecuzione nella mattinata di domani (oggi, ndr). «La congiunta è stata convocata per evitare che Conte perda il controllo dei gruppi» ha detto un big del Movimento all’Adnkronos, «perché sa che i deputati non hanno la posizione dei senatori, e se si va al no a Draghi a prescindere alla Camera si rischia un salasso, con nuovi addii». In mattinata era arrivato un affondo dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, tra le voci più critiche nel Movimento sulla scelta di non votare la fiducia al dl Aiuti. Il ministro ha illustrato uno scenario «estremamente critico» con i decreti-legge pendenti in Parlamento che potrebbero subire uno stop e con le «riforme abilitanti per raggiungere gli obiettivi del Pnrr entro dicembre 2022» che non giungerebbero al traguardo, dalla concorrenza, ancora da approvare in Parlamento, alla giustizia, che aspetta invece i decreti attuativi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aperta-caccia-grillino-pentito-2657683105.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mobilitazione-per-il-draghi-bis-arruola-sindaci-sanitari-e-trasporti" data-post-id="2657683105" data-published-at="1658012253" data-use-pagination="False"> La mobilitazione per il Draghi bis arruola sindaci, sanitari e trasporti «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», fa dire Bertolt Brecht a Galileo Galilei: scomparso nel 1956, il drammaturgo tedesco non ha fatto in tempo ad aggiungere il doveroso «a meno che l’eroe non sia Mario Draghi». Dopo gli appelli a restare in carica arrivati da Vaticano, Stati Uniti, Europa e da ogni angolo della galassia, in queste ore moltitudini di personaggi politici, protagonisti istituzionali, leader di associazioni e organizzazioni sindacali, stanno implorando Draghi affinché, seppure amareggiato dalle bizze dei partiti, faccia uno sforzo e resti alla guida di questa disperata Italia, (quasi) vedova inconsolabile del Nonno al servizio delle istituzioni. A proposito di Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, preoccupato per l’ipotesi di una crisi di governo, lascia trapelare che se Draghi non torna sui suoi passi si va al voto in autunno: un modo come un altro per mettere pressione ai parlamentari, preoccupati pure loro, ma dalla possibilità di dire addio a poltrona e stipendio. La più imprevedibile delle preghiere è recitata dalla Cgil. Il sindacato guidato da Maurizio Landini diffonde una nota che si conclude con parole affrante: «Siamo rispettosi delle soluzioni che il parlamento dovrà individuare», recita la nota della segreteria, «ma ribadiamo con forza che la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono avere presente. Non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme». Tra le chicche registrate ieri vanno segnalate quella della senatrice del Pd Tatjana Rojc, secondo la quale aver fatto innervosire Draghi è «un delitto contro 60 milioni di cittadini italiani e l’Unione europea», e le previsioni apocalittiche del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che a Politico afferma: «Ora dubito che possiamo inviare armi all’Ucraina» (non si sa perché ma non sarebbe un gran danno). «Se salta il governo Draghi», insiste Di Maio, «salta il tetto massimo al prezzo del gas europeo», un tetto che non è mai stato fissato, ma Giggino è in piena trance agonistica: «C’era un Consiglio europeo dopo l’estate», aggiunge il ministro degli Esteri, «molto importante, ovviamente salta». Se Draghi si dimette quindi a sentire Di Maio non ci saranno più Consigli europei, e chi lo sa se continueranno a svolgersi il G7, il G20, le assemblee generali dell’Onu, il Festival di Sanremo e i campionati di calcio in tutto il mondo. «Chiediamo a Mario Draghi di andare avanti», scrivono i sindaci di Venezia (Luigi Brugnaro), Genova (Marco Bucci), Bari (Antonio Decaro), Ravenna (Michele De Pascale), Bergamo (Giorgio Gori), Roma (Roberto Gualtieri), Torino (Stefano Lorusso), Firenze (Dario Nardella), Asti (Maurizio Rasero), Pesaro (Matteo Ricci) e Milano (Beppe Sala). «Draghi», aggiungono gli undici sindaci, «ha scelto con coraggio e rigore di non accontentarsi della fiducia numerica ottenuta in aula ma di esigere la sincera e leale fiducia politica di tutti i partiti che lo hanno sostenuto dall’inizio». Secondo costoro, dunque, in Italia la fiducia a un governo non è il risultato di un voto del parlamento ma una professione di fede: «Credo in un solo premier, creatore del cielo e della terra». Essendo i sindaci italiani 7.904 in totale, ne mancano 7.893: sui Comuni da loro amministrati incombono grandine e carestia. Non a caso il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, appena appreso della lettera fa sapere di «condividerne lo spirito», e sul golfo continua a splendere il sole. Si accoda anche il sindaco di Monza, Paolo Pilotto, mentre quello di Bologna, Matteo Lepore, dice di averla firmata pure lui, e che il mancato inserimento del suo nome «è dovuto solo a un ritardo nella risposta». Verrà perdonato? Non si sa. Le organizzazioni territoriali di Confindustria pure lanciano accorati appelli al quasi ex premier: «L’auspicio è che Mario Draghi possa riprendere la sua azione di governo», dice il presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, con un concetto ripreso in maniera pressoché identica dai leader di Veneto, Piemonte, Romagna, Campania, Basilicata, Calabria. Un «accorato appello al presidente Draghi e al ministro Speranza», perché «non è il tempo di lasciare solo chi, da oltre due anni combatte in prima linea la battaglia, ancora in corso, contro il Covid-19», viene sottoscritto dai leader degli ordini delle professioni sanitarie: psicologi, chimici e fisici, medici chirurghi e odontoiatri, infermieri, ostetrici, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici della riabilitazione e della prevenzione, veterinari, biologi e assistenti sociali. Vergata su un foglio bagnato di lacrime la richiesta «al presidente del Consiglio Mario Draghi di restare in carica» firmata ieri dalle associazioni dei trasporti: Conftrasporto, Confetra, Anasped, Angopi, Anna, Assarmatori, Assiterminal, Assocad, Assocostieri, Assoferr, Assologistica, Assotir, Associazione nazionale gestori rifiuti manutenzioni spurghi reti fognarie e idriche, Clia, Fai, Fedepiloti, Federagenti, Federlogistica, Federtraslochi, Fedespedi, Fiap, Fise Uniport e Unitai. Fa rumore il silenzio dell’Associazione nazionale amanti della braciola al rosmarino, ma mancano ancora 72 ore a mercoledì. Ma in tutto ciò, Draghi inizia almeno a vacillare di fronte a questa valanga di implorazioni? Che aria tira a Palazzo Chigi? «Sempre la stessa», sospira alla Verità una fonte informata dei fatti. Se Giuseppe Conte, avvertendo il peso del peccato commesso gravare sul suo animo, indossasse il saio del penitente, forse potrebbe aprirsi uno spiraglio. Molto forse.
Stefano Zenni, musicologo e direttore artistico del Torino Jazz Festival, presenta la nuova edizione della kermesse (dal 25 aprile al 2 maggio) concentrandosi su tre giganti come Franco D'Andrea, Bill Frisell e Norma Winstone.
Leone XIV (Ansa)
Ma la smentita non smentisce il dettaglio principale della vicenda: lo sgarbo del sottosegretario alla Guerra americano, Elbridge Andrew Colby, oppure, secondo ricostruzioni diverse, di un altro funzionario presente all’incontro del 22 gennaio scorso con il rappresentante della Santa Sede, i quali avevano evocato la cattività avignonese, pur di convincere la Chiesa cattolica a schierarsi apertamente con Washington, alla luce della sua incomparabile potenza militare.
Basta confrontare il tono dei comunicati diramati dall’entourage del Papa con quello della rettifica pubblicata su X da Brian Burch, l’ambasciatore «pontificio» di Donald Trump.
Giovedì, la segreteria della Nunziatura apostolica si era limitata a confermare l’avvenuto colloquio nella sede del ministero in Virginia, sottolineando anche che «incontri con ufficiali del governo sono una pratica normale». Vero. Anomalo, semmai, era il luogo: non era mai accaduto prima che un Nunzio fosse convocato al Pentagono. Né in questa precisazione, né in quella di ieri della sala stampa, veniva tuttavia escluso che la parte americana avesse pronunciato la battutaccia su Avignone. Un’allusione al periodo, tra il 1309 e il 1377, in cui il Papato venne tradotto in Provenza, a causa di dissidi con la borghesia romana e della grave frattura con la monarchia francese. L’unico a negare tutto è stato Burch: «Minaccia di Avignone? Nessuna». L’ambasciatore ha attribuito la ritrattazione allo stesso Pierre: egli lo avrebbe confortato sul fatto che le «caratterizzazioni mediatiche» del faccia a faccia con Colby fossero - la formula ricalcherebbe proprio le parole del porporato - «montature», «semplicemente inventate». Anche Matteo Bruni, dal Vaticano, ha voluto rimarcare che, per Pierre, tutto era «rientrato nella regolare missione» diplomatica. Peccato che, dalla viva voce del cardinale, non sia uscito alcunché. Niwa Limbu, corrispondente del Catholic Herald, ha detto di avergli parlato al telefono. Pierre sarebbe stato lapidario: «Preferisco non parlare». Se Ferraresi ha raccontato fandonie, perché rimanere in silenzio e lasciarsi virgolettare da Burch?
Nella serata di ieri, l’ambasciata Usa presso la Santa Sede ha ribadito l’impegno per una «partnership profonda e collaborativa». Ma se il Washington Post ha menzionato una fonte vaticana, secondo cui il vertice al Pentagono è stato «inusuale», The Pillar, autorevole testata d’Oltreoceano che si occupa di questioni ecclesiali, ha ottenuto la conferma che il confronto era stato «teso». I funzionari papali sentiti dal quotidiano non hanno parlato di minacce (né lo ha fatto il pezzo da cui tutto è nato), però hanno ammesso che i rappresentanti Usa erano stati «aggressivi» e «prepotenti». Il confine tra «aggressività», «prepotenza» e «minaccia» è opinabile. Ma una cosa è sicura: quel giorno di gennaio, gli uomini di Pete Hegseth hanno come minimo stiracchiato i protocolli diplomatici.
Il che ci porta al nodo della questione: il redde rationem, interno all’amministrazione Trump, tra i cattolici conservatori e gli ultranazionalisti protestanti. Colby fa parte della cerchia di JD Vance, così come Randy George, il capo di Stato maggiore silurato dal ministro, e Dan Driscoll, che invece non ha intenzione di dimettersi. Dal lato opposto della barricata c’è il segretario alla Guerra. Capofila di quel movimento di «cristiani sionisti», sostenitori entusiasti della campagna contro l’Iran al fianco di Benjamin Netanyahu, cui appartengono pure i pastori evangelici che hanno imposto le mani su The Donald nello Studio ovale, per benedire la sua impresa bellica. Questi ultimi sono già allineati alla sterzata improvvisa del presidente ex isolazionista; ma il sostegno dei cattolici non è incondizionato. Costoro non amano gli eccessi della Casa Bianca e sono sensibili ai messaggi del pontefice e dei vescovi sulla guerra e su una gestione più umana della lotta all’immigrazione clandestina.
Ecco cosa può essere accaduto il 22 gennaio: un tentativo di guadagnare il consenso della Chiesa, blindando la svolta a destra dell’elettorato cattolico statunitense e archiviando i sempiterni timori Wasp per la sua «doppia lealtà» (alla patria ma pure al Papa), potrebbe essere sfuggito di mano.
L’incidente aggrava la posizione di Hegseth, il quale fa già i conti con una guerra, maturata sull’asse Israele-protestantesimo Usa, dagli esiti deludenti, la cui conclusione negoziata viene picconata da Tel Aviv, mentre la popolarità dello Stato ebraico crolla tra i cittadini americani. Inoltre, i soldati lo accusano di non aver protetto adeguatamente la base in Kuwait, in cui un raid iraniano ha ucciso sei di loro. Sono grosse gatte da pelare.
Dopodiché, va registrata la volontà vaticana di gettare acqua sul fuoco. A parte i bollettini ufficiali, sorprende che nella squadra di pompieri si siano arruolati i gesuiti progressisti, i più lontani dal tycoon. A cominciare dal sacerdote degli Lgbt, padre James Martin. Merita un elogio padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica e sottosegretario al Dicastero per la Cultura: egli ha rifiutato ogni strumentalizzazione della faccenda e ha offerto una lettura molto profonda dell’approccio del pontefice alle questioni internazionali. «Leone contro Trump? Questa cornice è errata. Perché è riduttiva», ha scritto su Union of Catholic Asian News. «La posta in gioco è completamente diversa: è il Papa che combatte contro la guerra. Non contro un presidente, contro un modo di pensare. Contro l’idea stessa che rende la guerra possibile». Sono le istruzioni per sottrarsi al fraintendimento che cavalcano i dem Usa, sperando di tamponare l’emorragia di voti cattolici; la medesima incomprensione che aveva spinto il Pentagono a interpellare il Nunzio, temendo che il monito di Robert Francis Prevost sull’impiego della forza al posto del dialogo fosse una scomunica della «dottrina Donroe» di Trump. Spadaro ha aggiunto che la linea di Leone XIV «potrebbe contribuire a interrompere una tendenza che ha dominato il cattolicesimo americano - meno religione come collante nazionale, più fede come critica del potere». A ben vedere, più che una deriva cattolica, è esattamente la distorsione protestante che ha finito per ispirare l’operazione Epic fury.
Il Papa, intanto, non ha smesso di far pesare la sua autorità morale: ai membri della Chiesa di Baghdad dei Caldei, ieri, ha chiesto di essere «segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari». «Dio», ha insistito, «non benedice alcun conflitto». È sembrato persino tornare sull’episodio della Domenica delle palme, quando Israele ha vietato al cardinale Pierbattista Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro. «I cristiani in tutto il Medio Oriente», ha tuonato, «siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di seconda classe». Appunti per Netanyahu, Hegseth e la sua armata di predicatori crociati.
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Attacco israeliano nel Sud del Libano il 10 aprile 2026 (Ansa)
Mercoledì sono stati colpiti diversi quartieri residenziali della capitale, dove una serie di raid aerei israeliani ha provocato oltre 300 morti, trasformandolo nel giorno più sanguinoso dall’inizio del nuovo conflitto. Ma Beirut, la valle della Bekaa e tutto il sud sono ormai un bersaglio quotidiano dell’aviazione di Tel Aviv, che anche ieri ha colpito. Intanto Hezbollah, in risposta all’attacco sulla capitale, ha lanciato una serie di missili contro una base navale dell’esercito israeliano nella città di Ashdod, nell’estremo sud d’Israele al confine con la striscia di Gaza, a dimostrazione che le potenzialità balistiche del Partito di Dio sono ancora enormemente ampie. Il movimento sciita filoiraniano ha dichiarato che non intende fermarsi fino al termine dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti, bersagliando di razzi il nord israeliano e soprattutto la Galilea. Hezbollah rivendica di aver diritto alle sue operazioni militari come una risposta alla violazione da parte di Israele del cessate il fuoco mediato dal Pakistan ed accettato da Teheran e Washington.
Ma questa nuova guerra rischia di travolgere il piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo, dove la popolazione scivola verso una grave crisi di sicurezza alimentare a causa dell’aumento dei prezzi e della crescente domanda da parte delle famiglie sfollate a causa dei bombardamenti israeliani. Questo l’allarme lanciato dai rappresentanti del World Food Programme in Libano, che stanno cercando di affrontare anche il problema delle centinaia di migliaia di profughi provenienti dalle aree meridionali. Israele, su pressione di Donald Trump, ha però accettato l’apertura di negoziati diretti con il Libano, che si terranno a partire da martedì prossimo a Washington e che potrebbero evitare un ulteriore escalation nel Paese dei cedri.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha subito accettato di recarsi nella capitale statunitense nei prossimi giorni, nel tentativo di portare avanti i negoziati, come hanno dichiarato diverse fonti governative di Beirut, anche se i colloqui saranno tenuti dagli ambasciatori negli Stati Uniti di Libano e Israele, Nada Hamadeh-Moawad e Yechiel Leiter, oltre all’ambasciatore statunitense a Beirut Michel Issa.
Naim Qassem, capo di Hezbollah, , ha chiesto al governo libanese di smettere di fare «concessioni gratuite» a Israele prima dei colloqui. In vista di questo determinante meeting a Washington e per la situazione che rimane incandescente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto di non essere chiamato a testimoniare nel processo contro di lui per le prossime due settimane. In Israele è stato revocato lo stato di emergenza, applicato durante la guerra con l’Iran e sospeso al momento della tregua, permettendo così all’attività giudiziaria di ricominciare con le inchieste e i processi che erano già in corso. Il processo per corruzione contro Netanyahu dovrebbe ripartire domani, ma tutto potrebbe slittare di qualche giorno. Sul campo lo scontro rimane feroce e nella notte Tel Aviv ha dichiarato di aver distrutto dieci lanciarazzi dei miliziani sciiti che sarebbero stati utilizzati come rampe di missili per bersagliare il nord israeliano. Dall’inizio del conflitto, secondo le cifre diffusa dal ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo è già salito a 1.888 morti e a 6168 feriti, ma sono dati che devono essere aggiornati ora per ora. L’Idf infatti ha bombardato un ufficio della sicurezza di Stato, uccidendo otto agenti nella città meridionale di Nabatieh e ha minacciato di colpire le ambulanze, accusando Hezbollah di farne un uso militare, mentre gli ospedali di Beirut sono sommersi di feriti da curare e sono vicini al collasso. Le Forze di difesa israeliane in un’altra operazione hanno scoperto un tunnel che conduce a un sito di infrastrutture sotterranee dove sono state trovati missili anticarro, armi da fuoco ed un deposito di munizioni. Le sirene antiaeree hanno suonato ininterrottamente in tutta Israele, compreso a Tel Aviv e ad Haifa dove però tutti i razzi sono stati intercettati.
Lunedì, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, arriverà in Libano per manifestare solidarietà e vicinanza al presidente Joseph Aoun e a tutto il popolo libanese a seguito dei bombardamenti, come ha scritto in un post il responsabile della Farnesina, che ha continuato: «Non vogliamo che a pagare sia ancora la popolazione civile come a Gaza». Tajani ha ribadito che l’Italia sosterrà, con un ruolo da protagonista, questa nuova fase di dialogo in Medio Oriente, anche per evitare un’escalation del conflitto e mettere fine alle azioni terroristiche di Hezbollah. Proprio i sostenitori dei miliziani, insieme agli alleati di Amal, si sono radunati a Hamra per protestare contro i negoziati con Israele.
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