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2022-07-17
Aperta la caccia al grillino pentito
deputati del Movimento 5 Stelle non partecipano al voto finale sul dl Aiuti alla Camera dei Deputati (Ansa)
Hanno innescato una crisi al buio e sono rimasti col cerino in mano che davvero non basta a far luce sul percorso futuro, al punto da tentare di appiopparlo alla causa del loro scontento, Mario Draghi.
Della serie, non è il Movimento a essere irresponsabile, come vanno ripetendo tutti gli altri, ma chi non ha ascoltato le proposte avanzate dai pentastellati. Quindi noi, M5s, ci siamo e non serve alcun voto di fiducia, è Draghi che deve decidere se restare. Proprio così ha detto ieri sera su Facebook Giuseppe Conte, prima dell’inizio dell’assemblea congiunta di deputati e senatori: «L’atteggiamento del premier Draghi è incomprensibile e di totale chiusura» rivendicando per il proprio partito un comportamento trasparente e ricordando di aver chiesto più volte di estrapolare il voto sul termovalorizzatore di Roma dal dl Aiuti. «Qualcuno ha parlato di ricatto? Lo abbiamo subito, quando abbiamo partecipato alla votazione è chiaro che abbiamo provato a circoscrivere al minimo il significato politico di questa linearità e coerenza. Non era un’astensione né una mozione, ma il premier ne ha tratto le conseguenze che ha dovuto. Ritenevamo che potesse operare in maniera diversa. Ma abbiamo ricavato che quella nostra mancata partecipazione sia stata interpretata come una rottura».
Secondo Conte, Draghi ha interpretato male il non voto ma «noi abbiamo mandato giù tutto e chiesto soltanto risposte concrete. A questo punto, significa che ci vogliono fuori dalla maggioranza perché siamo scomodi».
E la linea per mercoledì prossimo è chiara: «Tutti stanno facendo pressione perché Draghi prosegua, noi non vogliamo tirarlo per la giacchetta, ma non potremo condividere alcuna responsabilità di governo se non ci sarà chiarezza sul documento politico consegnato e indicazione concreta sulla risoluzione di quelle questioni. Purtroppo non è più tempo dichiarazioni di intenti, ma definire un’agenda di governo chiara e un cronoprogramma specifico, valuterà Draghi se ci sono le condizioni per il M5s di inserire la sua azione politica in un contesto che si sta rivelando poco coeso. Senza risposte chiare, è evidente che il M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo, ci sentiremo liberi e sereni di votare e partecipare quel che serve al Paese di volta in volta, quel che serve ai cittadini portando avanti la nostra azione politica del tutto disinteressatamente».
Insomma, uscire dal governo e passare all’opposizione parrebbe la strategia di Conte, deciso però a evitare le urne, che si tradurrebbero in una ddébâcle epocale, nel breve periodo. Resta da capire ancora se ci saranno le dimissioni dei ministri, anche se il responsabile delle Politiche agricole Stefano Patuanelli aveva detto: «Se Conte lo chiede noi ci dimettiamo, ma non l’ha fatto». Ipotesi tuttavia sempre più lontana.
L’avvocato di Volturara Appula ha parlato prima di un’assemblea congiunta in una giornata in cui era andato in scena un confronto serrato tra i pentastellati, costretti a scegliere se ritirare o meno la propria delegazione dal governo, evitando però il rischio di una «scissione dell’atomo» considerate le divisioni tra governisti e oltranzisti, tra annunci, rinvii, smentite e scappatoie furbesche. La mattinata era iniziata con il Consiglio nazionale, durato cinque ore, per fare il punto della situazione sulla crisi di governo, ma nel frattempo il capogruppo alla Camera, Davide Crippa, aveva fissato l’assemblea dei deputati grillini, scavalcando Conte e scatenando aspre polemiche fra i pentastellati per discutere la linea da tenere in vista di mercoledì prossimo. A Montecitorio, infatti, non tutti i pentastellati condividono la scelta di lasciare il governo, dopo averlo terremotato. E per allineare i due rami del Parlamento che, in casa 5 Stelle, vanno a due velocità diverse, è stato deciso, dopo averla fatta slittare tre volte (dalle ore 15 alle 16,30-18,30,19,30), di fare un’assemblea congiunta Camera-Senato «dalle ore 19,30 alle ore 23, con eventuale prosecuzione nella mattinata di domani (oggi, ndr). «La congiunta è stata convocata per evitare che Conte perda il controllo dei gruppi» ha detto un big del Movimento all’Adnkronos, «perché sa che i deputati non hanno la posizione dei senatori, e se si va al no a Draghi a prescindere alla Camera si rischia un salasso, con nuovi addii». In mattinata era arrivato un affondo dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, tra le voci più critiche nel Movimento sulla scelta di non votare la fiducia al dl Aiuti.
Il ministro ha illustrato uno scenario «estremamente critico» con i decreti-legge pendenti in Parlamento che potrebbero subire uno stop e con le «riforme abilitanti per raggiungere gli obiettivi del Pnrr entro dicembre 2022» che non giungerebbero al traguardo, dalla concorrenza, ancora da approvare in Parlamento, alla giustizia, che aspetta invece i decreti attuativi.
La mobilitazione per il Draghi bis arruola sindaci, sanitari e trasporti
«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», fa dire Bertolt Brecht a Galileo Galilei: scomparso nel 1956, il drammaturgo tedesco non ha fatto in tempo ad aggiungere il doveroso «a meno che l’eroe non sia Mario Draghi». Dopo gli appelli a restare in carica arrivati da Vaticano, Stati Uniti, Europa e da ogni angolo della galassia, in queste ore moltitudini di personaggi politici, protagonisti istituzionali, leader di associazioni e organizzazioni sindacali, stanno implorando Draghi affinché, seppure amareggiato dalle bizze dei partiti, faccia uno sforzo e resti alla guida di questa disperata Italia, (quasi) vedova inconsolabile del Nonno al servizio delle istituzioni. A proposito di Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, preoccupato per l’ipotesi di una crisi di governo, lascia trapelare che se Draghi non torna sui suoi passi si va al voto in autunno: un modo come un altro per mettere pressione ai parlamentari, preoccupati pure loro, ma dalla possibilità di dire addio a poltrona e stipendio. La più imprevedibile delle preghiere è recitata dalla Cgil. Il sindacato guidato da Maurizio Landini diffonde una nota che si conclude con parole affrante: «Siamo rispettosi delle soluzioni che il parlamento dovrà individuare», recita la nota della segreteria, «ma ribadiamo con forza che la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono avere presente. Non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme».
Tra le chicche registrate ieri vanno segnalate quella della senatrice del Pd Tatjana Rojc, secondo la quale aver fatto innervosire Draghi è «un delitto contro 60 milioni di cittadini italiani e l’Unione europea», e le previsioni apocalittiche del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che a Politico afferma: «Ora dubito che possiamo inviare armi all’Ucraina» (non si sa perché ma non sarebbe un gran danno). «Se salta il governo Draghi», insiste Di Maio, «salta il tetto massimo al prezzo del gas europeo», un tetto che non è mai stato fissato, ma Giggino è in piena trance agonistica: «C’era un Consiglio europeo dopo l’estate», aggiunge il ministro degli Esteri, «molto importante, ovviamente salta». Se Draghi si dimette quindi a sentire Di Maio non ci saranno più Consigli europei, e chi lo sa se continueranno a svolgersi il G7, il G20, le assemblee generali dell’Onu, il Festival di Sanremo e i campionati di calcio in tutto il mondo.
«Chiediamo a Mario Draghi di andare avanti», scrivono i sindaci di Venezia (Luigi Brugnaro), Genova (Marco Bucci), Bari (Antonio Decaro), Ravenna (Michele De Pascale), Bergamo (Giorgio Gori), Roma (Roberto Gualtieri), Torino (Stefano Lorusso), Firenze (Dario Nardella), Asti (Maurizio Rasero), Pesaro (Matteo Ricci) e Milano (Beppe Sala). «Draghi», aggiungono gli undici sindaci, «ha scelto con coraggio e rigore di non accontentarsi della fiducia numerica ottenuta in aula ma di esigere la sincera e leale fiducia politica di tutti i partiti che lo hanno sostenuto dall’inizio». Secondo costoro, dunque, in Italia la fiducia a un governo non è il risultato di un voto del parlamento ma una professione di fede: «Credo in un solo premier, creatore del cielo e della terra». Essendo i sindaci italiani 7.904 in totale, ne mancano 7.893: sui Comuni da loro amministrati incombono grandine e carestia. Non a caso il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, appena appreso della lettera fa sapere di «condividerne lo spirito», e sul golfo continua a splendere il sole. Si accoda anche il sindaco di Monza, Paolo Pilotto, mentre quello di Bologna, Matteo Lepore, dice di averla firmata pure lui, e che il mancato inserimento del suo nome «è dovuto solo a un ritardo nella risposta». Verrà perdonato? Non si sa.
Le organizzazioni territoriali di Confindustria pure lanciano accorati appelli al quasi ex premier: «L’auspicio è che Mario Draghi possa riprendere la sua azione di governo», dice il presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, con un concetto ripreso in maniera pressoché identica dai leader di Veneto, Piemonte, Romagna, Campania, Basilicata, Calabria. Un «accorato appello al presidente Draghi e al ministro Speranza», perché «non è il tempo di lasciare solo chi, da oltre due anni combatte in prima linea la battaglia, ancora in corso, contro il Covid-19», viene sottoscritto dai leader degli ordini delle professioni sanitarie: psicologi, chimici e fisici, medici chirurghi e odontoiatri, infermieri, ostetrici, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici della riabilitazione e della prevenzione, veterinari, biologi e assistenti sociali.
Vergata su un foglio bagnato di lacrime la richiesta «al presidente del Consiglio Mario Draghi di restare in carica» firmata ieri dalle associazioni dei trasporti: Conftrasporto, Confetra, Anasped, Angopi, Anna, Assarmatori, Assiterminal, Assocad, Assocostieri, Assoferr, Assologistica, Assotir, Associazione nazionale gestori rifiuti manutenzioni spurghi reti fognarie e idriche, Clia, Fai, Fedepiloti, Federagenti, Federlogistica, Federtraslochi, Fedespedi, Fiap, Fise Uniport e Unitai. Fa rumore il silenzio dell’Associazione nazionale amanti della braciola al rosmarino, ma mancano ancora 72 ore a mercoledì. Ma in tutto ciò, Draghi inizia almeno a vacillare di fronte a questa valanga di implorazioni? Che aria tira a Palazzo Chigi? «Sempre la stessa», sospira alla Verità una fonte informata dei fatti. Se Giuseppe Conte, avvertendo il peso del peccato commesso gravare sul suo animo, indossasse il saio del penitente, forse potrebbe aprirsi uno spiraglio. Molto forse.
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Continua il pressing: ci si mettono pure i sindaci. Pd e Quirinale puntano a polverizzare il M5s e convincere più onorevoli possibili a ricucire. Imbarazzante video di Giuseppe Conte: non volevamo rompere, ma senza risposte dal premier sui nostri punti siamo fuori. Centrodestra: mai più coi pentastellati. Mario Draghi per ora non pare disposto a rientrare.Non solo Ue, Usa e Chiesa. A pregare il premier di restare alla guida dell’esecutivo sono primi cittadini, persino la Cgil, associazioni professionali e di categoria. Senza di lui il mondo si ferma. E si spera che Giuseppi si penta. Ma vuole l’opposizione, evitando le elezioni. E incombe il rischio scissione.Lo speciale contiene due articoli.Hanno innescato una crisi al buio e sono rimasti col cerino in mano che davvero non basta a far luce sul percorso futuro, al punto da tentare di appiopparlo alla causa del loro scontento, Mario Draghi. Della serie, non è il Movimento a essere irresponsabile, come vanno ripetendo tutti gli altri, ma chi non ha ascoltato le proposte avanzate dai pentastellati. Quindi noi, M5s, ci siamo e non serve alcun voto di fiducia, è Draghi che deve decidere se restare. Proprio così ha detto ieri sera su Facebook Giuseppe Conte, prima dell’inizio dell’assemblea congiunta di deputati e senatori: «L’atteggiamento del premier Draghi è incomprensibile e di totale chiusura» rivendicando per il proprio partito un comportamento trasparente e ricordando di aver chiesto più volte di estrapolare il voto sul termovalorizzatore di Roma dal dl Aiuti. «Qualcuno ha parlato di ricatto? Lo abbiamo subito, quando abbiamo partecipato alla votazione è chiaro che abbiamo provato a circoscrivere al minimo il significato politico di questa linearità e coerenza. Non era un’astensione né una mozione, ma il premier ne ha tratto le conseguenze che ha dovuto. Ritenevamo che potesse operare in maniera diversa. Ma abbiamo ricavato che quella nostra mancata partecipazione sia stata interpretata come una rottura». Secondo Conte, Draghi ha interpretato male il non voto ma «noi abbiamo mandato giù tutto e chiesto soltanto risposte concrete. A questo punto, significa che ci vogliono fuori dalla maggioranza perché siamo scomodi». E la linea per mercoledì prossimo è chiara: «Tutti stanno facendo pressione perché Draghi prosegua, noi non vogliamo tirarlo per la giacchetta, ma non potremo condividere alcuna responsabilità di governo se non ci sarà chiarezza sul documento politico consegnato e indicazione concreta sulla risoluzione di quelle questioni. Purtroppo non è più tempo dichiarazioni di intenti, ma definire un’agenda di governo chiara e un cronoprogramma specifico, valuterà Draghi se ci sono le condizioni per il M5s di inserire la sua azione politica in un contesto che si sta rivelando poco coeso. Senza risposte chiare, è evidente che il M5s non potrà condividere una responsabilità diretta di governo, ci sentiremo liberi e sereni di votare e partecipare quel che serve al Paese di volta in volta, quel che serve ai cittadini portando avanti la nostra azione politica del tutto disinteressatamente». Insomma, uscire dal governo e passare all’opposizione parrebbe la strategia di Conte, deciso però a evitare le urne, che si tradurrebbero in una ddébâcle epocale, nel breve periodo. Resta da capire ancora se ci saranno le dimissioni dei ministri, anche se il responsabile delle Politiche agricole Stefano Patuanelli aveva detto: «Se Conte lo chiede noi ci dimettiamo, ma non l’ha fatto». Ipotesi tuttavia sempre più lontana. L’avvocato di Volturara Appula ha parlato prima di un’assemblea congiunta in una giornata in cui era andato in scena un confronto serrato tra i pentastellati, costretti a scegliere se ritirare o meno la propria delegazione dal governo, evitando però il rischio di una «scissione dell’atomo» considerate le divisioni tra governisti e oltranzisti, tra annunci, rinvii, smentite e scappatoie furbesche. La mattinata era iniziata con il Consiglio nazionale, durato cinque ore, per fare il punto della situazione sulla crisi di governo, ma nel frattempo il capogruppo alla Camera, Davide Crippa, aveva fissato l’assemblea dei deputati grillini, scavalcando Conte e scatenando aspre polemiche fra i pentastellati per discutere la linea da tenere in vista di mercoledì prossimo. A Montecitorio, infatti, non tutti i pentastellati condividono la scelta di lasciare il governo, dopo averlo terremotato. E per allineare i due rami del Parlamento che, in casa 5 Stelle, vanno a due velocità diverse, è stato deciso, dopo averla fatta slittare tre volte (dalle ore 15 alle 16,30-18,30,19,30), di fare un’assemblea congiunta Camera-Senato «dalle ore 19,30 alle ore 23, con eventuale prosecuzione nella mattinata di domani (oggi, ndr). «La congiunta è stata convocata per evitare che Conte perda il controllo dei gruppi» ha detto un big del Movimento all’Adnkronos, «perché sa che i deputati non hanno la posizione dei senatori, e se si va al no a Draghi a prescindere alla Camera si rischia un salasso, con nuovi addii». In mattinata era arrivato un affondo dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, tra le voci più critiche nel Movimento sulla scelta di non votare la fiducia al dl Aiuti. Il ministro ha illustrato uno scenario «estremamente critico» con i decreti-legge pendenti in Parlamento che potrebbero subire uno stop e con le «riforme abilitanti per raggiungere gli obiettivi del Pnrr entro dicembre 2022» che non giungerebbero al traguardo, dalla concorrenza, ancora da approvare in Parlamento, alla giustizia, che aspetta invece i decreti attuativi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aperta-caccia-grillino-pentito-2657683105.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mobilitazione-per-il-draghi-bis-arruola-sindaci-sanitari-e-trasporti" data-post-id="2657683105" data-published-at="1658012253" data-use-pagination="False"> La mobilitazione per il Draghi bis arruola sindaci, sanitari e trasporti «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», fa dire Bertolt Brecht a Galileo Galilei: scomparso nel 1956, il drammaturgo tedesco non ha fatto in tempo ad aggiungere il doveroso «a meno che l’eroe non sia Mario Draghi». Dopo gli appelli a restare in carica arrivati da Vaticano, Stati Uniti, Europa e da ogni angolo della galassia, in queste ore moltitudini di personaggi politici, protagonisti istituzionali, leader di associazioni e organizzazioni sindacali, stanno implorando Draghi affinché, seppure amareggiato dalle bizze dei partiti, faccia uno sforzo e resti alla guida di questa disperata Italia, (quasi) vedova inconsolabile del Nonno al servizio delle istituzioni. A proposito di Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, preoccupato per l’ipotesi di una crisi di governo, lascia trapelare che se Draghi non torna sui suoi passi si va al voto in autunno: un modo come un altro per mettere pressione ai parlamentari, preoccupati pure loro, ma dalla possibilità di dire addio a poltrona e stipendio. La più imprevedibile delle preghiere è recitata dalla Cgil. Il sindacato guidato da Maurizio Landini diffonde una nota che si conclude con parole affrante: «Siamo rispettosi delle soluzioni che il parlamento dovrà individuare», recita la nota della segreteria, «ma ribadiamo con forza che la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono avere presente. Non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme». Tra le chicche registrate ieri vanno segnalate quella della senatrice del Pd Tatjana Rojc, secondo la quale aver fatto innervosire Draghi è «un delitto contro 60 milioni di cittadini italiani e l’Unione europea», e le previsioni apocalittiche del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che a Politico afferma: «Ora dubito che possiamo inviare armi all’Ucraina» (non si sa perché ma non sarebbe un gran danno). «Se salta il governo Draghi», insiste Di Maio, «salta il tetto massimo al prezzo del gas europeo», un tetto che non è mai stato fissato, ma Giggino è in piena trance agonistica: «C’era un Consiglio europeo dopo l’estate», aggiunge il ministro degli Esteri, «molto importante, ovviamente salta». Se Draghi si dimette quindi a sentire Di Maio non ci saranno più Consigli europei, e chi lo sa se continueranno a svolgersi il G7, il G20, le assemblee generali dell’Onu, il Festival di Sanremo e i campionati di calcio in tutto il mondo. «Chiediamo a Mario Draghi di andare avanti», scrivono i sindaci di Venezia (Luigi Brugnaro), Genova (Marco Bucci), Bari (Antonio Decaro), Ravenna (Michele De Pascale), Bergamo (Giorgio Gori), Roma (Roberto Gualtieri), Torino (Stefano Lorusso), Firenze (Dario Nardella), Asti (Maurizio Rasero), Pesaro (Matteo Ricci) e Milano (Beppe Sala). «Draghi», aggiungono gli undici sindaci, «ha scelto con coraggio e rigore di non accontentarsi della fiducia numerica ottenuta in aula ma di esigere la sincera e leale fiducia politica di tutti i partiti che lo hanno sostenuto dall’inizio». Secondo costoro, dunque, in Italia la fiducia a un governo non è il risultato di un voto del parlamento ma una professione di fede: «Credo in un solo premier, creatore del cielo e della terra». Essendo i sindaci italiani 7.904 in totale, ne mancano 7.893: sui Comuni da loro amministrati incombono grandine e carestia. Non a caso il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, appena appreso della lettera fa sapere di «condividerne lo spirito», e sul golfo continua a splendere il sole. Si accoda anche il sindaco di Monza, Paolo Pilotto, mentre quello di Bologna, Matteo Lepore, dice di averla firmata pure lui, e che il mancato inserimento del suo nome «è dovuto solo a un ritardo nella risposta». Verrà perdonato? Non si sa. Le organizzazioni territoriali di Confindustria pure lanciano accorati appelli al quasi ex premier: «L’auspicio è che Mario Draghi possa riprendere la sua azione di governo», dice il presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, con un concetto ripreso in maniera pressoché identica dai leader di Veneto, Piemonte, Romagna, Campania, Basilicata, Calabria. Un «accorato appello al presidente Draghi e al ministro Speranza», perché «non è il tempo di lasciare solo chi, da oltre due anni combatte in prima linea la battaglia, ancora in corso, contro il Covid-19», viene sottoscritto dai leader degli ordini delle professioni sanitarie: psicologi, chimici e fisici, medici chirurghi e odontoiatri, infermieri, ostetrici, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici della riabilitazione e della prevenzione, veterinari, biologi e assistenti sociali. Vergata su un foglio bagnato di lacrime la richiesta «al presidente del Consiglio Mario Draghi di restare in carica» firmata ieri dalle associazioni dei trasporti: Conftrasporto, Confetra, Anasped, Angopi, Anna, Assarmatori, Assiterminal, Assocad, Assocostieri, Assoferr, Assologistica, Assotir, Associazione nazionale gestori rifiuti manutenzioni spurghi reti fognarie e idriche, Clia, Fai, Fedepiloti, Federagenti, Federlogistica, Federtraslochi, Fedespedi, Fiap, Fise Uniport e Unitai. Fa rumore il silenzio dell’Associazione nazionale amanti della braciola al rosmarino, ma mancano ancora 72 ore a mercoledì. Ma in tutto ciò, Draghi inizia almeno a vacillare di fronte a questa valanga di implorazioni? Che aria tira a Palazzo Chigi? «Sempre la stessa», sospira alla Verità una fonte informata dei fatti. Se Giuseppe Conte, avvertendo il peso del peccato commesso gravare sul suo animo, indossasse il saio del penitente, forse potrebbe aprirsi uno spiraglio. Molto forse.
Con Luciano Pignataro commentiamo l'iscrizione della nostra grande tradizione gastronomica nel patrimonio immateriale dell'umanità.
Il governatore del Minnesota Tim Walz (Ansa)
Tre reti criminali, 59 condanne federali e più di un miliardo di dollari sottratti ai programmi di assistenza pubblica: lo scandalo del Minnesota mette in luce falle strutturali nel sistema dei sussidi americani. Dalle frodi sui pasti per i bambini a quelle su Medicaid e sull’assistenza all’autismo, l’inchiesta si inserisce in un contesto di welfare espansivo, controlli deboli e finanziamenti straordinari post-pandemia, con pesanti ricadute politiche e istituzionali.
I dati che arrivano dal Minnesota delineano un quadro di portata eccezionale: tre distinte reti criminali impegnate a sfruttare i programmi di assistenza pubblica, 59 condanne in sede federale e un ammontare sottratto ai contribuenti che supera il miliardo di dollari.
Tra le 86 persone finora finite sotto accusa, solo otto non hanno origini somale. Uno scandalo che ha rapidamente oltrepassato i confini statali, costringendo il governatore Tim Walz — candidato a un terzo mandato — sulla difensiva politica. Il caso appare macroscopico, condotto senza particolare cautela e inserito in un contesto segnato da politiche permissive su immigrazione, integrazione e accesso ai sussidi. Sul tema è intervenuto anche il presidente Donald Trump che, nel corso di una riunione di gabinetto, ha adottato toni duri facendo riferimento alla deputata di origine somala Ilhan Omar e a «chi le sta attorno», affermando che «non dovrebbero stare nel nostro Paese» e invitandoli a «tornare indietro a risolvere i problemi da cui provengono». Al di là delle polemiche politiche, l’inchiesta mette in luce un problema più ampio: il sistema americano dei sussidi presenta falle strutturali profonde.
Quanto emerso in Minnesota è clamoroso, ma tutt’altro che isolato. L’utilizzo disinvolto delle risorse pubbliche è diventato una pratica diffusa. L’assistenza ai soggetti vulnerabili resta necessaria, ma quando i benefici si trasformano in diritti sganciati da controlli e condizioni, il rischio è quello di alimentare circuiti criminali e dipendenza permanente dallo Stato. Dal 2020, con l’apertura massiccia dei finanziamenti federali per fronteggiare gli effetti della pandemia, le frodi legate ai programmi di sostegno pubblico sono esplose. Secondo il Government Accountability Office, tra il 2020 e il 2023 le truffe ai programmi di assicurazione contro la disoccupazione hanno generato perdite comprese tra 100 e 135 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, il Dipartimento di Giustizia ha registrato un aumento complessivo dei casi di frode pari al 242%. A giugno sono state annunciate incriminazioni contro 324 imputati coinvolti in schemi fraudolenti per 14,6 miliardi di dollari nel settore sanitario. Più di recente, un gran giurì federale di Miami ha accusato la deputata Sheila Cherfilus-McCormick e altri soggetti di aver sottratto 5 milioni di dollari di fondi FEMA e di averne riciclato una parte per finanziare attività politiche. L’esponente democratica ha respinto le accuse.
Anche il Minnesota rientra pienamente in questo schema. Nel 2022, investigatori federali hanno rilevato anomalie in un programma di distribuzione di pasti ai bambini attivato durante la pandemia. Un piccolo market halal di Shakopee, Empire Cuisine & Market, dichiarava di fornire quotidianamente migliaia di pasti. Il suo gestore, Abdimajid Mohamed Nur, ha incassato quasi un milione di dollari presentando elenchi fittizi di beneficiari e punti di distribuzione inesistenti al Programma Federale per la Nutrizione Infantile. I proventi sono stati utilizzati per beni di lusso, tra cui un pick-up Dodge Ram, gioielli e un viaggio di nozze alle Maldive. Nel 2024 è arrivata la condanna: dieci anni di reclusione. Sempre nel 2022 il Minnesota è stato il primo Stato americano a estendere la copertura Medicaid all’assistenza abitativa, con l’obiettivo dichiarato di prevenire il fenomeno dei senzatetto tra persone disabili, pazienti psichiatrici e tossicodipendenti. Nella pratica, l’iniziativa si è trasformata in un terreno fertile per truffatori professionisti. Il costo del programma è esploso, passando da una previsione iniziale di 2,6 milioni di dollari a oltre 104 milioni in un solo anno. A settembre, otto persone sono state incriminate per fatturazioni false. Tra loro i fratelli Anwar e Asad Adow, che hanno ammesso le proprie responsabilità e utilizzato i fondi illeciti per investimenti immobiliari in Kenya e per il noleggio di auto di lusso.
Un altro filone riguarda il programma statale di intervento precoce per bambini affetti da autismo. Asha Farhan Hassan è stata incriminata per aver orchestrato una frode pluriennale attraverso la sua società, Smart Therapy. Secondo le autorità, tra il 2019 e il 2024 l’azienda ha incassato oltre 14 milioni di dollari in rimborsi presentando diagnosi false relative a bambini somalo-americani non affetti da disturbi dello spettro autistico. Parte dei fondi veniva poi restituita alle famiglie. Il denaro è stato anche trasferito all’estero e investito in proprietà in Kenya. La difesa ha annunciato l’intenzione di dichiararsi colpevole. Come scrive il Wall Street Journal il contesto temporale è decisivo. Tra il 2020 e il 2022, l’erogazione di circa 4,6 trilioni di dollari in spesa federale straordinaria ha moltiplicato le occasioni di abuso. In Minnesota, un modello di welfare estremamente espansivo ha creato una rete di sostegni pubblici ampia, poco controllata e facilmente aggirabile.
L’assistenza pubblica, sostengono i critici, non è più uno strumento di emergenza ma un vero e proprio stile di vita. Il dibattito sul One Big Beautiful Bill Act e la recente paralisi del governo federale hanno riportato al centro la dimensione del sistema di welfare americano: oltre 80 programmi federali, per una spesa complessiva superiore ai mille miliardi di dollari. Settanta milioni di cittadini sono coperti da Medicaid, 24 milioni acquistano polizze sanitarie attraverso gli scambi sovvenzionati di Obamacare e 41 milioni ricevono buoni alimentari. Il costo reale, tuttavia, non si misura solo in denaro o nel numero di condanne. Il prezzo più alto è la lenta erosione della responsabilità individuale: l’uscita dal mercato del lavoro, la normalizzazione della dipendenza dallo Stato, un modello che entra in conflitto con la tradizionale cultura americana dell’autosufficienza. Per questo, una parte del Partito Repubblicano guarda alle recenti riforme di Medicaid e SNAP come a una base per rilanciare requisiti lavorativi, formazione professionale e limiti alla spesa, nel tentativo di ridurre le frodi e riattivare l’iniziativa personale. «Il Minnesota è uno Stato generoso, prospero e ben amministrato, con un rating AAA, ed è proprio questo ad attirare i criminali», ha dichiarato Walz a Meet the Press. Ma il punto, replicano i critici, è un altro. Non è la prosperità ad attirare le organizzazioni criminali, bensì la probabilità di restare impuniti. Quando l’assistenza pubblica diventa permanente, illimitata e priva di condizioni, e quando il controllo viene sacrificato sull’altare del politicamente corretto, la frode non è un’eccezione: diventa una conseguenza prevedibile.
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Anduril
Li chiamano velivoli armati collaboranti, costituiscono stormi nei quali c’è un solo aeroplano con pilota che dirige un intero gruppo di droni. Ma sono questi che studiano la situazione e definiscono la strategia di attacco. Passandosi tra loro la priorità dei bersagli.
Un velivolo militare di ultima generazione decolla per la sua missione. A bordo c’è soltanto un uomo, il pilota che viene mantenuto aggiornato sulla situazione dai collegamenti con i centri di comunicazione che raccolgono ed elaborano dati provenienti da una rete satellitare, da aeroplani per guerra elettronica, da droni e da centri di comando e controllo, finanche da truppe presenti nelle vicinanze dei bersagli. Mentre si dirige nell’area delle operazioni viene raggiunto da una piccola formazione di altri tre droni collaboranti. Si chiamano Cca, da Collaborative Combat Aircraft. Come l’aeroplano hanno caratteristiche di bassa osservabilità radar (in gergo si dice Stealth), trasportano missili o bombe e soprattutto stanno a loro volta elaborando tutti i dati disponibili prevedendo come affrontare una possibile reazione delle difese aeree intrapresa con missili o mediante il decollo di altri velivoli. I loro computer macinano le informazioni mediante intelligenza artificiale che guida il processo decisionale autonomo, consentendo ai Cca di interpretare i dati, identificare le minacce e agire in tempi di millesimi di secondo. Fanno di più: sommano al tutto anche i dati provenienti dai loro sensori di bordo che possono essere radar, ricevitori a infrarossi, informazioni dai satelliti e da altri velivoli producendo un'immagine unificata e chiara del campo di battaglia. Questa viene ricevuta dal pilota umano già pronta e l’uomo avrà in questo modo chiare quali siano le priorità e le minacce. Nel momento dell’attacco, oltre a lui che potrà sparare, il tipo di missile da lanciare e la priorità dei bersagli sarà decisa dai computer del Cca e, qualora uno di loro venga abbattuto, l’ordine d’importanza dei bersagli passerà automaticamente a un altro Cca. La conseguenza per chi si difende è che l’unico modo di evitare il colpo peggiore è abbatterli tutti, un risultato quasi impossibile da raggiungere. Con un vantaggio ulteriore: senza pilota a bordo un Cca può manovrare con accelerazioni (i cosiddetti G), che la fisiologia umana non può sopportare se non per brevissimi periodi, diventando quindi più resistente e pericoloso di qualsiasi aeroplano pilotato in modo tradizionale. Ma soprattutto, questo tipo d’attacco abbatte il rischio di perdere il pilota, il quale resta protetto in posizione arretrata. In termini tecnici si chiama swarming and networking, letteralmente “sciame di droni e lavoro in rete”, e per funzionare ha necessità di comunicazioni attraverso canali sicuri, ovvero segnali radio modulati in maniera da non poter essere corrotti. La conseguenza è che soltanto le nazioni che dispongono di tali tecnologie possono attuare queste tattiche di guerra.
Meno rischi, massima flessibilità operativa, così nessuna nazione può rinunciare
I vantaggi sono innumerevoli, come il fatto di disporre di sensori distribuiti su tutta la flotta ma i cui rilevamenti possono essere condivisi e confrontati. E per ogni tipo di missione, i singoli Cca possono essere equipaggiati con sensori, armi o sistemi di guerra elettronica differenti (per attacco, disturbo, ponte radio, eccetera), a seconda delle esigenze e del ruolo che dovranno coprire. Operando in sciame oppure individualmente, offrono quindi una maggiore letalità e capacità di sopravvivenza a un costo inferiore rispetto ai caccia tradizionali, il tutto però restando sotto la supervisione umana che rimane libera di concentrarsi sulle decisioni strategiche, mantenendo però sempre il controllo sull'applicazione della forza letale. Il nostro immaginario pilota ha quindi dei compagni di squadra unmanned (senza pilota), che svolgono i compiti più rischiosi come la ricognizione, e considerando che la formazione degli equipaggi umani è tra i maggiori capitoli di spesa di una Forza armata, ecco che i Cca offrono l’occasione di gestire al meglio le risorse finanziarie disponibili nei budget per la Difesa. Sono, questi, motivi per i quali diverse nazioni al mondo stanno sperimentando tali velivoli, dagli Usa alla Cina, dalla Turchia alla Russia, Unione europea inclusa. La stessa strategia si sta attuando per le operazioni navali, con unità di superficie e sottomarine senza pilota che proteggono navi con equipaggio umano ma all’occorrenza possono attaccare il nemico (quanto accaduto al sommergibile russo classe Kilo nel Mar Nero a metà dicembre ne è la dimostrazione), e per la guerra terrestre con carri armati comandati da remoto, rover dotati di ordigni e anche mezzi dotati zampe al posto delle ruote. Proprio la Turchia il 28 novembre scorso ha compiuto un passo avanti di notevole importanza: il velivolo senza pilota Barattar Kizilelma ha distrutto un bersaglio aereo sparando un missile aria-aria oltre il raggio visivo dell’orizzonte. Il Kizilelma ha usato il suo radar Aselsan Aesa per dirigere un missile aria-aria Gokdogan contro un bersaglio che volava ad alta velocità. Negli Usa, dal maggio scorso l’Usaf sta sperimentando nuovi prototipi prodotti da Anduril, tra i quali lo YFQ-44A progettato inizialmente da General Atomics come YFQ-42°. Non soltanto: anche i colossi Rcs e Lockheed Martin stanno facendo lo stesso, poiché i velivoli collaborativi sono anche nell’interesse della Marina (US Navy). Si tratta quindi di una tecnologia alla quale nessuna potenza può rinunciare.
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Ricordiamo sempre che a ogni diritto corrisponde un dovere e, nel caso questo diritto sia intralciato o negato, corrisponde un reato. Se l’aborto è un diritto, disapprovarlo, cercare di impedirlo anche solamente pregando davanti a una clinica abortista, magari in assoluto silenzio, diventa un reato. Se l’aborto è un diritto, l’obiezione di coscienza diventa automaticamente un reato: quindi i medici veri, quelli che rifiutano di smembrare corpicini senza anestesia nel corpo delle loro madri, saranno allontanati dagli ospedali.
Da un punto di vista giuridico, qualsiasi cosa sia dichiarata un diritto, può diventare un dovere. Se è un diritto e perché non nuoce a nessuno. Quindi il danno fatto al feto, la sua morte, il danno fatto al padre del bambino che viene privato della paternità, il danno fatto ai fratellini e ai nonni è equiparato a zero. Equiparato a zero anche il danno che la donna sta facendo a sé stessa. L’aborto è un suicidio differito. Invece di uccidere me stessa, uccido la mia prole.
È sempre il segno di un odio contro di sé che un potere malefico sta coltivando invece di contrastare. Dato che è un diritto, e quindi, secondo la narrazione ufficiale, non nuoce a nessuno, ne deduciamo due cose. Primo, il feto non esiste e quindi non può essere difeso da nulla. Secondo, l’aborto può essere reso, in caso di necessità, un dovere. Lo Stato potrà decidere l’aborto obbligatorio di un feto malformato per il suo migliore interesse ma soprattutto per il migliore interesse della società, il cosiddetto bene comune. Lo Stato potrà decidere la soppressione di feti considerati in soprannumero, o troppo poveri, per il loro migliore interesse ma soprattutto per i migliori interesse della società: il bene comune.
Benvenuti nel Paese della distopia.
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