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2022-02-02
Anziché eliminare Dad e quarantene vogliono la gogna pure per i bambini
Oggi il governo potrebbe decidere di introdurre norme distinte tra alunni vaccinati e non, anche alle elementari. Dopo la riunione del Cts prevista alle 12, il Consiglio dei ministri si riunisce, infatti, per valutare se estendere alla primaria le regole in vigore alle medie e alle superiori, ovvero didattica a distanza solo al terzo positivo registrato in classe, però con dei distinguo che diventerebbero una pesantissima discriminazione.
I bimbi vaccinati saranno in Dad cinque giorni, che sarà il doppio per chi non ha fatto nemmeno una dose. Con due positivi rimarrebbe a casa solo chi è vaccinato da più di quattro mesi o non ha mai ricevuto nemmeno la prima dose, oppure è guarito da più di 120 giorni. Alla faccia del diritto allo studio per tutti, fin dalla più tenera età si vuole creare un clima di contrasto tra immunizzati e non, lasciando a casa per dieci giorni chi non ha offerto il braccino, mentre i compagni di classe «virtuosi» saranno riammessi in presenza in metà tempo. «Quello che mi interessa è ottenere l’allentamento delle restrizioni, il diritto alla scuola per tutti», dichiarava ieri il segretario della Lega, Matteo Salvini, anticipando il tema di cui intende discutere in settimana con il premier Mario Draghi. Aggiungeva: «Leggo di bizzarre ipotesi di divieti alla scuola per bimbi di 6 e 7 anni o con distinzioni tra vaccinati e non vaccinati e penso sia il momento di fare l’esatto contrario».
Dopo circolari e decreti e vari, molti dei quali contraddittori e che hanno portato il caos nella scuola imponendo protocolli assurdi da seguire per i docenti e per i genitori, adesso arriverebbe la mossa capolavoro, per imporre di fatto la vaccinazione alle elementari. Quale bambino non avrà da lamentarsi in famiglia, perché costretto a restare fuori di classe per più tempo rispetto agli amichetti che si sono fatti il vaccino?
Il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, tra i tanti suoi propositi annunciati, sosteneva che era in corso una «riflessione» per semplificare la certificazione del rientro a scuola degli alunni che sono stati contagiati dal Covid e hanno superato la malattia, sottolineando che «al di là della formula con cui si rientra, è importante che il rientro ci sia stato e che si è affermato il principio che la scuola è in presenza, ed è un diritto».
La formula è fondamentale, non secondaria, visto che si tratta di garantire la continuità di studio per i bambini senza discriminazioni da vaccino anti Covid. Invece anche la quarantena dovrebbe avere modalità diverse, così come viene imposto a tutti i cittadini, quindi niente isolamento per vaccinati da meno di 120 giorni e guariti, cinque giorni per chi è vaccinato o guarito da più di 120 giorni, ma dieci giorni per i non vaccinati.
Una «punizione», perché di altro non si tratterebbe, con tempi più lunghi di segregazione in casa, senza poter giocare né andare a scuola. E per fortuna che si vuole il bene dei più piccoli, che tanto hanno sofferto in due anni di lockdown e limitazioni. «Non avere contatti fisici, reali, coi propri pari impoverisce la “dieta del nostro cervello emotivo”», ha scritto Marcella Mauro del Centro di neuropsicologia di Humanitas medical care. E con la Dad, che determina diffuso disagio psicologico tra i ragazzi, «aumenta la propensione all’isolamento nel pianeta digitale», segnalava già un anno fa l’Ordine nazionale degli psicologi.
Nessuna novità dovrebbe esserci sul fronte scuole dell’infanzia, dove basta un solo bimbo 0-5 anni positivo per lasciare tutti a casa dieci giorni. Una norma assurda, che sta creando infiniti problemi alle famiglie, che non possono godere del servizio educativo, devono pagare baby sitter se i nonni non ci sono o sono troppi fragili, pagare i tamponi dopo l’uscita dalla quarantena.
Nel mondo della scuola si registra pure il malumore per la reintroduzione della seconda prova scritta all’esame di Stato, diversa per ogni singolo istituto a differenza della prima che rimane predisposta su base nazionale. «Gli studenti che affronteranno le prove di giugno sono quelli che più hanno sofferto l’emergenza: due anni e mezzo del loro percorso scolastico sono stati pesantemente inficiati dalla pandemia», ha commentato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi (Anp). «Anche la decisione di basare la seconda prova scritta su una sola materia tra quelle di indirizzo rappresenta un passo indietro, perché si perde quella interdisciplinarietà che rappresentava un salto di qualità nella rilevazione delle competenze degli studenti. Ci auguriamo che il ministro ci ripensi e tolga la seconda prova agli esami di maturità».
Secondo Tommaso Biancuzzi, della Rete degli studenti medi, sindacato studentesco, «serve una maturità che tenga conto degli ultimi tre anni di scuola a singhiozzo, tra didattica mista e a distanza. Serve una maturità che dia importanza e spazio ai percorsi personali con una tesina e niente scritti». Per questo, tra due giorni protesteranno davanti al ministero dell’Istruzione e in molte piazze italiane.
«Inaffidabili i trial di Pfizer sui sieri»
«I risultati dell’efficacia del 95% del vaccino annunciati da Pfizer non potevano essere considerati affidabili per il criterio principale, vale a dire, prima insorgenza di Covid-19 sintomatico a partire da 7 giorni dopo la dose 2». È il parere della biostatistica Christine Cotton, specialista in sperimentazioni cliniche, che ha pubblicato su FranceSoir la sua perizia metodologica, richiesta da un avvocato alla Corte d’Appello del Quebec, entrando nei dettagli dei vaccini contro il coronavirus. In sostanza una valutazione delle pratiche metodologiche implementate nelle sperimentazioni Pfizer per lo sviluppo del suo vaccino a RNA messaggero contro il Covid-19, in relazione alle buone pratiche cliniche.
La Cotton, con 23 anni di esperienza, ha nel suo curriculum oltre 500 studi nell’industria farmaceutica e varie sperimentazioni cliniche, ha esaminato tutta la documentazione del laboratorio Pfizer registrato presso le autorità americane ed europee, per individuare e determinare i bias, ovvero gli elementi che possono far deviare i risultati dal loro vero valore.
Dagli intervalli di confidenza con campioni con zero o pochi pazienti a risultati statisticamente non dimostrati su casi gravi o anziani, una rassegna completa in termini semplici e comprensibili. La specialista indipendente, che ha lavorato per i più grandi laboratori come Astrazeneca, J&J, Roche, ritiene che l’efficacia del vaccino annunciata dal colosso farmaceutico Usa «non si può considerare efficace» perché chi ha partecipato ai trials doveva segnalare i propri sintomi al sito che li aveva reclutati, per capire se si trattava di casi sintomatici di Covid. Ma «qualsiasi segnalazione incompleta o errata da parte del partecipante che non ha la competenza per giudicare il suo stato di salute, l’uso autorizzato di antipiretici che sopprimono i sintomi, febbre e dolore, portano a una sottovalutazione del numero di contagiati sintomatici, poiché solo i partecipanti che segnalano sintomi dovrebbero completare un test Pcr, ossia molecolare, come parte di questo studio. Altrimenti, nessun sintomo significa nessun test Pcr e nessun test Pcr significa niente Covid-19». Per la Cotton era necessario effettuare test molecolari a tutta la popolazione inclusa nella sperimentazione clinica per capire se il Covid asintomatico fosse vettore di malattia. Pertanto, sottolinea la biostatistica, «è chiaro che tutta la comunicazione sulla vaccinazione che frena la trasmissione del virus, non sia stata supportata da alcun risultato nella sperimentazione clinica».
Altro problema la valutazione della tolleranza, poiché «abbiamo solo due mesi mediani di follow-up dopo la seconda dose, ovvero il 50% dei partecipanti a meno di due mesi e il 50% a più di due mesi: un periodo di osservazione che è troppo breve per raccogliere la tolleranza a medio e lungo termine».
Infine un altro dato scioccante della relazione: nell’ottobre 2021 è stato finalmente riconosciuto il rischio di miocardite/pericardite da vaccino nei soggetti di età compresa tra 12 e 39 anni, quando la popolazione generale era già vaccinata da diversi mesi e il rischio era stato sottovalutato. A fronte di tutte queste «distorsioni e informazioni mancanti» Christine Cotton ha chiesto «la sospensione urgente di tutte le vaccinazioni con Comirnaty, )il vaccino BionTech-Pfizer) non solo per le popolazioni su cui non abbiamo informazioni fino ad oggi, ma anche per l’intera popolazione, in attesa delle spiegazioni del laboratorio Pfizer sulla scelta del proprio piano di sperimentazione, delle sue modalità di valutazione, dell’algoritmo per il calcolo dei criteri d’efficacia, dell’assenza di un test Pcr sulla popolazione generale».
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Oggi il Cdm estenderà la discriminazione alle elementari. Lezioni online con tre casi, con due a casa solo i non vaccinati, penalizzati anche sull’isolamento. Matteo Salvini: «Ipotesi bizzarre, restrizioni da allentare».«Inaffidabili i trial di Pfizer sui sieri». Per la biostatistica Christine Cotton, i test sull’efficacia del preparato sono imprecisi. Pochi pazienti, segnalazioni incomplete e rischi sottovalutati comprometterebbero i risultati.Lo speciale comprende due articoli. Oggi il governo potrebbe decidere di introdurre norme distinte tra alunni vaccinati e non, anche alle elementari. Dopo la riunione del Cts prevista alle 12, il Consiglio dei ministri si riunisce, infatti, per valutare se estendere alla primaria le regole in vigore alle medie e alle superiori, ovvero didattica a distanza solo al terzo positivo registrato in classe, però con dei distinguo che diventerebbero una pesantissima discriminazione. I bimbi vaccinati saranno in Dad cinque giorni, che sarà il doppio per chi non ha fatto nemmeno una dose. Con due positivi rimarrebbe a casa solo chi è vaccinato da più di quattro mesi o non ha mai ricevuto nemmeno la prima dose, oppure è guarito da più di 120 giorni. Alla faccia del diritto allo studio per tutti, fin dalla più tenera età si vuole creare un clima di contrasto tra immunizzati e non, lasciando a casa per dieci giorni chi non ha offerto il braccino, mentre i compagni di classe «virtuosi» saranno riammessi in presenza in metà tempo. «Quello che mi interessa è ottenere l’allentamento delle restrizioni, il diritto alla scuola per tutti», dichiarava ieri il segretario della Lega, Matteo Salvini, anticipando il tema di cui intende discutere in settimana con il premier Mario Draghi. Aggiungeva: «Leggo di bizzarre ipotesi di divieti alla scuola per bimbi di 6 e 7 anni o con distinzioni tra vaccinati e non vaccinati e penso sia il momento di fare l’esatto contrario». Dopo circolari e decreti e vari, molti dei quali contraddittori e che hanno portato il caos nella scuola imponendo protocolli assurdi da seguire per i docenti e per i genitori, adesso arriverebbe la mossa capolavoro, per imporre di fatto la vaccinazione alle elementari. Quale bambino non avrà da lamentarsi in famiglia, perché costretto a restare fuori di classe per più tempo rispetto agli amichetti che si sono fatti il vaccino? Il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, tra i tanti suoi propositi annunciati, sosteneva che era in corso una «riflessione» per semplificare la certificazione del rientro a scuola degli alunni che sono stati contagiati dal Covid e hanno superato la malattia, sottolineando che «al di là della formula con cui si rientra, è importante che il rientro ci sia stato e che si è affermato il principio che la scuola è in presenza, ed è un diritto». La formula è fondamentale, non secondaria, visto che si tratta di garantire la continuità di studio per i bambini senza discriminazioni da vaccino anti Covid. Invece anche la quarantena dovrebbe avere modalità diverse, così come viene imposto a tutti i cittadini, quindi niente isolamento per vaccinati da meno di 120 giorni e guariti, cinque giorni per chi è vaccinato o guarito da più di 120 giorni, ma dieci giorni per i non vaccinati. Una «punizione», perché di altro non si tratterebbe, con tempi più lunghi di segregazione in casa, senza poter giocare né andare a scuola. E per fortuna che si vuole il bene dei più piccoli, che tanto hanno sofferto in due anni di lockdown e limitazioni. «Non avere contatti fisici, reali, coi propri pari impoverisce la “dieta del nostro cervello emotivo”», ha scritto Marcella Mauro del Centro di neuropsicologia di Humanitas medical care. E con la Dad, che determina diffuso disagio psicologico tra i ragazzi, «aumenta la propensione all’isolamento nel pianeta digitale», segnalava già un anno fa l’Ordine nazionale degli psicologi.Nessuna novità dovrebbe esserci sul fronte scuole dell’infanzia, dove basta un solo bimbo 0-5 anni positivo per lasciare tutti a casa dieci giorni. Una norma assurda, che sta creando infiniti problemi alle famiglie, che non possono godere del servizio educativo, devono pagare baby sitter se i nonni non ci sono o sono troppi fragili, pagare i tamponi dopo l’uscita dalla quarantena. Nel mondo della scuola si registra pure il malumore per la reintroduzione della seconda prova scritta all’esame di Stato, diversa per ogni singolo istituto a differenza della prima che rimane predisposta su base nazionale. «Gli studenti che affronteranno le prove di giugno sono quelli che più hanno sofferto l’emergenza: due anni e mezzo del loro percorso scolastico sono stati pesantemente inficiati dalla pandemia», ha commentato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi (Anp). «Anche la decisione di basare la seconda prova scritta su una sola materia tra quelle di indirizzo rappresenta un passo indietro, perché si perde quella interdisciplinarietà che rappresentava un salto di qualità nella rilevazione delle competenze degli studenti. Ci auguriamo che il ministro ci ripensi e tolga la seconda prova agli esami di maturità». Secondo Tommaso Biancuzzi, della Rete degli studenti medi, sindacato studentesco, «serve una maturità che tenga conto degli ultimi tre anni di scuola a singhiozzo, tra didattica mista e a distanza. Serve una maturità che dia importanza e spazio ai percorsi personali con una tesina e niente scritti». 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È il parere della biostatistica Christine Cotton, specialista in sperimentazioni cliniche, che ha pubblicato su FranceSoir la sua perizia metodologica, richiesta da un avvocato alla Corte d’Appello del Quebec, entrando nei dettagli dei vaccini contro il coronavirus. In sostanza una valutazione delle pratiche metodologiche implementate nelle sperimentazioni Pfizer per lo sviluppo del suo vaccino a RNA messaggero contro il Covid-19, in relazione alle buone pratiche cliniche. La Cotton, con 23 anni di esperienza, ha nel suo curriculum oltre 500 studi nell’industria farmaceutica e varie sperimentazioni cliniche, ha esaminato tutta la documentazione del laboratorio Pfizer registrato presso le autorità americane ed europee, per individuare e determinare i bias, ovvero gli elementi che possono far deviare i risultati dal loro vero valore. Dagli intervalli di confidenza con campioni con zero o pochi pazienti a risultati statisticamente non dimostrati su casi gravi o anziani, una rassegna completa in termini semplici e comprensibili. La specialista indipendente, che ha lavorato per i più grandi laboratori come Astrazeneca, J&J, Roche, ritiene che l’efficacia del vaccino annunciata dal colosso farmaceutico Usa «non si può considerare efficace» perché chi ha partecipato ai trials doveva segnalare i propri sintomi al sito che li aveva reclutati, per capire se si trattava di casi sintomatici di Covid. Ma «qualsiasi segnalazione incompleta o errata da parte del partecipante che non ha la competenza per giudicare il suo stato di salute, l’uso autorizzato di antipiretici che sopprimono i sintomi, febbre e dolore, portano a una sottovalutazione del numero di contagiati sintomatici, poiché solo i partecipanti che segnalano sintomi dovrebbero completare un test Pcr, ossia molecolare, come parte di questo studio. Altrimenti, nessun sintomo significa nessun test Pcr e nessun test Pcr significa niente Covid-19». Per la Cotton era necessario effettuare test molecolari a tutta la popolazione inclusa nella sperimentazione clinica per capire se il Covid asintomatico fosse vettore di malattia. Pertanto, sottolinea la biostatistica, «è chiaro che tutta la comunicazione sulla vaccinazione che frena la trasmissione del virus, non sia stata supportata da alcun risultato nella sperimentazione clinica». Altro problema la valutazione della tolleranza, poiché «abbiamo solo due mesi mediani di follow-up dopo la seconda dose, ovvero il 50% dei partecipanti a meno di due mesi e il 50% a più di due mesi: un periodo di osservazione che è troppo breve per raccogliere la tolleranza a medio e lungo termine». Infine un altro dato scioccante della relazione: nell’ottobre 2021 è stato finalmente riconosciuto il rischio di miocardite/pericardite da vaccino nei soggetti di età compresa tra 12 e 39 anni, quando la popolazione generale era già vaccinata da diversi mesi e il rischio era stato sottovalutato. A fronte di tutte queste «distorsioni e informazioni mancanti» Christine Cotton ha chiesto «la sospensione urgente di tutte le vaccinazioni con Comirnaty, )il vaccino BionTech-Pfizer) non solo per le popolazioni su cui non abbiamo informazioni fino ad oggi, ma anche per l’intera popolazione, in attesa delle spiegazioni del laboratorio Pfizer sulla scelta del proprio piano di sperimentazione, delle sue modalità di valutazione, dell’algoritmo per il calcolo dei criteri d’efficacia, dell’assenza di un test Pcr sulla popolazione generale».
Luigi Di Maio (Imagoeconomica)
La notizia è stata data direttamente su Linkedin da Di Maio, che grazie all’esperienza come ministro degli Esteri nel maggio 2023 è stato nominato rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico. Nelle scorse settimane il suo nome è circolato anche come possibile coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. «Assumerò questo nuovo ruolo con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, le relazioni Europa-Golfo e le dinamiche geopolitiche», ha scritto l’ex ministro.
Il post con la sua nomina ha scatenato gli applausi e i complimenti di sceicchi e manager di fondi e grandi aziende saudite, emiratine e del Qatar. Non è un caso, ovviamente. Si vede che l’ex delfino di Beppe Grillo, in questi due anni e mezzo, si è fatto ben volere da banchieri e manager in tunica bianca. Del resto, come abbiamo imparato a nostre spese, sveglio è sveglio. E anche se da giovane ha pensato più a fare politica che a studiare (ha la maturità classica), tutti coloro che hanno lavorato con lui, ambasciatori compresi, gli riconoscono una grande umiltà e molta voglia di apprendere.
Al King’s College, poi, non fanno certo la carità: i cv li sanno leggere, ma sanno anche pesare le reti relazionali. Così hanno ingaggiato Di Maio per rafforzare il loro prestigioso Dipartimento, dove sui banchi dei master arriva la crema degli ufficiali di Sua Maestà. Di Maio, professionalmente, proviene dal Golfo Persico e guarda caso il primo mercato per l’industria bellica britannica è proprio quello, con l’Arabia saudita in testa alle classifiche con vendite per 4,5 miliardi di sterline tra il 2021 e il 2025 (fonte: governo Regno Unito). E l’anno scorso, per il governo britannico, si è registrato il valore più alto di esportazioni di armi da oltre 40 anni (20 miliardi di sterline).
Di Maio, comunque, era amato a Londra anche prima di essere spedito tra le dune dall’Onu. Ha servito come ministro degli Esteri nel Conte II (2019-2021) e nel governo Draghi (2021-2022) e ha sempre tenuto a rafforzare il più possibile i legami con il Regno Unito, nonostante la Brexit e i tanti dispettucci inglesi ai nostri emigrati. Da ministro e da vicepremier, lo statista di Pomigliano d’Arco ha sempre sostenuto che l’Unione europea non dovesse «punire» il Regno Unito per la sua uscita, allo scopo di evitare choc economici da entrambe le parti. Di Maio ha più volte ribadito «l’amicizia solida» con Londra, anche quando fu eletto Boris Johnson (2019) e ha stretto un grande rapporto con Dominic Raab, ex sottosegretario agli Esteri. Tra i vari campi nei quali ha collaborato con Londra c’è stato anche quello della ricerca sui vaccini. Ma forse uno dei dossier che oggi pesa di più, per la carriera inglese dell’ex grillino, è quello della stabilizzazione della Libia.
L’incarico di docente onorario ha poco peso dal punto di vista didattico, ma consente di fare ricerca. E non è poco per un Di Maio che da ragazzo si iscrisse senza fortuna prima a ingegneria informatica e poi a giurisprudenza. In soli sei anni, è passato da lanciare Lino Banfi sul palco del Teatro Brancaccio come rappresentante dell’Italia all’Unesco a lanciare sé stesso in uno degli atenei più prestigiosi del mondo. Un ateneo che ha sfornato 14 premi Nobel. Difficile che il quindicesimo sia il nostro «Giggino», quello che annunciava da Palazzo Chigi: «Abbiamo abolito la povertà». Ma con uno come lui, mai dire mai.
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Ansa
L’agente, riferiscono ambienti della difesa, è profondamente provato da quanto sta emergendo. Non solo per il peso dell’accusa, ma per la rappresentazione che, giorno dopo giorno, viene restituita del suo operato. Al legale ha ribadito di non aver mai avuto rapporti con gli spacciatori della zona, né contatti opachi con il mondo del boschetto. Una ricostruzione che respinge con decisione e che - sostiene - non ha nulla a che vedere con la sua storia professionale.
Dal punto di vista tecnico, la linea difensiva resta immutata. Per Porciani è difficile sostenere l’ipotesi dell’omicidio volontario a fronte di uno sparo esploso a oltre venti metri di distanza, in un contesto di scarsa visibilità, con una traiettoria che - come emerso dagli accertamenti autoptici - non presenta le caratteristiche di un colpo d’esecuzione. Un solo proiettile, esploso in pochi istanti, dopo essersi visto puntare contro quella che appariva come un’arma vera. «Non avevo alcuna intenzione di uccidere», è il concetto che l’assistente capo continua a ribadire.
In parallelo, dagli interrogatori degli altri poliziotti - difesi dagli avvocati Massimo Pellicciotta, Antonio Buondonno e Matteo Cherubini - emerge una linea difensiva distinta ma convergente su un punto: nessuno di loro avrebbe avuto un ruolo nello sparo. Tutti hanno risposto alle domande del pm Giovanni Tarzia chiarendo di essere arrivati in momenti diversi sulla scena: uno era vicino a C.C. al momento del colpo, gli altri sono giunti subito dopo. Nei verbali, però, ciascuno ha riferito che le fasi successive sarebbero state gestite dal collega più anziano, indicato come il più esperto del gruppo, anche attraverso comunicazioni non veritiere, come quella - contestata - sulla chiamata dell’ambulanza. Per la Procura di Milano uno dei passaggi chiave dell’inchiesta riguarda ciò che sarebbe accaduto nei minuti successivi allo sparo. Dalle verifiche emergerebbe che il collega più vicino all’agente, prima della chiamata al 118 si sarebbe recato al commissariato Mecenate, per poi tornare sul posto con una borsa, di cui gli altri poliziotti avrebbero detto di ignorare il contenuto. Un elemento che rafforza l’ipotesi investigativa secondo cui la pistola a salve trovata accanto al corpo possa essere stata collocata dopo, tesi sostenuta anche dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali della famiglia Mansouri. Sullo sfondo c’è poi il ritardo di circa 23 minuti nell’allertare i soccorsi, punto centrale dell’accusa di omissione contestata agli agenti.
Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: «Sono compiaciuto che la Polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno. Accetteremo con assoluta serenità ciò che emergerà».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
La morte di Virginia Giuffre, la grande accusatrice di Jeffrey Epstein e dell’ormai ex principe Andrea; il libro postumo in cui testimonia ciò che non è riuscita a testimoniare da viva in un’Aula di tribunale e la pressione del mondo Maga vicino a Donald Trump hanno alzato il velo su uno scandalo mondiale. Presidenti, imprenditori, intellettuali e faccendieri, tutti insieme appassionatamente, tutti uniti da lussuria e cupidigia, da interessi e vizi. Non sono un moralista e mi interessa poco in quale letto finiscano la serata gli uomini politici e i grandi imprenditori della rivoluzione digitale. Tuttavia, qui non sono in discussione le vite private delle persone e nemmeno le pratiche sessuali di ciascuno. Nel caso Epstein emerge un sistema fondato sull’abuso, sulla violazione delle regole, sullo sfruttamento delle persone e delle informazioni riservate, sulla capacità di tessere relazioni che andavano oltre gli Stati, gli schieramenti, le aziende.
Dicono che Epstein sia stato un grande manipolatore. Di certo, è stato un uomo che pur non avendo alcun titolo da vantare - non era neppure professore - è riuscito a fingersi prima insegnante, poi banchiere, quindi consigliere speciale di fior di imprenditori e infine intimo amico di magnati e principi. Di lui si può dire che sapeva come sfruttare per il proprio tornaconto l’animo e le debolezze umane. Per anni ha costruito una ragnatela in cui è riuscito a intrappolare aspiranti altezze reali (non c’è solo il figlio prediletto della regina Elisabetta, ma anche qualche altra testa coronata della vecchia Europa), fior di banchieri, capi di Stato, ministri, ambasciatori, artisti. A questi personaggi ricchi e potenti offriva donne, spesso ragazzine minorenni abbacinate dal lusso e dunque facili prede. E negli incontri riservati o nelle feste non mancava neppure la droga, che a quanto pare Epstein faceva coltivare direttamente in una delle sue proprietà, in modo da non rimanere mai senza.
Raccontata così, la storia potrebbe apparire una vicenda assai simile, anche se sviluppata alla grande, a quella di Alberto Genovese, il mago della fintech che a Milano aveva trasformato il suo appartamento in una specie di isola per orge a base di droga. Ma a Terrazza sentimento, dove si impasticcavano e stupravano le ragazze, manca rispetto a Pedophileisland l’elemento del ricatto e del malaffare. Se il fondatore di Facile.it violentava le giovani dopo averle stordite con la droga dello stupro, con Epstein le ragazze erano schiave di una cupola in cui si manipolavano segreti e potere. Le minorenni servivano per ottenere dal principe Andrea le informazioni riservate del governo inglese. I soldi e forse altro erano necessari per avere la compiacenza del primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland. E poi c’era Jack Lang, il superministro della cultura di Mitterand e di tanti governi francesi, uno degli uomini più potenti degli Emirati arabi, Bin Sulayem, l’ex funzionaria della Casa Bianca ai tempi di Obama, Kathryn Ruemmler, ora a capo dell’ufficio legale della Goldman Sachs e, sempre vicino a Obama, l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, fino a ieri presidente della Harvard University, e poi il genio dell’informatica Bill Gates, con il super genio della cinematografia Woody Allen. L’elenco è lungo, ma l’eterogeneità delle persone coinvolte dimostra che Epstein non si poneva limiti. Da ciascuno, americano o non, ricco o solo potente, poteva riuscire in qualche modo a guadagnare, lavorando sull’eugenetica, la geopolitica o i vaccini. Così ha accumulato un patrimonio enorme, stimato da alcuni come assai vicino al miliardo. Sesso, sangue (a Zorro ranch nel New Mexico sarebbero sepolti i cadaverici di due giovani, strangolate durante un rapporto fetish) e soldi. Un intrigo internazionale al cui confronto ogni altro giallo impallidisce, perché nessun’altra storia ha avvolto nella sua tela così tante vittime e si è diffusa in tutto il mondo, occupandosi di governi, monarchie e persino di pontefici da eliminare. Ma quello che abbiamo finora scoperto forse è solo l’inizio.
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Donald Trump (Getty Images)
Se il Congresso avesse inteso conferire il potere distinto e straordinario di imporre tariffe, lo avrebbe fatto espressamente, come ha costantemente fatto in altre leggi tariffarie», si legge nell’opinione di maggioranza, che, secondo il sito specializzato Scotusblog, non ha tuttavia chiarito se il governo federale debba effettuare o meno dei rimborsi.
«La sentenza è profondamente deludente, mi vergogno di alcuni membri della Corte Suprema», ha tuonato il presidente americano, accusando il massimo organo giudiziario statunitense di essere «influenzato da interessi stranieri». L’inquilino della Casa Bianca ha anche annunciato che imporrà «una tariffa globale del 10% ai sensi della Sezione 122».
In sostanza, secondo la Corte Suprema, Trump, usando lo Ieepa per imporre delle tariffe, avrebbe ecceduto nel suo potere, bypassando l’autorità del Congresso. Ricordiamo che i dazi interessati dalla sentenza non sono quelli settoriali, imposti ad acciaio e alluminio, che erano stati decretati ai sensi della Sezione 232 del Trade expansion act del 1962. A essere cassate sono invece in gran parte state le tariffe che Trump aveva definito «reciproche», annunciandole per la prima volta lo scorso aprile in occasione del cosiddetto «Giorno della liberazione». Secondo Fortune, il valore complessivo dei dazi annullati si aggirerebbe attorno ai 175 miliardi di dollari. La sentenza di ieri era in parte attesa, visto che, durante il dibattimento avvenuto l’anno scorso, vari supremi togati avevano espresso scetticismo sulle posizioni espresse dai legali della Casa Bianca.
Il cuore dello scontro ha riguardato il senso stesso della linea tariffaria del presidente americano. Secondo Trump, i dazi rientrano nel perimetro della politica estera, più che di quella economica. Per l’inquilino della Casa Bianca, le tariffe sono da intendersi principalmente come uno strumento di tutela della sicurezza nazionale, per ridurre la dipendenza americana dalla Cina nelle catene di approvvigionamento strategiche. Non a caso, ieri, Trump ha rivendicato di aver usato le tariffe per fermare delle guerre e per bloccare il flusso di fentanyl. La maggioranza dei giudici ha invece interpretato le tariffe in senso classico e non hanno ammesso la visione trumpiana del potere esecutivo.
Come che sia, l’amministrazione americana si era da tempo preparata a ricorrere a delle vie alternative allo Ieepa: e Trump ha detto ieri di essere pronto ad agire in tal senso. Secondo Nbc News, tra gli strumenti a sua disposizione rientrano la Sezione 338 del Tariff act del 1930, la Sezione 232 del Trade expansion act del 1962, la Sezione 201 del Trade act del 1974, la Sezione 301 del Trade act del 1974 e la Sezione 122 del Trade act del 1974. La stessa Goldman Sachs ha riferito che la Casa Bianca sarebbe pronta a usare degli strumenti legislativi alternativi per mantenere i dazi. Il punto è che lo Ieepa garantiva al presidente maggiore rapidità. E questo, per lui, rappresentava un fattore positivo in termini di efficacia. «Nessuno può negare che l’uso dei dazi da parte del presidente abbia fruttato miliardi di dollari e creato un’enorme leva per la strategia commerciale americana e per garantire solidi e reciproci accordi commerciali “America first” con Paesi che avevano sfruttato i lavoratori americani per decenni», ha affermato lo Speaker della Camera, Mike Johnson. «Il Congresso e l’amministrazione», ha proseguito, «determineranno la strada migliore da seguire nelle prossime settimane». Trump ieri ha comunque detto di non aver bisogno di passare per il Congresso.
Un ultimo aspetto da considerare riguarda la Corte Suprema. Per anni una certa vulgata non ha fatto che ripetere che quest’organo fosse prono a Donald Trump, visto che sei dei suoi nove componenti attuali è di nomina repubblicana. Ebbene, la sentenza di ieri ha dimostrato che le cose non stanno così. Tra l’altro, a schierarsi a favore dell’annullamento dei dazi sono stati anche due dei togati nominati dallo stesso Trump durante il primo mandato: Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett. D’altronde, i giudici sono inamovibili e godono dell’intangibilità del loro trattamento economico: il che ne garantisce l’autonomia. Insomma, che la Corte Suprema sia in mano all’attuale presidente americano si conferma un’eclatante sciocchezza. Così come la narrazione che vorrebbe gli Stati Uniti sprofondati in una dittatura.
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