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2022-02-02
Anziché eliminare Dad e quarantene vogliono la gogna pure per i bambini
Oggi il governo potrebbe decidere di introdurre norme distinte tra alunni vaccinati e non, anche alle elementari. Dopo la riunione del Cts prevista alle 12, il Consiglio dei ministri si riunisce, infatti, per valutare se estendere alla primaria le regole in vigore alle medie e alle superiori, ovvero didattica a distanza solo al terzo positivo registrato in classe, però con dei distinguo che diventerebbero una pesantissima discriminazione.
I bimbi vaccinati saranno in Dad cinque giorni, che sarà il doppio per chi non ha fatto nemmeno una dose. Con due positivi rimarrebbe a casa solo chi è vaccinato da più di quattro mesi o non ha mai ricevuto nemmeno la prima dose, oppure è guarito da più di 120 giorni. Alla faccia del diritto allo studio per tutti, fin dalla più tenera età si vuole creare un clima di contrasto tra immunizzati e non, lasciando a casa per dieci giorni chi non ha offerto il braccino, mentre i compagni di classe «virtuosi» saranno riammessi in presenza in metà tempo. «Quello che mi interessa è ottenere l’allentamento delle restrizioni, il diritto alla scuola per tutti», dichiarava ieri il segretario della Lega, Matteo Salvini, anticipando il tema di cui intende discutere in settimana con il premier Mario Draghi. Aggiungeva: «Leggo di bizzarre ipotesi di divieti alla scuola per bimbi di 6 e 7 anni o con distinzioni tra vaccinati e non vaccinati e penso sia il momento di fare l’esatto contrario».
Dopo circolari e decreti e vari, molti dei quali contraddittori e che hanno portato il caos nella scuola imponendo protocolli assurdi da seguire per i docenti e per i genitori, adesso arriverebbe la mossa capolavoro, per imporre di fatto la vaccinazione alle elementari. Quale bambino non avrà da lamentarsi in famiglia, perché costretto a restare fuori di classe per più tempo rispetto agli amichetti che si sono fatti il vaccino?
Il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, tra i tanti suoi propositi annunciati, sosteneva che era in corso una «riflessione» per semplificare la certificazione del rientro a scuola degli alunni che sono stati contagiati dal Covid e hanno superato la malattia, sottolineando che «al di là della formula con cui si rientra, è importante che il rientro ci sia stato e che si è affermato il principio che la scuola è in presenza, ed è un diritto».
La formula è fondamentale, non secondaria, visto che si tratta di garantire la continuità di studio per i bambini senza discriminazioni da vaccino anti Covid. Invece anche la quarantena dovrebbe avere modalità diverse, così come viene imposto a tutti i cittadini, quindi niente isolamento per vaccinati da meno di 120 giorni e guariti, cinque giorni per chi è vaccinato o guarito da più di 120 giorni, ma dieci giorni per i non vaccinati.
Una «punizione», perché di altro non si tratterebbe, con tempi più lunghi di segregazione in casa, senza poter giocare né andare a scuola. E per fortuna che si vuole il bene dei più piccoli, che tanto hanno sofferto in due anni di lockdown e limitazioni. «Non avere contatti fisici, reali, coi propri pari impoverisce la “dieta del nostro cervello emotivo”», ha scritto Marcella Mauro del Centro di neuropsicologia di Humanitas medical care. E con la Dad, che determina diffuso disagio psicologico tra i ragazzi, «aumenta la propensione all’isolamento nel pianeta digitale», segnalava già un anno fa l’Ordine nazionale degli psicologi.
Nessuna novità dovrebbe esserci sul fronte scuole dell’infanzia, dove basta un solo bimbo 0-5 anni positivo per lasciare tutti a casa dieci giorni. Una norma assurda, che sta creando infiniti problemi alle famiglie, che non possono godere del servizio educativo, devono pagare baby sitter se i nonni non ci sono o sono troppi fragili, pagare i tamponi dopo l’uscita dalla quarantena.
Nel mondo della scuola si registra pure il malumore per la reintroduzione della seconda prova scritta all’esame di Stato, diversa per ogni singolo istituto a differenza della prima che rimane predisposta su base nazionale. «Gli studenti che affronteranno le prove di giugno sono quelli che più hanno sofferto l’emergenza: due anni e mezzo del loro percorso scolastico sono stati pesantemente inficiati dalla pandemia», ha commentato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi (Anp). «Anche la decisione di basare la seconda prova scritta su una sola materia tra quelle di indirizzo rappresenta un passo indietro, perché si perde quella interdisciplinarietà che rappresentava un salto di qualità nella rilevazione delle competenze degli studenti. Ci auguriamo che il ministro ci ripensi e tolga la seconda prova agli esami di maturità».
Secondo Tommaso Biancuzzi, della Rete degli studenti medi, sindacato studentesco, «serve una maturità che tenga conto degli ultimi tre anni di scuola a singhiozzo, tra didattica mista e a distanza. Serve una maturità che dia importanza e spazio ai percorsi personali con una tesina e niente scritti». Per questo, tra due giorni protesteranno davanti al ministero dell’Istruzione e in molte piazze italiane.
«Inaffidabili i trial di Pfizer sui sieri»
«I risultati dell’efficacia del 95% del vaccino annunciati da Pfizer non potevano essere considerati affidabili per il criterio principale, vale a dire, prima insorgenza di Covid-19 sintomatico a partire da 7 giorni dopo la dose 2». È il parere della biostatistica Christine Cotton, specialista in sperimentazioni cliniche, che ha pubblicato su FranceSoir la sua perizia metodologica, richiesta da un avvocato alla Corte d’Appello del Quebec, entrando nei dettagli dei vaccini contro il coronavirus. In sostanza una valutazione delle pratiche metodologiche implementate nelle sperimentazioni Pfizer per lo sviluppo del suo vaccino a RNA messaggero contro il Covid-19, in relazione alle buone pratiche cliniche.
La Cotton, con 23 anni di esperienza, ha nel suo curriculum oltre 500 studi nell’industria farmaceutica e varie sperimentazioni cliniche, ha esaminato tutta la documentazione del laboratorio Pfizer registrato presso le autorità americane ed europee, per individuare e determinare i bias, ovvero gli elementi che possono far deviare i risultati dal loro vero valore.
Dagli intervalli di confidenza con campioni con zero o pochi pazienti a risultati statisticamente non dimostrati su casi gravi o anziani, una rassegna completa in termini semplici e comprensibili. La specialista indipendente, che ha lavorato per i più grandi laboratori come Astrazeneca, J&J, Roche, ritiene che l’efficacia del vaccino annunciata dal colosso farmaceutico Usa «non si può considerare efficace» perché chi ha partecipato ai trials doveva segnalare i propri sintomi al sito che li aveva reclutati, per capire se si trattava di casi sintomatici di Covid. Ma «qualsiasi segnalazione incompleta o errata da parte del partecipante che non ha la competenza per giudicare il suo stato di salute, l’uso autorizzato di antipiretici che sopprimono i sintomi, febbre e dolore, portano a una sottovalutazione del numero di contagiati sintomatici, poiché solo i partecipanti che segnalano sintomi dovrebbero completare un test Pcr, ossia molecolare, come parte di questo studio. Altrimenti, nessun sintomo significa nessun test Pcr e nessun test Pcr significa niente Covid-19». Per la Cotton era necessario effettuare test molecolari a tutta la popolazione inclusa nella sperimentazione clinica per capire se il Covid asintomatico fosse vettore di malattia. Pertanto, sottolinea la biostatistica, «è chiaro che tutta la comunicazione sulla vaccinazione che frena la trasmissione del virus, non sia stata supportata da alcun risultato nella sperimentazione clinica».
Altro problema la valutazione della tolleranza, poiché «abbiamo solo due mesi mediani di follow-up dopo la seconda dose, ovvero il 50% dei partecipanti a meno di due mesi e il 50% a più di due mesi: un periodo di osservazione che è troppo breve per raccogliere la tolleranza a medio e lungo termine».
Infine un altro dato scioccante della relazione: nell’ottobre 2021 è stato finalmente riconosciuto il rischio di miocardite/pericardite da vaccino nei soggetti di età compresa tra 12 e 39 anni, quando la popolazione generale era già vaccinata da diversi mesi e il rischio era stato sottovalutato. A fronte di tutte queste «distorsioni e informazioni mancanti» Christine Cotton ha chiesto «la sospensione urgente di tutte le vaccinazioni con Comirnaty, )il vaccino BionTech-Pfizer) non solo per le popolazioni su cui non abbiamo informazioni fino ad oggi, ma anche per l’intera popolazione, in attesa delle spiegazioni del laboratorio Pfizer sulla scelta del proprio piano di sperimentazione, delle sue modalità di valutazione, dell’algoritmo per il calcolo dei criteri d’efficacia, dell’assenza di un test Pcr sulla popolazione generale».
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Oggi il Cdm estenderà la discriminazione alle elementari. Lezioni online con tre casi, con due a casa solo i non vaccinati, penalizzati anche sull’isolamento. Matteo Salvini: «Ipotesi bizzarre, restrizioni da allentare».«Inaffidabili i trial di Pfizer sui sieri». Per la biostatistica Christine Cotton, i test sull’efficacia del preparato sono imprecisi. Pochi pazienti, segnalazioni incomplete e rischi sottovalutati comprometterebbero i risultati.Lo speciale comprende due articoli. Oggi il governo potrebbe decidere di introdurre norme distinte tra alunni vaccinati e non, anche alle elementari. Dopo la riunione del Cts prevista alle 12, il Consiglio dei ministri si riunisce, infatti, per valutare se estendere alla primaria le regole in vigore alle medie e alle superiori, ovvero didattica a distanza solo al terzo positivo registrato in classe, però con dei distinguo che diventerebbero una pesantissima discriminazione. I bimbi vaccinati saranno in Dad cinque giorni, che sarà il doppio per chi non ha fatto nemmeno una dose. Con due positivi rimarrebbe a casa solo chi è vaccinato da più di quattro mesi o non ha mai ricevuto nemmeno la prima dose, oppure è guarito da più di 120 giorni. Alla faccia del diritto allo studio per tutti, fin dalla più tenera età si vuole creare un clima di contrasto tra immunizzati e non, lasciando a casa per dieci giorni chi non ha offerto il braccino, mentre i compagni di classe «virtuosi» saranno riammessi in presenza in metà tempo. «Quello che mi interessa è ottenere l’allentamento delle restrizioni, il diritto alla scuola per tutti», dichiarava ieri il segretario della Lega, Matteo Salvini, anticipando il tema di cui intende discutere in settimana con il premier Mario Draghi. Aggiungeva: «Leggo di bizzarre ipotesi di divieti alla scuola per bimbi di 6 e 7 anni o con distinzioni tra vaccinati e non vaccinati e penso sia il momento di fare l’esatto contrario». Dopo circolari e decreti e vari, molti dei quali contraddittori e che hanno portato il caos nella scuola imponendo protocolli assurdi da seguire per i docenti e per i genitori, adesso arriverebbe la mossa capolavoro, per imporre di fatto la vaccinazione alle elementari. Quale bambino non avrà da lamentarsi in famiglia, perché costretto a restare fuori di classe per più tempo rispetto agli amichetti che si sono fatti il vaccino? Il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, tra i tanti suoi propositi annunciati, sosteneva che era in corso una «riflessione» per semplificare la certificazione del rientro a scuola degli alunni che sono stati contagiati dal Covid e hanno superato la malattia, sottolineando che «al di là della formula con cui si rientra, è importante che il rientro ci sia stato e che si è affermato il principio che la scuola è in presenza, ed è un diritto». La formula è fondamentale, non secondaria, visto che si tratta di garantire la continuità di studio per i bambini senza discriminazioni da vaccino anti Covid. Invece anche la quarantena dovrebbe avere modalità diverse, così come viene imposto a tutti i cittadini, quindi niente isolamento per vaccinati da meno di 120 giorni e guariti, cinque giorni per chi è vaccinato o guarito da più di 120 giorni, ma dieci giorni per i non vaccinati. Una «punizione», perché di altro non si tratterebbe, con tempi più lunghi di segregazione in casa, senza poter giocare né andare a scuola. E per fortuna che si vuole il bene dei più piccoli, che tanto hanno sofferto in due anni di lockdown e limitazioni. «Non avere contatti fisici, reali, coi propri pari impoverisce la “dieta del nostro cervello emotivo”», ha scritto Marcella Mauro del Centro di neuropsicologia di Humanitas medical care. E con la Dad, che determina diffuso disagio psicologico tra i ragazzi, «aumenta la propensione all’isolamento nel pianeta digitale», segnalava già un anno fa l’Ordine nazionale degli psicologi.Nessuna novità dovrebbe esserci sul fronte scuole dell’infanzia, dove basta un solo bimbo 0-5 anni positivo per lasciare tutti a casa dieci giorni. Una norma assurda, che sta creando infiniti problemi alle famiglie, che non possono godere del servizio educativo, devono pagare baby sitter se i nonni non ci sono o sono troppi fragili, pagare i tamponi dopo l’uscita dalla quarantena. Nel mondo della scuola si registra pure il malumore per la reintroduzione della seconda prova scritta all’esame di Stato, diversa per ogni singolo istituto a differenza della prima che rimane predisposta su base nazionale. «Gli studenti che affronteranno le prove di giugno sono quelli che più hanno sofferto l’emergenza: due anni e mezzo del loro percorso scolastico sono stati pesantemente inficiati dalla pandemia», ha commentato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi (Anp). «Anche la decisione di basare la seconda prova scritta su una sola materia tra quelle di indirizzo rappresenta un passo indietro, perché si perde quella interdisciplinarietà che rappresentava un salto di qualità nella rilevazione delle competenze degli studenti. Ci auguriamo che il ministro ci ripensi e tolga la seconda prova agli esami di maturità». Secondo Tommaso Biancuzzi, della Rete degli studenti medi, sindacato studentesco, «serve una maturità che tenga conto degli ultimi tre anni di scuola a singhiozzo, tra didattica mista e a distanza. Serve una maturità che dia importanza e spazio ai percorsi personali con una tesina e niente scritti». 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È il parere della biostatistica Christine Cotton, specialista in sperimentazioni cliniche, che ha pubblicato su FranceSoir la sua perizia metodologica, richiesta da un avvocato alla Corte d’Appello del Quebec, entrando nei dettagli dei vaccini contro il coronavirus. In sostanza una valutazione delle pratiche metodologiche implementate nelle sperimentazioni Pfizer per lo sviluppo del suo vaccino a RNA messaggero contro il Covid-19, in relazione alle buone pratiche cliniche. La Cotton, con 23 anni di esperienza, ha nel suo curriculum oltre 500 studi nell’industria farmaceutica e varie sperimentazioni cliniche, ha esaminato tutta la documentazione del laboratorio Pfizer registrato presso le autorità americane ed europee, per individuare e determinare i bias, ovvero gli elementi che possono far deviare i risultati dal loro vero valore. Dagli intervalli di confidenza con campioni con zero o pochi pazienti a risultati statisticamente non dimostrati su casi gravi o anziani, una rassegna completa in termini semplici e comprensibili. La specialista indipendente, che ha lavorato per i più grandi laboratori come Astrazeneca, J&J, Roche, ritiene che l’efficacia del vaccino annunciata dal colosso farmaceutico Usa «non si può considerare efficace» perché chi ha partecipato ai trials doveva segnalare i propri sintomi al sito che li aveva reclutati, per capire se si trattava di casi sintomatici di Covid. Ma «qualsiasi segnalazione incompleta o errata da parte del partecipante che non ha la competenza per giudicare il suo stato di salute, l’uso autorizzato di antipiretici che sopprimono i sintomi, febbre e dolore, portano a una sottovalutazione del numero di contagiati sintomatici, poiché solo i partecipanti che segnalano sintomi dovrebbero completare un test Pcr, ossia molecolare, come parte di questo studio. Altrimenti, nessun sintomo significa nessun test Pcr e nessun test Pcr significa niente Covid-19». Per la Cotton era necessario effettuare test molecolari a tutta la popolazione inclusa nella sperimentazione clinica per capire se il Covid asintomatico fosse vettore di malattia. Pertanto, sottolinea la biostatistica, «è chiaro che tutta la comunicazione sulla vaccinazione che frena la trasmissione del virus, non sia stata supportata da alcun risultato nella sperimentazione clinica». Altro problema la valutazione della tolleranza, poiché «abbiamo solo due mesi mediani di follow-up dopo la seconda dose, ovvero il 50% dei partecipanti a meno di due mesi e il 50% a più di due mesi: un periodo di osservazione che è troppo breve per raccogliere la tolleranza a medio e lungo termine». Infine un altro dato scioccante della relazione: nell’ottobre 2021 è stato finalmente riconosciuto il rischio di miocardite/pericardite da vaccino nei soggetti di età compresa tra 12 e 39 anni, quando la popolazione generale era già vaccinata da diversi mesi e il rischio era stato sottovalutato. A fronte di tutte queste «distorsioni e informazioni mancanti» Christine Cotton ha chiesto «la sospensione urgente di tutte le vaccinazioni con Comirnaty, )il vaccino BionTech-Pfizer) non solo per le popolazioni su cui non abbiamo informazioni fino ad oggi, ma anche per l’intera popolazione, in attesa delle spiegazioni del laboratorio Pfizer sulla scelta del proprio piano di sperimentazione, delle sue modalità di valutazione, dell’algoritmo per il calcolo dei criteri d’efficacia, dell’assenza di un test Pcr sulla popolazione generale».
(Ansa)
La sottoscrizione serve per avviare il processo della proposta per contenere le migrazioni massive che secondo i promotori (tra cui Casapound) «sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli» perché generano problemi sociali, culturali ed economici e compromettono la sovranità e l’identità nazionale. L’Italia e l’Europa fronteggiano ormai da decenni un fenomeno migratorio di dimensioni enormi che si inserisce in un quadro più ampio di processi geopolitici ed economici, molto spesso, se non sempre, incentivati da centri di interesse che perseguono interessi e obiettivi contrari a quelli di nazioni e popoli.
Epperò in Europa il clima sta cambiando visto che la stessa Commissione europea ha delineato un nuovo approccio alla gestione delle migrazioni che mette al centro la sicurezza degli ingressi, la cooperazione con i Paesi terzi e un maggiore controllo dei flussi, cercando un equilibrio tra canali legali e contrasto all’irregolarità.
Legalità e sicurezza nazionali restano le priorità per ogni Stato con l’obiettivo di ridurre i disagi per i cittadini. Come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro un’idea finalizzata sempre al contenimento della presenza dei migranti arriva dalla socialdemocratica Danimarca dove la premier Mette Frederiksen ha annunciato un irrigidimento delle norme che prevede l’espulsione dei cittadini stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi, accelerando i meccanismi di allontanamento di soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza interna. Nei reati gravi ha spiegato il ministero dell’immigrazione rientrano «aggressione aggravata e stupro».
«Le parole di Frederiksen certificano il fallimento di un sistema giunto inesorabilmente al capolinea», dice l’europarlamentare leghista Paolo Borchia. «Se anche le socialdemocrazie scandinave, storicamente generosissime in termini di welfare, si rendono conto di essere diventate un bancomat per migliaia di immigrati che non hanno saputo, o voluto, imbracciare la via dell’integrazione, significa che tutta Europa deve imparare a selezionare chi merita l’accoglienza e chi no», prosegue l’europarlamentare.
In termini generali, al di là delle procedure, aggiunge Borchia, «è evidente che ci sia la necessità di non consentire a chi commette reati di rimanere sui nostri territori. La sicurezza è diventato uno dei diritti principali da tutelare per il futuro. Un approccio più muscolare è necessario, anche a scopi di deterrenza».
Nel frattempo oltre a Danimarca, che ha un 8% di immigrati, Germania, primo paese Ue per immigrazione, Austria, Paesi bassi e Grecia stanno valutando la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione europea, i cosiddetti «return hub», per trasferire i richiedenti asilo irregolari verso Paesi terzi. Lo riferisce il portale tedesco Tagesschau, citando il ministero dell’Interno di Berlino. Secondo quanto riportato, dai centri verrebbero poi organizzati i rientri nei Paesi d’origine o negli Stati confinanti dei migranti cui è stata respinta la domanda di asilo nell’Ue. I cinque Paesi hanno istituito un gruppo di lavoro dedicato alla questione e, sempre secondo Tagesschau, accordi concreti dovrebbero essere raggiunti nel corso del 2026, confermando quindi che i centri immigrati in Albania voluti dal premier Giorgia Meloni sono un modello che ha anticipato le linee del Patto immigrazione e asilo dell’Unione europea.
Peraltro le politiche di contenimento secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), hanno provocato nel 2025 una diminuzione degli ingressi irregolari nell’Unione del 26%, il livello più basso registrato dal 2021, con cali significativi lungo le rotte dei Balcani e dell’Africa occidentale, al contrario del Mediterraneo centrale che resta la rotta più attiva verso l’Ue.
Tornando alla proposta di una legge su Remigrazione e riconquista che rafforza la normativa vigente in materia di governo dei flussi migratori, tutela della sicurezza pubblica e politiche demografiche e prevede il rientro volontario e assistito di cittadini stranieri regolarmente presenti, mediante incentivi economici, il presidente del Comitato Luca Marsella, ha rivendicato il risultato come risposta ai tentativi di bloccare politicamente l’iniziativa e ha invitato a proseguire la sottoscrizione per presentarsi in Parlamento con una platea di sostenitori ancora più ampia. La partita ora non è più simbolica ma procedurale: la proposta entra nel perimetro istituzionale e costringe il sistema politico a confrontarsi nel merito.
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C’è poco da fare: pensi gnocchi e ti viene fame. Sono probabilmente il primo piatto più apprezzato dai bambini e sono una ricetta che risolve tutti i problemi. Siamo abituati a pensarli di patate (alla sorrentina sono di una golosità solare!) ma in realtà si possono fare con tanti frutti dell’orto: a esempio in autunno con zucca e castagne e un sugo di funghi diventano sublimi. Noi oggi ve ne proponiamo alcuni leggerissimi, di gran gusto e di sicuro effetto: ingrediente base il cavolfiore!
Ingredienti – Cavolfiore 600 gr, farina tipo0 500 gr, un uovo,150 gr di gorgonzola, 12 noci, 150 gr di Parmigiano reggiano o Grana padano o altro formaggio da grattugia (tipo Montasio stravecchio), un bicchiere scarso di latte, sale e pepe qb
Procedimento – Tagliate a dadoni il cavolfiore e poi col il mixer riducetelo in una sorta di poltiglia. In una ciotola grande unite il cavolfiore grattugiato a ¾ della farina e lavoratelo con energia, aggiungete l’uovo e impastate ben bene, volendo anche con pizzico di sale. Fate riposare l’impasto poi infarinate il tagliere, date una forma cilindrica all’impasto lavorandolo ulteriormente e ricavatene tanti bastoncini che taglierete a pezzetti lunghi circa mezzo centimetro. E gli gnocchi sono fatti, sistemateli in un vassoio spolverizzando con altra farina. Mettete a bollire una pentola capiente con l’acqua e un po’ di sale e nel frattempo in una padella capiente – ci dovrete mantecare gli gnocchi – fate fondere a fiamma moderata il gorgonzola nel latte aggiungendo una metà circa de formaggio grattugiato. Lessate gli gnocchi (sono pronti quando vengono a galla, ci vorranno un paio di minuti) poi passateli nella crema di formaggio aggiungendo un pizzico di pepe se vi va, i gherigli delle noci, che avrete nel frattempo sgusciato, tritati grossolanamente. Aggiungete altro formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro gli gnocchi man mano che si fanno, nel piatto dove riposeranno.
Abbinamento – Abbiamo scelto un Teroldego trentino, vanno benissimo Merlot o Cabernet Sauvignon o volendo anche una Barbera.
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Manifesti antiamericani a Teheran. Nel riquadro il titolo di Drop Site sul possibile attacco Usa (Ansa)
«Se il nemico commette un errore, senza dubbio metterà a repentaglio la propria sicurezza, la sicurezza della regione e la sicurezza del regime sionista», ha frattanto dichiarato ieri il capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, aggiungendo che le forze armate del regime sono «in piena prontezza difensiva e militare». Tutto questo, mentre i media statali iraniani pubblicavano foto di Ali Khamenei, per smentire le voci che si fosse nascosto in un bunker. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso irritazione per le esercitazioni militari dei pasdaran in programma oggi e domani nello Stretto di Hormuz: un’area, ricordiamolo, cruciale per quanto concerne il trasporto del petrolio. «Non tollereremo azioni pericolose del corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica», ha dichiarato Centcom. Frattanto, sempre ieri, si sono verificate delle esplosioni in Iran: due funzionari israeliani hanno prontamente smentito il coinvolgimento dello Stato ebraico nell’accaduto. Anche gli Usa, secondo la Cnn, non avrebbero responsabilità.
Insomma, la situazione complessiva è a dir poco tesa. Ed è anche emersa una rivelazione curiosa. Secondo Axios, nella sua recente visita a Washington, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto, nel corso di un incontro privato con think tank e organizzazioni ebraiche, che l’Iran si sentirebbe incoraggiato, qualora gli Stati Uniti non lo attaccassero. Se confermata, questa posizione cozzerebbe con quanto espresso pubblicamente da Riad, che ha finora auspicato di evitare un’escalation. Non è quindi escludibile che quanto riferito da Axios possa determinare degli attriti tra i sauditi e la Turchia: Ankara si sta infatti spendendo per dissuadere la Casa Bianca dall’intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Sarà un caso, ma, proprio ieri, una fonte ha riferito all’Afp che probabilmente la Turchia non aderirà al patto di sicurezza tra Arabia Saudita e Pakistan.
Riad sta quindi facendo una sorta di doppio gioco? Non è affatto escludibile. Negli scorsi mesi, i sauditi si sono avvicinati ai turchi, convergendo su vari dossier (a cominciare da quello siriano). Tuttavia, dall’altra parte, Riad non ha mai cessato di temere le ambizioni nucleari di Teheran. E questo potrebbe spiegare il senso di quanto rivelato da Axios. Va comunque da sé che, se i sauditi avessero davvero esortato Washington (per quanto indirettamente) ad agire, la probabilità di un attacco militare americano contro la Repubblica islamica si farebbe assai più concreta.
Teheran ne è consapevole. E per questo spera che Ankara convinca Trump a desistere. «Nelle nostre conversazioni, ho ribadito che l’Iran non ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari ed è pronto ad abbracciare un accordo nucleare giusto ed equo che soddisfi i legittimi interessi del nostro popolo; questo include la garanzia di “nessuna arma nucleare” e la revoca delle sanzioni», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dopo aver incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan, venerdì. Anche il segretario del Supremo consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, ha detto, ieri, che sarebbe «in corso la formazione di una struttura per dei negoziati» con gli Usa. Lo stesso Trump, in serata, ha affermato che la diplomazia sarebbe al lavoro. «L’Iran sta parlando con noi e vedremo se possiamo fare qualcosa, altrimenti vedremo cosa succede», ha affermato. Su Truth, ha rilanciato il post di un attivista che, dei pasdaran, diceva: «Se la stanno facendo sotto». Il punto è che finora il regime khomeinista non ha aperto alle richieste della Casa Bianca sull’arricchimento dell’uranio e sul programma balistico. Il che ha irritato notevolmente il presidente americano che, negli ultimi giorni, è tornato a valutare concretamente l’opzione militare. Bisognerà adesso capire che cosa accadrà nelle prossime ore. Si riapriranno le trattative tra Washington e Teheran? Oppure Trump deciderà di attaccare? Nel momento in cui La Verità andava in stampa, la situazione era significativamente in bilico, ma il presidente americano potrebbe usare la forza militare come leva negoziale con gli ayatollah.
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(IStock)
Una carrellata di fatti di cronaca spesso messi da parte ma che, se uniti, descrivono un problema che tocca tutto il Paese, da Torino a Napoli passando ovviamente per Milano.
Il 22 febbraio del 2025 tre studenti spagnoli, impegnati in Erasmus con la Bocconi, stanno tornando a casa. È notte fonda e i locali hanno già chiuso. I tre decidono di prendere prima un taxi e a seguire il filobus 90. Poi, come si legge in Piumini e catene, «salgono quattro ragazzi con i cappucci tirati su. Nessuno dice una parola. Il più alto si sistema il giubbotto, si avvicina agli spagnoli, uno scambio di sguardi, poi un urto. La collanina si spezza, parte una spinta, il coltello lampeggia. Uno dei tre studenti cade, colpito al fianco. Il pavimento si macchia di sangue».
I quattro, maranza appunto, scappano. È a questo punto, sottolineano Arditti e Gallicola, che le forze dell’ordine cominciano a parlare di «“bande fluide”, gruppi che nascono e si sciolgono in poche settimane, collegati fra loro dai social». Branchi che si riuniscono per colpire e poi si lasciano. Non hanno legami. Non hanno rapporti. Hanno solo un obiettivo: rubare e ferire. Non era, questo, l’ultimo caso. E non sarà nemmeno l’ultimo. Sui mezzi pubblici di Milano rapine e attacchi con l’arma bianca sono in netto aumento.
Questi gruppi di déraciné, di senza radici, sono tenuti insieme da poco o nulla. Quel poco, oltre alla violenza, è la musica rap. Baby Gang, il cui vero nome è Zaccaria Mouhib, su tutti. È il «prototipo» del maranza. Infanzia difficile, poi il carcere minorile. «Non ho paura di morire, ho paura di non vivere», canta in Cella 101. Diventa famoso sfruttando Youtube e l’hype che le sue canzoni generano. Ma non è il solo, come notano Arditti e Gallicola. Ci sono anche Rondo Da Sosa, Simba la Rue, Neima Ezza, Vale Pain, Sacky, Touché. «Giovani, figli di migranti o di famiglie modeste, cresciuti nelle stesse piazze e negli stessi cortili. Tutti raccontano la stessa città: Milano come campo di battaglia, come sogno e condanna insieme».
Sono i volti e i canti di una generazione che non si è integrata perché non ha voluto farlo. Che urla un disagio che ha cercato da sé o quantomeno che non ha mai provato a combattere. E che cerca lo scontro, non solo verbale ma soprattutto fisico. Sono i giovani del Maghreb che indossano i piumini e le catene. E che tengono nascosto il coltello. Ma, soprattutto, è la generazione che tinge di sangue le nostre vie. Al ritmo del rap.
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