2022-12-29
Antonio Staglianò: «Anche i polli capiscono che Gesù è un bambino ma poi crescerà»
Papa Francesco e il vescovo Antonio Staglianò (Vaticanews)
Dopo l’articolo della Murgia che accusa i cattolici di adorare il bambinello poiché «rifiutano la complessità» il presidente della Pontificia accademia di teologia ribatte: «Dio si fa carne umana sin dal concepimento». La pressione per la scristianizzazione dell’Occidente aumenta, tanto che di anno in anno il Natale diventa sempre più «una festa senza il festeggiato», parafrasando un’espressione del Cardinale Biffi. L’ultima «insulsa provocazione anticlericale» - come l’ha definita il vescovo Antonio Staglianò in un articolo per il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana - viene da Bologna, dove a pochi metri dalla Basilica di San Petronio sono state installate luminarie che, estrapolando due frasi da Imagine di John Lennon, invocano un mondo senza religione né paradiso.Un episodio che rivela due tendenze in atto: riduzionismo e secolarizzazione.Ne pariamo con lo stesso Staglianò, nella sua veste di presidente della Pontificia accademia di teologia.Eccellenza partiamo dal riduzionismo: in ogni ambito si prende la parte e la si fa valere per il tutto, a discapito della verità e della ragione stessa. Nel caso specifico, il testo di una canzone che inneggia alla pace finisce per essere letto in contraddizione con il cristianesimo, che proprio la pace la predica. Dove rischia di portarci questa schizofrenia del pensiero?«Quando si parla di scristianizzazione si pensa sempre ad un’operazione battagliera di quanti sono all’esterno del cristianesimo per imporre il loro punto di vista “illuministico”, a un mondo di epigoni dei grandi atei che si vuole organizzare contro la fede e che coglie ogni occasione per venirci contro. Sicuramente c’è del vero. Io però, che amo quella canzone, l’ho sempre vista come un inno alla pace su temi che sono gli stessi dell’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco: le guerre per ridisegnare i confini, la fame in aumento nel mondo, l’avidità di un manipolo che ha in mano la ricchezza totale… Ecco, il testo di Imagine pensava ad una religione che invece di combattere queste ingiustizie, diventa strumento per alimentarle, e di cui pertanto si può fare a meno: la chiave interpretativa è questa. Ma se il cattolicesimo non è questa religione, perché aggredirlo con l’estrapolazione vista a Bologna? Chiaramente è una insulsa provocazione, un’interpretazione riduzionistica che ci fa pagare lo scotto di un passato di cui non abbiamo perso la memoria… I riduzionismi fanno male, dovunque vengano praticati».Questa analisi contestuale presuppone una capacità di senso critico che però oggi sembra perso, fatto che porta le persone a non essere più in grado di rispettare il pensiero altrui: come rimettere al centro l’uomo che ragiona? «Questa domanda coglie la mission che il Papa, costituendomi nuovo presidente della Pontificia Accademia di Teologia, mi ha affidato, cioè portare la teologia alla sua divulgazione popolare, in un’ottica di evangelizzazione. Giusto: a mancare oggi è proprio il senso critico, che per la Chiesa si traduce in un deficit di teologia, che è esercizio critico del sapere della fede. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Fides et Ratio, esortava i cattolici ad usare la testa nel nuovo millennio, pena lo scadere della religione in magie e superstizioni. Faccio notare che i primi grandi evangelizzatori, e quindi gli apostoli stessi, tra i miti e le religioni scelsero il ragionamento filosofico; i primi padri della Chiesa furono apologisti, perché come dice Sant’Agostino “la fede che non si pensa è nulla”. Per cui dobbiamo avviare un processo di divulgazione per poter comunicare alle persone le verità del Vangelo e fare della teologia un ministero ecclesiale come la catechesi, diffusa nelle parrocchie oltre che nelle università». Applichiamo quanto lei ha appena detto commentando un esempio recente dell’attacco che subiscono le categorie cristiane nella secolarizzazione galoppante: ha destato scalpore l’articolo apparso la vigilia di Natale sulla Stampa, in cui si liquida il cattolicesimo dicendo che ama un Dio bambino perché rifiuta la complessità…«La complessità è struttura interiore dell’umano, evitarla significa evitare l’umanità; pertanto, questa affermazione equivale a dire che nessun Dio si è fatto carne. Torno a dire: costoro sono gli epigoni dei vecchi illuministi e l’osservazione della signora (Michela Murgia, autrice dell’articolo, ndr) è bambinesca: noi contempliamo il Bambino perché, diversamente dal rappresentarsi umano degli dei antichi, pensiamo a un Dio che si fa carne umana, tale fin dal primo istante del concepimento. Noi adoriamo e contempliamo la realtà di Gesù da quando è feto nel grembo di sua madre. Parliamo di incarnazione, non di inumanazione: se si fosse inumanato, Gesù avrebbe potuto scegliere di farlo in un uomo già adulto. Ed è bambinesco definire il nostro adorare un bambino una fuga dalla complessità: non so come le sia venuta questa associazione mentale, non riconosco nessuna intelligenza. Se l’intelligenza è la capacità di stabilire relazioni significative, qui non c’è nessuna relazione significativa. Lo capiscono pure i polli che il bambino crescerà». Di nuovo, si sceglie un’immagine e la si assolutizza, dimenticando che il cristianesimo parte dalla culla e finisce con la resurrezione passando per la croce (la culla sta all’ombra della croce, ci ricordava Giovanni Paolo II), con la vita di Gesù nel mezzo: quindi, al contrario, tiene insieme la complessità.«Siccome i Vangeli sono stati scritti allo specchio della resurrezione, quella grotta riflette anche la croce e quindi la narrativa che parla di Gesù bambino è una lettura di interpretazione dell’evento già avvenuto. Il mistero del Bambino ci dice che Dio, pur potente, si mette a nostra disposizione come un neonato. Questa “impotente” onnipotenza, nel linguaggio degli esseri umani ha un solo termine: amore».
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