
Alla fine potrebbe scapparci il morto. Si chiama Quentin il giovane attivista identitario francese pestato a morte da un branco di militanti antifascisti. Quentin ha 23 anni, è uno studente di matematica e la sua unica «colpa» è stata quella di aver voluto proteggere sei ragazze di Némésis, il collettivo femminile delle giovani identitarie francesi che difendono i diritti delle donne contro i soprusi degli immigrati (e il silenzio dei media). Negli ultimi tempi, peraltro, Némésis ha iniziato a spopolare sui social, con azioni e video che sono diventati virali.
E probabilmente è proprio questo che non è andato giù agli antifascisti della Jeune garde, movimento vicino alla France insoumise, il partito di estrema sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon.
La tragedia si è consumata l’altro ieri a Lione, a margine di una protesta che le sei attiviste di Némésis avevano organizzato davanti all’Institut d’études politiques (Iep), al cui interno si stava svolgendo una conferenza con Rima Hassan, controversa eurodeputata franco-palestinese, eletta tra le file della France insoumise. Le ragazze di Némésis, durante un flash-mob, si erano limitate a srotolare uno striscione su cui era scritto Islamo-gauchistes hors de nos facs, cioè «islamo-sinistrorsi fuori dalle nostre università». Tanto è bastato per scatenare la violenta reazione degli «antagonisti», che non si sono fatti scrupoli ad aggredire le attiviste disarmate. Una di loro, una giovane di 19 anni, è stata trascinata a terra e strangolata, come mostra un video diffuso sui social dall’associazione.
Ma il peggio doveva ancora venire. Quentin si trovava insieme ad altri attivisti identitari a una certa distanza dal flash-mob organizzato dalle ragazze, pronto a intervenire in caso le cose si fossero messe male. «Di solito non chiamiamo il servizio d’ordine, perché sappiamo benissimo che gli antifascisti sono violenti e più numerosi di noi», ha dichiarato alla Verità Astrid, portavoce di Némésis. «In questo caso però, vista la situazione tesa, una delle nostre ragazze ha chiesto al fidanzato di portare con sé degli attivisti maschi, giusto per stare tranquille». Tra questi ragazzi c’era, appunto, anche Quentin.
Una volta terminato il flash-mob, Quentin si è allontanato dalla zona con un suo amico per rincasare. Un commando di 30 antifascisti, tuttavia, li ha seguiti per poi aggredirli di sorpresa in una strada più defilata. Quentin è stato fatto cadere con uno sgambetto, che gli ha fatto battere violentemente la testa sull’asfalto, e successivamente è stato massacrato con numerosi calci mentre era già a terra. L’amico, ferito in modo lieve, lo ha aiutato a rientrare, ma durante il tragitto Quentin è svenuto. Trasportato d’urgenza all’ospedale Édouard Herriot, il giovane è stato ricoverato in condizioni disperate a causa di un’emorragia cerebrale. Ieri mattina Quentin, fervente cattolico impegnato nella vita pastorale, ha ricevuto l’estrema unzione, una volta che ai suoi genitori è stata comunicata la morte cerebrale del figlio.
«Siamo terribilmente addolorate, ma anche profondamente arrabbiate», ci dice la portavoce di Némésis. «Siamo tutte sotto choc», ha proseguito, «ma quello che non possiamo in alcun modo tollerare è l’impunità di cui godono questi criminali, che sono protetti dalla stampa e dai partiti francesi. Molti media stanno già parlando di “rissa”, ma qui c’è stato un vero e proprio agguato che è sfociato in un omicidio politico». Anche l’avvocato della famiglia della vittima, Fabien Rajon, ha contestato ufficialmente l’ipotesi della «rissa», parlando di un «linciaggio gratuito» e specificando che Quentin «non ha precedenti, tanto meno per violenze: la sua fedina penale è pulita».
In questo momento, prosegue la portavoce di Némésis, «è ancora presto per capire che cosa fare, adesso è il momento del lutto. Di sicuro vogliamo organizzare una “marche blanche” (manifestazione in cui i partecipanti, vestiti di bianco, sfilano in silenzio per chiedere giustizia ed esprimere solidarietà alla famiglia della vittima di violenza, ndr)». Inoltre, sottolinea Astrid, «stiamo valutando se ingaggiare una scorta privata per le nostre attiviste più conosciute: costa tanto, è vero, ma non possiamo più permetterci di lasciarle indifese».
Il collettivo Némésis, in ogni caso, ha intenzione di chiedere che gli antifascisti siano inseriti nell’elenco delle organizzazioni terroriste, un po’ come ha proposto Donald Trump negli Stati Uniti. «Questi estremisti di sinistra sono molto pericolosi e adottano i metodi violenti usati dalle gang nelle banlieue», afferma Astrid. «È inconcepibile che lo Stato francese non tuteli noi, che siamo un’associazione pacifica, ma protegga invece questi criminali». Tra i partiti che offrono protezione alla Jeune garde, spiega la portavoce di Némésis, «c’è soprattutto il partito di Mélenchon». Il collettivo, anzi, ha fatto sapere in un comunicato che «tra gli aggressori, riconosciuti dalle nostre militanti, vi è un uomo di nome Jacques-Élie Favrot, collaboratore del deputato del partito di estrema sinistra La France insoumise Raphaël Arnault e membro attivo del gruppo antifascista Jeune garde». Arnault, da parte sua, ha negato questo coinvolgimento. Nel frattempo, la Procura di Lione ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per violenza aggravata.






