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2023-02-24
A un anno dallo scoppio della guerra il fronte tra Usa e Cina è la trattativa
Non accenna a diminuire la tensione tra Washington e Pechino. Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione Biden starebbe pensando di rendere pubbliche informazioni di intelligence, che proverebbero l’intenzione del Dragone di fornire armamenti alla Russia. Una circostanza che ha scatenato l’ira di Pechino. «Possiamo immaginare che l’“intelligence” a cui si riferivano gli Usa stia inseguendo ombre e diffamando la Cina», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin.
Già mercoledì il Pentagono aveva intimato a Pechino di non inviare armi a Mosca. «Ci saranno conseguenze per la Cina se dovessero approfondire le relazioni con la Russia», aveva detto l’addetta stampa del Dipartimento della Difesa americano, Sabrina Singh. «Non li abbiamo visti dare aiuti letali alla Russia per la guerra, ma non hanno nemmeno tolto dal tavolo questa eventualità», aveva aggiunto. A rincarare la dose è stato ieri il segretario del Tesoro americano, Janet Yellen, che ha minacciato «gravi conseguenze», qualora la Cina fornisse assistenza alla Russia, eludendo le sanzioni. Dal canto suo, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha affermato di avere «alcuni indizi» del fatto che il Dragone sarebbe intenzionato a sostenere militarmente il Cremlino.
Nel fine settimana, il segretario di Stato americano, Tony Blinken, aveva dichiarato che Pechino starebbe considerando di fornire «supporto letale» a Mosca: un’accusa che, nei giorni scorsi, era stata respinta sia dalla Cina sia dal Cremlino. Nonostante tali smentite, va rilevato che - come notato dal sito Axios - la cooperazione militare tra Pechino e Mosca si è rafforzata a partire dal 2022. Sono inoltre attualmente in corso delle esercitazioni militari congiunte tra Russia, Cina e Sudafrica, a cui sta partecipando anche una fregata russa carica di missili ipersonici Zircon. Tra l’altro, sia Pechino sia Mosca hanno consolidato i propri rapporti con Teheran, che sta fornendo alla Russia droni militari contro Kiev. Infine, ma non meno importante, a gennaio gli Usa avevano comminato sanzioni a Spacety China: una società cinese sospettata di supportare con immagini satellitari le operazioni del Wagner Group in territorio ucraino. Ieri, Blinken si è comunque detto fiducioso di riuscire a dissuadere il Dragone dall’inviare armi a Mosca, mentre il responsabile Esteri del Pcc, Wang Yi, ha auspicato che l’Europa «svolga un ruolo più attivo» nei colloqui di pace. Un rapido cessate il fuoco è stato invece invocato dall’ambasciatore di Pechino all’Onu, Dai Bing.
Eppure il nodo non è soltanto di natura militare. Questo (nuovo) scontro tra Washington e Pechino investe anche due problemi di carattere politico. In primis, oggi, a un anno esatto dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la Cina dovrebbe rendere nota una propria proposta di pace che viene vista con estremo scetticismo dagli Usa. Washington teme che i cinesi vogliano utilizzare il loro piano per spalleggiare de facto i russi e inserire clausole che possano magari essere invocate in futuro a proprio vantaggio sulla disputa taiwanese. È quindi chiaro che pubblicare adesso materiale di intelligence in grado di provare il sostegno militare cinese alla Russia sarebbe funzionale a screditare Pechino nel suo presunto ruolo di attore imparziale nella crisi ucraina. Dall’altra parte, bisognerà capire se quello cinese sarà un piano concreto o uno specchietto per le allodole (un piano, cioè, dai contenuti inaccettabili, messo sul tavolo soltanto per scaricare sugli Usa un suo inevitabile fallimento). Per ora, l’unica cosa certa è che Volodymyr Zelensky si è detto cautamente possibilista. «Vorremmo incontrare la Cina», ha affermato ieri. Intervenendo sul piano cinese, la Casa Bianca si è detta comunque scettica sulla volontà da parte della Russia di negoziare la pace.
In secondo luogo, va notato che le suddette dichiarazioni della Yellen sono state pronunciate dal G20 in corso in India. Ebbene, l’altro ieri Reuters - citando funzionari di Nuova Delhi - ha riferito che, durante il summit, il governo indiano non avrebbe intenzione di discutere di nuove sanzioni a Mosca. Non è quindi escludibile che sia in corso un braccio di ferro tra Washington e l’asse sino-russo per garantirsi il sostegno indiano nel quadro della crisi ucraina (ricordiamo che, su questo dossier, Nuova Delhi si è finora barcamenata tra complicati equilibrismi).
La tensione nel frattempo resta alta. Vladimir Putin ha annunciato che la Russia schiererà entro quest’anno il missile balistico intercontinentale RS-28 Sarmat (che ha una gittata di 18.000 chilometri e può trasportare testate nucleari). Crescono inoltre i timori che il Cremlino stia mettendo nel mirino anche la Moldavia, la cui presidente, Maia Sandu, ha elogiato ieri l’«eroismo degli ucraini». «Non ci siamo abbattuti, abbiamo superato molte prove e prevarremo», ha dichiarato, dal canto suo, Zelensky, mentre il ministro della Difesa di Mosca, Sergei Shoigu, ha accusato l’Occidente di voler «smembrare la Russia». È in questo quadro che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha definito l’invasione russa dell’Ucraina «un affronto alla nostra coscienza collettiva», mentre l’Assemblea generale si accingeva a votare una risoluzione per chiedere il ritiro immediato delle truppe di Mosca. È stato frattanto annunciato che le trattative per l’ingresso della Svezia nella Nato riprenderanno a marzo. Dall’altra parte, i Paesi Ue non sono riusciti ieri a trovare un accordo su una nuova tornata di sanzioni alla Russia. Oggi riprenderanno i negoziati. E sempre oggi Joe Biden parteciperà a un meeting virtuale con Zelensky e i leader del G7.
Nel frattempo, sul campo di battaglia, quattro persone sono rimaste uccise in un bombardamento ucraino su Donetsk. E il comandante del reggimento Azov Oleg Mudrak - che aveva difeso Mariupol - è morto per un arresto cardiaco.
E Fdi media con gli alleati: «Solo aiuti difensivi»
Il centrodestra continua a discutere sul prossimo pacchetto di armi da inviare in Ucraina. Lega e Forza Italia hanno fissato alcuni paletti concreti, dicendo «no» all’invio in Ucraina di armi offensive, come aerei da combattimento e missili a lungo raggio. A proposito di Forza Italia: ieri il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, ha attaccato l’incaricato d’affari dell’ambasciata americana a Roma, Shawn Crowley:
«Molto sgradevole», ha scritto Gasparri su Twitter, «l’incaricato di affari Usa a Roma Crowley che dice su Repubblica che per Pratica di Mare 2002 Berlusconi “crede di aver aiutato a mettere fine alla guerra fredda”. Come se Berlusconi non avesse dato un importante contributo in quella fase di dialogo e di pace. Crowley precisi. E sia più rispettoso della verità della storia». Ieri una delegazione di Fratelli d’Italia formata dal capogruppo alla Camera, Tommaso Foti, dal presidente della commissione Esteri della Camera, Giulio Tremonti, e dal capogruppo di Fdi nella stessa commissione, Giangiacomo Calovini, ha fatto visita all’ambasciatore ucraino a Roma, Yaroslav Melny, per testimoniare la vicinanza a Kiev.
Al termine dell’incontro, Foti ha risposto alle domande sul prossimo pacchetto da inviare in Ucraina, e le sue parole sembrano voler andare incontro agli alleati: «Vediamo prima le armi», ha detto Foti, «tutti parliamo e facciamo processi senza sapere qual è il capo di accusa. Ci sono delle armi che sono difensive. Abbiamo sempre detto che le armi difensive servono all’Ucraina per impedire la sua distruzione o per impedire un risultato della guerra che nessuno auspica, e quindi le armi difensive dovranno essere valutate nell’invio e approvate quando sottoposte all’invio medesimo».
«La nostra collocazione geopolitica è chiarissima» ha sottolineato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, a Oggi è un altro giorno su Rai 1, rispondendo a una domanda sulle diverse posizioni nel centrodestra, «ha rappresentato la scelta di portare anche fisicamente la nostra solidarietà a un popolo aggredito. La nostra collocazione geopolitica è chiarissima», ha aggiunto Ciriani, precisando poi che «all’interno di una maggioranza possono esserci sensibilità diverse, ma siamo lì non per un’escalation ma per difendere un Paese aggredito. L’obiettivo è la difesa, non aggredire».
A ribadire la posizione di Forza Italia ieri è stato il capogruppo alla Camera, Alessandro Cattaneo: «Sull’invio delle armi», ha detto Cattaneo ad Agorà, su Rai 3, «abbiamo sempre scelto in maniera assolutamente convinta di rimanere nell’alveo delle decisioni prese dalla Nato. Così abbiamo fatto e così faremo sempre. Non dobbiamo fare propaganda o banalizzazioni. Quando Zelensky ha chiesto di avere jet, missili a lungo raggio o carri armati», ha aggiunto Cattaneo, «non è che la comunità internazionale gli ha risposto: pronti, eccoli, te li mettiamo a disposizione. Anche la comunità internazionale, anche la Nato stessa ha fatto delle valutazioni di carattere geopolitico, che mirano a evitare l’allargamento del conflitto o un’escalation che può portare anche a una guerra nucleare. Ma questo non significa certo non essere al fianco dell’Ucraina. Forza Italia pone oggi un tema forte: cercare un’iniziativa diplomatica che porti alla pace. Lasciare questa iniziativa alla sola Cina», ha concluso Cattaneo, «è un altro errore strategico. Vogliamo consegnare la Russia alla Cina per il futuro?».
Mantiene ferma la sua posizione anche la Lega: «Un anno dopo l’inizio dell’invasione russa», ha argomentato il vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio, «il popolo ucraino non riesce ancora a guardare con speranza alla fine del conflitto. I Paesi democratici, con l’Italia in prima fila, hanno il dovere di aiutare con un sostegno militare ed economico la resistenza di Kyiv. Contemporaneamente, però, si rende sempre più necessario promuovere una convinta azione diplomatica in ambito europeo. Non ci possiamo più accontentare di prendere atto della mancata volontà del presidente Putin di sedersi attorno a un tavolo. Va bene agire d’intesa con gli Stati Uniti», ha sottolineato ancora il vicepresidente del Senato, «ma oggi emergono anche altri protagonisti sullo scenario internazionale, come la Cina e la Turchia. Mentre questi Stati si propongono come mediatori nel conflitto e conquistano sempre più spazi nel Mediterraneo, l’Unione europea non può accontentarsi di sostenere la causa Ucraina solo con le armi, ma deve dimostrare di saper essere protagonista anche nella ricerca di una soluzione di pace, che necessariamente passerà dalla diplomazia e non dai cannoni. E l’Italia ha certamente la tradizione e le competenze necessarie a favorire questo percorso». Intanto ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha partecipato a New York all’assemblea dell’Onu sulla risoluzione per l’Ucraina.
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Secondo il «Wall Street Journal», Washington potrebbe documentare il supporto bellico di Pechino allo zar. Il Dragone, che oggi presenterà una proposta di pace, replica: «Ci diffamano». Volodymyr Zelensky: «Incontriamoci».Lega e Fi mettono il veto sui razzi e il meloniano Tommaso Foti li rassicura. Azzurri contro l’America: «Rispetti il Cav».Lo speciale contiene due articoli.Non accenna a diminuire la tensione tra Washington e Pechino. Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione Biden starebbe pensando di rendere pubbliche informazioni di intelligence, che proverebbero l’intenzione del Dragone di fornire armamenti alla Russia. Una circostanza che ha scatenato l’ira di Pechino. «Possiamo immaginare che l’“intelligence” a cui si riferivano gli Usa stia inseguendo ombre e diffamando la Cina», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin. Già mercoledì il Pentagono aveva intimato a Pechino di non inviare armi a Mosca. «Ci saranno conseguenze per la Cina se dovessero approfondire le relazioni con la Russia», aveva detto l’addetta stampa del Dipartimento della Difesa americano, Sabrina Singh. «Non li abbiamo visti dare aiuti letali alla Russia per la guerra, ma non hanno nemmeno tolto dal tavolo questa eventualità», aveva aggiunto. A rincarare la dose è stato ieri il segretario del Tesoro americano, Janet Yellen, che ha minacciato «gravi conseguenze», qualora la Cina fornisse assistenza alla Russia, eludendo le sanzioni. Dal canto suo, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha affermato di avere «alcuni indizi» del fatto che il Dragone sarebbe intenzionato a sostenere militarmente il Cremlino. Nel fine settimana, il segretario di Stato americano, Tony Blinken, aveva dichiarato che Pechino starebbe considerando di fornire «supporto letale» a Mosca: un’accusa che, nei giorni scorsi, era stata respinta sia dalla Cina sia dal Cremlino. Nonostante tali smentite, va rilevato che - come notato dal sito Axios - la cooperazione militare tra Pechino e Mosca si è rafforzata a partire dal 2022. Sono inoltre attualmente in corso delle esercitazioni militari congiunte tra Russia, Cina e Sudafrica, a cui sta partecipando anche una fregata russa carica di missili ipersonici Zircon. Tra l’altro, sia Pechino sia Mosca hanno consolidato i propri rapporti con Teheran, che sta fornendo alla Russia droni militari contro Kiev. Infine, ma non meno importante, a gennaio gli Usa avevano comminato sanzioni a Spacety China: una società cinese sospettata di supportare con immagini satellitari le operazioni del Wagner Group in territorio ucraino. Ieri, Blinken si è comunque detto fiducioso di riuscire a dissuadere il Dragone dall’inviare armi a Mosca, mentre il responsabile Esteri del Pcc, Wang Yi, ha auspicato che l’Europa «svolga un ruolo più attivo» nei colloqui di pace. Un rapido cessate il fuoco è stato invece invocato dall’ambasciatore di Pechino all’Onu, Dai Bing. Eppure il nodo non è soltanto di natura militare. Questo (nuovo) scontro tra Washington e Pechino investe anche due problemi di carattere politico. In primis, oggi, a un anno esatto dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la Cina dovrebbe rendere nota una propria proposta di pace che viene vista con estremo scetticismo dagli Usa. Washington teme che i cinesi vogliano utilizzare il loro piano per spalleggiare de facto i russi e inserire clausole che possano magari essere invocate in futuro a proprio vantaggio sulla disputa taiwanese. È quindi chiaro che pubblicare adesso materiale di intelligence in grado di provare il sostegno militare cinese alla Russia sarebbe funzionale a screditare Pechino nel suo presunto ruolo di attore imparziale nella crisi ucraina. Dall’altra parte, bisognerà capire se quello cinese sarà un piano concreto o uno specchietto per le allodole (un piano, cioè, dai contenuti inaccettabili, messo sul tavolo soltanto per scaricare sugli Usa un suo inevitabile fallimento). Per ora, l’unica cosa certa è che Volodymyr Zelensky si è detto cautamente possibilista. «Vorremmo incontrare la Cina», ha affermato ieri. Intervenendo sul piano cinese, la Casa Bianca si è detta comunque scettica sulla volontà da parte della Russia di negoziare la pace. In secondo luogo, va notato che le suddette dichiarazioni della Yellen sono state pronunciate dal G20 in corso in India. Ebbene, l’altro ieri Reuters - citando funzionari di Nuova Delhi - ha riferito che, durante il summit, il governo indiano non avrebbe intenzione di discutere di nuove sanzioni a Mosca. Non è quindi escludibile che sia in corso un braccio di ferro tra Washington e l’asse sino-russo per garantirsi il sostegno indiano nel quadro della crisi ucraina (ricordiamo che, su questo dossier, Nuova Delhi si è finora barcamenata tra complicati equilibrismi). La tensione nel frattempo resta alta. Vladimir Putin ha annunciato che la Russia schiererà entro quest’anno il missile balistico intercontinentale RS-28 Sarmat (che ha una gittata di 18.000 chilometri e può trasportare testate nucleari). Crescono inoltre i timori che il Cremlino stia mettendo nel mirino anche la Moldavia, la cui presidente, Maia Sandu, ha elogiato ieri l’«eroismo degli ucraini». «Non ci siamo abbattuti, abbiamo superato molte prove e prevarremo», ha dichiarato, dal canto suo, Zelensky, mentre il ministro della Difesa di Mosca, Sergei Shoigu, ha accusato l’Occidente di voler «smembrare la Russia». È in questo quadro che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha definito l’invasione russa dell’Ucraina «un affronto alla nostra coscienza collettiva», mentre l’Assemblea generale si accingeva a votare una risoluzione per chiedere il ritiro immediato delle truppe di Mosca. È stato frattanto annunciato che le trattative per l’ingresso della Svezia nella Nato riprenderanno a marzo. Dall’altra parte, i Paesi Ue non sono riusciti ieri a trovare un accordo su una nuova tornata di sanzioni alla Russia. Oggi riprenderanno i negoziati. E sempre oggi Joe Biden parteciperà a un meeting virtuale con Zelensky e i leader del G7. Nel frattempo, sul campo di battaglia, quattro persone sono rimaste uccise in un bombardamento ucraino su Donetsk. E il comandante del reggimento Azov Oleg Mudrak - che aveva difeso Mariupol - è morto per un arresto cardiaco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anno-guerra-usa-cina-trattativa-2659461625.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-fdi-media-con-gli-alleati-solo-aiuti-difensivi" data-post-id="2659461625" data-published-at="1677202562" data-use-pagination="False"> E Fdi media con gli alleati: «Solo aiuti difensivi» Il centrodestra continua a discutere sul prossimo pacchetto di armi da inviare in Ucraina. Lega e Forza Italia hanno fissato alcuni paletti concreti, dicendo «no» all’invio in Ucraina di armi offensive, come aerei da combattimento e missili a lungo raggio. A proposito di Forza Italia: ieri il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, ha attaccato l’incaricato d’affari dell’ambasciata americana a Roma, Shawn Crowley: «Molto sgradevole», ha scritto Gasparri su Twitter, «l’incaricato di affari Usa a Roma Crowley che dice su Repubblica che per Pratica di Mare 2002 Berlusconi “crede di aver aiutato a mettere fine alla guerra fredda”. Come se Berlusconi non avesse dato un importante contributo in quella fase di dialogo e di pace. Crowley precisi. E sia più rispettoso della verità della storia». Ieri una delegazione di Fratelli d’Italia formata dal capogruppo alla Camera, Tommaso Foti, dal presidente della commissione Esteri della Camera, Giulio Tremonti, e dal capogruppo di Fdi nella stessa commissione, Giangiacomo Calovini, ha fatto visita all’ambasciatore ucraino a Roma, Yaroslav Melny, per testimoniare la vicinanza a Kiev. Al termine dell’incontro, Foti ha risposto alle domande sul prossimo pacchetto da inviare in Ucraina, e le sue parole sembrano voler andare incontro agli alleati: «Vediamo prima le armi», ha detto Foti, «tutti parliamo e facciamo processi senza sapere qual è il capo di accusa. Ci sono delle armi che sono difensive. Abbiamo sempre detto che le armi difensive servono all’Ucraina per impedire la sua distruzione o per impedire un risultato della guerra che nessuno auspica, e quindi le armi difensive dovranno essere valutate nell’invio e approvate quando sottoposte all’invio medesimo». «La nostra collocazione geopolitica è chiarissima» ha sottolineato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, a Oggi è un altro giorno su Rai 1, rispondendo a una domanda sulle diverse posizioni nel centrodestra, «ha rappresentato la scelta di portare anche fisicamente la nostra solidarietà a un popolo aggredito. La nostra collocazione geopolitica è chiarissima», ha aggiunto Ciriani, precisando poi che «all’interno di una maggioranza possono esserci sensibilità diverse, ma siamo lì non per un’escalation ma per difendere un Paese aggredito. L’obiettivo è la difesa, non aggredire». A ribadire la posizione di Forza Italia ieri è stato il capogruppo alla Camera, Alessandro Cattaneo: «Sull’invio delle armi», ha detto Cattaneo ad Agorà, su Rai 3, «abbiamo sempre scelto in maniera assolutamente convinta di rimanere nell’alveo delle decisioni prese dalla Nato. Così abbiamo fatto e così faremo sempre. Non dobbiamo fare propaganda o banalizzazioni. Quando Zelensky ha chiesto di avere jet, missili a lungo raggio o carri armati», ha aggiunto Cattaneo, «non è che la comunità internazionale gli ha risposto: pronti, eccoli, te li mettiamo a disposizione. Anche la comunità internazionale, anche la Nato stessa ha fatto delle valutazioni di carattere geopolitico, che mirano a evitare l’allargamento del conflitto o un’escalation che può portare anche a una guerra nucleare. Ma questo non significa certo non essere al fianco dell’Ucraina. Forza Italia pone oggi un tema forte: cercare un’iniziativa diplomatica che porti alla pace. Lasciare questa iniziativa alla sola Cina», ha concluso Cattaneo, «è un altro errore strategico. Vogliamo consegnare la Russia alla Cina per il futuro?». Mantiene ferma la sua posizione anche la Lega: «Un anno dopo l’inizio dell’invasione russa», ha argomentato il vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio, «il popolo ucraino non riesce ancora a guardare con speranza alla fine del conflitto. I Paesi democratici, con l’Italia in prima fila, hanno il dovere di aiutare con un sostegno militare ed economico la resistenza di Kyiv. Contemporaneamente, però, si rende sempre più necessario promuovere una convinta azione diplomatica in ambito europeo. Non ci possiamo più accontentare di prendere atto della mancata volontà del presidente Putin di sedersi attorno a un tavolo. Va bene agire d’intesa con gli Stati Uniti», ha sottolineato ancora il vicepresidente del Senato, «ma oggi emergono anche altri protagonisti sullo scenario internazionale, come la Cina e la Turchia. Mentre questi Stati si propongono come mediatori nel conflitto e conquistano sempre più spazi nel Mediterraneo, l’Unione europea non può accontentarsi di sostenere la causa Ucraina solo con le armi, ma deve dimostrare di saper essere protagonista anche nella ricerca di una soluzione di pace, che necessariamente passerà dalla diplomazia e non dai cannoni. E l’Italia ha certamente la tradizione e le competenze necessarie a favorire questo percorso». Intanto ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha partecipato a New York all’assemblea dell’Onu sulla risoluzione per l’Ucraina.
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
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