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2023-02-24
A un anno dallo scoppio della guerra il fronte tra Usa e Cina è la trattativa
Non accenna a diminuire la tensione tra Washington e Pechino. Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione Biden starebbe pensando di rendere pubbliche informazioni di intelligence, che proverebbero l’intenzione del Dragone di fornire armamenti alla Russia. Una circostanza che ha scatenato l’ira di Pechino. «Possiamo immaginare che l’“intelligence” a cui si riferivano gli Usa stia inseguendo ombre e diffamando la Cina», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin.
Già mercoledì il Pentagono aveva intimato a Pechino di non inviare armi a Mosca. «Ci saranno conseguenze per la Cina se dovessero approfondire le relazioni con la Russia», aveva detto l’addetta stampa del Dipartimento della Difesa americano, Sabrina Singh. «Non li abbiamo visti dare aiuti letali alla Russia per la guerra, ma non hanno nemmeno tolto dal tavolo questa eventualità», aveva aggiunto. A rincarare la dose è stato ieri il segretario del Tesoro americano, Janet Yellen, che ha minacciato «gravi conseguenze», qualora la Cina fornisse assistenza alla Russia, eludendo le sanzioni. Dal canto suo, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha affermato di avere «alcuni indizi» del fatto che il Dragone sarebbe intenzionato a sostenere militarmente il Cremlino.
Nel fine settimana, il segretario di Stato americano, Tony Blinken, aveva dichiarato che Pechino starebbe considerando di fornire «supporto letale» a Mosca: un’accusa che, nei giorni scorsi, era stata respinta sia dalla Cina sia dal Cremlino. Nonostante tali smentite, va rilevato che - come notato dal sito Axios - la cooperazione militare tra Pechino e Mosca si è rafforzata a partire dal 2022. Sono inoltre attualmente in corso delle esercitazioni militari congiunte tra Russia, Cina e Sudafrica, a cui sta partecipando anche una fregata russa carica di missili ipersonici Zircon. Tra l’altro, sia Pechino sia Mosca hanno consolidato i propri rapporti con Teheran, che sta fornendo alla Russia droni militari contro Kiev. Infine, ma non meno importante, a gennaio gli Usa avevano comminato sanzioni a Spacety China: una società cinese sospettata di supportare con immagini satellitari le operazioni del Wagner Group in territorio ucraino. Ieri, Blinken si è comunque detto fiducioso di riuscire a dissuadere il Dragone dall’inviare armi a Mosca, mentre il responsabile Esteri del Pcc, Wang Yi, ha auspicato che l’Europa «svolga un ruolo più attivo» nei colloqui di pace. Un rapido cessate il fuoco è stato invece invocato dall’ambasciatore di Pechino all’Onu, Dai Bing.
Eppure il nodo non è soltanto di natura militare. Questo (nuovo) scontro tra Washington e Pechino investe anche due problemi di carattere politico. In primis, oggi, a un anno esatto dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la Cina dovrebbe rendere nota una propria proposta di pace che viene vista con estremo scetticismo dagli Usa. Washington teme che i cinesi vogliano utilizzare il loro piano per spalleggiare de facto i russi e inserire clausole che possano magari essere invocate in futuro a proprio vantaggio sulla disputa taiwanese. È quindi chiaro che pubblicare adesso materiale di intelligence in grado di provare il sostegno militare cinese alla Russia sarebbe funzionale a screditare Pechino nel suo presunto ruolo di attore imparziale nella crisi ucraina. Dall’altra parte, bisognerà capire se quello cinese sarà un piano concreto o uno specchietto per le allodole (un piano, cioè, dai contenuti inaccettabili, messo sul tavolo soltanto per scaricare sugli Usa un suo inevitabile fallimento). Per ora, l’unica cosa certa è che Volodymyr Zelensky si è detto cautamente possibilista. «Vorremmo incontrare la Cina», ha affermato ieri. Intervenendo sul piano cinese, la Casa Bianca si è detta comunque scettica sulla volontà da parte della Russia di negoziare la pace.
In secondo luogo, va notato che le suddette dichiarazioni della Yellen sono state pronunciate dal G20 in corso in India. Ebbene, l’altro ieri Reuters - citando funzionari di Nuova Delhi - ha riferito che, durante il summit, il governo indiano non avrebbe intenzione di discutere di nuove sanzioni a Mosca. Non è quindi escludibile che sia in corso un braccio di ferro tra Washington e l’asse sino-russo per garantirsi il sostegno indiano nel quadro della crisi ucraina (ricordiamo che, su questo dossier, Nuova Delhi si è finora barcamenata tra complicati equilibrismi).
La tensione nel frattempo resta alta. Vladimir Putin ha annunciato che la Russia schiererà entro quest’anno il missile balistico intercontinentale RS-28 Sarmat (che ha una gittata di 18.000 chilometri e può trasportare testate nucleari). Crescono inoltre i timori che il Cremlino stia mettendo nel mirino anche la Moldavia, la cui presidente, Maia Sandu, ha elogiato ieri l’«eroismo degli ucraini». «Non ci siamo abbattuti, abbiamo superato molte prove e prevarremo», ha dichiarato, dal canto suo, Zelensky, mentre il ministro della Difesa di Mosca, Sergei Shoigu, ha accusato l’Occidente di voler «smembrare la Russia». È in questo quadro che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha definito l’invasione russa dell’Ucraina «un affronto alla nostra coscienza collettiva», mentre l’Assemblea generale si accingeva a votare una risoluzione per chiedere il ritiro immediato delle truppe di Mosca. È stato frattanto annunciato che le trattative per l’ingresso della Svezia nella Nato riprenderanno a marzo. Dall’altra parte, i Paesi Ue non sono riusciti ieri a trovare un accordo su una nuova tornata di sanzioni alla Russia. Oggi riprenderanno i negoziati. E sempre oggi Joe Biden parteciperà a un meeting virtuale con Zelensky e i leader del G7.
Nel frattempo, sul campo di battaglia, quattro persone sono rimaste uccise in un bombardamento ucraino su Donetsk. E il comandante del reggimento Azov Oleg Mudrak - che aveva difeso Mariupol - è morto per un arresto cardiaco.
E Fdi media con gli alleati: «Solo aiuti difensivi»
Il centrodestra continua a discutere sul prossimo pacchetto di armi da inviare in Ucraina. Lega e Forza Italia hanno fissato alcuni paletti concreti, dicendo «no» all’invio in Ucraina di armi offensive, come aerei da combattimento e missili a lungo raggio. A proposito di Forza Italia: ieri il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, ha attaccato l’incaricato d’affari dell’ambasciata americana a Roma, Shawn Crowley:
«Molto sgradevole», ha scritto Gasparri su Twitter, «l’incaricato di affari Usa a Roma Crowley che dice su Repubblica che per Pratica di Mare 2002 Berlusconi “crede di aver aiutato a mettere fine alla guerra fredda”. Come se Berlusconi non avesse dato un importante contributo in quella fase di dialogo e di pace. Crowley precisi. E sia più rispettoso della verità della storia». Ieri una delegazione di Fratelli d’Italia formata dal capogruppo alla Camera, Tommaso Foti, dal presidente della commissione Esteri della Camera, Giulio Tremonti, e dal capogruppo di Fdi nella stessa commissione, Giangiacomo Calovini, ha fatto visita all’ambasciatore ucraino a Roma, Yaroslav Melny, per testimoniare la vicinanza a Kiev.
Al termine dell’incontro, Foti ha risposto alle domande sul prossimo pacchetto da inviare in Ucraina, e le sue parole sembrano voler andare incontro agli alleati: «Vediamo prima le armi», ha detto Foti, «tutti parliamo e facciamo processi senza sapere qual è il capo di accusa. Ci sono delle armi che sono difensive. Abbiamo sempre detto che le armi difensive servono all’Ucraina per impedire la sua distruzione o per impedire un risultato della guerra che nessuno auspica, e quindi le armi difensive dovranno essere valutate nell’invio e approvate quando sottoposte all’invio medesimo».
«La nostra collocazione geopolitica è chiarissima» ha sottolineato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, a Oggi è un altro giorno su Rai 1, rispondendo a una domanda sulle diverse posizioni nel centrodestra, «ha rappresentato la scelta di portare anche fisicamente la nostra solidarietà a un popolo aggredito. La nostra collocazione geopolitica è chiarissima», ha aggiunto Ciriani, precisando poi che «all’interno di una maggioranza possono esserci sensibilità diverse, ma siamo lì non per un’escalation ma per difendere un Paese aggredito. L’obiettivo è la difesa, non aggredire».
A ribadire la posizione di Forza Italia ieri è stato il capogruppo alla Camera, Alessandro Cattaneo: «Sull’invio delle armi», ha detto Cattaneo ad Agorà, su Rai 3, «abbiamo sempre scelto in maniera assolutamente convinta di rimanere nell’alveo delle decisioni prese dalla Nato. Così abbiamo fatto e così faremo sempre. Non dobbiamo fare propaganda o banalizzazioni. Quando Zelensky ha chiesto di avere jet, missili a lungo raggio o carri armati», ha aggiunto Cattaneo, «non è che la comunità internazionale gli ha risposto: pronti, eccoli, te li mettiamo a disposizione. Anche la comunità internazionale, anche la Nato stessa ha fatto delle valutazioni di carattere geopolitico, che mirano a evitare l’allargamento del conflitto o un’escalation che può portare anche a una guerra nucleare. Ma questo non significa certo non essere al fianco dell’Ucraina. Forza Italia pone oggi un tema forte: cercare un’iniziativa diplomatica che porti alla pace. Lasciare questa iniziativa alla sola Cina», ha concluso Cattaneo, «è un altro errore strategico. Vogliamo consegnare la Russia alla Cina per il futuro?».
Mantiene ferma la sua posizione anche la Lega: «Un anno dopo l’inizio dell’invasione russa», ha argomentato il vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio, «il popolo ucraino non riesce ancora a guardare con speranza alla fine del conflitto. I Paesi democratici, con l’Italia in prima fila, hanno il dovere di aiutare con un sostegno militare ed economico la resistenza di Kyiv. Contemporaneamente, però, si rende sempre più necessario promuovere una convinta azione diplomatica in ambito europeo. Non ci possiamo più accontentare di prendere atto della mancata volontà del presidente Putin di sedersi attorno a un tavolo. Va bene agire d’intesa con gli Stati Uniti», ha sottolineato ancora il vicepresidente del Senato, «ma oggi emergono anche altri protagonisti sullo scenario internazionale, come la Cina e la Turchia. Mentre questi Stati si propongono come mediatori nel conflitto e conquistano sempre più spazi nel Mediterraneo, l’Unione europea non può accontentarsi di sostenere la causa Ucraina solo con le armi, ma deve dimostrare di saper essere protagonista anche nella ricerca di una soluzione di pace, che necessariamente passerà dalla diplomazia e non dai cannoni. E l’Italia ha certamente la tradizione e le competenze necessarie a favorire questo percorso». Intanto ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha partecipato a New York all’assemblea dell’Onu sulla risoluzione per l’Ucraina.
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Secondo il «Wall Street Journal», Washington potrebbe documentare il supporto bellico di Pechino allo zar. Il Dragone, che oggi presenterà una proposta di pace, replica: «Ci diffamano». Volodymyr Zelensky: «Incontriamoci».Lega e Fi mettono il veto sui razzi e il meloniano Tommaso Foti li rassicura. Azzurri contro l’America: «Rispetti il Cav».Lo speciale contiene due articoli.Non accenna a diminuire la tensione tra Washington e Pechino. Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione Biden starebbe pensando di rendere pubbliche informazioni di intelligence, che proverebbero l’intenzione del Dragone di fornire armamenti alla Russia. Una circostanza che ha scatenato l’ira di Pechino. «Possiamo immaginare che l’“intelligence” a cui si riferivano gli Usa stia inseguendo ombre e diffamando la Cina», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin. Già mercoledì il Pentagono aveva intimato a Pechino di non inviare armi a Mosca. «Ci saranno conseguenze per la Cina se dovessero approfondire le relazioni con la Russia», aveva detto l’addetta stampa del Dipartimento della Difesa americano, Sabrina Singh. «Non li abbiamo visti dare aiuti letali alla Russia per la guerra, ma non hanno nemmeno tolto dal tavolo questa eventualità», aveva aggiunto. A rincarare la dose è stato ieri il segretario del Tesoro americano, Janet Yellen, che ha minacciato «gravi conseguenze», qualora la Cina fornisse assistenza alla Russia, eludendo le sanzioni. Dal canto suo, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha affermato di avere «alcuni indizi» del fatto che il Dragone sarebbe intenzionato a sostenere militarmente il Cremlino. Nel fine settimana, il segretario di Stato americano, Tony Blinken, aveva dichiarato che Pechino starebbe considerando di fornire «supporto letale» a Mosca: un’accusa che, nei giorni scorsi, era stata respinta sia dalla Cina sia dal Cremlino. Nonostante tali smentite, va rilevato che - come notato dal sito Axios - la cooperazione militare tra Pechino e Mosca si è rafforzata a partire dal 2022. Sono inoltre attualmente in corso delle esercitazioni militari congiunte tra Russia, Cina e Sudafrica, a cui sta partecipando anche una fregata russa carica di missili ipersonici Zircon. Tra l’altro, sia Pechino sia Mosca hanno consolidato i propri rapporti con Teheran, che sta fornendo alla Russia droni militari contro Kiev. Infine, ma non meno importante, a gennaio gli Usa avevano comminato sanzioni a Spacety China: una società cinese sospettata di supportare con immagini satellitari le operazioni del Wagner Group in territorio ucraino. Ieri, Blinken si è comunque detto fiducioso di riuscire a dissuadere il Dragone dall’inviare armi a Mosca, mentre il responsabile Esteri del Pcc, Wang Yi, ha auspicato che l’Europa «svolga un ruolo più attivo» nei colloqui di pace. Un rapido cessate il fuoco è stato invece invocato dall’ambasciatore di Pechino all’Onu, Dai Bing. Eppure il nodo non è soltanto di natura militare. Questo (nuovo) scontro tra Washington e Pechino investe anche due problemi di carattere politico. In primis, oggi, a un anno esatto dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la Cina dovrebbe rendere nota una propria proposta di pace che viene vista con estremo scetticismo dagli Usa. Washington teme che i cinesi vogliano utilizzare il loro piano per spalleggiare de facto i russi e inserire clausole che possano magari essere invocate in futuro a proprio vantaggio sulla disputa taiwanese. È quindi chiaro che pubblicare adesso materiale di intelligence in grado di provare il sostegno militare cinese alla Russia sarebbe funzionale a screditare Pechino nel suo presunto ruolo di attore imparziale nella crisi ucraina. Dall’altra parte, bisognerà capire se quello cinese sarà un piano concreto o uno specchietto per le allodole (un piano, cioè, dai contenuti inaccettabili, messo sul tavolo soltanto per scaricare sugli Usa un suo inevitabile fallimento). Per ora, l’unica cosa certa è che Volodymyr Zelensky si è detto cautamente possibilista. «Vorremmo incontrare la Cina», ha affermato ieri. Intervenendo sul piano cinese, la Casa Bianca si è detta comunque scettica sulla volontà da parte della Russia di negoziare la pace. In secondo luogo, va notato che le suddette dichiarazioni della Yellen sono state pronunciate dal G20 in corso in India. Ebbene, l’altro ieri Reuters - citando funzionari di Nuova Delhi - ha riferito che, durante il summit, il governo indiano non avrebbe intenzione di discutere di nuove sanzioni a Mosca. Non è quindi escludibile che sia in corso un braccio di ferro tra Washington e l’asse sino-russo per garantirsi il sostegno indiano nel quadro della crisi ucraina (ricordiamo che, su questo dossier, Nuova Delhi si è finora barcamenata tra complicati equilibrismi). La tensione nel frattempo resta alta. Vladimir Putin ha annunciato che la Russia schiererà entro quest’anno il missile balistico intercontinentale RS-28 Sarmat (che ha una gittata di 18.000 chilometri e può trasportare testate nucleari). Crescono inoltre i timori che il Cremlino stia mettendo nel mirino anche la Moldavia, la cui presidente, Maia Sandu, ha elogiato ieri l’«eroismo degli ucraini». «Non ci siamo abbattuti, abbiamo superato molte prove e prevarremo», ha dichiarato, dal canto suo, Zelensky, mentre il ministro della Difesa di Mosca, Sergei Shoigu, ha accusato l’Occidente di voler «smembrare la Russia». È in questo quadro che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha definito l’invasione russa dell’Ucraina «un affronto alla nostra coscienza collettiva», mentre l’Assemblea generale si accingeva a votare una risoluzione per chiedere il ritiro immediato delle truppe di Mosca. È stato frattanto annunciato che le trattative per l’ingresso della Svezia nella Nato riprenderanno a marzo. Dall’altra parte, i Paesi Ue non sono riusciti ieri a trovare un accordo su una nuova tornata di sanzioni alla Russia. Oggi riprenderanno i negoziati. E sempre oggi Joe Biden parteciperà a un meeting virtuale con Zelensky e i leader del G7. Nel frattempo, sul campo di battaglia, quattro persone sono rimaste uccise in un bombardamento ucraino su Donetsk. E il comandante del reggimento Azov Oleg Mudrak - che aveva difeso Mariupol - è morto per un arresto cardiaco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anno-guerra-usa-cina-trattativa-2659461625.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-fdi-media-con-gli-alleati-solo-aiuti-difensivi" data-post-id="2659461625" data-published-at="1677202562" data-use-pagination="False"> E Fdi media con gli alleati: «Solo aiuti difensivi» Il centrodestra continua a discutere sul prossimo pacchetto di armi da inviare in Ucraina. Lega e Forza Italia hanno fissato alcuni paletti concreti, dicendo «no» all’invio in Ucraina di armi offensive, come aerei da combattimento e missili a lungo raggio. A proposito di Forza Italia: ieri il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, ha attaccato l’incaricato d’affari dell’ambasciata americana a Roma, Shawn Crowley: «Molto sgradevole», ha scritto Gasparri su Twitter, «l’incaricato di affari Usa a Roma Crowley che dice su Repubblica che per Pratica di Mare 2002 Berlusconi “crede di aver aiutato a mettere fine alla guerra fredda”. Come se Berlusconi non avesse dato un importante contributo in quella fase di dialogo e di pace. Crowley precisi. E sia più rispettoso della verità della storia». Ieri una delegazione di Fratelli d’Italia formata dal capogruppo alla Camera, Tommaso Foti, dal presidente della commissione Esteri della Camera, Giulio Tremonti, e dal capogruppo di Fdi nella stessa commissione, Giangiacomo Calovini, ha fatto visita all’ambasciatore ucraino a Roma, Yaroslav Melny, per testimoniare la vicinanza a Kiev. Al termine dell’incontro, Foti ha risposto alle domande sul prossimo pacchetto da inviare in Ucraina, e le sue parole sembrano voler andare incontro agli alleati: «Vediamo prima le armi», ha detto Foti, «tutti parliamo e facciamo processi senza sapere qual è il capo di accusa. Ci sono delle armi che sono difensive. Abbiamo sempre detto che le armi difensive servono all’Ucraina per impedire la sua distruzione o per impedire un risultato della guerra che nessuno auspica, e quindi le armi difensive dovranno essere valutate nell’invio e approvate quando sottoposte all’invio medesimo». «La nostra collocazione geopolitica è chiarissima» ha sottolineato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, a Oggi è un altro giorno su Rai 1, rispondendo a una domanda sulle diverse posizioni nel centrodestra, «ha rappresentato la scelta di portare anche fisicamente la nostra solidarietà a un popolo aggredito. La nostra collocazione geopolitica è chiarissima», ha aggiunto Ciriani, precisando poi che «all’interno di una maggioranza possono esserci sensibilità diverse, ma siamo lì non per un’escalation ma per difendere un Paese aggredito. L’obiettivo è la difesa, non aggredire». A ribadire la posizione di Forza Italia ieri è stato il capogruppo alla Camera, Alessandro Cattaneo: «Sull’invio delle armi», ha detto Cattaneo ad Agorà, su Rai 3, «abbiamo sempre scelto in maniera assolutamente convinta di rimanere nell’alveo delle decisioni prese dalla Nato. Così abbiamo fatto e così faremo sempre. Non dobbiamo fare propaganda o banalizzazioni. Quando Zelensky ha chiesto di avere jet, missili a lungo raggio o carri armati», ha aggiunto Cattaneo, «non è che la comunità internazionale gli ha risposto: pronti, eccoli, te li mettiamo a disposizione. Anche la comunità internazionale, anche la Nato stessa ha fatto delle valutazioni di carattere geopolitico, che mirano a evitare l’allargamento del conflitto o un’escalation che può portare anche a una guerra nucleare. Ma questo non significa certo non essere al fianco dell’Ucraina. Forza Italia pone oggi un tema forte: cercare un’iniziativa diplomatica che porti alla pace. Lasciare questa iniziativa alla sola Cina», ha concluso Cattaneo, «è un altro errore strategico. Vogliamo consegnare la Russia alla Cina per il futuro?». Mantiene ferma la sua posizione anche la Lega: «Un anno dopo l’inizio dell’invasione russa», ha argomentato il vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio, «il popolo ucraino non riesce ancora a guardare con speranza alla fine del conflitto. I Paesi democratici, con l’Italia in prima fila, hanno il dovere di aiutare con un sostegno militare ed economico la resistenza di Kyiv. Contemporaneamente, però, si rende sempre più necessario promuovere una convinta azione diplomatica in ambito europeo. Non ci possiamo più accontentare di prendere atto della mancata volontà del presidente Putin di sedersi attorno a un tavolo. Va bene agire d’intesa con gli Stati Uniti», ha sottolineato ancora il vicepresidente del Senato, «ma oggi emergono anche altri protagonisti sullo scenario internazionale, come la Cina e la Turchia. Mentre questi Stati si propongono come mediatori nel conflitto e conquistano sempre più spazi nel Mediterraneo, l’Unione europea non può accontentarsi di sostenere la causa Ucraina solo con le armi, ma deve dimostrare di saper essere protagonista anche nella ricerca di una soluzione di pace, che necessariamente passerà dalla diplomazia e non dai cannoni. E l’Italia ha certamente la tradizione e le competenze necessarie a favorire questo percorso». Intanto ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha partecipato a New York all’assemblea dell’Onu sulla risoluzione per l’Ucraina.
Papa Leone XIV (Ansa)
E malgrado quanto sostenuto da qualche liturgista improvvisato, rimasto di moda giusto nel periodo di Santa Marta, mai nessuno, tantomeno il Concilio, ha sostenuto che il Rito antico non valesse più e che la nuova messa postconciliare fosse l’unica valida e lecita. Bergoglio, che di liturgia poco si interessava e che sul tema fu severo censore, consigliato da chi sosteneva che a frequentare la messa in latino fossero i suoi nemici politici che «mormoravano contro di lui», irritualmente e sorprendentemente mise in discussione le profonde e sagge conclusioni del suo predecessore con il motu proprio Traditionis Custodes, facendo tornare sostanzialmente il Rito antico a una condizione giuridica strettamente postconciliare previo permesso esplicito dei vescovi per ogni celebrazione e rendendo pressoché impossibile la somministrazione dei sacramenti nonché annullando i riti della Settimana santa. È però anche vero che -narrano le cronache di Santa Marta - quando qualche zelante consigliere sottopose a Bergoglio l’atto finale per la proibizione definitiva del Rito antico perché «frequentato da troppi giovani», il gesuita drizzò le orecchie e di fronte a tanta ostentata urgenza si rifiutò di firmare, intuendo che le ragioni della politica sopravanzavano quelle della liturgia e della Chiesa.
Ieri Leone XIV ha usato parole molto chiare parlando appunto di «ferita dolorosa riguardante la celebrazione della messa, sacramento stesso dell’unità», dichiarandosi «particolarmente attento» di fronte al fenomeno della crescita delle comunità tradizionaliste ed auspicando «un nuovo modo di guardarsi gli uni agli altri, con una maggiore comprensione delle reciproche sensibilità; un modo di guardare che permetta ai fratelli, arricchiti dalla loro diversità, di accogliersi a vicenda nella carità e nell’unità della fede». Ancora una volta Leone XIV dimostra tutta la sua competenza affrontando il cuore della questione per come fu presentato da Marcel Lefebvre a Paolo VI in termini sostanzialmente incontestabili: «Santità, perché tolleranza con tutti tranne che con noi?». Leone XIV auspica «soluzioni concrete che consentano la generosa inclusione di coloro che aderiscono sinceramente al Vetus Ordo, secondo le linee guida stabilite dal Concilio», sbilanciandosi direttamente sul tema come mai nessun pontefice postconciliare ha fatto in termini così diretti. E lo ha fatto citando lo stesso Concilio, proprio secondo gli aspetti che nel corso dei decenni si sono mostrati maggiormente funzionali a tutti coloro che si sono visti autorizzati alle più varie e spesso fantasiose sperimentazioni.
Stando strettamente al richiamo di Leone XIV, per come inteso dalla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, nulla osterebbe affinché, ovunque vi fosse un’esigenza pastorale, si usasse il Rito antico senza limiti fin da ora, ma sarebbe ingenuo cadere in facili ottimismi ignorando la contrarietà di molti episcopati e le resistenze degli ultimi modernisti in Curia. Questa rinnovata ermeneutica dell’accoglienza ha un chiaro significato pastorale ed è quello del filo che dalla commissione Ecclesia Dei istituita da Giovanni Paolo II ha poi proseguito nell’apertura di Benedetto XVI e viene oggi riannodato attraverso la riacquisita centralità della norma «lex orandi, lex credendi» che i milioni di frequentatori del Vetus Ordo nel mondo stanno ribadendo con la loro presenza e le loro adesioni.
La scelta della Francia non è stata un caso: Francia, Stati Uniti e Italia sono infatti i luoghi dove la rinascita liturgica cattolica è più presente, una rinascita che, al contrario di quanto poteva avvenire anni fa, non rappresenta più una semplice zattera di sopravvivenza e di preservazione di un antico tesoro ma si pone ormai ovunque come vero e proprio motivo di interesse e stimolo anche per tutti coloro che non possono non sentirsi toccati dal sacro pur vivendo nel mondo del nichilismo instaurato.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato della Lega durante un punto stampa al Parlamento europeo a Bruxelles.
La Range Rover Velar Belgravia Edition
L’iniziativa rappresenta un omaggio dichiarato alla capitale britannica, da sempre fonte di ispirazione per il marchio di Suv di lusso. Tradizione, design e cultura urbana si intrecciano in una gamma che punta a reinterpretare in chiave contemporanea l’identità di alcune delle zone più influenti della città.
Velar Belgravia Edition: lusso e cura sartoriale
Ad aprire la serie è la Velar Belgravia Edition, che prende il nome dall’elegante quartiere londinese noto per la sua architettura georgiana e il suo stile sofisticato. Il modello si distingue per un’estetica esterna moderna e decisa, caratterizzata da cerchi da 20 pollici Diamond Turned Dark Agate con finitura Satin Black Tinted Lacquer.
All’interno, l’attenzione al dettaglio si traduce in sedili in pelle con cuciture a contrasto realizzate con precisione artigianale, mentre la firma «Belgravia Edition» è presente su diversi elementi, dalle modanature alle luci di cortesia.
Accanto alla versione standard, sarà introdotta anche la Belgravia Edition Satin, una serie limitata a soli 400 esemplari a livello globale. Questa variante porta al debutto su Velar una pellicola protettiva satinata e include cerchi da 22 pollici Dark Agate Grey, oltre a un Black Exterior Styling Pack che ne accentua il carattere contemporaneo. Ogni unità sarà contrassegnata dalla dicitura «1 of 400», a sottolinearne l’esclusività.
Hoxton, Battersea e Westminster: le prossime tappe
La gamma si arricchirà a breve con la Range Rover Evoque Hoxton Edition, ispirata al quartiere creativo e dinamico dell’East London, noto per la sua scena artistica e per l’influenza nel mondo della moda.
Nel corso della primavera 2026 arriveranno poi altre due interpretazioni: la Range Rover Sport Battersea Edition, che unirà fascino storico e design all’avanguardia, e la Range Rover Westminster Edition, dedicata al cuore istituzionale e simbolico del Regno Unito.
Un dialogo continuo con Londra
«La serie rappresenta un’espressione contemporanea del dialogo duraturo tra Range Rover e Londra», ha spiegato Hannah Custance, Materiality Senior Manager del marchio. «Ogni quartiere è stato scelto per il suo patrimonio, la sua architettura o il suo ruolo nella scena creativa, e reinterpretato attraverso materiali e dettagli progettuali studiati con cura».
Non è la prima volta che Range Rover guarda alla capitale britannica: già in passato il marchio aveva celebrato Londra con edizioni speciali e collaborazioni, come quella con il celebre sarto Henry Poole & Co. per il 50° anniversario.Con questa nuova collezione, il brand rinnova dunque il proprio legame con la città, trasformando quartieri e atmosfere urbane in elementi distintivi di design automobilistico.
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