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2026-03-24
Anm, festa da partito tra «Chi non salta la Meloni è», bollicine e «Bella ciao»
È a Napoli che lo sbraco diventa scena. Una cinquantina di toghe di varie generazioni erano tutte concentrate sulla piccola tv della saletta del palazzo di giustizia in uso all’Anm. Borse e soprabiti poggiati sulle poltroncine azzurre. Gli attivisti erano già quasi tutti in piedi, come ad attendere l’ultima azione di gioco in area nella finale dei mondiali di calcio. E lì, in quello spazio che dovrebbe essere attraversato da un’altra idea di misura, scatta qualcosa. Canti e salti di gioia. Lo champagne è in arrivo. Non è una reazione composta. È una liberazione. Si sente un coro: Bella ciao. Si ripete il ritornello. Poi, mentre qualcuno con un telefono cellulare riprende la scenetta, la cantano tutta: «O partigiano…». E quando è il momento della parola «invasor» scatta un riflesso incondizionato: «Chi non salta la Meloni è». L’aura d’indipendenza evapora in un attimo. La presidente della giunta, Leda Rossetti, interviene invitando a evitare commenti su esponenti politici. E allora nel mirino degli ultrà con la toga finisce una collega del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che nelle ultime settimane si era spesa anche in tv per il Sì, Annalisa Imparato: «Chi non salta Imparato è». Se la scena si fosse consumata al contrario con molta probabilità qualcuno dei soloni avrebbe invocato la solita azione del Csm a tutela.
E mentre il procuratore Nicola Gratteri, quello che aveva bollato gli elettori del Sì come indagati e massoni, era nel suo ufficio a lavorare (in serata ha commentato: «Questo risultato non è un rifiuto al cambiamento, ma il rifiuto di un metodo»), in sala si presenta il procuratore generale Aldo Policastro. Gli attivisti della sezione napoletana applaudono con convinzione. Le parole che pronuncerà dopo sono nette: «Noi siamo qui pronti per lavorare fin da subito per una giustizia migliore, più efficiente. Il ministro faccia quello che deve fare e non quello che ha fatto». E come se gli mancassero le parole torna sulla manfrina che aveva confezionato durante la campagna referendaria: «Il dato oggettivo e chiaro è che questa riforma la voleva Licio Gelli con la P2 e poi Silvio Berlusconi. È un dato storico».
Non poteva mancare la lettura della corrente più a sinistra, Magistratura democratica: «Bella ciao è simbolo della liberazione dal nazifascismo, non è una canzone divisiva o contro qualcuno, è simbolo della lotta di Liberazione che ha portato alla nostra Costituzione», rivendica la presidente, Silvia Albano.
Il siparietto si ripete, con variazioni, altrove. A Milano, nell’aula magna del palazzo di giustizia, scoppia un boato. Poi abbracci, sorrisi e, anche qui, bottiglie stappate. «Hanno vinto la Costituzione e l’immagine pubblica dei magistrati». Non è solo la difesa di un principio. Sembra la percezione di uno scampato pericolo. Sul tavolo ci sono patatine e bicchieri di plastica. Poche settimane prima, nello stesso luogo, si era inaugurato l’anno giudiziario. Adesso è un’altra cerimonia. Dalla ritualità istituzionale al rito di appartenenza. Il presidente del tribunale, Fabio Roia, lo definisce un «momento commovente». Dice che «è anche la vittoria della magistratura, che non meritava attacchi e delegittimazione». Il procuratore generale Francesca Nanni aggiunge: «Questa affermazione netta del No significa che vale ancora la pena fare questo lavoro nel modo in cui l’abbiamo sempre fatto». Armando Spataro usa una parola che ritorna: «Mobilitazione». Per lui «è stata decisiva». Ma è una parola che appartiene a un altro vocabolario. Indica una scelta. Non una posizione di osservazione, ma di intervento. Il presidente della giunta ambrosiana dell’Anm, Luca Milani, la rende esplicita: ringrazia tutti i colleghi «che hanno deciso di non rimanere chiusi nelle loro stanze e di confrontarsi con i cittadini, illustrando i contenuti della riforma e difendendo la Costituzione».
Qualcuno del fronte del No che non festeggia c’è. Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, procuratore aggiunto a Torino, si è dimesso a causa dei gravi problemi di salute di un familiare e ha deciso di comunicare la sua decisione poco prima della chiusura delle urne per non legare le dimissioni al risultato dello spoglio. A Genova, il presidente ligure dell’Anm, Federico Manotti, invece, prova a tenere insieme le due dimensioni: «Festeggiamo prima da cittadini e poi da magistrati». È una distinzione che viene evocata proprio mentre si dissolve. Perché subito dopo racconta di una «campagna porta a porta», fatta «nei circoli, nelle piazze, nelle parrocchie, nelle associazioni». Ricorda gli incontri, le spiegazioni, il confronto diretto con la gente.
È una narrazione coerente. Ma è un’altra cosa rispetto a quella che, fino a poche ore prima, veniva proposta. Perché durante la campagna referendaria la magistratura si è presentata non come una parte, ma come una funzione. Poi arrivano i risultati. E lo storytelling cambia.
Si rivendica una battaglia. Si parla di mobilitazione. «Viva l’Italia della Costituzione del 1948», conclude Manotti. È una frase che non ricompone. Perché resta l’idea che, per un giorno almeno, la magistratura non abbia osservato la politica. L’abbia vissuta. E celebrata. Come un partito.
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Da Napoli a Milano, le toghe si levano la maschera e intonano cori contro il premier. Imparato, collega per il Sì, presa di mira.Per tutta la durata della campagna referendaria hanno continuato a ripetere che l’Associazione nazionale magistrati era un soggetto indipendente. Ma già alla diffusione dei primi dati, con il No che avanzava inesorabile, sono scattati i festeggiamenti in stile quartier generale elettorale per le elezioni politiche. Due le sezioni più accese: Napoli e Milano.È a Napoli che lo sbraco diventa scena. Una cinquantina di toghe di varie generazioni erano tutte concentrate sulla piccola tv della saletta del palazzo di giustizia in uso all’Anm. Borse e soprabiti poggiati sulle poltroncine azzurre. Gli attivisti erano già quasi tutti in piedi, come ad attendere l’ultima azione di gioco in area nella finale dei mondiali di calcio. E lì, in quello spazio che dovrebbe essere attraversato da un’altra idea di misura, scatta qualcosa. Canti e salti di gioia. Lo champagne è in arrivo. Non è una reazione composta. È una liberazione. Si sente un coro: Bella ciao. Si ripete il ritornello. Poi, mentre qualcuno con un telefono cellulare riprende la scenetta, la cantano tutta: «O partigiano…». E quando è il momento della parola «invasor» scatta un riflesso incondizionato: «Chi non salta la Meloni è». L’aura d’indipendenza evapora in un attimo. La presidente della giunta, Leda Rossetti, interviene invitando a evitare commenti su esponenti politici. E allora nel mirino degli ultrà con la toga finisce una collega del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che nelle ultime settimane si era spesa anche in tv per il Sì, Annalisa Imparato: «Chi non salta Imparato è». Se la scena si fosse consumata al contrario con molta probabilità qualcuno dei soloni avrebbe invocato la solita azione del Csm a tutela.E mentre il procuratore Nicola Gratteri, quello che aveva bollato gli elettori del Sì come indagati e massoni, era nel suo ufficio a lavorare (in serata ha commentato: «Questo risultato non è un rifiuto al cambiamento, ma il rifiuto di un metodo»), in sala si presenta il procuratore generale Aldo Policastro. Gli attivisti della sezione napoletana applaudono con convinzione. Le parole che pronuncerà dopo sono nette: «Noi siamo qui pronti per lavorare fin da subito per una giustizia migliore, più efficiente. Il ministro faccia quello che deve fare e non quello che ha fatto». E come se gli mancassero le parole torna sulla manfrina che aveva confezionato durante la campagna referendaria: «Il dato oggettivo e chiaro è che questa riforma la voleva Licio Gelli con la P2 e poi Silvio Berlusconi. È un dato storico». Non poteva mancare la lettura della corrente più a sinistra, Magistratura democratica: «Bella ciao è simbolo della liberazione dal nazifascismo, non è una canzone divisiva o contro qualcuno, è simbolo della lotta di Liberazione che ha portato alla nostra Costituzione», rivendica la presidente, Silvia Albano. Il siparietto si ripete, con variazioni, altrove. A Milano, nell’aula magna del palazzo di giustizia, scoppia un boato. Poi abbracci, sorrisi e, anche qui, bottiglie stappate. «Hanno vinto la Costituzione e l’immagine pubblica dei magistrati». Non è solo la difesa di un principio. Sembra la percezione di uno scampato pericolo. Sul tavolo ci sono patatine e bicchieri di plastica. Poche settimane prima, nello stesso luogo, si era inaugurato l’anno giudiziario. Adesso è un’altra cerimonia. Dalla ritualità istituzionale al rito di appartenenza. Il presidente del tribunale, Fabio Roia, lo definisce un «momento commovente». Dice che «è anche la vittoria della magistratura, che non meritava attacchi e delegittimazione». Il procuratore generale Francesca Nanni aggiunge: «Questa affermazione netta del No significa che vale ancora la pena fare questo lavoro nel modo in cui l’abbiamo sempre fatto». Armando Spataro usa una parola che ritorna: «Mobilitazione». Per lui «è stata decisiva». Ma è una parola che appartiene a un altro vocabolario. Indica una scelta. Non una posizione di osservazione, ma di intervento. Il presidente della giunta ambrosiana dell’Anm, Luca Milani, la rende esplicita: ringrazia tutti i colleghi «che hanno deciso di non rimanere chiusi nelle loro stanze e di confrontarsi con i cittadini, illustrando i contenuti della riforma e difendendo la Costituzione». Qualcuno del fronte del No che non festeggia c’è. Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, procuratore aggiunto a Torino, si è dimesso a causa dei gravi problemi di salute di un familiare e ha deciso di comunicare la sua decisione poco prima della chiusura delle urne per non legare le dimissioni al risultato dello spoglio. A Genova, il presidente ligure dell’Anm, Federico Manotti, invece, prova a tenere insieme le due dimensioni: «Festeggiamo prima da cittadini e poi da magistrati». È una distinzione che viene evocata proprio mentre si dissolve. Perché subito dopo racconta di una «campagna porta a porta», fatta «nei circoli, nelle piazze, nelle parrocchie, nelle associazioni». Ricorda gli incontri, le spiegazioni, il confronto diretto con la gente.È una narrazione coerente. Ma è un’altra cosa rispetto a quella che, fino a poche ore prima, veniva proposta. Perché durante la campagna referendaria la magistratura si è presentata non come una parte, ma come una funzione. Poi arrivano i risultati. E lo storytelling cambia.Si rivendica una battaglia. Si parla di mobilitazione. «Viva l’Italia della Costituzione del 1948», conclude Manotti. È una frase che non ricompone. Perché resta l’idea che, per un giorno almeno, la magistratura non abbia osservato la politica. L’abbia vissuta. E celebrata. Come un partito.
Paul Magnier, francese del Team Soudal Quick-Step, festeggia sul podio come vincitore della Maglia Rosa di leader durante la 1ª tappa del 109° Giro d'Italia 2026 (Getty Images)
La corsa rosa parte da Nessebar e incorona subito il francese Paul Magnier, vincitore della volata di Burgas dopo una maxi caduta nel finale. Delusione per Jonathan Milan, solo quarto. Giornata tranquilla per il favorito Vingegaard e gli uomini di classifica.
Il Giro d’Italia 2026 parte dalla Bulgaria e la prima maglia rosa prende la strada della Francia. A Burgas vince Paul Magnier, il più rapido a uscire dal caos di un finale segnato da una maxi caduta a meno di un chilometro dall’arrivo. Il francese della Soudal Quick-Step brucia allo sprint Tobias Lund Andresen e Ethan Vernon, mentre Jonathan Milan, uno dei grandi favoriti di giornata, resta fuori dal podio e chiude quarto.
La prima tappa del Giro numero 109, 147 chilometri da Nessebar a Burgas lungo la costa del Mar Nero, era disegnata per i velocisti. E infatti tutto è andato in quella direzione fino agli ultimi metri, quando una caduta ha spezzato il gruppo e cambiato completamente la volata. Magnier è stato il più lucido nel trovare spazio, Milan invece si è ritrovato senza il suo treno proprio nel momento decisivo. Per il friulano della Lidl-Trek la situazione si era complicata già negli ultimi tre chilometri. La squadra si è disunita nella battaglia per prendere posizione e lui è rimasto costretto a inseguire ruote e varchi in un finale sempre più nervoso. Quando davanti è caduto mezzo gruppo, a giocarsi la vittoria sono rimasti in pochi.
La giornata era vissuta soprattutto sulla fuga di Manuele Tarozzi e dello spagnolo Diego Sevilla, scattati subito dopo il chilometro zero e rimasti all’attacco per oltre cento chilometri. Sevilla si è preso i due Gran premi della montagna e la prima maglia azzurra, mentre Tarozzi ha vinto il traguardo volante e il Red Bull Km davanti allo stesso Sevilla. Dietro, però, il gruppo non ha mai lasciato troppo spazio e la fuga si è chiusa a poco più di venti chilometri dall’arrivo. Tra gli uomini di classifica, invece, come da pronostico nessuna scossa. Jonas Vingegaard, indicato come il grande favorito per la vittoria finale viste le assenze di due fuoriclasse come Tadej Pogačar e Remco Evenepoel, ha corso una tappa prudente, restando lontano dai rischi e senza esporsi nel finale. Con la neutralizzazione dei tempi scattata a cinque chilometri dall’arrivo, la classifica non cambia.
Domani il Giro propone subito una tappa diversa: da Burgas a Veliko Tarnovo, 221 chilometri e un finale più duro, tra le valli dei Balcani e le strade che attraversano la catena montuosa nel cuore della Bulgaria. Ci saranno tre Gran premi della montagna e un ultimo tratto più nervoso, con la salita del monastero di Lyaskovets a undici chilometri dall’arrivo e alcuni settori in pavé nel finale. Sulle strade bulgare, intanto, il Giro ha trovato una cornice inattesa ma molto partecipata. Da Nessebar, antica città sul Mar Nero con tracce greche, romane e ottomane, fino a Burgas, il pubblico ha accompagnato il passaggio della corsa per tutta la giornata: tifosi ai bordi della strada, ponti affollati e bandiere bulgare lungo il percorso. Una partenza dall’estero che il Giro considera ormai una consuetudine: quella di quest’anno è la sedicesima nella storia della corsa rosa.
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