Anm, festa da partito tra «Chi non salta la Meloni è», bollicine e «Bella ciao»
Per tutta la durata della campagna referendaria hanno continuato a ripetere che l’Associazione nazionale magistrati era un soggetto indipendente. Ma già alla diffusione dei primi dati, con il No che avanzava inesorabile, sono scattati i festeggiamenti in stile quartier generale elettorale per le elezioni politiche. Due le sezioni più accese: Napoli e Milano.
È a Napoli che lo sbraco diventa scena. Una cinquantina di toghe di varie generazioni erano tutte concentrate sulla piccola tv della saletta del palazzo di giustizia in uso all’Anm. Borse e soprabiti poggiati sulle poltroncine azzurre. Gli attivisti erano già quasi tutti in piedi, come ad attendere l’ultima azione di gioco in area nella finale dei mondiali di calcio. E lì, in quello spazio che dovrebbe essere attraversato da un’altra idea di misura, scatta qualcosa. Canti e salti di gioia. Lo champagne è in arrivo. Non è una reazione composta. È una liberazione. Si sente un coro: Bella ciao. Si ripete il ritornello. Poi, mentre qualcuno con un telefono cellulare riprende la scenetta, la cantano tutta: «O partigiano…». E quando è il momento della parola «invasor» scatta un riflesso incondizionato: «Chi non salta la Meloni è». L’aura d’indipendenza evapora in un attimo. La presidente della giunta, Leda Rossetti, interviene invitando a evitare commenti su esponenti politici. E allora nel mirino degli ultrà con la toga finisce una collega del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che nelle ultime settimane si era spesa anche in tv per il Sì, Annalisa Imparato: «Chi non salta Imparato è». Se la scena si fosse consumata al contrario con molta probabilità qualcuno dei soloni avrebbe invocato la solita azione del Csm a tutela.
E mentre il procuratore Nicola Gratteri, quello che aveva bollato gli elettori del Sì come indagati e massoni, era nel suo ufficio a lavorare (in serata ha commentato: «Questo risultato non è un rifiuto al cambiamento, ma il rifiuto di un metodo»), in sala si presenta il procuratore generale Aldo Policastro. Gli attivisti della sezione napoletana applaudono con convinzione. Le parole che pronuncerà dopo sono nette: «Noi siamo qui pronti per lavorare fin da subito per una giustizia migliore, più efficiente. Il ministro faccia quello che deve fare e non quello che ha fatto». E come se gli mancassero le parole torna sulla manfrina che aveva confezionato durante la campagna referendaria: «Il dato oggettivo e chiaro è che questa riforma la voleva Licio Gelli con la P2 e poi Silvio Berlusconi. È un dato storico».
Non poteva mancare la lettura della corrente più a sinistra, Magistratura democratica: «Bella ciao è simbolo della liberazione dal nazifascismo, non è una canzone divisiva o contro qualcuno, è simbolo della lotta di Liberazione che ha portato alla nostra Costituzione», rivendica la presidente, Silvia Albano.
Il siparietto si ripete, con variazioni, altrove. A Milano, nell’aula magna del palazzo di giustizia, scoppia un boato. Poi abbracci, sorrisi e, anche qui, bottiglie stappate. «Hanno vinto la Costituzione e l’immagine pubblica dei magistrati». Non è solo la difesa di un principio. Sembra la percezione di uno scampato pericolo. Sul tavolo ci sono patatine e bicchieri di plastica. Poche settimane prima, nello stesso luogo, si era inaugurato l’anno giudiziario. Adesso è un’altra cerimonia. Dalla ritualità istituzionale al rito di appartenenza. Il presidente del tribunale, Fabio Roia, lo definisce un «momento commovente». Dice che «è anche la vittoria della magistratura, che non meritava attacchi e delegittimazione». Il procuratore generale Francesca Nanni aggiunge: «Questa affermazione netta del No significa che vale ancora la pena fare questo lavoro nel modo in cui l’abbiamo sempre fatto». Armando Spataro usa una parola che ritorna: «Mobilitazione». Per lui «è stata decisiva». Ma è una parola che appartiene a un altro vocabolario. Indica una scelta. Non una posizione di osservazione, ma di intervento. Il presidente della giunta ambrosiana dell’Anm, Luca Milani, la rende esplicita: ringrazia tutti i colleghi «che hanno deciso di non rimanere chiusi nelle loro stanze e di confrontarsi con i cittadini, illustrando i contenuti della riforma e difendendo la Costituzione».
Qualcuno del fronte del No che non festeggia c’è. Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, procuratore aggiunto a Torino, si è dimesso a causa dei gravi problemi di salute di un familiare e ha deciso di comunicare la sua decisione poco prima della chiusura delle urne per non legare le dimissioni al risultato dello spoglio. A Genova, il presidente ligure dell’Anm, Federico Manotti, invece, prova a tenere insieme le due dimensioni: «Festeggiamo prima da cittadini e poi da magistrati». È una distinzione che viene evocata proprio mentre si dissolve. Perché subito dopo racconta di una «campagna porta a porta», fatta «nei circoli, nelle piazze, nelle parrocchie, nelle associazioni». Ricorda gli incontri, le spiegazioni, il confronto diretto con la gente.
È una narrazione coerente. Ma è un’altra cosa rispetto a quella che, fino a poche ore prima, veniva proposta. Perché durante la campagna referendaria la magistratura si è presentata non come una parte, ma come una funzione. Poi arrivano i risultati. E lo storytelling cambia.
Si rivendica una battaglia. Si parla di mobilitazione. «Viva l’Italia della Costituzione del 1948», conclude Manotti. È una frase che non ricompone. Perché resta l’idea che, per un giorno almeno, la magistratura non abbia osservato la politica. L’abbia vissuta. E celebrata. Come un partito.







