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2022-10-13
13 ottobre 1972: la tragedia aerea delle Ande, una storia di sopravvivenza estrema
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La fusoliera e i sopravvissuti al momento del recupero (Fuerza Aerea de Chile)
Fu una settimana nera, la seconda di ottobre del 1972, per l’aviazione. Sui giornali e alla televisione fu data la notizia che il giorno 13 si consumò quella che fino ad allora era la più grave sciagura dell’aviazione civile sovietica: un Iliushyn Il-62 si schiantò in atterraggio presso l’aeroporto di Mosca, uccidendo 174 persone. Il giorno successivo toccò all’Italia, quando due caccia Fiat G-91 del 103°Gruppo del 2°Stormo di Treviso si scontrarono durante un volo di addestramento nel cielo di Piombino Dese, Padova, causando la morte dei due giovani ufficiali di 23 e 24 anni. Il giorno stesso sui quotidiani apparve un trafiletto redatto da un lancio dell’agenzia Reuters, che riportava la notizia della scomparsa di un aereo militare uruguaiano. Poche righe, a cui altrettanto pochi lettori diedero attenzione. Nessuno poteva immaginare che dietro a quelle brevi battute d’agenzia si stesse consumando una delle più impressionanti sciagure aeree, in particolare per gli esiti estremi che l’incidente portò con sé nei mesi successivi.
Alle 14:15 del 13 ottobre 1972 dalla pista dell’aeroporto argentino di Mendoza decollò un Fairchild FH-227D della Fuerza Aerea Uruguaya, marche T-571. A bordo, a parte i membri dell’equipaggio, erano tutti civili. Tra di essi un’intera squadra di rugby di Montevideo, l’Old Christians Club in viaggio per un torneo a Santiago del Cile, destinazione del volo. Il charter, noleggiato dai militari per cercare di alleviare la difficile situazione finanziaria dell’aviazione uruguayana, avrebbe dovuto compiere un volo diretto ma i piloti decisero lo stopover a Mendoza a causa delle condizioni meteo avverse. Il giorno seguente, dopo aver consultato un equipaggio che aveva compiuto la rotta inversa, decisero di affrontare il viaggio per la rotta più lunga, ma relativamente più sicura grazie alla presenza dei Vor che permettevano il volo strumentale. Proprio un errore interpretativo nella lettura dei dati di volo fu alla base della tragedia. Giunto tra le cime della cordigliera andina il bimotore fu avvolto da una fitta coltre di nubi, mentre ai comandi si trovava il copilota Dante Héctor Lagurara, addestrato dall’esperto comandante Julio César Ferradas. Nel cuore della catena sudamericana sferzata dal vento che scuoteva la carlinga, Lagurara era convinto di trovarsi sulla verticale della città di Curicò, dove avrebbe dovuto iniziare la discesa verso Santiago. Dalla torre della capitale cilena diedero l’autorizzazione alla discesa e il Fairchild, che si trovava in realtà a circa 70 km dal punto segnalato alla torre, si infilò in una gola tra le montagne. Alle 15:34 la coda dell’aereo urtò le rocce di un rilievo e si staccò dalla fusoliera. I passeggeri che si trovavano nelle vicinanze della voragine furono risucchiati e precipitarono nel vuoto. Privo di manovrabilità, il bimotore perse entrambe le ali nel successivo impatto, quindi la carlinga iniziò a scivolare lungo un nevaio arrestandosi contro una parete nevosa dopo quasi un chilometro. Poi il silenzio, rotto solo dai lamenti dei feriti. E la tormenta di neve che rapidamente coprì i resti del volo 571 di una gelida coltre bianca.
34°45′54″S 70°17′11″O: la montagna della morte, la lotta per la vita
Il relitto, scomparso dai radar, si trovava in territorio argentino in una zona inesplorata delle montagne della circoscrizione di Malargue, a circa 3,600 metri di altitudine. Impossibile scorgerlo per eventuali soccorsi dall’alto. Oltre ai sette morti precipitati dall’aereo, nell’impatto perirono altri 4 passeggeri tra cui il comandante Ferradas. Nelle ore successive, dopo una terribile agonia, fu la volta del co-pilota Lagurara (che sbagliò ad interpretare i dati di volo e che non fu in grado, con le sue ultime parole, di fornire l’esatta posizione del relitto). Nelle ore successive morirono altri 5 passeggeri, riducendo così a 29 il numero dei sopravvissuti. Rifugiatisi nei resti della carlinga il cui squarcio posteriore fu chiuso alla meglio con un muro di valigie, quelli che erano rimasti vivi si presero cura come poterono dei feriti (alcuni molto gravi) ed organizzarono le razioni del pochissimo cibo reperito tra i resti del Fairchild. Pur essendo razionate nei minimi termini, le vivande terminarono in pochi giorni. Soli, affamati e esposti al gelo di un ghiacciaio, i passeggeri sembravano destinati ad una terrificante morte di stenti. Un tentativo di far funzionare la radio di bordo con batterie trovate nella coda dopo un difficile percorso per raggiungerla, si rivelò inutile. Pochi giorni dopo, la più tragica delle decisioni, ma l’unica possibile per tentare di sopravvivere. La scelta di consumare la carne dei compagni di viaggio deceduti fu a lungo dibattuta tra i disperati apparentemente senza via d’uscita. E fu alla fine l’unica fonte di nutrimento in una landa di rocce e ghiacci. Come se non bastasse, un’altra grandissima sciagura era in agguato, terribile come l’incidente aereo per gli esiti. Il 29 ottobre, poco dopo la mezzanotte, a causa delle forti nevicate delle ore precedenti si staccò una valanga che investì in pieno la carlinga del Fairchild e i suoi occupanti. Al bilancio già tragico si aggiunsero altre 8 vittime, sommerse da una massa nevosa che divenne subito una bara ghiacciata. I superstiti maturarono allora la decisione di scegliere un gruppo tra di loro che avrebbe dovuto sfidare a piedi le alture andine per cercare aiuto. Un’impresa resa ancora più difficile dalla totale mancanza di strumenti per l’orientamento e per le condizioni di estrema debilitazione che i giorni passati sul ghiacciaio e la denutrizione avevano generato nei superstiti. Furono selezionati due tra i più allenati e preparati, sia fisicamente che psicologicamente. Durante la lunga fase decisionale e le prime brevi esplorazioni altri tre compagni di sventura morirono per infezioni e malnutrizione. Alla fine furono scelti tre dei giocatori della squadra di rugby: Nando Parrado, Roberto Canessa e Antonio Vizintìn. Per affrontare le alture ignote alla ricerca di civiltà e aiuto, i superstiti riuscirono a confezionare un sacco a pelo utilizzando il materiale di coibentazione dell’aereo, che fu uno strumento fondamentale per la ricerca della salvezza. Senza alcun tipo di equipaggiamento per l’alta montagna, senza mappe né informazioni adeguate sulla loro posizione. Questa condizione fu alla base di un involontario errore di valutazione che rischiò di vanificare la marcia per la salvezza, perché i sopravvissuti si erano basati sulle informazioni che avevano ricevuto dal co-pilota Lagurara prima di spirare. Questi era convinto di aver superato da tempo il confine e di trovarsi vicino a Curicò, mentre il ghiacciaio dell’incidente si trovava ancora in territorio argentino. Ignari del fatto che a circa 20 km a est si trovava un resort estivo, l’Hotel Termas el Sosneado, il trio prese la strada opposta verso ovest. Mentre Vizintìn, preso dal panico e indebolito ritornò alla carlinga, Parrado e Canossa viaggiarono per 10 giorni (dal 12 al 21 dicembre 1972) raggiungendo picchi di 4.600 metri (l’altezza del Monte Rosa) e scivolando esausti per valli inesplorate e selvagge. Poi, giunti lungo il corso del Rio Azufre videro i primi segni della presenza umana: i resti di un falò e alcuni bovini a pascolo. A quel punto senza più la forza per proseguire il cammino, quasi ciechi per gli effetti della rifrazione sulla neve, si riposarono sulle rive del torrente. Fu allora che, come un miraggio, dalla parte opposta del Rio Azufre apparve davanti ai due sopravvissuti la figura di un arriéro (mulattiere). Con le forze che rimanevano, Parrado e Canossa agitarono le braccia, perché il fragore del torrente impediva la conversazione. Inizialmente diffidente, il mulattiere cileno Sergio Catalàn lanciò un messaggio attaccato ad un sasso per avere informazioni. I due risposero scrivendo con il rossetto di una delle vittime la loro storia incredibile. Catalàn fece segno di avere capito. Inforcò il cavallo con il quale era arrivato e si precipitò a valle. Il giorno seguente i due furono raggiunti dai Carabineros e portati in una malga dove dopo 72 giorni di lotta contro la morte furono nutriti (Parrado, un ragazzo alto e muscoloso, era arrivato a pesare 44 kg.) e poterono riposare in un letto. Il giorno seguente fu la volta del recupero dei compagni ancora alle prese con la sopravvivenza sul nevaio. Canessa guidò gli uomini del Secorro Andino (il soccorso alpino cileno) salendo su uno dei due elicotteri Uh-1 Huey che, sul ghiacciaio, ebbero non poche difficoltà nel caricare i superstiti per l’altitudine e il forte vento. Non potendo trasportare tutti a valle, in sei rimasero sul ghiacciaio in compagnia delle guide alpine e di un medico. Il giorno successivo, l’antivigilia di Natale del 1972, furono tutti evacuati e ospedalizzati. La tragedia delle Ande, nota in seguito all’esito senza precedenti anche come «Miracolo delle Ande», fu seguita da un lungo dibattito sulla pratica del cannibalismo. Parrado, Canessa e i compagni furono per lunghi mesi al centro di polemiche anche violente per la delicatezza della materia. Poi tutte le visioni, laiche e religiose, convennero sul fatto che il circo mediatico doveva finire anche perché le famiglie delle vittime si mostrarono comprensive con chi aveva mangiato le loro carni, perché in quel caso estremo, che anche la Chiesa comprese e classificò paragonandolo in alcuni casi all’Eucaristia, fu la morte a decidere per la vita.
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I 16 superstiti dell'incidente aereo resistettero più di due mesi tra i ghiacci delle Ande. Rimasti senza cibo, dovettero scegliere se morire o praticare il cannibalismo sui morti, unica e tragica via per rimanere vivi. Fu una settimana nera, la seconda di ottobre del 1972, per l’aviazione. Sui giornali e alla televisione fu data la notizia che il giorno 13 si consumò quella che fino ad allora era la più grave sciagura dell’aviazione civile sovietica: un Iliushyn Il-62 si schiantò in atterraggio presso l’aeroporto di Mosca, uccidendo 174 persone. Il giorno successivo toccò all’Italia, quando due caccia Fiat G-91 del 103°Gruppo del 2°Stormo di Treviso si scontrarono durante un volo di addestramento nel cielo di Piombino Dese, Padova, causando la morte dei due giovani ufficiali di 23 e 24 anni. Il giorno stesso sui quotidiani apparve un trafiletto redatto da un lancio dell’agenzia Reuters, che riportava la notizia della scomparsa di un aereo militare uruguaiano. Poche righe, a cui altrettanto pochi lettori diedero attenzione. Nessuno poteva immaginare che dietro a quelle brevi battute d’agenzia si stesse consumando una delle più impressionanti sciagure aeree, in particolare per gli esiti estremi che l’incidente portò con sé nei mesi successivi.Alle 14:15 del 13 ottobre 1972 dalla pista dell’aeroporto argentino di Mendoza decollò un Fairchild FH-227D della Fuerza Aerea Uruguaya, marche T-571. A bordo, a parte i membri dell’equipaggio, erano tutti civili. Tra di essi un’intera squadra di rugby di Montevideo, l’Old Christians Club in viaggio per un torneo a Santiago del Cile, destinazione del volo. Il charter, noleggiato dai militari per cercare di alleviare la difficile situazione finanziaria dell’aviazione uruguayana, avrebbe dovuto compiere un volo diretto ma i piloti decisero lo stopover a Mendoza a causa delle condizioni meteo avverse. Il giorno seguente, dopo aver consultato un equipaggio che aveva compiuto la rotta inversa, decisero di affrontare il viaggio per la rotta più lunga, ma relativamente più sicura grazie alla presenza dei Vor che permettevano il volo strumentale. Proprio un errore interpretativo nella lettura dei dati di volo fu alla base della tragedia. Giunto tra le cime della cordigliera andina il bimotore fu avvolto da una fitta coltre di nubi, mentre ai comandi si trovava il copilota Dante Héctor Lagurara, addestrato dall’esperto comandante Julio César Ferradas. Nel cuore della catena sudamericana sferzata dal vento che scuoteva la carlinga, Lagurara era convinto di trovarsi sulla verticale della città di Curicò, dove avrebbe dovuto iniziare la discesa verso Santiago. Dalla torre della capitale cilena diedero l’autorizzazione alla discesa e il Fairchild, che si trovava in realtà a circa 70 km dal punto segnalato alla torre, si infilò in una gola tra le montagne. Alle 15:34 la coda dell’aereo urtò le rocce di un rilievo e si staccò dalla fusoliera. I passeggeri che si trovavano nelle vicinanze della voragine furono risucchiati e precipitarono nel vuoto. Privo di manovrabilità, il bimotore perse entrambe le ali nel successivo impatto, quindi la carlinga iniziò a scivolare lungo un nevaio arrestandosi contro una parete nevosa dopo quasi un chilometro. Poi il silenzio, rotto solo dai lamenti dei feriti. E la tormenta di neve che rapidamente coprì i resti del volo 571 di una gelida coltre bianca.34°45′54″S 70°17′11″O: la montagna della morte, la lotta per la vitaIl relitto, scomparso dai radar, si trovava in territorio argentino in una zona inesplorata delle montagne della circoscrizione di Malargue, a circa 3,600 metri di altitudine. Impossibile scorgerlo per eventuali soccorsi dall’alto. Oltre ai sette morti precipitati dall’aereo, nell’impatto perirono altri 4 passeggeri tra cui il comandante Ferradas. Nelle ore successive, dopo una terribile agonia, fu la volta del co-pilota Lagurara (che sbagliò ad interpretare i dati di volo e che non fu in grado, con le sue ultime parole, di fornire l’esatta posizione del relitto). Nelle ore successive morirono altri 5 passeggeri, riducendo così a 29 il numero dei sopravvissuti. Rifugiatisi nei resti della carlinga il cui squarcio posteriore fu chiuso alla meglio con un muro di valigie, quelli che erano rimasti vivi si presero cura come poterono dei feriti (alcuni molto gravi) ed organizzarono le razioni del pochissimo cibo reperito tra i resti del Fairchild. Pur essendo razionate nei minimi termini, le vivande terminarono in pochi giorni. Soli, affamati e esposti al gelo di un ghiacciaio, i passeggeri sembravano destinati ad una terrificante morte di stenti. Un tentativo di far funzionare la radio di bordo con batterie trovate nella coda dopo un difficile percorso per raggiungerla, si rivelò inutile. Pochi giorni dopo, la più tragica delle decisioni, ma l’unica possibile per tentare di sopravvivere. La scelta di consumare la carne dei compagni di viaggio deceduti fu a lungo dibattuta tra i disperati apparentemente senza via d’uscita. E fu alla fine l’unica fonte di nutrimento in una landa di rocce e ghiacci. Come se non bastasse, un’altra grandissima sciagura era in agguato, terribile come l’incidente aereo per gli esiti. Il 29 ottobre, poco dopo la mezzanotte, a causa delle forti nevicate delle ore precedenti si staccò una valanga che investì in pieno la carlinga del Fairchild e i suoi occupanti. Al bilancio già tragico si aggiunsero altre 8 vittime, sommerse da una massa nevosa che divenne subito una bara ghiacciata. I superstiti maturarono allora la decisione di scegliere un gruppo tra di loro che avrebbe dovuto sfidare a piedi le alture andine per cercare aiuto. Un’impresa resa ancora più difficile dalla totale mancanza di strumenti per l’orientamento e per le condizioni di estrema debilitazione che i giorni passati sul ghiacciaio e la denutrizione avevano generato nei superstiti. Furono selezionati due tra i più allenati e preparati, sia fisicamente che psicologicamente. Durante la lunga fase decisionale e le prime brevi esplorazioni altri tre compagni di sventura morirono per infezioni e malnutrizione. Alla fine furono scelti tre dei giocatori della squadra di rugby: Nando Parrado, Roberto Canessa e Antonio Vizintìn. Per affrontare le alture ignote alla ricerca di civiltà e aiuto, i superstiti riuscirono a confezionare un sacco a pelo utilizzando il materiale di coibentazione dell’aereo, che fu uno strumento fondamentale per la ricerca della salvezza. Senza alcun tipo di equipaggiamento per l’alta montagna, senza mappe né informazioni adeguate sulla loro posizione. Questa condizione fu alla base di un involontario errore di valutazione che rischiò di vanificare la marcia per la salvezza, perché i sopravvissuti si erano basati sulle informazioni che avevano ricevuto dal co-pilota Lagurara prima di spirare. Questi era convinto di aver superato da tempo il confine e di trovarsi vicino a Curicò, mentre il ghiacciaio dell’incidente si trovava ancora in territorio argentino. Ignari del fatto che a circa 20 km a est si trovava un resort estivo, l’Hotel Termas el Sosneado, il trio prese la strada opposta verso ovest. Mentre Vizintìn, preso dal panico e indebolito ritornò alla carlinga, Parrado e Canossa viaggiarono per 10 giorni (dal 12 al 21 dicembre 1972) raggiungendo picchi di 4.600 metri (l’altezza del Monte Rosa) e scivolando esausti per valli inesplorate e selvagge. Poi, giunti lungo il corso del Rio Azufre videro i primi segni della presenza umana: i resti di un falò e alcuni bovini a pascolo. A quel punto senza più la forza per proseguire il cammino, quasi ciechi per gli effetti della rifrazione sulla neve, si riposarono sulle rive del torrente. Fu allora che, come un miraggio, dalla parte opposta del Rio Azufre apparve davanti ai due sopravvissuti la figura di un arriéro (mulattiere). Con le forze che rimanevano, Parrado e Canossa agitarono le braccia, perché il fragore del torrente impediva la conversazione. Inizialmente diffidente, il mulattiere cileno Sergio Catalàn lanciò un messaggio attaccato ad un sasso per avere informazioni. I due risposero scrivendo con il rossetto di una delle vittime la loro storia incredibile. Catalàn fece segno di avere capito. Inforcò il cavallo con il quale era arrivato e si precipitò a valle. Il giorno seguente i due furono raggiunti dai Carabineros e portati in una malga dove dopo 72 giorni di lotta contro la morte furono nutriti (Parrado, un ragazzo alto e muscoloso, era arrivato a pesare 44 kg.) e poterono riposare in un letto. Il giorno seguente fu la volta del recupero dei compagni ancora alle prese con la sopravvivenza sul nevaio. Canessa guidò gli uomini del Secorro Andino (il soccorso alpino cileno) salendo su uno dei due elicotteri Uh-1 Huey che, sul ghiacciaio, ebbero non poche difficoltà nel caricare i superstiti per l’altitudine e il forte vento. Non potendo trasportare tutti a valle, in sei rimasero sul ghiacciaio in compagnia delle guide alpine e di un medico. Il giorno successivo, l’antivigilia di Natale del 1972, furono tutti evacuati e ospedalizzati. La tragedia delle Ande, nota in seguito all’esito senza precedenti anche come «Miracolo delle Ande», fu seguita da un lungo dibattito sulla pratica del cannibalismo. Parrado, Canessa e i compagni furono per lunghi mesi al centro di polemiche anche violente per la delicatezza della materia. Poi tutte le visioni, laiche e religiose, convennero sul fatto che il circo mediatico doveva finire anche perché le famiglie delle vittime si mostrarono comprensive con chi aveva mangiato le loro carni, perché in quel caso estremo, che anche la Chiesa comprese e classificò paragonandolo in alcuni casi all’Eucaristia, fu la morte a decidere per la vita.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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