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2021-07-01
Ancora muro contro muro sul ddl Zan. Iv vuole trattare, ma il Pd si impunta
Ansa
Una mediazione difficile, se non impossibile. La riunione di ieri pomeriggio dei capigruppo di maggioranza al Senato sul ddl Zan, se da un lato non ha fornito novità sostanziali rispetto a quanto non si sapesse già sulle posizioni di merito rispetto al testo anti-omofobia, dall'altro ha messo in chiaro la reale volontà di arrivare a un accordo di ogni partito. Da una parte ci sono la Lega e Forza Italia, che hanno sottolineato la necessità di una legge ma, al contempo, quella di mettere mano agli articoli 1, 4 e 7 del testo Zan, che si occupano rispettivamente della fluidità di genere, del reato di opinione e dell'istituzione della giornata nazionale contro l'omotransfobia. Quest'ultimo punto è così sensibile che la Santa Sede ha inviato una nota al governo italiano in cui si denunciavano possibili violazione del Concordato.
Dall'altra, ci sono Pd, M5s e Leu, che hanno premesso a ogni discussione la ferma volontà di andare alla conta, martedì prossimo, sull'anticipo dell'esame in Senato del ddl Zan al 13 luglio, a prescindere dalla fine del suo iter in commissione. «Per noi», ha spiegato la capogruppo dem Simona Malpezzi, «rimane centrale il fatto di votare il calendario il 6 luglio e avere una data certa anche per i lavori stessi della commissione sul ddl Zan. La data certa dell'approdo in aula per noi è quella del 13 luglio».
Le ha replicato, prima nel corso della riunione e poi di fronte ai cronisti, il suo omologo leghista Massimiliano Romeo, spiegando che il suo partito ha chiesto «modifiche anche abbastanza sostanziali» e aggiungendo che «si tratta di un tema delicato, non semplice da affrontare, che non auspicherebbe lavori parlamentari affrettati ma una profonda analisi, a partire dall'articolo 1 sulla questione della definizione del sesso e dell'identità di genere, della fluidità sessuale».
Riferendosi poi alle criticità fatte presenti dal Vaticano nella nota, Romeo ha sottolineato che la Lega «ha chiesto una tutela vera della libertà di espressione che non può essere messa in pericolo solo perché qualcuno osa criticare alcune idee e poi sull'articolo 7, che riguarda il tema della scuola, non vogliamo nessun indottrinamento di Stato». Gli ha fatto eco la collega di Forza Italia, Anna Maria Bernini: «Noi vogliamo risolvere il problema della discriminazione e del pregiudizio ma la norma deve essere scritta bene, deve essere comprensibile, intellegibile e deve ottenere il risultato per cui è stata scritta», senza «giochetti strani» che porterebbero al suo affossamento.
Nel mezzo, a porsi di fatto come forza della difficile mediazione, c'è Italia viva, che con Davide Faraone sta tentando di accorciare le distanze tra gli schieramenti. Faraone è prima intervenuto in riunione, sottolineando l'importanza di trovare un accordo di maggioranza su una legge contro l'omofobia e mettendo in guardia i presenti sul rischio del «pantano parlamentare» e dell'affossamento del provvedimento. Poi, al termine dell'incontro, ha diffuso una nota in cui si sottolinea la necessità che «il ddl Zan abbia un iter veloce e sicuro perché si approvi una legge che serve al Paese e per non impantanare il Senato che dovrà trattare ad ora sette decreti prima della pausa estiva». In ogni caso, ha aggiunto, «se non dovesse trovarsi un'intesa, Italia viva conferma che voterà per portare in aula la legge».
Morale della favola: il tavolo è stato aggiornato a martedì prossimo alle 11. Per quel giorno, il presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama e relatore del provvedimento Andrea Ostellari tenterà di portare all'attenzione dei presenti un'ipotesi di mediazione che possa accontentare tutti, tenendo conto delle richieste di modifica che nel frattempo gli saranno pervenute (il cui termine è stato fissato per domani). Resta però il fatto che si tratterà di una riunione su cui incombe la spada di Damocle di una forzatura: qualche ora dopo, infatti, è previsto il voto d'aula - non a caso evocato più volte ieri dai giallorossi - sulla modifica del calendario che potrebbe portare il ddl Zan in anticipo all'esame dell'Assemblea. In questo senso, quanto dichiarato dal capogruppo dem in commissione, Franco Mirabelli, lascia poco spazio ai dubbi: «La Lega si assume la responsabilità di impedire che il Parlamento riesca ad approvare una legge di civiltà contro l'omofobia. Il ddl Zan», ha aggiunto, «è già frutto di una mediazione e va portato in aula così come approvato dalla Camera. Deve essere chiaro che martedì si vota la calendarizzazione in aula del ddl, non si può aspettare».
Non un viatico ideale, dunque, per Ostellari, cui è stata affidata la mission impossible di trovare un sentiero per il compromesso: «Vedremo il 6 luglio», ha detto quest'ultimo al termine della riunione, «se ci sarà una ipotesi condivisa. Io sono ottimista di natura, intanto adottiamo questa linea di lavoro che martedì verificheremo».
La Spagna fa avanzare la legge trans
«Sarà legge». Ne è certa Irene Montero, ministro spagnolo delle Pari opportunità e madrina della normativa per il riconoscimento dei diritti delle persone transgender appena approvata dal Consiglio dei ministri. In piena settimana orgoglio pride a Madrid, la notizia ha fatto esultare il mondo Lgbt e sconvolto una buona fetta della società civile, per nulla convinta che sia un progresso permettere l'autodeterminazione dell'identità di genere a prescindere da qualunque perizia medica o psicologica.
Basterà avere 16 anni e chiedere il cambio di sesso e di nome all'anagrafe, senza bisogno del consenso dei genitori (rimane necessario a partire dai 14 anni, dai 12 si potrà fare con l'assenso di un giudice) e senza dover dimostrare di aver fatto una cura ormonale.
La ribattezzata legge trans voluta dalla Montero, compagna di Pablo Iglesias, l'ex vicepremier del socialista Pedro Sanchez che ha abbandonato la politica dopo il tonfo della sinistra radicale alle Regionali di Madrid, sarà sottoposta al dibattito e all'eventuale approvazione del Parlamento ma il voltafaccia dei socialisti, che dopo essersi astenuti a maggio adesso hanno votato a favore per timore delle minacciate manifestazioni di protesta durante le celebrazioni del pride, lascia intuire che ormai il percorso è in discesa.
Tra le norme previste dalla legge, risultato della fusione di due ddl che facevano parte del patto di governo di Psoe e Unidas podemos, sono previste multe pesantissime in caso di discriminazione intesa anche come rifiuto di dare in affitto un appartamento a una coppia gay o lesbica. Il proprietario non è libero di scegliere chi mettere dentro casa sua, per convinzioni personali, religiose o solo perché teme di avere inquilini più fastidiosi da gestire: il suo no potrà costargli fino a 150.000 euro. Una minoranza sarà così libera di imporre la sua presenza ovunque, applicando un'altra sfumatura della nuova dittatura gender.
La legge proibisce le «terapie di conversione» dell'orientamento sessuale, quindi un genitore non potrà più chiedere aiuto a uno psicoterapeuta se il figlio minorenne manifesta dubbi sulla propria identità di genere. Se ci prova, pagherà una multa di 150.000 euro. Abolito anche il divieto per le lesbiche di accedere alle tecniche di riproduzione assistita se non sono coppia, lo potranno fare a spese del Servizio sanitario nazionale senza bisogno di essere unite civilmente. Il diritto viene esteso pure alle trans «in grado di avere figli». Quel bambino dovrà scoprire di essere cresciuto nel grembo di una donna che ora si dice uomo.
La rabbia delle femministe nei confronti del Psoe è cresciuta all'inverosimile e la promessa è di non votare più il partito del premier Sanchez, perché il collettivo non può essere d'accordo sul «trasformare gli esseri umani in mostri», ha tuonato Lidia Falcón, fondatrice del movimento in Spagna. «Se essere donna è un'opzione, il nostro agire smette di avere un senso perché si cancellano le donne», ha tuonato la filosofa Rosa María Rodríguez Magda, una delle tante voci che protestano da mesi, ripetendo che «i desideri, le voglie non sono diritti» e chiedendo «di lasciare in pace i bambini». Non mancano, nel nuovo disegno di legge, norme fumose quanto pericolose, perché rappresentano pesantissime violazioni del diritto di esprimere il proprio pensiero.
Per esempio, si legge che saranno perseguibili quei testi o contenuti didattici che collocano le persone Lgbt in una condizione di inferiorità quanto a dignità. Ma se uno scrive che i trans non devono sfruttare la donna per soddisfare il desiderio di avere figli mediante l'utero in affitto, sicuramente qualcuno potrà trovare l'espressione offensiva e non dignitosa per le coppie non etero. Così come succederà anche da noi se passa il ddl Zan.
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La riunione dei capigruppo al Senato si conclude con un nulla di fatto. Lega e Fi aprono al dialogo, i giallorossi pretendono il voto martedì per portare in aula il testo il 13 luglio. Critici i renziani: «Così si rischia il pantano».l governo del socialista Sanchez vara il ddl che permetterà ai minori a partire dai 16 anni di cambiare genere senza consenso dei genitori. Le femministe sono sul piede di guerra.Lo speciale contiene due articoli.Una mediazione difficile, se non impossibile. La riunione di ieri pomeriggio dei capigruppo di maggioranza al Senato sul ddl Zan, se da un lato non ha fornito novità sostanziali rispetto a quanto non si sapesse già sulle posizioni di merito rispetto al testo anti-omofobia, dall'altro ha messo in chiaro la reale volontà di arrivare a un accordo di ogni partito. Da una parte ci sono la Lega e Forza Italia, che hanno sottolineato la necessità di una legge ma, al contempo, quella di mettere mano agli articoli 1, 4 e 7 del testo Zan, che si occupano rispettivamente della fluidità di genere, del reato di opinione e dell'istituzione della giornata nazionale contro l'omotransfobia. Quest'ultimo punto è così sensibile che la Santa Sede ha inviato una nota al governo italiano in cui si denunciavano possibili violazione del Concordato. Dall'altra, ci sono Pd, M5s e Leu, che hanno premesso a ogni discussione la ferma volontà di andare alla conta, martedì prossimo, sull'anticipo dell'esame in Senato del ddl Zan al 13 luglio, a prescindere dalla fine del suo iter in commissione. «Per noi», ha spiegato la capogruppo dem Simona Malpezzi, «rimane centrale il fatto di votare il calendario il 6 luglio e avere una data certa anche per i lavori stessi della commissione sul ddl Zan. La data certa dell'approdo in aula per noi è quella del 13 luglio». Le ha replicato, prima nel corso della riunione e poi di fronte ai cronisti, il suo omologo leghista Massimiliano Romeo, spiegando che il suo partito ha chiesto «modifiche anche abbastanza sostanziali» e aggiungendo che «si tratta di un tema delicato, non semplice da affrontare, che non auspicherebbe lavori parlamentari affrettati ma una profonda analisi, a partire dall'articolo 1 sulla questione della definizione del sesso e dell'identità di genere, della fluidità sessuale». Riferendosi poi alle criticità fatte presenti dal Vaticano nella nota, Romeo ha sottolineato che la Lega «ha chiesto una tutela vera della libertà di espressione che non può essere messa in pericolo solo perché qualcuno osa criticare alcune idee e poi sull'articolo 7, che riguarda il tema della scuola, non vogliamo nessun indottrinamento di Stato». Gli ha fatto eco la collega di Forza Italia, Anna Maria Bernini: «Noi vogliamo risolvere il problema della discriminazione e del pregiudizio ma la norma deve essere scritta bene, deve essere comprensibile, intellegibile e deve ottenere il risultato per cui è stata scritta», senza «giochetti strani» che porterebbero al suo affossamento. Nel mezzo, a porsi di fatto come forza della difficile mediazione, c'è Italia viva, che con Davide Faraone sta tentando di accorciare le distanze tra gli schieramenti. Faraone è prima intervenuto in riunione, sottolineando l'importanza di trovare un accordo di maggioranza su una legge contro l'omofobia e mettendo in guardia i presenti sul rischio del «pantano parlamentare» e dell'affossamento del provvedimento. Poi, al termine dell'incontro, ha diffuso una nota in cui si sottolinea la necessità che «il ddl Zan abbia un iter veloce e sicuro perché si approvi una legge che serve al Paese e per non impantanare il Senato che dovrà trattare ad ora sette decreti prima della pausa estiva». In ogni caso, ha aggiunto, «se non dovesse trovarsi un'intesa, Italia viva conferma che voterà per portare in aula la legge». Morale della favola: il tavolo è stato aggiornato a martedì prossimo alle 11. Per quel giorno, il presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama e relatore del provvedimento Andrea Ostellari tenterà di portare all'attenzione dei presenti un'ipotesi di mediazione che possa accontentare tutti, tenendo conto delle richieste di modifica che nel frattempo gli saranno pervenute (il cui termine è stato fissato per domani). Resta però il fatto che si tratterà di una riunione su cui incombe la spada di Damocle di una forzatura: qualche ora dopo, infatti, è previsto il voto d'aula - non a caso evocato più volte ieri dai giallorossi - sulla modifica del calendario che potrebbe portare il ddl Zan in anticipo all'esame dell'Assemblea. In questo senso, quanto dichiarato dal capogruppo dem in commissione, Franco Mirabelli, lascia poco spazio ai dubbi: «La Lega si assume la responsabilità di impedire che il Parlamento riesca ad approvare una legge di civiltà contro l'omofobia. Il ddl Zan», ha aggiunto, «è già frutto di una mediazione e va portato in aula così come approvato dalla Camera. Deve essere chiaro che martedì si vota la calendarizzazione in aula del ddl, non si può aspettare». Non un viatico ideale, dunque, per Ostellari, cui è stata affidata la mission impossible di trovare un sentiero per il compromesso: «Vedremo il 6 luglio», ha detto quest'ultimo al termine della riunione, «se ci sarà una ipotesi condivisa. Io sono ottimista di natura, intanto adottiamo questa linea di lavoro che martedì verificheremo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-muro-contro-muro-sul-ddl-zan-iv-vuole-trattare-ma-il-pd-si-impunta-2653615688.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-spagna-fa-avanzare-la-legge-trans" data-post-id="2653615688" data-published-at="1625139738" data-use-pagination="False"> La Spagna fa avanzare la legge trans «Sarà legge». Ne è certa Irene Montero, ministro spagnolo delle Pari opportunità e madrina della normativa per il riconoscimento dei diritti delle persone transgender appena approvata dal Consiglio dei ministri. In piena settimana orgoglio pride a Madrid, la notizia ha fatto esultare il mondo Lgbt e sconvolto una buona fetta della società civile, per nulla convinta che sia un progresso permettere l'autodeterminazione dell'identità di genere a prescindere da qualunque perizia medica o psicologica. Basterà avere 16 anni e chiedere il cambio di sesso e di nome all'anagrafe, senza bisogno del consenso dei genitori (rimane necessario a partire dai 14 anni, dai 12 si potrà fare con l'assenso di un giudice) e senza dover dimostrare di aver fatto una cura ormonale. La ribattezzata legge trans voluta dalla Montero, compagna di Pablo Iglesias, l'ex vicepremier del socialista Pedro Sanchez che ha abbandonato la politica dopo il tonfo della sinistra radicale alle Regionali di Madrid, sarà sottoposta al dibattito e all'eventuale approvazione del Parlamento ma il voltafaccia dei socialisti, che dopo essersi astenuti a maggio adesso hanno votato a favore per timore delle minacciate manifestazioni di protesta durante le celebrazioni del pride, lascia intuire che ormai il percorso è in discesa. Tra le norme previste dalla legge, risultato della fusione di due ddl che facevano parte del patto di governo di Psoe e Unidas podemos, sono previste multe pesantissime in caso di discriminazione intesa anche come rifiuto di dare in affitto un appartamento a una coppia gay o lesbica. Il proprietario non è libero di scegliere chi mettere dentro casa sua, per convinzioni personali, religiose o solo perché teme di avere inquilini più fastidiosi da gestire: il suo no potrà costargli fino a 150.000 euro. Una minoranza sarà così libera di imporre la sua presenza ovunque, applicando un'altra sfumatura della nuova dittatura gender. La legge proibisce le «terapie di conversione» dell'orientamento sessuale, quindi un genitore non potrà più chiedere aiuto a uno psicoterapeuta se il figlio minorenne manifesta dubbi sulla propria identità di genere. Se ci prova, pagherà una multa di 150.000 euro. Abolito anche il divieto per le lesbiche di accedere alle tecniche di riproduzione assistita se non sono coppia, lo potranno fare a spese del Servizio sanitario nazionale senza bisogno di essere unite civilmente. Il diritto viene esteso pure alle trans «in grado di avere figli». Quel bambino dovrà scoprire di essere cresciuto nel grembo di una donna che ora si dice uomo. La rabbia delle femministe nei confronti del Psoe è cresciuta all'inverosimile e la promessa è di non votare più il partito del premier Sanchez, perché il collettivo non può essere d'accordo sul «trasformare gli esseri umani in mostri», ha tuonato Lidia Falcón, fondatrice del movimento in Spagna. «Se essere donna è un'opzione, il nostro agire smette di avere un senso perché si cancellano le donne», ha tuonato la filosofa Rosa María Rodríguez Magda, una delle tante voci che protestano da mesi, ripetendo che «i desideri, le voglie non sono diritti» e chiedendo «di lasciare in pace i bambini». Non mancano, nel nuovo disegno di legge, norme fumose quanto pericolose, perché rappresentano pesantissime violazioni del diritto di esprimere il proprio pensiero. Per esempio, si legge che saranno perseguibili quei testi o contenuti didattici che collocano le persone Lgbt in una condizione di inferiorità quanto a dignità. Ma se uno scrive che i trans non devono sfruttare la donna per soddisfare il desiderio di avere figli mediante l'utero in affitto, sicuramente qualcuno potrà trovare l'espressione offensiva e non dignitosa per le coppie non etero. Così come succederà anche da noi se passa il ddl Zan.
Ansa
Per prima cosa sento il dovere di avvertire i piccoli risparmiatori che per ridurre i rischi di perdite nel settore tecnologico/borsistico futurizzante dovrebbero inserire il loro denaro in strumenti finanziari gestiti da soggetti professionali. Non è roba per il fai da te. Raccomandazione rinforzata da una notevole varietà di opinioni specialistiche sulle prospettive di guadagno di SpaceX. Da un lato lo scenario di medio-lungo termine trova probabilità ottimistiche. Ma, dall’altro, quello di breve-medio individua un’altalena di valori, con rischio di dimezzamento. Come mai, allora, venerdì scorso la domanda di azioni di SpaceX è arrivata a 250 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 75, portando la capitalizzazione dell’azienda verso i 2.000 miliardi di dollari, quasi il Pil italiano?
I grandi fondi finanziari possono gestire senza gravi problemi un’altalena di valori e tra questi i fondi sovrani, in particolare arabi, hanno la forza finanziaria per scambiare investimento con accessi alla tecnologia. L’agenzia Bloomberg ha rilevato che almeno 70 dei 250 miliardi detti sono stati proposti da piccoli risparmiatori trainati dalle aspettative o speranze speculative di brevissimo periodo. Per capire il fenomeno è utile osservare l’andamento dei titoli tecnologici statunitensi negli ultimi 10-15 anni: prevale il numero di quelli (grandi) che hanno moltiplicato in quantità enorme il loro valore e tale evidenza regge una profezia ottimistica sulle capacità delle aziende tecnologiche statunitensi di cambiare il mondo ottenendo per un certo periodo un monopolio super tecnologico con poca concorrenza che favorisce iper-guadagni. Per esempio, l’azienda innovativa Tesla di Musk in pochi anni ha ottenuto una capitalizzazione molto più elevata di altre case automobilistiche tradizionali. Probabilmente nel prossimo futuro ci saranno più competitori e i valori verranno riequilibrati dalla concorrenza, ma per un periodo non breve gli investitori iniziali hanno visto un aumento enorme del loro investimento iniziale. In sintesi, la speranza di superprofitti per le quotate tecnologiche statunitensi non è infondata. Tuttavia, prudenza come detto sopra.
Studio da almeno 25 anni lo scenario di esoeconomia cercando di capire il momento in cui avrà un ciclo di capitale autonomo e dinamico. Finora l’economia extraterrestre è stata finanziata per lo più con denaro statale in buona parte connesso agli investimenti di superiorità militare per scopi di dominio osservativo sulla superficie terrestre. Ora ci sono i primi segnali - in realtà anticipati già da un decennio - di irruzione del capitale privato nel settore. Non parlo di turismo spaziale strapagato che resta una piccola cosa, pur affascinante. Vedo invece nella logica di SpaceX una forte spinta a creare un esociclo specifico del capitale. Lanciatori a parte, Musk ha integrato Starlink (megarete satellitare per comunicazioni) ed esosistemi di Intelligenza artificiale. Questi ultimi hanno il potenziale di semplificare e velocizzare le immagini e altri dati della superficie terrestre ora ottenuti con procedure più complesse e nodi di inefficienza. Qui il potenziale di profitto è enorme. Ma in prospettiva il progetto di portare esseri umani su Marte ne promette di più. Migliaia di nuove tecnologie, dalla costruzione di astronavi in cantieri spaziali alla robotica medica. Siamo, vicini ad un esosalto entro uno scenario di 30-40 anni. Accelerato dalla esocompetizione tra America e Cina che potrebbe essere ancor più velocizzata dall’irruzione dall’Intelligenza artificiale basata su tecnologia quantistica che preferisco chiamare «robotica cognitiva». L’irruzione del capitale privato è un acceleratore dello sfruttamento e concorrenza nell’esospazio. Chi è ottimista su questo scenario secondo me non sbaglia l’analisi di destino, ma deve fare attenzione ai tempi di rendimento di un ciclo di capitale esospecifico. Che secondo me sarà massimo nel settore della robotica.
Non posso evitare di scrivere che, in base ai dati, il potenziale dell’industria italiana per la robotica eso, endo, aerea e sub è enorme. Ma il capitale privato di investimento che servirebbe per ingrandire le aziende specializzate nel settore è scarso. Saranno di manifattura italiana le costruzioni della futura base lunare nel programma statunitense Artemis. Semplificando, sono decine i settori esospaziali dove la tecnologia residente in Italia è la più evoluta nel mondo. Ma tutto questo potenziale è sottocapitalizzato come osservato con amarezza giustamente provocatoria da Mario Draghi: una start up di qualità innovativa promettente in Italia e in Europa deve andare in America per trovare i capitali utili al suo sviluppo. Cioè i Musk li abbiamo - forse anche migliori - ma non le regole e il luogo per capitalizzarli. E aggiungo che paradossalmente in Italia abbiamo un livello di risparmio tra i più alti al mondo. Sto proponendo un Nasdaq in Italia che capitalizzi le aziende tecnologiche residenti e attiri quelle europee e del Mediterraneo e perfino americane o giapponesi?
Sì, senza offesa per Euronext o autorità borsistiche oppure per chi pone troppi limiti ai fondi di investimento. Ma la rivoluzione tecnologica va gestita con più libertà per sperimentazioni ed investimenti e non con più regole.
www.carlopelanda.com
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Si è chiusa la 99ª edizione della Freccia Rossa, tra paesaggi italiani e auto d'epoca. Il successo è andato agli argentini Juan e Margarita Tonconogy, che riportano il loro nome nell'albo d'oro dopo sei anni di dominio di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli.
C'è chi la definisce la corsa più bella del mondo e chi, da quasi un secolo, la considera un rito capace di raccontare l'Italia attraverso le sue strade. La 1000 Miglia continua a essere molto più di una competizione automobilistica: è il fascino senza tempo delle vetture storiche, l'abbraccio delle piazze gremite e il legame tra tradizione sportiva e territorio.
L'edizione 2026 si è chiusa a Brescia con il trionfo degli argentini Juan e Margarita Tonconogy, vincitori a bordo di un'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931. Un successo che interrompe la lunga egemonia di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, protagonisti delle ultime sei edizioni della Freccia Rossa. Per Juan Tonconogy si tratta del quarto successo personale alla 1000 Miglia, dopo quelli conquistati nel 2013, nel 2016 e nel 2018. Questa volta, però, il trionfo assume un significato particolare: a condividere l'abitacolo dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931 c'era la sorella Margarita, con cui il pilota argentino conquista la sua prima vittoria in coppia. Alle loro spalle si sono classificati proprio Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, secondi su Alfa Romeo 6C 1750 SS Spider Zagato del 1929 al termine di un confronto serrato che ha accompagnato gran parte della corsa. Sul terzo gradino del podio sono saliti Lorenzo e Mario Turelli, autori di una prova regolare e precisa sulla O.M. 665 S MM Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini che, insieme a Francesca Ruggeri su Cisitalia 202 S MM Spider del 1947, conquista ancora una volta il successo nella classifica riservata agli equipaggi femminili. Nel Ferrari Tribute 1000 Miglia hanno esultato Vittorino Battaglia e Giordano Mozzi su Ferrari 488 Spider del 2019, mentre nella Gran Turismo Experience il successo è andato a Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Latvala.
L'edizione 2026 si chiude dopo cinque intense tappe e quasi 2.000 chilometri percorsi lungo alcune delle strade più suggestive della Penisola. Un itinerario che ha unito la sfida sportiva alla scoperta del territorio, mettendo alla prova gli equipaggi attraverso 144 Prove Cronometrate e 8 Prove di Media. Partita da Brescia, la carovana della Freccia Rossa ha attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, per poi proseguire verso il lago di Garda e il Veneto. Dopo il passaggio sul Passo dell'Abetone, la corsa ha toccato Toscana e Lazio, regalando immagini simboliche come le prove sulle mura di Lucca e la sosta in Piazza del Campo a Siena. La risalita verso l'Adriatico ha portato gli equipaggi ad Assisi, con il passaggio sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola nel ricordo di San Francesco, prima di attraversare la Gola del Furlo e raggiungere San Marino. L'ultima tappa, partita da Rimini, ha accompagnato le vetture storiche attraverso Ferrara e Mantova fino al ritorno a Brescia, dove il Controllo Orario finale e la tradizionale passerella in viale Venezia hanno sancito la conclusione della manifestazione.
Archiviata l'edizione numero 99, lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento. Il 2027 sarà infatti l'anno del Centenario: la 1000 Miglia tornerà alla sua tradizionale collocazione di fine maggio, dal 22 al 29, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia.
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