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2019-08-08
L'ombra di Bibbiano anche sulla Liguria
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L'ombra di Bibbiano si è allungata sulla Liguria, e una notevole tensione si è diffusa fra le istituzioni. Non ci sono inchieste giudiziarie aperte, tuttavia da indagini giornalistiche e da alcune dichiarazioni di politici e amministratori emergono i contorni di un sistema che ricorda molto da vicino quello attivo in Emilia Romagna. Per capire che cosa accada dobbiamo partire da un dato fornito nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore, che - basandosi su informazioni ministeriali - ha calcolato quanti siano i minori in affido nel nostro Paese. Senza tenere conto dei minori stranieri non accompagnati, parliamo di circa 26.000 bimbi e ragazzi su tutto il territorio nazionale: «Un dato che rappresenta il 2,7 per mille del totale degli under 18 che vivono in Italia». Il 2.7 per mille è la media nazionale, ma ci sono alcuni casi particolari che saltano all'occhio. Ad esempio quello ligure. Scrive il Sole 24 Ore che «le regioni dove gli affidamenti sono più frequenti sono la Liguria (con il 5,8 per mille dei ragazzi e bambini coinvolti) e il Molise (dove l'affido riguarda il 3,9 mille dei minori)». Significa che in Liguria i bambini in affido sono quasi il doppio rispetto alla media nazionale. Stiamo parlando di 1.244 minorenni, di cui 685 affidati a famiglie e 559 che si trovano in centri, comunità, case famiglia eccetera.
Che in queste cifre enormi ci fosse qualcosa di strano se n'era già accorto qualche tempo fa il Garante regionale per l'infanzia, Francesco Lalla. «A partire dal 2013», dice, «molte persone ci hanno contattato per raccontarci le loro vicende. E ci eravamo convinti che il sistema dell'affidamento e dell'allontanamento non fosse proprio quello corretto, in base anche alla Convenzione di New York che, per gli allontanamenti parla di “necessità". Vuol dire che si fanno soltanto quando si è già fatto tutto il resto e non si può più fare altro». A quanto risulta - ma un dato ufficiale non c'è - i casi segnalati al Garante regionale sono circa 260, non pochi.
Negli anni passati, Lalla si è dato da fare per segnalare la situazione: «L'abbiamo fatta presente, abbiamo scritto anche note al Tribunale dei minorenni». Il Garante non è uomo che ami le baruffe politiche, dunque non si spinge oltre. Ma sembra proprio che appelli e segnalazioni siano rimasti inascoltati.
Insomma, a Genova e dintorni qualcosa davvero non andava. Lo sostiene da tempo Mauro Lami, dell'Associazione padri separati Liguria: «Abbiamo sentore da almeno 10 anni che il sistema non funzioni», dice, «perché da 10 anni riceviamo segnalazioni da tutta la regione». Quando è esploso il caso Bibbiano, il Garante ha colto l'occasione per tornare sull'argomento. Nei giorni scorsi ha diffuso un comunicato che invita ad essere prudenti e ad abbassare i toni, ma contiene un messaggio piuttosto chiaro: «Il sistema, che talvolta non abbiamo esitato a definire dannoso per bambini e famiglie, deve costruire percorsi virtuosi di prevenzione, tutela, garanzia e promozione delle istanze dei minori, partendo proprio da quelli maggiormente fragili e/o vulnerati», si legge nel testo. «E per questi ci permettiamo di suggerire la nostra proposta: creare un sistema rinnovato che veda insieme istituzioni e terzo settore, famiglie e loro rappresentanze». Tradotto: le vicende emiliane e la rinnovata attenzione sul tema degli affidi possono essere l'occasione buona per cambiare l'intera gestione dei bambini, che negli anni passati si è rivelata addirittura «dannosa».
Non ci sono però soltanto le preoccupazioni e gli inviti del Garante. Un bravo cronista, Diego Pistacchi del Giornale del Piemonte e della Liguria, ha scavato un po' e ha scoperto che a Genova operavano proprio i protagonisti di «Angeli e demoni». Dall'inizio del 2016 al 2018 gli incarichi conferiti a Claudio Foti del centro Hansel e Gretel sono stati almeno nove, tutti per affidamento diretto. «Il totale dei compensi», scrive Pistacchi, «supera i 13.000 euro». L'ultimo incarico è stato conferito il 2 ottobre del 2018. Al terapeuta piemontese è sempre stato richiesto di formare gli assistenti sociali del territorio: «Praticamente nei Municipi Centro Est, Levante e Medio Levante la formazione del personale dei servizi sociali veniva sempre affidata allo stesso professionista». Il quale, durante i corsi, invitava ad andare oltre le «descrizioni classiche delle tipologie della violenza all'infanzia (violenza fisica, psicologica, sessuale, grave trascuratezza e ipercuria)» per cercare abusi e maltrattamenti.
A parte gli incarichi affidati personalmente a Foti, il legame della Liguria con Hansel e Gretel inizia addirittura nel 2001, quando è nato il «Progetto Arianna» il cui scopo era quello di «contrastare il maltrattamento e l'abuso di bambine e bambine». Sul sito del programma era ben visibile il rimando al Centro Hansel e Gretel, la cui visione del problema abusi ha di fatto ispirato il lavoro dei professionisti del sociale liguri. Il «Progetto Arianna» servì infatti ad elaborare delle linee guida utili all'individuazione degli abusi. Per altro, sul territorio ligure sono molti attivi professionisti che fanno parte dell'orbita di Hansel e Gretel, ad esempio Elisabetta Corbucci, psicologa e psicoterapeuta che fa parte dell'associazione Rompere il silenzio di Foti. Risulta «Coordinatrice della cooperativa Il Cerchio delle relazioni (Genova)» e «opera nel Centro antiviolenza Mascherona». Risulta poi che sia la coop Il Cerchio, sia il Comune di Genova siano soci del Cismai.
Giova ripeterlo: non ci sono reati né inchieste. Ma è evidente quale sia stato l'approccio tenuto negli anni passati dai servizi sociali nel territorio genovese, che ovviamente hanno goduto del plauso dei locali rappresentanti del Pd allora al governo. Chi vuole andare in fondo a tutta questa storia, onde scoprire se ci siano casi di bambini tolti ingiustamente alle famiglie, è Mario Mascia di Forza Italia, che ha presentato alcune interrogazioni alla Giunta comunale di Genova.
Dopo i suoi interventi, sono accadute cose singolari. Dal Web è sparito il sito del «Progetto Arianna». L'assessore genovese alle Politiche educative, Francesca Fassio, pochi giorni fa, ha fatto «firmare un protocollo per individuare le linee guida per operatori sociali, psicologi, assistenti sociali e tutte le figure professionali che ruotano intorno ai minori e agli affidi». Inoltre, stando alla stampa locale, la Fassio avrebbe pure rimosso dall'incarico Marina Boccone, la dirigente comunale che si occupava del «Progetto Arianna». Se in pochi giorni si è fatta una rivoluzione del genere, significa che davvero le cose non andavano per niente bene. Il Comune spiega che farà verifiche sugli affidi e il consigliere Mascia appare determinato: «Andremo a fondo della vicenda con ogni strumento a disposizione», dice.
Vedremo se riusciranno a scacciare lo spettro di Bibbiano.
«Non solo gli uomini sono violenti»
L'idea è ovunque la stessa: dietro ogni abuso c'è sempre un maschio violento. Anzi: il maschio tende ad abusare perché la violenza è incistata nel suo Dna, che si tratti di quella contro le donne o di quella contro i minori. Lo sostengono le varie post femministe invasate con il Me too, e lo sostengono anche parecchi «professionisti dell'abuso» di cui abbiamo raccontato in questi giorni. È anche per via di questa tendenza a colpevolizzare il maschio che si prendono di mira ingiustamente tanti padri e che tanti uomini sono accusati di molestie che non hanno compiuto.
Fortuna che, tra le tante voci politicamente corrette pronte a ripetere la favola del maschio oppressore sempre e comunque, c'è anche qualcuno che ha il coraggio di sfidare i luoghi comuni. In questo caso il qualcuno è particolarmente coraggioso, perché si tratta di una donna: Antonella Baiocchi, psicologa, specialista in criminologia e in psicoterapia a orientamento cognitivo, nonché assessore nel Comune di San Benedetto del Tronto, dove è nata e dove è tornata dopo anni di lavoro in Veneto e nelle Marche.
Il suo libro appena pubblicato da Alpes colpisce fin dal titolo: La violenza non ha sesso. Tra le tante questioni interessanti che tratta, una è particolarmente rilevante. La studiosa, infatti, citando ricerche e saggi di autorevoli colleghi di ogni parte del globo, spiega che, quando si parla di violenza, «il ruolo di vittima riguarda indistintamente uomini e donne». E, «contrariamente a quanto crede l'immaginario collettivo, la violenza femminile è un fenomeno complesso e non meno frequente della violenza agita da soggetti maschili».
Parlando con La Verità, la Baiocchi dice che «la concezione della violenza che abbiamo oggi ha delle falle, e se non si sanano, ogni iniziativa anti violenza perde la sua efficacia». Questa concezione sbagliata non è presente solo a livello mediatico e nel sentire comune, ma è ben radicata, secondo la studiosa, anche «nella rete che si occupa di intercettare e combattere le violenze». Parliamo di professionisti i quali «credono che la violenza nella relazione sia agita soltanto dall'uomo. Si basano sulle cronache dei giornali e divulgano l'idea che la violenza sia unidirezione, cioè dall'uomo verso la donna».
È diffusa, dunque, una cultura che «vede l'uomo come essere che nasce violento, che ha nel suo Dna la prevaricazione, mentre la donna nasce con caratteristiche quali umiltà, generosità, debolezza. Sono tutte sciocchezze. Siamo caduti nell'idea che il maschio sia portatore di violenza perché socialmente ha sempre avuto un ruolo predominante, mentre la donna era per lo più la sottomessa».
Con l'emancipazione femminile, dice la Baiocchi, tutto cambia. La donna si ritrova in un ruolo diverso. Ma lo affronta con le stesse strategie del passato, per colpa di quello che la dottoressa chiama «analfabetismo psicologico». «Le donne», racconta, «conoscono solo due strade: o vincere o sottomettersi. E, per vincere, anche la femmina ha cominciato ad agire come prevaricatrice. Per difendere la sua posizione prevarica». In questo modo, comportandosi sempre secondo questa dicotomia (prevaricare/ sottomettersi), maschi e femmine precipitano in conflitto costante e perdono il rispetto reciproco. Anche per rompere questo circolo vizioso, la studiosa sostiene che andrebbe abolito il termine «femminicidio» e bisognerebbe creare la categoria del «debolicidio», che punisca la «prevaricazione o uccisione di chiunque si trovi in situazione di debolezza». Maschi compresi, dunque.
Ma se della violenza sulle donne si parla tantissimo, dice la studiosa, «non si è mai indagata la violenza che subisce l'uomo. In Italia esiste una sola relazione sull'argomento. All'estero invece ce ne sono tantissime». Talvolta, però, per capire che la violenza non è una caratteristica esclusiva del maschio, basta semplicemente il buon senso. Se le donne fossero vittime indifese «per natura», nelle coppie lesbiche il conflitto non dovrebbe esistere. E invece il libro della Baiocchi presenta un capitolo molto interessante sulla violenza nelle relazioni tra donne. «Le coppie lesbiche hanno le stesse reazioni delle altre», spiega. «Al di là del sesso, possono mostrare la stessa ostilità. La donna oggi utilizza la violenza fisica molto più di un tempo e almeno quanto l'uomo». Ripetere concetti di questo tipo non è semplice, e infatti la Baiocchi - anche nel suo ruolo di assessore - non ha avuto sempre la strada spianata: «Le femministe mi hanno mangiato viva», sorride. «Adesso però hanno imparato ad amarmi». Nel nostro Paese, continua la dottoressa, «bisognerebbe creare dei centri antiviolenza anche per l'uomo vittima, non solo per le donne. Ma lo Stato non spende un euro per questo, pure se i nuovi poveri sono spesso gli uomini divorziati. Nessuno li aiuta ad affrontare la propria debolezza. In compenso ci sono tanti centri che aiutano gli uomini a non essere “maltrattanti". E per le donne prevaricatrici?».
Questa idea dell'uomo maltrattante ritorna purtroppo nelle faccende riguardanti i minori. «C'è sempre questa idea del padre ostile, mentre la madre è a priori una santa. Tutto questo porta incredibili ferite. Ma purtroppo il pregiudizio è diffuso anche fra avvocati, giudici... Gli stessi psicologi e assistenti sociali seguono questo pregiudizio». E i casi come quello di Bibbiano lo confermano.
«Allontanarono i miei figli per un disegno. Il caso Val d’Enza ha riaperto le loro ferite»
«Eravamo seduti a tavola quando, al telegiornale, hanno cominciato a parlare dei fatti di Bibbiano. Mio figlio e mia figlia non hanno retto nemmeno un minuto di quel servizio: si sono alzati e se ne sono andati. Si vedeva che stavano male».
Sono le parole di un papà al quale, nel 2008, furono tolti i figli per colpa di un disegnino sconcio, di una segnalazione (sicuramente in buona fede, forse un po' imprudente) ai servizi sociali e dei soliti psicologi che vedono abusi ovunque. Specialmente dove non stanno. Un papà che ha sperimentato l'inferno e, dopo anni di sofferenze e umiliazioni, decide di parlarne con La Verità.
Undici anni fa, Maria e Marco (nomi di fantasia) hanno 9 e 12 anni. La più piccola frequenta la scuola elementare di Basiglio, un paesino di 8.000 abitanti in provincia di Milano. Un giorno, la maestra si accorge che Maria e una sua amichetta sono distratte durante la lezione: stanno maneggiando un quadernino. La docente lo prende, ne sfoglia le pagine e, sgomenta, ci trova alcuni ritratti davvero sgradevoli. In uno si vede una bimba accovacciata su un ragazzino e, a fianco, c'è una scritta a dir poco oscena: «Maria fa sesso orale con suo fratello tutte le domeniche per 10 euro». L'amichetta della bambina nega ogni responsabilità: sì, il quadernino è suo, ma il disegno non l'ha fatto lei. Allora la maestra si allarma: sarà la stessa Maria ad aver realizzato quello schizzo, come una sorta di denuncia di una violenza sessuale che sta subendo in casa? Com'è ovvio, la docente decide di parlarne con la madre della bimba, che però non riconosce la grafia di Maria. Ne è sicura: «Quel disegno non l'ha fatto mia figlia».
Sembra tutto finito. Ma intanto la preside dell'istituto scolastico ha inviato una segnalazione ai servizi sociali, che non contattano mai la famiglia, non chiedono mai un colloquio, non svolgono mai un approfondimento. Si limitano a chiedere al tribunale, con una solerzia più svizzera che lombarda, di emettere un decreto di allontanamento dalla famiglia per Maria e suo fratello. Un modus operandi piuttosto simile a quello che si vedeva a Bibbiano, dove, stando a quanto affermano i pubblici ministeri che conducono l'inchiesta «Angeli e demoni», bastava il sospetto infondato di un abuso per mettere in moto l'implacabile macchina degli assistenti sociali. Così, poche settimane dopo l'episodio del quadernino, succede l'imponderabile.
«Mio figlio viene prelevato il giorno del suo compleanno, mentre sta festeggiando all'oratorio», ricorda suo papà. «I vigili telefonano a mia moglie, le chiedono di riportare a casa il piccolo e, appena arriva, lo prendono e lo portano via». Le forze dell'ordine, che hanno in mano un provvedimento del tribunale minorile sollecitato, appunto, dai servizi sociali di Basiglio, allontanano dalla famiglia anche la sorellina più piccola, Maria. Per più di un mese, i genitori non possono avere nessun contatto con i figli. «La gente del paese era quasi tutta con noi», assicura il padre dei due ragazzi, «ma gli psicologi insistevano: “Quel disegno l'ha fatto sua figlia, anche se lei non lo riconosce"».
Pure l'avvocato che ha seguito il caso di Basiglio, Antonello Martinez, riferisce alla Verità di psicologi che forzavano la mano per ottenere dai bambini una sorta di confessione: «A quei bimbi hanno detto cose terribili. Quando li hanno portati via, se ne sono usciti con una frase atroce, del tipo: “Questa è l'ultima volta che vedete i vostri genitori"». Affermazione che - magari non è soltanto un caso - ne ricorda molto un'altra, altrettanto inquietante, pronunciata da un assistente sociale di Bibbiano durante una seduta con uno dei minori sottratti: «Dobbiamo fare una cosa grossa. Sai qual è? Gli psicologi la chiamano elaborazione del lutto. Dobbiamo vedere tuo padre nella realtà e sapere che quel papà non esiste più e non c'è più come papà. È come se dovessimo fare un funerale». Continua Martinez: «I due ragazzini subivano pressioni assurde: “O dite così o non rivedrete più mamma e papà", li minacciavano».
Il procedimento dinanzi al giudice minorile è durato 59 giorni: «Tutto sommato, un periodo abbastanza breve», spiega l'avvocato. Alla fine, il tribunale ha riconosciuto che la ricostruzione dei fatti operata dai servizi sociali era totalmente fantasiosa. La compagna di scuola di Maria era arrivata persino ad ammettere di essere la vera autrice del famigerato disegnino osceno. C'è stato anche un processo a carico di quelli che i familiari ritenevano i responsabili di un allontanamento ingiustificabile. Tutti assolti. «E infatti», si rammarica il padre, «non abbiamo mai visto un euro di risarcimento».
Intanto, le vite di Maria e Marco sono irrimediabilmente segnate. I due bambini, ormai giovani adulti, si portano dietro, a distanza di 11 anni, profonde ferite: «Quello è un trauma che non passa mai», commenta con rassegnazione il loro papà. L'avvocato Martinez conferma: Marco, che adesso ha 23 anni, «quando vede i lampeggianti di una volante delle forze dell'ordine si terrorizza». Tutto perché, 11 anni fa, gli assistenti sociali di Basiglio stabilirono in quattro e quattr'otto che quel disegno sconcio su un quadernino era un grido di aiuto di una bambina e non lo scherzo di pessimo gusto di una compagna di scuola. Tutto perché, in virtù di quell'episodio, nel giorno del suo compleanno arrivarono a prelevarlo di forza.
«È normale che un giudice allontani i bambini dalle famiglie di fronte a certe relazioni presentate da quelli che dovrebbero essere professionisti affidabili», dice il padre di Maria e Marco. «Anche se poi questi minori vengono collocati in strutture presso le quali lavorano gli stessi assistenti sociali che hanno chiesto gli allontanamenti… Mi pare un conflitto d'interessi bello e buono».
Suo figlio maggiore «è stato per parecchio tempo in terapia. Così, quando ha sentito delle cose che sono successe a Bibbiano, gli è sembrato di rivivere quel trauma. Anche io mi sono rivisto nelle vicende di Bibbiano. Ho vissuto le stesse cose. Ma strappare un bambino dalle braccia dei genitori è una faccenda delicata: ci vorrebbero i piedi di piombo e i guanti di velluto. I miei figli si porteranno per sempre stampato nella mente quel dolore».
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La regione registra circa il doppio di minori fuori famiglia rispetto alla media italiana. Il Garante: «Cambiare il sistema».«Non solo gli uomini sono violenti». Il saggio della psicologa Antonella Baiocchi sfida i pregiudizi: «Oggi si pensa che i maschi maltrattino per natura. Il padre è sempre ostile, la mamma santa. Ma le donne prevaricano tanto quanto l'altro sesso».«Allontanarono i miei figli per un disegno. Il caso Val d'Enza ha riaperto le loro ferite». Parla il padre dei due fratellini tolti e poi restituiti ai loro genitori 11 anni fa a Basiglio, vicino Milano, per un infondato sospetto di abusi del maschio sulla sorella. «Tuttora i ragazzi sono traumatizzati». Lo speciale comprende tre articoli. L'ombra di Bibbiano si è allungata sulla Liguria, e una notevole tensione si è diffusa fra le istituzioni. Non ci sono inchieste giudiziarie aperte, tuttavia da indagini giornalistiche e da alcune dichiarazioni di politici e amministratori emergono i contorni di un sistema che ricorda molto da vicino quello attivo in Emilia Romagna. Per capire che cosa accada dobbiamo partire da un dato fornito nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore, che - basandosi su informazioni ministeriali - ha calcolato quanti siano i minori in affido nel nostro Paese. Senza tenere conto dei minori stranieri non accompagnati, parliamo di circa 26.000 bimbi e ragazzi su tutto il territorio nazionale: «Un dato che rappresenta il 2,7 per mille del totale degli under 18 che vivono in Italia». Il 2.7 per mille è la media nazionale, ma ci sono alcuni casi particolari che saltano all'occhio. Ad esempio quello ligure. Scrive il Sole 24 Ore che «le regioni dove gli affidamenti sono più frequenti sono la Liguria (con il 5,8 per mille dei ragazzi e bambini coinvolti) e il Molise (dove l'affido riguarda il 3,9 mille dei minori)». Significa che in Liguria i bambini in affido sono quasi il doppio rispetto alla media nazionale. Stiamo parlando di 1.244 minorenni, di cui 685 affidati a famiglie e 559 che si trovano in centri, comunità, case famiglia eccetera. Che in queste cifre enormi ci fosse qualcosa di strano se n'era già accorto qualche tempo fa il Garante regionale per l'infanzia, Francesco Lalla. «A partire dal 2013», dice, «molte persone ci hanno contattato per raccontarci le loro vicende. E ci eravamo convinti che il sistema dell'affidamento e dell'allontanamento non fosse proprio quello corretto, in base anche alla Convenzione di New York che, per gli allontanamenti parla di “necessità". Vuol dire che si fanno soltanto quando si è già fatto tutto il resto e non si può più fare altro». A quanto risulta - ma un dato ufficiale non c'è - i casi segnalati al Garante regionale sono circa 260, non pochi. Negli anni passati, Lalla si è dato da fare per segnalare la situazione: «L'abbiamo fatta presente, abbiamo scritto anche note al Tribunale dei minorenni». Il Garante non è uomo che ami le baruffe politiche, dunque non si spinge oltre. Ma sembra proprio che appelli e segnalazioni siano rimasti inascoltati. Insomma, a Genova e dintorni qualcosa davvero non andava. Lo sostiene da tempo Mauro Lami, dell'Associazione padri separati Liguria: «Abbiamo sentore da almeno 10 anni che il sistema non funzioni», dice, «perché da 10 anni riceviamo segnalazioni da tutta la regione». Quando è esploso il caso Bibbiano, il Garante ha colto l'occasione per tornare sull'argomento. Nei giorni scorsi ha diffuso un comunicato che invita ad essere prudenti e ad abbassare i toni, ma contiene un messaggio piuttosto chiaro: «Il sistema, che talvolta non abbiamo esitato a definire dannoso per bambini e famiglie, deve costruire percorsi virtuosi di prevenzione, tutela, garanzia e promozione delle istanze dei minori, partendo proprio da quelli maggiormente fragili e/o vulnerati», si legge nel testo. «E per questi ci permettiamo di suggerire la nostra proposta: creare un sistema rinnovato che veda insieme istituzioni e terzo settore, famiglie e loro rappresentanze». Tradotto: le vicende emiliane e la rinnovata attenzione sul tema degli affidi possono essere l'occasione buona per cambiare l'intera gestione dei bambini, che negli anni passati si è rivelata addirittura «dannosa». Non ci sono però soltanto le preoccupazioni e gli inviti del Garante. Un bravo cronista, Diego Pistacchi del Giornale del Piemonte e della Liguria, ha scavato un po' e ha scoperto che a Genova operavano proprio i protagonisti di «Angeli e demoni». Dall'inizio del 2016 al 2018 gli incarichi conferiti a Claudio Foti del centro Hansel e Gretel sono stati almeno nove, tutti per affidamento diretto. «Il totale dei compensi», scrive Pistacchi, «supera i 13.000 euro». L'ultimo incarico è stato conferito il 2 ottobre del 2018. Al terapeuta piemontese è sempre stato richiesto di formare gli assistenti sociali del territorio: «Praticamente nei Municipi Centro Est, Levante e Medio Levante la formazione del personale dei servizi sociali veniva sempre affidata allo stesso professionista». Il quale, durante i corsi, invitava ad andare oltre le «descrizioni classiche delle tipologie della violenza all'infanzia (violenza fisica, psicologica, sessuale, grave trascuratezza e ipercuria)» per cercare abusi e maltrattamenti. A parte gli incarichi affidati personalmente a Foti, il legame della Liguria con Hansel e Gretel inizia addirittura nel 2001, quando è nato il «Progetto Arianna» il cui scopo era quello di «contrastare il maltrattamento e l'abuso di bambine e bambine». Sul sito del programma era ben visibile il rimando al Centro Hansel e Gretel, la cui visione del problema abusi ha di fatto ispirato il lavoro dei professionisti del sociale liguri. Il «Progetto Arianna» servì infatti ad elaborare delle linee guida utili all'individuazione degli abusi. Per altro, sul territorio ligure sono molti attivi professionisti che fanno parte dell'orbita di Hansel e Gretel, ad esempio Elisabetta Corbucci, psicologa e psicoterapeuta che fa parte dell'associazione Rompere il silenzio di Foti. Risulta «Coordinatrice della cooperativa Il Cerchio delle relazioni (Genova)» e «opera nel Centro antiviolenza Mascherona». Risulta poi che sia la coop Il Cerchio, sia il Comune di Genova siano soci del Cismai. Giova ripeterlo: non ci sono reati né inchieste. Ma è evidente quale sia stato l'approccio tenuto negli anni passati dai servizi sociali nel territorio genovese, che ovviamente hanno goduto del plauso dei locali rappresentanti del Pd allora al governo. Chi vuole andare in fondo a tutta questa storia, onde scoprire se ci siano casi di bambini tolti ingiustamente alle famiglie, è Mario Mascia di Forza Italia, che ha presentato alcune interrogazioni alla Giunta comunale di Genova. Dopo i suoi interventi, sono accadute cose singolari. Dal Web è sparito il sito del «Progetto Arianna». L'assessore genovese alle Politiche educative, Francesca Fassio, pochi giorni fa, ha fatto «firmare un protocollo per individuare le linee guida per operatori sociali, psicologi, assistenti sociali e tutte le figure professionali che ruotano intorno ai minori e agli affidi». Inoltre, stando alla stampa locale, la Fassio avrebbe pure rimosso dall'incarico Marina Boccone, la dirigente comunale che si occupava del «Progetto Arianna». Se in pochi giorni si è fatta una rivoluzione del genere, significa che davvero le cose non andavano per niente bene. Il Comune spiega che farà verifiche sugli affidi e il consigliere Mascia appare determinato: «Andremo a fondo della vicenda con ogni strumento a disposizione», dice. 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È anche per via di questa tendenza a colpevolizzare il maschio che si prendono di mira ingiustamente tanti padri e che tanti uomini sono accusati di molestie che non hanno compiuto. Fortuna che, tra le tante voci politicamente corrette pronte a ripetere la favola del maschio oppressore sempre e comunque, c'è anche qualcuno che ha il coraggio di sfidare i luoghi comuni. In questo caso il qualcuno è particolarmente coraggioso, perché si tratta di una donna: Antonella Baiocchi, psicologa, specialista in criminologia e in psicoterapia a orientamento cognitivo, nonché assessore nel Comune di San Benedetto del Tronto, dove è nata e dove è tornata dopo anni di lavoro in Veneto e nelle Marche. Il suo libro appena pubblicato da Alpes colpisce fin dal titolo: La violenza non ha sesso. Tra le tante questioni interessanti che tratta, una è particolarmente rilevante. La studiosa, infatti, citando ricerche e saggi di autorevoli colleghi di ogni parte del globo, spiega che, quando si parla di violenza, «il ruolo di vittima riguarda indistintamente uomini e donne». E, «contrariamente a quanto crede l'immaginario collettivo, la violenza femminile è un fenomeno complesso e non meno frequente della violenza agita da soggetti maschili». Parlando con La Verità, la Baiocchi dice che «la concezione della violenza che abbiamo oggi ha delle falle, e se non si sanano, ogni iniziativa anti violenza perde la sua efficacia». Questa concezione sbagliata non è presente solo a livello mediatico e nel sentire comune, ma è ben radicata, secondo la studiosa, anche «nella rete che si occupa di intercettare e combattere le violenze». Parliamo di professionisti i quali «credono che la violenza nella relazione sia agita soltanto dall'uomo. Si basano sulle cronache dei giornali e divulgano l'idea che la violenza sia unidirezione, cioè dall'uomo verso la donna». È diffusa, dunque, una cultura che «vede l'uomo come essere che nasce violento, che ha nel suo Dna la prevaricazione, mentre la donna nasce con caratteristiche quali umiltà, generosità, debolezza. Sono tutte sciocchezze. Siamo caduti nell'idea che il maschio sia portatore di violenza perché socialmente ha sempre avuto un ruolo predominante, mentre la donna era per lo più la sottomessa». Con l'emancipazione femminile, dice la Baiocchi, tutto cambia. La donna si ritrova in un ruolo diverso. Ma lo affronta con le stesse strategie del passato, per colpa di quello che la dottoressa chiama «analfabetismo psicologico». «Le donne», racconta, «conoscono solo due strade: o vincere o sottomettersi. E, per vincere, anche la femmina ha cominciato ad agire come prevaricatrice. Per difendere la sua posizione prevarica». In questo modo, comportandosi sempre secondo questa dicotomia (prevaricare/ sottomettersi), maschi e femmine precipitano in conflitto costante e perdono il rispetto reciproco. Anche per rompere questo circolo vizioso, la studiosa sostiene che andrebbe abolito il termine «femminicidio» e bisognerebbe creare la categoria del «debolicidio», che punisca la «prevaricazione o uccisione di chiunque si trovi in situazione di debolezza». Maschi compresi, dunque. Ma se della violenza sulle donne si parla tantissimo, dice la studiosa, «non si è mai indagata la violenza che subisce l'uomo. In Italia esiste una sola relazione sull'argomento. All'estero invece ce ne sono tantissime». Talvolta, però, per capire che la violenza non è una caratteristica esclusiva del maschio, basta semplicemente il buon senso. Se le donne fossero vittime indifese «per natura», nelle coppie lesbiche il conflitto non dovrebbe esistere. E invece il libro della Baiocchi presenta un capitolo molto interessante sulla violenza nelle relazioni tra donne. «Le coppie lesbiche hanno le stesse reazioni delle altre», spiega. «Al di là del sesso, possono mostrare la stessa ostilità. La donna oggi utilizza la violenza fisica molto più di un tempo e almeno quanto l'uomo». Ripetere concetti di questo tipo non è semplice, e infatti la Baiocchi - anche nel suo ruolo di assessore - non ha avuto sempre la strada spianata: «Le femministe mi hanno mangiato viva», sorride. «Adesso però hanno imparato ad amarmi». Nel nostro Paese, continua la dottoressa, «bisognerebbe creare dei centri antiviolenza anche per l'uomo vittima, non solo per le donne. Ma lo Stato non spende un euro per questo, pure se i nuovi poveri sono spesso gli uomini divorziati. Nessuno li aiuta ad affrontare la propria debolezza. In compenso ci sono tanti centri che aiutano gli uomini a non essere “maltrattanti". E per le donne prevaricatrici?». Questa idea dell'uomo maltrattante ritorna purtroppo nelle faccende riguardanti i minori. «C'è sempre questa idea del padre ostile, mentre la madre è a priori una santa. Tutto questo porta incredibili ferite. Ma purtroppo il pregiudizio è diffuso anche fra avvocati, giudici... Gli stessi psicologi e assistenti sociali seguono questo pregiudizio». E i casi come quello di Bibbiano lo confermano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anche-sulla-liguria-lombra-di-bibbiano-incarichi-a-foti-c-e-record-di-affidi-2639711800.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="allontanarono-i-miei-figli-per-un-disegno-il-caso-val-denza-ha-riaperto-le-loro-ferite" data-post-id="2639711800" data-published-at="1779432436" data-use-pagination="False"> «Allontanarono i miei figli per un disegno. Il caso Val d’Enza ha riaperto le loro ferite» «Eravamo seduti a tavola quando, al telegiornale, hanno cominciato a parlare dei fatti di Bibbiano. Mio figlio e mia figlia non hanno retto nemmeno un minuto di quel servizio: si sono alzati e se ne sono andati. Si vedeva che stavano male». Sono le parole di un papà al quale, nel 2008, furono tolti i figli per colpa di un disegnino sconcio, di una segnalazione (sicuramente in buona fede, forse un po' imprudente) ai servizi sociali e dei soliti psicologi che vedono abusi ovunque. Specialmente dove non stanno. Un papà che ha sperimentato l'inferno e, dopo anni di sofferenze e umiliazioni, decide di parlarne con La Verità. Undici anni fa, Maria e Marco (nomi di fantasia) hanno 9 e 12 anni. La più piccola frequenta la scuola elementare di Basiglio, un paesino di 8.000 abitanti in provincia di Milano. Un giorno, la maestra si accorge che Maria e una sua amichetta sono distratte durante la lezione: stanno maneggiando un quadernino. La docente lo prende, ne sfoglia le pagine e, sgomenta, ci trova alcuni ritratti davvero sgradevoli. In uno si vede una bimba accovacciata su un ragazzino e, a fianco, c'è una scritta a dir poco oscena: «Maria fa sesso orale con suo fratello tutte le domeniche per 10 euro». L'amichetta della bambina nega ogni responsabilità: sì, il quadernino è suo, ma il disegno non l'ha fatto lei. Allora la maestra si allarma: sarà la stessa Maria ad aver realizzato quello schizzo, come una sorta di denuncia di una violenza sessuale che sta subendo in casa? Com'è ovvio, la docente decide di parlarne con la madre della bimba, che però non riconosce la grafia di Maria. Ne è sicura: «Quel disegno non l'ha fatto mia figlia». Sembra tutto finito. Ma intanto la preside dell'istituto scolastico ha inviato una segnalazione ai servizi sociali, che non contattano mai la famiglia, non chiedono mai un colloquio, non svolgono mai un approfondimento. Si limitano a chiedere al tribunale, con una solerzia più svizzera che lombarda, di emettere un decreto di allontanamento dalla famiglia per Maria e suo fratello. Un modus operandi piuttosto simile a quello che si vedeva a Bibbiano, dove, stando a quanto affermano i pubblici ministeri che conducono l'inchiesta «Angeli e demoni», bastava il sospetto infondato di un abuso per mettere in moto l'implacabile macchina degli assistenti sociali. Così, poche settimane dopo l'episodio del quadernino, succede l'imponderabile. «Mio figlio viene prelevato il giorno del suo compleanno, mentre sta festeggiando all'oratorio», ricorda suo papà. «I vigili telefonano a mia moglie, le chiedono di riportare a casa il piccolo e, appena arriva, lo prendono e lo portano via». Le forze dell'ordine, che hanno in mano un provvedimento del tribunale minorile sollecitato, appunto, dai servizi sociali di Basiglio, allontanano dalla famiglia anche la sorellina più piccola, Maria. Per più di un mese, i genitori non possono avere nessun contatto con i figli. «La gente del paese era quasi tutta con noi», assicura il padre dei due ragazzi, «ma gli psicologi insistevano: “Quel disegno l'ha fatto sua figlia, anche se lei non lo riconosce"». Pure l'avvocato che ha seguito il caso di Basiglio, Antonello Martinez, riferisce alla Verità di psicologi che forzavano la mano per ottenere dai bambini una sorta di confessione: «A quei bimbi hanno detto cose terribili. Quando li hanno portati via, se ne sono usciti con una frase atroce, del tipo: “Questa è l'ultima volta che vedete i vostri genitori"». Affermazione che - magari non è soltanto un caso - ne ricorda molto un'altra, altrettanto inquietante, pronunciata da un assistente sociale di Bibbiano durante una seduta con uno dei minori sottratti: «Dobbiamo fare una cosa grossa. Sai qual è? Gli psicologi la chiamano elaborazione del lutto. Dobbiamo vedere tuo padre nella realtà e sapere che quel papà non esiste più e non c'è più come papà. È come se dovessimo fare un funerale». Continua Martinez: «I due ragazzini subivano pressioni assurde: “O dite così o non rivedrete più mamma e papà", li minacciavano». Il procedimento dinanzi al giudice minorile è durato 59 giorni: «Tutto sommato, un periodo abbastanza breve», spiega l'avvocato. Alla fine, il tribunale ha riconosciuto che la ricostruzione dei fatti operata dai servizi sociali era totalmente fantasiosa. La compagna di scuola di Maria era arrivata persino ad ammettere di essere la vera autrice del famigerato disegnino osceno. C'è stato anche un processo a carico di quelli che i familiari ritenevano i responsabili di un allontanamento ingiustificabile. Tutti assolti. «E infatti», si rammarica il padre, «non abbiamo mai visto un euro di risarcimento». Intanto, le vite di Maria e Marco sono irrimediabilmente segnate. I due bambini, ormai giovani adulti, si portano dietro, a distanza di 11 anni, profonde ferite: «Quello è un trauma che non passa mai», commenta con rassegnazione il loro papà. L'avvocato Martinez conferma: Marco, che adesso ha 23 anni, «quando vede i lampeggianti di una volante delle forze dell'ordine si terrorizza». Tutto perché, 11 anni fa, gli assistenti sociali di Basiglio stabilirono in quattro e quattr'otto che quel disegno sconcio su un quadernino era un grido di aiuto di una bambina e non lo scherzo di pessimo gusto di una compagna di scuola. Tutto perché, in virtù di quell'episodio, nel giorno del suo compleanno arrivarono a prelevarlo di forza. «È normale che un giudice allontani i bambini dalle famiglie di fronte a certe relazioni presentate da quelli che dovrebbero essere professionisti affidabili», dice il padre di Maria e Marco. «Anche se poi questi minori vengono collocati in strutture presso le quali lavorano gli stessi assistenti sociali che hanno chiesto gli allontanamenti… Mi pare un conflitto d'interessi bello e buono». Suo figlio maggiore «è stato per parecchio tempo in terapia. Così, quando ha sentito delle cose che sono successe a Bibbiano, gli è sembrato di rivivere quel trauma. Anche io mi sono rivisto nelle vicende di Bibbiano. Ho vissuto le stesse cose. Ma strappare un bambino dalle braccia dei genitori è una faccenda delicata: ci vorrebbero i piedi di piombo e i guanti di velluto. I miei figli si porteranno per sempre stampato nella mente quel dolore».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 22 maggio con Carlo Cambi
La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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La ricetta di Elly Schlein consiste in pratica nell’assunzione di migliaia di psicologi per aiutare sia le persone in difficoltà che gli stranieri, tra i quali a causa della mancata integrazione si registrerebbero alti tassi di disagio psichico.
Tuttavia, se si guarda un po’ più in profondità, andando oltre gli slogan elettorali, si capisce che il problema non è il numero di assistenti sociali da mettere a disposizione delle famiglie e nemmeno il numero di psicologi. La questione che a sinistra rifiutano di vedere è il disagio sociale e psichico che la mancata gestione dell’immigrazione negli anni scorsi ha contribuito a far crescere. Da questo punto di vista è illuminante un rapporto redatto qualche mese fa dalla stessa Emilia-Romagna, la regione dove si è verificata la strage dello scorso sabato. Nella relazione si affrontano i temi dell’integrazione, delle condizioni di vita dei migranti e anche l’accesso ai servizi degli stranieri. Cominciamo con le percentuali di impiego dei cittadini extracomunitari regolarmente presenti nel territorio emiliano-romagnolo. Su circa 186.000 persone, meno di 51.000 hanno un lavoro. Una percentuale che è pari al 27 per cento ed è pari alla quota di migranti che godono di permessi per asilo o protezione internazionale. Gli stranieri in pratica, registrano un tasso di disoccupazione che è oltre tre volte superiore a quello degli italiani.
Ma la parte più interessante dello studio è quella che riguarda la fruizione dei servizi sociali e delle misure di sostegno alle famiglie in difficoltà. Pur rappresentando il 12 per cento della popolazione residente, i soggetti extracomunitari usufruiscono per il 30 per cento delle misure di welfare e per quanto riguarda gli alloggi popolari rappresentano il 25 per cento dei beneficiari, ovvero più del doppio della quota totale dei residenti. È interessante anche l’accesso al pronto soccorso senza urgenza: nello studio si stabilisce che il 40% delle persone che si recano nei pronto soccorso lamentando problemi sanitari è composto da stranieri che contribuiscono a intasare i presidi. Non è tutto: tra i minori assistiti dai servizi sociali, il 44 per cento non risulta italiano. Bastano questi pochi dati, che ribadisco sono frutto di uno studio della stessa Regione Emilia-Romagna, che da sempre è amministrata dalla sinistra, per capire due o tre cose riguardo alle analisi fatte dopo la strage di Modena.
Primo: a gestire i servizi sociali sono le Regioni e i Comuni e non Palazzo Chigi. Dunque, se oltre a fare ricerca, nel quartier generale di viale Aldo Moro, dove ha sede la giunta regionale, qualcuno si occupasse anche di come avviene l’erogazione dei servizi sarebbe un passo avanti.
Secondo: se negli anni crescono i sostegni alla popolazione straniera e la distribuzione di alloggi agli extracomunitari e tutto questo non è accompagnato da un aumento degli occupati stranieri, in Emilia-Romagna, così come nel resto d’Italia, stiamo importando povertà.
Terzo: la disoccupazione e i bassi redditi favoriscono l’incremento dei disagi sociali, perché senza soldi si complica la vita ed è quasi impossibile l’integrazione.
Quarto: c’è anche il problema dei soldi non spesi da alcune città, come Parma e Ravenna, amministrate - come la Regione - dalla sinistra. Invece di essere investiti per aiutare l’inserimento sociale, i fondi sono rimasti sul conto corrente.
Ultimo: a meno di non voler inventare un Reddito d’immigrazione che retribuisca gli stranieri, di casi come quello di Salim El Koudri ne vedremo altri. Con buona pace di Elly Schlein.
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(Polizia di Stato)
Il quindicenne nordafricano, accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale, ieri si è avvalso della facoltà di non rispondere. È in cella, nel carcere minorile di Firenze, perché questa risulta «l’unica misura idonea», secondo il gip del tribunale per i minorenni, Giuditta Merli, che ha disposto l’ordinanza su richiesta del procuratore di Firenze, Roberta Pieri. Per il magistrato, infatti, «sussiste il concreto pericolo che l’indagato, se non adeguatamente cautelato, reiteri il reato intensificando il processo di radicalizzazione ed esponendo la collettività al rischio di atti di violenza dimostrativi e indiscriminati». Il ragazzo era già stato sottoposto a misura cautelare a ottobre 2025, con la medesima accusa però con collocamento in comunità.
Quando lo scorso 23 marzo gli venne concesso il regime della messa alla prova, l’aspirante terrorista non perse tempo riprendendo subito le frequentazioni con l’Isis. Lo dimostrano le conversazioni scoperte sul suo cellulare dalla direzione centrale della polizia di prevenzione e dalla Digos di Firenze. Il giovane, che malgrado il divieto aveva acquistato due nuovi cellulari mentre stava in comunità, il 24 marzo si era intestato una nuova utenza.
Una prima conversazione dura dal 23 al 26 aprile scorso con un utente che la Digos cerca di identificare. Dopo alcuni preliminari del tipo «Come stai fratello mio?» e «che Dio ti benedica e ti protegga», l’interlocutore chiede: «Come è la situazione e quali sono le ultime notizie, fratello?». Il minorenne risponde: «Mi sto preparando come ben sai». Alla nuova domanda: «Cosa fai?», risponde: «Eseguire». Ci pensa l’altro utente a chiarire che cosa il minorenne doveva mettere in atto: «Esplosioni, che Dio voglia», scrive.
Mezze frasi, per non esporsi, il cui significato è però indubbio, si stavano organizzando attentati. Il giovane chiede: «Vuoi parlare su Telegram?». Risposta: «Volevo tenerti lontano da queste cose dopo che mi hai detto che sei sorvegliato», ma poi l’altro acconsente e gli fornisce l’account.
Nelle chat di maggio su Telegram, utilizzando una Vpn che camuffa l’indirizzo Ip e maschera la posizione, escono le conversazioni più inquietanti. Un interlocutore scrive: «Vediamo il commerciante a quanto mette il prezzo del kalashnikov e qualche munizione […] l’importante è che il luogo sia affollato per poter raccogliere il numero più grande di loro». Stavano discutendo i dettagli di un gesto terroristico, con quante più persone da colpire?
Il minorenne nordafricano spiega: «Se Dio lo permette, ho con me una persona del Bangladesh». E alla domanda «Ti fidi di lui?», risponde: «Sì, lo giuro su Dio. È una persona vittima di un’ingiustizia e io lo conosco da sette mesi». L’altro sembra soddisfatto: «Perfetto. Cerca di accelerare con il commerciante per riuscire a sapere quanti te ne mandiamo», riferendosi a soldi. Aggiunge: «Così non tardi a compiere il lavoro».
Il ragazzino assicura che avrà risposta «più tardi» e scrive una frase che lascia impietriti: «Non appena finisco con il commerciante inizio a preparare le motolov». L’interlocutore sembra perplesso, il giovane incalza: «Le bottiglie infuocate», ma dall’altra parte arriva una risposta secca: «Non ne hai bisogno, l’importante è un’arma». Inoltre, l’interlocutore aggiunge: «Questo lavoro potrebbe rallentarti in quello più importante».
Alla fine fa convinto il minorenne che scrive: «Hai ragione. Che Dio mi conceda il successo di questo lavoro». Sconvolgente l’invocazione di chi pone termine alla conversazione: «Chiediamo a Dio di concedervi successo e fermezza», accompagnando la frase con l’emoticon di un cuore. Senza ombra di dubbio, l’augurio era di fare quanto male possibile a noi cristiani.
ll gip, infatti, scrive che «l’indagato si accorda con una terza persona per compiere atti di terrorismo di matrice islamica», ricordando che il nordafricano «aveva prestato giuramento», alla jihad. Nel corso delle indagini che avevano portato alla misura cautelare dell’ottobre scorso, era emerso che il giovane, da tre anni in Italia, attraverso l’utilizzo di piattaforme di messaggistica che garantiscono il quasi completo anonimato, aveva prestato giuramento a un «gruppo di musulmani provenienti da tutto il mondo che mirano a sostenere i nostri fratelli oppressi in Palestina, Siria e persino i nostri fratelli uiguri, in Cina», come dichiarava l’adescatore.
Nel novembre del 2024, «per accelerare il processo di affiliazione e accreditarsi maggiormente all’interno del gruppo, il minorenne si è reso lui stesso artefice di tentativi di arruolamento di altre persone», riferiva la polizia di Stato. Già due anni fa, nel suo cellulare furono trovati dei video dove, con il volto nascosto da un passamontagna, in nome di Allah minacciava di compiere gravi azioni di violenza contro i miscredenti. Votato alla jihad, in comunità non ha cambiato posizioni e studiava attacchi, contro la città di Firenze, il Vaticano, forse contro altri obiettivi sensibili. Appena ha potuto, si è messo a cercare armi.
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