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2019-08-08
L'ombra di Bibbiano anche sulla Liguria
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L'ombra di Bibbiano si è allungata sulla Liguria, e una notevole tensione si è diffusa fra le istituzioni. Non ci sono inchieste giudiziarie aperte, tuttavia da indagini giornalistiche e da alcune dichiarazioni di politici e amministratori emergono i contorni di un sistema che ricorda molto da vicino quello attivo in Emilia Romagna. Per capire che cosa accada dobbiamo partire da un dato fornito nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore, che - basandosi su informazioni ministeriali - ha calcolato quanti siano i minori in affido nel nostro Paese. Senza tenere conto dei minori stranieri non accompagnati, parliamo di circa 26.000 bimbi e ragazzi su tutto il territorio nazionale: «Un dato che rappresenta il 2,7 per mille del totale degli under 18 che vivono in Italia». Il 2.7 per mille è la media nazionale, ma ci sono alcuni casi particolari che saltano all'occhio. Ad esempio quello ligure. Scrive il Sole 24 Ore che «le regioni dove gli affidamenti sono più frequenti sono la Liguria (con il 5,8 per mille dei ragazzi e bambini coinvolti) e il Molise (dove l'affido riguarda il 3,9 mille dei minori)». Significa che in Liguria i bambini in affido sono quasi il doppio rispetto alla media nazionale. Stiamo parlando di 1.244 minorenni, di cui 685 affidati a famiglie e 559 che si trovano in centri, comunità, case famiglia eccetera.
Che in queste cifre enormi ci fosse qualcosa di strano se n'era già accorto qualche tempo fa il Garante regionale per l'infanzia, Francesco Lalla. «A partire dal 2013», dice, «molte persone ci hanno contattato per raccontarci le loro vicende. E ci eravamo convinti che il sistema dell'affidamento e dell'allontanamento non fosse proprio quello corretto, in base anche alla Convenzione di New York che, per gli allontanamenti parla di “necessità". Vuol dire che si fanno soltanto quando si è già fatto tutto il resto e non si può più fare altro». A quanto risulta - ma un dato ufficiale non c'è - i casi segnalati al Garante regionale sono circa 260, non pochi.
Negli anni passati, Lalla si è dato da fare per segnalare la situazione: «L'abbiamo fatta presente, abbiamo scritto anche note al Tribunale dei minorenni». Il Garante non è uomo che ami le baruffe politiche, dunque non si spinge oltre. Ma sembra proprio che appelli e segnalazioni siano rimasti inascoltati.
Insomma, a Genova e dintorni qualcosa davvero non andava. Lo sostiene da tempo Mauro Lami, dell'Associazione padri separati Liguria: «Abbiamo sentore da almeno 10 anni che il sistema non funzioni», dice, «perché da 10 anni riceviamo segnalazioni da tutta la regione». Quando è esploso il caso Bibbiano, il Garante ha colto l'occasione per tornare sull'argomento. Nei giorni scorsi ha diffuso un comunicato che invita ad essere prudenti e ad abbassare i toni, ma contiene un messaggio piuttosto chiaro: «Il sistema, che talvolta non abbiamo esitato a definire dannoso per bambini e famiglie, deve costruire percorsi virtuosi di prevenzione, tutela, garanzia e promozione delle istanze dei minori, partendo proprio da quelli maggiormente fragili e/o vulnerati», si legge nel testo. «E per questi ci permettiamo di suggerire la nostra proposta: creare un sistema rinnovato che veda insieme istituzioni e terzo settore, famiglie e loro rappresentanze». Tradotto: le vicende emiliane e la rinnovata attenzione sul tema degli affidi possono essere l'occasione buona per cambiare l'intera gestione dei bambini, che negli anni passati si è rivelata addirittura «dannosa».
Non ci sono però soltanto le preoccupazioni e gli inviti del Garante. Un bravo cronista, Diego Pistacchi del Giornale del Piemonte e della Liguria, ha scavato un po' e ha scoperto che a Genova operavano proprio i protagonisti di «Angeli e demoni». Dall'inizio del 2016 al 2018 gli incarichi conferiti a Claudio Foti del centro Hansel e Gretel sono stati almeno nove, tutti per affidamento diretto. «Il totale dei compensi», scrive Pistacchi, «supera i 13.000 euro». L'ultimo incarico è stato conferito il 2 ottobre del 2018. Al terapeuta piemontese è sempre stato richiesto di formare gli assistenti sociali del territorio: «Praticamente nei Municipi Centro Est, Levante e Medio Levante la formazione del personale dei servizi sociali veniva sempre affidata allo stesso professionista». Il quale, durante i corsi, invitava ad andare oltre le «descrizioni classiche delle tipologie della violenza all'infanzia (violenza fisica, psicologica, sessuale, grave trascuratezza e ipercuria)» per cercare abusi e maltrattamenti.
A parte gli incarichi affidati personalmente a Foti, il legame della Liguria con Hansel e Gretel inizia addirittura nel 2001, quando è nato il «Progetto Arianna» il cui scopo era quello di «contrastare il maltrattamento e l'abuso di bambine e bambine». Sul sito del programma era ben visibile il rimando al Centro Hansel e Gretel, la cui visione del problema abusi ha di fatto ispirato il lavoro dei professionisti del sociale liguri. Il «Progetto Arianna» servì infatti ad elaborare delle linee guida utili all'individuazione degli abusi. Per altro, sul territorio ligure sono molti attivi professionisti che fanno parte dell'orbita di Hansel e Gretel, ad esempio Elisabetta Corbucci, psicologa e psicoterapeuta che fa parte dell'associazione Rompere il silenzio di Foti. Risulta «Coordinatrice della cooperativa Il Cerchio delle relazioni (Genova)» e «opera nel Centro antiviolenza Mascherona». Risulta poi che sia la coop Il Cerchio, sia il Comune di Genova siano soci del Cismai.
Giova ripeterlo: non ci sono reati né inchieste. Ma è evidente quale sia stato l'approccio tenuto negli anni passati dai servizi sociali nel territorio genovese, che ovviamente hanno goduto del plauso dei locali rappresentanti del Pd allora al governo. Chi vuole andare in fondo a tutta questa storia, onde scoprire se ci siano casi di bambini tolti ingiustamente alle famiglie, è Mario Mascia di Forza Italia, che ha presentato alcune interrogazioni alla Giunta comunale di Genova.
Dopo i suoi interventi, sono accadute cose singolari. Dal Web è sparito il sito del «Progetto Arianna». L'assessore genovese alle Politiche educative, Francesca Fassio, pochi giorni fa, ha fatto «firmare un protocollo per individuare le linee guida per operatori sociali, psicologi, assistenti sociali e tutte le figure professionali che ruotano intorno ai minori e agli affidi». Inoltre, stando alla stampa locale, la Fassio avrebbe pure rimosso dall'incarico Marina Boccone, la dirigente comunale che si occupava del «Progetto Arianna». Se in pochi giorni si è fatta una rivoluzione del genere, significa che davvero le cose non andavano per niente bene. Il Comune spiega che farà verifiche sugli affidi e il consigliere Mascia appare determinato: «Andremo a fondo della vicenda con ogni strumento a disposizione», dice.
Vedremo se riusciranno a scacciare lo spettro di Bibbiano.
«Non solo gli uomini sono violenti»
L'idea è ovunque la stessa: dietro ogni abuso c'è sempre un maschio violento. Anzi: il maschio tende ad abusare perché la violenza è incistata nel suo Dna, che si tratti di quella contro le donne o di quella contro i minori. Lo sostengono le varie post femministe invasate con il Me too, e lo sostengono anche parecchi «professionisti dell'abuso» di cui abbiamo raccontato in questi giorni. È anche per via di questa tendenza a colpevolizzare il maschio che si prendono di mira ingiustamente tanti padri e che tanti uomini sono accusati di molestie che non hanno compiuto.
Fortuna che, tra le tante voci politicamente corrette pronte a ripetere la favola del maschio oppressore sempre e comunque, c'è anche qualcuno che ha il coraggio di sfidare i luoghi comuni. In questo caso il qualcuno è particolarmente coraggioso, perché si tratta di una donna: Antonella Baiocchi, psicologa, specialista in criminologia e in psicoterapia a orientamento cognitivo, nonché assessore nel Comune di San Benedetto del Tronto, dove è nata e dove è tornata dopo anni di lavoro in Veneto e nelle Marche.
Il suo libro appena pubblicato da Alpes colpisce fin dal titolo: La violenza non ha sesso. Tra le tante questioni interessanti che tratta, una è particolarmente rilevante. La studiosa, infatti, citando ricerche e saggi di autorevoli colleghi di ogni parte del globo, spiega che, quando si parla di violenza, «il ruolo di vittima riguarda indistintamente uomini e donne». E, «contrariamente a quanto crede l'immaginario collettivo, la violenza femminile è un fenomeno complesso e non meno frequente della violenza agita da soggetti maschili».
Parlando con La Verità, la Baiocchi dice che «la concezione della violenza che abbiamo oggi ha delle falle, e se non si sanano, ogni iniziativa anti violenza perde la sua efficacia». Questa concezione sbagliata non è presente solo a livello mediatico e nel sentire comune, ma è ben radicata, secondo la studiosa, anche «nella rete che si occupa di intercettare e combattere le violenze». Parliamo di professionisti i quali «credono che la violenza nella relazione sia agita soltanto dall'uomo. Si basano sulle cronache dei giornali e divulgano l'idea che la violenza sia unidirezione, cioè dall'uomo verso la donna».
È diffusa, dunque, una cultura che «vede l'uomo come essere che nasce violento, che ha nel suo Dna la prevaricazione, mentre la donna nasce con caratteristiche quali umiltà, generosità, debolezza. Sono tutte sciocchezze. Siamo caduti nell'idea che il maschio sia portatore di violenza perché socialmente ha sempre avuto un ruolo predominante, mentre la donna era per lo più la sottomessa».
Con l'emancipazione femminile, dice la Baiocchi, tutto cambia. La donna si ritrova in un ruolo diverso. Ma lo affronta con le stesse strategie del passato, per colpa di quello che la dottoressa chiama «analfabetismo psicologico». «Le donne», racconta, «conoscono solo due strade: o vincere o sottomettersi. E, per vincere, anche la femmina ha cominciato ad agire come prevaricatrice. Per difendere la sua posizione prevarica». In questo modo, comportandosi sempre secondo questa dicotomia (prevaricare/ sottomettersi), maschi e femmine precipitano in conflitto costante e perdono il rispetto reciproco. Anche per rompere questo circolo vizioso, la studiosa sostiene che andrebbe abolito il termine «femminicidio» e bisognerebbe creare la categoria del «debolicidio», che punisca la «prevaricazione o uccisione di chiunque si trovi in situazione di debolezza». Maschi compresi, dunque.
Ma se della violenza sulle donne si parla tantissimo, dice la studiosa, «non si è mai indagata la violenza che subisce l'uomo. In Italia esiste una sola relazione sull'argomento. All'estero invece ce ne sono tantissime». Talvolta, però, per capire che la violenza non è una caratteristica esclusiva del maschio, basta semplicemente il buon senso. Se le donne fossero vittime indifese «per natura», nelle coppie lesbiche il conflitto non dovrebbe esistere. E invece il libro della Baiocchi presenta un capitolo molto interessante sulla violenza nelle relazioni tra donne. «Le coppie lesbiche hanno le stesse reazioni delle altre», spiega. «Al di là del sesso, possono mostrare la stessa ostilità. La donna oggi utilizza la violenza fisica molto più di un tempo e almeno quanto l'uomo». Ripetere concetti di questo tipo non è semplice, e infatti la Baiocchi - anche nel suo ruolo di assessore - non ha avuto sempre la strada spianata: «Le femministe mi hanno mangiato viva», sorride. «Adesso però hanno imparato ad amarmi». Nel nostro Paese, continua la dottoressa, «bisognerebbe creare dei centri antiviolenza anche per l'uomo vittima, non solo per le donne. Ma lo Stato non spende un euro per questo, pure se i nuovi poveri sono spesso gli uomini divorziati. Nessuno li aiuta ad affrontare la propria debolezza. In compenso ci sono tanti centri che aiutano gli uomini a non essere “maltrattanti". E per le donne prevaricatrici?».
Questa idea dell'uomo maltrattante ritorna purtroppo nelle faccende riguardanti i minori. «C'è sempre questa idea del padre ostile, mentre la madre è a priori una santa. Tutto questo porta incredibili ferite. Ma purtroppo il pregiudizio è diffuso anche fra avvocati, giudici... Gli stessi psicologi e assistenti sociali seguono questo pregiudizio». E i casi come quello di Bibbiano lo confermano.
«Allontanarono i miei figli per un disegno. Il caso Val d’Enza ha riaperto le loro ferite»
«Eravamo seduti a tavola quando, al telegiornale, hanno cominciato a parlare dei fatti di Bibbiano. Mio figlio e mia figlia non hanno retto nemmeno un minuto di quel servizio: si sono alzati e se ne sono andati. Si vedeva che stavano male».
Sono le parole di un papà al quale, nel 2008, furono tolti i figli per colpa di un disegnino sconcio, di una segnalazione (sicuramente in buona fede, forse un po' imprudente) ai servizi sociali e dei soliti psicologi che vedono abusi ovunque. Specialmente dove non stanno. Un papà che ha sperimentato l'inferno e, dopo anni di sofferenze e umiliazioni, decide di parlarne con La Verità.
Undici anni fa, Maria e Marco (nomi di fantasia) hanno 9 e 12 anni. La più piccola frequenta la scuola elementare di Basiglio, un paesino di 8.000 abitanti in provincia di Milano. Un giorno, la maestra si accorge che Maria e una sua amichetta sono distratte durante la lezione: stanno maneggiando un quadernino. La docente lo prende, ne sfoglia le pagine e, sgomenta, ci trova alcuni ritratti davvero sgradevoli. In uno si vede una bimba accovacciata su un ragazzino e, a fianco, c'è una scritta a dir poco oscena: «Maria fa sesso orale con suo fratello tutte le domeniche per 10 euro». L'amichetta della bambina nega ogni responsabilità: sì, il quadernino è suo, ma il disegno non l'ha fatto lei. Allora la maestra si allarma: sarà la stessa Maria ad aver realizzato quello schizzo, come una sorta di denuncia di una violenza sessuale che sta subendo in casa? Com'è ovvio, la docente decide di parlarne con la madre della bimba, che però non riconosce la grafia di Maria. Ne è sicura: «Quel disegno non l'ha fatto mia figlia».
Sembra tutto finito. Ma intanto la preside dell'istituto scolastico ha inviato una segnalazione ai servizi sociali, che non contattano mai la famiglia, non chiedono mai un colloquio, non svolgono mai un approfondimento. Si limitano a chiedere al tribunale, con una solerzia più svizzera che lombarda, di emettere un decreto di allontanamento dalla famiglia per Maria e suo fratello. Un modus operandi piuttosto simile a quello che si vedeva a Bibbiano, dove, stando a quanto affermano i pubblici ministeri che conducono l'inchiesta «Angeli e demoni», bastava il sospetto infondato di un abuso per mettere in moto l'implacabile macchina degli assistenti sociali. Così, poche settimane dopo l'episodio del quadernino, succede l'imponderabile.
«Mio figlio viene prelevato il giorno del suo compleanno, mentre sta festeggiando all'oratorio», ricorda suo papà. «I vigili telefonano a mia moglie, le chiedono di riportare a casa il piccolo e, appena arriva, lo prendono e lo portano via». Le forze dell'ordine, che hanno in mano un provvedimento del tribunale minorile sollecitato, appunto, dai servizi sociali di Basiglio, allontanano dalla famiglia anche la sorellina più piccola, Maria. Per più di un mese, i genitori non possono avere nessun contatto con i figli. «La gente del paese era quasi tutta con noi», assicura il padre dei due ragazzi, «ma gli psicologi insistevano: “Quel disegno l'ha fatto sua figlia, anche se lei non lo riconosce"».
Pure l'avvocato che ha seguito il caso di Basiglio, Antonello Martinez, riferisce alla Verità di psicologi che forzavano la mano per ottenere dai bambini una sorta di confessione: «A quei bimbi hanno detto cose terribili. Quando li hanno portati via, se ne sono usciti con una frase atroce, del tipo: “Questa è l'ultima volta che vedete i vostri genitori"». Affermazione che - magari non è soltanto un caso - ne ricorda molto un'altra, altrettanto inquietante, pronunciata da un assistente sociale di Bibbiano durante una seduta con uno dei minori sottratti: «Dobbiamo fare una cosa grossa. Sai qual è? Gli psicologi la chiamano elaborazione del lutto. Dobbiamo vedere tuo padre nella realtà e sapere che quel papà non esiste più e non c'è più come papà. È come se dovessimo fare un funerale». Continua Martinez: «I due ragazzini subivano pressioni assurde: “O dite così o non rivedrete più mamma e papà", li minacciavano».
Il procedimento dinanzi al giudice minorile è durato 59 giorni: «Tutto sommato, un periodo abbastanza breve», spiega l'avvocato. Alla fine, il tribunale ha riconosciuto che la ricostruzione dei fatti operata dai servizi sociali era totalmente fantasiosa. La compagna di scuola di Maria era arrivata persino ad ammettere di essere la vera autrice del famigerato disegnino osceno. C'è stato anche un processo a carico di quelli che i familiari ritenevano i responsabili di un allontanamento ingiustificabile. Tutti assolti. «E infatti», si rammarica il padre, «non abbiamo mai visto un euro di risarcimento».
Intanto, le vite di Maria e Marco sono irrimediabilmente segnate. I due bambini, ormai giovani adulti, si portano dietro, a distanza di 11 anni, profonde ferite: «Quello è un trauma che non passa mai», commenta con rassegnazione il loro papà. L'avvocato Martinez conferma: Marco, che adesso ha 23 anni, «quando vede i lampeggianti di una volante delle forze dell'ordine si terrorizza». Tutto perché, 11 anni fa, gli assistenti sociali di Basiglio stabilirono in quattro e quattr'otto che quel disegno sconcio su un quadernino era un grido di aiuto di una bambina e non lo scherzo di pessimo gusto di una compagna di scuola. Tutto perché, in virtù di quell'episodio, nel giorno del suo compleanno arrivarono a prelevarlo di forza.
«È normale che un giudice allontani i bambini dalle famiglie di fronte a certe relazioni presentate da quelli che dovrebbero essere professionisti affidabili», dice il padre di Maria e Marco. «Anche se poi questi minori vengono collocati in strutture presso le quali lavorano gli stessi assistenti sociali che hanno chiesto gli allontanamenti… Mi pare un conflitto d'interessi bello e buono».
Suo figlio maggiore «è stato per parecchio tempo in terapia. Così, quando ha sentito delle cose che sono successe a Bibbiano, gli è sembrato di rivivere quel trauma. Anche io mi sono rivisto nelle vicende di Bibbiano. Ho vissuto le stesse cose. Ma strappare un bambino dalle braccia dei genitori è una faccenda delicata: ci vorrebbero i piedi di piombo e i guanti di velluto. I miei figli si porteranno per sempre stampato nella mente quel dolore».
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La regione registra circa il doppio di minori fuori famiglia rispetto alla media italiana. Il Garante: «Cambiare il sistema».«Non solo gli uomini sono violenti». Il saggio della psicologa Antonella Baiocchi sfida i pregiudizi: «Oggi si pensa che i maschi maltrattino per natura. Il padre è sempre ostile, la mamma santa. Ma le donne prevaricano tanto quanto l'altro sesso».«Allontanarono i miei figli per un disegno. Il caso Val d'Enza ha riaperto le loro ferite». Parla il padre dei due fratellini tolti e poi restituiti ai loro genitori 11 anni fa a Basiglio, vicino Milano, per un infondato sospetto di abusi del maschio sulla sorella. «Tuttora i ragazzi sono traumatizzati». Lo speciale comprende tre articoli. L'ombra di Bibbiano si è allungata sulla Liguria, e una notevole tensione si è diffusa fra le istituzioni. Non ci sono inchieste giudiziarie aperte, tuttavia da indagini giornalistiche e da alcune dichiarazioni di politici e amministratori emergono i contorni di un sistema che ricorda molto da vicino quello attivo in Emilia Romagna. Per capire che cosa accada dobbiamo partire da un dato fornito nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore, che - basandosi su informazioni ministeriali - ha calcolato quanti siano i minori in affido nel nostro Paese. Senza tenere conto dei minori stranieri non accompagnati, parliamo di circa 26.000 bimbi e ragazzi su tutto il territorio nazionale: «Un dato che rappresenta il 2,7 per mille del totale degli under 18 che vivono in Italia». Il 2.7 per mille è la media nazionale, ma ci sono alcuni casi particolari che saltano all'occhio. Ad esempio quello ligure. Scrive il Sole 24 Ore che «le regioni dove gli affidamenti sono più frequenti sono la Liguria (con il 5,8 per mille dei ragazzi e bambini coinvolti) e il Molise (dove l'affido riguarda il 3,9 mille dei minori)». Significa che in Liguria i bambini in affido sono quasi il doppio rispetto alla media nazionale. Stiamo parlando di 1.244 minorenni, di cui 685 affidati a famiglie e 559 che si trovano in centri, comunità, case famiglia eccetera. Che in queste cifre enormi ci fosse qualcosa di strano se n'era già accorto qualche tempo fa il Garante regionale per l'infanzia, Francesco Lalla. «A partire dal 2013», dice, «molte persone ci hanno contattato per raccontarci le loro vicende. E ci eravamo convinti che il sistema dell'affidamento e dell'allontanamento non fosse proprio quello corretto, in base anche alla Convenzione di New York che, per gli allontanamenti parla di “necessità". Vuol dire che si fanno soltanto quando si è già fatto tutto il resto e non si può più fare altro». A quanto risulta - ma un dato ufficiale non c'è - i casi segnalati al Garante regionale sono circa 260, non pochi. Negli anni passati, Lalla si è dato da fare per segnalare la situazione: «L'abbiamo fatta presente, abbiamo scritto anche note al Tribunale dei minorenni». Il Garante non è uomo che ami le baruffe politiche, dunque non si spinge oltre. Ma sembra proprio che appelli e segnalazioni siano rimasti inascoltati. Insomma, a Genova e dintorni qualcosa davvero non andava. Lo sostiene da tempo Mauro Lami, dell'Associazione padri separati Liguria: «Abbiamo sentore da almeno 10 anni che il sistema non funzioni», dice, «perché da 10 anni riceviamo segnalazioni da tutta la regione». Quando è esploso il caso Bibbiano, il Garante ha colto l'occasione per tornare sull'argomento. Nei giorni scorsi ha diffuso un comunicato che invita ad essere prudenti e ad abbassare i toni, ma contiene un messaggio piuttosto chiaro: «Il sistema, che talvolta non abbiamo esitato a definire dannoso per bambini e famiglie, deve costruire percorsi virtuosi di prevenzione, tutela, garanzia e promozione delle istanze dei minori, partendo proprio da quelli maggiormente fragili e/o vulnerati», si legge nel testo. «E per questi ci permettiamo di suggerire la nostra proposta: creare un sistema rinnovato che veda insieme istituzioni e terzo settore, famiglie e loro rappresentanze». Tradotto: le vicende emiliane e la rinnovata attenzione sul tema degli affidi possono essere l'occasione buona per cambiare l'intera gestione dei bambini, che negli anni passati si è rivelata addirittura «dannosa». Non ci sono però soltanto le preoccupazioni e gli inviti del Garante. Un bravo cronista, Diego Pistacchi del Giornale del Piemonte e della Liguria, ha scavato un po' e ha scoperto che a Genova operavano proprio i protagonisti di «Angeli e demoni». Dall'inizio del 2016 al 2018 gli incarichi conferiti a Claudio Foti del centro Hansel e Gretel sono stati almeno nove, tutti per affidamento diretto. «Il totale dei compensi», scrive Pistacchi, «supera i 13.000 euro». L'ultimo incarico è stato conferito il 2 ottobre del 2018. Al terapeuta piemontese è sempre stato richiesto di formare gli assistenti sociali del territorio: «Praticamente nei Municipi Centro Est, Levante e Medio Levante la formazione del personale dei servizi sociali veniva sempre affidata allo stesso professionista». Il quale, durante i corsi, invitava ad andare oltre le «descrizioni classiche delle tipologie della violenza all'infanzia (violenza fisica, psicologica, sessuale, grave trascuratezza e ipercuria)» per cercare abusi e maltrattamenti. A parte gli incarichi affidati personalmente a Foti, il legame della Liguria con Hansel e Gretel inizia addirittura nel 2001, quando è nato il «Progetto Arianna» il cui scopo era quello di «contrastare il maltrattamento e l'abuso di bambine e bambine». Sul sito del programma era ben visibile il rimando al Centro Hansel e Gretel, la cui visione del problema abusi ha di fatto ispirato il lavoro dei professionisti del sociale liguri. Il «Progetto Arianna» servì infatti ad elaborare delle linee guida utili all'individuazione degli abusi. Per altro, sul territorio ligure sono molti attivi professionisti che fanno parte dell'orbita di Hansel e Gretel, ad esempio Elisabetta Corbucci, psicologa e psicoterapeuta che fa parte dell'associazione Rompere il silenzio di Foti. Risulta «Coordinatrice della cooperativa Il Cerchio delle relazioni (Genova)» e «opera nel Centro antiviolenza Mascherona». Risulta poi che sia la coop Il Cerchio, sia il Comune di Genova siano soci del Cismai. Giova ripeterlo: non ci sono reati né inchieste. Ma è evidente quale sia stato l'approccio tenuto negli anni passati dai servizi sociali nel territorio genovese, che ovviamente hanno goduto del plauso dei locali rappresentanti del Pd allora al governo. Chi vuole andare in fondo a tutta questa storia, onde scoprire se ci siano casi di bambini tolti ingiustamente alle famiglie, è Mario Mascia di Forza Italia, che ha presentato alcune interrogazioni alla Giunta comunale di Genova. Dopo i suoi interventi, sono accadute cose singolari. Dal Web è sparito il sito del «Progetto Arianna». L'assessore genovese alle Politiche educative, Francesca Fassio, pochi giorni fa, ha fatto «firmare un protocollo per individuare le linee guida per operatori sociali, psicologi, assistenti sociali e tutte le figure professionali che ruotano intorno ai minori e agli affidi». Inoltre, stando alla stampa locale, la Fassio avrebbe pure rimosso dall'incarico Marina Boccone, la dirigente comunale che si occupava del «Progetto Arianna». Se in pochi giorni si è fatta una rivoluzione del genere, significa che davvero le cose non andavano per niente bene. Il Comune spiega che farà verifiche sugli affidi e il consigliere Mascia appare determinato: «Andremo a fondo della vicenda con ogni strumento a disposizione», dice. 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È anche per via di questa tendenza a colpevolizzare il maschio che si prendono di mira ingiustamente tanti padri e che tanti uomini sono accusati di molestie che non hanno compiuto. Fortuna che, tra le tante voci politicamente corrette pronte a ripetere la favola del maschio oppressore sempre e comunque, c'è anche qualcuno che ha il coraggio di sfidare i luoghi comuni. In questo caso il qualcuno è particolarmente coraggioso, perché si tratta di una donna: Antonella Baiocchi, psicologa, specialista in criminologia e in psicoterapia a orientamento cognitivo, nonché assessore nel Comune di San Benedetto del Tronto, dove è nata e dove è tornata dopo anni di lavoro in Veneto e nelle Marche. Il suo libro appena pubblicato da Alpes colpisce fin dal titolo: La violenza non ha sesso. Tra le tante questioni interessanti che tratta, una è particolarmente rilevante. La studiosa, infatti, citando ricerche e saggi di autorevoli colleghi di ogni parte del globo, spiega che, quando si parla di violenza, «il ruolo di vittima riguarda indistintamente uomini e donne». E, «contrariamente a quanto crede l'immaginario collettivo, la violenza femminile è un fenomeno complesso e non meno frequente della violenza agita da soggetti maschili». Parlando con La Verità, la Baiocchi dice che «la concezione della violenza che abbiamo oggi ha delle falle, e se non si sanano, ogni iniziativa anti violenza perde la sua efficacia». Questa concezione sbagliata non è presente solo a livello mediatico e nel sentire comune, ma è ben radicata, secondo la studiosa, anche «nella rete che si occupa di intercettare e combattere le violenze». Parliamo di professionisti i quali «credono che la violenza nella relazione sia agita soltanto dall'uomo. Si basano sulle cronache dei giornali e divulgano l'idea che la violenza sia unidirezione, cioè dall'uomo verso la donna». È diffusa, dunque, una cultura che «vede l'uomo come essere che nasce violento, che ha nel suo Dna la prevaricazione, mentre la donna nasce con caratteristiche quali umiltà, generosità, debolezza. Sono tutte sciocchezze. Siamo caduti nell'idea che il maschio sia portatore di violenza perché socialmente ha sempre avuto un ruolo predominante, mentre la donna era per lo più la sottomessa». Con l'emancipazione femminile, dice la Baiocchi, tutto cambia. La donna si ritrova in un ruolo diverso. Ma lo affronta con le stesse strategie del passato, per colpa di quello che la dottoressa chiama «analfabetismo psicologico». «Le donne», racconta, «conoscono solo due strade: o vincere o sottomettersi. E, per vincere, anche la femmina ha cominciato ad agire come prevaricatrice. Per difendere la sua posizione prevarica». In questo modo, comportandosi sempre secondo questa dicotomia (prevaricare/ sottomettersi), maschi e femmine precipitano in conflitto costante e perdono il rispetto reciproco. Anche per rompere questo circolo vizioso, la studiosa sostiene che andrebbe abolito il termine «femminicidio» e bisognerebbe creare la categoria del «debolicidio», che punisca la «prevaricazione o uccisione di chiunque si trovi in situazione di debolezza». Maschi compresi, dunque. Ma se della violenza sulle donne si parla tantissimo, dice la studiosa, «non si è mai indagata la violenza che subisce l'uomo. In Italia esiste una sola relazione sull'argomento. All'estero invece ce ne sono tantissime». Talvolta, però, per capire che la violenza non è una caratteristica esclusiva del maschio, basta semplicemente il buon senso. Se le donne fossero vittime indifese «per natura», nelle coppie lesbiche il conflitto non dovrebbe esistere. E invece il libro della Baiocchi presenta un capitolo molto interessante sulla violenza nelle relazioni tra donne. «Le coppie lesbiche hanno le stesse reazioni delle altre», spiega. «Al di là del sesso, possono mostrare la stessa ostilità. La donna oggi utilizza la violenza fisica molto più di un tempo e almeno quanto l'uomo». Ripetere concetti di questo tipo non è semplice, e infatti la Baiocchi - anche nel suo ruolo di assessore - non ha avuto sempre la strada spianata: «Le femministe mi hanno mangiato viva», sorride. «Adesso però hanno imparato ad amarmi». Nel nostro Paese, continua la dottoressa, «bisognerebbe creare dei centri antiviolenza anche per l'uomo vittima, non solo per le donne. Ma lo Stato non spende un euro per questo, pure se i nuovi poveri sono spesso gli uomini divorziati. Nessuno li aiuta ad affrontare la propria debolezza. In compenso ci sono tanti centri che aiutano gli uomini a non essere “maltrattanti". E per le donne prevaricatrici?». Questa idea dell'uomo maltrattante ritorna purtroppo nelle faccende riguardanti i minori. «C'è sempre questa idea del padre ostile, mentre la madre è a priori una santa. Tutto questo porta incredibili ferite. Ma purtroppo il pregiudizio è diffuso anche fra avvocati, giudici... Gli stessi psicologi e assistenti sociali seguono questo pregiudizio». E i casi come quello di Bibbiano lo confermano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anche-sulla-liguria-lombra-di-bibbiano-incarichi-a-foti-c-e-record-di-affidi-2639711800.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="allontanarono-i-miei-figli-per-un-disegno-il-caso-val-denza-ha-riaperto-le-loro-ferite" data-post-id="2639711800" data-published-at="1777002994" data-use-pagination="False"> «Allontanarono i miei figli per un disegno. Il caso Val d’Enza ha riaperto le loro ferite» «Eravamo seduti a tavola quando, al telegiornale, hanno cominciato a parlare dei fatti di Bibbiano. Mio figlio e mia figlia non hanno retto nemmeno un minuto di quel servizio: si sono alzati e se ne sono andati. Si vedeva che stavano male». Sono le parole di un papà al quale, nel 2008, furono tolti i figli per colpa di un disegnino sconcio, di una segnalazione (sicuramente in buona fede, forse un po' imprudente) ai servizi sociali e dei soliti psicologi che vedono abusi ovunque. Specialmente dove non stanno. Un papà che ha sperimentato l'inferno e, dopo anni di sofferenze e umiliazioni, decide di parlarne con La Verità. Undici anni fa, Maria e Marco (nomi di fantasia) hanno 9 e 12 anni. La più piccola frequenta la scuola elementare di Basiglio, un paesino di 8.000 abitanti in provincia di Milano. Un giorno, la maestra si accorge che Maria e una sua amichetta sono distratte durante la lezione: stanno maneggiando un quadernino. La docente lo prende, ne sfoglia le pagine e, sgomenta, ci trova alcuni ritratti davvero sgradevoli. In uno si vede una bimba accovacciata su un ragazzino e, a fianco, c'è una scritta a dir poco oscena: «Maria fa sesso orale con suo fratello tutte le domeniche per 10 euro». L'amichetta della bambina nega ogni responsabilità: sì, il quadernino è suo, ma il disegno non l'ha fatto lei. Allora la maestra si allarma: sarà la stessa Maria ad aver realizzato quello schizzo, come una sorta di denuncia di una violenza sessuale che sta subendo in casa? Com'è ovvio, la docente decide di parlarne con la madre della bimba, che però non riconosce la grafia di Maria. Ne è sicura: «Quel disegno non l'ha fatto mia figlia». Sembra tutto finito. Ma intanto la preside dell'istituto scolastico ha inviato una segnalazione ai servizi sociali, che non contattano mai la famiglia, non chiedono mai un colloquio, non svolgono mai un approfondimento. Si limitano a chiedere al tribunale, con una solerzia più svizzera che lombarda, di emettere un decreto di allontanamento dalla famiglia per Maria e suo fratello. Un modus operandi piuttosto simile a quello che si vedeva a Bibbiano, dove, stando a quanto affermano i pubblici ministeri che conducono l'inchiesta «Angeli e demoni», bastava il sospetto infondato di un abuso per mettere in moto l'implacabile macchina degli assistenti sociali. Così, poche settimane dopo l'episodio del quadernino, succede l'imponderabile. «Mio figlio viene prelevato il giorno del suo compleanno, mentre sta festeggiando all'oratorio», ricorda suo papà. «I vigili telefonano a mia moglie, le chiedono di riportare a casa il piccolo e, appena arriva, lo prendono e lo portano via». Le forze dell'ordine, che hanno in mano un provvedimento del tribunale minorile sollecitato, appunto, dai servizi sociali di Basiglio, allontanano dalla famiglia anche la sorellina più piccola, Maria. Per più di un mese, i genitori non possono avere nessun contatto con i figli. «La gente del paese era quasi tutta con noi», assicura il padre dei due ragazzi, «ma gli psicologi insistevano: “Quel disegno l'ha fatto sua figlia, anche se lei non lo riconosce"». Pure l'avvocato che ha seguito il caso di Basiglio, Antonello Martinez, riferisce alla Verità di psicologi che forzavano la mano per ottenere dai bambini una sorta di confessione: «A quei bimbi hanno detto cose terribili. Quando li hanno portati via, se ne sono usciti con una frase atroce, del tipo: “Questa è l'ultima volta che vedete i vostri genitori"». Affermazione che - magari non è soltanto un caso - ne ricorda molto un'altra, altrettanto inquietante, pronunciata da un assistente sociale di Bibbiano durante una seduta con uno dei minori sottratti: «Dobbiamo fare una cosa grossa. Sai qual è? Gli psicologi la chiamano elaborazione del lutto. Dobbiamo vedere tuo padre nella realtà e sapere che quel papà non esiste più e non c'è più come papà. È come se dovessimo fare un funerale». Continua Martinez: «I due ragazzini subivano pressioni assurde: “O dite così o non rivedrete più mamma e papà", li minacciavano». Il procedimento dinanzi al giudice minorile è durato 59 giorni: «Tutto sommato, un periodo abbastanza breve», spiega l'avvocato. Alla fine, il tribunale ha riconosciuto che la ricostruzione dei fatti operata dai servizi sociali era totalmente fantasiosa. La compagna di scuola di Maria era arrivata persino ad ammettere di essere la vera autrice del famigerato disegnino osceno. C'è stato anche un processo a carico di quelli che i familiari ritenevano i responsabili di un allontanamento ingiustificabile. Tutti assolti. «E infatti», si rammarica il padre, «non abbiamo mai visto un euro di risarcimento». Intanto, le vite di Maria e Marco sono irrimediabilmente segnate. I due bambini, ormai giovani adulti, si portano dietro, a distanza di 11 anni, profonde ferite: «Quello è un trauma che non passa mai», commenta con rassegnazione il loro papà. L'avvocato Martinez conferma: Marco, che adesso ha 23 anni, «quando vede i lampeggianti di una volante delle forze dell'ordine si terrorizza». Tutto perché, 11 anni fa, gli assistenti sociali di Basiglio stabilirono in quattro e quattr'otto che quel disegno sconcio su un quadernino era un grido di aiuto di una bambina e non lo scherzo di pessimo gusto di una compagna di scuola. Tutto perché, in virtù di quell'episodio, nel giorno del suo compleanno arrivarono a prelevarlo di forza. «È normale che un giudice allontani i bambini dalle famiglie di fronte a certe relazioni presentate da quelli che dovrebbero essere professionisti affidabili», dice il padre di Maria e Marco. «Anche se poi questi minori vengono collocati in strutture presso le quali lavorano gli stessi assistenti sociali che hanno chiesto gli allontanamenti… Mi pare un conflitto d'interessi bello e buono». Suo figlio maggiore «è stato per parecchio tempo in terapia. Così, quando ha sentito delle cose che sono successe a Bibbiano, gli è sembrato di rivivere quel trauma. Anche io mi sono rivisto nelle vicende di Bibbiano. Ho vissuto le stesse cose. Ma strappare un bambino dalle braccia dei genitori è una faccenda delicata: ci vorrebbero i piedi di piombo e i guanti di velluto. I miei figli si porteranno per sempre stampato nella mente quel dolore».
La prima Vespa in commercio, la «98» del 1946 (Piaggio Group)
Lo stabilimento Piaggio di Pontedera (Pisa) era diventato un obiettivo strategico per i bombardieri anglo-americani, perché lì era cominciata la produzione dell’unico bombardiere quadrimotore italiano, il P-108. Il 21 gennaio 1944, poco dopo che la fabbrica fu occupata dai tedeschi, i B-24 del 449th Bomb Group rasero al suolo lo stabilimento del marchio fondato nel 1884 a Genova.
Enrico Piaggio, allora alla guida dell’azienda, decise il trasferimento della produzione superstite a Biella, dove le maestranze e i macchinari trovarono ospitalità presso lo storico cotonificio Poma. Qui fu trasferito l’ingegnere milanese Renzo Spolti, che venne incaricato da Piaggio di «pensare al futuro», considerando la fine delle commesse per l’aviazione militare a guerra finita.
In contatto con il conte biellese Carlo Felice Trossi di Pian Villar, ex corridore automobilistico e appassionato di motori, Spolti pensò a uno scooter per tutte le tasche, semplice e maneggevole. Sembra che l’ispirazione fosse venuta da uno scooter usato dai paracadutisti americani anche in Italia, il Cushman «Model 53», di cui il conte possedeva un esemplare. Trossi possedeva anche un miniscooter italiano prodotto negli anni '40 in pochi esemplari, il «Volugrafo» della Simat di Torino, da cui derivò la primitiva idea del futuro scooter Piaggio. A Biella nacque il prototipo della Vespa, il Piaggio Mp-5. Completamente carenato, lo scooter era caratterizzato dal motore centrale Sachs da 98cc che Spolti, anticipando di molto i tempi, pensò di accoppiare ad un cambio automatico. Furono gli operai a ribattezzarlo «Paperino» per le sue forme che ricordavano il volatile acquatico.
Il progetto tuttavia non piacque ad Enrico Piaggio, che nel 1945 coinvolse l’ingegnere Corradino D’Ascanio. Le motivazioni del patron erano valide. L’Mp-5 presentava un tunnel centrale di alloggiamento del propulsore che rendeva difficoltoso l’accesso e l’avviamento era previsto solo a spinta. Con lungimiranza, Piaggio pensò alla clientela femminile che non avrebbe gradito tali difetti in termini di praticità, in previsione di una prima motorizzazione popolare dell’Italia.
D’Ascanio modificò radicalmente il progetto del 1944 eliminando il tunnel che non piaceva a Piaggio e alloggiando il motore alla destra della ruota posteriore. La soluzione, pur sacrificando la stabilità del mezzo, permise un accesso ottimale e la possibilità di ricavare spazio per le gambe e per uno scudo protettivo. L’Mp-6 del 1945, dotato di cambio manuale e avviamento a pedale, era di fatto il prototipo della Vespa. Il nome che accompagnerà lo scooter più famoso del mondo venne dallo stesso Enrico Piaggio che, alla vista dell’Mp-6, esclamò: «Sembra una vespa!» per la forma che ricordava l’insetto dalla vita stretta e dall’addome bombato.
Dopo gli ultimi ritocchi al prototipo, la prima Vespa, poi nominata «98» dalla cilindrata del motore, era pronta per la produzione. Ma i danni della guerra rallentarono la fabbricazione per la mancanza di presse, tanto che i primi esemplari furono realizzati artigianalmente battendo la lamiera manualmente (chiamati poi «Serie Zero»). Solo con l’aiuto dell’Alfa Romeo fu possibile per Piaggio ricevere i primi lotti di telai stampati. La Vespa fu presentata in anteprima alla Mostra della meccanica e metallurgia che si svolse a Torino dal 24 marzo al 7 aprile 1946. Il brevetto fu registrato alcuni giorni più tardi, il 23 aprile. Una data che segnò l’inizio di un mito, che tuttavia stentò a decollare inizialmente a causa della gravissima crisi economica che colpì l’Italia appena finita la guerra. La possibilità del pagamento rateale venne incontro alla Piaggio, avvicinando le tasche degli italiani al sogno della rinascita a motore. Un problema fu la produzione della «98», per la cronica scarsità di materie prime, che creò lunghe liste di attesa. Il prezzo era importante per le possibilità dei lavoratori italiani del 1946, 55.000 lire per la «normale» (senza cromature e con sella in pegamoide, la famosa finta pelle in nitrocellulosa) e 61.000 per la «lusso» con sellino in pelle e manubrio cromato. Ma il sogno a due ruote fu più forte del carovita. Tra il 1946 e il 1947 furono circa 15.000 le «98» vendute, anche all’estero (in Sud America e Svizzera). Nel 1948 un nuovo modello da 125cc entrò in produzione. Migliorata nelle sospensioni e nell’efficienza di un motore più affidabile nel raffreddamento, la nuova Vespa guadagnerà nei primi mesi altre migliorie come il cavalletto centrale al posto del piccolo laterale della «98» perdendo il delicato e costoso cambio «a bacchetta» per il sistema a cavi «Teleflex», adottato nel 1949. Capace di sfiorare i 70 km/h, la «125» poteva superare in prima marcia pendenze fino al 22%.
Lo stampaggio delle lamiere fu ancora a carico di Alfa Romeo e Nuovo Pignone di Firenze, ma gli effetti del Piano Marshall cominciarono a dare sollievo anche alla Piaggio che, a partire dal 1950, acquistò nuove presse per stampare i telai a Pontedera. Il rumore dei macchinari sostituì quello delle bombe che 6 anni prima avevano raso al suolo la storica azienda aeronautica. Le ali lasciavano così il posto a due piccole ruote, che avrebbero messo l’Italia ancora in movimento.
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