Ammutinamento contro la legge
Ansa
Durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, i magistrati hanno deciso di voltare le spalle a tutti i rappresentanti del governo. Un potere dello Stato si mette di traverso allo Stato di cui dovrebbe essere servitore. E finisce con l’attaccare Parlamento e popolo.

Può un potere dello Stato, quale la magistratura è, schierarsi contro un altro potere di quello stesso Stato di cui giudici e pm dovrebbero essere servitori? La domanda non è banale, perché quello a cui abbiamo assistito ieri, nelle aule dei tribunali italiani, è di fatto un ammutinamento di un potere contro un altro potere. Girando le spalle ai rappresentanti del governo, per protestare contro la riforma della giustizia messa a punto da Carlo Nordio, le toghe non hanno contestato il governo Meloni, ma il Parlamento, che quel disegno di legge tanto inviso ai magistrati sta discutendo. Certo, come qualsiasi altro operatore di un settore, anche i pubblici ministeri e chi è chiamato a emettere sentenze hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero su una materia che tocca direttamente il loro lavoro. Ma un conto è criticare un provvedimento, ritenendolo sbagliato. Un altro è respingerlo in blocco senza neppure avanzare proposte di modifica. Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e a sua volta, come Carlo Nordio, con un passato da magistrato, nell’intervento in Corte d’appello a Roma ha ricordato i tentativi della maggioranza di coinvolgere le toghe nel processo di riforma. Sforzi che tuttavia sono sempre stati respinti, quasi che soltanto gli stessi magistrati siano autorizzati ad avere l’ultima parola in materia.

Si dà però il caso che il centrodestra abbia vinto le elezioni promettendo una riforma della giustizia, impegnandosi a separare le carriere di magistrati requirenti e giudicanti. Alle toghe non piace? Secondo loro è sbagliato dividere la categoria tra chi indaga e chi emette sentenze? Può anche essere che abbiano ragione, ma non tocca a loro fare le leggi. A loro spetta solo di applicarle, anche quelle che ritengono sbagliate e controproducenti. Perché nonostante siano un potere autonomo, anche i magistrati sono tenuti a rispettare la Costituzione, che assegna al Parlamento – e non a loro – il compito di fare le leggi. Da nessuna parte della carta su cui si fonda la nostra Repubblica sta scritto che i giudici, se ritengono sbagliata una riforma, possono boicottarla ammutinandosi. Non esiste l’obiezione di coscienza delle toghe. E, a dire il vero, secondo presidenti della Repubblica del passato, come Giuseppe Saragat e Giovanni Leone, non esiste neppure il diritto di sciopero del magistrato: se non possono incrociare le braccia i carabinieri, cioè coloro che devono mantenere l’ordine e il rispetto della legge, non possono farlo neppure pm e giudici.

Girando le spalle ai rappresentanti del governo, le toghe le girano al Parlamento e di conseguenza agli elettori, i quali oltre ad avere scelto i propri rappresentanti alla Camera e al Senato restano, secondo l’articolo uno della Costituzione, i soli sovrani d’Italia. E questo i magistrati che ieri hanno usato la Carta contro l’esecutivo non dovrebbero mai dimenticarlo, soprattutto quando dicono di protestare in nome degli italiani. Quando sono stati interpellati, gli elettori si sono espressi. E se i magistrati ritengono che la riforma Nordio sia sbagliata non devono né scioperare né improvvisare manifestazioni di protesta che lasciano il tempo che trovano (già, perché dopo aver girato i tacchi che si fa?). Esiste uno strumento che si chiama referendum: se sono convinti delle loro ragioni chiedano agli italiani di pronunciarsi, abrogando la separazione delle carriere e tutto il resto. Certo, capisco che la scelta sia pericolosa, perché potrebbe trasformarsi in un boomerang, rivelando che cosa davvero pensino gli italiani di giudici e pm. I sondaggi già segnalano un gradimento al minimo storico e una campagna referendaria sulla legge Nordio potrebbe anche aprire la strada alla responsabilità civile dei magistrati, già votata dagli elettori, ma mai fino in fondo applicata.

Ovviamente il mio è un appello: le toghe intendono ribellarsi a un altro potere dello Stato? Lo facciano ricorrendo alla Costituzione, cioè con un referendum. Ma se qualcun altro chiederà di far pagare direttamente a loro gli errori giudiziari compiuti, poi non potranno lamentarsi.

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