True
2024-12-30
Americani nel pallone
Ansa
«Noi non siamo americani. Noi non siamo americani». Con questo coro, dopo lo scialbo 0-0 di San Siro dello scorso 15 dicembre contro il Genoa, i tifosi del Milan hanno urlato in faccia alla società tutta la propria delusione e frustrazione per una gestione sempre più fredda e distaccata. L’occasione avrebbe dovuto essere una festa per celebrare i 125 anni di una storia gloriosa e invece si è presto trasformata in una gelida serata sfociata in una contestazione contro la proprietà a stelle e strisce che fa capo a RedBird e Gerry Cardinale, che alla festa di compleanno del club nemmeno si è presentato.
Quello del Milan, però, è solo il caso più eclatante. Da diversi anni a questa parte il tema è sempre più ricorrente: il modello di business americano legato allo sport è replicabile in Europa e, ancor di più in Italia, dove certe tradizioni, usi e costumi resistono da oltre un secolo? La risposta la si può trovare nei fatti e di esempi di gestione fallimentare o comunque non del tutto positiva di club rilevati da imprenditori o fondi americani il nostro calcio ne ha già collezionati diversi. E dire che gli investimenti non sono stati pochi, anzi, tutt’altro. Secondo un’analisi pubblicata lo scorso maggio da Calcio e Finanza, che ha incluso nello studio anche il Bologna del patron canadese Joey Saputo, le attuali proprietà nordamericane nel nostro Paese hanno speso 3,7 miliardi di euro tra costo di acquisto e risorse versate nelle casse per la gestione dei club. Considerando che giusto pochi giorni fa al Genoa l’assemblea dei soci ha sancito l’estromissione dal cda del gruppo 777 Partners e l’Hellas Verona è passato dalle mani di Maurizio Setti a quelle del fondo americano Presidio Investors, in Italia a oggi si contano ben 13 società professionistiche controllate da proprietà statunitensi. In serie A quindi, oltre al Milan, troviamo la Roma con Dan Friedkin, la Fiorentina con Rocco Commisso, il Parma con Kyle Krause, il Venezia con Duncan Niederauer, l’Inter e l’Atalanta, controllate rispettivamente dalla società d’investimento Oaktree Capital Management e da una cordata di cui fanno parte il fondo di investimento Bain Capital LP e il gruppo di private equity Arctos Partners LP. In serie B sono a stelle e strisce il Pisa di Alexander Knaster, lo Spezia di Robert Platek e il Cesena del gruppo JRL Investments di John Aiello e Robert Lewis. In serie C la Spal di Joe Tacopina e la Triestina salvata dal fallimento nel 2023 dal fondo Lbk Capital di Ben Rosenzweig. Escluse Inter e Atalanta, non a caso le uniche due di queste squadre ad aver mantenuto in qualche modo una gestione societaria italiana, la Dea con la famiglia Percassi e l’Inter con la nomina a presidente di Beppe Marotta, il resto finora ha fallito, incontrato diverse difficoltà o quantomeno deluso le aspettative dei tifosi. Tradotto: lo zio Sam è bravo a mettere i soldi, ma i soldi da soli non sono garanzia di successo se dietro manca una società presente che sa come e quando farsi sentire e soprattutto se non si hanno dirigenti con le competenze e le conoscenze necessarie a muoversi in una realtà complessa come quella del nostro calcio. O peggio, se li avevi e te ne sei voluto liberare, con ogni riferimento per niente casuale a Paolo Maldini, che era riuscito a riportare il Milan dove merita per poi essere accompagnato alla porta.
Ne sa più di qualcosa anche Claudio Ranieri, tornato da poco al capezzale di una Roma mai allo sbando come quest’anno a causa di una gestione societaria scellerata e classifica alla mano immischiata nella lotta per la salvezza. L’allenatore romano subito dopo esser stato ingaggiato ha detto senza troppi giri di parole: «Purtroppo, in Italia il presidente deve farsi vedere. Le proprietà straniere parlano pochissimo. Non è come all’estero dove la figura del presidente quasi non esiste. O meglio, esiste solo per fine mese». Giallorossi che ormai navigano in questa situazione da oltre dieci anni. Era il 2011 quando la società fu rilevata dall’imprenditore nato a Boston ma di origini italiane Thomas DiBenedetto che dopo appena un anno decise di passare la mano al socio James Pallotta per poi arrivare alla cessione nell’estate del 2020 a Dan Friedkin. Tre presidenti, un filo conduttore: tanti soldi spesi, pochissimi risultati raggiunti, enormi difficoltà a connettersi con il tessuto di una città dove il calcio è vissuto come qualcosa che va ben oltre gli affari e un controllo esercitato a distanza, in maniera pressoché passiva, non può e non potrà mai funzionare. Ai tifosi della Roma, così come a quelli degli altri club italiani, non importerà mai del business. Nutrono uno sviscerato bisogno di identificarsi con quella maglia, desiderano che la squadra sia competitiva, che vinca, che arrivi anche di un solo punto sopra ai rivali. Il nostro, dopotutto, continua a essere il Paese del campanilismo e questo gli americani non lo possono capire.
Tutto ciò si riconduce poi alla questione stadio. Quasi tutti gli investitori statunitensi, con fortune più o meno alterne, si sono imbattuti nelle difficoltà burocratiche per la costruzione di uno stadio di proprietà, che nella loro ottica è considerato come il teatro dove poter sviluppare un certo modello di business legato al merchandising e a tutte le attività correlate all’evento sportivo. Quello che tuttavia sottovalutano o forse ignorano è che al tifoso italiano, che lo stadio sia moderno o offra un servizio piuttosto che un altro, interessa fino a un certo punto. La priorità è e sarà sempre avere una squadra che funzioni, che possa regalare emozioni. Un discorso che vale per Roma, quanto per Firenze, dove la gestione di Rocco Commisso risulta comunque tra le meno peggiori di quelle citate finora, con la Fiorentina che dal 2019, anno in cui l’italo americano ha acquistato il club, ha decisamente alzato l’asticella sfiorando un trofeo in almeno tre circostanze, con le due finali perse di Conference league e quella di Coppa Italia.
Poi ci sono Parma e Venezia, entrambe di ritorno in serie A all’inizio di questa stagione. Per quanto riguarda i Ducali, il patron Krause dovrà dimostrarsi in grado di non ripetere gli errori commessi nel 2020/2021, quando si presentò ai propri tifosi con una retrocessione in B. In Laguna Niederauer ha bisogno di dare continuità a un progetto che finora ha visto gli arancioneroverdi fare l’altalena tra massima serie e cadetteria. Ora tocca al Verona: chissà che l’amore tra gli americani e il calcio italiano non sbocci proprio nella città di Romeo e Giulietta.
Vendere gadget conta più delle vittorie. Negli States le partite sono business e show
Finora è quasi sempre accaduto che quando un fondo statunitense ha dimostrato il proprio interesse e poi acquistato un club italiano, dalla serie C alla serie A, i tifosi hanno esultato, desiderosi di vedere la propria squadra puntare a traguardi importanti o tornare ai fasti di un tempo, immaginando chissà quali campioni indossare la propria maglia grazie alle enormi e potenziali disponibilità economiche messe sul piatto dai nuovi proprietari. La realtà, tuttavia, è un’altra. Gli americani investono nel nostro calcio non tanto per vincere trofei, quanto con l’idea di trarre profitto esportando il loro modello di business che da noi è semplicemente inconciliabile. Ma per quale motivo?
C’è una differenza di cultura evidente alla base di questo binomio che proprio stenta a decollare e per rendersene conto è sufficiente aver assistito, anche una sola volta, a un evento live negli States, dove lo sport è considerato principalmente un affare profittevole per chi decide di investirci. Che sia calcio, Nba, Nfl o baseball, l’obiettivo primario è riempire stadi e palazzetti - da qui l’esigenza di avere uno stadio di proprietà manifestata a più riprese dalle proprietà statunitensi - vendere il più alto numero di hot dog, bibite, gadget e magliette, offrire un vero e proprio show che vada oltre la partita. Allo stesso modo anche la gente, quando arriva il «match day», ha come priorità quella di trascorrere due o tre ore sentendosi parte stessa dell’evento e alla fine della giornata, se la squadra avrà vinto o perso, sarà un qualcosa che importa relativamente. In Europa, e ancor di più in Italia dove il risultato è quel che conta di più e la maggior parte dei tifosi paga il biglietto o l’abbonamento se la squadra vale, tutto questo non è replicabile. Ciò non significa che il nostro modello sia migliore o peggiore di quello americano, semplicemente è diverso. E bisogna prenderne atto. Il calcio qui, dove i principali stakeholders continuano per fortuna a essere ancora i tifosi, non può essere trattato come una qualunque altra azienda su cui investire e alla lunga guadagnarci. Una squadra, dallo staff tecnico ai giocatori, per funzionare ha bisogno di sentire la presenza a 360 gradi di una società forte, specialmente quando le cose non girano per il verso giusto.
Come il Milan e la Roma, i casi più evidenti ma non gli unici. E se in piena crisi giallorossa i Friedkin erano concentrati sull’acquisto dell’Everton e non si sono mai fatti vedere dalle parti di Trigoria, dove per altro è vacante da diversi mesi anche la figura di un amministratore delegato, a Milanello hanno fatto molto discutere le dichiarazioni di Gerry Cardinale rilasciate in un documento alla Harvard Business School a settembre, ma rese pubbliche solo la scorsa settimana, in cui il proprietario del Milan ha spiegato la sua strategia di gestione del club: «La maggior parte di coloro che investono in società sportive lo fanno perché sono coinvolti emotivamente. Mettono la vittoria dei campionati al di sopra di tutto il resto e questo spesso li porta a commettere l’errore di pensare che spendere troppo per schierare una squadra di stelle sia linearmente correlato alla vittoria. Ma questa è la cosa peggiore che puoi fare come investitore».
Spostandosi all’estero la musica non cambia. Ne è un esempio lampante il Manchester United. A Old Trafford, da quando Sir Alex Ferguson ha abdicato nel 2013 dopo aver mantenuto le redini dei Red Devils per 27 stagioni, la famiglia Glazer ha collezionato solo fallimenti attraverso una gestione sciagurata, spendendo miliardi di sterline per ingaggiare allenatori e giocatori senza alcun criterio tecnico. Il punto su cui riflettere è che allo United non serviva l’avvento degli americani per migliorare l’aspetto legato al business: il marchio è sempre stato super appetibile all’estero, il merchandising e i ricavi derivanti da ticketing così come il seguito sui social network sono sempre da top al mondo. A mancare sono i trofei. E quelli senza un progetto e qualcuno che lo sappia guidare non arrivano.
Riferimenti classici e riti di sangue. Per noi non è solo uno sport: è mito
Se volete sapere cosa pensino davvero gli americani del calcio, date un’occhiata all’inizio di una puntata dei Simpson del 1997, «La famiglia Cartridge». Nell’episodio, la popolazione di Springfield accorre allo stadio per vedere una partita che deciderà «quale nazione è la più forte della Terra: il Messico o il Portogallo». Il match, tuttavia, si rivela di una noia mortale, almeno fino a che sugli spalti non scoppiano disordini che sfociano nel saccheggio della città intera. C’è veramente tutto: il protagonismo di popoli che agli occhi degli americani appaiono fuori dalla storia, intercambiabili (Italia-Brasile, che decise i Mondiali Usa solo tre anni prima, doveva aver dato ai locali un’impressione simile); la dinamica del gioco incomprensibile e soporifera; un contorno di violenza sociale inspiegabile. Non che di quest’ultima ci sia da andare molto fieri, ovviamente. Lo scontro di civiltà, tuttavia, non poteva essere mostrato con maggiore chiarezza. Il fatto è che il calcio, in Europa, non è mai solo calcio. È, innanzitutto, storia. E storia millenaria.
Ne L’ideologia tripartita degli indoeuropei, Georges Dumézil così spiega il tema dei colori associati alle tre funzioni (sovrana, guerriera e produttiva): «Un sistema completo a tre termini del simbolismo colorato s’incontra due volte nelle istituzioni romane. Il caso più interessante è quello dei colori delle fazioni del circo che assunsero grande importanza sotto l’impero e nella nuova Roma del Bosforo, ma che sono sicuramente anteriori all’impero e che gli studiosi di antichità romani collegarono del resto alle origini stesse di Romolo». Colori sacrali che affondano nella notte dei tempi e che finiscono sui vessilli del circo: suona familiare. Per tutto il Medioevo e oltre, i vari antenati del calcio, brutali e selvaggi, attraversano il continente, creando i primi allarmi sociali. Un editto emesso dal sindaco di Londra nel 1314 recita: «Essendo provato che si fa gran clamore per le strade cittadine a seguito di certi tumulti provocati dall’inseguire dei grossi palloni e che da ciò possono derivarne molti mali ‒ che Iddio non voglia ‒ noi comandiamo e proibiamo, in nome del re e sotto pena del carcere, che tale gioco sia d’ora innanzi praticato in città». Siamo in una fase in cui la distinzione tra giocatori e spettatori non è poi così netta: una palla rotola e attorno è festa e lotta.
Qualche secolo dopo, come ricordano Daniele Marchesini e Stefano Pivato in Tifo. La passione sportiva in Italia (Il Mulino), Goethe nel suo Viaggio in Italia assiste a Verona, nel 1786, a una partita con quattro o cinquemila spettatori. Ben presto le sfide si colorano di connotazioni campanilistiche. Nel Settecento, la sfida per eccellenza era quella tra bolognesi e fiorentini come riportano le cronache del tempo: «il primo giorno che giuocarono […] vi fu un gran concorso di popolo; alla battuta e rimessa avevano fatto li palchi e nel fianco fecero ancora palchi sovra cavalletti e scale una contro l’altra. Le finestre si pagano sino a sei paoli l’una». All’inizio dell’Ottocento sorgono i primi antenati degli stadi: gli sferisteri. Nel XIX secolo sono circa un centinaio in tutta Italia.
Nascono anche i primi regolamenti, per giocatori e spettatori. Viene proibito «qualunque litigio, clamore e sconcezza […] sia ai giocatori che agli spettatori» e al pubblico si raccomanda «di applaudire i giuocatori con Evviva e Battute di mano» mentre vige il divieto «di offendere alcuno di essi con fischi e con gesti ingiurianti». L’arrivo del football vero e proprio dall’Inghilterra è imminente. Il resto è negli annali.
Tutto, quindi, nel calcio italiano trasuda storia: i simboli (la lupa, l’aquila, il biscione), i nomi delle squadre, non di rado fondate da liceali intrisi di cultura classica (Juventus, Atalanta), le denominazioni un po’ retrò con cui i commentatori identificano le compagini cittadine (i felsinei, gli scaligeri, gli alabardati). Su questa connotazione volutamente arcaicizzante, si innestano identità e conflitti prettamente moderni. Ampliando il raggio, pensiamo alle squadre del Meridione che innalzano il vessillo della lotta al «potere del Nord», al conflitto tra il Barcellona autonomista e repubblicano e il Real Madrid centralista e monarchico, tra i Glasgow Rangers unionisti e protestanti e il Celtic cattolico e indipendentista, alle rivalità politiche novecentesche che impregnano le identità di tifoserie come quelle di Lazio, Verona, Livorno, St. Pauli, ai club che hanno finito per identificarsi con minoranze etnoreligiose, come Ajax e Tottenham, le due «squadre del ghetto», o il Paris Saint-Germain che arruola ultras nelle banlieue. Al calcio si appassionano intellettuali di levatura gigantesca: Pier Paolo Pasolini, Jacques Derrida, Martin Heidegger (ma già Giacomo Leopardi aveva dedicato una lirica A un vincitore nel pallone). Gli stessi cronisti dello sport nazionale erano, fino a qualche tempo fa, aulici cantori di epopee nazionali: Gianni Brera, Vladimiro Caminiti, Gianni Mura.
Non che il mondo americano sia sempre privo di tutto ciò: di baseball hanno scritto anche Philip Roth e John Fante, i cranks degli stadi americani di inizio Novecento non erano poi così diversi dagli ultras, così come è storica la rivalità tra Boston Red Sox e New York Yankees oppure tra Dodgers e Giants. Ma sono fenomeni marginali, in cui spesso pesa il retaggio di identità non Wasp (Fante ha ben presenti le sue origini italiane, Boston è praticamente una città irlandese). E comunque parliamo di un mondo in cui può capitare che i già citati Dodgers e Giants si trasferiscano di punto in bianco da New York alla California, con il che qualsiasi rivalità carnale va a farsi benedire. Non è più sport, è spettacolo. Negli stadi non vige più il ricordo degli antichi riti di sangue, ma dominano hot dog e kiss cam. Ne sa qualcosa il cantante sudcoreano Psy, quello di Gnagnam style, che venne improvvidamente fatto esibire prima del derby romano in finale di Coppa Italia, il 26 maggio 2013, in un clima da sostanziale guerra santa. L’artista fu seppellito dai fischi e dagli insulti, dopodiché cancellò il tour e scappò via dall’Italia. Come ha scritto la pagina Calciatori brutti, quello fu «il giorno più brutto della sua vita». Questa è l’Europa, ragazzo.
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Le difficoltà di Roma e Milan, i cui tifosi sono ai ferri corti con le proprietà, mostrano come i nuovi padroni Usa (che ormai controllano 13 club) non abbiano ancora capito il calcio. Il nodo degli stadi e le eccezioni di Inter e Atalanta.Chi oltreoceano segue il basket o il baseball vuole soprattutto divertirsi e godersi lo spettacolo. Il tifo in Europa è molto diverso.Lo speciale contiene due articoli«Noi non siamo americani. Noi non siamo americani». Con questo coro, dopo lo scialbo 0-0 di San Siro dello scorso 15 dicembre contro il Genoa, i tifosi del Milan hanno urlato in faccia alla società tutta la propria delusione e frustrazione per una gestione sempre più fredda e distaccata. L’occasione avrebbe dovuto essere una festa per celebrare i 125 anni di una storia gloriosa e invece si è presto trasformata in una gelida serata sfociata in una contestazione contro la proprietà a stelle e strisce che fa capo a RedBird e Gerry Cardinale, che alla festa di compleanno del club nemmeno si è presentato.Quello del Milan, però, è solo il caso più eclatante. Da diversi anni a questa parte il tema è sempre più ricorrente: il modello di business americano legato allo sport è replicabile in Europa e, ancor di più in Italia, dove certe tradizioni, usi e costumi resistono da oltre un secolo? La risposta la si può trovare nei fatti e di esempi di gestione fallimentare o comunque non del tutto positiva di club rilevati da imprenditori o fondi americani il nostro calcio ne ha già collezionati diversi. E dire che gli investimenti non sono stati pochi, anzi, tutt’altro. Secondo un’analisi pubblicata lo scorso maggio da Calcio e Finanza, che ha incluso nello studio anche il Bologna del patron canadese Joey Saputo, le attuali proprietà nordamericane nel nostro Paese hanno speso 3,7 miliardi di euro tra costo di acquisto e risorse versate nelle casse per la gestione dei club. Considerando che giusto pochi giorni fa al Genoa l’assemblea dei soci ha sancito l’estromissione dal cda del gruppo 777 Partners e l’Hellas Verona è passato dalle mani di Maurizio Setti a quelle del fondo americano Presidio Investors, in Italia a oggi si contano ben 13 società professionistiche controllate da proprietà statunitensi. In serie A quindi, oltre al Milan, troviamo la Roma con Dan Friedkin, la Fiorentina con Rocco Commisso, il Parma con Kyle Krause, il Venezia con Duncan Niederauer, l’Inter e l’Atalanta, controllate rispettivamente dalla società d’investimento Oaktree Capital Management e da una cordata di cui fanno parte il fondo di investimento Bain Capital LP e il gruppo di private equity Arctos Partners LP. In serie B sono a stelle e strisce il Pisa di Alexander Knaster, lo Spezia di Robert Platek e il Cesena del gruppo JRL Investments di John Aiello e Robert Lewis. In serie C la Spal di Joe Tacopina e la Triestina salvata dal fallimento nel 2023 dal fondo Lbk Capital di Ben Rosenzweig. Escluse Inter e Atalanta, non a caso le uniche due di queste squadre ad aver mantenuto in qualche modo una gestione societaria italiana, la Dea con la famiglia Percassi e l’Inter con la nomina a presidente di Beppe Marotta, il resto finora ha fallito, incontrato diverse difficoltà o quantomeno deluso le aspettative dei tifosi. Tradotto: lo zio Sam è bravo a mettere i soldi, ma i soldi da soli non sono garanzia di successo se dietro manca una società presente che sa come e quando farsi sentire e soprattutto se non si hanno dirigenti con le competenze e le conoscenze necessarie a muoversi in una realtà complessa come quella del nostro calcio. O peggio, se li avevi e te ne sei voluto liberare, con ogni riferimento per niente casuale a Paolo Maldini, che era riuscito a riportare il Milan dove merita per poi essere accompagnato alla porta.Ne sa più di qualcosa anche Claudio Ranieri, tornato da poco al capezzale di una Roma mai allo sbando come quest’anno a causa di una gestione societaria scellerata e classifica alla mano immischiata nella lotta per la salvezza. L’allenatore romano subito dopo esser stato ingaggiato ha detto senza troppi giri di parole: «Purtroppo, in Italia il presidente deve farsi vedere. Le proprietà straniere parlano pochissimo. Non è come all’estero dove la figura del presidente quasi non esiste. O meglio, esiste solo per fine mese». Giallorossi che ormai navigano in questa situazione da oltre dieci anni. Era il 2011 quando la società fu rilevata dall’imprenditore nato a Boston ma di origini italiane Thomas DiBenedetto che dopo appena un anno decise di passare la mano al socio James Pallotta per poi arrivare alla cessione nell’estate del 2020 a Dan Friedkin. Tre presidenti, un filo conduttore: tanti soldi spesi, pochissimi risultati raggiunti, enormi difficoltà a connettersi con il tessuto di una città dove il calcio è vissuto come qualcosa che va ben oltre gli affari e un controllo esercitato a distanza, in maniera pressoché passiva, non può e non potrà mai funzionare. Ai tifosi della Roma, così come a quelli degli altri club italiani, non importerà mai del business. Nutrono uno sviscerato bisogno di identificarsi con quella maglia, desiderano che la squadra sia competitiva, che vinca, che arrivi anche di un solo punto sopra ai rivali. Il nostro, dopotutto, continua a essere il Paese del campanilismo e questo gli americani non lo possono capire. Tutto ciò si riconduce poi alla questione stadio. Quasi tutti gli investitori statunitensi, con fortune più o meno alterne, si sono imbattuti nelle difficoltà burocratiche per la costruzione di uno stadio di proprietà, che nella loro ottica è considerato come il teatro dove poter sviluppare un certo modello di business legato al merchandising e a tutte le attività correlate all’evento sportivo. Quello che tuttavia sottovalutano o forse ignorano è che al tifoso italiano, che lo stadio sia moderno o offra un servizio piuttosto che un altro, interessa fino a un certo punto. La priorità è e sarà sempre avere una squadra che funzioni, che possa regalare emozioni. Un discorso che vale per Roma, quanto per Firenze, dove la gestione di Rocco Commisso risulta comunque tra le meno peggiori di quelle citate finora, con la Fiorentina che dal 2019, anno in cui l’italo americano ha acquistato il club, ha decisamente alzato l’asticella sfiorando un trofeo in almeno tre circostanze, con le due finali perse di Conference league e quella di Coppa Italia. Poi ci sono Parma e Venezia, entrambe di ritorno in serie A all’inizio di questa stagione. Per quanto riguarda i Ducali, il patron Krause dovrà dimostrarsi in grado di non ripetere gli errori commessi nel 2020/2021, quando si presentò ai propri tifosi con una retrocessione in B. In Laguna Niederauer ha bisogno di dare continuità a un progetto che finora ha visto gli arancioneroverdi fare l’altalena tra massima serie e cadetteria. 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C’è una differenza di cultura evidente alla base di questo binomio che proprio stenta a decollare e per rendersene conto è sufficiente aver assistito, anche una sola volta, a un evento live negli States, dove lo sport è considerato principalmente un affare profittevole per chi decide di investirci. Che sia calcio, Nba, Nfl o baseball, l’obiettivo primario è riempire stadi e palazzetti - da qui l’esigenza di avere uno stadio di proprietà manifestata a più riprese dalle proprietà statunitensi - vendere il più alto numero di hot dog, bibite, gadget e magliette, offrire un vero e proprio show che vada oltre la partita. Allo stesso modo anche la gente, quando arriva il «match day», ha come priorità quella di trascorrere due o tre ore sentendosi parte stessa dell’evento e alla fine della giornata, se la squadra avrà vinto o perso, sarà un qualcosa che importa relativamente. In Europa, e ancor di più in Italia dove il risultato è quel che conta di più e la maggior parte dei tifosi paga il biglietto o l’abbonamento se la squadra vale, tutto questo non è replicabile. Ciò non significa che il nostro modello sia migliore o peggiore di quello americano, semplicemente è diverso. E bisogna prenderne atto. Il calcio qui, dove i principali stakeholders continuano per fortuna a essere ancora i tifosi, non può essere trattato come una qualunque altra azienda su cui investire e alla lunga guadagnarci. Una squadra, dallo staff tecnico ai giocatori, per funzionare ha bisogno di sentire la presenza a 360 gradi di una società forte, specialmente quando le cose non girano per il verso giusto. Come il Milan e la Roma, i casi più evidenti ma non gli unici. E se in piena crisi giallorossa i Friedkin erano concentrati sull’acquisto dell’Everton e non si sono mai fatti vedere dalle parti di Trigoria, dove per altro è vacante da diversi mesi anche la figura di un amministratore delegato, a Milanello hanno fatto molto discutere le dichiarazioni di Gerry Cardinale rilasciate in un documento alla Harvard Business School a settembre, ma rese pubbliche solo la scorsa settimana, in cui il proprietario del Milan ha spiegato la sua strategia di gestione del club: «La maggior parte di coloro che investono in società sportive lo fanno perché sono coinvolti emotivamente. Mettono la vittoria dei campionati al di sopra di tutto il resto e questo spesso li porta a commettere l’errore di pensare che spendere troppo per schierare una squadra di stelle sia linearmente correlato alla vittoria. Ma questa è la cosa peggiore che puoi fare come investitore». Spostandosi all’estero la musica non cambia. Ne è un esempio lampante il Manchester United. A Old Trafford, da quando Sir Alex Ferguson ha abdicato nel 2013 dopo aver mantenuto le redini dei Red Devils per 27 stagioni, la famiglia Glazer ha collezionato solo fallimenti attraverso una gestione sciagurata, spendendo miliardi di sterline per ingaggiare allenatori e giocatori senza alcun criterio tecnico. Il punto su cui riflettere è che allo United non serviva l’avvento degli americani per migliorare l’aspetto legato al business: il marchio è sempre stato super appetibile all’estero, il merchandising e i ricavi derivanti da ticketing così come il seguito sui social network sono sempre da top al mondo. A mancare sono i trofei. E quelli senza un progetto e qualcuno che lo sappia guidare non arrivano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/americani-nel-pallone-2670696880.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="riferimenti-classici-e-riti-di-sangue-per-noi-non-e-solo-uno-sport-e-mito" data-post-id="2670696880" data-published-at="1735469104" data-use-pagination="False"> Riferimenti classici e riti di sangue. Per noi non è solo uno sport: è mito Se volete sapere cosa pensino davvero gli americani del calcio, date un’occhiata all’inizio di una puntata dei Simpson del 1997, «La famiglia Cartridge». Nell’episodio, la popolazione di Springfield accorre allo stadio per vedere una partita che deciderà «quale nazione è la più forte della Terra: il Messico o il Portogallo». Il match, tuttavia, si rivela di una noia mortale, almeno fino a che sugli spalti non scoppiano disordini che sfociano nel saccheggio della città intera. C’è veramente tutto: il protagonismo di popoli che agli occhi degli americani appaiono fuori dalla storia, intercambiabili (Italia-Brasile, che decise i Mondiali Usa solo tre anni prima, doveva aver dato ai locali un’impressione simile); la dinamica del gioco incomprensibile e soporifera; un contorno di violenza sociale inspiegabile. Non che di quest’ultima ci sia da andare molto fieri, ovviamente. Lo scontro di civiltà, tuttavia, non poteva essere mostrato con maggiore chiarezza. Il fatto è che il calcio, in Europa, non è mai solo calcio. È, innanzitutto, storia. E storia millenaria. Ne L’ideologia tripartita degli indoeuropei, Georges Dumézil così spiega il tema dei colori associati alle tre funzioni (sovrana, guerriera e produttiva): «Un sistema completo a tre termini del simbolismo colorato s’incontra due volte nelle istituzioni romane. Il caso più interessante è quello dei colori delle fazioni del circo che assunsero grande importanza sotto l’impero e nella nuova Roma del Bosforo, ma che sono sicuramente anteriori all’impero e che gli studiosi di antichità romani collegarono del resto alle origini stesse di Romolo». Colori sacrali che affondano nella notte dei tempi e che finiscono sui vessilli del circo: suona familiare. Per tutto il Medioevo e oltre, i vari antenati del calcio, brutali e selvaggi, attraversano il continente, creando i primi allarmi sociali. Un editto emesso dal sindaco di Londra nel 1314 recita: «Essendo provato che si fa gran clamore per le strade cittadine a seguito di certi tumulti provocati dall’inseguire dei grossi palloni e che da ciò possono derivarne molti mali ‒ che Iddio non voglia ‒ noi comandiamo e proibiamo, in nome del re e sotto pena del carcere, che tale gioco sia d’ora innanzi praticato in città». Siamo in una fase in cui la distinzione tra giocatori e spettatori non è poi così netta: una palla rotola e attorno è festa e lotta. Qualche secolo dopo, come ricordano Daniele Marchesini e Stefano Pivato in Tifo. La passione sportiva in Italia (Il Mulino), Goethe nel suo Viaggio in Italia assiste a Verona, nel 1786, a una partita con quattro o cinquemila spettatori. Ben presto le sfide si colorano di connotazioni campanilistiche. Nel Settecento, la sfida per eccellenza era quella tra bolognesi e fiorentini come riportano le cronache del tempo: «il primo giorno che giuocarono […] vi fu un gran concorso di popolo; alla battuta e rimessa avevano fatto li palchi e nel fianco fecero ancora palchi sovra cavalletti e scale una contro l’altra. Le finestre si pagano sino a sei paoli l’una». All’inizio dell’Ottocento sorgono i primi antenati degli stadi: gli sferisteri. Nel XIX secolo sono circa un centinaio in tutta Italia. Nascono anche i primi regolamenti, per giocatori e spettatori. Viene proibito «qualunque litigio, clamore e sconcezza […] sia ai giocatori che agli spettatori» e al pubblico si raccomanda «di applaudire i giuocatori con Evviva e Battute di mano» mentre vige il divieto «di offendere alcuno di essi con fischi e con gesti ingiurianti». L’arrivo del football vero e proprio dall’Inghilterra è imminente. Il resto è negli annali. Tutto, quindi, nel calcio italiano trasuda storia: i simboli (la lupa, l’aquila, il biscione), i nomi delle squadre, non di rado fondate da liceali intrisi di cultura classica (Juventus, Atalanta), le denominazioni un po’ retrò con cui i commentatori identificano le compagini cittadine (i felsinei, gli scaligeri, gli alabardati). Su questa connotazione volutamente arcaicizzante, si innestano identità e conflitti prettamente moderni. Ampliando il raggio, pensiamo alle squadre del Meridione che innalzano il vessillo della lotta al «potere del Nord», al conflitto tra il Barcellona autonomista e repubblicano e il Real Madrid centralista e monarchico, tra i Glasgow Rangers unionisti e protestanti e il Celtic cattolico e indipendentista, alle rivalità politiche novecentesche che impregnano le identità di tifoserie come quelle di Lazio, Verona, Livorno, St. Pauli, ai club che hanno finito per identificarsi con minoranze etnoreligiose, come Ajax e Tottenham, le due «squadre del ghetto», o il Paris Saint-Germain che arruola ultras nelle banlieue. Al calcio si appassionano intellettuali di levatura gigantesca: Pier Paolo Pasolini, Jacques Derrida, Martin Heidegger (ma già Giacomo Leopardi aveva dedicato una lirica A un vincitore nel pallone). Gli stessi cronisti dello sport nazionale erano, fino a qualche tempo fa, aulici cantori di epopee nazionali: Gianni Brera, Vladimiro Caminiti, Gianni Mura. Non che il mondo americano sia sempre privo di tutto ciò: di baseball hanno scritto anche Philip Roth e John Fante, i cranks degli stadi americani di inizio Novecento non erano poi così diversi dagli ultras, così come è storica la rivalità tra Boston Red Sox e New York Yankees oppure tra Dodgers e Giants. Ma sono fenomeni marginali, in cui spesso pesa il retaggio di identità non Wasp (Fante ha ben presenti le sue origini italiane, Boston è praticamente una città irlandese). E comunque parliamo di un mondo in cui può capitare che i già citati Dodgers e Giants si trasferiscano di punto in bianco da New York alla California, con il che qualsiasi rivalità carnale va a farsi benedire. Non è più sport, è spettacolo. Negli stadi non vige più il ricordo degli antichi riti di sangue, ma dominano hot dog e kiss cam. Ne sa qualcosa il cantante sudcoreano Psy, quello di Gnagnam style, che venne improvvidamente fatto esibire prima del derby romano in finale di Coppa Italia, il 26 maggio 2013, in un clima da sostanziale guerra santa. L’artista fu seppellito dai fischi e dagli insulti, dopodiché cancellò il tour e scappò via dall’Italia. Come ha scritto la pagina Calciatori brutti, quello fu «il giorno più brutto della sua vita». Questa è l’Europa, ragazzo.
La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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