True
2024-12-30
Americani nel pallone
Ansa
«Noi non siamo americani. Noi non siamo americani». Con questo coro, dopo lo scialbo 0-0 di San Siro dello scorso 15 dicembre contro il Genoa, i tifosi del Milan hanno urlato in faccia alla società tutta la propria delusione e frustrazione per una gestione sempre più fredda e distaccata. L’occasione avrebbe dovuto essere una festa per celebrare i 125 anni di una storia gloriosa e invece si è presto trasformata in una gelida serata sfociata in una contestazione contro la proprietà a stelle e strisce che fa capo a RedBird e Gerry Cardinale, che alla festa di compleanno del club nemmeno si è presentato.
Quello del Milan, però, è solo il caso più eclatante. Da diversi anni a questa parte il tema è sempre più ricorrente: il modello di business americano legato allo sport è replicabile in Europa e, ancor di più in Italia, dove certe tradizioni, usi e costumi resistono da oltre un secolo? La risposta la si può trovare nei fatti e di esempi di gestione fallimentare o comunque non del tutto positiva di club rilevati da imprenditori o fondi americani il nostro calcio ne ha già collezionati diversi. E dire che gli investimenti non sono stati pochi, anzi, tutt’altro. Secondo un’analisi pubblicata lo scorso maggio da Calcio e Finanza, che ha incluso nello studio anche il Bologna del patron canadese Joey Saputo, le attuali proprietà nordamericane nel nostro Paese hanno speso 3,7 miliardi di euro tra costo di acquisto e risorse versate nelle casse per la gestione dei club. Considerando che giusto pochi giorni fa al Genoa l’assemblea dei soci ha sancito l’estromissione dal cda del gruppo 777 Partners e l’Hellas Verona è passato dalle mani di Maurizio Setti a quelle del fondo americano Presidio Investors, in Italia a oggi si contano ben 13 società professionistiche controllate da proprietà statunitensi. In serie A quindi, oltre al Milan, troviamo la Roma con Dan Friedkin, la Fiorentina con Rocco Commisso, il Parma con Kyle Krause, il Venezia con Duncan Niederauer, l’Inter e l’Atalanta, controllate rispettivamente dalla società d’investimento Oaktree Capital Management e da una cordata di cui fanno parte il fondo di investimento Bain Capital LP e il gruppo di private equity Arctos Partners LP. In serie B sono a stelle e strisce il Pisa di Alexander Knaster, lo Spezia di Robert Platek e il Cesena del gruppo JRL Investments di John Aiello e Robert Lewis. In serie C la Spal di Joe Tacopina e la Triestina salvata dal fallimento nel 2023 dal fondo Lbk Capital di Ben Rosenzweig. Escluse Inter e Atalanta, non a caso le uniche due di queste squadre ad aver mantenuto in qualche modo una gestione societaria italiana, la Dea con la famiglia Percassi e l’Inter con la nomina a presidente di Beppe Marotta, il resto finora ha fallito, incontrato diverse difficoltà o quantomeno deluso le aspettative dei tifosi. Tradotto: lo zio Sam è bravo a mettere i soldi, ma i soldi da soli non sono garanzia di successo se dietro manca una società presente che sa come e quando farsi sentire e soprattutto se non si hanno dirigenti con le competenze e le conoscenze necessarie a muoversi in una realtà complessa come quella del nostro calcio. O peggio, se li avevi e te ne sei voluto liberare, con ogni riferimento per niente casuale a Paolo Maldini, che era riuscito a riportare il Milan dove merita per poi essere accompagnato alla porta.
Ne sa più di qualcosa anche Claudio Ranieri, tornato da poco al capezzale di una Roma mai allo sbando come quest’anno a causa di una gestione societaria scellerata e classifica alla mano immischiata nella lotta per la salvezza. L’allenatore romano subito dopo esser stato ingaggiato ha detto senza troppi giri di parole: «Purtroppo, in Italia il presidente deve farsi vedere. Le proprietà straniere parlano pochissimo. Non è come all’estero dove la figura del presidente quasi non esiste. O meglio, esiste solo per fine mese». Giallorossi che ormai navigano in questa situazione da oltre dieci anni. Era il 2011 quando la società fu rilevata dall’imprenditore nato a Boston ma di origini italiane Thomas DiBenedetto che dopo appena un anno decise di passare la mano al socio James Pallotta per poi arrivare alla cessione nell’estate del 2020 a Dan Friedkin. Tre presidenti, un filo conduttore: tanti soldi spesi, pochissimi risultati raggiunti, enormi difficoltà a connettersi con il tessuto di una città dove il calcio è vissuto come qualcosa che va ben oltre gli affari e un controllo esercitato a distanza, in maniera pressoché passiva, non può e non potrà mai funzionare. Ai tifosi della Roma, così come a quelli degli altri club italiani, non importerà mai del business. Nutrono uno sviscerato bisogno di identificarsi con quella maglia, desiderano che la squadra sia competitiva, che vinca, che arrivi anche di un solo punto sopra ai rivali. Il nostro, dopotutto, continua a essere il Paese del campanilismo e questo gli americani non lo possono capire.
Tutto ciò si riconduce poi alla questione stadio. Quasi tutti gli investitori statunitensi, con fortune più o meno alterne, si sono imbattuti nelle difficoltà burocratiche per la costruzione di uno stadio di proprietà, che nella loro ottica è considerato come il teatro dove poter sviluppare un certo modello di business legato al merchandising e a tutte le attività correlate all’evento sportivo. Quello che tuttavia sottovalutano o forse ignorano è che al tifoso italiano, che lo stadio sia moderno o offra un servizio piuttosto che un altro, interessa fino a un certo punto. La priorità è e sarà sempre avere una squadra che funzioni, che possa regalare emozioni. Un discorso che vale per Roma, quanto per Firenze, dove la gestione di Rocco Commisso risulta comunque tra le meno peggiori di quelle citate finora, con la Fiorentina che dal 2019, anno in cui l’italo americano ha acquistato il club, ha decisamente alzato l’asticella sfiorando un trofeo in almeno tre circostanze, con le due finali perse di Conference league e quella di Coppa Italia.
Poi ci sono Parma e Venezia, entrambe di ritorno in serie A all’inizio di questa stagione. Per quanto riguarda i Ducali, il patron Krause dovrà dimostrarsi in grado di non ripetere gli errori commessi nel 2020/2021, quando si presentò ai propri tifosi con una retrocessione in B. In Laguna Niederauer ha bisogno di dare continuità a un progetto che finora ha visto gli arancioneroverdi fare l’altalena tra massima serie e cadetteria. Ora tocca al Verona: chissà che l’amore tra gli americani e il calcio italiano non sbocci proprio nella città di Romeo e Giulietta.
Vendere gadget conta più delle vittorie. Negli States le partite sono business e show
Finora è quasi sempre accaduto che quando un fondo statunitense ha dimostrato il proprio interesse e poi acquistato un club italiano, dalla serie C alla serie A, i tifosi hanno esultato, desiderosi di vedere la propria squadra puntare a traguardi importanti o tornare ai fasti di un tempo, immaginando chissà quali campioni indossare la propria maglia grazie alle enormi e potenziali disponibilità economiche messe sul piatto dai nuovi proprietari. La realtà, tuttavia, è un’altra. Gli americani investono nel nostro calcio non tanto per vincere trofei, quanto con l’idea di trarre profitto esportando il loro modello di business che da noi è semplicemente inconciliabile. Ma per quale motivo?
C’è una differenza di cultura evidente alla base di questo binomio che proprio stenta a decollare e per rendersene conto è sufficiente aver assistito, anche una sola volta, a un evento live negli States, dove lo sport è considerato principalmente un affare profittevole per chi decide di investirci. Che sia calcio, Nba, Nfl o baseball, l’obiettivo primario è riempire stadi e palazzetti - da qui l’esigenza di avere uno stadio di proprietà manifestata a più riprese dalle proprietà statunitensi - vendere il più alto numero di hot dog, bibite, gadget e magliette, offrire un vero e proprio show che vada oltre la partita. Allo stesso modo anche la gente, quando arriva il «match day», ha come priorità quella di trascorrere due o tre ore sentendosi parte stessa dell’evento e alla fine della giornata, se la squadra avrà vinto o perso, sarà un qualcosa che importa relativamente. In Europa, e ancor di più in Italia dove il risultato è quel che conta di più e la maggior parte dei tifosi paga il biglietto o l’abbonamento se la squadra vale, tutto questo non è replicabile. Ciò non significa che il nostro modello sia migliore o peggiore di quello americano, semplicemente è diverso. E bisogna prenderne atto. Il calcio qui, dove i principali stakeholders continuano per fortuna a essere ancora i tifosi, non può essere trattato come una qualunque altra azienda su cui investire e alla lunga guadagnarci. Una squadra, dallo staff tecnico ai giocatori, per funzionare ha bisogno di sentire la presenza a 360 gradi di una società forte, specialmente quando le cose non girano per il verso giusto.
Come il Milan e la Roma, i casi più evidenti ma non gli unici. E se in piena crisi giallorossa i Friedkin erano concentrati sull’acquisto dell’Everton e non si sono mai fatti vedere dalle parti di Trigoria, dove per altro è vacante da diversi mesi anche la figura di un amministratore delegato, a Milanello hanno fatto molto discutere le dichiarazioni di Gerry Cardinale rilasciate in un documento alla Harvard Business School a settembre, ma rese pubbliche solo la scorsa settimana, in cui il proprietario del Milan ha spiegato la sua strategia di gestione del club: «La maggior parte di coloro che investono in società sportive lo fanno perché sono coinvolti emotivamente. Mettono la vittoria dei campionati al di sopra di tutto il resto e questo spesso li porta a commettere l’errore di pensare che spendere troppo per schierare una squadra di stelle sia linearmente correlato alla vittoria. Ma questa è la cosa peggiore che puoi fare come investitore».
Spostandosi all’estero la musica non cambia. Ne è un esempio lampante il Manchester United. A Old Trafford, da quando Sir Alex Ferguson ha abdicato nel 2013 dopo aver mantenuto le redini dei Red Devils per 27 stagioni, la famiglia Glazer ha collezionato solo fallimenti attraverso una gestione sciagurata, spendendo miliardi di sterline per ingaggiare allenatori e giocatori senza alcun criterio tecnico. Il punto su cui riflettere è che allo United non serviva l’avvento degli americani per migliorare l’aspetto legato al business: il marchio è sempre stato super appetibile all’estero, il merchandising e i ricavi derivanti da ticketing così come il seguito sui social network sono sempre da top al mondo. A mancare sono i trofei. E quelli senza un progetto e qualcuno che lo sappia guidare non arrivano.
Riferimenti classici e riti di sangue. Per noi non è solo uno sport: è mito
Se volete sapere cosa pensino davvero gli americani del calcio, date un’occhiata all’inizio di una puntata dei Simpson del 1997, «La famiglia Cartridge». Nell’episodio, la popolazione di Springfield accorre allo stadio per vedere una partita che deciderà «quale nazione è la più forte della Terra: il Messico o il Portogallo». Il match, tuttavia, si rivela di una noia mortale, almeno fino a che sugli spalti non scoppiano disordini che sfociano nel saccheggio della città intera. C’è veramente tutto: il protagonismo di popoli che agli occhi degli americani appaiono fuori dalla storia, intercambiabili (Italia-Brasile, che decise i Mondiali Usa solo tre anni prima, doveva aver dato ai locali un’impressione simile); la dinamica del gioco incomprensibile e soporifera; un contorno di violenza sociale inspiegabile. Non che di quest’ultima ci sia da andare molto fieri, ovviamente. Lo scontro di civiltà, tuttavia, non poteva essere mostrato con maggiore chiarezza. Il fatto è che il calcio, in Europa, non è mai solo calcio. È, innanzitutto, storia. E storia millenaria.
Ne L’ideologia tripartita degli indoeuropei, Georges Dumézil così spiega il tema dei colori associati alle tre funzioni (sovrana, guerriera e produttiva): «Un sistema completo a tre termini del simbolismo colorato s’incontra due volte nelle istituzioni romane. Il caso più interessante è quello dei colori delle fazioni del circo che assunsero grande importanza sotto l’impero e nella nuova Roma del Bosforo, ma che sono sicuramente anteriori all’impero e che gli studiosi di antichità romani collegarono del resto alle origini stesse di Romolo». Colori sacrali che affondano nella notte dei tempi e che finiscono sui vessilli del circo: suona familiare. Per tutto il Medioevo e oltre, i vari antenati del calcio, brutali e selvaggi, attraversano il continente, creando i primi allarmi sociali. Un editto emesso dal sindaco di Londra nel 1314 recita: «Essendo provato che si fa gran clamore per le strade cittadine a seguito di certi tumulti provocati dall’inseguire dei grossi palloni e che da ciò possono derivarne molti mali ‒ che Iddio non voglia ‒ noi comandiamo e proibiamo, in nome del re e sotto pena del carcere, che tale gioco sia d’ora innanzi praticato in città». Siamo in una fase in cui la distinzione tra giocatori e spettatori non è poi così netta: una palla rotola e attorno è festa e lotta.
Qualche secolo dopo, come ricordano Daniele Marchesini e Stefano Pivato in Tifo. La passione sportiva in Italia (Il Mulino), Goethe nel suo Viaggio in Italia assiste a Verona, nel 1786, a una partita con quattro o cinquemila spettatori. Ben presto le sfide si colorano di connotazioni campanilistiche. Nel Settecento, la sfida per eccellenza era quella tra bolognesi e fiorentini come riportano le cronache del tempo: «il primo giorno che giuocarono […] vi fu un gran concorso di popolo; alla battuta e rimessa avevano fatto li palchi e nel fianco fecero ancora palchi sovra cavalletti e scale una contro l’altra. Le finestre si pagano sino a sei paoli l’una». All’inizio dell’Ottocento sorgono i primi antenati degli stadi: gli sferisteri. Nel XIX secolo sono circa un centinaio in tutta Italia.
Nascono anche i primi regolamenti, per giocatori e spettatori. Viene proibito «qualunque litigio, clamore e sconcezza […] sia ai giocatori che agli spettatori» e al pubblico si raccomanda «di applaudire i giuocatori con Evviva e Battute di mano» mentre vige il divieto «di offendere alcuno di essi con fischi e con gesti ingiurianti». L’arrivo del football vero e proprio dall’Inghilterra è imminente. Il resto è negli annali.
Tutto, quindi, nel calcio italiano trasuda storia: i simboli (la lupa, l’aquila, il biscione), i nomi delle squadre, non di rado fondate da liceali intrisi di cultura classica (Juventus, Atalanta), le denominazioni un po’ retrò con cui i commentatori identificano le compagini cittadine (i felsinei, gli scaligeri, gli alabardati). Su questa connotazione volutamente arcaicizzante, si innestano identità e conflitti prettamente moderni. Ampliando il raggio, pensiamo alle squadre del Meridione che innalzano il vessillo della lotta al «potere del Nord», al conflitto tra il Barcellona autonomista e repubblicano e il Real Madrid centralista e monarchico, tra i Glasgow Rangers unionisti e protestanti e il Celtic cattolico e indipendentista, alle rivalità politiche novecentesche che impregnano le identità di tifoserie come quelle di Lazio, Verona, Livorno, St. Pauli, ai club che hanno finito per identificarsi con minoranze etnoreligiose, come Ajax e Tottenham, le due «squadre del ghetto», o il Paris Saint-Germain che arruola ultras nelle banlieue. Al calcio si appassionano intellettuali di levatura gigantesca: Pier Paolo Pasolini, Jacques Derrida, Martin Heidegger (ma già Giacomo Leopardi aveva dedicato una lirica A un vincitore nel pallone). Gli stessi cronisti dello sport nazionale erano, fino a qualche tempo fa, aulici cantori di epopee nazionali: Gianni Brera, Vladimiro Caminiti, Gianni Mura.
Non che il mondo americano sia sempre privo di tutto ciò: di baseball hanno scritto anche Philip Roth e John Fante, i cranks degli stadi americani di inizio Novecento non erano poi così diversi dagli ultras, così come è storica la rivalità tra Boston Red Sox e New York Yankees oppure tra Dodgers e Giants. Ma sono fenomeni marginali, in cui spesso pesa il retaggio di identità non Wasp (Fante ha ben presenti le sue origini italiane, Boston è praticamente una città irlandese). E comunque parliamo di un mondo in cui può capitare che i già citati Dodgers e Giants si trasferiscano di punto in bianco da New York alla California, con il che qualsiasi rivalità carnale va a farsi benedire. Non è più sport, è spettacolo. Negli stadi non vige più il ricordo degli antichi riti di sangue, ma dominano hot dog e kiss cam. Ne sa qualcosa il cantante sudcoreano Psy, quello di Gnagnam style, che venne improvvidamente fatto esibire prima del derby romano in finale di Coppa Italia, il 26 maggio 2013, in un clima da sostanziale guerra santa. L’artista fu seppellito dai fischi e dagli insulti, dopodiché cancellò il tour e scappò via dall’Italia. Come ha scritto la pagina Calciatori brutti, quello fu «il giorno più brutto della sua vita». Questa è l’Europa, ragazzo.
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Le difficoltà di Roma e Milan, i cui tifosi sono ai ferri corti con le proprietà, mostrano come i nuovi padroni Usa (che ormai controllano 13 club) non abbiano ancora capito il calcio. Il nodo degli stadi e le eccezioni di Inter e Atalanta.Chi oltreoceano segue il basket o il baseball vuole soprattutto divertirsi e godersi lo spettacolo. Il tifo in Europa è molto diverso.Lo speciale contiene due articoli«Noi non siamo americani. Noi non siamo americani». Con questo coro, dopo lo scialbo 0-0 di San Siro dello scorso 15 dicembre contro il Genoa, i tifosi del Milan hanno urlato in faccia alla società tutta la propria delusione e frustrazione per una gestione sempre più fredda e distaccata. L’occasione avrebbe dovuto essere una festa per celebrare i 125 anni di una storia gloriosa e invece si è presto trasformata in una gelida serata sfociata in una contestazione contro la proprietà a stelle e strisce che fa capo a RedBird e Gerry Cardinale, che alla festa di compleanno del club nemmeno si è presentato.Quello del Milan, però, è solo il caso più eclatante. Da diversi anni a questa parte il tema è sempre più ricorrente: il modello di business americano legato allo sport è replicabile in Europa e, ancor di più in Italia, dove certe tradizioni, usi e costumi resistono da oltre un secolo? La risposta la si può trovare nei fatti e di esempi di gestione fallimentare o comunque non del tutto positiva di club rilevati da imprenditori o fondi americani il nostro calcio ne ha già collezionati diversi. E dire che gli investimenti non sono stati pochi, anzi, tutt’altro. Secondo un’analisi pubblicata lo scorso maggio da Calcio e Finanza, che ha incluso nello studio anche il Bologna del patron canadese Joey Saputo, le attuali proprietà nordamericane nel nostro Paese hanno speso 3,7 miliardi di euro tra costo di acquisto e risorse versate nelle casse per la gestione dei club. Considerando che giusto pochi giorni fa al Genoa l’assemblea dei soci ha sancito l’estromissione dal cda del gruppo 777 Partners e l’Hellas Verona è passato dalle mani di Maurizio Setti a quelle del fondo americano Presidio Investors, in Italia a oggi si contano ben 13 società professionistiche controllate da proprietà statunitensi. In serie A quindi, oltre al Milan, troviamo la Roma con Dan Friedkin, la Fiorentina con Rocco Commisso, il Parma con Kyle Krause, il Venezia con Duncan Niederauer, l’Inter e l’Atalanta, controllate rispettivamente dalla società d’investimento Oaktree Capital Management e da una cordata di cui fanno parte il fondo di investimento Bain Capital LP e il gruppo di private equity Arctos Partners LP. In serie B sono a stelle e strisce il Pisa di Alexander Knaster, lo Spezia di Robert Platek e il Cesena del gruppo JRL Investments di John Aiello e Robert Lewis. In serie C la Spal di Joe Tacopina e la Triestina salvata dal fallimento nel 2023 dal fondo Lbk Capital di Ben Rosenzweig. Escluse Inter e Atalanta, non a caso le uniche due di queste squadre ad aver mantenuto in qualche modo una gestione societaria italiana, la Dea con la famiglia Percassi e l’Inter con la nomina a presidente di Beppe Marotta, il resto finora ha fallito, incontrato diverse difficoltà o quantomeno deluso le aspettative dei tifosi. Tradotto: lo zio Sam è bravo a mettere i soldi, ma i soldi da soli non sono garanzia di successo se dietro manca una società presente che sa come e quando farsi sentire e soprattutto se non si hanno dirigenti con le competenze e le conoscenze necessarie a muoversi in una realtà complessa come quella del nostro calcio. O peggio, se li avevi e te ne sei voluto liberare, con ogni riferimento per niente casuale a Paolo Maldini, che era riuscito a riportare il Milan dove merita per poi essere accompagnato alla porta.Ne sa più di qualcosa anche Claudio Ranieri, tornato da poco al capezzale di una Roma mai allo sbando come quest’anno a causa di una gestione societaria scellerata e classifica alla mano immischiata nella lotta per la salvezza. L’allenatore romano subito dopo esser stato ingaggiato ha detto senza troppi giri di parole: «Purtroppo, in Italia il presidente deve farsi vedere. Le proprietà straniere parlano pochissimo. Non è come all’estero dove la figura del presidente quasi non esiste. O meglio, esiste solo per fine mese». Giallorossi che ormai navigano in questa situazione da oltre dieci anni. Era il 2011 quando la società fu rilevata dall’imprenditore nato a Boston ma di origini italiane Thomas DiBenedetto che dopo appena un anno decise di passare la mano al socio James Pallotta per poi arrivare alla cessione nell’estate del 2020 a Dan Friedkin. Tre presidenti, un filo conduttore: tanti soldi spesi, pochissimi risultati raggiunti, enormi difficoltà a connettersi con il tessuto di una città dove il calcio è vissuto come qualcosa che va ben oltre gli affari e un controllo esercitato a distanza, in maniera pressoché passiva, non può e non potrà mai funzionare. Ai tifosi della Roma, così come a quelli degli altri club italiani, non importerà mai del business. Nutrono uno sviscerato bisogno di identificarsi con quella maglia, desiderano che la squadra sia competitiva, che vinca, che arrivi anche di un solo punto sopra ai rivali. Il nostro, dopotutto, continua a essere il Paese del campanilismo e questo gli americani non lo possono capire. Tutto ciò si riconduce poi alla questione stadio. Quasi tutti gli investitori statunitensi, con fortune più o meno alterne, si sono imbattuti nelle difficoltà burocratiche per la costruzione di uno stadio di proprietà, che nella loro ottica è considerato come il teatro dove poter sviluppare un certo modello di business legato al merchandising e a tutte le attività correlate all’evento sportivo. Quello che tuttavia sottovalutano o forse ignorano è che al tifoso italiano, che lo stadio sia moderno o offra un servizio piuttosto che un altro, interessa fino a un certo punto. La priorità è e sarà sempre avere una squadra che funzioni, che possa regalare emozioni. Un discorso che vale per Roma, quanto per Firenze, dove la gestione di Rocco Commisso risulta comunque tra le meno peggiori di quelle citate finora, con la Fiorentina che dal 2019, anno in cui l’italo americano ha acquistato il club, ha decisamente alzato l’asticella sfiorando un trofeo in almeno tre circostanze, con le due finali perse di Conference league e quella di Coppa Italia. Poi ci sono Parma e Venezia, entrambe di ritorno in serie A all’inizio di questa stagione. Per quanto riguarda i Ducali, il patron Krause dovrà dimostrarsi in grado di non ripetere gli errori commessi nel 2020/2021, quando si presentò ai propri tifosi con una retrocessione in B. In Laguna Niederauer ha bisogno di dare continuità a un progetto che finora ha visto gli arancioneroverdi fare l’altalena tra massima serie e cadetteria. 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C’è una differenza di cultura evidente alla base di questo binomio che proprio stenta a decollare e per rendersene conto è sufficiente aver assistito, anche una sola volta, a un evento live negli States, dove lo sport è considerato principalmente un affare profittevole per chi decide di investirci. Che sia calcio, Nba, Nfl o baseball, l’obiettivo primario è riempire stadi e palazzetti - da qui l’esigenza di avere uno stadio di proprietà manifestata a più riprese dalle proprietà statunitensi - vendere il più alto numero di hot dog, bibite, gadget e magliette, offrire un vero e proprio show che vada oltre la partita. Allo stesso modo anche la gente, quando arriva il «match day», ha come priorità quella di trascorrere due o tre ore sentendosi parte stessa dell’evento e alla fine della giornata, se la squadra avrà vinto o perso, sarà un qualcosa che importa relativamente. In Europa, e ancor di più in Italia dove il risultato è quel che conta di più e la maggior parte dei tifosi paga il biglietto o l’abbonamento se la squadra vale, tutto questo non è replicabile. Ciò non significa che il nostro modello sia migliore o peggiore di quello americano, semplicemente è diverso. E bisogna prenderne atto. Il calcio qui, dove i principali stakeholders continuano per fortuna a essere ancora i tifosi, non può essere trattato come una qualunque altra azienda su cui investire e alla lunga guadagnarci. Una squadra, dallo staff tecnico ai giocatori, per funzionare ha bisogno di sentire la presenza a 360 gradi di una società forte, specialmente quando le cose non girano per il verso giusto. Come il Milan e la Roma, i casi più evidenti ma non gli unici. E se in piena crisi giallorossa i Friedkin erano concentrati sull’acquisto dell’Everton e non si sono mai fatti vedere dalle parti di Trigoria, dove per altro è vacante da diversi mesi anche la figura di un amministratore delegato, a Milanello hanno fatto molto discutere le dichiarazioni di Gerry Cardinale rilasciate in un documento alla Harvard Business School a settembre, ma rese pubbliche solo la scorsa settimana, in cui il proprietario del Milan ha spiegato la sua strategia di gestione del club: «La maggior parte di coloro che investono in società sportive lo fanno perché sono coinvolti emotivamente. Mettono la vittoria dei campionati al di sopra di tutto il resto e questo spesso li porta a commettere l’errore di pensare che spendere troppo per schierare una squadra di stelle sia linearmente correlato alla vittoria. Ma questa è la cosa peggiore che puoi fare come investitore». Spostandosi all’estero la musica non cambia. Ne è un esempio lampante il Manchester United. A Old Trafford, da quando Sir Alex Ferguson ha abdicato nel 2013 dopo aver mantenuto le redini dei Red Devils per 27 stagioni, la famiglia Glazer ha collezionato solo fallimenti attraverso una gestione sciagurata, spendendo miliardi di sterline per ingaggiare allenatori e giocatori senza alcun criterio tecnico. Il punto su cui riflettere è che allo United non serviva l’avvento degli americani per migliorare l’aspetto legato al business: il marchio è sempre stato super appetibile all’estero, il merchandising e i ricavi derivanti da ticketing così come il seguito sui social network sono sempre da top al mondo. A mancare sono i trofei. E quelli senza un progetto e qualcuno che lo sappia guidare non arrivano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/americani-nel-pallone-2670696880.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="riferimenti-classici-e-riti-di-sangue-per-noi-non-e-solo-uno-sport-e-mito" data-post-id="2670696880" data-published-at="1735469104" data-use-pagination="False"> Riferimenti classici e riti di sangue. Per noi non è solo uno sport: è mito Se volete sapere cosa pensino davvero gli americani del calcio, date un’occhiata all’inizio di una puntata dei Simpson del 1997, «La famiglia Cartridge». Nell’episodio, la popolazione di Springfield accorre allo stadio per vedere una partita che deciderà «quale nazione è la più forte della Terra: il Messico o il Portogallo». Il match, tuttavia, si rivela di una noia mortale, almeno fino a che sugli spalti non scoppiano disordini che sfociano nel saccheggio della città intera. C’è veramente tutto: il protagonismo di popoli che agli occhi degli americani appaiono fuori dalla storia, intercambiabili (Italia-Brasile, che decise i Mondiali Usa solo tre anni prima, doveva aver dato ai locali un’impressione simile); la dinamica del gioco incomprensibile e soporifera; un contorno di violenza sociale inspiegabile. Non che di quest’ultima ci sia da andare molto fieri, ovviamente. Lo scontro di civiltà, tuttavia, non poteva essere mostrato con maggiore chiarezza. Il fatto è che il calcio, in Europa, non è mai solo calcio. È, innanzitutto, storia. E storia millenaria. Ne L’ideologia tripartita degli indoeuropei, Georges Dumézil così spiega il tema dei colori associati alle tre funzioni (sovrana, guerriera e produttiva): «Un sistema completo a tre termini del simbolismo colorato s’incontra due volte nelle istituzioni romane. Il caso più interessante è quello dei colori delle fazioni del circo che assunsero grande importanza sotto l’impero e nella nuova Roma del Bosforo, ma che sono sicuramente anteriori all’impero e che gli studiosi di antichità romani collegarono del resto alle origini stesse di Romolo». Colori sacrali che affondano nella notte dei tempi e che finiscono sui vessilli del circo: suona familiare. Per tutto il Medioevo e oltre, i vari antenati del calcio, brutali e selvaggi, attraversano il continente, creando i primi allarmi sociali. Un editto emesso dal sindaco di Londra nel 1314 recita: «Essendo provato che si fa gran clamore per le strade cittadine a seguito di certi tumulti provocati dall’inseguire dei grossi palloni e che da ciò possono derivarne molti mali ‒ che Iddio non voglia ‒ noi comandiamo e proibiamo, in nome del re e sotto pena del carcere, che tale gioco sia d’ora innanzi praticato in città». Siamo in una fase in cui la distinzione tra giocatori e spettatori non è poi così netta: una palla rotola e attorno è festa e lotta. Qualche secolo dopo, come ricordano Daniele Marchesini e Stefano Pivato in Tifo. La passione sportiva in Italia (Il Mulino), Goethe nel suo Viaggio in Italia assiste a Verona, nel 1786, a una partita con quattro o cinquemila spettatori. Ben presto le sfide si colorano di connotazioni campanilistiche. Nel Settecento, la sfida per eccellenza era quella tra bolognesi e fiorentini come riportano le cronache del tempo: «il primo giorno che giuocarono […] vi fu un gran concorso di popolo; alla battuta e rimessa avevano fatto li palchi e nel fianco fecero ancora palchi sovra cavalletti e scale una contro l’altra. Le finestre si pagano sino a sei paoli l’una». All’inizio dell’Ottocento sorgono i primi antenati degli stadi: gli sferisteri. Nel XIX secolo sono circa un centinaio in tutta Italia. Nascono anche i primi regolamenti, per giocatori e spettatori. Viene proibito «qualunque litigio, clamore e sconcezza […] sia ai giocatori che agli spettatori» e al pubblico si raccomanda «di applaudire i giuocatori con Evviva e Battute di mano» mentre vige il divieto «di offendere alcuno di essi con fischi e con gesti ingiurianti». L’arrivo del football vero e proprio dall’Inghilterra è imminente. Il resto è negli annali. Tutto, quindi, nel calcio italiano trasuda storia: i simboli (la lupa, l’aquila, il biscione), i nomi delle squadre, non di rado fondate da liceali intrisi di cultura classica (Juventus, Atalanta), le denominazioni un po’ retrò con cui i commentatori identificano le compagini cittadine (i felsinei, gli scaligeri, gli alabardati). Su questa connotazione volutamente arcaicizzante, si innestano identità e conflitti prettamente moderni. Ampliando il raggio, pensiamo alle squadre del Meridione che innalzano il vessillo della lotta al «potere del Nord», al conflitto tra il Barcellona autonomista e repubblicano e il Real Madrid centralista e monarchico, tra i Glasgow Rangers unionisti e protestanti e il Celtic cattolico e indipendentista, alle rivalità politiche novecentesche che impregnano le identità di tifoserie come quelle di Lazio, Verona, Livorno, St. Pauli, ai club che hanno finito per identificarsi con minoranze etnoreligiose, come Ajax e Tottenham, le due «squadre del ghetto», o il Paris Saint-Germain che arruola ultras nelle banlieue. Al calcio si appassionano intellettuali di levatura gigantesca: Pier Paolo Pasolini, Jacques Derrida, Martin Heidegger (ma già Giacomo Leopardi aveva dedicato una lirica A un vincitore nel pallone). Gli stessi cronisti dello sport nazionale erano, fino a qualche tempo fa, aulici cantori di epopee nazionali: Gianni Brera, Vladimiro Caminiti, Gianni Mura. Non che il mondo americano sia sempre privo di tutto ciò: di baseball hanno scritto anche Philip Roth e John Fante, i cranks degli stadi americani di inizio Novecento non erano poi così diversi dagli ultras, così come è storica la rivalità tra Boston Red Sox e New York Yankees oppure tra Dodgers e Giants. Ma sono fenomeni marginali, in cui spesso pesa il retaggio di identità non Wasp (Fante ha ben presenti le sue origini italiane, Boston è praticamente una città irlandese). E comunque parliamo di un mondo in cui può capitare che i già citati Dodgers e Giants si trasferiscano di punto in bianco da New York alla California, con il che qualsiasi rivalità carnale va a farsi benedire. Non è più sport, è spettacolo. Negli stadi non vige più il ricordo degli antichi riti di sangue, ma dominano hot dog e kiss cam. Ne sa qualcosa il cantante sudcoreano Psy, quello di Gnagnam style, che venne improvvidamente fatto esibire prima del derby romano in finale di Coppa Italia, il 26 maggio 2013, in un clima da sostanziale guerra santa. L’artista fu seppellito dai fischi e dagli insulti, dopodiché cancellò il tour e scappò via dall’Italia. Come ha scritto la pagina Calciatori brutti, quello fu «il giorno più brutto della sua vita». Questa è l’Europa, ragazzo.
Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
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Ansa
I contorni della vicenda sono complessi e, seppure siano già stati compiutamente tratteggiati da Francesco Borgonovo, è giusto siano ripetuti: Noelia fu tolta dalla Municipalità catalana e dallo Stato spagnolo ai genitori; la famiglia si oppose all’allontanamento che fu quindi eseguito attraverso l’irruzione di numerosi agenti di polizia (c’è un filmato); Noelia fu messa in una struttura di Stato per minori e sottoposta a cure psichiatriche; la struttura ospitava anche «ragazzi problematici», con problemi molto diversi da quelli di Noelia; Noelia subì vari episodi di violenza sessuale in circostanze non chiare; secondo alcune testimonianze di famigliari e amici, nessun assistente sociale sporse denuncia in quanto possibile motivo di «discriminazione razziale»; dopo qualche tempo Noelia tentò il suicidio gettandosi dal quinto piano risultando paraplegica; nel frattempo la famiglia iniziò una battaglia legale denunciando gli stupri e le negligenze delle strutture di cura, perdendo sempre nei tribunali; in seguito Noelia fu sottoposta a trattamento psichiatrico ancora più pesante visto il tentato suicidio; le fu proposta l’eutanasia che Noelia accettò; la famiglia fece ricorso contro l’eutanasia; i ricorsi furono tutti respinti e Noelia, giudicata «lucida ed in grado di decidere», il 26 marzo è stata soppressa dallo Stato spagnolo a venticinque anni. Dopo 601 giorni di contenzioso legale lo Stato spagnolo ha così «risolto» la questione in maniera definitiva ponendosi sempre, in ogni sua articolazione, con ogni sua normativa e in ogni circostanza, come controparte ostile della famiglia e delle associazioni che chiedevano cure diverse e trattamenti diversi per la ragazza, sino a indicare nella morte l’esito «migliore» per una persona di 25 anni la cui vita è stata segnata da eventi tragici ma che non era affetta da alcuna malattia terminale.
Sta qui il cuore oscuro della questione, nel paradigma del Leviatano secolarizzato che, perduta ogni trascendenza, diventa puro meccanismo di gestione della sofferenza tramite eliminazione: l’onnipotenza statale che decide che per qualcuno la morte sia preferibile alla vita e quindi costruisce un itinerario procedurale obbligato che conduce inesorabilmente alla morte. Il potere statale cessa dunque di essere oppressivo come in Dostoevskij o insensato come in Kafka, ma diviene «attivamente neutrale» nel sancire la morte sia come inevitabile sia come somministrata. Alla stessa persona alla quale i Servizi sociali prescrivevano farmaci per inibire gli istinti suicidari è stata imposta l’eutanasia come «esito migliore» per la sua condizione. Se Noelia avesse tentato il suicidio per la seconda volta, e se qualche amico o famigliare l’avesse aiutata, ci troveremmo oggi di fronte a una tragedia dell’umano, ma di fronte a uno Stato che sorveglia, isola e sottopone a terapia coatta una persona per poi somministrarle l’eutanasia definendola «in grado di intendere e di volere», e ciò contro la volontà della famiglia, allora siamo di fronte a qualcosa di nuovo, di una nuova forma di tragedia: il tragico meccanico.
Quando lo Stato, cioè il potere massimo e inesorabile, si pone, nella vita di una persona debole, costantemente dalla parte del suo male, allora possiamo scorgere in esso quel connotato anticristico di cui giustamente si sta recentemente parlando. Un connotato che si sostanzia non nell’assenza ma nell’onnipresenza, nel controllo assoluto della vita che diventa calcolo per la morte, nella sordità nei confronti dell’umano che solo una macchina può avere. Lo Stato, nel suo rifiuto di arginare il Male, lo definisce legalmente sancendo la sofferenza come «diritto alla morte» e la vulnerabilità come «diritto alla soppressione», altri due «nuovi diritti». Il debole diviene così capro espiatorio delle impossibilità dello Stato nichilista, diviene momento di spegnimento di una macchina che, non riuscendo a risolvere la vita, arriva inevitabilmente alla morte come procedura.
Fino a che punto ha senso temere gli esiti distopici di una Intelligenza artificiale che «prende il controllo» quando lo Stato è già giunto alla meccanizzazione della sofferenza e alla relativa concezione della vita come accensione o spegnimento? Siamo qui di fronte alla degenerazione dello schema biopolitico per giungere a un potere che fa pagare i propri fallimenti ai deboli, non accettando di ritirarsi dai processi che ha ormai iniziato, istituendo così una nuova forma di ostilità irriducibile. In tutto il mondo, il giorno prima dell’uccisione di Noelia, si stavano organizzando viaggi per giungere in Spagna a esprimere semplice vicinanza. Un atto inutile e tardivo ma così umano; un tentativo che avrebbe mostrato che l’unica salvezza dallo Stato-macchina si può avere solo ricadendone fuori. Tra quel dentro e quel fuori si combatte la più dura delle battaglie.
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Leone XIV (Ansa)
Ieri Leone XIV è arrivato nel principato di Monaco, dove è stato accolto dal sovrano di questo micro Stato, principe Alberto II, dalla moglie, la principessa Charlène e dai loro due figli gemelli. Già nel tragitto tra l’eliporto e il palazzo del principe, una folla di monegaschi, francesi e italiani, si è stretta attorno al corteo papale, testimoniando l’attaccamento del secondo Paese più piccolo del mondo alla sua fede cattolica che, ai piedi della Rocca, è religione di Stato.
Il sovrano monegasco ha pronunciato una allocuzione di benvenuto, dalla loggia del suo palazzo, sottolineando i legami particolari tra il principato di Monaco e la Santa Sede. Accanto al principe Alberto II c’era il Santo Padre che, prendendo la parola, ha sottolineato, a sua volta, «il profondo legame che» unisce Monaco alla «Chiesa di Roma e alla fede cattolica». Poi, Leone XIV ha evidenziato come Monaco abbia ricevuto «il dono della piccolezza, insieme a un’eredità spirituale viva» che rappresentano un impegno a mettere la «ricchezza al servizio del diritto e della giustizia, soprattutto in un momento storico in cui la dimostrazione della forza e la logica dell’onnipotenza feriscono il mondo e compromettono la pace». Nella Bibbia, come sapete» ha continuato il pontefice, «sono i piccoli a fare la storia! Le spiritualità autentiche coltivano questa consapevolezza. Bisogna avere fiducia nella provvidenza di Dio, anche quando prevale il senso di impotenza o di insufficienza, perché crediamo che il Regno di Dio sia simile a un minuscolo seme che diventa un albero», come scritto nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo. «Certamente», ha precisato il Papa, «questa fede cambia il mondo solo se ci assumiamo le nostre responsabilità storiche». Di qui, l’invito a offrire «nuove mappe di orientamento capaci di arginare quelle spinte del secolarismo che rischiano di ridurre l’uomo all’individualismo e di fondare la vita sociale sulla produzione della ricchezza».
Ascoltando il primo discorso del pontefice, si aveva in effetti l’impressione che Leone XIV stesse mandando, con pacatezza, due avvertimenti. Uno, rivolto ai monegaschi, per invitarli a non dormire sugli allori della ricchezza materiale e di impiegarla per aiutare i meno fortunati. Un altro riguardava invece le nazioni europee e occidentali sempre più laicizzate. Paesi come quella Francia che circonda il piccolo principato di Monaco e nella quale Leone XIV ieri non ha messo piede, dove la secolarizzazione è considerata una sorta di «conquista sociale» e spacciata come un passo in avanti verso «progressi» quale l’aborto o l’eutanasia.
Ed è proprio della difesa della vita che ha parlato il Papa, sia nel primo discorso sia nei suoi altri interventi della giornata. Sempre dalla loggia del palazzo dei principi, Leone XIV ha ricordato che la religione cattolica di Stato «impegna i cristiani a diventare nel mondo un Regno di fratelli e sorelle, una presenza [...] pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in ogni momento e in ogni condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla tavola della fraternità».
Dopo un intervento nella cattedrale di Monaco, il Papa si è recato nella chiesetta di Santa Devota, la patrona del principato, che ne ospita le reliquie insieme a quelle di San Carlo Acutis. Qui ha incontrato i giovani cattolici e i catecumeni della città Stato, che riceveranno il battesimo a Pasqua. Parlando dei due giovani santi di epoche diverse, venerati in questo luogo di culto, il Papa ha invitato i giovani «a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio». Quindi ha ripreso il concetto delle piccole-grandi tracce lasciate da chi testimonia la fede in Cristo che è «un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani», un grande messaggio di speranza per i giovani e non solo.
Il tema della difesa della vita è stato ripreso dal pontefice nell’omelia della messa da lui presieduta allo stadio Louis II di Monaco. Prendendo spunto dal brano del Vangelo proclamato qualche minuto prima, il Santo padre è partito dal «verdetto di Caifa» che «nasce da un calcolo politico che ha alla base la paura», per mostrare i «due moti opposti». Da una parte la «rivelazione di Dio» in Gesù Cristo che «mostra il suo volto come Signore onnipotente» e, dall’altra, «l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli». Papa Leone XIV ha ribadito che «il Signore libera dal dolore [...] mentre manifesta il vero nome della sua onnipotenza: misericordia». Quella stessa «misericordia che salva il mondo: si prende cura di ogni esistenza umana, da quando sboccia nel grembo a quando appassisce e in ogni sua fragilità». Poi la citazione del suo predecessore: «come ci ha insegnato papa Francesco, la cultura della misericordia respinge la cultura dello scarto».
Un altro concetto sviluppato nell’omelia del Santo padre è stato quello dei tanti idoli che tutti noi veneriamo senza magari nemmeno accorgercene. Il Papa ha spiegato che la parola idolo significa «piccola idea» e cioè «una visione diminuita che rimpicciolisce non solo la gloria dell’Onnipotente [...] ma anche la mente dell’uomo». Il pontefice ha ribadito che «Dio non ci abbandona in queste tentazioni» provocate dagli idoli e «come insegna Sant’Agostino» nel De civitate Dei, «l’uomo si libera dal loro dominio quando crede in colui che per risollevarlo, ha offerto un esempio di umiltà».
Non è mancato l’appello per la pace. «Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra!», ha detto il Papa. «La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere».
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