
Parigi è ormai prigioniera del «neo Napoleone» Emmanuel Macron, Berlino è preda del suo stesso europeismo. Roma cerchi la sponda dell'Inghilterra che con la Brexit vuole ritagliarsi un ruolo fuori dagli schemi.Il Regno Unito che esce dall'Ue a conduzione franco-tedesca, ma non dall'Europa, è un (s)oggetto interessante per l'Italia. Così come l'Italia, dove è alta la probabilità che trovi maggioranza entro il 2020 un governo non necessariamente eurodivergente, ma determinato a non far conquistare, o comprimere, da Francia e Germania il potenziale industriale italiano e lo spazio geopolitico viciniore di interesse primario per la sicurezza (Balcani e costa meridionale mediterranea), è certamente un (s)oggetto interessante per Londra, qualora continuasse la conduzione di Boris Johnson con l'inusuale, pur riservato, sostegno strategico di Elisabetta II. Perché affrontare questo tema ipotetico a ridosso della probabile formazione di un governo filofrancese spinto dalla convergenza tra Quirinale ed Eliseo - dove il primo ritiene sinceramente che sia interesse nazionale un massimo di euroconvergenza pur in posizione terza nei confronti di Parigi e Berlino ed il secondo, anche forte per un folto gruppo di italiani reclutati dalle operazioni di influenza francesi, fa di tutto per farglielo credere - con il sostegno del Vaticano a conduzione bergogliana? L'Ue non è più un luogo di relazioni bilanciate tra nazioni come finora lo è stato pur nella diarchia franco-tedesca, ma un nuovo (s)oggetto guidato dalla finalità neo-napoleonica della Francia a conduzione Macron di dominare la regione europea per moltiplicarne l'insufficiente potenza nazionale e poter ergersi a terzo giocatore nella partita globale tra America e Cina, tra l'altro spaccando l'Occidente. Non esiste più un'Europa oggetto di europeismo. L'Italia è a rischio esistenziale in questo scenario perché la Germania non mostra intenzione o possibilità di bilanciare la Francia ed è sola, nonché preda, entro l'Ue. Roma non può uscire dall'euro e dall'Ue né restarvi comodamente. Quindi dovrà trovare un'alleanza extra-Ue per tentare di sopravvivere entro l'Ue stessa. Poiché, appunto, il governo collaborazionista in gestazione, qualora nascesse, difficilmente avrà lunga durata, è utile pensare già ora quale alleanza extra Ue potrebbe essere la più utile per l'Italia e come fattibile. Londra, dopo Brexit, certamente non vorrà diventare un satellite degli Stati Uniti pur puntando ad una relazione privilegiata con questi. Per riuscirci dovrà mostrare la forza negoziale derivante dall'essere parte rilevante di un'alleanza geopolitica consistente. Probabilmente per tale motivo sta tenendo una postura di protezione dei Paesi nordici contro l'ipotetica minaccia russa a questi che non si fidano della Germania e tantomeno della Francia, cercando al momento protezione da un'America però sempre meno incline ad ingaggi. Ciò apre uno spazio per Londra, anche per la prossimità dell'area nordica a quella artica dove il miglioramento climatico permette uno sfruttamento a costi sostenibili dei più grandi giacimenti nel pianeta di idrocarburi e minerali strategici. Ma per riuscire a trattare con l'America una convergenza che le lasci autonomia, Londra dovrà mostrare anche ulteriori alleanze. E quella con l'Italia appare tra le più rilevanti. L'Italia ha il medesimo problema di difendersi dalla compressione francese e tedesca e poter avere senza sudditanza una convergenza con l'America. In particolare, per l'industria militare italiana il Regno Unito è un mercato domestico dopo le acquisizioni di elicotteristica, elettronica, ecc. L'architettura geopolitica dei programmi militari, in particolare quelli spaziali, determinerà sempre più il potenziale di competitività tecnologica nel settore civile delle nazioni e quindi qualità e quantità della ricchezza residente. La Francia punta a svuotare l'Italia di tale potenziale per aumentare il proprio. L'industria militare statunitense è anche un falco. In tale scenario Roma e Londra, nonché i baltici, Polonia e Svezia in particolare, avrebbero l'interesse a consorziarsi nel settore - come sta già avvenendo in parecchi programmi - avendo nel settore Italia e Regno Unito, se convergenti, una scala industriale superiore a quella di Francia e Germania combinate. Inoltre, i due congiuntamente potrebbero accedere ai programmi del Pentagono per compatibilità geopolitica - l'America ha comunque bisogno di alleati - e allo stesso tempo avere una scala sufficiente per trattare condizioni favorevoli di accesso. Lo stesso può dirsi per i programmi esospaziali spinti dal confronto tra America e Cina che saranno le maggiori locomotive future per l'innovazione tecnologica e ricaduta qualificante nel settore civile, come lo fu il programma lunare del passato. In sintesi, questa prospettiva di integrazione industriale italo-britannica sarebbe un buon motivo per creare un trattato bilaterale settoriale sufficientemente «profondo» da creare un'alleanza con effetti più ampi. Queste considerazioni servono a raccomandare a qualunque governo italiano nel breve di almeno non compromettere l'opzione strategica detta. Al centrodestra di esplorarla già ora via canali informali per poi eventualmente finalizzarla. www.carlopelanda.com
Bivacco di immigrati in Francia. Nel riquadro, Jean Eudes Gannat (Getty Images)
Inquietante caso di censura: prelevato dalla polizia per un video TikTok il figlio di un collaboratore storico di Jean-Marie Le Pen, Gannat. Intanto i media invitano la Sweeney a chiedere perdono per lo spot dei jeans.
Sarà pure che, come sostengono in molti, il wokismo è morto e il politicamente corretto ha subito qualche battuta d’arresto. Ma sembra proprio che la nefasta influenza da essi esercitata per anni sulla cultura occidentale abbia prodotto conseguenze pesanti e durature. Lo testimoniano due recentissimi casi di diversa portata ma di analoga origine. Il primo e più inquietante è quello che coinvolge Jean Eudes Gannat, trentunenne attivista e giornalista destrorso francese, figlio di Pascal Gannat, storico collaboratore di Jean-Marie Le Pen. Giovedì sera, Gannat è stato preso in custodia dalla polizia e trattenuto fino a ieri mattina, il tutto a causa di un video pubblicato su TikTok.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro fa cadere l’illusione dei «soldi a pioggia» da Bruxelles: «Questi prestiti non sono gratis». Il Mef avrebbe potuto fare meglio, ma abbiamo voluto legarci a un mostro burocratico che ci ha limitato.
«Questi prestiti non sono gratis, costano in questo momento […] poco sopra il 3%». Finalmente il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti fa luce, seppure parzialmente, sul grande mistero del costo dei prestiti che la Commissione ha erogato alla Repubblica italiana per finanziare il Pnrr. Su un totale inizialmente accordato di 122,6 miliardi, ad oggi abbiamo incassato complessivamente 104,6 miliardi erogati in sette rate a partire dall’aprile 2022. L’ottava rata potrebbe essere incassata entro fine anno, portando così a 118 miliardi il totale del prestito. La parte residua è legata agli obiettivi ed ai traguardi della nona e decima rata e dovrà essere richiesta entro il 31 agosto 2026.
I tagli del governo degli ultimi anni hanno favorito soprattutto le fasce di reddito più basse. Ora viene attuato un riequilibrio.
Man mano che si chiariscono i dettagli della legge di bilancio, emerge che i provvedimenti vanno in direzione di una maggiore attenzione al ceto medio. Ma è una impostazione che si spiega guardandola in prospettiva, in quanto viene dopo due manovre che si erano concentrate sui percettori di redditi più bassi e, quindi, più sfavoriti. Anche le analisi di istituti autorevoli come la Banca d’Italia e l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) tengono conto dei provvedimenti varati negli anni passati.
Maurizio Landini (Ansa)
La Cgil proclama l’ennesima protesta di venerdì (per la manovra). Reazione ironica di Meloni e Salvini: quando cade il 12 dicembre? In realtà il sindacato ha stoppato gli incrementi alle paghe degli statali, mentre dal 2022 i rinnovi dei privati si sono velocizzati.
Sembra che al governo avessero aperto una sorta di riffa. Scavallato novembre, alcuni esponenti dell’esecutivo hanno messo in fila tutti i venerdì dell’ultimo mese dell’anno e aperto le scommesse: quando cadrà il «telefonatissimo» sciopero generale di Landini contro la manovra? Cinque, dodici e diciannove di dicembre le date segnate con un circoletto rosso. C’è chi aveva puntato sul primo fine settimana disponibile mettendo in conto che il segretario questa volta volesse fare le cose in grande: un super-ponte attaccato all’Immacolata. Pochi invece avevano messo le loro fiches sul 19, troppo vicino al Natale e all’approvazione della legge di Bilancio. La maggioranza dei partecipanti alla serratissima competizione si diceva sicura: vedrete che si organizzerà sul 12, gli manca pure la fantasia per sparigliare. Tant’è che all’annuncio di ieri, in molti anche nella maggioranza hanno stappato: evviva.





