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2022-08-26
Altro che agenda Draghi. Si rischia l’agenda Zan
Alessandro Zan (Imagoeconomica)
Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione giuristi per la vita
Strane queste elezioni balneari del 2022. Tra le tante cose che quadrano poco vi è da annoverare anche l’eccessivo entusiasmo che circola tra le fila del centrodestra. Un entusiasmo amplificato da sondaggi presi come l’oracolo di Delfi. La realtà è che la coalizione di centrodestra non ha la vittoria in tasca come cercano far credere i dati in circolazione, e coloro che li agitano strumentalmente per paventare il pericolo fascista. Chi davvero si intende di politica sa che, di solito, le elezioni le vincono quelli che hanno paura di perderle. E oggi il Partito democratico, con i vari satelliti di sinistra, ha il terrore di perdere il potere. Quindi verrà utilizzato qualsiasi mezzo, senza esclusione di colpi, pur di non uscire dalla stanza dei bottoni in cui comandano da più di un decennio senza aver vinto un’elezione.
Ci sono due grandi pericoli all’orizzonte per lo schieramento di centrodestra. L’astensionismo e la dispersione del voto per uno di quei partitini che, verosimilmente, non raggiungeranno mai lo sbarramento del 3%. Il punto è che se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza, proprio grazie all’astensionismo e alla dispersione del voto, lo scenario che si verificherebbe è facilissimo da delineare. Partito democratico, grillini, sinistra e magari anche la coppia Carlo Calenda e Matteo Renzi si metteranno insieme per formare un governo. E sarà la fine.
Sì, perché non avremo soltanto l’approvazione del ddl Zan sull’omofobia, ma anche il cosiddetto «matrimonio egualitario», cioè non più l’unione civile ma il matrimonio a tutti gli effetti tra omosessuali, la conseguente adozione dei minori a coppie dello stesso sesso, l’eutanasia, l’utero in affitto, la legalizzazione della cannabis, la scuola d’infanzia obbligatoria in pieno stile bolscevico, il gender nelle scuole, e tutta una serie di devianze che Letta continua a rivendicare con orgoglio. Non avremo l’agenda Draghi, avremo l’agenda Zan. Avremo la realizzazione definitiva di quella rivoluzione antropologica contro cui da più di dieci anni combattono molti protagonisti coraggiosi del mondo pro life e pro family.
Ecco perché questa campagna elettorale ha un’importanza fondamentale. In un certo senso la stessa importanza che ebbero le elezioni del 18 aprile 1948. Allora, si trattò di difendere la libertà dal pericolo del regime comunista sovietico, oggi si tratta di difendere una visione dell’uomo.
Vorrei poi anche ricordare, a tanti amici, una promessa fatta da Enrico Letta. Se la sinistra dovesse andare al potere, grazie all’astensionismo o la dispersione dei voti degli ex elettori del centrodestra, Roberto Speranza verrà confermato quale ministro della Salute. Chi si astiene, o dà il consenso a un partitino fuori coalizione, sottraendo voti al centrodestra, rischia di votare indirettamente Speranza ministro della Salute, se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza. Ecco perché occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. E non si tratta di uno spot elettorale. Questa esigenza è dettata da due fattori: fermare la deriva zapaterista della sinistra, e consentire finalmente di avere un governo di centrodestra davvero politico. Non l’accrocco indigeribile del governo gialloblù, costretto dal mancato raggiungimento del premio di maggioranza, e neanche il cosiddetto governo Draghi di unità nazionale - o pseudo tecnico - che ha fatto scelte in termini di libertà del tutto esecrabili. Solo un governo esclusivamente politico, non condizionato da compromessi impossibili o da fattori e pressioni imposte dall’esterno, può dare una garanzia da questo punto di vista.
Se qualcuno vuol sapere quale potrebbe essere lo scenario in caso di vittoria del centrodestra per quanto riguarda la questione obblighi vaccinali, green pass, eccetera, legga l’ottima intervista rilasciata il 6 agosto scorso alla Verità da Massimiliano Romeo, presidente dei senatori della Lega.
Occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. Chi invece si astiene, o spreca il voto, è come se votasse Roberto Speranza ministro della Salute.
Meno tasse, mutui agevolati, congedi. Ecco l’«inferno» pro family di Orbán
Dall’alto del nostro nulla, critichiamo pure. In Italia gli aiuti alle famiglie e la lotta alla denatalità sono all’anno zero, ma se Matteo Salvini osa citare quello che di concreto ha fatto il governo ungherese per riempire le culle e aiutare le donne, apriti cielo. «Un modello misogino e omofobo», tuona la Stampa degli Agnelli Elkann, e pazienza se quella pioggia di esenzioni e prestiti concessi da Viktor Orbán a partire dal 2019 farebbero molto comodo anche da noi e alle grandi imprese che da mesi lamentano il calo delle nascite nella Penisola.
Che cosa è successo è molto semplice. Mercoledì, intervistato da Radio 24 del Sole 24 Ore, il capo della Lega è andato al lato pratico della faccenda e ha affermato: «Non c’è alcun dubbio che la legge più avanzata per la famiglia, quella che sta dando i migliori risultati a livello europeo, sia quella dell’Ungheria». «Ma non lo dico perché c’è Orbán», ha subito aggiunto Salvini, «perché se fosse in Francia direi in Francia». Con la radio della Confindustria, preoccupata della denatalità italica, il capo del Carroccio ha parlato di «tantissimi aiuti e incentivi economici veri», citando le esenzioni fiscali per le donne dopo il terzo figlio e i congedi parentali per i nonni. Ma si tratta solo di alcune delle misure messe in campo dall’Ungheria, a partire dalla prima legge del 2019, sotto le insegne della lotta al calo demografico e della difesa della famiglia tradizionale, basata su uomo e donna, legge che ha attirato critiche dell’Unione europea e di molti «progressisti» in vari Paesi.
Prima di riprendere il tema del «modello omofobo e misogino» di Budapest, ecco in che consistono le misure che sarebbe utile poter discutere anche in Italia, a prescindere da come la si pensi su gender e dintorni. Tutte le donne che partoriscono e si prendono cura di almeno quattro figli hanno l’esenzione a vita dalla tassa sui redditi. Per le madri sotto i 40 anni che si sposano per la prima volta c’è a disposizione un prestito a interessi ridotti di 31.500 euro: un terzo del debito verrà estinto alla nascita del secondo figlio, mentre gli interessi verranno cancellati alla nascita del terzo.
Sempre in tema di prestiti statali, c’è un programma apposito per le famiglie con almeno due bimbi, affinché possano comprare la casa dove vivere. Dopo la nascita del secondogenito, il governo assegnerà 3.150 euro come contributo per il mutuo e dopo il terzo bambino si arriva a 12.580 euro di sovvenzione. Ogni nuovo arrivato in famiglia permetterà alla famiglia di ricevere un assegno aggiuntivo di oltre 3.000 euro. Tra le altre facilitazioni ci sono il congedo parentale per i nonni fino al terzo compleanno dei nipoti; il potenziamento della rete degli asili pubblici con la creazione di 21.000 nuovi posti entro la fine di quest’anno; un sussidio di 7.862 euro per l’acquisto di un’automobile da sette posti per le famiglie numerose.
E sempre nella stessa ottica, da febbraio 2020 il governo ungherese offre gratuitamente alle coppie i trattamenti di fecondazione assistita. Come ricordava ieri lo stesso Corriere della Sera, è «considerevole l’investimento finanziario per l’attuazione del piano: il 6,2% del Pil del Paese è destinato a favore delle politiche familiari e della natalità». E il governo di Budapest ha stanziato circa 9,7 miliardi di euro nel solo 2022.
Ma a giugno del 2020, Orbán si è «macchiato» di una modifica della Costituzione con la quale si definisce la famiglia come quella composta da una donna come madre e un uomo come padre, vietando di fatto le adozioni da parte di coppie del medesimo sesso e complicando le adozioni da parte dei single.
Per questo motivo, gli esempi citati da Salvini hanno fatto imbestialire il Pd e gli ultras di quella che a volte sembra sì una famiglia «allargata», ma a tutti meno che ai figli. Il capogruppo alla Camera Debora Serracchiani inorridisce: «Sono andata a leggere quella legge: il modello Orbán che piace tanto a Salvini non si occupa di quello che serve veramente alle donne e alle famiglie (tutte le famiglie), ma sembra riportarci indietro di decenni negando diritti che evidentemente per Salvini non sono scontati». Per l’esponente lettiana, quelle misure a favore delle donne che fanno più figli sono per una «famiglia etero, benedetta da Santa romana Chiesa», imperniata su madri e mogli «angeli del focolare». Il male assoluto, par di capire. Rincara la dose Lia Quartapelle: «L’Italia come l’Ungheria. Questa l’idea di Salvini per il futuro. Se si vogliono aiutare le famiglie davvero, ci sono altri modelli europei a cui ispirarsi, tra cui la Francia».
Fatto sta che gli allarmi, anche dal fronte economico, si susseguono da mesi. Lo scorso 24 maggio, il presidente Istat Giancarlo Blangiardo ha fatto notare da Parma che «a livello nazionale la demografia è debole. Lo era prima del Covid e ora si è ulteriormente indebolita. Sul fronte natalità, lo scorso anno i nuovi nati sono stati 399.000, il numero più basso di sempre». Le previsioni da qui al 2070, dicono che la popolazione italiana potrebbe passare da 59,2 a 47,6 milioni. Pochi giorni dopo, in occasione dell’assemblea annuale di Banca d’Italia, il governatore Ignazio Visco ha spiegato che la crescita della produttività dipende fortemente dalle dinamiche demografiche e quindi nei prossimi anni si assisterà a una continua riduzione della forza lavoro e delle prospettive di sviluppo economico dell’Italia.
Sul fronte del lavoro, uno studio di via Nazionale segnala inoltre un altro grave problema: il tasso di attività femminile è pari al 55% in Italia, contro una media europea del 68%, ed è inferiore di 18 punti percentuali rispetto a quella degli uomini. Angeli del focolare loro malgrado?
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In gioco ci sono due visioni dell’uomo: si corra al seggio e non si disperdano suffragi. Dopo l’assurda polemica sull’aborto, la sinistra si scaglia sugli aiuti alle famiglie. Della crisi delle nascite non gliene importa nulla: vogliono nozze gay, gender a scuola, eutanasia e cannabis.Il Pd e la stampa di sinistra trasecolano perché, contro la denatalità, Matteo Salvini propone il modello Ungheria. Un Paese che investe il 6,2% del Pil per genitori, figli, nonni e asili. E facilita l’acquisto di abitazioni e auto.Lo speciale contiene due articoli.Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione giuristi per la vitaStrane queste elezioni balneari del 2022. Tra le tante cose che quadrano poco vi è da annoverare anche l’eccessivo entusiasmo che circola tra le fila del centrodestra. Un entusiasmo amplificato da sondaggi presi come l’oracolo di Delfi. La realtà è che la coalizione di centrodestra non ha la vittoria in tasca come cercano far credere i dati in circolazione, e coloro che li agitano strumentalmente per paventare il pericolo fascista. Chi davvero si intende di politica sa che, di solito, le elezioni le vincono quelli che hanno paura di perderle. E oggi il Partito democratico, con i vari satelliti di sinistra, ha il terrore di perdere il potere. Quindi verrà utilizzato qualsiasi mezzo, senza esclusione di colpi, pur di non uscire dalla stanza dei bottoni in cui comandano da più di un decennio senza aver vinto un’elezione.Ci sono due grandi pericoli all’orizzonte per lo schieramento di centrodestra. L’astensionismo e la dispersione del voto per uno di quei partitini che, verosimilmente, non raggiungeranno mai lo sbarramento del 3%. Il punto è che se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza, proprio grazie all’astensionismo e alla dispersione del voto, lo scenario che si verificherebbe è facilissimo da delineare. Partito democratico, grillini, sinistra e magari anche la coppia Carlo Calenda e Matteo Renzi si metteranno insieme per formare un governo. E sarà la fine. Sì, perché non avremo soltanto l’approvazione del ddl Zan sull’omofobia, ma anche il cosiddetto «matrimonio egualitario», cioè non più l’unione civile ma il matrimonio a tutti gli effetti tra omosessuali, la conseguente adozione dei minori a coppie dello stesso sesso, l’eutanasia, l’utero in affitto, la legalizzazione della cannabis, la scuola d’infanzia obbligatoria in pieno stile bolscevico, il gender nelle scuole, e tutta una serie di devianze che Letta continua a rivendicare con orgoglio. Non avremo l’agenda Draghi, avremo l’agenda Zan. Avremo la realizzazione definitiva di quella rivoluzione antropologica contro cui da più di dieci anni combattono molti protagonisti coraggiosi del mondo pro life e pro family.Ecco perché questa campagna elettorale ha un’importanza fondamentale. In un certo senso la stessa importanza che ebbero le elezioni del 18 aprile 1948. Allora, si trattò di difendere la libertà dal pericolo del regime comunista sovietico, oggi si tratta di difendere una visione dell’uomo.Vorrei poi anche ricordare, a tanti amici, una promessa fatta da Enrico Letta. Se la sinistra dovesse andare al potere, grazie all’astensionismo o la dispersione dei voti degli ex elettori del centrodestra, Roberto Speranza verrà confermato quale ministro della Salute. Chi si astiene, o dà il consenso a un partitino fuori coalizione, sottraendo voti al centrodestra, rischia di votare indirettamente Speranza ministro della Salute, se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza. Ecco perché occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. E non si tratta di uno spot elettorale. Questa esigenza è dettata da due fattori: fermare la deriva zapaterista della sinistra, e consentire finalmente di avere un governo di centrodestra davvero politico. Non l’accrocco indigeribile del governo gialloblù, costretto dal mancato raggiungimento del premio di maggioranza, e neanche il cosiddetto governo Draghi di unità nazionale - o pseudo tecnico - che ha fatto scelte in termini di libertà del tutto esecrabili. Solo un governo esclusivamente politico, non condizionato da compromessi impossibili o da fattori e pressioni imposte dall’esterno, può dare una garanzia da questo punto di vista.Se qualcuno vuol sapere quale potrebbe essere lo scenario in caso di vittoria del centrodestra per quanto riguarda la questione obblighi vaccinali, green pass, eccetera, legga l’ottima intervista rilasciata il 6 agosto scorso alla Verità da Massimiliano Romeo, presidente dei senatori della Lega. Occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. Chi invece si astiene, o spreca il voto, è come se votasse Roberto Speranza ministro della Salute.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-che-draghi-agenda-zan-2657946646.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meno-tasse-mutui-agevolati-congedi-ecco-l-inferno-pro-family-di-orban" data-post-id="2657946646" data-published-at="1661485929" data-use-pagination="False"> Meno tasse, mutui agevolati, congedi. Ecco l’«inferno» pro family di Orbán Dall’alto del nostro nulla, critichiamo pure. In Italia gli aiuti alle famiglie e la lotta alla denatalità sono all’anno zero, ma se Matteo Salvini osa citare quello che di concreto ha fatto il governo ungherese per riempire le culle e aiutare le donne, apriti cielo. «Un modello misogino e omofobo», tuona la Stampa degli Agnelli Elkann, e pazienza se quella pioggia di esenzioni e prestiti concessi da Viktor Orbán a partire dal 2019 farebbero molto comodo anche da noi e alle grandi imprese che da mesi lamentano il calo delle nascite nella Penisola. Che cosa è successo è molto semplice. Mercoledì, intervistato da Radio 24 del Sole 24 Ore, il capo della Lega è andato al lato pratico della faccenda e ha affermato: «Non c’è alcun dubbio che la legge più avanzata per la famiglia, quella che sta dando i migliori risultati a livello europeo, sia quella dell’Ungheria». «Ma non lo dico perché c’è Orbán», ha subito aggiunto Salvini, «perché se fosse in Francia direi in Francia». Con la radio della Confindustria, preoccupata della denatalità italica, il capo del Carroccio ha parlato di «tantissimi aiuti e incentivi economici veri», citando le esenzioni fiscali per le donne dopo il terzo figlio e i congedi parentali per i nonni. Ma si tratta solo di alcune delle misure messe in campo dall’Ungheria, a partire dalla prima legge del 2019, sotto le insegne della lotta al calo demografico e della difesa della famiglia tradizionale, basata su uomo e donna, legge che ha attirato critiche dell’Unione europea e di molti «progressisti» in vari Paesi. Prima di riprendere il tema del «modello omofobo e misogino» di Budapest, ecco in che consistono le misure che sarebbe utile poter discutere anche in Italia, a prescindere da come la si pensi su gender e dintorni. Tutte le donne che partoriscono e si prendono cura di almeno quattro figli hanno l’esenzione a vita dalla tassa sui redditi. Per le madri sotto i 40 anni che si sposano per la prima volta c’è a disposizione un prestito a interessi ridotti di 31.500 euro: un terzo del debito verrà estinto alla nascita del secondo figlio, mentre gli interessi verranno cancellati alla nascita del terzo. Sempre in tema di prestiti statali, c’è un programma apposito per le famiglie con almeno due bimbi, affinché possano comprare la casa dove vivere. Dopo la nascita del secondogenito, il governo assegnerà 3.150 euro come contributo per il mutuo e dopo il terzo bambino si arriva a 12.580 euro di sovvenzione. Ogni nuovo arrivato in famiglia permetterà alla famiglia di ricevere un assegno aggiuntivo di oltre 3.000 euro. Tra le altre facilitazioni ci sono il congedo parentale per i nonni fino al terzo compleanno dei nipoti; il potenziamento della rete degli asili pubblici con la creazione di 21.000 nuovi posti entro la fine di quest’anno; un sussidio di 7.862 euro per l’acquisto di un’automobile da sette posti per le famiglie numerose. E sempre nella stessa ottica, da febbraio 2020 il governo ungherese offre gratuitamente alle coppie i trattamenti di fecondazione assistita. Come ricordava ieri lo stesso Corriere della Sera, è «considerevole l’investimento finanziario per l’attuazione del piano: il 6,2% del Pil del Paese è destinato a favore delle politiche familiari e della natalità». E il governo di Budapest ha stanziato circa 9,7 miliardi di euro nel solo 2022. Ma a giugno del 2020, Orbán si è «macchiato» di una modifica della Costituzione con la quale si definisce la famiglia come quella composta da una donna come madre e un uomo come padre, vietando di fatto le adozioni da parte di coppie del medesimo sesso e complicando le adozioni da parte dei single. Per questo motivo, gli esempi citati da Salvini hanno fatto imbestialire il Pd e gli ultras di quella che a volte sembra sì una famiglia «allargata», ma a tutti meno che ai figli. Il capogruppo alla Camera Debora Serracchiani inorridisce: «Sono andata a leggere quella legge: il modello Orbán che piace tanto a Salvini non si occupa di quello che serve veramente alle donne e alle famiglie (tutte le famiglie), ma sembra riportarci indietro di decenni negando diritti che evidentemente per Salvini non sono scontati». Per l’esponente lettiana, quelle misure a favore delle donne che fanno più figli sono per una «famiglia etero, benedetta da Santa romana Chiesa», imperniata su madri e mogli «angeli del focolare». Il male assoluto, par di capire. Rincara la dose Lia Quartapelle: «L’Italia come l’Ungheria. Questa l’idea di Salvini per il futuro. Se si vogliono aiutare le famiglie davvero, ci sono altri modelli europei a cui ispirarsi, tra cui la Francia». Fatto sta che gli allarmi, anche dal fronte economico, si susseguono da mesi. Lo scorso 24 maggio, il presidente Istat Giancarlo Blangiardo ha fatto notare da Parma che «a livello nazionale la demografia è debole. Lo era prima del Covid e ora si è ulteriormente indebolita. Sul fronte natalità, lo scorso anno i nuovi nati sono stati 399.000, il numero più basso di sempre». Le previsioni da qui al 2070, dicono che la popolazione italiana potrebbe passare da 59,2 a 47,6 milioni. Pochi giorni dopo, in occasione dell’assemblea annuale di Banca d’Italia, il governatore Ignazio Visco ha spiegato che la crescita della produttività dipende fortemente dalle dinamiche demografiche e quindi nei prossimi anni si assisterà a una continua riduzione della forza lavoro e delle prospettive di sviluppo economico dell’Italia. Sul fronte del lavoro, uno studio di via Nazionale segnala inoltre un altro grave problema: il tasso di attività femminile è pari al 55% in Italia, contro una media europea del 68%, ed è inferiore di 18 punti percentuali rispetto a quella degli uomini. Angeli del focolare loro malgrado?
(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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Fontana di Trevi (iStock). Nel riquadro, la locandina dell'evento Lgbt
«Rimango sconcertato, a caratteri cubitali», dichiara Angelo Mellone componente, designato dal ministro della Cultura, del cda dell’Istituto centrale per la grafica. Assieme ad altri due consiglieri, Gianfranco Ferroni e Paolo Corsini, si era subito dissociato dall’iniziativa promossa dal direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, inventore del Grafica Pride.
«Una speciale apertura serale dedicata all’inclusione, al dialogo culturale e alle voci del mondo queer», così da giorni veniva pubblicizzato sui social l’evento, con biglietti a prezzo intero da 10 euro e da 5 euro (per gli under 30) andati, ovviamente, esauriti. Sì, perché oltre a momenti culturali queer, era possibile l’affaccio sulla Fontana di Trevi sorseggiando un cocktail. Vuoi mettere il brivido. Anche se molti Millennials che masticano di gender nemmeno sanno che cosa sia la Dolce vita di Federico Fellini.
Forse l’evento Lgbt serviva a rimpinguare le casse dell’istituto, che nel bilancio 2026 prevede solo 2.000 euro di entrate dalla biglietteria? «Grafica Pride è un evento pensato anche per avvicinare un pubblico giovane e per rafforzare la missione dell’Istituto: rendere il patrimonio culturale sempre più accessibile, partecipato e inclusivo», si annunciava sul sito dell’ente.
«Non ne sapevamo nulla», chiarisce Mellone. «Noi del consiglio di amministrazione non facciamo attività di vigilanza, però nemmeno era stata ventilata una simile iniziativa. Almeno c’era il dovere di comunicarla». Aggiunge: «Mi lascia molto perplesso ritrovare un istituto nazionale, che non gode di una visibilità estrema, al centro di un interesse mediatico per un evento del genere che non c’entra nulla con la missione istituzionale, e che impegna ideologicamente un organismo che fa tutt’altro. Mi chiedo il perché di tanta protervia, di tanta ostentazione ideologica. E non si venga a dire che sono intollerante, il rispetto è altra cosa».
Custode del patrimonio grafico italiano nelle sue differenti tipologie, stiamo parlando di un centro museale di rilevanza internazionale che, nel complesso architettonico costituito da Palazzo Poli e Palazzo della Calcografia, ospita tra le più importanti collezioni di disegni, stampe, matrici e fotografie, dalla pratica artistica dal Rinascimento all’epoca contemporanea. «Noi del cda chiederemo spiegazioni, ma ormai l’evento, una cosa senza senso, ha avuto luogo. E chi cercava visibilità l’ha ottenuta. Povera Fontana di Trevi», conclude Mellone.
In programma ieri sera c’erano «sound performance, DJ set live» e la presentazione del libro Musei, genere e queerness, volume che «indaga le modalità attraverso cui le istituzioni culturali, e i musei in particolare, possono assumere un ruolo attivo nell’interpretazione dei cambiamenti sociali relativi alle dimensioni del genere, della sessualità e delle relazioni, in un’ottica queer. Pensato come uno strumento di avvicinamento di tali argomenti per un pubblico di professionist*, student*, ma anche per chiunque insegni, scriva o faccia ricerca sociale, si tratta del primo saggio in italiano interamente dedicato all’approfondimento del rapporto tra queerness e museologia».
La kermesse di ieri sarà costata diverse migliaia di euro e come ha sottolineato il portavoce di Pro Vita & Famiglia Jacopo Coghe, nel bilancio di previsione 2026 dell’istituto ci sono 88.623 euro destinati a manifestazioni culturali come mostre, convegni ed eventi. Abbiamo pagato anche noi contribuenti, il Grafica Pride.
«Bene ha fatto il ministro Alessandro Giuli ad avviare una procedura di accertamento per capire responsabilità, dettagli e uso di fondi pubblici sull’ideologico evento Lgbt», ha commentato l’associazione. Alla Verità, il ministro aveva detto di ritenere l’iniziativa «incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica [...] Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale».
Il contributo diretto per quest’anno, da parte del ministero della Cultura, ammonta a 800.000 euro destinati al funzionamento ordinario dell’istituto (più altri 52.000 euro tra buoni pasti e «servizi di sicurezza»). Ovviamente la pensa diversamente Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride che oggi porterà il consueto carrozzone per le vie della Capitale con partenza alle 15 da piazza della Repubblica. «Apprezzo il gesto dell’istituto, perché in un mondo dove la destra per ogni cosa che qualcuno fa poi va lì a puntare il dito e punire, ci vuole coraggio», ha commentato, invitando il ministro Giuli ad «occuparsi di altre battaglie, questa mi sembra la minore di tutte».
Dopo la mediazione del Comune di Roma, sfilerà anche l’associazione ebraica Lgbtq+ Keshet, però solo a piedi e senza carro (che ha per bandiera i colori dell’arcobaleno con al centro la stella di David) e in uno «spezzone» del percorso, «nell’ottica di garantire la sicurezza di tutte le persone presenti», ha precisato Colamarino.
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