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2022-08-26
Altro che agenda Draghi. Si rischia l’agenda Zan
Alessandro Zan (Imagoeconomica)
Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione giuristi per la vita
Strane queste elezioni balneari del 2022. Tra le tante cose che quadrano poco vi è da annoverare anche l’eccessivo entusiasmo che circola tra le fila del centrodestra. Un entusiasmo amplificato da sondaggi presi come l’oracolo di Delfi. La realtà è che la coalizione di centrodestra non ha la vittoria in tasca come cercano far credere i dati in circolazione, e coloro che li agitano strumentalmente per paventare il pericolo fascista. Chi davvero si intende di politica sa che, di solito, le elezioni le vincono quelli che hanno paura di perderle. E oggi il Partito democratico, con i vari satelliti di sinistra, ha il terrore di perdere il potere. Quindi verrà utilizzato qualsiasi mezzo, senza esclusione di colpi, pur di non uscire dalla stanza dei bottoni in cui comandano da più di un decennio senza aver vinto un’elezione.
Ci sono due grandi pericoli all’orizzonte per lo schieramento di centrodestra. L’astensionismo e la dispersione del voto per uno di quei partitini che, verosimilmente, non raggiungeranno mai lo sbarramento del 3%. Il punto è che se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza, proprio grazie all’astensionismo e alla dispersione del voto, lo scenario che si verificherebbe è facilissimo da delineare. Partito democratico, grillini, sinistra e magari anche la coppia Carlo Calenda e Matteo Renzi si metteranno insieme per formare un governo. E sarà la fine.
Sì, perché non avremo soltanto l’approvazione del ddl Zan sull’omofobia, ma anche il cosiddetto «matrimonio egualitario», cioè non più l’unione civile ma il matrimonio a tutti gli effetti tra omosessuali, la conseguente adozione dei minori a coppie dello stesso sesso, l’eutanasia, l’utero in affitto, la legalizzazione della cannabis, la scuola d’infanzia obbligatoria in pieno stile bolscevico, il gender nelle scuole, e tutta una serie di devianze che Letta continua a rivendicare con orgoglio. Non avremo l’agenda Draghi, avremo l’agenda Zan. Avremo la realizzazione definitiva di quella rivoluzione antropologica contro cui da più di dieci anni combattono molti protagonisti coraggiosi del mondo pro life e pro family.
Ecco perché questa campagna elettorale ha un’importanza fondamentale. In un certo senso la stessa importanza che ebbero le elezioni del 18 aprile 1948. Allora, si trattò di difendere la libertà dal pericolo del regime comunista sovietico, oggi si tratta di difendere una visione dell’uomo.
Vorrei poi anche ricordare, a tanti amici, una promessa fatta da Enrico Letta. Se la sinistra dovesse andare al potere, grazie all’astensionismo o la dispersione dei voti degli ex elettori del centrodestra, Roberto Speranza verrà confermato quale ministro della Salute. Chi si astiene, o dà il consenso a un partitino fuori coalizione, sottraendo voti al centrodestra, rischia di votare indirettamente Speranza ministro della Salute, se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza. Ecco perché occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. E non si tratta di uno spot elettorale. Questa esigenza è dettata da due fattori: fermare la deriva zapaterista della sinistra, e consentire finalmente di avere un governo di centrodestra davvero politico. Non l’accrocco indigeribile del governo gialloblù, costretto dal mancato raggiungimento del premio di maggioranza, e neanche il cosiddetto governo Draghi di unità nazionale - o pseudo tecnico - che ha fatto scelte in termini di libertà del tutto esecrabili. Solo un governo esclusivamente politico, non condizionato da compromessi impossibili o da fattori e pressioni imposte dall’esterno, può dare una garanzia da questo punto di vista.
Se qualcuno vuol sapere quale potrebbe essere lo scenario in caso di vittoria del centrodestra per quanto riguarda la questione obblighi vaccinali, green pass, eccetera, legga l’ottima intervista rilasciata il 6 agosto scorso alla Verità da Massimiliano Romeo, presidente dei senatori della Lega.
Occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. Chi invece si astiene, o spreca il voto, è come se votasse Roberto Speranza ministro della Salute.
Meno tasse, mutui agevolati, congedi. Ecco l’«inferno» pro family di Orbán
Dall’alto del nostro nulla, critichiamo pure. In Italia gli aiuti alle famiglie e la lotta alla denatalità sono all’anno zero, ma se Matteo Salvini osa citare quello che di concreto ha fatto il governo ungherese per riempire le culle e aiutare le donne, apriti cielo. «Un modello misogino e omofobo», tuona la Stampa degli Agnelli Elkann, e pazienza se quella pioggia di esenzioni e prestiti concessi da Viktor Orbán a partire dal 2019 farebbero molto comodo anche da noi e alle grandi imprese che da mesi lamentano il calo delle nascite nella Penisola.
Che cosa è successo è molto semplice. Mercoledì, intervistato da Radio 24 del Sole 24 Ore, il capo della Lega è andato al lato pratico della faccenda e ha affermato: «Non c’è alcun dubbio che la legge più avanzata per la famiglia, quella che sta dando i migliori risultati a livello europeo, sia quella dell’Ungheria». «Ma non lo dico perché c’è Orbán», ha subito aggiunto Salvini, «perché se fosse in Francia direi in Francia». Con la radio della Confindustria, preoccupata della denatalità italica, il capo del Carroccio ha parlato di «tantissimi aiuti e incentivi economici veri», citando le esenzioni fiscali per le donne dopo il terzo figlio e i congedi parentali per i nonni. Ma si tratta solo di alcune delle misure messe in campo dall’Ungheria, a partire dalla prima legge del 2019, sotto le insegne della lotta al calo demografico e della difesa della famiglia tradizionale, basata su uomo e donna, legge che ha attirato critiche dell’Unione europea e di molti «progressisti» in vari Paesi.
Prima di riprendere il tema del «modello omofobo e misogino» di Budapest, ecco in che consistono le misure che sarebbe utile poter discutere anche in Italia, a prescindere da come la si pensi su gender e dintorni. Tutte le donne che partoriscono e si prendono cura di almeno quattro figli hanno l’esenzione a vita dalla tassa sui redditi. Per le madri sotto i 40 anni che si sposano per la prima volta c’è a disposizione un prestito a interessi ridotti di 31.500 euro: un terzo del debito verrà estinto alla nascita del secondo figlio, mentre gli interessi verranno cancellati alla nascita del terzo.
Sempre in tema di prestiti statali, c’è un programma apposito per le famiglie con almeno due bimbi, affinché possano comprare la casa dove vivere. Dopo la nascita del secondogenito, il governo assegnerà 3.150 euro come contributo per il mutuo e dopo il terzo bambino si arriva a 12.580 euro di sovvenzione. Ogni nuovo arrivato in famiglia permetterà alla famiglia di ricevere un assegno aggiuntivo di oltre 3.000 euro. Tra le altre facilitazioni ci sono il congedo parentale per i nonni fino al terzo compleanno dei nipoti; il potenziamento della rete degli asili pubblici con la creazione di 21.000 nuovi posti entro la fine di quest’anno; un sussidio di 7.862 euro per l’acquisto di un’automobile da sette posti per le famiglie numerose.
E sempre nella stessa ottica, da febbraio 2020 il governo ungherese offre gratuitamente alle coppie i trattamenti di fecondazione assistita. Come ricordava ieri lo stesso Corriere della Sera, è «considerevole l’investimento finanziario per l’attuazione del piano: il 6,2% del Pil del Paese è destinato a favore delle politiche familiari e della natalità». E il governo di Budapest ha stanziato circa 9,7 miliardi di euro nel solo 2022.
Ma a giugno del 2020, Orbán si è «macchiato» di una modifica della Costituzione con la quale si definisce la famiglia come quella composta da una donna come madre e un uomo come padre, vietando di fatto le adozioni da parte di coppie del medesimo sesso e complicando le adozioni da parte dei single.
Per questo motivo, gli esempi citati da Salvini hanno fatto imbestialire il Pd e gli ultras di quella che a volte sembra sì una famiglia «allargata», ma a tutti meno che ai figli. Il capogruppo alla Camera Debora Serracchiani inorridisce: «Sono andata a leggere quella legge: il modello Orbán che piace tanto a Salvini non si occupa di quello che serve veramente alle donne e alle famiglie (tutte le famiglie), ma sembra riportarci indietro di decenni negando diritti che evidentemente per Salvini non sono scontati». Per l’esponente lettiana, quelle misure a favore delle donne che fanno più figli sono per una «famiglia etero, benedetta da Santa romana Chiesa», imperniata su madri e mogli «angeli del focolare». Il male assoluto, par di capire. Rincara la dose Lia Quartapelle: «L’Italia come l’Ungheria. Questa l’idea di Salvini per il futuro. Se si vogliono aiutare le famiglie davvero, ci sono altri modelli europei a cui ispirarsi, tra cui la Francia».
Fatto sta che gli allarmi, anche dal fronte economico, si susseguono da mesi. Lo scorso 24 maggio, il presidente Istat Giancarlo Blangiardo ha fatto notare da Parma che «a livello nazionale la demografia è debole. Lo era prima del Covid e ora si è ulteriormente indebolita. Sul fronte natalità, lo scorso anno i nuovi nati sono stati 399.000, il numero più basso di sempre». Le previsioni da qui al 2070, dicono che la popolazione italiana potrebbe passare da 59,2 a 47,6 milioni. Pochi giorni dopo, in occasione dell’assemblea annuale di Banca d’Italia, il governatore Ignazio Visco ha spiegato che la crescita della produttività dipende fortemente dalle dinamiche demografiche e quindi nei prossimi anni si assisterà a una continua riduzione della forza lavoro e delle prospettive di sviluppo economico dell’Italia.
Sul fronte del lavoro, uno studio di via Nazionale segnala inoltre un altro grave problema: il tasso di attività femminile è pari al 55% in Italia, contro una media europea del 68%, ed è inferiore di 18 punti percentuali rispetto a quella degli uomini. Angeli del focolare loro malgrado?
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In gioco ci sono due visioni dell’uomo: si corra al seggio e non si disperdano suffragi. Dopo l’assurda polemica sull’aborto, la sinistra si scaglia sugli aiuti alle famiglie. Della crisi delle nascite non gliene importa nulla: vogliono nozze gay, gender a scuola, eutanasia e cannabis.Il Pd e la stampa di sinistra trasecolano perché, contro la denatalità, Matteo Salvini propone il modello Ungheria. Un Paese che investe il 6,2% del Pil per genitori, figli, nonni e asili. E facilita l’acquisto di abitazioni e auto.Lo speciale contiene due articoli.Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione giuristi per la vitaStrane queste elezioni balneari del 2022. Tra le tante cose che quadrano poco vi è da annoverare anche l’eccessivo entusiasmo che circola tra le fila del centrodestra. Un entusiasmo amplificato da sondaggi presi come l’oracolo di Delfi. La realtà è che la coalizione di centrodestra non ha la vittoria in tasca come cercano far credere i dati in circolazione, e coloro che li agitano strumentalmente per paventare il pericolo fascista. Chi davvero si intende di politica sa che, di solito, le elezioni le vincono quelli che hanno paura di perderle. E oggi il Partito democratico, con i vari satelliti di sinistra, ha il terrore di perdere il potere. Quindi verrà utilizzato qualsiasi mezzo, senza esclusione di colpi, pur di non uscire dalla stanza dei bottoni in cui comandano da più di un decennio senza aver vinto un’elezione.Ci sono due grandi pericoli all’orizzonte per lo schieramento di centrodestra. L’astensionismo e la dispersione del voto per uno di quei partitini che, verosimilmente, non raggiungeranno mai lo sbarramento del 3%. Il punto è che se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza, proprio grazie all’astensionismo e alla dispersione del voto, lo scenario che si verificherebbe è facilissimo da delineare. Partito democratico, grillini, sinistra e magari anche la coppia Carlo Calenda e Matteo Renzi si metteranno insieme per formare un governo. E sarà la fine. Sì, perché non avremo soltanto l’approvazione del ddl Zan sull’omofobia, ma anche il cosiddetto «matrimonio egualitario», cioè non più l’unione civile ma il matrimonio a tutti gli effetti tra omosessuali, la conseguente adozione dei minori a coppie dello stesso sesso, l’eutanasia, l’utero in affitto, la legalizzazione della cannabis, la scuola d’infanzia obbligatoria in pieno stile bolscevico, il gender nelle scuole, e tutta una serie di devianze che Letta continua a rivendicare con orgoglio. Non avremo l’agenda Draghi, avremo l’agenda Zan. Avremo la realizzazione definitiva di quella rivoluzione antropologica contro cui da più di dieci anni combattono molti protagonisti coraggiosi del mondo pro life e pro family.Ecco perché questa campagna elettorale ha un’importanza fondamentale. In un certo senso la stessa importanza che ebbero le elezioni del 18 aprile 1948. Allora, si trattò di difendere la libertà dal pericolo del regime comunista sovietico, oggi si tratta di difendere una visione dell’uomo.Vorrei poi anche ricordare, a tanti amici, una promessa fatta da Enrico Letta. Se la sinistra dovesse andare al potere, grazie all’astensionismo o la dispersione dei voti degli ex elettori del centrodestra, Roberto Speranza verrà confermato quale ministro della Salute. Chi si astiene, o dà il consenso a un partitino fuori coalizione, sottraendo voti al centrodestra, rischia di votare indirettamente Speranza ministro della Salute, se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza. Ecco perché occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. E non si tratta di uno spot elettorale. Questa esigenza è dettata da due fattori: fermare la deriva zapaterista della sinistra, e consentire finalmente di avere un governo di centrodestra davvero politico. Non l’accrocco indigeribile del governo gialloblù, costretto dal mancato raggiungimento del premio di maggioranza, e neanche il cosiddetto governo Draghi di unità nazionale - o pseudo tecnico - che ha fatto scelte in termini di libertà del tutto esecrabili. Solo un governo esclusivamente politico, non condizionato da compromessi impossibili o da fattori e pressioni imposte dall’esterno, può dare una garanzia da questo punto di vista.Se qualcuno vuol sapere quale potrebbe essere lo scenario in caso di vittoria del centrodestra per quanto riguarda la questione obblighi vaccinali, green pass, eccetera, legga l’ottima intervista rilasciata il 6 agosto scorso alla Verità da Massimiliano Romeo, presidente dei senatori della Lega. Occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. 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In Italia gli aiuti alle famiglie e la lotta alla denatalità sono all’anno zero, ma se Matteo Salvini osa citare quello che di concreto ha fatto il governo ungherese per riempire le culle e aiutare le donne, apriti cielo. «Un modello misogino e omofobo», tuona la Stampa degli Agnelli Elkann, e pazienza se quella pioggia di esenzioni e prestiti concessi da Viktor Orbán a partire dal 2019 farebbero molto comodo anche da noi e alle grandi imprese che da mesi lamentano il calo delle nascite nella Penisola. Che cosa è successo è molto semplice. Mercoledì, intervistato da Radio 24 del Sole 24 Ore, il capo della Lega è andato al lato pratico della faccenda e ha affermato: «Non c’è alcun dubbio che la legge più avanzata per la famiglia, quella che sta dando i migliori risultati a livello europeo, sia quella dell’Ungheria». «Ma non lo dico perché c’è Orbán», ha subito aggiunto Salvini, «perché se fosse in Francia direi in Francia». Con la radio della Confindustria, preoccupata della denatalità italica, il capo del Carroccio ha parlato di «tantissimi aiuti e incentivi economici veri», citando le esenzioni fiscali per le donne dopo il terzo figlio e i congedi parentali per i nonni. Ma si tratta solo di alcune delle misure messe in campo dall’Ungheria, a partire dalla prima legge del 2019, sotto le insegne della lotta al calo demografico e della difesa della famiglia tradizionale, basata su uomo e donna, legge che ha attirato critiche dell’Unione europea e di molti «progressisti» in vari Paesi. Prima di riprendere il tema del «modello omofobo e misogino» di Budapest, ecco in che consistono le misure che sarebbe utile poter discutere anche in Italia, a prescindere da come la si pensi su gender e dintorni. Tutte le donne che partoriscono e si prendono cura di almeno quattro figli hanno l’esenzione a vita dalla tassa sui redditi. Per le madri sotto i 40 anni che si sposano per la prima volta c’è a disposizione un prestito a interessi ridotti di 31.500 euro: un terzo del debito verrà estinto alla nascita del secondo figlio, mentre gli interessi verranno cancellati alla nascita del terzo. Sempre in tema di prestiti statali, c’è un programma apposito per le famiglie con almeno due bimbi, affinché possano comprare la casa dove vivere. Dopo la nascita del secondogenito, il governo assegnerà 3.150 euro come contributo per il mutuo e dopo il terzo bambino si arriva a 12.580 euro di sovvenzione. Ogni nuovo arrivato in famiglia permetterà alla famiglia di ricevere un assegno aggiuntivo di oltre 3.000 euro. Tra le altre facilitazioni ci sono il congedo parentale per i nonni fino al terzo compleanno dei nipoti; il potenziamento della rete degli asili pubblici con la creazione di 21.000 nuovi posti entro la fine di quest’anno; un sussidio di 7.862 euro per l’acquisto di un’automobile da sette posti per le famiglie numerose. E sempre nella stessa ottica, da febbraio 2020 il governo ungherese offre gratuitamente alle coppie i trattamenti di fecondazione assistita. Come ricordava ieri lo stesso Corriere della Sera, è «considerevole l’investimento finanziario per l’attuazione del piano: il 6,2% del Pil del Paese è destinato a favore delle politiche familiari e della natalità». E il governo di Budapest ha stanziato circa 9,7 miliardi di euro nel solo 2022. Ma a giugno del 2020, Orbán si è «macchiato» di una modifica della Costituzione con la quale si definisce la famiglia come quella composta da una donna come madre e un uomo come padre, vietando di fatto le adozioni da parte di coppie del medesimo sesso e complicando le adozioni da parte dei single. Per questo motivo, gli esempi citati da Salvini hanno fatto imbestialire il Pd e gli ultras di quella che a volte sembra sì una famiglia «allargata», ma a tutti meno che ai figli. Il capogruppo alla Camera Debora Serracchiani inorridisce: «Sono andata a leggere quella legge: il modello Orbán che piace tanto a Salvini non si occupa di quello che serve veramente alle donne e alle famiglie (tutte le famiglie), ma sembra riportarci indietro di decenni negando diritti che evidentemente per Salvini non sono scontati». Per l’esponente lettiana, quelle misure a favore delle donne che fanno più figli sono per una «famiglia etero, benedetta da Santa romana Chiesa», imperniata su madri e mogli «angeli del focolare». Il male assoluto, par di capire. Rincara la dose Lia Quartapelle: «L’Italia come l’Ungheria. Questa l’idea di Salvini per il futuro. Se si vogliono aiutare le famiglie davvero, ci sono altri modelli europei a cui ispirarsi, tra cui la Francia». Fatto sta che gli allarmi, anche dal fronte economico, si susseguono da mesi. Lo scorso 24 maggio, il presidente Istat Giancarlo Blangiardo ha fatto notare da Parma che «a livello nazionale la demografia è debole. Lo era prima del Covid e ora si è ulteriormente indebolita. Sul fronte natalità, lo scorso anno i nuovi nati sono stati 399.000, il numero più basso di sempre». Le previsioni da qui al 2070, dicono che la popolazione italiana potrebbe passare da 59,2 a 47,6 milioni. Pochi giorni dopo, in occasione dell’assemblea annuale di Banca d’Italia, il governatore Ignazio Visco ha spiegato che la crescita della produttività dipende fortemente dalle dinamiche demografiche e quindi nei prossimi anni si assisterà a una continua riduzione della forza lavoro e delle prospettive di sviluppo economico dell’Italia. Sul fronte del lavoro, uno studio di via Nazionale segnala inoltre un altro grave problema: il tasso di attività femminile è pari al 55% in Italia, contro una media europea del 68%, ed è inferiore di 18 punti percentuali rispetto a quella degli uomini. Angeli del focolare loro malgrado?
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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