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2022-08-26
Altro che agenda Draghi. Si rischia l’agenda Zan
Alessandro Zan (Imagoeconomica)
Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione giuristi per la vita
Strane queste elezioni balneari del 2022. Tra le tante cose che quadrano poco vi è da annoverare anche l’eccessivo entusiasmo che circola tra le fila del centrodestra. Un entusiasmo amplificato da sondaggi presi come l’oracolo di Delfi. La realtà è che la coalizione di centrodestra non ha la vittoria in tasca come cercano far credere i dati in circolazione, e coloro che li agitano strumentalmente per paventare il pericolo fascista. Chi davvero si intende di politica sa che, di solito, le elezioni le vincono quelli che hanno paura di perderle. E oggi il Partito democratico, con i vari satelliti di sinistra, ha il terrore di perdere il potere. Quindi verrà utilizzato qualsiasi mezzo, senza esclusione di colpi, pur di non uscire dalla stanza dei bottoni in cui comandano da più di un decennio senza aver vinto un’elezione.
Ci sono due grandi pericoli all’orizzonte per lo schieramento di centrodestra. L’astensionismo e la dispersione del voto per uno di quei partitini che, verosimilmente, non raggiungeranno mai lo sbarramento del 3%. Il punto è che se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza, proprio grazie all’astensionismo e alla dispersione del voto, lo scenario che si verificherebbe è facilissimo da delineare. Partito democratico, grillini, sinistra e magari anche la coppia Carlo Calenda e Matteo Renzi si metteranno insieme per formare un governo. E sarà la fine.
Sì, perché non avremo soltanto l’approvazione del ddl Zan sull’omofobia, ma anche il cosiddetto «matrimonio egualitario», cioè non più l’unione civile ma il matrimonio a tutti gli effetti tra omosessuali, la conseguente adozione dei minori a coppie dello stesso sesso, l’eutanasia, l’utero in affitto, la legalizzazione della cannabis, la scuola d’infanzia obbligatoria in pieno stile bolscevico, il gender nelle scuole, e tutta una serie di devianze che Letta continua a rivendicare con orgoglio. Non avremo l’agenda Draghi, avremo l’agenda Zan. Avremo la realizzazione definitiva di quella rivoluzione antropologica contro cui da più di dieci anni combattono molti protagonisti coraggiosi del mondo pro life e pro family.
Ecco perché questa campagna elettorale ha un’importanza fondamentale. In un certo senso la stessa importanza che ebbero le elezioni del 18 aprile 1948. Allora, si trattò di difendere la libertà dal pericolo del regime comunista sovietico, oggi si tratta di difendere una visione dell’uomo.
Vorrei poi anche ricordare, a tanti amici, una promessa fatta da Enrico Letta. Se la sinistra dovesse andare al potere, grazie all’astensionismo o la dispersione dei voti degli ex elettori del centrodestra, Roberto Speranza verrà confermato quale ministro della Salute. Chi si astiene, o dà il consenso a un partitino fuori coalizione, sottraendo voti al centrodestra, rischia di votare indirettamente Speranza ministro della Salute, se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza. Ecco perché occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. E non si tratta di uno spot elettorale. Questa esigenza è dettata da due fattori: fermare la deriva zapaterista della sinistra, e consentire finalmente di avere un governo di centrodestra davvero politico. Non l’accrocco indigeribile del governo gialloblù, costretto dal mancato raggiungimento del premio di maggioranza, e neanche il cosiddetto governo Draghi di unità nazionale - o pseudo tecnico - che ha fatto scelte in termini di libertà del tutto esecrabili. Solo un governo esclusivamente politico, non condizionato da compromessi impossibili o da fattori e pressioni imposte dall’esterno, può dare una garanzia da questo punto di vista.
Se qualcuno vuol sapere quale potrebbe essere lo scenario in caso di vittoria del centrodestra per quanto riguarda la questione obblighi vaccinali, green pass, eccetera, legga l’ottima intervista rilasciata il 6 agosto scorso alla Verità da Massimiliano Romeo, presidente dei senatori della Lega.
Occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. Chi invece si astiene, o spreca il voto, è come se votasse Roberto Speranza ministro della Salute.
Meno tasse, mutui agevolati, congedi. Ecco l’«inferno» pro family di Orbán
Dall’alto del nostro nulla, critichiamo pure. In Italia gli aiuti alle famiglie e la lotta alla denatalità sono all’anno zero, ma se Matteo Salvini osa citare quello che di concreto ha fatto il governo ungherese per riempire le culle e aiutare le donne, apriti cielo. «Un modello misogino e omofobo», tuona la Stampa degli Agnelli Elkann, e pazienza se quella pioggia di esenzioni e prestiti concessi da Viktor Orbán a partire dal 2019 farebbero molto comodo anche da noi e alle grandi imprese che da mesi lamentano il calo delle nascite nella Penisola.
Che cosa è successo è molto semplice. Mercoledì, intervistato da Radio 24 del Sole 24 Ore, il capo della Lega è andato al lato pratico della faccenda e ha affermato: «Non c’è alcun dubbio che la legge più avanzata per la famiglia, quella che sta dando i migliori risultati a livello europeo, sia quella dell’Ungheria». «Ma non lo dico perché c’è Orbán», ha subito aggiunto Salvini, «perché se fosse in Francia direi in Francia». Con la radio della Confindustria, preoccupata della denatalità italica, il capo del Carroccio ha parlato di «tantissimi aiuti e incentivi economici veri», citando le esenzioni fiscali per le donne dopo il terzo figlio e i congedi parentali per i nonni. Ma si tratta solo di alcune delle misure messe in campo dall’Ungheria, a partire dalla prima legge del 2019, sotto le insegne della lotta al calo demografico e della difesa della famiglia tradizionale, basata su uomo e donna, legge che ha attirato critiche dell’Unione europea e di molti «progressisti» in vari Paesi.
Prima di riprendere il tema del «modello omofobo e misogino» di Budapest, ecco in che consistono le misure che sarebbe utile poter discutere anche in Italia, a prescindere da come la si pensi su gender e dintorni. Tutte le donne che partoriscono e si prendono cura di almeno quattro figli hanno l’esenzione a vita dalla tassa sui redditi. Per le madri sotto i 40 anni che si sposano per la prima volta c’è a disposizione un prestito a interessi ridotti di 31.500 euro: un terzo del debito verrà estinto alla nascita del secondo figlio, mentre gli interessi verranno cancellati alla nascita del terzo.
Sempre in tema di prestiti statali, c’è un programma apposito per le famiglie con almeno due bimbi, affinché possano comprare la casa dove vivere. Dopo la nascita del secondogenito, il governo assegnerà 3.150 euro come contributo per il mutuo e dopo il terzo bambino si arriva a 12.580 euro di sovvenzione. Ogni nuovo arrivato in famiglia permetterà alla famiglia di ricevere un assegno aggiuntivo di oltre 3.000 euro. Tra le altre facilitazioni ci sono il congedo parentale per i nonni fino al terzo compleanno dei nipoti; il potenziamento della rete degli asili pubblici con la creazione di 21.000 nuovi posti entro la fine di quest’anno; un sussidio di 7.862 euro per l’acquisto di un’automobile da sette posti per le famiglie numerose.
E sempre nella stessa ottica, da febbraio 2020 il governo ungherese offre gratuitamente alle coppie i trattamenti di fecondazione assistita. Come ricordava ieri lo stesso Corriere della Sera, è «considerevole l’investimento finanziario per l’attuazione del piano: il 6,2% del Pil del Paese è destinato a favore delle politiche familiari e della natalità». E il governo di Budapest ha stanziato circa 9,7 miliardi di euro nel solo 2022.
Ma a giugno del 2020, Orbán si è «macchiato» di una modifica della Costituzione con la quale si definisce la famiglia come quella composta da una donna come madre e un uomo come padre, vietando di fatto le adozioni da parte di coppie del medesimo sesso e complicando le adozioni da parte dei single.
Per questo motivo, gli esempi citati da Salvini hanno fatto imbestialire il Pd e gli ultras di quella che a volte sembra sì una famiglia «allargata», ma a tutti meno che ai figli. Il capogruppo alla Camera Debora Serracchiani inorridisce: «Sono andata a leggere quella legge: il modello Orbán che piace tanto a Salvini non si occupa di quello che serve veramente alle donne e alle famiglie (tutte le famiglie), ma sembra riportarci indietro di decenni negando diritti che evidentemente per Salvini non sono scontati». Per l’esponente lettiana, quelle misure a favore delle donne che fanno più figli sono per una «famiglia etero, benedetta da Santa romana Chiesa», imperniata su madri e mogli «angeli del focolare». Il male assoluto, par di capire. Rincara la dose Lia Quartapelle: «L’Italia come l’Ungheria. Questa l’idea di Salvini per il futuro. Se si vogliono aiutare le famiglie davvero, ci sono altri modelli europei a cui ispirarsi, tra cui la Francia».
Fatto sta che gli allarmi, anche dal fronte economico, si susseguono da mesi. Lo scorso 24 maggio, il presidente Istat Giancarlo Blangiardo ha fatto notare da Parma che «a livello nazionale la demografia è debole. Lo era prima del Covid e ora si è ulteriormente indebolita. Sul fronte natalità, lo scorso anno i nuovi nati sono stati 399.000, il numero più basso di sempre». Le previsioni da qui al 2070, dicono che la popolazione italiana potrebbe passare da 59,2 a 47,6 milioni. Pochi giorni dopo, in occasione dell’assemblea annuale di Banca d’Italia, il governatore Ignazio Visco ha spiegato che la crescita della produttività dipende fortemente dalle dinamiche demografiche e quindi nei prossimi anni si assisterà a una continua riduzione della forza lavoro e delle prospettive di sviluppo economico dell’Italia.
Sul fronte del lavoro, uno studio di via Nazionale segnala inoltre un altro grave problema: il tasso di attività femminile è pari al 55% in Italia, contro una media europea del 68%, ed è inferiore di 18 punti percentuali rispetto a quella degli uomini. Angeli del focolare loro malgrado?
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In gioco ci sono due visioni dell’uomo: si corra al seggio e non si disperdano suffragi. Dopo l’assurda polemica sull’aborto, la sinistra si scaglia sugli aiuti alle famiglie. Della crisi delle nascite non gliene importa nulla: vogliono nozze gay, gender a scuola, eutanasia e cannabis.Il Pd e la stampa di sinistra trasecolano perché, contro la denatalità, Matteo Salvini propone il modello Ungheria. Un Paese che investe il 6,2% del Pil per genitori, figli, nonni e asili. E facilita l’acquisto di abitazioni e auto.Lo speciale contiene due articoli.Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione giuristi per la vitaStrane queste elezioni balneari del 2022. Tra le tante cose che quadrano poco vi è da annoverare anche l’eccessivo entusiasmo che circola tra le fila del centrodestra. Un entusiasmo amplificato da sondaggi presi come l’oracolo di Delfi. La realtà è che la coalizione di centrodestra non ha la vittoria in tasca come cercano far credere i dati in circolazione, e coloro che li agitano strumentalmente per paventare il pericolo fascista. Chi davvero si intende di politica sa che, di solito, le elezioni le vincono quelli che hanno paura di perderle. E oggi il Partito democratico, con i vari satelliti di sinistra, ha il terrore di perdere il potere. Quindi verrà utilizzato qualsiasi mezzo, senza esclusione di colpi, pur di non uscire dalla stanza dei bottoni in cui comandano da più di un decennio senza aver vinto un’elezione.Ci sono due grandi pericoli all’orizzonte per lo schieramento di centrodestra. L’astensionismo e la dispersione del voto per uno di quei partitini che, verosimilmente, non raggiungeranno mai lo sbarramento del 3%. Il punto è che se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza, proprio grazie all’astensionismo e alla dispersione del voto, lo scenario che si verificherebbe è facilissimo da delineare. Partito democratico, grillini, sinistra e magari anche la coppia Carlo Calenda e Matteo Renzi si metteranno insieme per formare un governo. E sarà la fine. Sì, perché non avremo soltanto l’approvazione del ddl Zan sull’omofobia, ma anche il cosiddetto «matrimonio egualitario», cioè non più l’unione civile ma il matrimonio a tutti gli effetti tra omosessuali, la conseguente adozione dei minori a coppie dello stesso sesso, l’eutanasia, l’utero in affitto, la legalizzazione della cannabis, la scuola d’infanzia obbligatoria in pieno stile bolscevico, il gender nelle scuole, e tutta una serie di devianze che Letta continua a rivendicare con orgoglio. Non avremo l’agenda Draghi, avremo l’agenda Zan. Avremo la realizzazione definitiva di quella rivoluzione antropologica contro cui da più di dieci anni combattono molti protagonisti coraggiosi del mondo pro life e pro family.Ecco perché questa campagna elettorale ha un’importanza fondamentale. In un certo senso la stessa importanza che ebbero le elezioni del 18 aprile 1948. Allora, si trattò di difendere la libertà dal pericolo del regime comunista sovietico, oggi si tratta di difendere una visione dell’uomo.Vorrei poi anche ricordare, a tanti amici, una promessa fatta da Enrico Letta. Se la sinistra dovesse andare al potere, grazie all’astensionismo o la dispersione dei voti degli ex elettori del centrodestra, Roberto Speranza verrà confermato quale ministro della Salute. Chi si astiene, o dà il consenso a un partitino fuori coalizione, sottraendo voti al centrodestra, rischia di votare indirettamente Speranza ministro della Salute, se il centrodestra non dovesse raggiungere il premio di maggioranza. Ecco perché occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. E non si tratta di uno spot elettorale. Questa esigenza è dettata da due fattori: fermare la deriva zapaterista della sinistra, e consentire finalmente di avere un governo di centrodestra davvero politico. Non l’accrocco indigeribile del governo gialloblù, costretto dal mancato raggiungimento del premio di maggioranza, e neanche il cosiddetto governo Draghi di unità nazionale - o pseudo tecnico - che ha fatto scelte in termini di libertà del tutto esecrabili. Solo un governo esclusivamente politico, non condizionato da compromessi impossibili o da fattori e pressioni imposte dall’esterno, può dare una garanzia da questo punto di vista.Se qualcuno vuol sapere quale potrebbe essere lo scenario in caso di vittoria del centrodestra per quanto riguarda la questione obblighi vaccinali, green pass, eccetera, legga l’ottima intervista rilasciata il 6 agosto scorso alla Verità da Massimiliano Romeo, presidente dei senatori della Lega. Occorre votare un partito della coalizione di centrodestra. 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In Italia gli aiuti alle famiglie e la lotta alla denatalità sono all’anno zero, ma se Matteo Salvini osa citare quello che di concreto ha fatto il governo ungherese per riempire le culle e aiutare le donne, apriti cielo. «Un modello misogino e omofobo», tuona la Stampa degli Agnelli Elkann, e pazienza se quella pioggia di esenzioni e prestiti concessi da Viktor Orbán a partire dal 2019 farebbero molto comodo anche da noi e alle grandi imprese che da mesi lamentano il calo delle nascite nella Penisola. Che cosa è successo è molto semplice. Mercoledì, intervistato da Radio 24 del Sole 24 Ore, il capo della Lega è andato al lato pratico della faccenda e ha affermato: «Non c’è alcun dubbio che la legge più avanzata per la famiglia, quella che sta dando i migliori risultati a livello europeo, sia quella dell’Ungheria». «Ma non lo dico perché c’è Orbán», ha subito aggiunto Salvini, «perché se fosse in Francia direi in Francia». Con la radio della Confindustria, preoccupata della denatalità italica, il capo del Carroccio ha parlato di «tantissimi aiuti e incentivi economici veri», citando le esenzioni fiscali per le donne dopo il terzo figlio e i congedi parentali per i nonni. Ma si tratta solo di alcune delle misure messe in campo dall’Ungheria, a partire dalla prima legge del 2019, sotto le insegne della lotta al calo demografico e della difesa della famiglia tradizionale, basata su uomo e donna, legge che ha attirato critiche dell’Unione europea e di molti «progressisti» in vari Paesi. Prima di riprendere il tema del «modello omofobo e misogino» di Budapest, ecco in che consistono le misure che sarebbe utile poter discutere anche in Italia, a prescindere da come la si pensi su gender e dintorni. Tutte le donne che partoriscono e si prendono cura di almeno quattro figli hanno l’esenzione a vita dalla tassa sui redditi. Per le madri sotto i 40 anni che si sposano per la prima volta c’è a disposizione un prestito a interessi ridotti di 31.500 euro: un terzo del debito verrà estinto alla nascita del secondo figlio, mentre gli interessi verranno cancellati alla nascita del terzo. Sempre in tema di prestiti statali, c’è un programma apposito per le famiglie con almeno due bimbi, affinché possano comprare la casa dove vivere. Dopo la nascita del secondogenito, il governo assegnerà 3.150 euro come contributo per il mutuo e dopo il terzo bambino si arriva a 12.580 euro di sovvenzione. Ogni nuovo arrivato in famiglia permetterà alla famiglia di ricevere un assegno aggiuntivo di oltre 3.000 euro. Tra le altre facilitazioni ci sono il congedo parentale per i nonni fino al terzo compleanno dei nipoti; il potenziamento della rete degli asili pubblici con la creazione di 21.000 nuovi posti entro la fine di quest’anno; un sussidio di 7.862 euro per l’acquisto di un’automobile da sette posti per le famiglie numerose. E sempre nella stessa ottica, da febbraio 2020 il governo ungherese offre gratuitamente alle coppie i trattamenti di fecondazione assistita. Come ricordava ieri lo stesso Corriere della Sera, è «considerevole l’investimento finanziario per l’attuazione del piano: il 6,2% del Pil del Paese è destinato a favore delle politiche familiari e della natalità». E il governo di Budapest ha stanziato circa 9,7 miliardi di euro nel solo 2022. Ma a giugno del 2020, Orbán si è «macchiato» di una modifica della Costituzione con la quale si definisce la famiglia come quella composta da una donna come madre e un uomo come padre, vietando di fatto le adozioni da parte di coppie del medesimo sesso e complicando le adozioni da parte dei single. Per questo motivo, gli esempi citati da Salvini hanno fatto imbestialire il Pd e gli ultras di quella che a volte sembra sì una famiglia «allargata», ma a tutti meno che ai figli. Il capogruppo alla Camera Debora Serracchiani inorridisce: «Sono andata a leggere quella legge: il modello Orbán che piace tanto a Salvini non si occupa di quello che serve veramente alle donne e alle famiglie (tutte le famiglie), ma sembra riportarci indietro di decenni negando diritti che evidentemente per Salvini non sono scontati». Per l’esponente lettiana, quelle misure a favore delle donne che fanno più figli sono per una «famiglia etero, benedetta da Santa romana Chiesa», imperniata su madri e mogli «angeli del focolare». Il male assoluto, par di capire. Rincara la dose Lia Quartapelle: «L’Italia come l’Ungheria. Questa l’idea di Salvini per il futuro. Se si vogliono aiutare le famiglie davvero, ci sono altri modelli europei a cui ispirarsi, tra cui la Francia». Fatto sta che gli allarmi, anche dal fronte economico, si susseguono da mesi. Lo scorso 24 maggio, il presidente Istat Giancarlo Blangiardo ha fatto notare da Parma che «a livello nazionale la demografia è debole. Lo era prima del Covid e ora si è ulteriormente indebolita. Sul fronte natalità, lo scorso anno i nuovi nati sono stati 399.000, il numero più basso di sempre». Le previsioni da qui al 2070, dicono che la popolazione italiana potrebbe passare da 59,2 a 47,6 milioni. Pochi giorni dopo, in occasione dell’assemblea annuale di Banca d’Italia, il governatore Ignazio Visco ha spiegato che la crescita della produttività dipende fortemente dalle dinamiche demografiche e quindi nei prossimi anni si assisterà a una continua riduzione della forza lavoro e delle prospettive di sviluppo economico dell’Italia. Sul fronte del lavoro, uno studio di via Nazionale segnala inoltre un altro grave problema: il tasso di attività femminile è pari al 55% in Italia, contro una media europea del 68%, ed è inferiore di 18 punti percentuali rispetto a quella degli uomini. Angeli del focolare loro malgrado?
Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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(iStock)
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
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