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2021-10-01
Altra balla sui numeri. Sparito il bollettino dedicato ai vaccinati
Roberto Speranza (Getty images)
Doveva arrivare ad agosto in alcune regioni, a settembre in altre. Invece siamo a ottobre e del famoso bollettino differito per vaccinati e non, promesso dal ministro della Salute Roberto Speranza, non c'è traccia. Obiettivo dello sdoppiamento del consueto bollettino settimanale - uno con i dati aggregati relativi ai vaccinati, e un altro con i numeri riguardanti i non vaccinati - era quello di mostrare quali sono i rischi per chi non si immunizza e convincere così gli indecisi.
Peraltro la richiesta all'Europa, attraversata dalle proteste no vax, era arrivata proprio dall'Oms che aveva invitato gli Stati a usare «risolutezza» nella gestione della campagna vaccinale. Lo stesso ministro aveva ribadito che in Italia le epidemie sono due: quella che colpisce lievemente i vaccinati e quella, ben più grave, che mette in pericolo coloro che non sono vaccinati. Quindi due liste, una degli immunizzati che raramente finiscono intubati (ma non sono esenti dalla possibilità di contagio) e una dei non vaccinati. Dopo un anno e mezzo dall'avvento dell'epidemia la svolta sui report con i dati su contagi, ricoveri e morti da Covid per rendere ancora più chiara l'importanza della vaccinazione ovvero far trasparire l'efficacia dei vaccini e rendere chiare le differenze tra chi si è coperto rispetto ai rischi del contagio e chi ha scelto, nonostante il green pass, di non farlo. Un'arma in più per convincere gli indecisi a vaccinarsi. Ma anche per verificare sul territorio l'effettiva gravità del contagio così che, dati alla mano, si possono indicare ai non vaccinati il livello di pericolo che stanno correndo. L'unico problema era l'allineamento delle Regioni. Ognuna infatti ha un proprio metodo di monitoraggio di contagi, morti, posti letto occupati in terapia intensiva o in reparti ordinari.
L'obiettivo di fondo, secondo i funzionari ministeriali, era anche «prevenire le fake news che si moltiplicheranno quando in autunno le ospedalizzazioni saliranno». Secondo il ministero il doppio report giornaliero voleva evitare inoltre quanto è accaduto nelle ultime settimane in Israele, dove le polemiche dei no vax sono aumentate dopo che una quota di chi si è sottoposto all'inoculazione è finita in ospedale per la variante delta. «In realtà», aveva detto un dirigente, «la percentuale di vaccinati ricoverati in Israele è infinitamente più bassa di quella dei non vaccinati. Questi ultimi sono pochi e dunque per un paradosso statistico è sembrato che i vaccini non funzionassero, quando è vero invece l'esatto contrario».
Epperò il bollettino differenziato resta un'altra promessa mancata del ministro leader di Articolo 1, ma nel frattempo, malgrado gli allarmi e le minacce, l'estate è scivolata via insieme alla stagione turistica con successo, la percentuale di ospedalizzazioni è molto inferiore rispetto allo stesso numero di casi delle ondate precedenti, e le differenze a livello regionale non sono più allarmanti né tali da subire cambiamenti di colore. Sul report relativo al periodo 22-28 settembre della Fondazione Gimbe, ieri si leggeva che ci sono ancora 8,3 milioni di persone non vaccinate mentre il 76% della popolazione (45.041.109) ha ricevuto almeno una dose di vaccino (+590.166 rispetto alla settimana precedente) e il 71,3% (42.259.253) ha completato il ciclo vaccinale (+913.805). In aumento del 4,1% il numero di somministrazioni nell'ultima settimana (1.546.235), con una media mobile a 7 giorni di 204.606 somministrazioni.
Intanto, aspettando il termometro separato dell'evoluzione della pandemia, i dati del bollettino giornaliero emanato dal ministero confermano la curva in discesa dell'epidemia. Sono stati 3.804 i casi di coronavirus ieri in Italia, compresi i 296 contagi pregressi della Sicilia, Quindi a fronte di 3.212 contagiati, i decessi sono stati 51, erano 63 mercoledì. Le persone guarite o dimesse ieri sono state 5.714 con un totale complessivo nel nostro Paese di 4.4347.126 mentre gli attuali contagiati sono 94.308 pari a 1.671 in meno rispetto al giorno precedente. Scendono i ricoverati con sintomi: 3.198 (meno 119 rispetto a mercoledì), mentre i tamponi effettuati sono stati 308.836 (mercoledì erano stati 295.452) con un tasso positività dell'1,23%. Scendono anche i pazienti in terapia intensiva, 440 (-10 dal giorno prima).
Nel frattempo il ministro Speranza ha firmato la circolare sulla terza dose di vaccino anti Covid. Sarà inoculata ai soggetti dagli 80 anni di età, al personale e agli ospiti delle Rsa e, in un momento successivo, agli esercenti le professioni sanitarie e operatori di interesse sanitario che svolgono le loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi, a partire dai 60 anni.
Le mascherine inutili di Arcuri perseguitano ancora le scuole
I danni di Domenico Arcuri, talvolta, arrivano anche a scoppio ritardato. E sarà anche sfortuna, ma appare ormai un fatto conclamato che le defaillance peggiori delle strutture commissariali e ministeriali anti Covid sono avvenute in ambito scolastico. Dopo i banchi a rotelle e la bandiera bianca alzata dal governo sugli assembramenti nei mezzi di trasporto locali (compensata illogicamente con l'obbligo di green pass per studenti e genitori), ecco il caso delle mascherine taroccate boomerang.
Se l'avvicendamento nella gestione dell'emergenza tra Arcuri e il generale Francesco Paolo Figliuolo ha comportato indiscutibili miglioramenti in una serie di procedure e nella campagna vaccinale, sulla questione dell'approvvigionamento delle mascherine i disastri dell'ex supercommissario continuano ad avere strascichi e a fare danni. Secondo più di una segnalazione, infatti, continuerebbero ad affluire nelle scuole le forniture delle cosiddette «mascherine di Stato» assolutamente inadeguate e con performance ampiamente al di sotto degli standard di protezione richiesti. Il che suona tanto più beffardo, quanto più le autorità scientifiche e politiche hanno insistito, nelle ultime settimane, sul ruolo chiave che ricopre il ritorno alla didattica in presenza e - conseguentemente - un'adeguata tutela dal virus per gli scolari.
La realtà, però, parla di migliaia di mascherine chirurgiche «by Arcuri» ammassate nei depositi o nelle palestre delle scuole, inutilizzabili per taglia, capacità di proteggere e in molti casi inindossabili a causa del cattivo odore che emanano. Ma la cosa ancor più singolare è che, pur avendone il ministero della Salute acclarato l'inutilità, queste continuano ad affluire negli istituti, gettando nella disperazione presidi, genitori e studenti già alle prese coi numerosi problemi connessi alla ripartenza, al green pass e alla mancanza di spazi adeguati.
A Roma la cosa sta diventando tanto problematica, come riferito dall'edizione capitolina di Repubblica, che più di un preside ha preso carta e penna per intimare al ministero della Salute e alla struttura commissariale di cessare gli invii di mascherine. Anche perché i genitori, una volta constata personalmente la pessima qualità dei dispositivi, hanno provveduto per conto proprio all'acquisto. Morale: di questo passo i locali dei plessi scolastici rischiano di essere saturi dei «pannolini» con spago di arcuriana memoria.
Proprio per questo, la struttura che fa capo a Figliuolo avrebbe messo a disposizione dei dirigenti scolastici un indirizzo mail per dire «stop» alle forniture. Le segnalazioni, ovviamente, non si limitano alla capitale (dove si sono mossi i dirigenti di una scuola media storica come il «Viscontino», facente capo all'antico e prestigioso Liceo Visconti) ma arrivano da tutto lo Stivale: a Milano molti genitori si sono lamentati sui social della qualità delle mascherine in dotazione alle scuole dei propri figli, senza contare che sarebbero in circolazione molte delle mascherine «tarocche» prodotte da Fca da agosto a dicembre del 2020 in due stabilimenti (tra cui Mirafiori) riconvertiti alla produzione sanitaria. Due lotti di queste ultime sono stati segnalati dal ministero della Salute a quello dell'Istruzione due settimane fa come «non conformi» al tipo di protezione necessario agli scolari.
La battaglia per arrivare a questo passo ufficiale, come è noto, è stata sostenuta in prima fila dal sottosegretario all'Istruzione e deputato leghista Rossano Sasso, che per circa un anno ha denunciato la situazione anche con atti di sindacato ispettivo come un'interrogazione urgente al ministro Roberto Speranza. Il problema da lui sollevato non ha avuto però un lieto fine, perché dal ministero è arrivata anche l'ammissione che i lotti incriminati non sono più completamente rintracciabili, ed è quindi impossibile indicare precisamente in quali istituti giacciano o stiano per arrivare. La responsabilità di controllare, tanto per cambiare, è stata scaricata su chi ha subito il danno, che dovrà infatti «provvedere a individuare, non utilizzare e quarantenare le eventuali giacenze» e quindi segnalarle al ministero.
Ma al netto dei gravi danni fatti da Arcuri, quello dell'acquisto delle mascherine da parte dello Stato rimane un terreno scivoloso e non esente da infortuni anche per il generale Figliuolo: lo abbiamo visto proprio negli ultimi giorni con la vicenda - rivelata dalla trasmissione di Rete 4 Fuori dal coro» - dei quasi due milioni di mascherine «taroccate» acquistate dall'attuale struttura commissariale come Ffp2 e rivelatesi in realtà o non rispondenti allo standard richiesto o prive della certificazione necessaria.
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Mai uscito il report differenziato sui casi promesso da Speranza Doveva servire a terrorizzare gli indecisi con la forza dei datiIstituti sommersi dai «pannolini» con l'elastico. Nessuno riesce a fermare le fornitureLo speciale contiene due articoliDoveva arrivare ad agosto in alcune regioni, a settembre in altre. Invece siamo a ottobre e del famoso bollettino differito per vaccinati e non, promesso dal ministro della Salute Roberto Speranza, non c'è traccia. Obiettivo dello sdoppiamento del consueto bollettino settimanale - uno con i dati aggregati relativi ai vaccinati, e un altro con i numeri riguardanti i non vaccinati - era quello di mostrare quali sono i rischi per chi non si immunizza e convincere così gli indecisi. Peraltro la richiesta all'Europa, attraversata dalle proteste no vax, era arrivata proprio dall'Oms che aveva invitato gli Stati a usare «risolutezza» nella gestione della campagna vaccinale. Lo stesso ministro aveva ribadito che in Italia le epidemie sono due: quella che colpisce lievemente i vaccinati e quella, ben più grave, che mette in pericolo coloro che non sono vaccinati. Quindi due liste, una degli immunizzati che raramente finiscono intubati (ma non sono esenti dalla possibilità di contagio) e una dei non vaccinati. Dopo un anno e mezzo dall'avvento dell'epidemia la svolta sui report con i dati su contagi, ricoveri e morti da Covid per rendere ancora più chiara l'importanza della vaccinazione ovvero far trasparire l'efficacia dei vaccini e rendere chiare le differenze tra chi si è coperto rispetto ai rischi del contagio e chi ha scelto, nonostante il green pass, di non farlo. Un'arma in più per convincere gli indecisi a vaccinarsi. Ma anche per verificare sul territorio l'effettiva gravità del contagio così che, dati alla mano, si possono indicare ai non vaccinati il livello di pericolo che stanno correndo. L'unico problema era l'allineamento delle Regioni. Ognuna infatti ha un proprio metodo di monitoraggio di contagi, morti, posti letto occupati in terapia intensiva o in reparti ordinari. L'obiettivo di fondo, secondo i funzionari ministeriali, era anche «prevenire le fake news che si moltiplicheranno quando in autunno le ospedalizzazioni saliranno». Secondo il ministero il doppio report giornaliero voleva evitare inoltre quanto è accaduto nelle ultime settimane in Israele, dove le polemiche dei no vax sono aumentate dopo che una quota di chi si è sottoposto all'inoculazione è finita in ospedale per la variante delta. «In realtà», aveva detto un dirigente, «la percentuale di vaccinati ricoverati in Israele è infinitamente più bassa di quella dei non vaccinati. Questi ultimi sono pochi e dunque per un paradosso statistico è sembrato che i vaccini non funzionassero, quando è vero invece l'esatto contrario». Epperò il bollettino differenziato resta un'altra promessa mancata del ministro leader di Articolo 1, ma nel frattempo, malgrado gli allarmi e le minacce, l'estate è scivolata via insieme alla stagione turistica con successo, la percentuale di ospedalizzazioni è molto inferiore rispetto allo stesso numero di casi delle ondate precedenti, e le differenze a livello regionale non sono più allarmanti né tali da subire cambiamenti di colore. Sul report relativo al periodo 22-28 settembre della Fondazione Gimbe, ieri si leggeva che ci sono ancora 8,3 milioni di persone non vaccinate mentre il 76% della popolazione (45.041.109) ha ricevuto almeno una dose di vaccino (+590.166 rispetto alla settimana precedente) e il 71,3% (42.259.253) ha completato il ciclo vaccinale (+913.805). In aumento del 4,1% il numero di somministrazioni nell'ultima settimana (1.546.235), con una media mobile a 7 giorni di 204.606 somministrazioni. Intanto, aspettando il termometro separato dell'evoluzione della pandemia, i dati del bollettino giornaliero emanato dal ministero confermano la curva in discesa dell'epidemia. Sono stati 3.804 i casi di coronavirus ieri in Italia, compresi i 296 contagi pregressi della Sicilia, Quindi a fronte di 3.212 contagiati, i decessi sono stati 51, erano 63 mercoledì. Le persone guarite o dimesse ieri sono state 5.714 con un totale complessivo nel nostro Paese di 4.4347.126 mentre gli attuali contagiati sono 94.308 pari a 1.671 in meno rispetto al giorno precedente. Scendono i ricoverati con sintomi: 3.198 (meno 119 rispetto a mercoledì), mentre i tamponi effettuati sono stati 308.836 (mercoledì erano stati 295.452) con un tasso positività dell'1,23%. Scendono anche i pazienti in terapia intensiva, 440 (-10 dal giorno prima). Nel frattempo il ministro Speranza ha firmato la circolare sulla terza dose di vaccino anti Covid. Sarà inoculata ai soggetti dagli 80 anni di età, al personale e agli ospiti delle Rsa e, in un momento successivo, agli esercenti le professioni sanitarie e operatori di interesse sanitario che svolgono le loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi, a partire dai 60 anni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-balla-sui-numeri-sparito-il-bollettino-dedicato-ai-vaccinati-2655201844.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-mascherine-inutili-di-arcuri-perseguitano-ancora-le-scuole" data-post-id="2655201844" data-published-at="1633039416" data-use-pagination="False"> Le mascherine inutili di Arcuri perseguitano ancora le scuole I danni di Domenico Arcuri, talvolta, arrivano anche a scoppio ritardato. E sarà anche sfortuna, ma appare ormai un fatto conclamato che le defaillance peggiori delle strutture commissariali e ministeriali anti Covid sono avvenute in ambito scolastico. Dopo i banchi a rotelle e la bandiera bianca alzata dal governo sugli assembramenti nei mezzi di trasporto locali (compensata illogicamente con l'obbligo di green pass per studenti e genitori), ecco il caso delle mascherine taroccate boomerang. Se l'avvicendamento nella gestione dell'emergenza tra Arcuri e il generale Francesco Paolo Figliuolo ha comportato indiscutibili miglioramenti in una serie di procedure e nella campagna vaccinale, sulla questione dell'approvvigionamento delle mascherine i disastri dell'ex supercommissario continuano ad avere strascichi e a fare danni. Secondo più di una segnalazione, infatti, continuerebbero ad affluire nelle scuole le forniture delle cosiddette «mascherine di Stato» assolutamente inadeguate e con performance ampiamente al di sotto degli standard di protezione richiesti. Il che suona tanto più beffardo, quanto più le autorità scientifiche e politiche hanno insistito, nelle ultime settimane, sul ruolo chiave che ricopre il ritorno alla didattica in presenza e - conseguentemente - un'adeguata tutela dal virus per gli scolari. La realtà, però, parla di migliaia di mascherine chirurgiche «by Arcuri» ammassate nei depositi o nelle palestre delle scuole, inutilizzabili per taglia, capacità di proteggere e in molti casi inindossabili a causa del cattivo odore che emanano. Ma la cosa ancor più singolare è che, pur avendone il ministero della Salute acclarato l'inutilità, queste continuano ad affluire negli istituti, gettando nella disperazione presidi, genitori e studenti già alle prese coi numerosi problemi connessi alla ripartenza, al green pass e alla mancanza di spazi adeguati. A Roma la cosa sta diventando tanto problematica, come riferito dall'edizione capitolina di Repubblica, che più di un preside ha preso carta e penna per intimare al ministero della Salute e alla struttura commissariale di cessare gli invii di mascherine. Anche perché i genitori, una volta constata personalmente la pessima qualità dei dispositivi, hanno provveduto per conto proprio all'acquisto. Morale: di questo passo i locali dei plessi scolastici rischiano di essere saturi dei «pannolini» con spago di arcuriana memoria. Proprio per questo, la struttura che fa capo a Figliuolo avrebbe messo a disposizione dei dirigenti scolastici un indirizzo mail per dire «stop» alle forniture. Le segnalazioni, ovviamente, non si limitano alla capitale (dove si sono mossi i dirigenti di una scuola media storica come il «Viscontino», facente capo all'antico e prestigioso Liceo Visconti) ma arrivano da tutto lo Stivale: a Milano molti genitori si sono lamentati sui social della qualità delle mascherine in dotazione alle scuole dei propri figli, senza contare che sarebbero in circolazione molte delle mascherine «tarocche» prodotte da Fca da agosto a dicembre del 2020 in due stabilimenti (tra cui Mirafiori) riconvertiti alla produzione sanitaria. Due lotti di queste ultime sono stati segnalati dal ministero della Salute a quello dell'Istruzione due settimane fa come «non conformi» al tipo di protezione necessario agli scolari. La battaglia per arrivare a questo passo ufficiale, come è noto, è stata sostenuta in prima fila dal sottosegretario all'Istruzione e deputato leghista Rossano Sasso, che per circa un anno ha denunciato la situazione anche con atti di sindacato ispettivo come un'interrogazione urgente al ministro Roberto Speranza. Il problema da lui sollevato non ha avuto però un lieto fine, perché dal ministero è arrivata anche l'ammissione che i lotti incriminati non sono più completamente rintracciabili, ed è quindi impossibile indicare precisamente in quali istituti giacciano o stiano per arrivare. La responsabilità di controllare, tanto per cambiare, è stata scaricata su chi ha subito il danno, che dovrà infatti «provvedere a individuare, non utilizzare e quarantenare le eventuali giacenze» e quindi segnalarle al ministero. Ma al netto dei gravi danni fatti da Arcuri, quello dell'acquisto delle mascherine da parte dello Stato rimane un terreno scivoloso e non esente da infortuni anche per il generale Figliuolo: lo abbiamo visto proprio negli ultimi giorni con la vicenda - rivelata dalla trasmissione di Rete 4 Fuori dal coro» - dei quasi due milioni di mascherine «taroccate» acquistate dall'attuale struttura commissariale come Ffp2 e rivelatesi in realtà o non rispondenti allo standard richiesto o prive della certificazione necessaria.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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