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2021-10-01
Altra balla sui numeri. Sparito il bollettino dedicato ai vaccinati
Roberto Speranza (Getty images)
Doveva arrivare ad agosto in alcune regioni, a settembre in altre. Invece siamo a ottobre e del famoso bollettino differito per vaccinati e non, promesso dal ministro della Salute Roberto Speranza, non c'è traccia. Obiettivo dello sdoppiamento del consueto bollettino settimanale - uno con i dati aggregati relativi ai vaccinati, e un altro con i numeri riguardanti i non vaccinati - era quello di mostrare quali sono i rischi per chi non si immunizza e convincere così gli indecisi.
Peraltro la richiesta all'Europa, attraversata dalle proteste no vax, era arrivata proprio dall'Oms che aveva invitato gli Stati a usare «risolutezza» nella gestione della campagna vaccinale. Lo stesso ministro aveva ribadito che in Italia le epidemie sono due: quella che colpisce lievemente i vaccinati e quella, ben più grave, che mette in pericolo coloro che non sono vaccinati. Quindi due liste, una degli immunizzati che raramente finiscono intubati (ma non sono esenti dalla possibilità di contagio) e una dei non vaccinati. Dopo un anno e mezzo dall'avvento dell'epidemia la svolta sui report con i dati su contagi, ricoveri e morti da Covid per rendere ancora più chiara l'importanza della vaccinazione ovvero far trasparire l'efficacia dei vaccini e rendere chiare le differenze tra chi si è coperto rispetto ai rischi del contagio e chi ha scelto, nonostante il green pass, di non farlo. Un'arma in più per convincere gli indecisi a vaccinarsi. Ma anche per verificare sul territorio l'effettiva gravità del contagio così che, dati alla mano, si possono indicare ai non vaccinati il livello di pericolo che stanno correndo. L'unico problema era l'allineamento delle Regioni. Ognuna infatti ha un proprio metodo di monitoraggio di contagi, morti, posti letto occupati in terapia intensiva o in reparti ordinari.
L'obiettivo di fondo, secondo i funzionari ministeriali, era anche «prevenire le fake news che si moltiplicheranno quando in autunno le ospedalizzazioni saliranno». Secondo il ministero il doppio report giornaliero voleva evitare inoltre quanto è accaduto nelle ultime settimane in Israele, dove le polemiche dei no vax sono aumentate dopo che una quota di chi si è sottoposto all'inoculazione è finita in ospedale per la variante delta. «In realtà», aveva detto un dirigente, «la percentuale di vaccinati ricoverati in Israele è infinitamente più bassa di quella dei non vaccinati. Questi ultimi sono pochi e dunque per un paradosso statistico è sembrato che i vaccini non funzionassero, quando è vero invece l'esatto contrario».
Epperò il bollettino differenziato resta un'altra promessa mancata del ministro leader di Articolo 1, ma nel frattempo, malgrado gli allarmi e le minacce, l'estate è scivolata via insieme alla stagione turistica con successo, la percentuale di ospedalizzazioni è molto inferiore rispetto allo stesso numero di casi delle ondate precedenti, e le differenze a livello regionale non sono più allarmanti né tali da subire cambiamenti di colore. Sul report relativo al periodo 22-28 settembre della Fondazione Gimbe, ieri si leggeva che ci sono ancora 8,3 milioni di persone non vaccinate mentre il 76% della popolazione (45.041.109) ha ricevuto almeno una dose di vaccino (+590.166 rispetto alla settimana precedente) e il 71,3% (42.259.253) ha completato il ciclo vaccinale (+913.805). In aumento del 4,1% il numero di somministrazioni nell'ultima settimana (1.546.235), con una media mobile a 7 giorni di 204.606 somministrazioni.
Intanto, aspettando il termometro separato dell'evoluzione della pandemia, i dati del bollettino giornaliero emanato dal ministero confermano la curva in discesa dell'epidemia. Sono stati 3.804 i casi di coronavirus ieri in Italia, compresi i 296 contagi pregressi della Sicilia, Quindi a fronte di 3.212 contagiati, i decessi sono stati 51, erano 63 mercoledì. Le persone guarite o dimesse ieri sono state 5.714 con un totale complessivo nel nostro Paese di 4.4347.126 mentre gli attuali contagiati sono 94.308 pari a 1.671 in meno rispetto al giorno precedente. Scendono i ricoverati con sintomi: 3.198 (meno 119 rispetto a mercoledì), mentre i tamponi effettuati sono stati 308.836 (mercoledì erano stati 295.452) con un tasso positività dell'1,23%. Scendono anche i pazienti in terapia intensiva, 440 (-10 dal giorno prima).
Nel frattempo il ministro Speranza ha firmato la circolare sulla terza dose di vaccino anti Covid. Sarà inoculata ai soggetti dagli 80 anni di età, al personale e agli ospiti delle Rsa e, in un momento successivo, agli esercenti le professioni sanitarie e operatori di interesse sanitario che svolgono le loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi, a partire dai 60 anni.
Le mascherine inutili di Arcuri perseguitano ancora le scuole
I danni di Domenico Arcuri, talvolta, arrivano anche a scoppio ritardato. E sarà anche sfortuna, ma appare ormai un fatto conclamato che le defaillance peggiori delle strutture commissariali e ministeriali anti Covid sono avvenute in ambito scolastico. Dopo i banchi a rotelle e la bandiera bianca alzata dal governo sugli assembramenti nei mezzi di trasporto locali (compensata illogicamente con l'obbligo di green pass per studenti e genitori), ecco il caso delle mascherine taroccate boomerang.
Se l'avvicendamento nella gestione dell'emergenza tra Arcuri e il generale Francesco Paolo Figliuolo ha comportato indiscutibili miglioramenti in una serie di procedure e nella campagna vaccinale, sulla questione dell'approvvigionamento delle mascherine i disastri dell'ex supercommissario continuano ad avere strascichi e a fare danni. Secondo più di una segnalazione, infatti, continuerebbero ad affluire nelle scuole le forniture delle cosiddette «mascherine di Stato» assolutamente inadeguate e con performance ampiamente al di sotto degli standard di protezione richiesti. Il che suona tanto più beffardo, quanto più le autorità scientifiche e politiche hanno insistito, nelle ultime settimane, sul ruolo chiave che ricopre il ritorno alla didattica in presenza e - conseguentemente - un'adeguata tutela dal virus per gli scolari.
La realtà, però, parla di migliaia di mascherine chirurgiche «by Arcuri» ammassate nei depositi o nelle palestre delle scuole, inutilizzabili per taglia, capacità di proteggere e in molti casi inindossabili a causa del cattivo odore che emanano. Ma la cosa ancor più singolare è che, pur avendone il ministero della Salute acclarato l'inutilità, queste continuano ad affluire negli istituti, gettando nella disperazione presidi, genitori e studenti già alle prese coi numerosi problemi connessi alla ripartenza, al green pass e alla mancanza di spazi adeguati.
A Roma la cosa sta diventando tanto problematica, come riferito dall'edizione capitolina di Repubblica, che più di un preside ha preso carta e penna per intimare al ministero della Salute e alla struttura commissariale di cessare gli invii di mascherine. Anche perché i genitori, una volta constata personalmente la pessima qualità dei dispositivi, hanno provveduto per conto proprio all'acquisto. Morale: di questo passo i locali dei plessi scolastici rischiano di essere saturi dei «pannolini» con spago di arcuriana memoria.
Proprio per questo, la struttura che fa capo a Figliuolo avrebbe messo a disposizione dei dirigenti scolastici un indirizzo mail per dire «stop» alle forniture. Le segnalazioni, ovviamente, non si limitano alla capitale (dove si sono mossi i dirigenti di una scuola media storica come il «Viscontino», facente capo all'antico e prestigioso Liceo Visconti) ma arrivano da tutto lo Stivale: a Milano molti genitori si sono lamentati sui social della qualità delle mascherine in dotazione alle scuole dei propri figli, senza contare che sarebbero in circolazione molte delle mascherine «tarocche» prodotte da Fca da agosto a dicembre del 2020 in due stabilimenti (tra cui Mirafiori) riconvertiti alla produzione sanitaria. Due lotti di queste ultime sono stati segnalati dal ministero della Salute a quello dell'Istruzione due settimane fa come «non conformi» al tipo di protezione necessario agli scolari.
La battaglia per arrivare a questo passo ufficiale, come è noto, è stata sostenuta in prima fila dal sottosegretario all'Istruzione e deputato leghista Rossano Sasso, che per circa un anno ha denunciato la situazione anche con atti di sindacato ispettivo come un'interrogazione urgente al ministro Roberto Speranza. Il problema da lui sollevato non ha avuto però un lieto fine, perché dal ministero è arrivata anche l'ammissione che i lotti incriminati non sono più completamente rintracciabili, ed è quindi impossibile indicare precisamente in quali istituti giacciano o stiano per arrivare. La responsabilità di controllare, tanto per cambiare, è stata scaricata su chi ha subito il danno, che dovrà infatti «provvedere a individuare, non utilizzare e quarantenare le eventuali giacenze» e quindi segnalarle al ministero.
Ma al netto dei gravi danni fatti da Arcuri, quello dell'acquisto delle mascherine da parte dello Stato rimane un terreno scivoloso e non esente da infortuni anche per il generale Figliuolo: lo abbiamo visto proprio negli ultimi giorni con la vicenda - rivelata dalla trasmissione di Rete 4 Fuori dal coro» - dei quasi due milioni di mascherine «taroccate» acquistate dall'attuale struttura commissariale come Ffp2 e rivelatesi in realtà o non rispondenti allo standard richiesto o prive della certificazione necessaria.
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Mai uscito il report differenziato sui casi promesso da Speranza Doveva servire a terrorizzare gli indecisi con la forza dei datiIstituti sommersi dai «pannolini» con l'elastico. Nessuno riesce a fermare le fornitureLo speciale contiene due articoliDoveva arrivare ad agosto in alcune regioni, a settembre in altre. Invece siamo a ottobre e del famoso bollettino differito per vaccinati e non, promesso dal ministro della Salute Roberto Speranza, non c'è traccia. Obiettivo dello sdoppiamento del consueto bollettino settimanale - uno con i dati aggregati relativi ai vaccinati, e un altro con i numeri riguardanti i non vaccinati - era quello di mostrare quali sono i rischi per chi non si immunizza e convincere così gli indecisi. Peraltro la richiesta all'Europa, attraversata dalle proteste no vax, era arrivata proprio dall'Oms che aveva invitato gli Stati a usare «risolutezza» nella gestione della campagna vaccinale. Lo stesso ministro aveva ribadito che in Italia le epidemie sono due: quella che colpisce lievemente i vaccinati e quella, ben più grave, che mette in pericolo coloro che non sono vaccinati. Quindi due liste, una degli immunizzati che raramente finiscono intubati (ma non sono esenti dalla possibilità di contagio) e una dei non vaccinati. Dopo un anno e mezzo dall'avvento dell'epidemia la svolta sui report con i dati su contagi, ricoveri e morti da Covid per rendere ancora più chiara l'importanza della vaccinazione ovvero far trasparire l'efficacia dei vaccini e rendere chiare le differenze tra chi si è coperto rispetto ai rischi del contagio e chi ha scelto, nonostante il green pass, di non farlo. Un'arma in più per convincere gli indecisi a vaccinarsi. Ma anche per verificare sul territorio l'effettiva gravità del contagio così che, dati alla mano, si possono indicare ai non vaccinati il livello di pericolo che stanno correndo. L'unico problema era l'allineamento delle Regioni. Ognuna infatti ha un proprio metodo di monitoraggio di contagi, morti, posti letto occupati in terapia intensiva o in reparti ordinari. L'obiettivo di fondo, secondo i funzionari ministeriali, era anche «prevenire le fake news che si moltiplicheranno quando in autunno le ospedalizzazioni saliranno». Secondo il ministero il doppio report giornaliero voleva evitare inoltre quanto è accaduto nelle ultime settimane in Israele, dove le polemiche dei no vax sono aumentate dopo che una quota di chi si è sottoposto all'inoculazione è finita in ospedale per la variante delta. «In realtà», aveva detto un dirigente, «la percentuale di vaccinati ricoverati in Israele è infinitamente più bassa di quella dei non vaccinati. Questi ultimi sono pochi e dunque per un paradosso statistico è sembrato che i vaccini non funzionassero, quando è vero invece l'esatto contrario». Epperò il bollettino differenziato resta un'altra promessa mancata del ministro leader di Articolo 1, ma nel frattempo, malgrado gli allarmi e le minacce, l'estate è scivolata via insieme alla stagione turistica con successo, la percentuale di ospedalizzazioni è molto inferiore rispetto allo stesso numero di casi delle ondate precedenti, e le differenze a livello regionale non sono più allarmanti né tali da subire cambiamenti di colore. Sul report relativo al periodo 22-28 settembre della Fondazione Gimbe, ieri si leggeva che ci sono ancora 8,3 milioni di persone non vaccinate mentre il 76% della popolazione (45.041.109) ha ricevuto almeno una dose di vaccino (+590.166 rispetto alla settimana precedente) e il 71,3% (42.259.253) ha completato il ciclo vaccinale (+913.805). In aumento del 4,1% il numero di somministrazioni nell'ultima settimana (1.546.235), con una media mobile a 7 giorni di 204.606 somministrazioni. Intanto, aspettando il termometro separato dell'evoluzione della pandemia, i dati del bollettino giornaliero emanato dal ministero confermano la curva in discesa dell'epidemia. Sono stati 3.804 i casi di coronavirus ieri in Italia, compresi i 296 contagi pregressi della Sicilia, Quindi a fronte di 3.212 contagiati, i decessi sono stati 51, erano 63 mercoledì. Le persone guarite o dimesse ieri sono state 5.714 con un totale complessivo nel nostro Paese di 4.4347.126 mentre gli attuali contagiati sono 94.308 pari a 1.671 in meno rispetto al giorno precedente. Scendono i ricoverati con sintomi: 3.198 (meno 119 rispetto a mercoledì), mentre i tamponi effettuati sono stati 308.836 (mercoledì erano stati 295.452) con un tasso positività dell'1,23%. Scendono anche i pazienti in terapia intensiva, 440 (-10 dal giorno prima). Nel frattempo il ministro Speranza ha firmato la circolare sulla terza dose di vaccino anti Covid. Sarà inoculata ai soggetti dagli 80 anni di età, al personale e agli ospiti delle Rsa e, in un momento successivo, agli esercenti le professioni sanitarie e operatori di interesse sanitario che svolgono le loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi, a partire dai 60 anni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-balla-sui-numeri-sparito-il-bollettino-dedicato-ai-vaccinati-2655201844.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-mascherine-inutili-di-arcuri-perseguitano-ancora-le-scuole" data-post-id="2655201844" data-published-at="1633039416" data-use-pagination="False"> Le mascherine inutili di Arcuri perseguitano ancora le scuole I danni di Domenico Arcuri, talvolta, arrivano anche a scoppio ritardato. E sarà anche sfortuna, ma appare ormai un fatto conclamato che le defaillance peggiori delle strutture commissariali e ministeriali anti Covid sono avvenute in ambito scolastico. Dopo i banchi a rotelle e la bandiera bianca alzata dal governo sugli assembramenti nei mezzi di trasporto locali (compensata illogicamente con l'obbligo di green pass per studenti e genitori), ecco il caso delle mascherine taroccate boomerang. Se l'avvicendamento nella gestione dell'emergenza tra Arcuri e il generale Francesco Paolo Figliuolo ha comportato indiscutibili miglioramenti in una serie di procedure e nella campagna vaccinale, sulla questione dell'approvvigionamento delle mascherine i disastri dell'ex supercommissario continuano ad avere strascichi e a fare danni. Secondo più di una segnalazione, infatti, continuerebbero ad affluire nelle scuole le forniture delle cosiddette «mascherine di Stato» assolutamente inadeguate e con performance ampiamente al di sotto degli standard di protezione richiesti. Il che suona tanto più beffardo, quanto più le autorità scientifiche e politiche hanno insistito, nelle ultime settimane, sul ruolo chiave che ricopre il ritorno alla didattica in presenza e - conseguentemente - un'adeguata tutela dal virus per gli scolari. La realtà, però, parla di migliaia di mascherine chirurgiche «by Arcuri» ammassate nei depositi o nelle palestre delle scuole, inutilizzabili per taglia, capacità di proteggere e in molti casi inindossabili a causa del cattivo odore che emanano. Ma la cosa ancor più singolare è che, pur avendone il ministero della Salute acclarato l'inutilità, queste continuano ad affluire negli istituti, gettando nella disperazione presidi, genitori e studenti già alle prese coi numerosi problemi connessi alla ripartenza, al green pass e alla mancanza di spazi adeguati. A Roma la cosa sta diventando tanto problematica, come riferito dall'edizione capitolina di Repubblica, che più di un preside ha preso carta e penna per intimare al ministero della Salute e alla struttura commissariale di cessare gli invii di mascherine. Anche perché i genitori, una volta constata personalmente la pessima qualità dei dispositivi, hanno provveduto per conto proprio all'acquisto. Morale: di questo passo i locali dei plessi scolastici rischiano di essere saturi dei «pannolini» con spago di arcuriana memoria. Proprio per questo, la struttura che fa capo a Figliuolo avrebbe messo a disposizione dei dirigenti scolastici un indirizzo mail per dire «stop» alle forniture. Le segnalazioni, ovviamente, non si limitano alla capitale (dove si sono mossi i dirigenti di una scuola media storica come il «Viscontino», facente capo all'antico e prestigioso Liceo Visconti) ma arrivano da tutto lo Stivale: a Milano molti genitori si sono lamentati sui social della qualità delle mascherine in dotazione alle scuole dei propri figli, senza contare che sarebbero in circolazione molte delle mascherine «tarocche» prodotte da Fca da agosto a dicembre del 2020 in due stabilimenti (tra cui Mirafiori) riconvertiti alla produzione sanitaria. Due lotti di queste ultime sono stati segnalati dal ministero della Salute a quello dell'Istruzione due settimane fa come «non conformi» al tipo di protezione necessario agli scolari. La battaglia per arrivare a questo passo ufficiale, come è noto, è stata sostenuta in prima fila dal sottosegretario all'Istruzione e deputato leghista Rossano Sasso, che per circa un anno ha denunciato la situazione anche con atti di sindacato ispettivo come un'interrogazione urgente al ministro Roberto Speranza. Il problema da lui sollevato non ha avuto però un lieto fine, perché dal ministero è arrivata anche l'ammissione che i lotti incriminati non sono più completamente rintracciabili, ed è quindi impossibile indicare precisamente in quali istituti giacciano o stiano per arrivare. La responsabilità di controllare, tanto per cambiare, è stata scaricata su chi ha subito il danno, che dovrà infatti «provvedere a individuare, non utilizzare e quarantenare le eventuali giacenze» e quindi segnalarle al ministero. Ma al netto dei gravi danni fatti da Arcuri, quello dell'acquisto delle mascherine da parte dello Stato rimane un terreno scivoloso e non esente da infortuni anche per il generale Figliuolo: lo abbiamo visto proprio negli ultimi giorni con la vicenda - rivelata dalla trasmissione di Rete 4 Fuori dal coro» - dei quasi due milioni di mascherine «taroccate» acquistate dall'attuale struttura commissariale come Ffp2 e rivelatesi in realtà o non rispondenti allo standard richiesto o prive della certificazione necessaria.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.