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2021-10-01
Altra balla sui numeri. Sparito il bollettino dedicato ai vaccinati
Roberto Speranza (Getty images)
Doveva arrivare ad agosto in alcune regioni, a settembre in altre. Invece siamo a ottobre e del famoso bollettino differito per vaccinati e non, promesso dal ministro della Salute Roberto Speranza, non c'è traccia. Obiettivo dello sdoppiamento del consueto bollettino settimanale - uno con i dati aggregati relativi ai vaccinati, e un altro con i numeri riguardanti i non vaccinati - era quello di mostrare quali sono i rischi per chi non si immunizza e convincere così gli indecisi.
Peraltro la richiesta all'Europa, attraversata dalle proteste no vax, era arrivata proprio dall'Oms che aveva invitato gli Stati a usare «risolutezza» nella gestione della campagna vaccinale. Lo stesso ministro aveva ribadito che in Italia le epidemie sono due: quella che colpisce lievemente i vaccinati e quella, ben più grave, che mette in pericolo coloro che non sono vaccinati. Quindi due liste, una degli immunizzati che raramente finiscono intubati (ma non sono esenti dalla possibilità di contagio) e una dei non vaccinati. Dopo un anno e mezzo dall'avvento dell'epidemia la svolta sui report con i dati su contagi, ricoveri e morti da Covid per rendere ancora più chiara l'importanza della vaccinazione ovvero far trasparire l'efficacia dei vaccini e rendere chiare le differenze tra chi si è coperto rispetto ai rischi del contagio e chi ha scelto, nonostante il green pass, di non farlo. Un'arma in più per convincere gli indecisi a vaccinarsi. Ma anche per verificare sul territorio l'effettiva gravità del contagio così che, dati alla mano, si possono indicare ai non vaccinati il livello di pericolo che stanno correndo. L'unico problema era l'allineamento delle Regioni. Ognuna infatti ha un proprio metodo di monitoraggio di contagi, morti, posti letto occupati in terapia intensiva o in reparti ordinari.
L'obiettivo di fondo, secondo i funzionari ministeriali, era anche «prevenire le fake news che si moltiplicheranno quando in autunno le ospedalizzazioni saliranno». Secondo il ministero il doppio report giornaliero voleva evitare inoltre quanto è accaduto nelle ultime settimane in Israele, dove le polemiche dei no vax sono aumentate dopo che una quota di chi si è sottoposto all'inoculazione è finita in ospedale per la variante delta. «In realtà», aveva detto un dirigente, «la percentuale di vaccinati ricoverati in Israele è infinitamente più bassa di quella dei non vaccinati. Questi ultimi sono pochi e dunque per un paradosso statistico è sembrato che i vaccini non funzionassero, quando è vero invece l'esatto contrario».
Epperò il bollettino differenziato resta un'altra promessa mancata del ministro leader di Articolo 1, ma nel frattempo, malgrado gli allarmi e le minacce, l'estate è scivolata via insieme alla stagione turistica con successo, la percentuale di ospedalizzazioni è molto inferiore rispetto allo stesso numero di casi delle ondate precedenti, e le differenze a livello regionale non sono più allarmanti né tali da subire cambiamenti di colore. Sul report relativo al periodo 22-28 settembre della Fondazione Gimbe, ieri si leggeva che ci sono ancora 8,3 milioni di persone non vaccinate mentre il 76% della popolazione (45.041.109) ha ricevuto almeno una dose di vaccino (+590.166 rispetto alla settimana precedente) e il 71,3% (42.259.253) ha completato il ciclo vaccinale (+913.805). In aumento del 4,1% il numero di somministrazioni nell'ultima settimana (1.546.235), con una media mobile a 7 giorni di 204.606 somministrazioni.
Intanto, aspettando il termometro separato dell'evoluzione della pandemia, i dati del bollettino giornaliero emanato dal ministero confermano la curva in discesa dell'epidemia. Sono stati 3.804 i casi di coronavirus ieri in Italia, compresi i 296 contagi pregressi della Sicilia, Quindi a fronte di 3.212 contagiati, i decessi sono stati 51, erano 63 mercoledì. Le persone guarite o dimesse ieri sono state 5.714 con un totale complessivo nel nostro Paese di 4.4347.126 mentre gli attuali contagiati sono 94.308 pari a 1.671 in meno rispetto al giorno precedente. Scendono i ricoverati con sintomi: 3.198 (meno 119 rispetto a mercoledì), mentre i tamponi effettuati sono stati 308.836 (mercoledì erano stati 295.452) con un tasso positività dell'1,23%. Scendono anche i pazienti in terapia intensiva, 440 (-10 dal giorno prima).
Nel frattempo il ministro Speranza ha firmato la circolare sulla terza dose di vaccino anti Covid. Sarà inoculata ai soggetti dagli 80 anni di età, al personale e agli ospiti delle Rsa e, in un momento successivo, agli esercenti le professioni sanitarie e operatori di interesse sanitario che svolgono le loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi, a partire dai 60 anni.
Le mascherine inutili di Arcuri perseguitano ancora le scuole
I danni di Domenico Arcuri, talvolta, arrivano anche a scoppio ritardato. E sarà anche sfortuna, ma appare ormai un fatto conclamato che le defaillance peggiori delle strutture commissariali e ministeriali anti Covid sono avvenute in ambito scolastico. Dopo i banchi a rotelle e la bandiera bianca alzata dal governo sugli assembramenti nei mezzi di trasporto locali (compensata illogicamente con l'obbligo di green pass per studenti e genitori), ecco il caso delle mascherine taroccate boomerang.
Se l'avvicendamento nella gestione dell'emergenza tra Arcuri e il generale Francesco Paolo Figliuolo ha comportato indiscutibili miglioramenti in una serie di procedure e nella campagna vaccinale, sulla questione dell'approvvigionamento delle mascherine i disastri dell'ex supercommissario continuano ad avere strascichi e a fare danni. Secondo più di una segnalazione, infatti, continuerebbero ad affluire nelle scuole le forniture delle cosiddette «mascherine di Stato» assolutamente inadeguate e con performance ampiamente al di sotto degli standard di protezione richiesti. Il che suona tanto più beffardo, quanto più le autorità scientifiche e politiche hanno insistito, nelle ultime settimane, sul ruolo chiave che ricopre il ritorno alla didattica in presenza e - conseguentemente - un'adeguata tutela dal virus per gli scolari.
La realtà, però, parla di migliaia di mascherine chirurgiche «by Arcuri» ammassate nei depositi o nelle palestre delle scuole, inutilizzabili per taglia, capacità di proteggere e in molti casi inindossabili a causa del cattivo odore che emanano. Ma la cosa ancor più singolare è che, pur avendone il ministero della Salute acclarato l'inutilità, queste continuano ad affluire negli istituti, gettando nella disperazione presidi, genitori e studenti già alle prese coi numerosi problemi connessi alla ripartenza, al green pass e alla mancanza di spazi adeguati.
A Roma la cosa sta diventando tanto problematica, come riferito dall'edizione capitolina di Repubblica, che più di un preside ha preso carta e penna per intimare al ministero della Salute e alla struttura commissariale di cessare gli invii di mascherine. Anche perché i genitori, una volta constata personalmente la pessima qualità dei dispositivi, hanno provveduto per conto proprio all'acquisto. Morale: di questo passo i locali dei plessi scolastici rischiano di essere saturi dei «pannolini» con spago di arcuriana memoria.
Proprio per questo, la struttura che fa capo a Figliuolo avrebbe messo a disposizione dei dirigenti scolastici un indirizzo mail per dire «stop» alle forniture. Le segnalazioni, ovviamente, non si limitano alla capitale (dove si sono mossi i dirigenti di una scuola media storica come il «Viscontino», facente capo all'antico e prestigioso Liceo Visconti) ma arrivano da tutto lo Stivale: a Milano molti genitori si sono lamentati sui social della qualità delle mascherine in dotazione alle scuole dei propri figli, senza contare che sarebbero in circolazione molte delle mascherine «tarocche» prodotte da Fca da agosto a dicembre del 2020 in due stabilimenti (tra cui Mirafiori) riconvertiti alla produzione sanitaria. Due lotti di queste ultime sono stati segnalati dal ministero della Salute a quello dell'Istruzione due settimane fa come «non conformi» al tipo di protezione necessario agli scolari.
La battaglia per arrivare a questo passo ufficiale, come è noto, è stata sostenuta in prima fila dal sottosegretario all'Istruzione e deputato leghista Rossano Sasso, che per circa un anno ha denunciato la situazione anche con atti di sindacato ispettivo come un'interrogazione urgente al ministro Roberto Speranza. Il problema da lui sollevato non ha avuto però un lieto fine, perché dal ministero è arrivata anche l'ammissione che i lotti incriminati non sono più completamente rintracciabili, ed è quindi impossibile indicare precisamente in quali istituti giacciano o stiano per arrivare. La responsabilità di controllare, tanto per cambiare, è stata scaricata su chi ha subito il danno, che dovrà infatti «provvedere a individuare, non utilizzare e quarantenare le eventuali giacenze» e quindi segnalarle al ministero.
Ma al netto dei gravi danni fatti da Arcuri, quello dell'acquisto delle mascherine da parte dello Stato rimane un terreno scivoloso e non esente da infortuni anche per il generale Figliuolo: lo abbiamo visto proprio negli ultimi giorni con la vicenda - rivelata dalla trasmissione di Rete 4 Fuori dal coro» - dei quasi due milioni di mascherine «taroccate» acquistate dall'attuale struttura commissariale come Ffp2 e rivelatesi in realtà o non rispondenti allo standard richiesto o prive della certificazione necessaria.
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Mai uscito il report differenziato sui casi promesso da Speranza Doveva servire a terrorizzare gli indecisi con la forza dei datiIstituti sommersi dai «pannolini» con l'elastico. Nessuno riesce a fermare le fornitureLo speciale contiene due articoliDoveva arrivare ad agosto in alcune regioni, a settembre in altre. Invece siamo a ottobre e del famoso bollettino differito per vaccinati e non, promesso dal ministro della Salute Roberto Speranza, non c'è traccia. Obiettivo dello sdoppiamento del consueto bollettino settimanale - uno con i dati aggregati relativi ai vaccinati, e un altro con i numeri riguardanti i non vaccinati - era quello di mostrare quali sono i rischi per chi non si immunizza e convincere così gli indecisi. Peraltro la richiesta all'Europa, attraversata dalle proteste no vax, era arrivata proprio dall'Oms che aveva invitato gli Stati a usare «risolutezza» nella gestione della campagna vaccinale. Lo stesso ministro aveva ribadito che in Italia le epidemie sono due: quella che colpisce lievemente i vaccinati e quella, ben più grave, che mette in pericolo coloro che non sono vaccinati. Quindi due liste, una degli immunizzati che raramente finiscono intubati (ma non sono esenti dalla possibilità di contagio) e una dei non vaccinati. Dopo un anno e mezzo dall'avvento dell'epidemia la svolta sui report con i dati su contagi, ricoveri e morti da Covid per rendere ancora più chiara l'importanza della vaccinazione ovvero far trasparire l'efficacia dei vaccini e rendere chiare le differenze tra chi si è coperto rispetto ai rischi del contagio e chi ha scelto, nonostante il green pass, di non farlo. Un'arma in più per convincere gli indecisi a vaccinarsi. Ma anche per verificare sul territorio l'effettiva gravità del contagio così che, dati alla mano, si possono indicare ai non vaccinati il livello di pericolo che stanno correndo. L'unico problema era l'allineamento delle Regioni. Ognuna infatti ha un proprio metodo di monitoraggio di contagi, morti, posti letto occupati in terapia intensiva o in reparti ordinari. L'obiettivo di fondo, secondo i funzionari ministeriali, era anche «prevenire le fake news che si moltiplicheranno quando in autunno le ospedalizzazioni saliranno». Secondo il ministero il doppio report giornaliero voleva evitare inoltre quanto è accaduto nelle ultime settimane in Israele, dove le polemiche dei no vax sono aumentate dopo che una quota di chi si è sottoposto all'inoculazione è finita in ospedale per la variante delta. «In realtà», aveva detto un dirigente, «la percentuale di vaccinati ricoverati in Israele è infinitamente più bassa di quella dei non vaccinati. Questi ultimi sono pochi e dunque per un paradosso statistico è sembrato che i vaccini non funzionassero, quando è vero invece l'esatto contrario». Epperò il bollettino differenziato resta un'altra promessa mancata del ministro leader di Articolo 1, ma nel frattempo, malgrado gli allarmi e le minacce, l'estate è scivolata via insieme alla stagione turistica con successo, la percentuale di ospedalizzazioni è molto inferiore rispetto allo stesso numero di casi delle ondate precedenti, e le differenze a livello regionale non sono più allarmanti né tali da subire cambiamenti di colore. Sul report relativo al periodo 22-28 settembre della Fondazione Gimbe, ieri si leggeva che ci sono ancora 8,3 milioni di persone non vaccinate mentre il 76% della popolazione (45.041.109) ha ricevuto almeno una dose di vaccino (+590.166 rispetto alla settimana precedente) e il 71,3% (42.259.253) ha completato il ciclo vaccinale (+913.805). In aumento del 4,1% il numero di somministrazioni nell'ultima settimana (1.546.235), con una media mobile a 7 giorni di 204.606 somministrazioni. Intanto, aspettando il termometro separato dell'evoluzione della pandemia, i dati del bollettino giornaliero emanato dal ministero confermano la curva in discesa dell'epidemia. Sono stati 3.804 i casi di coronavirus ieri in Italia, compresi i 296 contagi pregressi della Sicilia, Quindi a fronte di 3.212 contagiati, i decessi sono stati 51, erano 63 mercoledì. Le persone guarite o dimesse ieri sono state 5.714 con un totale complessivo nel nostro Paese di 4.4347.126 mentre gli attuali contagiati sono 94.308 pari a 1.671 in meno rispetto al giorno precedente. Scendono i ricoverati con sintomi: 3.198 (meno 119 rispetto a mercoledì), mentre i tamponi effettuati sono stati 308.836 (mercoledì erano stati 295.452) con un tasso positività dell'1,23%. Scendono anche i pazienti in terapia intensiva, 440 (-10 dal giorno prima). Nel frattempo il ministro Speranza ha firmato la circolare sulla terza dose di vaccino anti Covid. Sarà inoculata ai soggetti dagli 80 anni di età, al personale e agli ospiti delle Rsa e, in un momento successivo, agli esercenti le professioni sanitarie e operatori di interesse sanitario che svolgono le loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi, a partire dai 60 anni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-balla-sui-numeri-sparito-il-bollettino-dedicato-ai-vaccinati-2655201844.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-mascherine-inutili-di-arcuri-perseguitano-ancora-le-scuole" data-post-id="2655201844" data-published-at="1633039416" data-use-pagination="False"> Le mascherine inutili di Arcuri perseguitano ancora le scuole I danni di Domenico Arcuri, talvolta, arrivano anche a scoppio ritardato. E sarà anche sfortuna, ma appare ormai un fatto conclamato che le defaillance peggiori delle strutture commissariali e ministeriali anti Covid sono avvenute in ambito scolastico. Dopo i banchi a rotelle e la bandiera bianca alzata dal governo sugli assembramenti nei mezzi di trasporto locali (compensata illogicamente con l'obbligo di green pass per studenti e genitori), ecco il caso delle mascherine taroccate boomerang. Se l'avvicendamento nella gestione dell'emergenza tra Arcuri e il generale Francesco Paolo Figliuolo ha comportato indiscutibili miglioramenti in una serie di procedure e nella campagna vaccinale, sulla questione dell'approvvigionamento delle mascherine i disastri dell'ex supercommissario continuano ad avere strascichi e a fare danni. Secondo più di una segnalazione, infatti, continuerebbero ad affluire nelle scuole le forniture delle cosiddette «mascherine di Stato» assolutamente inadeguate e con performance ampiamente al di sotto degli standard di protezione richiesti. Il che suona tanto più beffardo, quanto più le autorità scientifiche e politiche hanno insistito, nelle ultime settimane, sul ruolo chiave che ricopre il ritorno alla didattica in presenza e - conseguentemente - un'adeguata tutela dal virus per gli scolari. La realtà, però, parla di migliaia di mascherine chirurgiche «by Arcuri» ammassate nei depositi o nelle palestre delle scuole, inutilizzabili per taglia, capacità di proteggere e in molti casi inindossabili a causa del cattivo odore che emanano. Ma la cosa ancor più singolare è che, pur avendone il ministero della Salute acclarato l'inutilità, queste continuano ad affluire negli istituti, gettando nella disperazione presidi, genitori e studenti già alle prese coi numerosi problemi connessi alla ripartenza, al green pass e alla mancanza di spazi adeguati. A Roma la cosa sta diventando tanto problematica, come riferito dall'edizione capitolina di Repubblica, che più di un preside ha preso carta e penna per intimare al ministero della Salute e alla struttura commissariale di cessare gli invii di mascherine. Anche perché i genitori, una volta constata personalmente la pessima qualità dei dispositivi, hanno provveduto per conto proprio all'acquisto. Morale: di questo passo i locali dei plessi scolastici rischiano di essere saturi dei «pannolini» con spago di arcuriana memoria. Proprio per questo, la struttura che fa capo a Figliuolo avrebbe messo a disposizione dei dirigenti scolastici un indirizzo mail per dire «stop» alle forniture. Le segnalazioni, ovviamente, non si limitano alla capitale (dove si sono mossi i dirigenti di una scuola media storica come il «Viscontino», facente capo all'antico e prestigioso Liceo Visconti) ma arrivano da tutto lo Stivale: a Milano molti genitori si sono lamentati sui social della qualità delle mascherine in dotazione alle scuole dei propri figli, senza contare che sarebbero in circolazione molte delle mascherine «tarocche» prodotte da Fca da agosto a dicembre del 2020 in due stabilimenti (tra cui Mirafiori) riconvertiti alla produzione sanitaria. Due lotti di queste ultime sono stati segnalati dal ministero della Salute a quello dell'Istruzione due settimane fa come «non conformi» al tipo di protezione necessario agli scolari. La battaglia per arrivare a questo passo ufficiale, come è noto, è stata sostenuta in prima fila dal sottosegretario all'Istruzione e deputato leghista Rossano Sasso, che per circa un anno ha denunciato la situazione anche con atti di sindacato ispettivo come un'interrogazione urgente al ministro Roberto Speranza. Il problema da lui sollevato non ha avuto però un lieto fine, perché dal ministero è arrivata anche l'ammissione che i lotti incriminati non sono più completamente rintracciabili, ed è quindi impossibile indicare precisamente in quali istituti giacciano o stiano per arrivare. La responsabilità di controllare, tanto per cambiare, è stata scaricata su chi ha subito il danno, che dovrà infatti «provvedere a individuare, non utilizzare e quarantenare le eventuali giacenze» e quindi segnalarle al ministero. Ma al netto dei gravi danni fatti da Arcuri, quello dell'acquisto delle mascherine da parte dello Stato rimane un terreno scivoloso e non esente da infortuni anche per il generale Figliuolo: lo abbiamo visto proprio negli ultimi giorni con la vicenda - rivelata dalla trasmissione di Rete 4 Fuori dal coro» - dei quasi due milioni di mascherine «taroccate» acquistate dall'attuale struttura commissariale come Ffp2 e rivelatesi in realtà o non rispondenti allo standard richiesto o prive della certificazione necessaria.
L'amministratore delegato di Italo, Gianbattista La Rocca (Imagoeconomica)
La Germania, spiega, non è una suggestione ma il primo passo di una strategia di internazionalizzazione. E non si parte da zero: la società tedesca è già stata costituita, la licenza ferroviaria è stata ottenuta e il percorso per il certificato di sicurezza è in corso. La macchina, insomma ha acceso il motore e non è più parcheggiata in garage.
C’è poi un altro elemento chiave che rende l’operazione particolarmente solida: l’accordo già impostato con Siemens per la fornitura dei treni. Qui entra in gioco uno dei passaggi più delicati di tutta la partita: i tempi. La Rocca lo dice chiaramente: entro maggio devono arrivare le autorizzazioni dall’Autorithy del settore. Servono indicazioni precise sugli orari e sugli spazi nelle stazioni. In altre parole: quando e dove potranno circolare i treni. Senza queste informazioni, non si può firmare con Siemens entro giugno. E quella scadenza non è negoziabile: se salta, non partirà l’ordine per acquistare i teni e l’intero progetto rischia di perdere sostenibilità economica. Un effetto domino che nessuno vuole innescare. Il piano industriale è ampio. Si parte con 26 convogli, con la possibilità di arrivare a 40 grazie a un’opzione già prevista. L’investimento iniziale per l’acquisto dell’armamenti è di circa 1,2 miliardi di euro. Ma è solo una parte del quadro: altri 2,4 miliardi serviranno per la manutenzione trentennale, la formazione del personale, i sistemi informatici e tutta l’organizzazione necessaria a far funzionare il servizio. Non si tratta quindi solo di comprare treni, ma di costruire un sistema. Anche la rete su cui opererà Italo in Germania è pensata per avere un impatto significativo. Il progetto prevede collegamenti tra 18 città, su circa 1.300 chilometri di rete, con 50 servizi giornalieri. Due le direttrici principali: Monaco di Baviera-Colonia-Dortmund e Monaco di Baviera-Berlino-Amburgo. Corridoi strategici, che attraversano alcune delle aree più importanti del Paese e intercettano una domanda già molto forte.
A dare una lettura più ampia dell’operazione è Luca Montezemolo, presidente e fondatore di Italo. Spiega che il mercato tedesco oggi ricorda quello italiano prima dell’arrivo della concorrenza. Un sistema dominato da un unico grande operatore, con margini di miglioramento evidenti. Ed è proprio in questo spazio che Italo vede un’opportunità.
Montezemolo sottolinea un aspetto spesso poco evidenziato: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui l’alta velocità è gestita anche da un operatore interamente privato. Un modello che ha funzionato, al punto da essere preso come riferimento a livello europeo. L’introduzione della concorrenza, insieme a un sistema di regolazione più strutturato, ha portato a un miglioramento della qualità del servizio. Naturalmente, il percorso non è stato lineare. «Abbiamo imparato molto dagli errori», ammette Montezemolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell’espansione in Germania: Italo non arriva come un operatore nuovo, ma come un’azienda che ha già attraversato una fase complessa di crescita, aggiustamenti e consolidamento. Un bagaglio di esperienza che ora diventa parte integrante dell’offerta.
L’obiettivo è chiaro: costruire fin dall’inizio un’attività sostenibile, evitando gli errori tipici delle fasi di avvio. E per farlo, oltre agli investimenti, sarà fondamentale il radicamento locale. Non a caso, l’azienda prevede di iniziare già nei prossimi mesi ad assumere personale in Germania, costruendo progressivamente la propria struttura operativa.
Il debutto è fissato tra aprile e metà del 2028. Una scadenza che sembra lontana, ma che in realtà richiede decisioni immediate. Perché progetti di questa dimensione non si improvvisano: hanno bisogno di preparazione, coordinamento e investimenti. Sullo sfondo resta una domanda che rende tutta la vicenda ancora più interessante: c’è spazio, in Germania, per un nuovo operatore ferroviario ad alta velocità? La risposta arriverà dal mercato, ma anche dalla capacità del sistema di aprirsi davvero alla concorrenza.
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l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.
Anthony Fauci (Ansa foto)
Morens, in libertà vigilata, avrebbe utilizzato un account gmail per nascondere comunicazioni ufficiali relative a progetti finanziati dal governo federale sui coronavirus nei pipistrelli. Se riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa resi pubblici lunedì presso il tribunale federale del Maryland, dove è comparso venendo poi rilasciato dietro cauzione, l’alto funzionario che aveva lavorato con Fauci rischia fino a 51 anni di carcere. Il potentissimo infettivologo, ex direttore di lunga data del Niaid, aveva preso le distanze da Morens durante un’audizione al Congresso nel 2024, affermando che non avevano lavorato a stretto contatto.
Certo è che, se l’ex consigliere senior aveva utilizzato il suo account privato per eludere almeno otto richieste di accesso agli atti presentate ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) «riguardanti la cosiddetta ricerca “gain-of-function”, che può rendere gli agenti patogeni più letali o più trasmissibili a scopo di studio», come evidenzia Politico, difficile credere che Fauci fosse estraneo all’operazione.
Da giugno 2014 a maggio 2019, infatti, sotto la guida dell’infettivologo il Niaid aveva sovvenzionato per oltre 3 milioni di dollari la EcoHealth Alliance, una Ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak che aveva dirottato fondi dei contribuenti americani (più di 1,4 milioni di dollari secondo un rapporto del Government accountability office del giugno 2023) a Shi Zhengli, la «bat-woman», principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology.
Il presidente della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei rappresentanti, James Comer, ha dichiarato: «La sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus ha scoperto prove che rivelano come il dottor Morens, uno dei principali consiglieri del dottor Fauci, abbia intenzionalmente agito per occultare e falsificare documenti sulle origini della pandemia di Covid-19». Per poi aggiungere: «Mi congratulo con il dipartimento di Giustizia di Trump per aver agito, per ritenere questo funzionario pubblico responsabile di aver nascosto informazioni al popolo americano».
Nel rapporto finale della commissione del dicembre 2024, a conclusione dell’indagine biennale sulla pandemia di Covid-19, si leggeva tra l’altro che «la pubblicazione L’origine prossimale del Sars-CoV-2, utilizzata ripetutamente dai funzionari della sanità pubblica e dai media per screditare la teoria della fuga dal laboratorio, è stata sollecitata dal dottor Fauci per promuovere la narrativa preferita secondo cui il Covid-19 ha avuto origine in natura». Dall’indagine invece emergeva che «un incidente di laboratorio legato alla ricerca di effetto gain-of-function è molto probabilmente all’origine del Covid-19. Gli attuali meccanismi governativi per la supervisione di questa pericolosa ricerca di effetto gain-of-function sono incompleti, estremamente complessi e privi di applicabilità a livello globale».
Nell’atto di accusa contro Morens si fa riferimento a due co-cospiratori, non incriminati e nemmeno citati ma dai documenti è stato facile identificarli. Si tratta di Peter Daszake e di Gerald Keusch, medico ed ex vicedirettore del laboratorio di malattie infettive della Boston University, beneficiario di una sovvenzione del National institutes of health (Nih). Tra aprile 2020 e giugno 2023, i due co-cospiratori avrebbero hanno cercato di ottenere con lui il ripristino di milioni di dollari di finanziamenti federali per EcoHealth e di migliorarne l’immagine pubblica.
Il dottor Richard Ebright, biologo molecolare presso la Rutgers University, ha dichiarato che «le prove contro i tre sono schiaccianti», addirittura si parla di «tangenti» come riferisce il New York Post. «A meno che uno o più di loro non collaborino e forniscano prove contro Fauci e altri in cambio dell’immunità, tutti e tre dovrebbero essere, e probabilmente saranno, condannati», ha aggiunto, ricordando che nel 2002 Keusch approvò il primo finanziamento EcoHealth all’Istituto di virologia di Wuhan.
In una mail del 26 aprile 2020 inviata dal suo account privato, Morens scriveva a Daszak e Keusch: «Ci sono cose che non posso dire, tranne che Tony (Fauci, molto presumibilmente, ndr) ne è a conoscenza e ho appreso che all’interno del Nih sono in corso degli sforzi per portare avanti la questione riducendo al minimo i danni per te, Peter, e i tuoi colleghi, nonché per il Nih e il Niaid».
Brad Wenstrup, ex presidente della sottocommissione Covid della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato al Washington Post che «potrebbero seguire ulteriori incriminazioni», considerato che «le ripercussioni di queste azioni hanno causato danni significativi al sistema sanitario pubblico».
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La copertina del catalogo Lima del 1964
Quanti bambini (e non solo) avranno sognato la scatola con il ferroviere baffuto la notte di Natale? Quel desiderio non era neppure lontanamente nei cuori dei ragazzi italiani nel «magro» 1946, con le ferite della guerra ancora tutte aperte. Ma proprio dalle rovine nacque la storia di uno dei marchi di giocattoli italiani di maggior successo a livello mondiale, la Lima di Vicenza. Fu un parente del conte Marzotto, l’industriale della lana, a dare il via alla «Lavorazione Italiana Metalli Affini» che si occupò proprio di riparare i danni causati dal conflitto appena terminato. La prima attività di Lima fu infatti la riparazione del materiale rotabile delle Ferrovie dello Stato danneggiato dai pesanti bombardamenti che la città berica subì tra il 1944 e il 1945, creando su misura le parti in alluminio mancanti. L’attività sui veri treni durò tuttavia poco, perché le Fs avocarono presto a sé tutte le attività di manutenzione e riparazione e proprio a Vicenza furono stabilite le officine per le grandi riparazioni (Ogr). Rimasta senza commesse, la Lima corse ai ripari con un atto di rapida riconversione nel settore dei giocattoli tradizionali come automobiline e motoscafi rigorosamente in metallo stampato, ma anche pentole e cucine economiche in scala, già nel 1948. Dalle officine di via Massaria uscirono modellini di barche con motore a batterie e automobiline con meccanismo a frizione o filoguidate, oltre ad armi giocattolo. I trenini arrivarono solo successivamente, dopo il cambio al vertice tra la prima proprietà e Ottorino Bisazza a partire dal 1954. Il nuovo management puntò ad allargare il catalogo includendo i primi trenini sicuramente a partire dal 1957 con la riproduzione di una semplice locomotiva a vapore, la 0-3-0 con i primi motori elettrici a cascata di ingranaggi. Semplice era anche il livello delle finiture, che anticipò la filosofia dell’azienda vicentina: rendere i trenini accessibili a tutti, un gioco prima di allora riservato ad una clientela abbiente. Dal 1962 iniziarono a comparire le prime riproduzioni di locomotive e carrozze moderne come la E424 delle Fs, la tedesca DB 60 e la francese BB 9200 delle Sncf. Gli anni Sessanta furono il decennio dell’introduzione dei materiali plastici, che permise a Lima di abbassare ulteriormente i prezzi, dando il via al successo mondiale. Nel 1962 viene affiancata alla tradizionale scala HO anche la piccola scala N (1:160) oltre all’allargamento del catalogo agli accessori per plastici. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta vengono prodotti a Vicenza anche modelli in scala O (1:43) funzionanti a batterie (Jumbo Train). Per un periodo Lima realizzò anche mattoncini simili a quelli della Lego, con i quali era possibile costruire locomotori e vagoni funzionanti sui binari costruiti dalla ditta di Vicenza. I dipendenti degli anni d’oro sono centinaia, la produzione vede l’apertura di un nuovo stabilimento a Isola Vicentina e Lima è presente a tutte le fiere internazionali del settore. Negli anni d’oro l’azienda ha un catalogo vastissimo di treni moderni e d’epoca, tra cui il mitico Pendolino Etr 300 e i TGV francesi. Nel 1980 gli articoli nel catalogo Lima sono ben 1.147, tra rotabili e accessori. Praticamente in tutte le case d’Italia c’è una confezione con il ferroviere baffuto «Beppe». La formula della semplicità progettuale e costruttiva aveva pagato, rendendo Lima il trenino per eccellenza anche se non paragonabile alla qualità costruttiva e ai dettagli delle blasonate Rivarossi e Màrklin, più rivolte ad una nicchia di appassionati adulti.
L’epoca d’oro finì poco più tardi, e per l’azienda di trenini fu il binario morto. Dopo la metà degli anni ’80 le prime consolle e i personal computer misero i videogiochi al primo posto nei desideri di bambini e ragazzi e alla fine del decennio l’azienda vicentina finì in amministrazione controllata prima di essere rilevata nel 1992 dalla rivale Rivarossi, che nel 2004 cederà l’attività al colosso inglese dei giocattoli Hornby, che tuttora detiene il glorioso marchio del più importante produttore di trenini elettrici del mondo.
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