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2025-02-27
Allo sciopero di oggi dei magistrati flash mob, comici e bandiere rosse
Ernesto Carbone (Imagoeconomica)
Il grande giorno dello sciopero, quello senza rinunciare alla paga di giornata, è arrivato. I giudici sfidano il governo alleandosi a sinistra. Con le coccarde tricolori sulla toga e la Costituzione stretta tra le mani. Oggi, come aveva annunciato l’Anm, scenderanno in piazza per dire no alla riforma della Giustizia e, in particolare, alla separazione delle carriere. I magistrati vogliono spiegare ai cittadini perché quella legge dal loro punto di vista è un attacco alla Carta. Con un obiettivo nel sottotesto: fare rumore prima del faccia a faccia con Giorgia Meloni, previsto per il 5 marzo (ma non ancora confermato). A Roma il clou della protesta, con un flash mob sulla scalinata della Cassazione: magistrati con la toga e la Costituzione in bella vista. Poi tutti al cinema Adriano, di fronte al Palazzaccio, per un’assemblea con i vertici dell’Anm: il presidente Cesare Parodi (della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) e il segretario Rocco Maruotti (del gruppo progressista di Area). E con un ex di primo piano: Giuseppe Santalucia, che il sindacato delle toghe l’ha presieduto. E con loro ci sarà Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi scrittore. Flash mob anche a Milano, davanti al Palazzo di giustizia. A Napoli, invece, il dibattito è previsto nella biblioteca Tartaglione, con il giallista Maurizio De Giovanni e con Viola Ardone, autrice di un libro ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna che si oppose al matrimonio riparatore. E, con loro, ci sarà Andrea Segre, il regista del film su Enrico Berlinguer. A Genova, tra gli ospiti, c’è anche Antonio Albanese, che, dismesso il piglio da Cetto La Qualunque, leggerà un testo del giurista Piero Calamandrei davanti al professore di diritto penale Mitja Gialuz (che deve poter contare sul dono dell’ubiquità, visto che la sua presenza è prevista contemporaneamente anche a Reggio Emilia), compagno della dem Debora Serracchiani, al renziano Ernesto Carbone, componente del Csm, a Luca Infantino, segretario generale Funzione pubblica della Cgil di Genova e al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. «Ognuno sceglie i suoi simboli, alcuni si ispirano ai grandi giuristi, altri a Cetto», ha ironizzato il senatore forzista Maurizio Gasparri. Qualunquemente vada sarà un successo. Soprattutto a Foggia, città di origine di Maruotti, dove la sezione locale dell’Anm ipotizza un’adesione che potrebbe sfiorare il 90 per cento. Ovunque ci sia un tribunale gli attivisti con la toga tenteranno di coinvolgere studenti, sindacati e professionisti dell’antimafia. Da Lagonegro a Pescara (dove con i giudici interverranno la scrittrice che si è divisa tra Strega e Campiello, Donatella Di Pietrantonio, e il giornalista Luca Telese). Da Salerno a Bari (con don Angelo Cassano di Libera, il referente in Puglia di don Luigi Ciotti). Toghe e ambienti progressisti per fermare la riforma voluta dal centrodestra. Lo scontro viene alimentato anche a suon di videomessaggi da far girare nelle chat. «La giustizia potrebbe cambiare e non in meglio», recita l’attore bolognese Leonardo Santini nei quasi cinque minuti in cui spiega che il pubblico ministero non è un superpoliziotto e cerca di smontare quelli che sarebbero solo dei luoghi comuni: come la relazione tra pm e i giudici, tutt’altro che collusa. Se la riforma passa, è il messaggio che il video vuole veicolare, il pm sarà solo l’avvocato delle forze dell’ordine, totalmente esposto ai condizionamenti politici. L’Anm, insomma, cerca di parlare alla pancia dell’elettore di sinistra. Il segretario generale Maruotti, infatti, ha fatto sapere che «non si tratta di una semplice astensione dal lavoro», ma di «incontro con la cittadinanza». Anche perché molte toghe dovranno lavorare, come prevede il codice di autoregolamentazione. Nelle istruzioni per l’uso, l’Anm ha spiegato che si potrà scioperare lavorando e senza rinunciare alla paga di giornata: «A chi aderisce allo sciopero, ma garantisce comunque un servizio essenziale, non si applicherà la trattenuta e verrà, ai fini statistici, computato come scioperante». Intanto dal governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro assicura: «Nessun intervento punitivo contro la magistratura, nessuno spirito di rivalsa». Ma il clima è rovente. E lo scontro è solo all’inizio. Il 6 marzo la corrente più a sinistra, quella di Md, ha organizzato a Bologna un convegno sul tema che sta più a cuore alle toghe progressiste: «La tutela dei migranti». Con tanto di conclusioni di Silvia Albano, capocorrente e presidente della Sezione immigrazione (soppressa) del Tribunale di Roma, la toga che per prima ha disapplicato i provvedimenti di trasferimento dei migranti in Albania. E in cambio di un po’ di presenza l’evento promette tre crediti formativi per gli avvocati.
Nulla cambia: il pm più importante d’Italia è una toga progressista
Il segnale più forte al governo, impegnato in una discussa riforma costituzionale della Giustizia, è arrivato ieri dal Csm straordinario indetto e presieduto da Sergio Mattarella.
La seduta è stata convocata per scegliere il nuovo pm più importante d’Italia, ovvero il procuratore generale della Cassazione. E dall’urna è uscito Pietro Gaeta, un progressista doc, nonostante, almeno sulla carta, il Csm penda (di pochissimo) a destra.
Alla fine, il Capo dello Stato, è sembrato mandare a tutti i magistrati che oggi incroceranno le braccia contro la riforma un messaggio in bottiglia, laddove ha ricordato che il Csm concorre «attraverso il governo autonomo della magistratura ad assicurare l’irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario». Un’indipendenza che molte toghe ritengono oggi messa in discussione.
Nel 2019 Mattarella, a proposito del caso di Luca Palamara, aveva parlato di un «coacervo di manovre nascoste».
Un anno dopo, su richiesta proprio di Gaeta, in quel momento avvocato generale (una sorta di vice pg) del Palazzaccio, l’ex presidente dell’Anm era stato radiato dalla magistratura per le interferenze che avrebbe veicolato all’interno del Sistema. Peccato che nel cellulare di Palamara fosse citato più volte lo stesso Gaeta che, come abbiamo scritto ieri, aveva trovato in un’altra toga, Pina Casella, una groupie pronta a perorare la sua causa al cospetto del kingmaker delle nomine. Una macchiolina nel curriculum che nessuno ha ritenuto di citare nella tornata di dichiarazioni di voto di ieri. Una cortesia istituzionale che non sappiamo se sarebbe stata riservata a un candidato conservatore.
Mattarella ha seguito con attenzione il dibattito sul nuovo pg che avrà in mano la delicata leva dei procedimenti disciplinari nei confronti degli altri magistrati. Certamente avrebbe preferito un voto all’unanimità, ma non ha potuto evitare la spaccatura.
Hanno provato a fermare la corsa di Gaeta (che in commissione aveva racimolato ben cinque voti su sei) i cinque consiglieri laici del centro-destra e quattro (su sette) rappresentanti di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice), i quali hanno portato i loro nove voti dalla parte di Pasquale Fimiani, lo sconfitto di giornata.
Anche stavolta è stato un derby tra correnti di centro-sinistra: Md/Area (Gaeta) contro Unicost (Fimiani, abbandonato, però, dai suoi), mentre Mi, raggruppamento fluido, si è spaccata, confermando la vocazione a fare da spettatrice. Nonostante le maggioranze di centro-destra in Parlamento e al Csm, resiste l’egemonia culturale progressista nel campo della magistratura requirente.
A sparigliare i giochi aveva provato Palamara con candidature che si sono dimostrate deboli o, comunque, non adeguate.
Il primo presidente della Cassazione (Margherita Cassano), di Mi, e il procuratore generale uscente (Luigi Salvato), di Unicost, hanno votato insieme con altri 18 consiglieri per Gaeta.
Tutti i sostenitori di quest’ultimo hanno citato l’esperienza quasi doppia come avvocato generale (incarico semidirettivo), un indicatore che il nuovo testo unico della dirigenza giudiziaria indica come decisivo. Sono state esaltate anche la qualità e la quantità delle deleghe a lui assegnate negli anni e la precocità (è in magistratura dall’età di 23 anni).
Durante il plenum hanno sostenuto con determinazione Fimiani la togata di Mi Bernadette Nicotra e la laica in quota Lega Claudia Eccher (l’altro consigliere indicato dal Carroccio, il vicepresidente Fabio Pinelli, si è astenuto), l’unica a fare un velato cenno alle chat di Palamara, quando ha ricordato che non c’è mai stata «nessuna ombra, neppure indiretta sull’operato» di Fimiani e che questi «non è mai stato attenzionato dagli organi di informazione», né toccato da «nessuna polemica» o coinvolto «in questioni extrafunzionali».
In un comunicato la Eccher ha confermato di aver «votato convintamente» Fimiani, ritenendolo «più titolato» e ha ricordato che Gaeta per un decennio è stato lontano dalle aule di giustizia, avendo fatto l’assistente di un giudice della Corte costituzionale, «incarico sicuramente prestigioso, ma molto distante dalla quotidianità dell’esercizio della funzione giudiziaria». Quindi ha concluso: «Non vorrei che, a parte le polemiche apparse sui giornali in questi giorni, il voto dei togati sia stato condizionato dalle solite dinamiche che caratterizzano le correnti della magistratura» ha concluso. Chi ha orecchie per intendere…
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L’Anm ha organizzato una serie di eventi con esponenti della sinistra. E «Cetto La Qualunque» legge Calamandrei.Via libera alla nomina di Pietro Gaeta, finito nelle chat di Palamara, a nuovo pg di Cassazione.Lo speciale contiene due articoliIl grande giorno dello sciopero, quello senza rinunciare alla paga di giornata, è arrivato. I giudici sfidano il governo alleandosi a sinistra. Con le coccarde tricolori sulla toga e la Costituzione stretta tra le mani. Oggi, come aveva annunciato l’Anm, scenderanno in piazza per dire no alla riforma della Giustizia e, in particolare, alla separazione delle carriere. I magistrati vogliono spiegare ai cittadini perché quella legge dal loro punto di vista è un attacco alla Carta. Con un obiettivo nel sottotesto: fare rumore prima del faccia a faccia con Giorgia Meloni, previsto per il 5 marzo (ma non ancora confermato). A Roma il clou della protesta, con un flash mob sulla scalinata della Cassazione: magistrati con la toga e la Costituzione in bella vista. Poi tutti al cinema Adriano, di fronte al Palazzaccio, per un’assemblea con i vertici dell’Anm: il presidente Cesare Parodi (della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) e il segretario Rocco Maruotti (del gruppo progressista di Area). E con un ex di primo piano: Giuseppe Santalucia, che il sindacato delle toghe l’ha presieduto. E con loro ci sarà Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi scrittore. Flash mob anche a Milano, davanti al Palazzo di giustizia. A Napoli, invece, il dibattito è previsto nella biblioteca Tartaglione, con il giallista Maurizio De Giovanni e con Viola Ardone, autrice di un libro ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna che si oppose al matrimonio riparatore. E, con loro, ci sarà Andrea Segre, il regista del film su Enrico Berlinguer. A Genova, tra gli ospiti, c’è anche Antonio Albanese, che, dismesso il piglio da Cetto La Qualunque, leggerà un testo del giurista Piero Calamandrei davanti al professore di diritto penale Mitja Gialuz (che deve poter contare sul dono dell’ubiquità, visto che la sua presenza è prevista contemporaneamente anche a Reggio Emilia), compagno della dem Debora Serracchiani, al renziano Ernesto Carbone, componente del Csm, a Luca Infantino, segretario generale Funzione pubblica della Cgil di Genova e al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. «Ognuno sceglie i suoi simboli, alcuni si ispirano ai grandi giuristi, altri a Cetto», ha ironizzato il senatore forzista Maurizio Gasparri. Qualunquemente vada sarà un successo. Soprattutto a Foggia, città di origine di Maruotti, dove la sezione locale dell’Anm ipotizza un’adesione che potrebbe sfiorare il 90 per cento. Ovunque ci sia un tribunale gli attivisti con la toga tenteranno di coinvolgere studenti, sindacati e professionisti dell’antimafia. Da Lagonegro a Pescara (dove con i giudici interverranno la scrittrice che si è divisa tra Strega e Campiello, Donatella Di Pietrantonio, e il giornalista Luca Telese). Da Salerno a Bari (con don Angelo Cassano di Libera, il referente in Puglia di don Luigi Ciotti). Toghe e ambienti progressisti per fermare la riforma voluta dal centrodestra. Lo scontro viene alimentato anche a suon di videomessaggi da far girare nelle chat. «La giustizia potrebbe cambiare e non in meglio», recita l’attore bolognese Leonardo Santini nei quasi cinque minuti in cui spiega che il pubblico ministero non è un superpoliziotto e cerca di smontare quelli che sarebbero solo dei luoghi comuni: come la relazione tra pm e i giudici, tutt’altro che collusa. Se la riforma passa, è il messaggio che il video vuole veicolare, il pm sarà solo l’avvocato delle forze dell’ordine, totalmente esposto ai condizionamenti politici. L’Anm, insomma, cerca di parlare alla pancia dell’elettore di sinistra. Il segretario generale Maruotti, infatti, ha fatto sapere che «non si tratta di una semplice astensione dal lavoro», ma di «incontro con la cittadinanza». Anche perché molte toghe dovranno lavorare, come prevede il codice di autoregolamentazione. Nelle istruzioni per l’uso, l’Anm ha spiegato che si potrà scioperare lavorando e senza rinunciare alla paga di giornata: «A chi aderisce allo sciopero, ma garantisce comunque un servizio essenziale, non si applicherà la trattenuta e verrà, ai fini statistici, computato come scioperante». Intanto dal governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro assicura: «Nessun intervento punitivo contro la magistratura, nessuno spirito di rivalsa». Ma il clima è rovente. E lo scontro è solo all’inizio. Il 6 marzo la corrente più a sinistra, quella di Md, ha organizzato a Bologna un convegno sul tema che sta più a cuore alle toghe progressiste: «La tutela dei migranti». Con tanto di conclusioni di Silvia Albano, capocorrente e presidente della Sezione immigrazione (soppressa) del Tribunale di Roma, la toga che per prima ha disapplicato i provvedimenti di trasferimento dei migranti in Albania. E in cambio di un po’ di presenza l’evento promette tre crediti formativi per gli avvocati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allo-sciopero-di-oggi-dei-magistrati-flash-mob-comici-e-bandiere-rosse-2671225999.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nulla-cambia-il-pm-piu-importante-ditalia-e-una-toga-progressista" data-post-id="2671225999" data-published-at="1740600554" data-use-pagination="False"> Nulla cambia: il pm più importante d’Italia è una toga progressista Il segnale più forte al governo, impegnato in una discussa riforma costituzionale della Giustizia, è arrivato ieri dal Csm straordinario indetto e presieduto da Sergio Mattarella. La seduta è stata convocata per scegliere il nuovo pm più importante d’Italia, ovvero il procuratore generale della Cassazione. E dall’urna è uscito Pietro Gaeta, un progressista doc, nonostante, almeno sulla carta, il Csm penda (di pochissimo) a destra. Alla fine, il Capo dello Stato, è sembrato mandare a tutti i magistrati che oggi incroceranno le braccia contro la riforma un messaggio in bottiglia, laddove ha ricordato che il Csm concorre «attraverso il governo autonomo della magistratura ad assicurare l’irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario». Un’indipendenza che molte toghe ritengono oggi messa in discussione. Nel 2019 Mattarella, a proposito del caso di Luca Palamara, aveva parlato di un «coacervo di manovre nascoste». Un anno dopo, su richiesta proprio di Gaeta, in quel momento avvocato generale (una sorta di vice pg) del Palazzaccio, l’ex presidente dell’Anm era stato radiato dalla magistratura per le interferenze che avrebbe veicolato all’interno del Sistema. Peccato che nel cellulare di Palamara fosse citato più volte lo stesso Gaeta che, come abbiamo scritto ieri, aveva trovato in un’altra toga, Pina Casella, una groupie pronta a perorare la sua causa al cospetto del kingmaker delle nomine. Una macchiolina nel curriculum che nessuno ha ritenuto di citare nella tornata di dichiarazioni di voto di ieri. Una cortesia istituzionale che non sappiamo se sarebbe stata riservata a un candidato conservatore. Mattarella ha seguito con attenzione il dibattito sul nuovo pg che avrà in mano la delicata leva dei procedimenti disciplinari nei confronti degli altri magistrati. Certamente avrebbe preferito un voto all’unanimità, ma non ha potuto evitare la spaccatura. Hanno provato a fermare la corsa di Gaeta (che in commissione aveva racimolato ben cinque voti su sei) i cinque consiglieri laici del centro-destra e quattro (su sette) rappresentanti di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice), i quali hanno portato i loro nove voti dalla parte di Pasquale Fimiani, lo sconfitto di giornata. Anche stavolta è stato un derby tra correnti di centro-sinistra: Md/Area (Gaeta) contro Unicost (Fimiani, abbandonato, però, dai suoi), mentre Mi, raggruppamento fluido, si è spaccata, confermando la vocazione a fare da spettatrice. Nonostante le maggioranze di centro-destra in Parlamento e al Csm, resiste l’egemonia culturale progressista nel campo della magistratura requirente. A sparigliare i giochi aveva provato Palamara con candidature che si sono dimostrate deboli o, comunque, non adeguate. Il primo presidente della Cassazione (Margherita Cassano), di Mi, e il procuratore generale uscente (Luigi Salvato), di Unicost, hanno votato insieme con altri 18 consiglieri per Gaeta. Tutti i sostenitori di quest’ultimo hanno citato l’esperienza quasi doppia come avvocato generale (incarico semidirettivo), un indicatore che il nuovo testo unico della dirigenza giudiziaria indica come decisivo. Sono state esaltate anche la qualità e la quantità delle deleghe a lui assegnate negli anni e la precocità (è in magistratura dall’età di 23 anni). Durante il plenum hanno sostenuto con determinazione Fimiani la togata di Mi Bernadette Nicotra e la laica in quota Lega Claudia Eccher (l’altro consigliere indicato dal Carroccio, il vicepresidente Fabio Pinelli, si è astenuto), l’unica a fare un velato cenno alle chat di Palamara, quando ha ricordato che non c’è mai stata «nessuna ombra, neppure indiretta sull’operato» di Fimiani e che questi «non è mai stato attenzionato dagli organi di informazione», né toccato da «nessuna polemica» o coinvolto «in questioni extrafunzionali». In un comunicato la Eccher ha confermato di aver «votato convintamente» Fimiani, ritenendolo «più titolato» e ha ricordato che Gaeta per un decennio è stato lontano dalle aule di giustizia, avendo fatto l’assistente di un giudice della Corte costituzionale, «incarico sicuramente prestigioso, ma molto distante dalla quotidianità dell’esercizio della funzione giudiziaria». Quindi ha concluso: «Non vorrei che, a parte le polemiche apparse sui giornali in questi giorni, il voto dei togati sia stato condizionato dalle solite dinamiche che caratterizzano le correnti della magistratura» ha concluso. Chi ha orecchie per intendere…
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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