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2025-02-27
Allo sciopero di oggi dei magistrati flash mob, comici e bandiere rosse
Ernesto Carbone (Imagoeconomica)
Il grande giorno dello sciopero, quello senza rinunciare alla paga di giornata, è arrivato. I giudici sfidano il governo alleandosi a sinistra. Con le coccarde tricolori sulla toga e la Costituzione stretta tra le mani. Oggi, come aveva annunciato l’Anm, scenderanno in piazza per dire no alla riforma della Giustizia e, in particolare, alla separazione delle carriere. I magistrati vogliono spiegare ai cittadini perché quella legge dal loro punto di vista è un attacco alla Carta. Con un obiettivo nel sottotesto: fare rumore prima del faccia a faccia con Giorgia Meloni, previsto per il 5 marzo (ma non ancora confermato). A Roma il clou della protesta, con un flash mob sulla scalinata della Cassazione: magistrati con la toga e la Costituzione in bella vista. Poi tutti al cinema Adriano, di fronte al Palazzaccio, per un’assemblea con i vertici dell’Anm: il presidente Cesare Parodi (della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) e il segretario Rocco Maruotti (del gruppo progressista di Area). E con un ex di primo piano: Giuseppe Santalucia, che il sindacato delle toghe l’ha presieduto. E con loro ci sarà Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi scrittore. Flash mob anche a Milano, davanti al Palazzo di giustizia. A Napoli, invece, il dibattito è previsto nella biblioteca Tartaglione, con il giallista Maurizio De Giovanni e con Viola Ardone, autrice di un libro ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna che si oppose al matrimonio riparatore. E, con loro, ci sarà Andrea Segre, il regista del film su Enrico Berlinguer. A Genova, tra gli ospiti, c’è anche Antonio Albanese, che, dismesso il piglio da Cetto La Qualunque, leggerà un testo del giurista Piero Calamandrei davanti al professore di diritto penale Mitja Gialuz (che deve poter contare sul dono dell’ubiquità, visto che la sua presenza è prevista contemporaneamente anche a Reggio Emilia), compagno della dem Debora Serracchiani, al renziano Ernesto Carbone, componente del Csm, a Luca Infantino, segretario generale Funzione pubblica della Cgil di Genova e al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. «Ognuno sceglie i suoi simboli, alcuni si ispirano ai grandi giuristi, altri a Cetto», ha ironizzato il senatore forzista Maurizio Gasparri. Qualunquemente vada sarà un successo. Soprattutto a Foggia, città di origine di Maruotti, dove la sezione locale dell’Anm ipotizza un’adesione che potrebbe sfiorare il 90 per cento. Ovunque ci sia un tribunale gli attivisti con la toga tenteranno di coinvolgere studenti, sindacati e professionisti dell’antimafia. Da Lagonegro a Pescara (dove con i giudici interverranno la scrittrice che si è divisa tra Strega e Campiello, Donatella Di Pietrantonio, e il giornalista Luca Telese). Da Salerno a Bari (con don Angelo Cassano di Libera, il referente in Puglia di don Luigi Ciotti). Toghe e ambienti progressisti per fermare la riforma voluta dal centrodestra. Lo scontro viene alimentato anche a suon di videomessaggi da far girare nelle chat. «La giustizia potrebbe cambiare e non in meglio», recita l’attore bolognese Leonardo Santini nei quasi cinque minuti in cui spiega che il pubblico ministero non è un superpoliziotto e cerca di smontare quelli che sarebbero solo dei luoghi comuni: come la relazione tra pm e i giudici, tutt’altro che collusa. Se la riforma passa, è il messaggio che il video vuole veicolare, il pm sarà solo l’avvocato delle forze dell’ordine, totalmente esposto ai condizionamenti politici. L’Anm, insomma, cerca di parlare alla pancia dell’elettore di sinistra. Il segretario generale Maruotti, infatti, ha fatto sapere che «non si tratta di una semplice astensione dal lavoro», ma di «incontro con la cittadinanza». Anche perché molte toghe dovranno lavorare, come prevede il codice di autoregolamentazione. Nelle istruzioni per l’uso, l’Anm ha spiegato che si potrà scioperare lavorando e senza rinunciare alla paga di giornata: «A chi aderisce allo sciopero, ma garantisce comunque un servizio essenziale, non si applicherà la trattenuta e verrà, ai fini statistici, computato come scioperante». Intanto dal governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro assicura: «Nessun intervento punitivo contro la magistratura, nessuno spirito di rivalsa». Ma il clima è rovente. E lo scontro è solo all’inizio. Il 6 marzo la corrente più a sinistra, quella di Md, ha organizzato a Bologna un convegno sul tema che sta più a cuore alle toghe progressiste: «La tutela dei migranti». Con tanto di conclusioni di Silvia Albano, capocorrente e presidente della Sezione immigrazione (soppressa) del Tribunale di Roma, la toga che per prima ha disapplicato i provvedimenti di trasferimento dei migranti in Albania. E in cambio di un po’ di presenza l’evento promette tre crediti formativi per gli avvocati.
Nulla cambia: il pm più importante d’Italia è una toga progressista
Il segnale più forte al governo, impegnato in una discussa riforma costituzionale della Giustizia, è arrivato ieri dal Csm straordinario indetto e presieduto da Sergio Mattarella.
La seduta è stata convocata per scegliere il nuovo pm più importante d’Italia, ovvero il procuratore generale della Cassazione. E dall’urna è uscito Pietro Gaeta, un progressista doc, nonostante, almeno sulla carta, il Csm penda (di pochissimo) a destra.
Alla fine, il Capo dello Stato, è sembrato mandare a tutti i magistrati che oggi incroceranno le braccia contro la riforma un messaggio in bottiglia, laddove ha ricordato che il Csm concorre «attraverso il governo autonomo della magistratura ad assicurare l’irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario». Un’indipendenza che molte toghe ritengono oggi messa in discussione.
Nel 2019 Mattarella, a proposito del caso di Luca Palamara, aveva parlato di un «coacervo di manovre nascoste».
Un anno dopo, su richiesta proprio di Gaeta, in quel momento avvocato generale (una sorta di vice pg) del Palazzaccio, l’ex presidente dell’Anm era stato radiato dalla magistratura per le interferenze che avrebbe veicolato all’interno del Sistema. Peccato che nel cellulare di Palamara fosse citato più volte lo stesso Gaeta che, come abbiamo scritto ieri, aveva trovato in un’altra toga, Pina Casella, una groupie pronta a perorare la sua causa al cospetto del kingmaker delle nomine. Una macchiolina nel curriculum che nessuno ha ritenuto di citare nella tornata di dichiarazioni di voto di ieri. Una cortesia istituzionale che non sappiamo se sarebbe stata riservata a un candidato conservatore.
Mattarella ha seguito con attenzione il dibattito sul nuovo pg che avrà in mano la delicata leva dei procedimenti disciplinari nei confronti degli altri magistrati. Certamente avrebbe preferito un voto all’unanimità, ma non ha potuto evitare la spaccatura.
Hanno provato a fermare la corsa di Gaeta (che in commissione aveva racimolato ben cinque voti su sei) i cinque consiglieri laici del centro-destra e quattro (su sette) rappresentanti di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice), i quali hanno portato i loro nove voti dalla parte di Pasquale Fimiani, lo sconfitto di giornata.
Anche stavolta è stato un derby tra correnti di centro-sinistra: Md/Area (Gaeta) contro Unicost (Fimiani, abbandonato, però, dai suoi), mentre Mi, raggruppamento fluido, si è spaccata, confermando la vocazione a fare da spettatrice. Nonostante le maggioranze di centro-destra in Parlamento e al Csm, resiste l’egemonia culturale progressista nel campo della magistratura requirente.
A sparigliare i giochi aveva provato Palamara con candidature che si sono dimostrate deboli o, comunque, non adeguate.
Il primo presidente della Cassazione (Margherita Cassano), di Mi, e il procuratore generale uscente (Luigi Salvato), di Unicost, hanno votato insieme con altri 18 consiglieri per Gaeta.
Tutti i sostenitori di quest’ultimo hanno citato l’esperienza quasi doppia come avvocato generale (incarico semidirettivo), un indicatore che il nuovo testo unico della dirigenza giudiziaria indica come decisivo. Sono state esaltate anche la qualità e la quantità delle deleghe a lui assegnate negli anni e la precocità (è in magistratura dall’età di 23 anni).
Durante il plenum hanno sostenuto con determinazione Fimiani la togata di Mi Bernadette Nicotra e la laica in quota Lega Claudia Eccher (l’altro consigliere indicato dal Carroccio, il vicepresidente Fabio Pinelli, si è astenuto), l’unica a fare un velato cenno alle chat di Palamara, quando ha ricordato che non c’è mai stata «nessuna ombra, neppure indiretta sull’operato» di Fimiani e che questi «non è mai stato attenzionato dagli organi di informazione», né toccato da «nessuna polemica» o coinvolto «in questioni extrafunzionali».
In un comunicato la Eccher ha confermato di aver «votato convintamente» Fimiani, ritenendolo «più titolato» e ha ricordato che Gaeta per un decennio è stato lontano dalle aule di giustizia, avendo fatto l’assistente di un giudice della Corte costituzionale, «incarico sicuramente prestigioso, ma molto distante dalla quotidianità dell’esercizio della funzione giudiziaria». Quindi ha concluso: «Non vorrei che, a parte le polemiche apparse sui giornali in questi giorni, il voto dei togati sia stato condizionato dalle solite dinamiche che caratterizzano le correnti della magistratura» ha concluso. Chi ha orecchie per intendere…
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L’Anm ha organizzato una serie di eventi con esponenti della sinistra. E «Cetto La Qualunque» legge Calamandrei.Via libera alla nomina di Pietro Gaeta, finito nelle chat di Palamara, a nuovo pg di Cassazione.Lo speciale contiene due articoliIl grande giorno dello sciopero, quello senza rinunciare alla paga di giornata, è arrivato. I giudici sfidano il governo alleandosi a sinistra. Con le coccarde tricolori sulla toga e la Costituzione stretta tra le mani. Oggi, come aveva annunciato l’Anm, scenderanno in piazza per dire no alla riforma della Giustizia e, in particolare, alla separazione delle carriere. I magistrati vogliono spiegare ai cittadini perché quella legge dal loro punto di vista è un attacco alla Carta. Con un obiettivo nel sottotesto: fare rumore prima del faccia a faccia con Giorgia Meloni, previsto per il 5 marzo (ma non ancora confermato). A Roma il clou della protesta, con un flash mob sulla scalinata della Cassazione: magistrati con la toga e la Costituzione in bella vista. Poi tutti al cinema Adriano, di fronte al Palazzaccio, per un’assemblea con i vertici dell’Anm: il presidente Cesare Parodi (della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) e il segretario Rocco Maruotti (del gruppo progressista di Area). E con un ex di primo piano: Giuseppe Santalucia, che il sindacato delle toghe l’ha presieduto. E con loro ci sarà Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi scrittore. Flash mob anche a Milano, davanti al Palazzo di giustizia. A Napoli, invece, il dibattito è previsto nella biblioteca Tartaglione, con il giallista Maurizio De Giovanni e con Viola Ardone, autrice di un libro ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna che si oppose al matrimonio riparatore. E, con loro, ci sarà Andrea Segre, il regista del film su Enrico Berlinguer. A Genova, tra gli ospiti, c’è anche Antonio Albanese, che, dismesso il piglio da Cetto La Qualunque, leggerà un testo del giurista Piero Calamandrei davanti al professore di diritto penale Mitja Gialuz (che deve poter contare sul dono dell’ubiquità, visto che la sua presenza è prevista contemporaneamente anche a Reggio Emilia), compagno della dem Debora Serracchiani, al renziano Ernesto Carbone, componente del Csm, a Luca Infantino, segretario generale Funzione pubblica della Cgil di Genova e al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. «Ognuno sceglie i suoi simboli, alcuni si ispirano ai grandi giuristi, altri a Cetto», ha ironizzato il senatore forzista Maurizio Gasparri. Qualunquemente vada sarà un successo. Soprattutto a Foggia, città di origine di Maruotti, dove la sezione locale dell’Anm ipotizza un’adesione che potrebbe sfiorare il 90 per cento. Ovunque ci sia un tribunale gli attivisti con la toga tenteranno di coinvolgere studenti, sindacati e professionisti dell’antimafia. Da Lagonegro a Pescara (dove con i giudici interverranno la scrittrice che si è divisa tra Strega e Campiello, Donatella Di Pietrantonio, e il giornalista Luca Telese). Da Salerno a Bari (con don Angelo Cassano di Libera, il referente in Puglia di don Luigi Ciotti). Toghe e ambienti progressisti per fermare la riforma voluta dal centrodestra. Lo scontro viene alimentato anche a suon di videomessaggi da far girare nelle chat. «La giustizia potrebbe cambiare e non in meglio», recita l’attore bolognese Leonardo Santini nei quasi cinque minuti in cui spiega che il pubblico ministero non è un superpoliziotto e cerca di smontare quelli che sarebbero solo dei luoghi comuni: come la relazione tra pm e i giudici, tutt’altro che collusa. Se la riforma passa, è il messaggio che il video vuole veicolare, il pm sarà solo l’avvocato delle forze dell’ordine, totalmente esposto ai condizionamenti politici. L’Anm, insomma, cerca di parlare alla pancia dell’elettore di sinistra. Il segretario generale Maruotti, infatti, ha fatto sapere che «non si tratta di una semplice astensione dal lavoro», ma di «incontro con la cittadinanza». Anche perché molte toghe dovranno lavorare, come prevede il codice di autoregolamentazione. Nelle istruzioni per l’uso, l’Anm ha spiegato che si potrà scioperare lavorando e senza rinunciare alla paga di giornata: «A chi aderisce allo sciopero, ma garantisce comunque un servizio essenziale, non si applicherà la trattenuta e verrà, ai fini statistici, computato come scioperante». Intanto dal governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro assicura: «Nessun intervento punitivo contro la magistratura, nessuno spirito di rivalsa». Ma il clima è rovente. E lo scontro è solo all’inizio. Il 6 marzo la corrente più a sinistra, quella di Md, ha organizzato a Bologna un convegno sul tema che sta più a cuore alle toghe progressiste: «La tutela dei migranti». Con tanto di conclusioni di Silvia Albano, capocorrente e presidente della Sezione immigrazione (soppressa) del Tribunale di Roma, la toga che per prima ha disapplicato i provvedimenti di trasferimento dei migranti in Albania. E in cambio di un po’ di presenza l’evento promette tre crediti formativi per gli avvocati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allo-sciopero-di-oggi-dei-magistrati-flash-mob-comici-e-bandiere-rosse-2671225999.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nulla-cambia-il-pm-piu-importante-ditalia-e-una-toga-progressista" data-post-id="2671225999" data-published-at="1740600554" data-use-pagination="False"> Nulla cambia: il pm più importante d’Italia è una toga progressista Il segnale più forte al governo, impegnato in una discussa riforma costituzionale della Giustizia, è arrivato ieri dal Csm straordinario indetto e presieduto da Sergio Mattarella. La seduta è stata convocata per scegliere il nuovo pm più importante d’Italia, ovvero il procuratore generale della Cassazione. E dall’urna è uscito Pietro Gaeta, un progressista doc, nonostante, almeno sulla carta, il Csm penda (di pochissimo) a destra. Alla fine, il Capo dello Stato, è sembrato mandare a tutti i magistrati che oggi incroceranno le braccia contro la riforma un messaggio in bottiglia, laddove ha ricordato che il Csm concorre «attraverso il governo autonomo della magistratura ad assicurare l’irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario». Un’indipendenza che molte toghe ritengono oggi messa in discussione. Nel 2019 Mattarella, a proposito del caso di Luca Palamara, aveva parlato di un «coacervo di manovre nascoste». Un anno dopo, su richiesta proprio di Gaeta, in quel momento avvocato generale (una sorta di vice pg) del Palazzaccio, l’ex presidente dell’Anm era stato radiato dalla magistratura per le interferenze che avrebbe veicolato all’interno del Sistema. Peccato che nel cellulare di Palamara fosse citato più volte lo stesso Gaeta che, come abbiamo scritto ieri, aveva trovato in un’altra toga, Pina Casella, una groupie pronta a perorare la sua causa al cospetto del kingmaker delle nomine. Una macchiolina nel curriculum che nessuno ha ritenuto di citare nella tornata di dichiarazioni di voto di ieri. Una cortesia istituzionale che non sappiamo se sarebbe stata riservata a un candidato conservatore. Mattarella ha seguito con attenzione il dibattito sul nuovo pg che avrà in mano la delicata leva dei procedimenti disciplinari nei confronti degli altri magistrati. Certamente avrebbe preferito un voto all’unanimità, ma non ha potuto evitare la spaccatura. Hanno provato a fermare la corsa di Gaeta (che in commissione aveva racimolato ben cinque voti su sei) i cinque consiglieri laici del centro-destra e quattro (su sette) rappresentanti di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice), i quali hanno portato i loro nove voti dalla parte di Pasquale Fimiani, lo sconfitto di giornata. Anche stavolta è stato un derby tra correnti di centro-sinistra: Md/Area (Gaeta) contro Unicost (Fimiani, abbandonato, però, dai suoi), mentre Mi, raggruppamento fluido, si è spaccata, confermando la vocazione a fare da spettatrice. Nonostante le maggioranze di centro-destra in Parlamento e al Csm, resiste l’egemonia culturale progressista nel campo della magistratura requirente. A sparigliare i giochi aveva provato Palamara con candidature che si sono dimostrate deboli o, comunque, non adeguate. Il primo presidente della Cassazione (Margherita Cassano), di Mi, e il procuratore generale uscente (Luigi Salvato), di Unicost, hanno votato insieme con altri 18 consiglieri per Gaeta. Tutti i sostenitori di quest’ultimo hanno citato l’esperienza quasi doppia come avvocato generale (incarico semidirettivo), un indicatore che il nuovo testo unico della dirigenza giudiziaria indica come decisivo. Sono state esaltate anche la qualità e la quantità delle deleghe a lui assegnate negli anni e la precocità (è in magistratura dall’età di 23 anni). Durante il plenum hanno sostenuto con determinazione Fimiani la togata di Mi Bernadette Nicotra e la laica in quota Lega Claudia Eccher (l’altro consigliere indicato dal Carroccio, il vicepresidente Fabio Pinelli, si è astenuto), l’unica a fare un velato cenno alle chat di Palamara, quando ha ricordato che non c’è mai stata «nessuna ombra, neppure indiretta sull’operato» di Fimiani e che questi «non è mai stato attenzionato dagli organi di informazione», né toccato da «nessuna polemica» o coinvolto «in questioni extrafunzionali». In un comunicato la Eccher ha confermato di aver «votato convintamente» Fimiani, ritenendolo «più titolato» e ha ricordato che Gaeta per un decennio è stato lontano dalle aule di giustizia, avendo fatto l’assistente di un giudice della Corte costituzionale, «incarico sicuramente prestigioso, ma molto distante dalla quotidianità dell’esercizio della funzione giudiziaria». Quindi ha concluso: «Non vorrei che, a parte le polemiche apparse sui giornali in questi giorni, il voto dei togati sia stato condizionato dalle solite dinamiche che caratterizzano le correnti della magistratura» ha concluso. Chi ha orecchie per intendere…
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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