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2025-02-27
Allo sciopero di oggi dei magistrati flash mob, comici e bandiere rosse
Ernesto Carbone (Imagoeconomica)
Il grande giorno dello sciopero, quello senza rinunciare alla paga di giornata, è arrivato. I giudici sfidano il governo alleandosi a sinistra. Con le coccarde tricolori sulla toga e la Costituzione stretta tra le mani. Oggi, come aveva annunciato l’Anm, scenderanno in piazza per dire no alla riforma della Giustizia e, in particolare, alla separazione delle carriere. I magistrati vogliono spiegare ai cittadini perché quella legge dal loro punto di vista è un attacco alla Carta. Con un obiettivo nel sottotesto: fare rumore prima del faccia a faccia con Giorgia Meloni, previsto per il 5 marzo (ma non ancora confermato). A Roma il clou della protesta, con un flash mob sulla scalinata della Cassazione: magistrati con la toga e la Costituzione in bella vista. Poi tutti al cinema Adriano, di fronte al Palazzaccio, per un’assemblea con i vertici dell’Anm: il presidente Cesare Parodi (della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) e il segretario Rocco Maruotti (del gruppo progressista di Area). E con un ex di primo piano: Giuseppe Santalucia, che il sindacato delle toghe l’ha presieduto. E con loro ci sarà Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi scrittore. Flash mob anche a Milano, davanti al Palazzo di giustizia. A Napoli, invece, il dibattito è previsto nella biblioteca Tartaglione, con il giallista Maurizio De Giovanni e con Viola Ardone, autrice di un libro ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna che si oppose al matrimonio riparatore. E, con loro, ci sarà Andrea Segre, il regista del film su Enrico Berlinguer. A Genova, tra gli ospiti, c’è anche Antonio Albanese, che, dismesso il piglio da Cetto La Qualunque, leggerà un testo del giurista Piero Calamandrei davanti al professore di diritto penale Mitja Gialuz (che deve poter contare sul dono dell’ubiquità, visto che la sua presenza è prevista contemporaneamente anche a Reggio Emilia), compagno della dem Debora Serracchiani, al renziano Ernesto Carbone, componente del Csm, a Luca Infantino, segretario generale Funzione pubblica della Cgil di Genova e al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. «Ognuno sceglie i suoi simboli, alcuni si ispirano ai grandi giuristi, altri a Cetto», ha ironizzato il senatore forzista Maurizio Gasparri. Qualunquemente vada sarà un successo. Soprattutto a Foggia, città di origine di Maruotti, dove la sezione locale dell’Anm ipotizza un’adesione che potrebbe sfiorare il 90 per cento. Ovunque ci sia un tribunale gli attivisti con la toga tenteranno di coinvolgere studenti, sindacati e professionisti dell’antimafia. Da Lagonegro a Pescara (dove con i giudici interverranno la scrittrice che si è divisa tra Strega e Campiello, Donatella Di Pietrantonio, e il giornalista Luca Telese). Da Salerno a Bari (con don Angelo Cassano di Libera, il referente in Puglia di don Luigi Ciotti). Toghe e ambienti progressisti per fermare la riforma voluta dal centrodestra. Lo scontro viene alimentato anche a suon di videomessaggi da far girare nelle chat. «La giustizia potrebbe cambiare e non in meglio», recita l’attore bolognese Leonardo Santini nei quasi cinque minuti in cui spiega che il pubblico ministero non è un superpoliziotto e cerca di smontare quelli che sarebbero solo dei luoghi comuni: come la relazione tra pm e i giudici, tutt’altro che collusa. Se la riforma passa, è il messaggio che il video vuole veicolare, il pm sarà solo l’avvocato delle forze dell’ordine, totalmente esposto ai condizionamenti politici. L’Anm, insomma, cerca di parlare alla pancia dell’elettore di sinistra. Il segretario generale Maruotti, infatti, ha fatto sapere che «non si tratta di una semplice astensione dal lavoro», ma di «incontro con la cittadinanza». Anche perché molte toghe dovranno lavorare, come prevede il codice di autoregolamentazione. Nelle istruzioni per l’uso, l’Anm ha spiegato che si potrà scioperare lavorando e senza rinunciare alla paga di giornata: «A chi aderisce allo sciopero, ma garantisce comunque un servizio essenziale, non si applicherà la trattenuta e verrà, ai fini statistici, computato come scioperante». Intanto dal governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro assicura: «Nessun intervento punitivo contro la magistratura, nessuno spirito di rivalsa». Ma il clima è rovente. E lo scontro è solo all’inizio. Il 6 marzo la corrente più a sinistra, quella di Md, ha organizzato a Bologna un convegno sul tema che sta più a cuore alle toghe progressiste: «La tutela dei migranti». Con tanto di conclusioni di Silvia Albano, capocorrente e presidente della Sezione immigrazione (soppressa) del Tribunale di Roma, la toga che per prima ha disapplicato i provvedimenti di trasferimento dei migranti in Albania. E in cambio di un po’ di presenza l’evento promette tre crediti formativi per gli avvocati.
Nulla cambia: il pm più importante d’Italia è una toga progressista
Il segnale più forte al governo, impegnato in una discussa riforma costituzionale della Giustizia, è arrivato ieri dal Csm straordinario indetto e presieduto da Sergio Mattarella.
La seduta è stata convocata per scegliere il nuovo pm più importante d’Italia, ovvero il procuratore generale della Cassazione. E dall’urna è uscito Pietro Gaeta, un progressista doc, nonostante, almeno sulla carta, il Csm penda (di pochissimo) a destra.
Alla fine, il Capo dello Stato, è sembrato mandare a tutti i magistrati che oggi incroceranno le braccia contro la riforma un messaggio in bottiglia, laddove ha ricordato che il Csm concorre «attraverso il governo autonomo della magistratura ad assicurare l’irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario». Un’indipendenza che molte toghe ritengono oggi messa in discussione.
Nel 2019 Mattarella, a proposito del caso di Luca Palamara, aveva parlato di un «coacervo di manovre nascoste».
Un anno dopo, su richiesta proprio di Gaeta, in quel momento avvocato generale (una sorta di vice pg) del Palazzaccio, l’ex presidente dell’Anm era stato radiato dalla magistratura per le interferenze che avrebbe veicolato all’interno del Sistema. Peccato che nel cellulare di Palamara fosse citato più volte lo stesso Gaeta che, come abbiamo scritto ieri, aveva trovato in un’altra toga, Pina Casella, una groupie pronta a perorare la sua causa al cospetto del kingmaker delle nomine. Una macchiolina nel curriculum che nessuno ha ritenuto di citare nella tornata di dichiarazioni di voto di ieri. Una cortesia istituzionale che non sappiamo se sarebbe stata riservata a un candidato conservatore.
Mattarella ha seguito con attenzione il dibattito sul nuovo pg che avrà in mano la delicata leva dei procedimenti disciplinari nei confronti degli altri magistrati. Certamente avrebbe preferito un voto all’unanimità, ma non ha potuto evitare la spaccatura.
Hanno provato a fermare la corsa di Gaeta (che in commissione aveva racimolato ben cinque voti su sei) i cinque consiglieri laici del centro-destra e quattro (su sette) rappresentanti di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice), i quali hanno portato i loro nove voti dalla parte di Pasquale Fimiani, lo sconfitto di giornata.
Anche stavolta è stato un derby tra correnti di centro-sinistra: Md/Area (Gaeta) contro Unicost (Fimiani, abbandonato, però, dai suoi), mentre Mi, raggruppamento fluido, si è spaccata, confermando la vocazione a fare da spettatrice. Nonostante le maggioranze di centro-destra in Parlamento e al Csm, resiste l’egemonia culturale progressista nel campo della magistratura requirente.
A sparigliare i giochi aveva provato Palamara con candidature che si sono dimostrate deboli o, comunque, non adeguate.
Il primo presidente della Cassazione (Margherita Cassano), di Mi, e il procuratore generale uscente (Luigi Salvato), di Unicost, hanno votato insieme con altri 18 consiglieri per Gaeta.
Tutti i sostenitori di quest’ultimo hanno citato l’esperienza quasi doppia come avvocato generale (incarico semidirettivo), un indicatore che il nuovo testo unico della dirigenza giudiziaria indica come decisivo. Sono state esaltate anche la qualità e la quantità delle deleghe a lui assegnate negli anni e la precocità (è in magistratura dall’età di 23 anni).
Durante il plenum hanno sostenuto con determinazione Fimiani la togata di Mi Bernadette Nicotra e la laica in quota Lega Claudia Eccher (l’altro consigliere indicato dal Carroccio, il vicepresidente Fabio Pinelli, si è astenuto), l’unica a fare un velato cenno alle chat di Palamara, quando ha ricordato che non c’è mai stata «nessuna ombra, neppure indiretta sull’operato» di Fimiani e che questi «non è mai stato attenzionato dagli organi di informazione», né toccato da «nessuna polemica» o coinvolto «in questioni extrafunzionali».
In un comunicato la Eccher ha confermato di aver «votato convintamente» Fimiani, ritenendolo «più titolato» e ha ricordato che Gaeta per un decennio è stato lontano dalle aule di giustizia, avendo fatto l’assistente di un giudice della Corte costituzionale, «incarico sicuramente prestigioso, ma molto distante dalla quotidianità dell’esercizio della funzione giudiziaria». Quindi ha concluso: «Non vorrei che, a parte le polemiche apparse sui giornali in questi giorni, il voto dei togati sia stato condizionato dalle solite dinamiche che caratterizzano le correnti della magistratura» ha concluso. Chi ha orecchie per intendere…
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L’Anm ha organizzato una serie di eventi con esponenti della sinistra. E «Cetto La Qualunque» legge Calamandrei.Via libera alla nomina di Pietro Gaeta, finito nelle chat di Palamara, a nuovo pg di Cassazione.Lo speciale contiene due articoliIl grande giorno dello sciopero, quello senza rinunciare alla paga di giornata, è arrivato. I giudici sfidano il governo alleandosi a sinistra. Con le coccarde tricolori sulla toga e la Costituzione stretta tra le mani. Oggi, come aveva annunciato l’Anm, scenderanno in piazza per dire no alla riforma della Giustizia e, in particolare, alla separazione delle carriere. I magistrati vogliono spiegare ai cittadini perché quella legge dal loro punto di vista è un attacco alla Carta. Con un obiettivo nel sottotesto: fare rumore prima del faccia a faccia con Giorgia Meloni, previsto per il 5 marzo (ma non ancora confermato). A Roma il clou della protesta, con un flash mob sulla scalinata della Cassazione: magistrati con la toga e la Costituzione in bella vista. Poi tutti al cinema Adriano, di fronte al Palazzaccio, per un’assemblea con i vertici dell’Anm: il presidente Cesare Parodi (della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) e il segretario Rocco Maruotti (del gruppo progressista di Area). E con un ex di primo piano: Giuseppe Santalucia, che il sindacato delle toghe l’ha presieduto. E con loro ci sarà Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi scrittore. Flash mob anche a Milano, davanti al Palazzo di giustizia. A Napoli, invece, il dibattito è previsto nella biblioteca Tartaglione, con il giallista Maurizio De Giovanni e con Viola Ardone, autrice di un libro ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna che si oppose al matrimonio riparatore. E, con loro, ci sarà Andrea Segre, il regista del film su Enrico Berlinguer. A Genova, tra gli ospiti, c’è anche Antonio Albanese, che, dismesso il piglio da Cetto La Qualunque, leggerà un testo del giurista Piero Calamandrei davanti al professore di diritto penale Mitja Gialuz (che deve poter contare sul dono dell’ubiquità, visto che la sua presenza è prevista contemporaneamente anche a Reggio Emilia), compagno della dem Debora Serracchiani, al renziano Ernesto Carbone, componente del Csm, a Luca Infantino, segretario generale Funzione pubblica della Cgil di Genova e al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. «Ognuno sceglie i suoi simboli, alcuni si ispirano ai grandi giuristi, altri a Cetto», ha ironizzato il senatore forzista Maurizio Gasparri. Qualunquemente vada sarà un successo. Soprattutto a Foggia, città di origine di Maruotti, dove la sezione locale dell’Anm ipotizza un’adesione che potrebbe sfiorare il 90 per cento. Ovunque ci sia un tribunale gli attivisti con la toga tenteranno di coinvolgere studenti, sindacati e professionisti dell’antimafia. Da Lagonegro a Pescara (dove con i giudici interverranno la scrittrice che si è divisa tra Strega e Campiello, Donatella Di Pietrantonio, e il giornalista Luca Telese). Da Salerno a Bari (con don Angelo Cassano di Libera, il referente in Puglia di don Luigi Ciotti). Toghe e ambienti progressisti per fermare la riforma voluta dal centrodestra. Lo scontro viene alimentato anche a suon di videomessaggi da far girare nelle chat. «La giustizia potrebbe cambiare e non in meglio», recita l’attore bolognese Leonardo Santini nei quasi cinque minuti in cui spiega che il pubblico ministero non è un superpoliziotto e cerca di smontare quelli che sarebbero solo dei luoghi comuni: come la relazione tra pm e i giudici, tutt’altro che collusa. Se la riforma passa, è il messaggio che il video vuole veicolare, il pm sarà solo l’avvocato delle forze dell’ordine, totalmente esposto ai condizionamenti politici. L’Anm, insomma, cerca di parlare alla pancia dell’elettore di sinistra. Il segretario generale Maruotti, infatti, ha fatto sapere che «non si tratta di una semplice astensione dal lavoro», ma di «incontro con la cittadinanza». Anche perché molte toghe dovranno lavorare, come prevede il codice di autoregolamentazione. Nelle istruzioni per l’uso, l’Anm ha spiegato che si potrà scioperare lavorando e senza rinunciare alla paga di giornata: «A chi aderisce allo sciopero, ma garantisce comunque un servizio essenziale, non si applicherà la trattenuta e verrà, ai fini statistici, computato come scioperante». Intanto dal governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro assicura: «Nessun intervento punitivo contro la magistratura, nessuno spirito di rivalsa». Ma il clima è rovente. E lo scontro è solo all’inizio. Il 6 marzo la corrente più a sinistra, quella di Md, ha organizzato a Bologna un convegno sul tema che sta più a cuore alle toghe progressiste: «La tutela dei migranti». Con tanto di conclusioni di Silvia Albano, capocorrente e presidente della Sezione immigrazione (soppressa) del Tribunale di Roma, la toga che per prima ha disapplicato i provvedimenti di trasferimento dei migranti in Albania. E in cambio di un po’ di presenza l’evento promette tre crediti formativi per gli avvocati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allo-sciopero-di-oggi-dei-magistrati-flash-mob-comici-e-bandiere-rosse-2671225999.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nulla-cambia-il-pm-piu-importante-ditalia-e-una-toga-progressista" data-post-id="2671225999" data-published-at="1740600554" data-use-pagination="False"> Nulla cambia: il pm più importante d’Italia è una toga progressista Il segnale più forte al governo, impegnato in una discussa riforma costituzionale della Giustizia, è arrivato ieri dal Csm straordinario indetto e presieduto da Sergio Mattarella. La seduta è stata convocata per scegliere il nuovo pm più importante d’Italia, ovvero il procuratore generale della Cassazione. E dall’urna è uscito Pietro Gaeta, un progressista doc, nonostante, almeno sulla carta, il Csm penda (di pochissimo) a destra. Alla fine, il Capo dello Stato, è sembrato mandare a tutti i magistrati che oggi incroceranno le braccia contro la riforma un messaggio in bottiglia, laddove ha ricordato che il Csm concorre «attraverso il governo autonomo della magistratura ad assicurare l’irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario». Un’indipendenza che molte toghe ritengono oggi messa in discussione. Nel 2019 Mattarella, a proposito del caso di Luca Palamara, aveva parlato di un «coacervo di manovre nascoste». Un anno dopo, su richiesta proprio di Gaeta, in quel momento avvocato generale (una sorta di vice pg) del Palazzaccio, l’ex presidente dell’Anm era stato radiato dalla magistratura per le interferenze che avrebbe veicolato all’interno del Sistema. Peccato che nel cellulare di Palamara fosse citato più volte lo stesso Gaeta che, come abbiamo scritto ieri, aveva trovato in un’altra toga, Pina Casella, una groupie pronta a perorare la sua causa al cospetto del kingmaker delle nomine. Una macchiolina nel curriculum che nessuno ha ritenuto di citare nella tornata di dichiarazioni di voto di ieri. Una cortesia istituzionale che non sappiamo se sarebbe stata riservata a un candidato conservatore. Mattarella ha seguito con attenzione il dibattito sul nuovo pg che avrà in mano la delicata leva dei procedimenti disciplinari nei confronti degli altri magistrati. Certamente avrebbe preferito un voto all’unanimità, ma non ha potuto evitare la spaccatura. Hanno provato a fermare la corsa di Gaeta (che in commissione aveva racimolato ben cinque voti su sei) i cinque consiglieri laici del centro-destra e quattro (su sette) rappresentanti di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice), i quali hanno portato i loro nove voti dalla parte di Pasquale Fimiani, lo sconfitto di giornata. Anche stavolta è stato un derby tra correnti di centro-sinistra: Md/Area (Gaeta) contro Unicost (Fimiani, abbandonato, però, dai suoi), mentre Mi, raggruppamento fluido, si è spaccata, confermando la vocazione a fare da spettatrice. Nonostante le maggioranze di centro-destra in Parlamento e al Csm, resiste l’egemonia culturale progressista nel campo della magistratura requirente. A sparigliare i giochi aveva provato Palamara con candidature che si sono dimostrate deboli o, comunque, non adeguate. Il primo presidente della Cassazione (Margherita Cassano), di Mi, e il procuratore generale uscente (Luigi Salvato), di Unicost, hanno votato insieme con altri 18 consiglieri per Gaeta. Tutti i sostenitori di quest’ultimo hanno citato l’esperienza quasi doppia come avvocato generale (incarico semidirettivo), un indicatore che il nuovo testo unico della dirigenza giudiziaria indica come decisivo. Sono state esaltate anche la qualità e la quantità delle deleghe a lui assegnate negli anni e la precocità (è in magistratura dall’età di 23 anni). Durante il plenum hanno sostenuto con determinazione Fimiani la togata di Mi Bernadette Nicotra e la laica in quota Lega Claudia Eccher (l’altro consigliere indicato dal Carroccio, il vicepresidente Fabio Pinelli, si è astenuto), l’unica a fare un velato cenno alle chat di Palamara, quando ha ricordato che non c’è mai stata «nessuna ombra, neppure indiretta sull’operato» di Fimiani e che questi «non è mai stato attenzionato dagli organi di informazione», né toccato da «nessuna polemica» o coinvolto «in questioni extrafunzionali». In un comunicato la Eccher ha confermato di aver «votato convintamente» Fimiani, ritenendolo «più titolato» e ha ricordato che Gaeta per un decennio è stato lontano dalle aule di giustizia, avendo fatto l’assistente di un giudice della Corte costituzionale, «incarico sicuramente prestigioso, ma molto distante dalla quotidianità dell’esercizio della funzione giudiziaria». Quindi ha concluso: «Non vorrei che, a parte le polemiche apparse sui giornali in questi giorni, il voto dei togati sia stato condizionato dalle solite dinamiche che caratterizzano le correnti della magistratura» ha concluso. Chi ha orecchie per intendere…
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La richiesta di maggiore flessibilità, tramite lo scostamento di bilancio, per gestire la crisi energetica, è stata nuovamente messa sul tavolo europeo. Dopo la risposta negativa arrivata durante il vertice di Cipro, in cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era speso affinché passasse la linea di scorporare dal calcolo del disavanzo le maggiori spese per l’energia, ieri all’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari europei, Giancarlo Giorgetti ha rinnovato la richiesta di flessibilità.
Il ministro dell’Economia ha delineato i punti critici dello scenario globale, ovvero «peggioramento delle prospettive di crescita e significativi rischi al ribasso, inflazione in aumento e in prospettiva una stretta monetaria. Pertanto «lo choc energetico causato dalla crisi iraniana richiede una risposta rapida, coordinata e proporzionata da parte dell’Ue». In sostanza, secondo Giorgetti , «la politica “attendere e vedere” è finita, ora è tempo di agire».
Nel suo intervento all’Eurogruppo ha sollecitato l’attivazione di «una clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di bilancio». E ha sottolineato che «se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale». L’intervento sarebbe mirato a comprarti industriali sui quali la crisi ha impattato di più, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico». Questo significa «estendere all’energia le deroghe al Patto di Stabilità già attive per la difesa».
Un consenso generale a una clausola di salvaguardia generale che coinvolga tutta la Ue non pare possibile, poiché, come ribadito più volte dalla Commissione, non vi sono le condizioni per poterla usare dato che la Ue o l’area euro non si trovano in recessione. La seconda è stata utilizzata per la spesa per la difesa, ma l’Italia non l’ha ancora richiesta ancora. Il ricorso «coordinato» alla clausola nazionale (per le spese contro il caro energia) «rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale. Il suo utilizzo sarebbe temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro Ue sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico».
Per Giorgetti «le misure dovrebbero rimanere incentrate sull’attenuazione dell’impatto sui settori più colpiti, in particolare agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica, attraverso un sostegno proporzionato e temporaneo».
Ma c’è anche una terza opzione: estendere la clausola per la difesa alle spese per il caro energia «invocando le questioni di sicurezza nazionale già previste nel Temporary framework approvato la settimana scorsa dalla Commissione Ue». Giorgetti ha indicato l’interesse a discutere «misure selettive per l’incremento delle entrate»: l’Italia sostiene l’introduzione a livello Ue di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come suggerito insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna, in una lettera inviata alla Commissione.
Il ministro si è mosso con passi felpati ma decisi. Non una parola di troppo che possa essere interpretata dai mercati come uno strappo rispetto alla linea più volte rimarcata da Bruxelles di non consentire spazi di flessibilità rispetto a quelli già previsti.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, in mattinata era stato più tranciante: «È una questione di sopravvivenza». Se Bruxelles impedisce lo scostamento di bilancio, «sono convinto che il governo porterà all’approvazione del Parlamento, la possibilità di spendere soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei per aiutare gli italiani che hanno bisogno». Poi ha ricordato lo sciopero degli autotrasportatori previsto dal 25 al 29 maggio. «Avere per una settimana i camion fermi, vuol dire avere i negozi vuoti, e vuol dire avere l’Italia nel caos. Per cui o Bruxelles mi permette di aiutare questi lavoratori o immagino, lo faremo lo stesso». All’Eurogruppo di ieri sono emerse voci di preoccupazione. Il Portogallo ha detto che è «importante» disporre di «un po' di flessibilità» per poter aiutare i settori «più colpiti» dallo choc energetico. Per il Belgio non ci sono le condizioni per una sospensione del Patto di stabilità. Sulla stessa linea l’Olanda: «Fare più debito non è la soluzione alla crisi dei prezzi dell’energia». La Spagna ha portato la proposta di usare la clausola nazionale che ha permesso ai Paesi Ue di scorporare dal Patto di stabilità le spese per la difesa.
Ursula «spreca» 20 miliardi per l’IA
Automotive, satelliti o intelligenza artificiale, lo schema delle strategie fallimentari dell’Europa si basa su una serie di fattori in comune che spaventano più dei flop stessi. Si parte con un ritardo abissale nel cogliere dove stiano andando l’industria e le nuove tecnologie (basti pensare al gap competitivo rispetto a Starlink), si continua con una corsa sfrenata per metterci in un modo o nell’altro una pezza e si arriva allo spreco di risorse e alla crisi di filiere (emblematica quella dell’automotive) che si traduce immancabilmente in un taglio di posti di lavoro.
L’ultimo esempio è quello dell’IA, dove però il danno è forse ancora rimediabile. O è almeno quanto sperano gli eurodeputati e gli analisti che secondo la ricostruzione di Politico stanno provando a mettere un argine alla furia masochista di Ursula von der Leyen.
Nel disperato tentativo di entrare nella partita che si stanno giocando senza esclusione di colpi Stati Uniti e Cina, il presidente della Commissione vuol costruire delle enormi strutture di analisi dei dati per addestrare modelli di Intelligenza artificiale altrettanto «importanti». L’obiettivo è creare quattro a cinque gigafactory, ciascuna dotata di 100.000 unità di elaborazione grafica (Gpu) per addestrare l’intelligenza artificiale del Vecchio continente. Per raggiungere lo scopo, l’Ue ha stanziato un fondo di 20 miliardi puntando a triplicare la capacità dei data center europei entro il 2030-2032.
C’è qualche problema. Innanzitutto i tempi. A parte l’enorme ritardo già accumulato, infatti, il bando per la presentazione dei progetti è stato rinviato due volte e l’ultimo arco temporale preso in considerazione parla della primavera. Sarà vero?
Quindi, la vera domanda dalla quale sarebbe dovuto partire l’intero progetto: per chi lavorerebbero le mega «fabbriche» che Bruxelles sta così dispendiosamente finanziando? A oggi in Europa mancano campioni nazionali che possano sfruttare l’energia prodotta dalle potenziali nuove centrali. «Non è affatto chiaro quale sia il pubblico di riferimento delle gigafactory», ha evidenziato in un’intervista Nicoleta Kyosovska, assistente di ricerca presso il Centro di studi di politica europea, un think tank con sede a Bruxelles, e coautrice di un rapporto sulle gigafactory dal titolo: Santuari dell’innovazione o cattedrali nel deserto?, «non abbiamo molte aziende che si occupano di Intelligenza artificiale, anzi forse abbiamo solo Mistral».
Mistral AI è una startup francese fondata nell’aprile del 2023 da tre ricercatori: Arthur Mensch, Guillaume Lample, e Timothée Lacroix. Dopo gli studi alla École Polytechnique e le esperienze in Google DeepMind e Meta, i nostri si sono posti l’obiettivo di democratizzare l’intelligenza artificiale attraverso modelli, prodotti e soluzioni open-source. Chapeau. Ma da qui a immaginarli come un’alternativa credibile ai modelli americani come ChatGpt (OpenAI) e Anthropic, che stanno investendo miliardi su miliardi nello sviluppo dei nuovi modelli di IA, ce ne passa.
«Nessuno è stato in grado di spiegarmi», ha evidenziato Sergey Lagodinsky, europarlamentare tedesco dei Verdi, «quale sia il piano aziendale che stanno realizzando per queste gigafactory».
Tant’è che paradossalmente, le nuove fabbriche europee potrebbero finire per accrescere la dipendenza del Vecchio continente dalla tecnologia Usa con l’americana Nvidia che è leader mondiale nella fornitura dei chip Gpu di cui sopra.
Il dubbio è venuto a un gruppo di 18 parlamentari Ue che ha interrogato sul tema la Commissione. Senza ricevere, neanche a dirlo, risposte.
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Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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