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2025-02-27
Allo sciopero di oggi dei magistrati flash mob, comici e bandiere rosse
Ernesto Carbone (Imagoeconomica)
Il grande giorno dello sciopero, quello senza rinunciare alla paga di giornata, è arrivato. I giudici sfidano il governo alleandosi a sinistra. Con le coccarde tricolori sulla toga e la Costituzione stretta tra le mani. Oggi, come aveva annunciato l’Anm, scenderanno in piazza per dire no alla riforma della Giustizia e, in particolare, alla separazione delle carriere. I magistrati vogliono spiegare ai cittadini perché quella legge dal loro punto di vista è un attacco alla Carta. Con un obiettivo nel sottotesto: fare rumore prima del faccia a faccia con Giorgia Meloni, previsto per il 5 marzo (ma non ancora confermato). A Roma il clou della protesta, con un flash mob sulla scalinata della Cassazione: magistrati con la toga e la Costituzione in bella vista. Poi tutti al cinema Adriano, di fronte al Palazzaccio, per un’assemblea con i vertici dell’Anm: il presidente Cesare Parodi (della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) e il segretario Rocco Maruotti (del gruppo progressista di Area). E con un ex di primo piano: Giuseppe Santalucia, che il sindacato delle toghe l’ha presieduto. E con loro ci sarà Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi scrittore. Flash mob anche a Milano, davanti al Palazzo di giustizia. A Napoli, invece, il dibattito è previsto nella biblioteca Tartaglione, con il giallista Maurizio De Giovanni e con Viola Ardone, autrice di un libro ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna che si oppose al matrimonio riparatore. E, con loro, ci sarà Andrea Segre, il regista del film su Enrico Berlinguer. A Genova, tra gli ospiti, c’è anche Antonio Albanese, che, dismesso il piglio da Cetto La Qualunque, leggerà un testo del giurista Piero Calamandrei davanti al professore di diritto penale Mitja Gialuz (che deve poter contare sul dono dell’ubiquità, visto che la sua presenza è prevista contemporaneamente anche a Reggio Emilia), compagno della dem Debora Serracchiani, al renziano Ernesto Carbone, componente del Csm, a Luca Infantino, segretario generale Funzione pubblica della Cgil di Genova e al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. «Ognuno sceglie i suoi simboli, alcuni si ispirano ai grandi giuristi, altri a Cetto», ha ironizzato il senatore forzista Maurizio Gasparri. Qualunquemente vada sarà un successo. Soprattutto a Foggia, città di origine di Maruotti, dove la sezione locale dell’Anm ipotizza un’adesione che potrebbe sfiorare il 90 per cento. Ovunque ci sia un tribunale gli attivisti con la toga tenteranno di coinvolgere studenti, sindacati e professionisti dell’antimafia. Da Lagonegro a Pescara (dove con i giudici interverranno la scrittrice che si è divisa tra Strega e Campiello, Donatella Di Pietrantonio, e il giornalista Luca Telese). Da Salerno a Bari (con don Angelo Cassano di Libera, il referente in Puglia di don Luigi Ciotti). Toghe e ambienti progressisti per fermare la riforma voluta dal centrodestra. Lo scontro viene alimentato anche a suon di videomessaggi da far girare nelle chat. «La giustizia potrebbe cambiare e non in meglio», recita l’attore bolognese Leonardo Santini nei quasi cinque minuti in cui spiega che il pubblico ministero non è un superpoliziotto e cerca di smontare quelli che sarebbero solo dei luoghi comuni: come la relazione tra pm e i giudici, tutt’altro che collusa. Se la riforma passa, è il messaggio che il video vuole veicolare, il pm sarà solo l’avvocato delle forze dell’ordine, totalmente esposto ai condizionamenti politici. L’Anm, insomma, cerca di parlare alla pancia dell’elettore di sinistra. Il segretario generale Maruotti, infatti, ha fatto sapere che «non si tratta di una semplice astensione dal lavoro», ma di «incontro con la cittadinanza». Anche perché molte toghe dovranno lavorare, come prevede il codice di autoregolamentazione. Nelle istruzioni per l’uso, l’Anm ha spiegato che si potrà scioperare lavorando e senza rinunciare alla paga di giornata: «A chi aderisce allo sciopero, ma garantisce comunque un servizio essenziale, non si applicherà la trattenuta e verrà, ai fini statistici, computato come scioperante». Intanto dal governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro assicura: «Nessun intervento punitivo contro la magistratura, nessuno spirito di rivalsa». Ma il clima è rovente. E lo scontro è solo all’inizio. Il 6 marzo la corrente più a sinistra, quella di Md, ha organizzato a Bologna un convegno sul tema che sta più a cuore alle toghe progressiste: «La tutela dei migranti». Con tanto di conclusioni di Silvia Albano, capocorrente e presidente della Sezione immigrazione (soppressa) del Tribunale di Roma, la toga che per prima ha disapplicato i provvedimenti di trasferimento dei migranti in Albania. E in cambio di un po’ di presenza l’evento promette tre crediti formativi per gli avvocati.
Nulla cambia: il pm più importante d’Italia è una toga progressista
Il segnale più forte al governo, impegnato in una discussa riforma costituzionale della Giustizia, è arrivato ieri dal Csm straordinario indetto e presieduto da Sergio Mattarella.
La seduta è stata convocata per scegliere il nuovo pm più importante d’Italia, ovvero il procuratore generale della Cassazione. E dall’urna è uscito Pietro Gaeta, un progressista doc, nonostante, almeno sulla carta, il Csm penda (di pochissimo) a destra.
Alla fine, il Capo dello Stato, è sembrato mandare a tutti i magistrati che oggi incroceranno le braccia contro la riforma un messaggio in bottiglia, laddove ha ricordato che il Csm concorre «attraverso il governo autonomo della magistratura ad assicurare l’irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario». Un’indipendenza che molte toghe ritengono oggi messa in discussione.
Nel 2019 Mattarella, a proposito del caso di Luca Palamara, aveva parlato di un «coacervo di manovre nascoste».
Un anno dopo, su richiesta proprio di Gaeta, in quel momento avvocato generale (una sorta di vice pg) del Palazzaccio, l’ex presidente dell’Anm era stato radiato dalla magistratura per le interferenze che avrebbe veicolato all’interno del Sistema. Peccato che nel cellulare di Palamara fosse citato più volte lo stesso Gaeta che, come abbiamo scritto ieri, aveva trovato in un’altra toga, Pina Casella, una groupie pronta a perorare la sua causa al cospetto del kingmaker delle nomine. Una macchiolina nel curriculum che nessuno ha ritenuto di citare nella tornata di dichiarazioni di voto di ieri. Una cortesia istituzionale che non sappiamo se sarebbe stata riservata a un candidato conservatore.
Mattarella ha seguito con attenzione il dibattito sul nuovo pg che avrà in mano la delicata leva dei procedimenti disciplinari nei confronti degli altri magistrati. Certamente avrebbe preferito un voto all’unanimità, ma non ha potuto evitare la spaccatura.
Hanno provato a fermare la corsa di Gaeta (che in commissione aveva racimolato ben cinque voti su sei) i cinque consiglieri laici del centro-destra e quattro (su sette) rappresentanti di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice), i quali hanno portato i loro nove voti dalla parte di Pasquale Fimiani, lo sconfitto di giornata.
Anche stavolta è stato un derby tra correnti di centro-sinistra: Md/Area (Gaeta) contro Unicost (Fimiani, abbandonato, però, dai suoi), mentre Mi, raggruppamento fluido, si è spaccata, confermando la vocazione a fare da spettatrice. Nonostante le maggioranze di centro-destra in Parlamento e al Csm, resiste l’egemonia culturale progressista nel campo della magistratura requirente.
A sparigliare i giochi aveva provato Palamara con candidature che si sono dimostrate deboli o, comunque, non adeguate.
Il primo presidente della Cassazione (Margherita Cassano), di Mi, e il procuratore generale uscente (Luigi Salvato), di Unicost, hanno votato insieme con altri 18 consiglieri per Gaeta.
Tutti i sostenitori di quest’ultimo hanno citato l’esperienza quasi doppia come avvocato generale (incarico semidirettivo), un indicatore che il nuovo testo unico della dirigenza giudiziaria indica come decisivo. Sono state esaltate anche la qualità e la quantità delle deleghe a lui assegnate negli anni e la precocità (è in magistratura dall’età di 23 anni).
Durante il plenum hanno sostenuto con determinazione Fimiani la togata di Mi Bernadette Nicotra e la laica in quota Lega Claudia Eccher (l’altro consigliere indicato dal Carroccio, il vicepresidente Fabio Pinelli, si è astenuto), l’unica a fare un velato cenno alle chat di Palamara, quando ha ricordato che non c’è mai stata «nessuna ombra, neppure indiretta sull’operato» di Fimiani e che questi «non è mai stato attenzionato dagli organi di informazione», né toccato da «nessuna polemica» o coinvolto «in questioni extrafunzionali».
In un comunicato la Eccher ha confermato di aver «votato convintamente» Fimiani, ritenendolo «più titolato» e ha ricordato che Gaeta per un decennio è stato lontano dalle aule di giustizia, avendo fatto l’assistente di un giudice della Corte costituzionale, «incarico sicuramente prestigioso, ma molto distante dalla quotidianità dell’esercizio della funzione giudiziaria». Quindi ha concluso: «Non vorrei che, a parte le polemiche apparse sui giornali in questi giorni, il voto dei togati sia stato condizionato dalle solite dinamiche che caratterizzano le correnti della magistratura» ha concluso. Chi ha orecchie per intendere…
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L’Anm ha organizzato una serie di eventi con esponenti della sinistra. E «Cetto La Qualunque» legge Calamandrei.Via libera alla nomina di Pietro Gaeta, finito nelle chat di Palamara, a nuovo pg di Cassazione.Lo speciale contiene due articoliIl grande giorno dello sciopero, quello senza rinunciare alla paga di giornata, è arrivato. I giudici sfidano il governo alleandosi a sinistra. Con le coccarde tricolori sulla toga e la Costituzione stretta tra le mani. Oggi, come aveva annunciato l’Anm, scenderanno in piazza per dire no alla riforma della Giustizia e, in particolare, alla separazione delle carriere. I magistrati vogliono spiegare ai cittadini perché quella legge dal loro punto di vista è un attacco alla Carta. Con un obiettivo nel sottotesto: fare rumore prima del faccia a faccia con Giorgia Meloni, previsto per il 5 marzo (ma non ancora confermato). A Roma il clou della protesta, con un flash mob sulla scalinata della Cassazione: magistrati con la toga e la Costituzione in bella vista. Poi tutti al cinema Adriano, di fronte al Palazzaccio, per un’assemblea con i vertici dell’Anm: il presidente Cesare Parodi (della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) e il segretario Rocco Maruotti (del gruppo progressista di Area). E con un ex di primo piano: Giuseppe Santalucia, che il sindacato delle toghe l’ha presieduto. E con loro ci sarà Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi scrittore. Flash mob anche a Milano, davanti al Palazzo di giustizia. A Napoli, invece, il dibattito è previsto nella biblioteca Tartaglione, con il giallista Maurizio De Giovanni e con Viola Ardone, autrice di un libro ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna che si oppose al matrimonio riparatore. E, con loro, ci sarà Andrea Segre, il regista del film su Enrico Berlinguer. A Genova, tra gli ospiti, c’è anche Antonio Albanese, che, dismesso il piglio da Cetto La Qualunque, leggerà un testo del giurista Piero Calamandrei davanti al professore di diritto penale Mitja Gialuz (che deve poter contare sul dono dell’ubiquità, visto che la sua presenza è prevista contemporaneamente anche a Reggio Emilia), compagno della dem Debora Serracchiani, al renziano Ernesto Carbone, componente del Csm, a Luca Infantino, segretario generale Funzione pubblica della Cgil di Genova e al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. «Ognuno sceglie i suoi simboli, alcuni si ispirano ai grandi giuristi, altri a Cetto», ha ironizzato il senatore forzista Maurizio Gasparri. Qualunquemente vada sarà un successo. Soprattutto a Foggia, città di origine di Maruotti, dove la sezione locale dell’Anm ipotizza un’adesione che potrebbe sfiorare il 90 per cento. Ovunque ci sia un tribunale gli attivisti con la toga tenteranno di coinvolgere studenti, sindacati e professionisti dell’antimafia. Da Lagonegro a Pescara (dove con i giudici interverranno la scrittrice che si è divisa tra Strega e Campiello, Donatella Di Pietrantonio, e il giornalista Luca Telese). Da Salerno a Bari (con don Angelo Cassano di Libera, il referente in Puglia di don Luigi Ciotti). Toghe e ambienti progressisti per fermare la riforma voluta dal centrodestra. Lo scontro viene alimentato anche a suon di videomessaggi da far girare nelle chat. «La giustizia potrebbe cambiare e non in meglio», recita l’attore bolognese Leonardo Santini nei quasi cinque minuti in cui spiega che il pubblico ministero non è un superpoliziotto e cerca di smontare quelli che sarebbero solo dei luoghi comuni: come la relazione tra pm e i giudici, tutt’altro che collusa. Se la riforma passa, è il messaggio che il video vuole veicolare, il pm sarà solo l’avvocato delle forze dell’ordine, totalmente esposto ai condizionamenti politici. L’Anm, insomma, cerca di parlare alla pancia dell’elettore di sinistra. Il segretario generale Maruotti, infatti, ha fatto sapere che «non si tratta di una semplice astensione dal lavoro», ma di «incontro con la cittadinanza». Anche perché molte toghe dovranno lavorare, come prevede il codice di autoregolamentazione. Nelle istruzioni per l’uso, l’Anm ha spiegato che si potrà scioperare lavorando e senza rinunciare alla paga di giornata: «A chi aderisce allo sciopero, ma garantisce comunque un servizio essenziale, non si applicherà la trattenuta e verrà, ai fini statistici, computato come scioperante». Intanto dal governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro assicura: «Nessun intervento punitivo contro la magistratura, nessuno spirito di rivalsa». Ma il clima è rovente. E lo scontro è solo all’inizio. Il 6 marzo la corrente più a sinistra, quella di Md, ha organizzato a Bologna un convegno sul tema che sta più a cuore alle toghe progressiste: «La tutela dei migranti». Con tanto di conclusioni di Silvia Albano, capocorrente e presidente della Sezione immigrazione (soppressa) del Tribunale di Roma, la toga che per prima ha disapplicato i provvedimenti di trasferimento dei migranti in Albania. E in cambio di un po’ di presenza l’evento promette tre crediti formativi per gli avvocati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allo-sciopero-di-oggi-dei-magistrati-flash-mob-comici-e-bandiere-rosse-2671225999.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nulla-cambia-il-pm-piu-importante-ditalia-e-una-toga-progressista" data-post-id="2671225999" data-published-at="1740600554" data-use-pagination="False"> Nulla cambia: il pm più importante d’Italia è una toga progressista Il segnale più forte al governo, impegnato in una discussa riforma costituzionale della Giustizia, è arrivato ieri dal Csm straordinario indetto e presieduto da Sergio Mattarella. La seduta è stata convocata per scegliere il nuovo pm più importante d’Italia, ovvero il procuratore generale della Cassazione. E dall’urna è uscito Pietro Gaeta, un progressista doc, nonostante, almeno sulla carta, il Csm penda (di pochissimo) a destra. Alla fine, il Capo dello Stato, è sembrato mandare a tutti i magistrati che oggi incroceranno le braccia contro la riforma un messaggio in bottiglia, laddove ha ricordato che il Csm concorre «attraverso il governo autonomo della magistratura ad assicurare l’irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario». Un’indipendenza che molte toghe ritengono oggi messa in discussione. Nel 2019 Mattarella, a proposito del caso di Luca Palamara, aveva parlato di un «coacervo di manovre nascoste». Un anno dopo, su richiesta proprio di Gaeta, in quel momento avvocato generale (una sorta di vice pg) del Palazzaccio, l’ex presidente dell’Anm era stato radiato dalla magistratura per le interferenze che avrebbe veicolato all’interno del Sistema. Peccato che nel cellulare di Palamara fosse citato più volte lo stesso Gaeta che, come abbiamo scritto ieri, aveva trovato in un’altra toga, Pina Casella, una groupie pronta a perorare la sua causa al cospetto del kingmaker delle nomine. Una macchiolina nel curriculum che nessuno ha ritenuto di citare nella tornata di dichiarazioni di voto di ieri. Una cortesia istituzionale che non sappiamo se sarebbe stata riservata a un candidato conservatore. Mattarella ha seguito con attenzione il dibattito sul nuovo pg che avrà in mano la delicata leva dei procedimenti disciplinari nei confronti degli altri magistrati. Certamente avrebbe preferito un voto all’unanimità, ma non ha potuto evitare la spaccatura. Hanno provato a fermare la corsa di Gaeta (che in commissione aveva racimolato ben cinque voti su sei) i cinque consiglieri laici del centro-destra e quattro (su sette) rappresentanti di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice), i quali hanno portato i loro nove voti dalla parte di Pasquale Fimiani, lo sconfitto di giornata. Anche stavolta è stato un derby tra correnti di centro-sinistra: Md/Area (Gaeta) contro Unicost (Fimiani, abbandonato, però, dai suoi), mentre Mi, raggruppamento fluido, si è spaccata, confermando la vocazione a fare da spettatrice. Nonostante le maggioranze di centro-destra in Parlamento e al Csm, resiste l’egemonia culturale progressista nel campo della magistratura requirente. A sparigliare i giochi aveva provato Palamara con candidature che si sono dimostrate deboli o, comunque, non adeguate. Il primo presidente della Cassazione (Margherita Cassano), di Mi, e il procuratore generale uscente (Luigi Salvato), di Unicost, hanno votato insieme con altri 18 consiglieri per Gaeta. Tutti i sostenitori di quest’ultimo hanno citato l’esperienza quasi doppia come avvocato generale (incarico semidirettivo), un indicatore che il nuovo testo unico della dirigenza giudiziaria indica come decisivo. Sono state esaltate anche la qualità e la quantità delle deleghe a lui assegnate negli anni e la precocità (è in magistratura dall’età di 23 anni). Durante il plenum hanno sostenuto con determinazione Fimiani la togata di Mi Bernadette Nicotra e la laica in quota Lega Claudia Eccher (l’altro consigliere indicato dal Carroccio, il vicepresidente Fabio Pinelli, si è astenuto), l’unica a fare un velato cenno alle chat di Palamara, quando ha ricordato che non c’è mai stata «nessuna ombra, neppure indiretta sull’operato» di Fimiani e che questi «non è mai stato attenzionato dagli organi di informazione», né toccato da «nessuna polemica» o coinvolto «in questioni extrafunzionali». In un comunicato la Eccher ha confermato di aver «votato convintamente» Fimiani, ritenendolo «più titolato» e ha ricordato che Gaeta per un decennio è stato lontano dalle aule di giustizia, avendo fatto l’assistente di un giudice della Corte costituzionale, «incarico sicuramente prestigioso, ma molto distante dalla quotidianità dell’esercizio della funzione giudiziaria». Quindi ha concluso: «Non vorrei che, a parte le polemiche apparse sui giornali in questi giorni, il voto dei togati sia stato condizionato dalle solite dinamiche che caratterizzano le correnti della magistratura» ha concluso. Chi ha orecchie per intendere…
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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