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2025-02-27
Allo sciopero di oggi dei magistrati flash mob, comici e bandiere rosse
Ernesto Carbone (Imagoeconomica)
Il grande giorno dello sciopero, quello senza rinunciare alla paga di giornata, è arrivato. I giudici sfidano il governo alleandosi a sinistra. Con le coccarde tricolori sulla toga e la Costituzione stretta tra le mani. Oggi, come aveva annunciato l’Anm, scenderanno in piazza per dire no alla riforma della Giustizia e, in particolare, alla separazione delle carriere. I magistrati vogliono spiegare ai cittadini perché quella legge dal loro punto di vista è un attacco alla Carta. Con un obiettivo nel sottotesto: fare rumore prima del faccia a faccia con Giorgia Meloni, previsto per il 5 marzo (ma non ancora confermato). A Roma il clou della protesta, con un flash mob sulla scalinata della Cassazione: magistrati con la toga e la Costituzione in bella vista. Poi tutti al cinema Adriano, di fronte al Palazzaccio, per un’assemblea con i vertici dell’Anm: il presidente Cesare Parodi (della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) e il segretario Rocco Maruotti (del gruppo progressista di Area). E con un ex di primo piano: Giuseppe Santalucia, che il sindacato delle toghe l’ha presieduto. E con loro ci sarà Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi scrittore. Flash mob anche a Milano, davanti al Palazzo di giustizia. A Napoli, invece, il dibattito è previsto nella biblioteca Tartaglione, con il giallista Maurizio De Giovanni e con Viola Ardone, autrice di un libro ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna che si oppose al matrimonio riparatore. E, con loro, ci sarà Andrea Segre, il regista del film su Enrico Berlinguer. A Genova, tra gli ospiti, c’è anche Antonio Albanese, che, dismesso il piglio da Cetto La Qualunque, leggerà un testo del giurista Piero Calamandrei davanti al professore di diritto penale Mitja Gialuz (che deve poter contare sul dono dell’ubiquità, visto che la sua presenza è prevista contemporaneamente anche a Reggio Emilia), compagno della dem Debora Serracchiani, al renziano Ernesto Carbone, componente del Csm, a Luca Infantino, segretario generale Funzione pubblica della Cgil di Genova e al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. «Ognuno sceglie i suoi simboli, alcuni si ispirano ai grandi giuristi, altri a Cetto», ha ironizzato il senatore forzista Maurizio Gasparri. Qualunquemente vada sarà un successo. Soprattutto a Foggia, città di origine di Maruotti, dove la sezione locale dell’Anm ipotizza un’adesione che potrebbe sfiorare il 90 per cento. Ovunque ci sia un tribunale gli attivisti con la toga tenteranno di coinvolgere studenti, sindacati e professionisti dell’antimafia. Da Lagonegro a Pescara (dove con i giudici interverranno la scrittrice che si è divisa tra Strega e Campiello, Donatella Di Pietrantonio, e il giornalista Luca Telese). Da Salerno a Bari (con don Angelo Cassano di Libera, il referente in Puglia di don Luigi Ciotti). Toghe e ambienti progressisti per fermare la riforma voluta dal centrodestra. Lo scontro viene alimentato anche a suon di videomessaggi da far girare nelle chat. «La giustizia potrebbe cambiare e non in meglio», recita l’attore bolognese Leonardo Santini nei quasi cinque minuti in cui spiega che il pubblico ministero non è un superpoliziotto e cerca di smontare quelli che sarebbero solo dei luoghi comuni: come la relazione tra pm e i giudici, tutt’altro che collusa. Se la riforma passa, è il messaggio che il video vuole veicolare, il pm sarà solo l’avvocato delle forze dell’ordine, totalmente esposto ai condizionamenti politici. L’Anm, insomma, cerca di parlare alla pancia dell’elettore di sinistra. Il segretario generale Maruotti, infatti, ha fatto sapere che «non si tratta di una semplice astensione dal lavoro», ma di «incontro con la cittadinanza». Anche perché molte toghe dovranno lavorare, come prevede il codice di autoregolamentazione. Nelle istruzioni per l’uso, l’Anm ha spiegato che si potrà scioperare lavorando e senza rinunciare alla paga di giornata: «A chi aderisce allo sciopero, ma garantisce comunque un servizio essenziale, non si applicherà la trattenuta e verrà, ai fini statistici, computato come scioperante». Intanto dal governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro assicura: «Nessun intervento punitivo contro la magistratura, nessuno spirito di rivalsa». Ma il clima è rovente. E lo scontro è solo all’inizio. Il 6 marzo la corrente più a sinistra, quella di Md, ha organizzato a Bologna un convegno sul tema che sta più a cuore alle toghe progressiste: «La tutela dei migranti». Con tanto di conclusioni di Silvia Albano, capocorrente e presidente della Sezione immigrazione (soppressa) del Tribunale di Roma, la toga che per prima ha disapplicato i provvedimenti di trasferimento dei migranti in Albania. E in cambio di un po’ di presenza l’evento promette tre crediti formativi per gli avvocati.
Nulla cambia: il pm più importante d’Italia è una toga progressista
Il segnale più forte al governo, impegnato in una discussa riforma costituzionale della Giustizia, è arrivato ieri dal Csm straordinario indetto e presieduto da Sergio Mattarella.
La seduta è stata convocata per scegliere il nuovo pm più importante d’Italia, ovvero il procuratore generale della Cassazione. E dall’urna è uscito Pietro Gaeta, un progressista doc, nonostante, almeno sulla carta, il Csm penda (di pochissimo) a destra.
Alla fine, il Capo dello Stato, è sembrato mandare a tutti i magistrati che oggi incroceranno le braccia contro la riforma un messaggio in bottiglia, laddove ha ricordato che il Csm concorre «attraverso il governo autonomo della magistratura ad assicurare l’irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario». Un’indipendenza che molte toghe ritengono oggi messa in discussione.
Nel 2019 Mattarella, a proposito del caso di Luca Palamara, aveva parlato di un «coacervo di manovre nascoste».
Un anno dopo, su richiesta proprio di Gaeta, in quel momento avvocato generale (una sorta di vice pg) del Palazzaccio, l’ex presidente dell’Anm era stato radiato dalla magistratura per le interferenze che avrebbe veicolato all’interno del Sistema. Peccato che nel cellulare di Palamara fosse citato più volte lo stesso Gaeta che, come abbiamo scritto ieri, aveva trovato in un’altra toga, Pina Casella, una groupie pronta a perorare la sua causa al cospetto del kingmaker delle nomine. Una macchiolina nel curriculum che nessuno ha ritenuto di citare nella tornata di dichiarazioni di voto di ieri. Una cortesia istituzionale che non sappiamo se sarebbe stata riservata a un candidato conservatore.
Mattarella ha seguito con attenzione il dibattito sul nuovo pg che avrà in mano la delicata leva dei procedimenti disciplinari nei confronti degli altri magistrati. Certamente avrebbe preferito un voto all’unanimità, ma non ha potuto evitare la spaccatura.
Hanno provato a fermare la corsa di Gaeta (che in commissione aveva racimolato ben cinque voti su sei) i cinque consiglieri laici del centro-destra e quattro (su sette) rappresentanti di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice), i quali hanno portato i loro nove voti dalla parte di Pasquale Fimiani, lo sconfitto di giornata.
Anche stavolta è stato un derby tra correnti di centro-sinistra: Md/Area (Gaeta) contro Unicost (Fimiani, abbandonato, però, dai suoi), mentre Mi, raggruppamento fluido, si è spaccata, confermando la vocazione a fare da spettatrice. Nonostante le maggioranze di centro-destra in Parlamento e al Csm, resiste l’egemonia culturale progressista nel campo della magistratura requirente.
A sparigliare i giochi aveva provato Palamara con candidature che si sono dimostrate deboli o, comunque, non adeguate.
Il primo presidente della Cassazione (Margherita Cassano), di Mi, e il procuratore generale uscente (Luigi Salvato), di Unicost, hanno votato insieme con altri 18 consiglieri per Gaeta.
Tutti i sostenitori di quest’ultimo hanno citato l’esperienza quasi doppia come avvocato generale (incarico semidirettivo), un indicatore che il nuovo testo unico della dirigenza giudiziaria indica come decisivo. Sono state esaltate anche la qualità e la quantità delle deleghe a lui assegnate negli anni e la precocità (è in magistratura dall’età di 23 anni).
Durante il plenum hanno sostenuto con determinazione Fimiani la togata di Mi Bernadette Nicotra e la laica in quota Lega Claudia Eccher (l’altro consigliere indicato dal Carroccio, il vicepresidente Fabio Pinelli, si è astenuto), l’unica a fare un velato cenno alle chat di Palamara, quando ha ricordato che non c’è mai stata «nessuna ombra, neppure indiretta sull’operato» di Fimiani e che questi «non è mai stato attenzionato dagli organi di informazione», né toccato da «nessuna polemica» o coinvolto «in questioni extrafunzionali».
In un comunicato la Eccher ha confermato di aver «votato convintamente» Fimiani, ritenendolo «più titolato» e ha ricordato che Gaeta per un decennio è stato lontano dalle aule di giustizia, avendo fatto l’assistente di un giudice della Corte costituzionale, «incarico sicuramente prestigioso, ma molto distante dalla quotidianità dell’esercizio della funzione giudiziaria». Quindi ha concluso: «Non vorrei che, a parte le polemiche apparse sui giornali in questi giorni, il voto dei togati sia stato condizionato dalle solite dinamiche che caratterizzano le correnti della magistratura» ha concluso. Chi ha orecchie per intendere…
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L’Anm ha organizzato una serie di eventi con esponenti della sinistra. E «Cetto La Qualunque» legge Calamandrei.Via libera alla nomina di Pietro Gaeta, finito nelle chat di Palamara, a nuovo pg di Cassazione.Lo speciale contiene due articoliIl grande giorno dello sciopero, quello senza rinunciare alla paga di giornata, è arrivato. I giudici sfidano il governo alleandosi a sinistra. Con le coccarde tricolori sulla toga e la Costituzione stretta tra le mani. Oggi, come aveva annunciato l’Anm, scenderanno in piazza per dire no alla riforma della Giustizia e, in particolare, alla separazione delle carriere. I magistrati vogliono spiegare ai cittadini perché quella legge dal loro punto di vista è un attacco alla Carta. Con un obiettivo nel sottotesto: fare rumore prima del faccia a faccia con Giorgia Meloni, previsto per il 5 marzo (ma non ancora confermato). A Roma il clou della protesta, con un flash mob sulla scalinata della Cassazione: magistrati con la toga e la Costituzione in bella vista. Poi tutti al cinema Adriano, di fronte al Palazzaccio, per un’assemblea con i vertici dell’Anm: il presidente Cesare Parodi (della corrente conservatrice di Magistratura indipendente) e il segretario Rocco Maruotti (del gruppo progressista di Area). E con un ex di primo piano: Giuseppe Santalucia, che il sindacato delle toghe l’ha presieduto. E con loro ci sarà Gianrico Carofiglio, già pm, senatore dem e oggi scrittore. Flash mob anche a Milano, davanti al Palazzo di giustizia. A Napoli, invece, il dibattito è previsto nella biblioteca Tartaglione, con il giallista Maurizio De Giovanni e con Viola Ardone, autrice di un libro ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna che si oppose al matrimonio riparatore. E, con loro, ci sarà Andrea Segre, il regista del film su Enrico Berlinguer. A Genova, tra gli ospiti, c’è anche Antonio Albanese, che, dismesso il piglio da Cetto La Qualunque, leggerà un testo del giurista Piero Calamandrei davanti al professore di diritto penale Mitja Gialuz (che deve poter contare sul dono dell’ubiquità, visto che la sua presenza è prevista contemporaneamente anche a Reggio Emilia), compagno della dem Debora Serracchiani, al renziano Ernesto Carbone, componente del Csm, a Luca Infantino, segretario generale Funzione pubblica della Cgil di Genova e al direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. «Ognuno sceglie i suoi simboli, alcuni si ispirano ai grandi giuristi, altri a Cetto», ha ironizzato il senatore forzista Maurizio Gasparri. Qualunquemente vada sarà un successo. Soprattutto a Foggia, città di origine di Maruotti, dove la sezione locale dell’Anm ipotizza un’adesione che potrebbe sfiorare il 90 per cento. Ovunque ci sia un tribunale gli attivisti con la toga tenteranno di coinvolgere studenti, sindacati e professionisti dell’antimafia. Da Lagonegro a Pescara (dove con i giudici interverranno la scrittrice che si è divisa tra Strega e Campiello, Donatella Di Pietrantonio, e il giornalista Luca Telese). Da Salerno a Bari (con don Angelo Cassano di Libera, il referente in Puglia di don Luigi Ciotti). Toghe e ambienti progressisti per fermare la riforma voluta dal centrodestra. Lo scontro viene alimentato anche a suon di videomessaggi da far girare nelle chat. «La giustizia potrebbe cambiare e non in meglio», recita l’attore bolognese Leonardo Santini nei quasi cinque minuti in cui spiega che il pubblico ministero non è un superpoliziotto e cerca di smontare quelli che sarebbero solo dei luoghi comuni: come la relazione tra pm e i giudici, tutt’altro che collusa. Se la riforma passa, è il messaggio che il video vuole veicolare, il pm sarà solo l’avvocato delle forze dell’ordine, totalmente esposto ai condizionamenti politici. L’Anm, insomma, cerca di parlare alla pancia dell’elettore di sinistra. Il segretario generale Maruotti, infatti, ha fatto sapere che «non si tratta di una semplice astensione dal lavoro», ma di «incontro con la cittadinanza». Anche perché molte toghe dovranno lavorare, come prevede il codice di autoregolamentazione. Nelle istruzioni per l’uso, l’Anm ha spiegato che si potrà scioperare lavorando e senza rinunciare alla paga di giornata: «A chi aderisce allo sciopero, ma garantisce comunque un servizio essenziale, non si applicherà la trattenuta e verrà, ai fini statistici, computato come scioperante». Intanto dal governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro assicura: «Nessun intervento punitivo contro la magistratura, nessuno spirito di rivalsa». Ma il clima è rovente. E lo scontro è solo all’inizio. Il 6 marzo la corrente più a sinistra, quella di Md, ha organizzato a Bologna un convegno sul tema che sta più a cuore alle toghe progressiste: «La tutela dei migranti». Con tanto di conclusioni di Silvia Albano, capocorrente e presidente della Sezione immigrazione (soppressa) del Tribunale di Roma, la toga che per prima ha disapplicato i provvedimenti di trasferimento dei migranti in Albania. E in cambio di un po’ di presenza l’evento promette tre crediti formativi per gli avvocati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allo-sciopero-di-oggi-dei-magistrati-flash-mob-comici-e-bandiere-rosse-2671225999.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nulla-cambia-il-pm-piu-importante-ditalia-e-una-toga-progressista" data-post-id="2671225999" data-published-at="1740600554" data-use-pagination="False"> Nulla cambia: il pm più importante d’Italia è una toga progressista Il segnale più forte al governo, impegnato in una discussa riforma costituzionale della Giustizia, è arrivato ieri dal Csm straordinario indetto e presieduto da Sergio Mattarella. La seduta è stata convocata per scegliere il nuovo pm più importante d’Italia, ovvero il procuratore generale della Cassazione. E dall’urna è uscito Pietro Gaeta, un progressista doc, nonostante, almeno sulla carta, il Csm penda (di pochissimo) a destra. Alla fine, il Capo dello Stato, è sembrato mandare a tutti i magistrati che oggi incroceranno le braccia contro la riforma un messaggio in bottiglia, laddove ha ricordato che il Csm concorre «attraverso il governo autonomo della magistratura ad assicurare l’irrinunziabile indipendenza dell’ordine giudiziario». Un’indipendenza che molte toghe ritengono oggi messa in discussione. Nel 2019 Mattarella, a proposito del caso di Luca Palamara, aveva parlato di un «coacervo di manovre nascoste». Un anno dopo, su richiesta proprio di Gaeta, in quel momento avvocato generale (una sorta di vice pg) del Palazzaccio, l’ex presidente dell’Anm era stato radiato dalla magistratura per le interferenze che avrebbe veicolato all’interno del Sistema. Peccato che nel cellulare di Palamara fosse citato più volte lo stesso Gaeta che, come abbiamo scritto ieri, aveva trovato in un’altra toga, Pina Casella, una groupie pronta a perorare la sua causa al cospetto del kingmaker delle nomine. Una macchiolina nel curriculum che nessuno ha ritenuto di citare nella tornata di dichiarazioni di voto di ieri. Una cortesia istituzionale che non sappiamo se sarebbe stata riservata a un candidato conservatore. Mattarella ha seguito con attenzione il dibattito sul nuovo pg che avrà in mano la delicata leva dei procedimenti disciplinari nei confronti degli altri magistrati. Certamente avrebbe preferito un voto all’unanimità, ma non ha potuto evitare la spaccatura. Hanno provato a fermare la corsa di Gaeta (che in commissione aveva racimolato ben cinque voti su sei) i cinque consiglieri laici del centro-destra e quattro (su sette) rappresentanti di Magistratura indipendente (la corrente conservatrice), i quali hanno portato i loro nove voti dalla parte di Pasquale Fimiani, lo sconfitto di giornata. Anche stavolta è stato un derby tra correnti di centro-sinistra: Md/Area (Gaeta) contro Unicost (Fimiani, abbandonato, però, dai suoi), mentre Mi, raggruppamento fluido, si è spaccata, confermando la vocazione a fare da spettatrice. Nonostante le maggioranze di centro-destra in Parlamento e al Csm, resiste l’egemonia culturale progressista nel campo della magistratura requirente. A sparigliare i giochi aveva provato Palamara con candidature che si sono dimostrate deboli o, comunque, non adeguate. Il primo presidente della Cassazione (Margherita Cassano), di Mi, e il procuratore generale uscente (Luigi Salvato), di Unicost, hanno votato insieme con altri 18 consiglieri per Gaeta. Tutti i sostenitori di quest’ultimo hanno citato l’esperienza quasi doppia come avvocato generale (incarico semidirettivo), un indicatore che il nuovo testo unico della dirigenza giudiziaria indica come decisivo. Sono state esaltate anche la qualità e la quantità delle deleghe a lui assegnate negli anni e la precocità (è in magistratura dall’età di 23 anni). Durante il plenum hanno sostenuto con determinazione Fimiani la togata di Mi Bernadette Nicotra e la laica in quota Lega Claudia Eccher (l’altro consigliere indicato dal Carroccio, il vicepresidente Fabio Pinelli, si è astenuto), l’unica a fare un velato cenno alle chat di Palamara, quando ha ricordato che non c’è mai stata «nessuna ombra, neppure indiretta sull’operato» di Fimiani e che questi «non è mai stato attenzionato dagli organi di informazione», né toccato da «nessuna polemica» o coinvolto «in questioni extrafunzionali». In un comunicato la Eccher ha confermato di aver «votato convintamente» Fimiani, ritenendolo «più titolato» e ha ricordato che Gaeta per un decennio è stato lontano dalle aule di giustizia, avendo fatto l’assistente di un giudice della Corte costituzionale, «incarico sicuramente prestigioso, ma molto distante dalla quotidianità dell’esercizio della funzione giudiziaria». Quindi ha concluso: «Non vorrei che, a parte le polemiche apparse sui giornali in questi giorni, il voto dei togati sia stato condizionato dalle solite dinamiche che caratterizzano le correnti della magistratura» ha concluso. Chi ha orecchie per intendere…
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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