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2019-08-01
Alle primarie dem di Detroit è tutti contro Biden
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Ansa
Un punto particolarmente combattuto ha riguardato innanzitutto l'immigrazione. Vari candidati hanno attaccato Biden, accusandolo di mantenere una posizione troppo dura sulla questione. L'ex ministro, Julian Castro, il senatore del New Jersey, Cory Booker, e la senatrice della California, Kamala Harris, sono andati all'attacco, proponendo la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina e asserendo che – in ogni caso – eventuali immigrati irregolari potrebbero essere perseguiti dai tribunali civili. Si tratta di una linea che è stata principalmente giustificata, sostenendo che - in questo modo - sarebbe possibile arginare la politica della tolleranza zero, attuata dall'amministrazione Trump. Biden, dal canto suo, ha ribattuto che oltrepassare il confine americano senza documenti debba continuare ad essere un reato. All'ex vicepresidente è stato poi chiesto conto dei numerosi rimpatri di clandestini, attuati nel corso del primo mandato dell'amministrazione Obama. Sul tema, Biden si è mostrato in difficoltà: non solo ha rimediato alcune contestazioni dal pubblico ma ha cercato di smarcarsi dalle scelte politiche dell'ex presidente democratico, suscitando la reazione di Booker che lo ha fulminato: «Tiri in ballo il presidente Obama più di chiunque altro in questa campagna elettorale. Non puoi farlo quando è conveniente e poi rifiutarlo quando non lo è», ha dichiarato. Trump, dal canto suo, ha voluto replicare alle accuse dei dem nel corso del confronto, twittando: «Le gabbie per bambini sono state costruite dall'amministrazione Obama nel 2014. Lui aveva la politica di separazione dei bambini. Io l'ho terminata, quando mi sono reso conto che più famiglie sarebbero poi arrivate al confine!»
Ulteriore elemento problematico per Biden si è rivelata la giustizia penale: nuovamente l'ex vicepresidente ha avuto un duro confronto con il senatore del New Jersey che, non da oggi, sta puntando molto sulla possibilità di intestarsi la rappresentanza del voto afroamericano. In particolare, nelle ultime settimane Biden è finito sotto accusa per aver contribuito a redigere il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, approvato nel 1994 ai tempi di Bill Clinton e ritenuto responsabile di incarcerazioni di massa, oltre che di pratiche ostili alla minoranza afroamericana.
Nuove scintille si sono poi registrate sulla questione del segregazionismo. Come nel dibattito di Miami lo scorso giugno, Kamala Harris è tornata alla carica, accusando Biden di aver flirtato con ambienti segregazionisti negli anni Settanta, quando era senatore per lo Stato del Delaware. Il mese scorso, questa linea di attacco si era rivelata particolarmente efficace, assestando un duro colpo al front runner, che non aveva saputo replicare con troppa energia e convinzione. Stavolta Biden ha invece provato a reagire. «Quando la senatrice Harris è stata procuratore generale per otto anni nello Stato della California, c'erano due dei distretti scolastici più segregati nel paese, a Los Angeles e San Francisco», ha dichiarato. «Non ho visto una sola volta che abbia intentato una causa contro di essi per la desegregazione». Anche la deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard ha criticato, da sinistra, la Harris, dichiarando che da procuratore abbia messo in prigione millecinquecento persone per reati di marijuana, salvo poi ridersela quando le fu chiesto se ne avesse mai fumata in vita sua. La senatrice californiana, di solito molto spavalda e battagliera, si è trovata non poco in difficoltà.
Che la serata non si sarebbe rivelata esattamente una passeggiata per la Harris, lo si era del resto capito sin dall'inizio del confronto televisivo. Biden ha infatti cercato di approfittarne per attaccarla sul piano sanitario da lei recentemente presentato. Secondo l'ex vicepresidente, la proposta della senatrice (una soluzione che cerca democristianamente di combinare un sistema sanitario universale con le assicurazioni private) determinerebbe un significativo incremento della pressione fiscale. La Harris ha replicato che il progetto di Biden lascerebbe senza copertura dieci milioni di cittadini americani, evitando tuttavia di affrontare direttamente la questione delle tasse e tradendo un certo nervosismo. Anche in questo caso, si è fatta avanti la Gabbard, che ha accusato la senatrice californiana di essersi fatta scrivere la proposta sanitaria dalle compagnie assicurative.
A livello generale, rispetto alla prima serata – dove i candidati centristi si sono di fatto coalizzati contro i leader della sinistra – questa notte l'unico vero rappresentante delle correnti moderate è stato Biden. Un Biden che, in termini di performance, è certamente risultato migliore rispetto al dibattito di giugno: più battagliero e – soprattutto – più concentrato sulle defaillance degli avversari. Ciononostante i suoi problemi restano quelli di sempre: ha un passato politico oggi giudicato controverso che, non a caso, gli viene costantemente rinfacciato. Un passato da cui cerca (troppo spesso) di prendere contraddittoriamente le distanze (come ha fatto stasera, per esempio, in riferimento alle sue storiche posizioni antiabortiste o al suo voto in sostegno della guerra in Iraq). Inoltre, continua ad apparire particolarmente sfibrato e – ogni tanto – ha qualche lapsus. Infine si è mostrato talvolta insicuro, rispettando scrupolosamente i limiti di tempo imposti dai moderatori, quando invece gli altri candidati (soprattutto la Harris) li sforavano bellamente. Discreta performance televisiva invece per Cory Booker: nonostante il senatore del New Jersey continui ad essere piuttosto aleatorio in termini di proposte programmatiche, questa notte si è preso la scena più di una volta, ostentando una retorica efficace, che gli ha consentito di emergere dalla pletora dei suoi rissosi competitor.
Meno bene è andata invece a Kamala Harris: in grande spolvero nei sondaggi dopo il confronto di Miami, questa notte – come accennato – ha tradito non poco nervosismo, quando si è ritrovata sotto attacco per le sue proposte sanitarie e – soprattutto – per la sua carriera da procuratore : non da oggi, del resto, vari esponenti della sinistra stanno cercando di colpirla, rispolverando il suo passato «law and order». La sua corsa verso la nomination indubbiamente prosegue ma la spinta sondaggistica delle ultime settimane potrebbe non essere stata capitalizzata al meglio. Pessimo si è nuovamente rivelato Bill de Blasio. In forte difficoltà in termini di consensi e finanziamenti elettorali, il sindaco di New York aveva un disperato bisogno di registrare una buona apparizione televisiva. Non a caso, nel suo discorso iniziale, aveva attaccato subito due pesi massimi come Biden e la Harris, proponendo sé stesso come migliore alternativa. Purtroppo per lui, le cose non sono andate esattamente nel verso giusto. Come a Miami, ha continuato ad agitarsi tutta la sera, tentando sparate alla Masaniello che si sono puntualmente risolte in una bolla di sapone. In chiaroscuro la prova televisiva di Tulsi Gabbard. La deputata è riuscita ad emergere in alcuni momenti, soprattutto grazie alle polemiche con Kamala Harris: bisognerà capire se questo le consentirà di dare una scossa positiva alla propria campagna elettorale (finora inchiodata a percentuali sondaggistiche irrisorie). Monotematica è invece risultata la senatrice dello Stato di New York, Kirsten Gillibrand, concentrata pressoché totalmente sulle battaglie femministe. A un certo punto, ha tentato il «colpaccio», accusando Biden di essersi in passato espresso contro le donne che non lavorano in casa. L'ex vicepresidente ha replicato chiedendole come mai allora lei stessa sia orgogliosamente apparsa al suo fianco molte volte in passato. Come de Blasio, anche la Gillibrand vanta attualmente un consenso inferiore al 2%. E difficilmente il dibattito di stanotte le consentirà un effettivo salto di qualità.
La situazione resta quindi molto incerta. Per ora, l'unico elemento chiaro continua ad essere la debolezza strutturale della linea di attacco dei democratici in campo contro Donald Trump. Anche questa notte, le critiche al presidente in carica si sono focalizzate quasi esclusivamente sulle accuse di razzismo e demagogia, oltre che sull'immancabile inchiesta Russiagate (agitata soprattutto da Booker e dalla Harris). Con il serio rischio che questo dibattito finisca per costituire l'ennesimo assist dell'Asinello a Trump. In tal senso, alla fine del confronto, il presidente ha twittato: «Le persone sul palco stasera non erano quelle che renderanno l'America di nuovo grande o che la manterranno grande! Il nostro Paese ora sta battendo record in quasi ogni categoria, dal mercato azionario a quello militare alla disoccupazione. Abbiamo prosperità e successo come mai prima d'ora». Come a dire: quello che manca ai democratici, ancora una volta, è la concretezza.
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Tutti contro tutti. E tutti contro Joe Biden. Il secondo dibattito tra i candidati democratici, organizzato questa notte dalla Cnn a Detroit, ha mostrato profonde spaccature in seno al Partito Democratico. Se il confronto televisivo della scorsa serata si era caratterizzato per un sistema di alleanze tra i vari candidati sul palco, nel nuovo appuntamento i concorrenti hanno invece proceduto in ordine sparso, perseguendo un obiettivo ben preciso: mettere sotto assedio l'attuale front runner.Un punto particolarmente combattuto ha riguardato innanzitutto l'immigrazione. Vari candidati hanno attaccato Biden, accusandolo di mantenere una posizione troppo dura sulla questione. L'ex ministro, Julian Castro, il senatore del New Jersey, Cory Booker, e la senatrice della California, Kamala Harris, sono andati all'attacco, proponendo la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina e asserendo che – in ogni caso – eventuali immigrati irregolari potrebbero essere perseguiti dai tribunali civili. Si tratta di una linea che è stata principalmente giustificata, sostenendo che - in questo modo - sarebbe possibile arginare la politica della tolleranza zero, attuata dall'amministrazione Trump. Biden, dal canto suo, ha ribattuto che oltrepassare il confine americano senza documenti debba continuare ad essere un reato. All'ex vicepresidente è stato poi chiesto conto dei numerosi rimpatri di clandestini, attuati nel corso del primo mandato dell'amministrazione Obama. Sul tema, Biden si è mostrato in difficoltà: non solo ha rimediato alcune contestazioni dal pubblico ma ha cercato di smarcarsi dalle scelte politiche dell'ex presidente democratico, suscitando la reazione di Booker che lo ha fulminato: «Tiri in ballo il presidente Obama più di chiunque altro in questa campagna elettorale. Non puoi farlo quando è conveniente e poi rifiutarlo quando non lo è», ha dichiarato. Trump, dal canto suo, ha voluto replicare alle accuse dei dem nel corso del confronto, twittando: «Le gabbie per bambini sono state costruite dall'amministrazione Obama nel 2014. Lui aveva la politica di separazione dei bambini. Io l'ho terminata, quando mi sono reso conto che più famiglie sarebbero poi arrivate al confine!»Ulteriore elemento problematico per Biden si è rivelata la giustizia penale: nuovamente l'ex vicepresidente ha avuto un duro confronto con il senatore del New Jersey che, non da oggi, sta puntando molto sulla possibilità di intestarsi la rappresentanza del voto afroamericano. In particolare, nelle ultime settimane Biden è finito sotto accusa per aver contribuito a redigere il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, approvato nel 1994 ai tempi di Bill Clinton e ritenuto responsabile di incarcerazioni di massa, oltre che di pratiche ostili alla minoranza afroamericana.Nuove scintille si sono poi registrate sulla questione del segregazionismo. Come nel dibattito di Miami lo scorso giugno, Kamala Harris è tornata alla carica, accusando Biden di aver flirtato con ambienti segregazionisti negli anni Settanta, quando era senatore per lo Stato del Delaware. Il mese scorso, questa linea di attacco si era rivelata particolarmente efficace, assestando un duro colpo al front runner, che non aveva saputo replicare con troppa energia e convinzione. Stavolta Biden ha invece provato a reagire. «Quando la senatrice Harris è stata procuratore generale per otto anni nello Stato della California, c'erano due dei distretti scolastici più segregati nel paese, a Los Angeles e San Francisco», ha dichiarato. «Non ho visto una sola volta che abbia intentato una causa contro di essi per la desegregazione». Anche la deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard ha criticato, da sinistra, la Harris, dichiarando che da procuratore abbia messo in prigione millecinquecento persone per reati di marijuana, salvo poi ridersela quando le fu chiesto se ne avesse mai fumata in vita sua. La senatrice californiana, di solito molto spavalda e battagliera, si è trovata non poco in difficoltà.Che la serata non si sarebbe rivelata esattamente una passeggiata per la Harris, lo si era del resto capito sin dall'inizio del confronto televisivo. Biden ha infatti cercato di approfittarne per attaccarla sul piano sanitario da lei recentemente presentato. Secondo l'ex vicepresidente, la proposta della senatrice (una soluzione che cerca democristianamente di combinare un sistema sanitario universale con le assicurazioni private) determinerebbe un significativo incremento della pressione fiscale. La Harris ha replicato che il progetto di Biden lascerebbe senza copertura dieci milioni di cittadini americani, evitando tuttavia di affrontare direttamente la questione delle tasse e tradendo un certo nervosismo. Anche in questo caso, si è fatta avanti la Gabbard, che ha accusato la senatrice californiana di essersi fatta scrivere la proposta sanitaria dalle compagnie assicurative.A livello generale, rispetto alla prima serata – dove i candidati centristi si sono di fatto coalizzati contro i leader della sinistra – questa notte l'unico vero rappresentante delle correnti moderate è stato Biden. Un Biden che, in termini di performance, è certamente risultato migliore rispetto al dibattito di giugno: più battagliero e – soprattutto – più concentrato sulle defaillance degli avversari. Ciononostante i suoi problemi restano quelli di sempre: ha un passato politico oggi giudicato controverso che, non a caso, gli viene costantemente rinfacciato. Un passato da cui cerca (troppo spesso) di prendere contraddittoriamente le distanze (come ha fatto stasera, per esempio, in riferimento alle sue storiche posizioni antiabortiste o al suo voto in sostegno della guerra in Iraq). Inoltre, continua ad apparire particolarmente sfibrato e – ogni tanto – ha qualche lapsus. Infine si è mostrato talvolta insicuro, rispettando scrupolosamente i limiti di tempo imposti dai moderatori, quando invece gli altri candidati (soprattutto la Harris) li sforavano bellamente. Discreta performance televisiva invece per Cory Booker: nonostante il senatore del New Jersey continui ad essere piuttosto aleatorio in termini di proposte programmatiche, questa notte si è preso la scena più di una volta, ostentando una retorica efficace, che gli ha consentito di emergere dalla pletora dei suoi rissosi competitor.Meno bene è andata invece a Kamala Harris: in grande spolvero nei sondaggi dopo il confronto di Miami, questa notte – come accennato – ha tradito non poco nervosismo, quando si è ritrovata sotto attacco per le sue proposte sanitarie e – soprattutto – per la sua carriera da procuratore : non da oggi, del resto, vari esponenti della sinistra stanno cercando di colpirla, rispolverando il suo passato «law and order». La sua corsa verso la nomination indubbiamente prosegue ma la spinta sondaggistica delle ultime settimane potrebbe non essere stata capitalizzata al meglio. Pessimo si è nuovamente rivelato Bill de Blasio. In forte difficoltà in termini di consensi e finanziamenti elettorali, il sindaco di New York aveva un disperato bisogno di registrare una buona apparizione televisiva. Non a caso, nel suo discorso iniziale, aveva attaccato subito due pesi massimi come Biden e la Harris, proponendo sé stesso come migliore alternativa. Purtroppo per lui, le cose non sono andate esattamente nel verso giusto. Come a Miami, ha continuato ad agitarsi tutta la sera, tentando sparate alla Masaniello che si sono puntualmente risolte in una bolla di sapone. In chiaroscuro la prova televisiva di Tulsi Gabbard. La deputata è riuscita ad emergere in alcuni momenti, soprattutto grazie alle polemiche con Kamala Harris: bisognerà capire se questo le consentirà di dare una scossa positiva alla propria campagna elettorale (finora inchiodata a percentuali sondaggistiche irrisorie). Monotematica è invece risultata la senatrice dello Stato di New York, Kirsten Gillibrand, concentrata pressoché totalmente sulle battaglie femministe. A un certo punto, ha tentato il «colpaccio», accusando Biden di essersi in passato espresso contro le donne che non lavorano in casa. L'ex vicepresidente ha replicato chiedendole come mai allora lei stessa sia orgogliosamente apparsa al suo fianco molte volte in passato. Come de Blasio, anche la Gillibrand vanta attualmente un consenso inferiore al 2%. E difficilmente il dibattito di stanotte le consentirà un effettivo salto di qualità.La situazione resta quindi molto incerta. Per ora, l'unico elemento chiaro continua ad essere la debolezza strutturale della linea di attacco dei democratici in campo contro Donald Trump. Anche questa notte, le critiche al presidente in carica si sono focalizzate quasi esclusivamente sulle accuse di razzismo e demagogia, oltre che sull'immancabile inchiesta Russiagate (agitata soprattutto da Booker e dalla Harris). Con il serio rischio che questo dibattito finisca per costituire l'ennesimo assist dell'Asinello a Trump. In tal senso, alla fine del confronto, il presidente ha twittato: «Le persone sul palco stasera non erano quelle che renderanno l'America di nuovo grande o che la manterranno grande! Il nostro Paese ora sta battendo record in quasi ogni categoria, dal mercato azionario a quello militare alla disoccupazione. Abbiamo prosperità e successo come mai prima d'ora». Come a dire: quello che manca ai democratici, ancora una volta, è la concretezza.
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I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Un dato che va naturalmente preso con le molle, ma che riflette non solo il trend in crescita che anche altri istituti segnalano per Vannacci, ma anche il solido dato di realtà costituito dalle tante adesioni a Fn in ogni parte d’Italia.
Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8% (+0,1); crescono il Pd (22,2%,+0,5), Forza Italia (8,2%,+0,4) e Alleanza Verdi Sinistra (6,8%,+0,4). Vistoso il calo del M5s (12,1%,-1,4). Azione è al 3,1%(-0,1) e Italia Viva al 2,1 (-0,1). Il Partito Liberaldemocratico è stabile all’1,2%, , Ora! all’1,1%, +Europa all’1% e Noi Moderati allo 0,9%. Di corto muso, direbbe Massimiliano Allegri, ma il sorpasso c’è, e viene celebrato sulla pagina Fb di Futuro nazionale: «Dovevano essere una parentesi», recita il post, «dovevano essere folklore. Dovevamo essere il partito personale destinato a sparire. E invece Futuro nazionale cresce ancora e, secondo il sondaggio Youtrend per Sky Tg24, raggiunge il 5,9% e supera la Lega. Un risultato che non nasce nei salotti televisivi, ma nelle piazze, nei territori, tra la gente che non si rassegna alla solita politica, ai giochi di palazzo e ai compromessi al ribasso. Che c’è un popolo che vuole identità, coraggio, sovranità, sicurezza, libertà di parola e difesa degli interessi nazionali. Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo». «Le cose stanno andando secondo i piani», commenta Vannacci a La Presse, «molto bene. Ma i veri sondaggi rimangono quelli fatti tra la gente e in mezzo alla strada. Noi non ci occupiamo delle dinamiche degli altri partiti e di quanto dicano i loro esponenti ma lavoriamo solo affinché Futuro nazionale cresca e per il bene dell’Italia e degli italiani». E nel frattempo rispunta un video del 2025 in cui il generale si dichiara pronto per Palazzo Chigi: «Se l’elettorato lo vorrà, io certamente non mi tiro indietro».
Lucida come sempre l’analisi dell’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato della Lega che ha aderito a Futuro nazionale: «Attenzione», dice Rinaldi alla Verità, «perché i sondaggi sono voti virtuali, i voti reali sono un’altra cosa. Il fatto che ci sia attenzione su Futuro nazionale sicuramente premia i nostri sforzi. Penso che il nostro bacino sia anche l’astensione e da questi dati si evince anche un’erosione del M5s. Ci sono dei delusi anche lì dalle promesse andate al vento. Il centrodestra dovrebbe essere contento se noi riusciamo a recuperare voti che loro non riescono a intercettare».
Non si scompone il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo: «Siamo un po’ stanchi», commenta Romeo, «tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini. Stiamo facendo bene nel campo della sicurezza e i rimpatri dal 2023 ad oggi sono più di 20.000. Le norme che abbiamo voluto nei decreti sicurezza sul contrasto ai maranza stanno dando i loro frutti», aggiunge Romeo, «il nuovo regolamento europeo sui migranti dà ragione al fatto che bisogna essere più rapidi e più veloci sulle espulsioni, come ha voluto la Lega nell’ultimo decreto sicurezza. Sostanzialmente siamo stati legittimati anche rispetto alla costruzione di centri in paesi fuori dall’Unione europea. Quindi si sta andando nella direzione che i cittadini vogliono».
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