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2019-08-01
Alle primarie dem di Detroit è tutti contro Biden
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Ansa
Un punto particolarmente combattuto ha riguardato innanzitutto l'immigrazione. Vari candidati hanno attaccato Biden, accusandolo di mantenere una posizione troppo dura sulla questione. L'ex ministro, Julian Castro, il senatore del New Jersey, Cory Booker, e la senatrice della California, Kamala Harris, sono andati all'attacco, proponendo la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina e asserendo che – in ogni caso – eventuali immigrati irregolari potrebbero essere perseguiti dai tribunali civili. Si tratta di una linea che è stata principalmente giustificata, sostenendo che - in questo modo - sarebbe possibile arginare la politica della tolleranza zero, attuata dall'amministrazione Trump. Biden, dal canto suo, ha ribattuto che oltrepassare il confine americano senza documenti debba continuare ad essere un reato. All'ex vicepresidente è stato poi chiesto conto dei numerosi rimpatri di clandestini, attuati nel corso del primo mandato dell'amministrazione Obama. Sul tema, Biden si è mostrato in difficoltà: non solo ha rimediato alcune contestazioni dal pubblico ma ha cercato di smarcarsi dalle scelte politiche dell'ex presidente democratico, suscitando la reazione di Booker che lo ha fulminato: «Tiri in ballo il presidente Obama più di chiunque altro in questa campagna elettorale. Non puoi farlo quando è conveniente e poi rifiutarlo quando non lo è», ha dichiarato. Trump, dal canto suo, ha voluto replicare alle accuse dei dem nel corso del confronto, twittando: «Le gabbie per bambini sono state costruite dall'amministrazione Obama nel 2014. Lui aveva la politica di separazione dei bambini. Io l'ho terminata, quando mi sono reso conto che più famiglie sarebbero poi arrivate al confine!»
Ulteriore elemento problematico per Biden si è rivelata la giustizia penale: nuovamente l'ex vicepresidente ha avuto un duro confronto con il senatore del New Jersey che, non da oggi, sta puntando molto sulla possibilità di intestarsi la rappresentanza del voto afroamericano. In particolare, nelle ultime settimane Biden è finito sotto accusa per aver contribuito a redigere il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, approvato nel 1994 ai tempi di Bill Clinton e ritenuto responsabile di incarcerazioni di massa, oltre che di pratiche ostili alla minoranza afroamericana.
Nuove scintille si sono poi registrate sulla questione del segregazionismo. Come nel dibattito di Miami lo scorso giugno, Kamala Harris è tornata alla carica, accusando Biden di aver flirtato con ambienti segregazionisti negli anni Settanta, quando era senatore per lo Stato del Delaware. Il mese scorso, questa linea di attacco si era rivelata particolarmente efficace, assestando un duro colpo al front runner, che non aveva saputo replicare con troppa energia e convinzione. Stavolta Biden ha invece provato a reagire. «Quando la senatrice Harris è stata procuratore generale per otto anni nello Stato della California, c'erano due dei distretti scolastici più segregati nel paese, a Los Angeles e San Francisco», ha dichiarato. «Non ho visto una sola volta che abbia intentato una causa contro di essi per la desegregazione». Anche la deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard ha criticato, da sinistra, la Harris, dichiarando che da procuratore abbia messo in prigione millecinquecento persone per reati di marijuana, salvo poi ridersela quando le fu chiesto se ne avesse mai fumata in vita sua. La senatrice californiana, di solito molto spavalda e battagliera, si è trovata non poco in difficoltà.
Che la serata non si sarebbe rivelata esattamente una passeggiata per la Harris, lo si era del resto capito sin dall'inizio del confronto televisivo. Biden ha infatti cercato di approfittarne per attaccarla sul piano sanitario da lei recentemente presentato. Secondo l'ex vicepresidente, la proposta della senatrice (una soluzione che cerca democristianamente di combinare un sistema sanitario universale con le assicurazioni private) determinerebbe un significativo incremento della pressione fiscale. La Harris ha replicato che il progetto di Biden lascerebbe senza copertura dieci milioni di cittadini americani, evitando tuttavia di affrontare direttamente la questione delle tasse e tradendo un certo nervosismo. Anche in questo caso, si è fatta avanti la Gabbard, che ha accusato la senatrice californiana di essersi fatta scrivere la proposta sanitaria dalle compagnie assicurative.
A livello generale, rispetto alla prima serata – dove i candidati centristi si sono di fatto coalizzati contro i leader della sinistra – questa notte l'unico vero rappresentante delle correnti moderate è stato Biden. Un Biden che, in termini di performance, è certamente risultato migliore rispetto al dibattito di giugno: più battagliero e – soprattutto – più concentrato sulle defaillance degli avversari. Ciononostante i suoi problemi restano quelli di sempre: ha un passato politico oggi giudicato controverso che, non a caso, gli viene costantemente rinfacciato. Un passato da cui cerca (troppo spesso) di prendere contraddittoriamente le distanze (come ha fatto stasera, per esempio, in riferimento alle sue storiche posizioni antiabortiste o al suo voto in sostegno della guerra in Iraq). Inoltre, continua ad apparire particolarmente sfibrato e – ogni tanto – ha qualche lapsus. Infine si è mostrato talvolta insicuro, rispettando scrupolosamente i limiti di tempo imposti dai moderatori, quando invece gli altri candidati (soprattutto la Harris) li sforavano bellamente. Discreta performance televisiva invece per Cory Booker: nonostante il senatore del New Jersey continui ad essere piuttosto aleatorio in termini di proposte programmatiche, questa notte si è preso la scena più di una volta, ostentando una retorica efficace, che gli ha consentito di emergere dalla pletora dei suoi rissosi competitor.
Meno bene è andata invece a Kamala Harris: in grande spolvero nei sondaggi dopo il confronto di Miami, questa notte – come accennato – ha tradito non poco nervosismo, quando si è ritrovata sotto attacco per le sue proposte sanitarie e – soprattutto – per la sua carriera da procuratore : non da oggi, del resto, vari esponenti della sinistra stanno cercando di colpirla, rispolverando il suo passato «law and order». La sua corsa verso la nomination indubbiamente prosegue ma la spinta sondaggistica delle ultime settimane potrebbe non essere stata capitalizzata al meglio. Pessimo si è nuovamente rivelato Bill de Blasio. In forte difficoltà in termini di consensi e finanziamenti elettorali, il sindaco di New York aveva un disperato bisogno di registrare una buona apparizione televisiva. Non a caso, nel suo discorso iniziale, aveva attaccato subito due pesi massimi come Biden e la Harris, proponendo sé stesso come migliore alternativa. Purtroppo per lui, le cose non sono andate esattamente nel verso giusto. Come a Miami, ha continuato ad agitarsi tutta la sera, tentando sparate alla Masaniello che si sono puntualmente risolte in una bolla di sapone. In chiaroscuro la prova televisiva di Tulsi Gabbard. La deputata è riuscita ad emergere in alcuni momenti, soprattutto grazie alle polemiche con Kamala Harris: bisognerà capire se questo le consentirà di dare una scossa positiva alla propria campagna elettorale (finora inchiodata a percentuali sondaggistiche irrisorie). Monotematica è invece risultata la senatrice dello Stato di New York, Kirsten Gillibrand, concentrata pressoché totalmente sulle battaglie femministe. A un certo punto, ha tentato il «colpaccio», accusando Biden di essersi in passato espresso contro le donne che non lavorano in casa. L'ex vicepresidente ha replicato chiedendole come mai allora lei stessa sia orgogliosamente apparsa al suo fianco molte volte in passato. Come de Blasio, anche la Gillibrand vanta attualmente un consenso inferiore al 2%. E difficilmente il dibattito di stanotte le consentirà un effettivo salto di qualità.
La situazione resta quindi molto incerta. Per ora, l'unico elemento chiaro continua ad essere la debolezza strutturale della linea di attacco dei democratici in campo contro Donald Trump. Anche questa notte, le critiche al presidente in carica si sono focalizzate quasi esclusivamente sulle accuse di razzismo e demagogia, oltre che sull'immancabile inchiesta Russiagate (agitata soprattutto da Booker e dalla Harris). Con il serio rischio che questo dibattito finisca per costituire l'ennesimo assist dell'Asinello a Trump. In tal senso, alla fine del confronto, il presidente ha twittato: «Le persone sul palco stasera non erano quelle che renderanno l'America di nuovo grande o che la manterranno grande! Il nostro Paese ora sta battendo record in quasi ogni categoria, dal mercato azionario a quello militare alla disoccupazione. Abbiamo prosperità e successo come mai prima d'ora». Come a dire: quello che manca ai democratici, ancora una volta, è la concretezza.
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Tutti contro tutti. E tutti contro Joe Biden. Il secondo dibattito tra i candidati democratici, organizzato questa notte dalla Cnn a Detroit, ha mostrato profonde spaccature in seno al Partito Democratico. Se il confronto televisivo della scorsa serata si era caratterizzato per un sistema di alleanze tra i vari candidati sul palco, nel nuovo appuntamento i concorrenti hanno invece proceduto in ordine sparso, perseguendo un obiettivo ben preciso: mettere sotto assedio l'attuale front runner.Un punto particolarmente combattuto ha riguardato innanzitutto l'immigrazione. Vari candidati hanno attaccato Biden, accusandolo di mantenere una posizione troppo dura sulla questione. L'ex ministro, Julian Castro, il senatore del New Jersey, Cory Booker, e la senatrice della California, Kamala Harris, sono andati all'attacco, proponendo la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina e asserendo che – in ogni caso – eventuali immigrati irregolari potrebbero essere perseguiti dai tribunali civili. Si tratta di una linea che è stata principalmente giustificata, sostenendo che - in questo modo - sarebbe possibile arginare la politica della tolleranza zero, attuata dall'amministrazione Trump. Biden, dal canto suo, ha ribattuto che oltrepassare il confine americano senza documenti debba continuare ad essere un reato. All'ex vicepresidente è stato poi chiesto conto dei numerosi rimpatri di clandestini, attuati nel corso del primo mandato dell'amministrazione Obama. Sul tema, Biden si è mostrato in difficoltà: non solo ha rimediato alcune contestazioni dal pubblico ma ha cercato di smarcarsi dalle scelte politiche dell'ex presidente democratico, suscitando la reazione di Booker che lo ha fulminato: «Tiri in ballo il presidente Obama più di chiunque altro in questa campagna elettorale. Non puoi farlo quando è conveniente e poi rifiutarlo quando non lo è», ha dichiarato. Trump, dal canto suo, ha voluto replicare alle accuse dei dem nel corso del confronto, twittando: «Le gabbie per bambini sono state costruite dall'amministrazione Obama nel 2014. Lui aveva la politica di separazione dei bambini. Io l'ho terminata, quando mi sono reso conto che più famiglie sarebbero poi arrivate al confine!»Ulteriore elemento problematico per Biden si è rivelata la giustizia penale: nuovamente l'ex vicepresidente ha avuto un duro confronto con il senatore del New Jersey che, non da oggi, sta puntando molto sulla possibilità di intestarsi la rappresentanza del voto afroamericano. In particolare, nelle ultime settimane Biden è finito sotto accusa per aver contribuito a redigere il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, approvato nel 1994 ai tempi di Bill Clinton e ritenuto responsabile di incarcerazioni di massa, oltre che di pratiche ostili alla minoranza afroamericana.Nuove scintille si sono poi registrate sulla questione del segregazionismo. Come nel dibattito di Miami lo scorso giugno, Kamala Harris è tornata alla carica, accusando Biden di aver flirtato con ambienti segregazionisti negli anni Settanta, quando era senatore per lo Stato del Delaware. Il mese scorso, questa linea di attacco si era rivelata particolarmente efficace, assestando un duro colpo al front runner, che non aveva saputo replicare con troppa energia e convinzione. Stavolta Biden ha invece provato a reagire. «Quando la senatrice Harris è stata procuratore generale per otto anni nello Stato della California, c'erano due dei distretti scolastici più segregati nel paese, a Los Angeles e San Francisco», ha dichiarato. «Non ho visto una sola volta che abbia intentato una causa contro di essi per la desegregazione». Anche la deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard ha criticato, da sinistra, la Harris, dichiarando che da procuratore abbia messo in prigione millecinquecento persone per reati di marijuana, salvo poi ridersela quando le fu chiesto se ne avesse mai fumata in vita sua. La senatrice californiana, di solito molto spavalda e battagliera, si è trovata non poco in difficoltà.Che la serata non si sarebbe rivelata esattamente una passeggiata per la Harris, lo si era del resto capito sin dall'inizio del confronto televisivo. Biden ha infatti cercato di approfittarne per attaccarla sul piano sanitario da lei recentemente presentato. Secondo l'ex vicepresidente, la proposta della senatrice (una soluzione che cerca democristianamente di combinare un sistema sanitario universale con le assicurazioni private) determinerebbe un significativo incremento della pressione fiscale. La Harris ha replicato che il progetto di Biden lascerebbe senza copertura dieci milioni di cittadini americani, evitando tuttavia di affrontare direttamente la questione delle tasse e tradendo un certo nervosismo. Anche in questo caso, si è fatta avanti la Gabbard, che ha accusato la senatrice californiana di essersi fatta scrivere la proposta sanitaria dalle compagnie assicurative.A livello generale, rispetto alla prima serata – dove i candidati centristi si sono di fatto coalizzati contro i leader della sinistra – questa notte l'unico vero rappresentante delle correnti moderate è stato Biden. Un Biden che, in termini di performance, è certamente risultato migliore rispetto al dibattito di giugno: più battagliero e – soprattutto – più concentrato sulle defaillance degli avversari. Ciononostante i suoi problemi restano quelli di sempre: ha un passato politico oggi giudicato controverso che, non a caso, gli viene costantemente rinfacciato. Un passato da cui cerca (troppo spesso) di prendere contraddittoriamente le distanze (come ha fatto stasera, per esempio, in riferimento alle sue storiche posizioni antiabortiste o al suo voto in sostegno della guerra in Iraq). Inoltre, continua ad apparire particolarmente sfibrato e – ogni tanto – ha qualche lapsus. Infine si è mostrato talvolta insicuro, rispettando scrupolosamente i limiti di tempo imposti dai moderatori, quando invece gli altri candidati (soprattutto la Harris) li sforavano bellamente. Discreta performance televisiva invece per Cory Booker: nonostante il senatore del New Jersey continui ad essere piuttosto aleatorio in termini di proposte programmatiche, questa notte si è preso la scena più di una volta, ostentando una retorica efficace, che gli ha consentito di emergere dalla pletora dei suoi rissosi competitor.Meno bene è andata invece a Kamala Harris: in grande spolvero nei sondaggi dopo il confronto di Miami, questa notte – come accennato – ha tradito non poco nervosismo, quando si è ritrovata sotto attacco per le sue proposte sanitarie e – soprattutto – per la sua carriera da procuratore : non da oggi, del resto, vari esponenti della sinistra stanno cercando di colpirla, rispolverando il suo passato «law and order». La sua corsa verso la nomination indubbiamente prosegue ma la spinta sondaggistica delle ultime settimane potrebbe non essere stata capitalizzata al meglio. Pessimo si è nuovamente rivelato Bill de Blasio. In forte difficoltà in termini di consensi e finanziamenti elettorali, il sindaco di New York aveva un disperato bisogno di registrare una buona apparizione televisiva. Non a caso, nel suo discorso iniziale, aveva attaccato subito due pesi massimi come Biden e la Harris, proponendo sé stesso come migliore alternativa. Purtroppo per lui, le cose non sono andate esattamente nel verso giusto. Come a Miami, ha continuato ad agitarsi tutta la sera, tentando sparate alla Masaniello che si sono puntualmente risolte in una bolla di sapone. In chiaroscuro la prova televisiva di Tulsi Gabbard. La deputata è riuscita ad emergere in alcuni momenti, soprattutto grazie alle polemiche con Kamala Harris: bisognerà capire se questo le consentirà di dare una scossa positiva alla propria campagna elettorale (finora inchiodata a percentuali sondaggistiche irrisorie). Monotematica è invece risultata la senatrice dello Stato di New York, Kirsten Gillibrand, concentrata pressoché totalmente sulle battaglie femministe. A un certo punto, ha tentato il «colpaccio», accusando Biden di essersi in passato espresso contro le donne che non lavorano in casa. L'ex vicepresidente ha replicato chiedendole come mai allora lei stessa sia orgogliosamente apparsa al suo fianco molte volte in passato. Come de Blasio, anche la Gillibrand vanta attualmente un consenso inferiore al 2%. E difficilmente il dibattito di stanotte le consentirà un effettivo salto di qualità.La situazione resta quindi molto incerta. Per ora, l'unico elemento chiaro continua ad essere la debolezza strutturale della linea di attacco dei democratici in campo contro Donald Trump. Anche questa notte, le critiche al presidente in carica si sono focalizzate quasi esclusivamente sulle accuse di razzismo e demagogia, oltre che sull'immancabile inchiesta Russiagate (agitata soprattutto da Booker e dalla Harris). Con il serio rischio che questo dibattito finisca per costituire l'ennesimo assist dell'Asinello a Trump. In tal senso, alla fine del confronto, il presidente ha twittato: «Le persone sul palco stasera non erano quelle che renderanno l'America di nuovo grande o che la manterranno grande! Il nostro Paese ora sta battendo record in quasi ogni categoria, dal mercato azionario a quello militare alla disoccupazione. Abbiamo prosperità e successo come mai prima d'ora». Come a dire: quello che manca ai democratici, ancora una volta, è la concretezza.
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La questione cova da tempo ma, solo durante la recente campagna municipale, ha ottenuto una certa attenzione dai media mainstream. Ieri ci sono stati numerosi arresti, ma per capire la gravità della situazione bisogna fare qualche passo indietro.
Domenica c’è stata una vera svolta quando, il procuratore di Parigi Laure Beccuau, ha rivelato cifre da brividi. «Si indaga su un certo numero di animatori» del périscolaire, ha dichiarato il giudice su Rtl, Le Figaro e Public Sénat. «Attualmente abbiamo inchieste su 84 scuole materne, una ventina di scuole primarie e una decina di nidi». Beccuau ha inoltre confermato che da gennaio sono state aperte tre inchieste giudiziarie. Ad oggi sarebbero stati sospesi 78 membri del personale scolastico parigino e su 31 di essi peserebbe il sospetto di abusi sessuali su minori.
Ad esempio, secondo Le Parisien, un animatore ventiduenne sospettato di aggressioni sessuali su tre bambini era già stato denunciato nel 2024, quando lavorava in una scuola pubblica del X arrondissement. Nonostante ciò ha continuato a lavorare con bambini in un altro istituto pubblico fino all’ottobre 2025, quando è stato sospeso. Nel febbraio scorso vari media, tra cui HuffPost e Afp, hanno rivelato che l’uomo era sotto controllo giudiziario per «aggressione sessuale su minori», «esibizione sessuale» e «corruzione di minore». Bfm tv aveva riferito che il sospettato è stato arrestato lo scorso 30 aprile. «Mia figlia avrebbe potuto essere risparmiata», ha dichiarato a Le Parisien il padre di una piccola vittima citato anonimamente. Un altro genitore, Eric, intervistato da radio Rmc, ha criticato il «comportamento scorretto da parte del comune di Parigi e di una delle sue amministrazioni, quella responsabile delle attività extrascolastiche».
Ma perché la maggioranza di sinistra, che governa Parigi dal 2001, non ha reagito prima? Va dato atto al socialista Emmanuel Grégoire che, da quando è stato eletto sindaco lo scorso marzo, ha moltiplicato gli incontri con i genitori e gli interventi sui media. Il 14 aprile scorso, durante la prima seduta del nuovo consiglio municipale, ha annunciato un «piano di azione» contro le violenze sui bambini, per un investimento di circa 20 milioni di euro. Il piano dovrebbe semplificare le procedure di segnalazione e finanziare una migliore formazione del personale. Lunedì, invece, si è tenuta la prima riunione della «Convenzione cittadina» municipale dedicata alla «protezione e ai tempi (scolastici, ndr) dei bambini nelle scuole». Il sindaco ha rivolto ai genitori questo messaggio: «Devono avere fiducia nelle scuole» di Parigi. Ma vista la portata dell’inchiesta, l’invito rischia di cadere nel vuoto.
Il 12 maggio, nella riunione con i genitori della scuola pubblica Sainte Dominique, Grégoire avrebbe ammesso che «la città di Parigi ha indiscutibilmente delle responsabilità». Lo ha scritto Le Figaro, citando alcuni presenti secondo i quali il sindaco avrebbe anche detto che «ci sono stati gravi malfunzionamenti».
Poi, ieri, si è appreso dell’arresto di 16 persone in servizio proprio alla scuola pubblica Saint Dominique. Sempre Le Figaro scrive che «l’identità delle persone fermate non è stata resa nota. Secondo le nostre informazioni, si tratterebbe esclusivamente di dipendenti del Comune di Parigi. Il personale scolastico, quindi, non sarebbe coinvolto».
Sempre ieri, Grégoire è tornato a parlare della riassunzione del ventiduenne sospettato di abusi su minori. «Me ne scuso» ha detto il sindaco nella trasmissione del mattino di France 2, ammettendo anche che «non sia più possibile» continuare con questa situazione e che farà di tutto perché non si ripeta.
Parole sacrosante che, tuttavia, non cancellano il fatto che Grégoire sia stato assessore tra il 2014 e il 2017 e poi primo vicesindaco di Anne Hidalgo dal 2018 al 2024. Da tempo, in consiglio comunale, le opposizioni ricordano le responsabilità della vecchia amministrazione. «Per anni il comune ha vissuto in una forma di diniego arrivata fino alla menzogna, con una totale opacità sui malfunzionamenti», ha denunciato recentemente Florence Berthout, sindaco del V arrondissement.
Sul fondo resta anche l’aggressività della maggioranza parigina di sinistra nei confronti delle scuole cattoliche della capitale. Come scritto a più riprese da La Verità, negli ultimi anni la giunta Hidalgo ha attaccato Stanislas, uno dei più noti istituti cattolici parigini. Nel 2024, Médiapart aveva pubblicato un rapporto ispettivo del 2023 in cui si parlava, tra l’altro, di «clima propizio all’omofobia» e contestava il «carattere obbligatorio della catechesi» a Stanislas. A fine 2025 Patrick Bloche, allora vicesindaco, aveva annunciato l’intenzione di sospendere il contributo pubblico annuale di 1,3 milioni di euro destinato all’istituto. La leader dell’opposizione Rachida Dati, aveva lamentato che Bloche «non ha nemmeno menzionato i malfunzionamenti [...] nelle attività extrascolastiche».
Vista la portata dell’inchiesta sulle attività extrascolastiche nelle scuole parigine, una domanda resta aperta: perché la maggioranza socialista è stata così rapida nell’indagare sulle accuse rivolte a Stanislas, mentre solo ora promette una vera reazione contro gli abusi nelle attività extrascolastiche? Qui ci sono di mezzo dei bambini e chi ne abusa, nel mondo cattolico o altrove, deve essere punito. Punto.
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Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.