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2019-08-01
Alle primarie dem di Detroit è tutti contro Biden
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Ansa
Un punto particolarmente combattuto ha riguardato innanzitutto l'immigrazione. Vari candidati hanno attaccato Biden, accusandolo di mantenere una posizione troppo dura sulla questione. L'ex ministro, Julian Castro, il senatore del New Jersey, Cory Booker, e la senatrice della California, Kamala Harris, sono andati all'attacco, proponendo la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina e asserendo che – in ogni caso – eventuali immigrati irregolari potrebbero essere perseguiti dai tribunali civili. Si tratta di una linea che è stata principalmente giustificata, sostenendo che - in questo modo - sarebbe possibile arginare la politica della tolleranza zero, attuata dall'amministrazione Trump. Biden, dal canto suo, ha ribattuto che oltrepassare il confine americano senza documenti debba continuare ad essere un reato. All'ex vicepresidente è stato poi chiesto conto dei numerosi rimpatri di clandestini, attuati nel corso del primo mandato dell'amministrazione Obama. Sul tema, Biden si è mostrato in difficoltà: non solo ha rimediato alcune contestazioni dal pubblico ma ha cercato di smarcarsi dalle scelte politiche dell'ex presidente democratico, suscitando la reazione di Booker che lo ha fulminato: «Tiri in ballo il presidente Obama più di chiunque altro in questa campagna elettorale. Non puoi farlo quando è conveniente e poi rifiutarlo quando non lo è», ha dichiarato. Trump, dal canto suo, ha voluto replicare alle accuse dei dem nel corso del confronto, twittando: «Le gabbie per bambini sono state costruite dall'amministrazione Obama nel 2014. Lui aveva la politica di separazione dei bambini. Io l'ho terminata, quando mi sono reso conto che più famiglie sarebbero poi arrivate al confine!»
Ulteriore elemento problematico per Biden si è rivelata la giustizia penale: nuovamente l'ex vicepresidente ha avuto un duro confronto con il senatore del New Jersey che, non da oggi, sta puntando molto sulla possibilità di intestarsi la rappresentanza del voto afroamericano. In particolare, nelle ultime settimane Biden è finito sotto accusa per aver contribuito a redigere il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, approvato nel 1994 ai tempi di Bill Clinton e ritenuto responsabile di incarcerazioni di massa, oltre che di pratiche ostili alla minoranza afroamericana.
Nuove scintille si sono poi registrate sulla questione del segregazionismo. Come nel dibattito di Miami lo scorso giugno, Kamala Harris è tornata alla carica, accusando Biden di aver flirtato con ambienti segregazionisti negli anni Settanta, quando era senatore per lo Stato del Delaware. Il mese scorso, questa linea di attacco si era rivelata particolarmente efficace, assestando un duro colpo al front runner, che non aveva saputo replicare con troppa energia e convinzione. Stavolta Biden ha invece provato a reagire. «Quando la senatrice Harris è stata procuratore generale per otto anni nello Stato della California, c'erano due dei distretti scolastici più segregati nel paese, a Los Angeles e San Francisco», ha dichiarato. «Non ho visto una sola volta che abbia intentato una causa contro di essi per la desegregazione». Anche la deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard ha criticato, da sinistra, la Harris, dichiarando che da procuratore abbia messo in prigione millecinquecento persone per reati di marijuana, salvo poi ridersela quando le fu chiesto se ne avesse mai fumata in vita sua. La senatrice californiana, di solito molto spavalda e battagliera, si è trovata non poco in difficoltà.
Che la serata non si sarebbe rivelata esattamente una passeggiata per la Harris, lo si era del resto capito sin dall'inizio del confronto televisivo. Biden ha infatti cercato di approfittarne per attaccarla sul piano sanitario da lei recentemente presentato. Secondo l'ex vicepresidente, la proposta della senatrice (una soluzione che cerca democristianamente di combinare un sistema sanitario universale con le assicurazioni private) determinerebbe un significativo incremento della pressione fiscale. La Harris ha replicato che il progetto di Biden lascerebbe senza copertura dieci milioni di cittadini americani, evitando tuttavia di affrontare direttamente la questione delle tasse e tradendo un certo nervosismo. Anche in questo caso, si è fatta avanti la Gabbard, che ha accusato la senatrice californiana di essersi fatta scrivere la proposta sanitaria dalle compagnie assicurative.
A livello generale, rispetto alla prima serata – dove i candidati centristi si sono di fatto coalizzati contro i leader della sinistra – questa notte l'unico vero rappresentante delle correnti moderate è stato Biden. Un Biden che, in termini di performance, è certamente risultato migliore rispetto al dibattito di giugno: più battagliero e – soprattutto – più concentrato sulle defaillance degli avversari. Ciononostante i suoi problemi restano quelli di sempre: ha un passato politico oggi giudicato controverso che, non a caso, gli viene costantemente rinfacciato. Un passato da cui cerca (troppo spesso) di prendere contraddittoriamente le distanze (come ha fatto stasera, per esempio, in riferimento alle sue storiche posizioni antiabortiste o al suo voto in sostegno della guerra in Iraq). Inoltre, continua ad apparire particolarmente sfibrato e – ogni tanto – ha qualche lapsus. Infine si è mostrato talvolta insicuro, rispettando scrupolosamente i limiti di tempo imposti dai moderatori, quando invece gli altri candidati (soprattutto la Harris) li sforavano bellamente. Discreta performance televisiva invece per Cory Booker: nonostante il senatore del New Jersey continui ad essere piuttosto aleatorio in termini di proposte programmatiche, questa notte si è preso la scena più di una volta, ostentando una retorica efficace, che gli ha consentito di emergere dalla pletora dei suoi rissosi competitor.
Meno bene è andata invece a Kamala Harris: in grande spolvero nei sondaggi dopo il confronto di Miami, questa notte – come accennato – ha tradito non poco nervosismo, quando si è ritrovata sotto attacco per le sue proposte sanitarie e – soprattutto – per la sua carriera da procuratore : non da oggi, del resto, vari esponenti della sinistra stanno cercando di colpirla, rispolverando il suo passato «law and order». La sua corsa verso la nomination indubbiamente prosegue ma la spinta sondaggistica delle ultime settimane potrebbe non essere stata capitalizzata al meglio. Pessimo si è nuovamente rivelato Bill de Blasio. In forte difficoltà in termini di consensi e finanziamenti elettorali, il sindaco di New York aveva un disperato bisogno di registrare una buona apparizione televisiva. Non a caso, nel suo discorso iniziale, aveva attaccato subito due pesi massimi come Biden e la Harris, proponendo sé stesso come migliore alternativa. Purtroppo per lui, le cose non sono andate esattamente nel verso giusto. Come a Miami, ha continuato ad agitarsi tutta la sera, tentando sparate alla Masaniello che si sono puntualmente risolte in una bolla di sapone. In chiaroscuro la prova televisiva di Tulsi Gabbard. La deputata è riuscita ad emergere in alcuni momenti, soprattutto grazie alle polemiche con Kamala Harris: bisognerà capire se questo le consentirà di dare una scossa positiva alla propria campagna elettorale (finora inchiodata a percentuali sondaggistiche irrisorie). Monotematica è invece risultata la senatrice dello Stato di New York, Kirsten Gillibrand, concentrata pressoché totalmente sulle battaglie femministe. A un certo punto, ha tentato il «colpaccio», accusando Biden di essersi in passato espresso contro le donne che non lavorano in casa. L'ex vicepresidente ha replicato chiedendole come mai allora lei stessa sia orgogliosamente apparsa al suo fianco molte volte in passato. Come de Blasio, anche la Gillibrand vanta attualmente un consenso inferiore al 2%. E difficilmente il dibattito di stanotte le consentirà un effettivo salto di qualità.
La situazione resta quindi molto incerta. Per ora, l'unico elemento chiaro continua ad essere la debolezza strutturale della linea di attacco dei democratici in campo contro Donald Trump. Anche questa notte, le critiche al presidente in carica si sono focalizzate quasi esclusivamente sulle accuse di razzismo e demagogia, oltre che sull'immancabile inchiesta Russiagate (agitata soprattutto da Booker e dalla Harris). Con il serio rischio che questo dibattito finisca per costituire l'ennesimo assist dell'Asinello a Trump. In tal senso, alla fine del confronto, il presidente ha twittato: «Le persone sul palco stasera non erano quelle che renderanno l'America di nuovo grande o che la manterranno grande! Il nostro Paese ora sta battendo record in quasi ogni categoria, dal mercato azionario a quello militare alla disoccupazione. Abbiamo prosperità e successo come mai prima d'ora». Come a dire: quello che manca ai democratici, ancora una volta, è la concretezza.
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Tutti contro tutti. E tutti contro Joe Biden. Il secondo dibattito tra i candidati democratici, organizzato questa notte dalla Cnn a Detroit, ha mostrato profonde spaccature in seno al Partito Democratico. Se il confronto televisivo della scorsa serata si era caratterizzato per un sistema di alleanze tra i vari candidati sul palco, nel nuovo appuntamento i concorrenti hanno invece proceduto in ordine sparso, perseguendo un obiettivo ben preciso: mettere sotto assedio l'attuale front runner.Un punto particolarmente combattuto ha riguardato innanzitutto l'immigrazione. Vari candidati hanno attaccato Biden, accusandolo di mantenere una posizione troppo dura sulla questione. L'ex ministro, Julian Castro, il senatore del New Jersey, Cory Booker, e la senatrice della California, Kamala Harris, sono andati all'attacco, proponendo la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina e asserendo che – in ogni caso – eventuali immigrati irregolari potrebbero essere perseguiti dai tribunali civili. Si tratta di una linea che è stata principalmente giustificata, sostenendo che - in questo modo - sarebbe possibile arginare la politica della tolleranza zero, attuata dall'amministrazione Trump. Biden, dal canto suo, ha ribattuto che oltrepassare il confine americano senza documenti debba continuare ad essere un reato. All'ex vicepresidente è stato poi chiesto conto dei numerosi rimpatri di clandestini, attuati nel corso del primo mandato dell'amministrazione Obama. Sul tema, Biden si è mostrato in difficoltà: non solo ha rimediato alcune contestazioni dal pubblico ma ha cercato di smarcarsi dalle scelte politiche dell'ex presidente democratico, suscitando la reazione di Booker che lo ha fulminato: «Tiri in ballo il presidente Obama più di chiunque altro in questa campagna elettorale. Non puoi farlo quando è conveniente e poi rifiutarlo quando non lo è», ha dichiarato. Trump, dal canto suo, ha voluto replicare alle accuse dei dem nel corso del confronto, twittando: «Le gabbie per bambini sono state costruite dall'amministrazione Obama nel 2014. Lui aveva la politica di separazione dei bambini. Io l'ho terminata, quando mi sono reso conto che più famiglie sarebbero poi arrivate al confine!»Ulteriore elemento problematico per Biden si è rivelata la giustizia penale: nuovamente l'ex vicepresidente ha avuto un duro confronto con il senatore del New Jersey che, non da oggi, sta puntando molto sulla possibilità di intestarsi la rappresentanza del voto afroamericano. In particolare, nelle ultime settimane Biden è finito sotto accusa per aver contribuito a redigere il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, approvato nel 1994 ai tempi di Bill Clinton e ritenuto responsabile di incarcerazioni di massa, oltre che di pratiche ostili alla minoranza afroamericana.Nuove scintille si sono poi registrate sulla questione del segregazionismo. Come nel dibattito di Miami lo scorso giugno, Kamala Harris è tornata alla carica, accusando Biden di aver flirtato con ambienti segregazionisti negli anni Settanta, quando era senatore per lo Stato del Delaware. Il mese scorso, questa linea di attacco si era rivelata particolarmente efficace, assestando un duro colpo al front runner, che non aveva saputo replicare con troppa energia e convinzione. Stavolta Biden ha invece provato a reagire. «Quando la senatrice Harris è stata procuratore generale per otto anni nello Stato della California, c'erano due dei distretti scolastici più segregati nel paese, a Los Angeles e San Francisco», ha dichiarato. «Non ho visto una sola volta che abbia intentato una causa contro di essi per la desegregazione». Anche la deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard ha criticato, da sinistra, la Harris, dichiarando che da procuratore abbia messo in prigione millecinquecento persone per reati di marijuana, salvo poi ridersela quando le fu chiesto se ne avesse mai fumata in vita sua. La senatrice californiana, di solito molto spavalda e battagliera, si è trovata non poco in difficoltà.Che la serata non si sarebbe rivelata esattamente una passeggiata per la Harris, lo si era del resto capito sin dall'inizio del confronto televisivo. Biden ha infatti cercato di approfittarne per attaccarla sul piano sanitario da lei recentemente presentato. Secondo l'ex vicepresidente, la proposta della senatrice (una soluzione che cerca democristianamente di combinare un sistema sanitario universale con le assicurazioni private) determinerebbe un significativo incremento della pressione fiscale. La Harris ha replicato che il progetto di Biden lascerebbe senza copertura dieci milioni di cittadini americani, evitando tuttavia di affrontare direttamente la questione delle tasse e tradendo un certo nervosismo. Anche in questo caso, si è fatta avanti la Gabbard, che ha accusato la senatrice californiana di essersi fatta scrivere la proposta sanitaria dalle compagnie assicurative.A livello generale, rispetto alla prima serata – dove i candidati centristi si sono di fatto coalizzati contro i leader della sinistra – questa notte l'unico vero rappresentante delle correnti moderate è stato Biden. Un Biden che, in termini di performance, è certamente risultato migliore rispetto al dibattito di giugno: più battagliero e – soprattutto – più concentrato sulle defaillance degli avversari. Ciononostante i suoi problemi restano quelli di sempre: ha un passato politico oggi giudicato controverso che, non a caso, gli viene costantemente rinfacciato. Un passato da cui cerca (troppo spesso) di prendere contraddittoriamente le distanze (come ha fatto stasera, per esempio, in riferimento alle sue storiche posizioni antiabortiste o al suo voto in sostegno della guerra in Iraq). Inoltre, continua ad apparire particolarmente sfibrato e – ogni tanto – ha qualche lapsus. Infine si è mostrato talvolta insicuro, rispettando scrupolosamente i limiti di tempo imposti dai moderatori, quando invece gli altri candidati (soprattutto la Harris) li sforavano bellamente. Discreta performance televisiva invece per Cory Booker: nonostante il senatore del New Jersey continui ad essere piuttosto aleatorio in termini di proposte programmatiche, questa notte si è preso la scena più di una volta, ostentando una retorica efficace, che gli ha consentito di emergere dalla pletora dei suoi rissosi competitor.Meno bene è andata invece a Kamala Harris: in grande spolvero nei sondaggi dopo il confronto di Miami, questa notte – come accennato – ha tradito non poco nervosismo, quando si è ritrovata sotto attacco per le sue proposte sanitarie e – soprattutto – per la sua carriera da procuratore : non da oggi, del resto, vari esponenti della sinistra stanno cercando di colpirla, rispolverando il suo passato «law and order». La sua corsa verso la nomination indubbiamente prosegue ma la spinta sondaggistica delle ultime settimane potrebbe non essere stata capitalizzata al meglio. Pessimo si è nuovamente rivelato Bill de Blasio. In forte difficoltà in termini di consensi e finanziamenti elettorali, il sindaco di New York aveva un disperato bisogno di registrare una buona apparizione televisiva. Non a caso, nel suo discorso iniziale, aveva attaccato subito due pesi massimi come Biden e la Harris, proponendo sé stesso come migliore alternativa. Purtroppo per lui, le cose non sono andate esattamente nel verso giusto. Come a Miami, ha continuato ad agitarsi tutta la sera, tentando sparate alla Masaniello che si sono puntualmente risolte in una bolla di sapone. In chiaroscuro la prova televisiva di Tulsi Gabbard. La deputata è riuscita ad emergere in alcuni momenti, soprattutto grazie alle polemiche con Kamala Harris: bisognerà capire se questo le consentirà di dare una scossa positiva alla propria campagna elettorale (finora inchiodata a percentuali sondaggistiche irrisorie). Monotematica è invece risultata la senatrice dello Stato di New York, Kirsten Gillibrand, concentrata pressoché totalmente sulle battaglie femministe. A un certo punto, ha tentato il «colpaccio», accusando Biden di essersi in passato espresso contro le donne che non lavorano in casa. L'ex vicepresidente ha replicato chiedendole come mai allora lei stessa sia orgogliosamente apparsa al suo fianco molte volte in passato. Come de Blasio, anche la Gillibrand vanta attualmente un consenso inferiore al 2%. E difficilmente il dibattito di stanotte le consentirà un effettivo salto di qualità.La situazione resta quindi molto incerta. Per ora, l'unico elemento chiaro continua ad essere la debolezza strutturale della linea di attacco dei democratici in campo contro Donald Trump. Anche questa notte, le critiche al presidente in carica si sono focalizzate quasi esclusivamente sulle accuse di razzismo e demagogia, oltre che sull'immancabile inchiesta Russiagate (agitata soprattutto da Booker e dalla Harris). Con il serio rischio che questo dibattito finisca per costituire l'ennesimo assist dell'Asinello a Trump. In tal senso, alla fine del confronto, il presidente ha twittato: «Le persone sul palco stasera non erano quelle che renderanno l'America di nuovo grande o che la manterranno grande! Il nostro Paese ora sta battendo record in quasi ogni categoria, dal mercato azionario a quello militare alla disoccupazione. Abbiamo prosperità e successo come mai prima d'ora». Come a dire: quello che manca ai democratici, ancora una volta, è la concretezza.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
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