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2019-08-01
Alle primarie dem di Detroit è tutti contro Biden
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Ansa
Un punto particolarmente combattuto ha riguardato innanzitutto l'immigrazione. Vari candidati hanno attaccato Biden, accusandolo di mantenere una posizione troppo dura sulla questione. L'ex ministro, Julian Castro, il senatore del New Jersey, Cory Booker, e la senatrice della California, Kamala Harris, sono andati all'attacco, proponendo la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina e asserendo che – in ogni caso – eventuali immigrati irregolari potrebbero essere perseguiti dai tribunali civili. Si tratta di una linea che è stata principalmente giustificata, sostenendo che - in questo modo - sarebbe possibile arginare la politica della tolleranza zero, attuata dall'amministrazione Trump. Biden, dal canto suo, ha ribattuto che oltrepassare il confine americano senza documenti debba continuare ad essere un reato. All'ex vicepresidente è stato poi chiesto conto dei numerosi rimpatri di clandestini, attuati nel corso del primo mandato dell'amministrazione Obama. Sul tema, Biden si è mostrato in difficoltà: non solo ha rimediato alcune contestazioni dal pubblico ma ha cercato di smarcarsi dalle scelte politiche dell'ex presidente democratico, suscitando la reazione di Booker che lo ha fulminato: «Tiri in ballo il presidente Obama più di chiunque altro in questa campagna elettorale. Non puoi farlo quando è conveniente e poi rifiutarlo quando non lo è», ha dichiarato. Trump, dal canto suo, ha voluto replicare alle accuse dei dem nel corso del confronto, twittando: «Le gabbie per bambini sono state costruite dall'amministrazione Obama nel 2014. Lui aveva la politica di separazione dei bambini. Io l'ho terminata, quando mi sono reso conto che più famiglie sarebbero poi arrivate al confine!»
Ulteriore elemento problematico per Biden si è rivelata la giustizia penale: nuovamente l'ex vicepresidente ha avuto un duro confronto con il senatore del New Jersey che, non da oggi, sta puntando molto sulla possibilità di intestarsi la rappresentanza del voto afroamericano. In particolare, nelle ultime settimane Biden è finito sotto accusa per aver contribuito a redigere il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, approvato nel 1994 ai tempi di Bill Clinton e ritenuto responsabile di incarcerazioni di massa, oltre che di pratiche ostili alla minoranza afroamericana.
Nuove scintille si sono poi registrate sulla questione del segregazionismo. Come nel dibattito di Miami lo scorso giugno, Kamala Harris è tornata alla carica, accusando Biden di aver flirtato con ambienti segregazionisti negli anni Settanta, quando era senatore per lo Stato del Delaware. Il mese scorso, questa linea di attacco si era rivelata particolarmente efficace, assestando un duro colpo al front runner, che non aveva saputo replicare con troppa energia e convinzione. Stavolta Biden ha invece provato a reagire. «Quando la senatrice Harris è stata procuratore generale per otto anni nello Stato della California, c'erano due dei distretti scolastici più segregati nel paese, a Los Angeles e San Francisco», ha dichiarato. «Non ho visto una sola volta che abbia intentato una causa contro di essi per la desegregazione». Anche la deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard ha criticato, da sinistra, la Harris, dichiarando che da procuratore abbia messo in prigione millecinquecento persone per reati di marijuana, salvo poi ridersela quando le fu chiesto se ne avesse mai fumata in vita sua. La senatrice californiana, di solito molto spavalda e battagliera, si è trovata non poco in difficoltà.
Che la serata non si sarebbe rivelata esattamente una passeggiata per la Harris, lo si era del resto capito sin dall'inizio del confronto televisivo. Biden ha infatti cercato di approfittarne per attaccarla sul piano sanitario da lei recentemente presentato. Secondo l'ex vicepresidente, la proposta della senatrice (una soluzione che cerca democristianamente di combinare un sistema sanitario universale con le assicurazioni private) determinerebbe un significativo incremento della pressione fiscale. La Harris ha replicato che il progetto di Biden lascerebbe senza copertura dieci milioni di cittadini americani, evitando tuttavia di affrontare direttamente la questione delle tasse e tradendo un certo nervosismo. Anche in questo caso, si è fatta avanti la Gabbard, che ha accusato la senatrice californiana di essersi fatta scrivere la proposta sanitaria dalle compagnie assicurative.
A livello generale, rispetto alla prima serata – dove i candidati centristi si sono di fatto coalizzati contro i leader della sinistra – questa notte l'unico vero rappresentante delle correnti moderate è stato Biden. Un Biden che, in termini di performance, è certamente risultato migliore rispetto al dibattito di giugno: più battagliero e – soprattutto – più concentrato sulle defaillance degli avversari. Ciononostante i suoi problemi restano quelli di sempre: ha un passato politico oggi giudicato controverso che, non a caso, gli viene costantemente rinfacciato. Un passato da cui cerca (troppo spesso) di prendere contraddittoriamente le distanze (come ha fatto stasera, per esempio, in riferimento alle sue storiche posizioni antiabortiste o al suo voto in sostegno della guerra in Iraq). Inoltre, continua ad apparire particolarmente sfibrato e – ogni tanto – ha qualche lapsus. Infine si è mostrato talvolta insicuro, rispettando scrupolosamente i limiti di tempo imposti dai moderatori, quando invece gli altri candidati (soprattutto la Harris) li sforavano bellamente. Discreta performance televisiva invece per Cory Booker: nonostante il senatore del New Jersey continui ad essere piuttosto aleatorio in termini di proposte programmatiche, questa notte si è preso la scena più di una volta, ostentando una retorica efficace, che gli ha consentito di emergere dalla pletora dei suoi rissosi competitor.
Meno bene è andata invece a Kamala Harris: in grande spolvero nei sondaggi dopo il confronto di Miami, questa notte – come accennato – ha tradito non poco nervosismo, quando si è ritrovata sotto attacco per le sue proposte sanitarie e – soprattutto – per la sua carriera da procuratore : non da oggi, del resto, vari esponenti della sinistra stanno cercando di colpirla, rispolverando il suo passato «law and order». La sua corsa verso la nomination indubbiamente prosegue ma la spinta sondaggistica delle ultime settimane potrebbe non essere stata capitalizzata al meglio. Pessimo si è nuovamente rivelato Bill de Blasio. In forte difficoltà in termini di consensi e finanziamenti elettorali, il sindaco di New York aveva un disperato bisogno di registrare una buona apparizione televisiva. Non a caso, nel suo discorso iniziale, aveva attaccato subito due pesi massimi come Biden e la Harris, proponendo sé stesso come migliore alternativa. Purtroppo per lui, le cose non sono andate esattamente nel verso giusto. Come a Miami, ha continuato ad agitarsi tutta la sera, tentando sparate alla Masaniello che si sono puntualmente risolte in una bolla di sapone. In chiaroscuro la prova televisiva di Tulsi Gabbard. La deputata è riuscita ad emergere in alcuni momenti, soprattutto grazie alle polemiche con Kamala Harris: bisognerà capire se questo le consentirà di dare una scossa positiva alla propria campagna elettorale (finora inchiodata a percentuali sondaggistiche irrisorie). Monotematica è invece risultata la senatrice dello Stato di New York, Kirsten Gillibrand, concentrata pressoché totalmente sulle battaglie femministe. A un certo punto, ha tentato il «colpaccio», accusando Biden di essersi in passato espresso contro le donne che non lavorano in casa. L'ex vicepresidente ha replicato chiedendole come mai allora lei stessa sia orgogliosamente apparsa al suo fianco molte volte in passato. Come de Blasio, anche la Gillibrand vanta attualmente un consenso inferiore al 2%. E difficilmente il dibattito di stanotte le consentirà un effettivo salto di qualità.
La situazione resta quindi molto incerta. Per ora, l'unico elemento chiaro continua ad essere la debolezza strutturale della linea di attacco dei democratici in campo contro Donald Trump. Anche questa notte, le critiche al presidente in carica si sono focalizzate quasi esclusivamente sulle accuse di razzismo e demagogia, oltre che sull'immancabile inchiesta Russiagate (agitata soprattutto da Booker e dalla Harris). Con il serio rischio che questo dibattito finisca per costituire l'ennesimo assist dell'Asinello a Trump. In tal senso, alla fine del confronto, il presidente ha twittato: «Le persone sul palco stasera non erano quelle che renderanno l'America di nuovo grande o che la manterranno grande! Il nostro Paese ora sta battendo record in quasi ogni categoria, dal mercato azionario a quello militare alla disoccupazione. Abbiamo prosperità e successo come mai prima d'ora». Come a dire: quello che manca ai democratici, ancora una volta, è la concretezza.
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Tutti contro tutti. E tutti contro Joe Biden. Il secondo dibattito tra i candidati democratici, organizzato questa notte dalla Cnn a Detroit, ha mostrato profonde spaccature in seno al Partito Democratico. Se il confronto televisivo della scorsa serata si era caratterizzato per un sistema di alleanze tra i vari candidati sul palco, nel nuovo appuntamento i concorrenti hanno invece proceduto in ordine sparso, perseguendo un obiettivo ben preciso: mettere sotto assedio l'attuale front runner.Un punto particolarmente combattuto ha riguardato innanzitutto l'immigrazione. Vari candidati hanno attaccato Biden, accusandolo di mantenere una posizione troppo dura sulla questione. L'ex ministro, Julian Castro, il senatore del New Jersey, Cory Booker, e la senatrice della California, Kamala Harris, sono andati all'attacco, proponendo la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina e asserendo che – in ogni caso – eventuali immigrati irregolari potrebbero essere perseguiti dai tribunali civili. Si tratta di una linea che è stata principalmente giustificata, sostenendo che - in questo modo - sarebbe possibile arginare la politica della tolleranza zero, attuata dall'amministrazione Trump. Biden, dal canto suo, ha ribattuto che oltrepassare il confine americano senza documenti debba continuare ad essere un reato. All'ex vicepresidente è stato poi chiesto conto dei numerosi rimpatri di clandestini, attuati nel corso del primo mandato dell'amministrazione Obama. Sul tema, Biden si è mostrato in difficoltà: non solo ha rimediato alcune contestazioni dal pubblico ma ha cercato di smarcarsi dalle scelte politiche dell'ex presidente democratico, suscitando la reazione di Booker che lo ha fulminato: «Tiri in ballo il presidente Obama più di chiunque altro in questa campagna elettorale. Non puoi farlo quando è conveniente e poi rifiutarlo quando non lo è», ha dichiarato. Trump, dal canto suo, ha voluto replicare alle accuse dei dem nel corso del confronto, twittando: «Le gabbie per bambini sono state costruite dall'amministrazione Obama nel 2014. Lui aveva la politica di separazione dei bambini. Io l'ho terminata, quando mi sono reso conto che più famiglie sarebbero poi arrivate al confine!»Ulteriore elemento problematico per Biden si è rivelata la giustizia penale: nuovamente l'ex vicepresidente ha avuto un duro confronto con il senatore del New Jersey che, non da oggi, sta puntando molto sulla possibilità di intestarsi la rappresentanza del voto afroamericano. In particolare, nelle ultime settimane Biden è finito sotto accusa per aver contribuito a redigere il Violent Crime Control and Law Enforcement Act, approvato nel 1994 ai tempi di Bill Clinton e ritenuto responsabile di incarcerazioni di massa, oltre che di pratiche ostili alla minoranza afroamericana.Nuove scintille si sono poi registrate sulla questione del segregazionismo. Come nel dibattito di Miami lo scorso giugno, Kamala Harris è tornata alla carica, accusando Biden di aver flirtato con ambienti segregazionisti negli anni Settanta, quando era senatore per lo Stato del Delaware. Il mese scorso, questa linea di attacco si era rivelata particolarmente efficace, assestando un duro colpo al front runner, che non aveva saputo replicare con troppa energia e convinzione. Stavolta Biden ha invece provato a reagire. «Quando la senatrice Harris è stata procuratore generale per otto anni nello Stato della California, c'erano due dei distretti scolastici più segregati nel paese, a Los Angeles e San Francisco», ha dichiarato. «Non ho visto una sola volta che abbia intentato una causa contro di essi per la desegregazione». Anche la deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard ha criticato, da sinistra, la Harris, dichiarando che da procuratore abbia messo in prigione millecinquecento persone per reati di marijuana, salvo poi ridersela quando le fu chiesto se ne avesse mai fumata in vita sua. La senatrice californiana, di solito molto spavalda e battagliera, si è trovata non poco in difficoltà.Che la serata non si sarebbe rivelata esattamente una passeggiata per la Harris, lo si era del resto capito sin dall'inizio del confronto televisivo. Biden ha infatti cercato di approfittarne per attaccarla sul piano sanitario da lei recentemente presentato. Secondo l'ex vicepresidente, la proposta della senatrice (una soluzione che cerca democristianamente di combinare un sistema sanitario universale con le assicurazioni private) determinerebbe un significativo incremento della pressione fiscale. La Harris ha replicato che il progetto di Biden lascerebbe senza copertura dieci milioni di cittadini americani, evitando tuttavia di affrontare direttamente la questione delle tasse e tradendo un certo nervosismo. Anche in questo caso, si è fatta avanti la Gabbard, che ha accusato la senatrice californiana di essersi fatta scrivere la proposta sanitaria dalle compagnie assicurative.A livello generale, rispetto alla prima serata – dove i candidati centristi si sono di fatto coalizzati contro i leader della sinistra – questa notte l'unico vero rappresentante delle correnti moderate è stato Biden. Un Biden che, in termini di performance, è certamente risultato migliore rispetto al dibattito di giugno: più battagliero e – soprattutto – più concentrato sulle defaillance degli avversari. Ciononostante i suoi problemi restano quelli di sempre: ha un passato politico oggi giudicato controverso che, non a caso, gli viene costantemente rinfacciato. Un passato da cui cerca (troppo spesso) di prendere contraddittoriamente le distanze (come ha fatto stasera, per esempio, in riferimento alle sue storiche posizioni antiabortiste o al suo voto in sostegno della guerra in Iraq). Inoltre, continua ad apparire particolarmente sfibrato e – ogni tanto – ha qualche lapsus. Infine si è mostrato talvolta insicuro, rispettando scrupolosamente i limiti di tempo imposti dai moderatori, quando invece gli altri candidati (soprattutto la Harris) li sforavano bellamente. Discreta performance televisiva invece per Cory Booker: nonostante il senatore del New Jersey continui ad essere piuttosto aleatorio in termini di proposte programmatiche, questa notte si è preso la scena più di una volta, ostentando una retorica efficace, che gli ha consentito di emergere dalla pletora dei suoi rissosi competitor.Meno bene è andata invece a Kamala Harris: in grande spolvero nei sondaggi dopo il confronto di Miami, questa notte – come accennato – ha tradito non poco nervosismo, quando si è ritrovata sotto attacco per le sue proposte sanitarie e – soprattutto – per la sua carriera da procuratore : non da oggi, del resto, vari esponenti della sinistra stanno cercando di colpirla, rispolverando il suo passato «law and order». La sua corsa verso la nomination indubbiamente prosegue ma la spinta sondaggistica delle ultime settimane potrebbe non essere stata capitalizzata al meglio. Pessimo si è nuovamente rivelato Bill de Blasio. In forte difficoltà in termini di consensi e finanziamenti elettorali, il sindaco di New York aveva un disperato bisogno di registrare una buona apparizione televisiva. Non a caso, nel suo discorso iniziale, aveva attaccato subito due pesi massimi come Biden e la Harris, proponendo sé stesso come migliore alternativa. Purtroppo per lui, le cose non sono andate esattamente nel verso giusto. Come a Miami, ha continuato ad agitarsi tutta la sera, tentando sparate alla Masaniello che si sono puntualmente risolte in una bolla di sapone. In chiaroscuro la prova televisiva di Tulsi Gabbard. La deputata è riuscita ad emergere in alcuni momenti, soprattutto grazie alle polemiche con Kamala Harris: bisognerà capire se questo le consentirà di dare una scossa positiva alla propria campagna elettorale (finora inchiodata a percentuali sondaggistiche irrisorie). Monotematica è invece risultata la senatrice dello Stato di New York, Kirsten Gillibrand, concentrata pressoché totalmente sulle battaglie femministe. A un certo punto, ha tentato il «colpaccio», accusando Biden di essersi in passato espresso contro le donne che non lavorano in casa. L'ex vicepresidente ha replicato chiedendole come mai allora lei stessa sia orgogliosamente apparsa al suo fianco molte volte in passato. Come de Blasio, anche la Gillibrand vanta attualmente un consenso inferiore al 2%. E difficilmente il dibattito di stanotte le consentirà un effettivo salto di qualità.La situazione resta quindi molto incerta. Per ora, l'unico elemento chiaro continua ad essere la debolezza strutturale della linea di attacco dei democratici in campo contro Donald Trump. Anche questa notte, le critiche al presidente in carica si sono focalizzate quasi esclusivamente sulle accuse di razzismo e demagogia, oltre che sull'immancabile inchiesta Russiagate (agitata soprattutto da Booker e dalla Harris). Con il serio rischio che questo dibattito finisca per costituire l'ennesimo assist dell'Asinello a Trump. In tal senso, alla fine del confronto, il presidente ha twittato: «Le persone sul palco stasera non erano quelle che renderanno l'America di nuovo grande o che la manterranno grande! Il nostro Paese ora sta battendo record in quasi ogni categoria, dal mercato azionario a quello militare alla disoccupazione. Abbiamo prosperità e successo come mai prima d'ora». Come a dire: quello che manca ai democratici, ancora una volta, è la concretezza.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
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Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
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