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2023-09-11
Alla scoperta del Soave, il vino prodotto in un borgo tra i più belli d’Italia
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Si è svolta il 2 e 3 settembre a Soave, vincitore del premio Borgo dei borghi 2022 e situato in provincia di Verona, l’happening organizzato dal Consorzio Tutela Vini Soave e Recioto di Soave, Soave Multiverso, per festeggiare il vino in chiave tradizionale, con degustazioni delle bottiglie di quasi tutte le cantine soavesi ed eccellenze alimentari sempre locali, dal prosciutto di Soave al Monte Veronese Dop, passando per la giardiniera «cruda» e la mostarda di melo decio Presidio Slow Food di Gastronomia Damoli (vedi box per la ricetta delle scaloppine al Soave), ma anche in chiave giovane e smart, con tanto di poke soavizzata con ingredienti territoriali (vedi box ricetta della poke Lessinia).
L’appuntamento pre-vendemmia, che ha luogo ogni anno, stavolta ha approfondito la questione della propensione del Soave alla longevità con una masterclass tutto esaurito condotta da Simon Staffler (come gran finale, aperta un’eccezionale bottiglia di Soave Classico Doc, Contrada Salvarenza del 1993 di Gini - Viticoltori dal 1600). E celebrato il recentissimo riconoscimento delle Colline vitate di Soave, già Paesaggio rurale di interesse storico, come sito Giahs «Patrimonio Agricolo di Importanza Mondiale»: istituito dalla Fao nel 2002, questo titolo è riservato alle zone agricole del mondo votate all’agricoltura non industrializzata che tutela fortemente paesaggio, produzioni e comunità rurali locali. D’altronde, l’area Soave è quella in cui si fa viticoltura eroica, branca dell’agricoltura eroica riguardante l’eroismo sia dei vitigni, sia dei viticoltori, arroccati su pendenze e altitudini dove tutto può essere svolto solo in modo manuale e antico. Con qualche differenza di raccolta appena più tardiva dei vitigni collinari e montani rispetto a quelli in pianura, è questo il periodo di vendemmia in tutta Italia. I grappoli delle uve che daranno vita ai vini che berremo tra qualche mese e, se poi stagionati, negli anni a venire, stanno passando adesso dal tronco alle ceste per vendemmie. La zona di produzione dei vini di Soave, 33 cru apposte in etichetta per permettere al consumatore di conoscere la provenienza esatta del vino che beve, è la parte orientale delle colline in provincia di Verona. Si tratta di una produzione importante, il Soave è il vino bianco fermo più famoso del Veneto, non a caso il sito della Regione illustra i vanti dell’area: «Questa zona - il più grande vigneto d’Europa per estensione, con i suoi 6.600 ettari collocati nell’arco collinare nella parte orientale della provincia di Verona - è stata la prima Doc riconosciuta in Italia nel 1936 e, negli ultimi anni, ha ottenuto ben due denominazioni di origine controllata e garantita, il massimo della certificazione di qualità sotto il profilo enologico: il Recioto di Soave Docg e il Soave Superiore Docg. La zona di produzione più antica, che si trova sui rilievi collinari dei comuni di Monteforte d’Alpone e Soave, fu delimitata fin dal 1931 e coincide con quella del Soave «classico», mentre la sottozona Colli Scaligeri va da San Martino Buon Albergo a Roncà, interessando i rilievi della Val di Mezzane, Val d’Illasi, Val Tramigna e Val d’Alpone. In tutta quest’area si ottiene la massima espressione qualitativa della Garganega, tanto che la zona si identifica con il suo vitigno e viceversa, creando tra loro un legame unico e irripetibile.
Soave sembra derivare da «Suaves», nome che indicava gli Svevi quando calarono in Italia con il re longobardo Alboino. Il territorio era già conosciuto dal punto di vista agricolo in epoca romana, in quanto era un «pagus», cioè un distretto campagnolo circoscritto e forse centuriato, noto per la sua buona posizione e per l’intensità delle coltivazioni. Durante il Medioevo - epoca a cui risale il Castello di Soave - l’importanza della viticoltura nella zona continuò ad aumentare». La rilevanza del Soave nel contesto veronese è indubbia: il 40% della produzione di vino Doc della provincia di Verona, la quale concentra il 14% delle Doc italiane e il 60% delle Doc venete, è Soave. Sono circa 500.000 ettolitri soprattutto di Garganega, il principale vitigno della denominazione, oltre a Trebbiano di Soave, Pinot Bianco e Chardonnay, il Trebbiano un vitigno che in passato prevaleva nella zona e poi ha ceduto terreno alla Garganega, il Pinot Bianco e lo Chardonnay giunti negli anni Ottanta. Decine di milioni di anni fa, l’odierna area del Soave era mare con annesse alghe, pesci e crostacei e tanto di atollo. Il clima era tropicale e, pensate, a Bolca, che per questo è Capitale Mondiale dei Fossili dell’Era terziaria, sono custoditi importanti reperti fossili di quell’epoca, compreso quello l’Eoplatax papilio detto pesce angelo. L’attività vulcanica sottomarina molto intensa ha attraversato tre ere geologiche, determinando la costituzione di terreni molto particolari: colline vulcaniche e colline calcaree, pianure vulcaniche e pianure calcaree, con mescole occasionali che si possono evincere, osservando le pareti e i terreni, tramite le diverse colorazioni pietrose, chiare le calcaree, più scure le vulcaniche. La vite che si è poi sviluppata su questi suoli (probabilmente un incrocio tra le uve Retiche, originate dalle Ampelidee, e i vitigni del bacino del Mediterraneo) ne assorbe le caratteristiche.
Il Soave Doc ha tre classificazioni: Soave Doc, disponibile da dicembre in poi, secco o frizzante, minimo il 70% di Garganega e massimo il 30% di Trebbiano di Soave o Chardonnay, comprensivo di un eventuale massimo 5% di altre uve bianche della zona. Poi, il Soave Classico Doc, che rappresenta l’area più storica della denominazione di queste colline vitate, matrice basaltica e affioramenti calcarei tra Soave e Monteforte d’Alpone che determinano più complessità e propensione all’invecchiamento fino a 5-7 anni, in vendita da febbraio. Infine, il Soave Colli Scaligeri Doc, da suoli di origine principalmente basaltica, in vendita da febbraio. Poi, abbiamo il Soave Superiore Docg, area di coltivazione costituita dalla somma di quella di Soave Classico Doc e di Soave Colli Scaligeri Doc, sebbene con alcuni requisiti l’uva Soave Doc può anche essere indicata come Superiore, vendita dall’aprile successivo alla vendemmia e per quelli di riserva dal novembre successivo, colore più dorato, aromi più profondi e floreali, sapore più intenso del Soave Doc. Infine, il Recioto di Soave Docg, un passito prelibato e di gran pregio storico, naturale o frizzante.
Il Soave è un gran bel compagno bianco del pasto: con uno sviluppo del gusto al palato rapido e appagante, asciutto, di medio corpo, appena amarognolo, il Soave non conduce ad assuefazione neanche dopo lungo consumo. Uno studio coordinato dall’Università di Milano con l’Università di Torino, di Pisa e l’Ospedale Versilia di Viareggio ha dimostrato che l’acido caffeico contenuto nel vino bianco, anche in dose minima, rinforza la protezione del sistema cardiovascolare, aumentando la biodisponibilità di ossido nitrico. Non solo un pochino di vino rosso, dunque, durante i pasti, fa bene, anche il bianco. Questo bianco qui, poi, ha anche la caratteristica tipica dei vini di collina e montagna, ossia che maturando le uve più lentamente di quelle in pianura essi presentano un contenuto zuccherino basso.
Il Soave può agire positivamente sulla nostra salute e sul nostro benessere anche se espandiamo l’assaggio dal bicchiere all’ambiente in cui si realizza, esplorandone il territorio. Se apprezzate il forest bathing di imprinting giapponese, sappiate che potete farlo anche qui, sulle splendide colline vitate del Soave protagoniste di un vero e proprio volcanic wine park: a piedi, in bicicletta e in forma meno contemplativa e più competitiva con l’orienteering. www.stradelvinosoave.com è il sito dell’associazione La Strada del vino Soave nata nel 1999, che propone percorsi di scoperta della bella area soavese con innumerevoli esperienze grazie alla rete di 130 soci tra cantine, ristoranti, hotel, produttori ed enti. Consultatelo e fate lo stesso con www.veneto.eu/IT/Soave-Doc per scoprire itinerari e meraviglie storico-artistiche ed enogastronomiche.
«Si può abbinare con tutto, anche con aperitivi e dolci»
Abbiamo intervistato Igor Gladich, Pordenone, classe 1983, laureato in Scienze forestali, appassionato direttore del Consorzio di tutela Vini Soave e Recioto di Soave (e anche del Consorzio Tutela Vini del Lessini Durello).
Il Soave è un vino molto apprezzato dagli stranieri, per esempio molti ristoratori giapponesi lo diffondono nei loro ristoranti in Giappone. Sono di più i consumatori stranieri rispetto a quelli italiani?
«Il Soave ha sempre avuto una grandissima propensione all’export, storicamente ha sempre riscosso un grande apprezzamento in giro per il mondo, apprezzamento che si protrae nel tempo. Siamo molto contenti».
In termini numerici, sono più gli acquirenti stranieri o italiani?
«Diciamo che un buon 60% viene destinato all’estero, la restante parte viene consumata in Italia, nel nord Italia».
È un vino noto a tutti gli italiani o ancora ha un apprezzamento solo locale, regionale?
«No no, è un vino conosciuto, ma naturalmente va sorretto come tutti. Oggi non basta essere buoni, bisogna ricordare le qualità del Soave con intensa attività di promozione, come stiamo facendo».
Per chi non lo conoscesse, con cosa si abbina a tavola?
«Il Soave è stato sempre considerato il vino bianco leggero d’Italia. In realtà, questa varietà fantastica che è la Garganega si presta ad essere interpretata in vario modo, da vini leggeri a vini più o meno strutturati a vini dolci come il Recioto. Questo è un vino che si presta ad essere abbinato un po' a tutto il pasto, in particolare le carni bianche per i vini più strutturati, all’aperitivo e al dolce. La varie tipologie della nostra denominazione riescono a coprire un ampio panorama».
Ci sono Soave stagionati che sembrano quasi dei rossi, molto corposi.
«Assolutamente sì, la varietà principale di questa denominazione, la Garganega, asseconda quel grande tema che è la longevità dei vini. Dedichiamo masterclass e degustazioni mirate per far sapire che il Soave si presta ad essere bevuto fresco, ma è un vino che possiede anche una grandissima capacità di invecchiamento».
Avete ottenuto il riconoscimento Giahs Fao Patrimonio Agricolo di Importanza Mondiale: questo vino viene anche definito vino-paesaggio.
«Chi visita il nostro territorio scopre un paesaggio che ha pochi eguali in Italia e nel mondo. Dopo un lungo percorso ad opera del consorzio, le Colline vitate di Soave sono state le prime al mondo riconosciute paesaggio Giahs Fao. Qui vige un perfetto connubio tra agricoltura, storia, tradizione ed azione dell’uomo. Il nostro è un paesaggio in cui l’uomo è un elemento fondamentale e centrale per creare e mantenere questo paesaggio».
La coltivazione del vitigno Garganega è considerata viticoltura eroica. Le colline sono effettivamente spioventi sulla pianura, non sono facili da gestire e non tanti giovani, oggi, imparano quest’arte, che va compiuta con soli gesti manuali di matrice antica. Chi continua questa tradizione è un’eroe?
«Assolutamente sì. Le pendenze e le altimetrie di alcuni nostri vigneti li qualificano anche da un punto di vista normativo come viticoltura eroica: muretti a secco e forme di allevamento della vite a pergola caratterizzano un paesaggio tipico in cui l’uomo è una componente centrale. I muretti a secco richiedono mani esperte per la loro costruzione e mani ancora più esperte per la loro conservazione. Sono lavorazioni manuali che non possono essere meccanizzate e questo richiede grande impegno, grande passione, una parte emozionale che lega profondamente al territorio. In alcuni casi, è vero, i giovani tendono a fuggire da queste situazioni impervie, però tantissimi altri giovani appassionati accolgono l’eredità delle famiglie storiche di queste colline tramandata di generazione in generazione. Costoro sono i nostri primi ambasciatori».
Ha parlato di centralità dell’uomo viticoltore. Anche l’uomo turista diventa parte centrale del paesaggio visitando le vigne invece di ammirarle da lontano dalla cartolina o dall’autostrada?
«Viticoltura e vino sono il motore economico di questo territorio, però io dico sempre che questo è un po' un piccolo pezzettino del tutto. Questo territorio è un territorio meraviglioso che si può scoprire non soltanto con un turismo di giornata, ma anche prolungato, per più giorni. Abbiamo attività viticola, ma anche storia, tradizione, percorsi a piedi, in bicicletta. Il turista, ma anche il ristoratore straniero, il giornalista, vivono un’esperienza e un’emozione. Essendo un vino vulcanico, si può fare esperienza di questo degustando oppure si può fare esperienza ambientale salendo in vigna a osservare suoli e rocce. Per storia, intendo anche la storia di milioni di anni fa, quando qui c’era il mare. Questo terreno vulcanico imprime alla nostra denominazione caratteristiche uniche. Solo qui c’è questo connubio tipico e unico tra aspetto vulcanico, suolo, colline e questa varietà di uva davvero elastica».
Prima qui c’era un mare tropicale e quindi un clima tropicale, poi il nostro clima è diventato mediterraneo-temperato, adesso si sta in parte tropicalizzando. Qualcuno dice che questo dipende dalla dalla presenza dell’essere umano e propone soluzioni che dovrebbero capovolgere la situazione, qualcun altro è assolutamente discorde con questa visione. A parte questo, quali sono le vostre strategie preventive per eventuali episodi di piogge estreme?
«Veniamo da un 2022 in cui abbiamo sofferto siccità importante e forte. Nel 2023, invece, dopo un inverno abbastanza mite e una ripartenza del germogliamento un po' ritardata, la stagione poi si è assestata, a parte le piogge di maggio e luglio che qui non hanno portato particolari problemi. Gli eventi estremi che hanno interessato il comprensorio, vento e grandine che si sono registrati in alcune zone della provincia di Verona, fortunatamente hanno solo lambito la nostra denominazione. Siamo stati fortunati».
Quali sono le strategie?
«Non esiste un’unica strategia, non c’è gente con la bacchetta magica, esiste un approccio integrato. Il rischio non è azzerabile, ma possiamo ridurlo: le aziende sono stimolate a usare strumenti di gestione del rischio. A breve termine è importante la formazione dei viticoltori a una gestione agronomica di livello, qualificata, per gestire le sollecitazioni del tempo. E poi sperare che l’evento estremo non avvenga. Non dipende tutto da noi».
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La zona si identifica con il suo vitigno e viceversa, creando tra loro un legame unico e irripetibile. Proprio qui nasce il bianco fermo più famoso del Veneto.Il direttore del Consorzio di tutela Igor Gladich: «Ha sempre avuto una grandissima propensione all’export, con un forte apprezzamento in giro per il mondo che si protrae nel tempo».Lo speciale contiene due articoliSi è svolta il 2 e 3 settembre a Soave, vincitore del premio Borgo dei borghi 2022 e situato in provincia di Verona, l’happening organizzato dal Consorzio Tutela Vini Soave e Recioto di Soave, Soave Multiverso, per festeggiare il vino in chiave tradizionale, con degustazioni delle bottiglie di quasi tutte le cantine soavesi ed eccellenze alimentari sempre locali, dal prosciutto di Soave al Monte Veronese Dop, passando per la giardiniera «cruda» e la mostarda di melo decio Presidio Slow Food di Gastronomia Damoli (vedi box per la ricetta delle scaloppine al Soave), ma anche in chiave giovane e smart, con tanto di poke soavizzata con ingredienti territoriali (vedi box ricetta della poke Lessinia). L’appuntamento pre-vendemmia, che ha luogo ogni anno, stavolta ha approfondito la questione della propensione del Soave alla longevità con una masterclass tutto esaurito condotta da Simon Staffler (come gran finale, aperta un’eccezionale bottiglia di Soave Classico Doc, Contrada Salvarenza del 1993 di Gini - Viticoltori dal 1600). E celebrato il recentissimo riconoscimento delle Colline vitate di Soave, già Paesaggio rurale di interesse storico, come sito Giahs «Patrimonio Agricolo di Importanza Mondiale»: istituito dalla Fao nel 2002, questo titolo è riservato alle zone agricole del mondo votate all’agricoltura non industrializzata che tutela fortemente paesaggio, produzioni e comunità rurali locali. D’altronde, l’area Soave è quella in cui si fa viticoltura eroica, branca dell’agricoltura eroica riguardante l’eroismo sia dei vitigni, sia dei viticoltori, arroccati su pendenze e altitudini dove tutto può essere svolto solo in modo manuale e antico. Con qualche differenza di raccolta appena più tardiva dei vitigni collinari e montani rispetto a quelli in pianura, è questo il periodo di vendemmia in tutta Italia. I grappoli delle uve che daranno vita ai vini che berremo tra qualche mese e, se poi stagionati, negli anni a venire, stanno passando adesso dal tronco alle ceste per vendemmie. La zona di produzione dei vini di Soave, 33 cru apposte in etichetta per permettere al consumatore di conoscere la provenienza esatta del vino che beve, è la parte orientale delle colline in provincia di Verona. Si tratta di una produzione importante, il Soave è il vino bianco fermo più famoso del Veneto, non a caso il sito della Regione illustra i vanti dell’area: «Questa zona - il più grande vigneto d’Europa per estensione, con i suoi 6.600 ettari collocati nell’arco collinare nella parte orientale della provincia di Verona - è stata la prima Doc riconosciuta in Italia nel 1936 e, negli ultimi anni, ha ottenuto ben due denominazioni di origine controllata e garantita, il massimo della certificazione di qualità sotto il profilo enologico: il Recioto di Soave Docg e il Soave Superiore Docg. La zona di produzione più antica, che si trova sui rilievi collinari dei comuni di Monteforte d’Alpone e Soave, fu delimitata fin dal 1931 e coincide con quella del Soave «classico», mentre la sottozona Colli Scaligeri va da San Martino Buon Albergo a Roncà, interessando i rilievi della Val di Mezzane, Val d’Illasi, Val Tramigna e Val d’Alpone. In tutta quest’area si ottiene la massima espressione qualitativa della Garganega, tanto che la zona si identifica con il suo vitigno e viceversa, creando tra loro un legame unico e irripetibile. Soave sembra derivare da «Suaves», nome che indicava gli Svevi quando calarono in Italia con il re longobardo Alboino. Il territorio era già conosciuto dal punto di vista agricolo in epoca romana, in quanto era un «pagus», cioè un distretto campagnolo circoscritto e forse centuriato, noto per la sua buona posizione e per l’intensità delle coltivazioni. Durante il Medioevo - epoca a cui risale il Castello di Soave - l’importanza della viticoltura nella zona continuò ad aumentare». La rilevanza del Soave nel contesto veronese è indubbia: il 40% della produzione di vino Doc della provincia di Verona, la quale concentra il 14% delle Doc italiane e il 60% delle Doc venete, è Soave. Sono circa 500.000 ettolitri soprattutto di Garganega, il principale vitigno della denominazione, oltre a Trebbiano di Soave, Pinot Bianco e Chardonnay, il Trebbiano un vitigno che in passato prevaleva nella zona e poi ha ceduto terreno alla Garganega, il Pinot Bianco e lo Chardonnay giunti negli anni Ottanta. Decine di milioni di anni fa, l’odierna area del Soave era mare con annesse alghe, pesci e crostacei e tanto di atollo. Il clima era tropicale e, pensate, a Bolca, che per questo è Capitale Mondiale dei Fossili dell’Era terziaria, sono custoditi importanti reperti fossili di quell’epoca, compreso quello l’Eoplatax papilio detto pesce angelo. L’attività vulcanica sottomarina molto intensa ha attraversato tre ere geologiche, determinando la costituzione di terreni molto particolari: colline vulcaniche e colline calcaree, pianure vulcaniche e pianure calcaree, con mescole occasionali che si possono evincere, osservando le pareti e i terreni, tramite le diverse colorazioni pietrose, chiare le calcaree, più scure le vulcaniche. La vite che si è poi sviluppata su questi suoli (probabilmente un incrocio tra le uve Retiche, originate dalle Ampelidee, e i vitigni del bacino del Mediterraneo) ne assorbe le caratteristiche. Il Soave Doc ha tre classificazioni: Soave Doc, disponibile da dicembre in poi, secco o frizzante, minimo il 70% di Garganega e massimo il 30% di Trebbiano di Soave o Chardonnay, comprensivo di un eventuale massimo 5% di altre uve bianche della zona. Poi, il Soave Classico Doc, che rappresenta l’area più storica della denominazione di queste colline vitate, matrice basaltica e affioramenti calcarei tra Soave e Monteforte d’Alpone che determinano più complessità e propensione all’invecchiamento fino a 5-7 anni, in vendita da febbraio. Infine, il Soave Colli Scaligeri Doc, da suoli di origine principalmente basaltica, in vendita da febbraio. Poi, abbiamo il Soave Superiore Docg, area di coltivazione costituita dalla somma di quella di Soave Classico Doc e di Soave Colli Scaligeri Doc, sebbene con alcuni requisiti l’uva Soave Doc può anche essere indicata come Superiore, vendita dall’aprile successivo alla vendemmia e per quelli di riserva dal novembre successivo, colore più dorato, aromi più profondi e floreali, sapore più intenso del Soave Doc. Infine, il Recioto di Soave Docg, un passito prelibato e di gran pregio storico, naturale o frizzante. Il Soave è un gran bel compagno bianco del pasto: con uno sviluppo del gusto al palato rapido e appagante, asciutto, di medio corpo, appena amarognolo, il Soave non conduce ad assuefazione neanche dopo lungo consumo. Uno studio coordinato dall’Università di Milano con l’Università di Torino, di Pisa e l’Ospedale Versilia di Viareggio ha dimostrato che l’acido caffeico contenuto nel vino bianco, anche in dose minima, rinforza la protezione del sistema cardiovascolare, aumentando la biodisponibilità di ossido nitrico. Non solo un pochino di vino rosso, dunque, durante i pasti, fa bene, anche il bianco. Questo bianco qui, poi, ha anche la caratteristica tipica dei vini di collina e montagna, ossia che maturando le uve più lentamente di quelle in pianura essi presentano un contenuto zuccherino basso. Il Soave può agire positivamente sulla nostra salute e sul nostro benessere anche se espandiamo l’assaggio dal bicchiere all’ambiente in cui si realizza, esplorandone il territorio. Se apprezzate il forest bathing di imprinting giapponese, sappiate che potete farlo anche qui, sulle splendide colline vitate del Soave protagoniste di un vero e proprio volcanic wine park: a piedi, in bicicletta e in forma meno contemplativa e più competitiva con l’orienteering. www.stradelvinosoave.com è il sito dell’associazione La Strada del vino Soave nata nel 1999, che propone percorsi di scoperta della bella area soavese con innumerevoli esperienze grazie alla rete di 130 soci tra cantine, ristoranti, hotel, produttori ed enti. 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Sono di più i consumatori stranieri rispetto a quelli italiani? «Il Soave ha sempre avuto una grandissima propensione all’export, storicamente ha sempre riscosso un grande apprezzamento in giro per il mondo, apprezzamento che si protrae nel tempo. Siamo molto contenti». In termini numerici, sono più gli acquirenti stranieri o italiani? «Diciamo che un buon 60% viene destinato all’estero, la restante parte viene consumata in Italia, nel nord Italia». È un vino noto a tutti gli italiani o ancora ha un apprezzamento solo locale, regionale? «No no, è un vino conosciuto, ma naturalmente va sorretto come tutti. Oggi non basta essere buoni, bisogna ricordare le qualità del Soave con intensa attività di promozione, come stiamo facendo». Per chi non lo conoscesse, con cosa si abbina a tavola? «Il Soave è stato sempre considerato il vino bianco leggero d’Italia. In realtà, questa varietà fantastica che è la Garganega si presta ad essere interpretata in vario modo, da vini leggeri a vini più o meno strutturati a vini dolci come il Recioto. Questo è un vino che si presta ad essere abbinato un po' a tutto il pasto, in particolare le carni bianche per i vini più strutturati, all’aperitivo e al dolce. La varie tipologie della nostra denominazione riescono a coprire un ampio panorama». Ci sono Soave stagionati che sembrano quasi dei rossi, molto corposi. «Assolutamente sì, la varietà principale di questa denominazione, la Garganega, asseconda quel grande tema che è la longevità dei vini. Dedichiamo masterclass e degustazioni mirate per far sapire che il Soave si presta ad essere bevuto fresco, ma è un vino che possiede anche una grandissima capacità di invecchiamento». Avete ottenuto il riconoscimento Giahs Fao Patrimonio Agricolo di Importanza Mondiale: questo vino viene anche definito vino-paesaggio. «Chi visita il nostro territorio scopre un paesaggio che ha pochi eguali in Italia e nel mondo. Dopo un lungo percorso ad opera del consorzio, le Colline vitate di Soave sono state le prime al mondo riconosciute paesaggio Giahs Fao. Qui vige un perfetto connubio tra agricoltura, storia, tradizione ed azione dell’uomo. Il nostro è un paesaggio in cui l’uomo è un elemento fondamentale e centrale per creare e mantenere questo paesaggio». La coltivazione del vitigno Garganega è considerata viticoltura eroica. Le colline sono effettivamente spioventi sulla pianura, non sono facili da gestire e non tanti giovani, oggi, imparano quest’arte, che va compiuta con soli gesti manuali di matrice antica. Chi continua questa tradizione è un’eroe? «Assolutamente sì. Le pendenze e le altimetrie di alcuni nostri vigneti li qualificano anche da un punto di vista normativo come viticoltura eroica: muretti a secco e forme di allevamento della vite a pergola caratterizzano un paesaggio tipico in cui l’uomo è una componente centrale. I muretti a secco richiedono mani esperte per la loro costruzione e mani ancora più esperte per la loro conservazione. Sono lavorazioni manuali che non possono essere meccanizzate e questo richiede grande impegno, grande passione, una parte emozionale che lega profondamente al territorio. In alcuni casi, è vero, i giovani tendono a fuggire da queste situazioni impervie, però tantissimi altri giovani appassionati accolgono l’eredità delle famiglie storiche di queste colline tramandata di generazione in generazione. Costoro sono i nostri primi ambasciatori». Ha parlato di centralità dell’uomo viticoltore. Anche l’uomo turista diventa parte centrale del paesaggio visitando le vigne invece di ammirarle da lontano dalla cartolina o dall’autostrada? «Viticoltura e vino sono il motore economico di questo territorio, però io dico sempre che questo è un po' un piccolo pezzettino del tutto. Questo territorio è un territorio meraviglioso che si può scoprire non soltanto con un turismo di giornata, ma anche prolungato, per più giorni. Abbiamo attività viticola, ma anche storia, tradizione, percorsi a piedi, in bicicletta. Il turista, ma anche il ristoratore straniero, il giornalista, vivono un’esperienza e un’emozione. Essendo un vino vulcanico, si può fare esperienza di questo degustando oppure si può fare esperienza ambientale salendo in vigna a osservare suoli e rocce. Per storia, intendo anche la storia di milioni di anni fa, quando qui c’era il mare. Questo terreno vulcanico imprime alla nostra denominazione caratteristiche uniche. Solo qui c’è questo connubio tipico e unico tra aspetto vulcanico, suolo, colline e questa varietà di uva davvero elastica». Prima qui c’era un mare tropicale e quindi un clima tropicale, poi il nostro clima è diventato mediterraneo-temperato, adesso si sta in parte tropicalizzando. Qualcuno dice che questo dipende dalla dalla presenza dell’essere umano e propone soluzioni che dovrebbero capovolgere la situazione, qualcun altro è assolutamente discorde con questa visione. A parte questo, quali sono le vostre strategie preventive per eventuali episodi di piogge estreme? «Veniamo da un 2022 in cui abbiamo sofferto siccità importante e forte. Nel 2023, invece, dopo un inverno abbastanza mite e una ripartenza del germogliamento un po' ritardata, la stagione poi si è assestata, a parte le piogge di maggio e luglio che qui non hanno portato particolari problemi. Gli eventi estremi che hanno interessato il comprensorio, vento e grandine che si sono registrati in alcune zone della provincia di Verona, fortunatamente hanno solo lambito la nostra denominazione. Siamo stati fortunati». Quali sono le strategie? «Non esiste un’unica strategia, non c’è gente con la bacchetta magica, esiste un approccio integrato. Il rischio non è azzerabile, ma possiamo ridurlo: le aziende sono stimolate a usare strumenti di gestione del rischio. A breve termine è importante la formazione dei viticoltori a una gestione agronomica di livello, qualificata, per gestire le sollecitazioni del tempo. E poi sperare che l’evento estremo non avvenga. Non dipende tutto da noi».
Silvia Salis (Ansa)
La segue il suo vicesindaco Alessandro Terrile, già responsabile Infrastrutture della segreteria nazionale dem, nonché consulente della società Santa Barbara dell’imprenditore genovese Mauro Vianello, l’uomo che si proclamava «il più comunista di tutti» e che, ha svelato l’inchiesta sull’ex governatore Giovanni Toti, era la «volpe» del porto, che proprio Terrile seguì nell’Ente Bacini, dove Vianello, che ne era il presidente, lo nominò amministratore delegato. Ora chiamare qualcuno «Hannoun» è diventato offensivo. È considerato un insulto talmente grave da spingere la sindaca ad abbandonare l’Aula. Lavori chiusi. Sipario. E mentre la Salis propaganda quella scenetta come «un segnale politico», per la minoranza, invece, sarebbe un pretesto. Un modo per dribblare quell’ordine del giorno. Ma lei, la sindaca, precisa: «Quello che hanno voluto vendere come un lapsus è stato voler chiamare due volte il nostro consigliere Kaabour con il nome di Hannoun, a distanza di diversi secondi l’una dall’altra». Poi l’insulto rivolto alla minoranza: «Li abbiamo lasciati da soli con la loro ignoranza, perché è un atteggiamento ignorante». Mascia, sentito dalla Verità, replica: «Ho chiamato Kaabour Hannoun ma è stato un lapsus e mi sono scusato. Il dato più inquietante di questa querelle, però, è che Hannoun, fino a ieri special guest dei cortei pro Pal, è ormai un condannato senza appello dalle sinistre genovesi usa e getta. Pronunciare il suo nome anche per sbaglio all’indirizzo di un consigliere Pd viene bollato come oltraggio. Alla faccia del garantismo. Non è ancora stato condannato in via definitiva e viene subito ripudiato da chi fino a ieri gli faceva la clac». Ma il consigliere azzurro non si fa passare sotto il naso neppure il passaggio sugli «ignoranti»: «Da laureato cum laude alla prestigiosa Università degli Studi di Genova, con tutto il rispetto per chi non lo è e però non insulta nessuno, viene da sbottare con un “Ma mi faccia il piacere!” alla Totò nella gag con l’Onorevole Trombetta (Totò a colori, film del 1952, ndr) o da chiedersi da che pulpito arriva l’insulto». Infine ha risposto alle nostre domande.
Ha visto che la sindaca si è laureata più o meno con le stesse modalità (criticate dalla sinistra) della ministra Calderone?
«No, non so quali siano queste modalità, come detto io mi sono laureato all’Università di Genova e ho fatto tutti i miei studi a Genova, tanto mi basta per non sentirmi un ignorante né un saccente».
L’ex vicesindaco Pietro Piciocchi sfidò la Salis a esibire il libretto universitario e la prima cittadina evitò di farlo. Vuole ribadire la richiesta?
«Ricordo questa sfida all’Ok Corral a colpi di libretto durante la campagna elettorale ma credevo fosse finita ad armi pari, perché in quel frangente avevo la testa sulla mia corsa e del partito di cui sono segretario. A me del libretto della sindaca non me ne cale proprio. Sempre meglio che ognuno si faccia le lauree, i libretti e gli studi suoi e non pretenda di sindacare i saperi degli altri. Perché non glielo chiede lei il libretto alla sindaca? Magari glielo dà».
Per Hannoun è stato un qui pro quo.
«Che non l’abbia fatto apposta e manco me ne sia accorto, finché non me lo hanno fatto notare i miei colleghi di opposizione, lo testimoniano i video. Eppure il mio lapsus è stato usato come pretesto per salvare la faccia nel Giorno della memoria dell’Olocausto».
E l’ordine del giorno pro Gaza?
«Nonostante l’invito di Liliana Segre a non usare Gaza contro la Shoah degli ebrei, la mattina stessa del Giorno della memoria è puntualmente arrivato in Conferenza dei capigruppo un ordine del giorno straordinario delle sinistre pro Pal elette con la sindaca Salis per esercitare “ogni pressione diplomatica necessaria” al fine di aprire un corridoio giordano alternativo a quello presidiato dal Cogat (Coordinamento attività governative nei territori) dello Stato ebraico».
Voi come avete reagito?
«I capigruppo di centrodestra non hanno prestato il fianco ai tentativi di retromarcia arrivati fuori tempo massimo dal Pd per rinviare la discussione alla prossima seduta, col risultato che l’ordine del giorno è approdato in Consiglio comunale. Il colpo di teatro in Sala Rossa è servito di fatto a trarsi d’impaccio dalla votazione in Aula su Gaza nel Giorno della memoria. Chissà che pandemonio sarebbe scoppiato se con una scusa del genere lo avesse fatto Giorgia Meloni il gesto con la mano per portare fuori dal Parlamento tutti i ministri del governo e tutti i gruppi di maggioranza. E pensare che ai tempi del primo mandato di Marco Bucci le sinistre in Sala Rossa ci belavano dietro quando noi consiglieri di centrodestra votavamo compatti a favore delle delibere del sindaco, figuriamoci cosa sarebbe accaduto se, agli ordini del sindaco, avessimo abbandonato seduta stante gli scranni».
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(Imagoeconomica)
Ma partiamo dall’Anm. Ieri due membri del Comitato direttivo centrale (Cdc, il parlamentino del sindacato dei giudici) hanno protestato contro una decisione, ritenuta arbitraria e figlia dell’imbarazzo, della Giunta esecutiva centrale (Gec, il governo dello stesso sindacato).
Natalia Ceccarelli (consigliere di Corte d’appello a Napoli, sezione civile) e Andrea Reale (consigliere di Corte d’appello a Catania, sezione penale), eletti dentro al Cdc in rappresentanza della lista Articolo 101 (quella delle toghe non iscritte alle correnti), hanno scritto una lettera sulla mailing list dell’associazione in cui hanno denunciato la questione e hanno definito l’Anm «una barca senza nocchiero».
La premessa è che l’8 novembre 2025 il parlamentino ha calendarizzato all’unanimità le sedute da svolgere fino al referendum, all’interno della «più complessa e importante “campagna d’inverno” che l’Anm abbia mai affrontato». Le date previste erano 17-18 gennaio, 7 febbraio e 7-8 marzo.
La prima riunione si è tenuta regolarmente. Ma, come scrivono le due toghe, circa dieci giorni prima della riunione del 7 febbraio, la Gec «ha comunicato in chat (sigh!) ai componenti del Cdc l’annullamento della seduta». La giustificazione (definita dai due scriventi «malferma»)? Eccola: «Considerata l’assoluta rilevanza di impegnarsi nell’ambito della discussione referendaria e preso atto dell’assenza di temi la cui trattazione si impone in tempi brevi, la Giunta ha deciso di non fissare il Cdc per il giorno 7 febbraio, rinviando l’eventuale fissazione del prossimo Cdc a data da destinarsi».
Per Ceccarelli e Reale la decisione sarebbe stata «assunta in spregio alle previsioni statutarie» e «non è stata portata a conoscenza di tutti gli associati con adeguata motivazione».
C’è un ulteriore problema: «Mai, prima d’ora, la Gec aveva avocato a sé il potere di convocazione e di annullamento delle riunioni».
A giudizio di Ceccarelli e Reale non sarebbe possibile «evincere le effettive ragioni della scelta».
Quindi i due colleghi iniziano a fare supposizioni e arrivano a considerare l’affaire Maruotti come possibile causa scatenante: «L’annullamento segue l’episodio che ha visto protagonista il segretario generale, il quale, il giorno prima, in un post dal sen fuggito pubblicato su un noto social network, ha scatenato una tempesta politica di dimensioni monumentali, attirando critiche alla persona dell’autore e alla intera Anm da parte di esponenti di partito e di governo, dell’Avvocatura, della stampa e di tanti cittadini comuni, e consentendo al ministro della Giustizia virtuosismi critici degni di Paganini».
Ceccarelli e Reale registrano che «l’episodio ha dato anche la stura a una crisi interna alla compagine correntizia: ben otto (su undici) componenti di Magistratura indipendente (praticamente tutti, tranne, formalmente i tre che sono in Gec) hanno pubblicamente preso le distanze dalle affermazioni del segretario generale». Anche le toghe di 101 hanno «criticato la strumentalizzazione a fini elettorali della tragedia americana da parte del collega Maruotti, deplorando la postura niente affatto istituzionale del rappresentante Anm e le sue ricadute sull’immagine della categoria».
La giustificazione ufficiale addotta per il rinvio, come detto, è ritenuta «risibile» e, secondo i due magistrati, «offende la comune intelligenza». Infatti «falsa e incomprensibile» sarebbe «la motivazione che non vi siano temi urgenti da trattare». Un argomento caldo meritevole di dibattito è «senz’altro la crisi aperta dal “caso Maruotti”», senza dimenticare «la necessità di affrontare i nodi della campagna referendaria (dispiego di risorse, iniziative, posizioni, strategia ed eventuali correttivi)».
Per gli scriventi esiste un serio problema di comunicazione interna ed esterna dell’Anm. La conclusione è sferzante: «Nel pieno della “tempesta”, l’Anm sembra una barca senza nocchiero (nulla di personale rispetto al presidente Cesare Parodi), come se il suo comandante, gli ufficiali e i sottufficiali avessero deciso di salire sulle scialuppe di salvataggio abbandonando la barca in mezzo ai flutti, senza lasciare un biglietto con le istruzioni da seguire, senza passaggi di consegne, dopo aver chiuso a chiave la cabina di pilotaggio». E anche se l’Anm «non è propriamente una nave da crociera», nella mail c’è pure un riferimento alla Concordia («che Dio non voglia …»).
In conclusione, per Ceccarelli e Reale «traspare la paura» e «la chiusura al confronto interno ed esterno». Ma i magistrati di Articolo 101 avvertono che «la strategia del riccio per conculcare il confronto ed evitare crisi interne non salva dalle ripercussioni esterne, purtroppo. Proprio nel momento più importante e difficile della campagna referendaria».
Veniamo, adesso, a un’altra spinosa questione che ha diviso la magistratura. Mercoledì il Csm ha autorizzato il segretario generale a sottoscrivere un accordo con l’Istituto nazionale della previdenza sociale «per l’istituzione di un servizio di consulenza specialistica di personale dell’Inps presso il Csm», vista «l’utilità del servizio che, gratuitamente è volto a fornire, sia in «presenza» che in «Web meeting», consulenza specialistica in diversi ambiti del settore previdenziale, assicurativo e pensionistico in favore di tutti i magistrati ordinari» d’Italia.
Ma il Csm non esclude che «dopo una prima fase di applicazione», l’attività di consulenza gratuita possa essere estesa anche alla magistratura onoraria.
Come detto, la delibera è passata solo perché il voto di Pinelli vale il doppio rispetto a quello dei colleghi. Il vicepresidente, di fronte alla spaccatura del Consiglio (risultato finale 14 a 14), ha tirato in ballo direttamente il Quirinale, di cui è ufficiale di collegamento dentro a Palazzo Bachelet: «Anche questa è un’iniziativa evidentemente sotto la guida del signor presidente della Repubblica», ha dichiarato Pinelli durante il plenum, capo dello Stato «che ha accolto e ha condiviso e favorito quello che non vuole essere niente di più e niente di meno che un servizio in più dato ai magistrati ordinari della Repubblica». L’avvocato padovano (seppur nativo di Lucca), di fronte alle proteste, ha concluso che «tutti i magistrati faranno le loro valutazioni su chi intende essere a favore di questo servizio erogato per loro o, invece, chi ritiene che non possano beneficiare di un servizio come questo».
Alla fine le consigliere laiche di Fratelli d’Italia, Isabella Bertolini e Daniela Bianchini, e la collega in quota Lega, Claudia Eccher, hanno votato contro la proposta di delibera insieme con le toghe progressiste e i laici di Pd e Movimento 5 stelle.
La Bertolini, ieri, era ancora molto contrariata per l’esito del voto e ha motivato così il suo disappunto: «Non è compito del Csm occuparsi degli stipendi e delle pensioni dei magistrati che dipendono dal ministero della Giustizia. Inoltre questo servizio non è gratuito perché viene garantito all’interno delle stanze del Csm con il supporto di personale del Consiglio e, se questo servizio doveva essere erogato, andava garantito a tutti i funzionari e agli amministrativi di Palazzo Bachelet, che dipendono da noi per stipendi e pensioni, contrariamente dai magistrati che lavorano fuori da qui. Poi non possiamo lamentarci se qualcuno dirà che siamo di fronte all’ennesimo privilegio garantito alla casta»
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La Polizia scientifica in via Nerino a Milano, luogo della morte di Oleksandr Adarich, nel riquadro (Ansa)
In alcuni articoli di denuncia, Adarich viene definito senza mezzi termini «un banchiere truffatore, un imbroglione della famiglia Yanukovych», accusato di aver usato banche e società collegate per spremere l’azienda ucraina Tomak attraverso pignoramenti e passaggi societari pilotati, con l’appoggio di apparati statali deviati. Vicino all’area politica di Sylna Ukrayina, confluita nel sistema di Yanukovych, Adarich incarnava il profilo di un banchiere inserito nelle reti economico-politiche pre-Maidan, oggi invise al governo di Volodymyr Zelensky. Con questo fardello, il 54enne nato a Kiev, sposato, padre di due figli e con doppia cittadinanza ucraina e romena, è morto la sera del 23 gennaio a Milano, precipitando dal quarto piano di un B&b in via Nerino, a pochi passi dal Duomo.
L’indagine, coordinata dal pm Rosario Ferracane e dalla Squadra Mobile, ipotizza un suicidio inscenato. Il B&b era stato affittato con un alias; nella stanza sono stati trovati documenti d’identità multipli; testimoni e telecamere indicano presenze subito dopo la caduta e sul corpo ci sono segni di costrizione. L’autopsia, attesa nei prossimi giorni, dovrà chiarire se fosse già morto prima del volo di 15 metri. Adarich era arrivato dalla Spagna, dove viveva, per affari mai chiariti.
Secondo i registri aziendali ucraini, il banchiere non era stato solo il proprietario di Fidobank, ma controllava una rete di società con sede a Kiev, tra cui Eurobank, Deviza e Fido investments, ed era stato dirigente di Ukrsibbank: una presenza economica strutturata nel cuore della finanza ucraina.
Circa 260-270 milioni di euro bruciati: 62-64 milioni rimborsati dallo Stato ai correntisti, 16-17 milioni rimasti congelati sui conti, un presunto schema da 50-52 milioni legato all’acquisto di Erste Bank e oltre 140 milioni di euro fatti uscire all’estero. Una ricostruzione delle autorità che ha travolto decine di migliaia di famiglie e imprese, lasciando migliaia di risparmiatori senza recuperare i propri soldi.
La storia parte a Kiev nei primi anni Duemila: Adarich cresce come manager, diventa banchiere-padrone tra il 2012 e il 2013 ed entra nella politica regionale. Dopo Maidan incarna un sistema che il Paese vuole smantellare. Nel 2016 la Banca nazionale dichiara insolventi Fidobank ed Eurobank e avvia la liquidazione. A Kiev partono indagini amministrative e penali, con sequestri e verifiche sui flussi di capitale. Le accuse più dure arrivano dal Fondo di garanzia dei depositi: Kateryna Mysnyk, direttrice del dipartimento investigativo, aveva parlato di «uno dei primi e più grandi schemi fraudolenti» del settore, descrivendo una catena di operazioni da circa 55-56 milioni di dollari, fondi fatti uscire come importazioni fittizie per oltre 150 milioni di dollari e rientrati come presunti investimenti, seguiti dall’acquisto di Erste per 82 milioni di dollari e dall’acquisizione di oltre 180 immobili, poi rivenduti - secondo il Fondo - a prezzi sottostimati. Anche dopo il crac, gli asset di Fidobank hanno continuato a circolare: nel 2020 i suoi crediti sono finiti a società poi emerse in inchieste di Radio liberty per legami opachi e connessioni con Mosca.
Nell’Ucraina oggi in guerra con la Russia, figure come Adarich sono invise a Kiev perché incarnano l’intreccio tra banche, politica e vecchie élite, lo stesso contesto da dove arriva l’ex ministro Yuriy Kolobov, arrestato in Spagna, da dove Adarich era partito per Milano.
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Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz (Ansa)
E che il diktat di Zelensky non si traduca in una mossa vincente ne è convinto anche il Lussemburgo. Il ministro degli Esteri lussemburghese, Xavier Bettel, prima di varcare le porte del Consiglio esteri dell’Ue, ha dichiarato: «Ho sentito che il presidente Zelensky ha detto che devono diventare membri l’anno prossimo. Mi dispiace, gliel’ho detto più volte: non dare ultimatum, non è nel tuo interesse». Il rischio di imboccare la strada di due pesi e due misure è infatti dietro l’angolo: «Il fatto è che esistono delle regole, i criteri di Copenaghen, e devono essere rispettati. Non possiamo dire che ci sono criteri per alcuni e non per altri».
Sulla questione, il premier ungherese Viktor Orbán è tornato a criticare Bruxelles. «Tre quarti degli europei respingono l’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione europea. Eppure, Bruxelles continua a procedere. Non le importa cosa pensa la gente» ha scritto su X. Tra l’altro Orbán aveva rivelato l’esistenza di un documento segreto, discusso nell’Ue, che dovrebbe prevedere proprio la procedura accelerata per l’adesione di Kiev il prossimo anno. L’Alta rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio esteri, non ha risposto a chi le ha chiesto chiarimenti sulle rivelazioni del premier ungherese. Si è limitata a sostenere vagamente che «ciò che è chiaro è che il futuro dell’Ucraina è nell’Unione europea. Stiamo quindi lavorando su questo, sul processo di adesione all’Ue».
Ma oltre al percorso accelerato, tra le varie richieste del presidente ucraino rientra anche la creazione di un esercito europeo: aveva lanciato l’appello la scorsa settimana dal palco di Davos. A esprimersi in merito è stato ieri l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa» ha dichiarato, precisando che «i militari americani rimangono fondamentali». Ha poi aggiunto: «Adesso avremo più fondi grazie agli apporti europei e questo permetterà una più stretta collaborazione con le industrie militari». A commentare le parole di Dragone, è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante la prima edizione del «Forum Difesa», promosso da Bruno Vespa e Comin & Partners in collaborazione con l’Iai. Il ministro ha chiarito che «nessuno pensa di avere domani mattina un esercito europeo», anche perché «la difesa resta nazionale per Costituzione». Sull’Europa si tratta piuttosto «della possibilità di interoperare tra eserciti, aeronautiche e marine dei diversi Paesi» ma sempre «secondo gli schemi della Nato».
E mentre Bruxelles ha sbandierato alcune misure discusse contro Mosca, dall’inclusione della Russia nella lista nera antiriciclaggio all’intenzione di presentare il 20° pacchetto di sanzioni, il presidente americano Donald Trump ha annunciato la tregua di una settimana.
La proposta della Casa Bianca sarebbe stata infatti accettata dallo zar russo, Vladimir Putin. «A causa del freddo estremo, ho chiesto personalmente al presidente Putin di non aprire il fuoco su Kiev e le altre città per una settimana durante questo periodo e lui ha accettato di farlo. E devo dire che è stato molto bello», ha detto il tycoon durante la riunione di gabinetto. Prima dell’annuncio, dai blogger militari russi e dai media ucraini era trapelata la notizia, non confermata dal Cremlino, di un possibile cessate il fuoco inerente alle infrastrutture energetiche. Stando a quanto riferito da Axios, la tregua per il freddo era stata proposta dagli Stati Uniti durante il trilaterale della scorsa settimana, ma Mosca aveva preso tempo. L’inviato americano, Steve Witkoff, ha poi fatto il punto su quanto raggiunto ad Abu Dhabi: si sono registrati «sviluppi positivi» sulla questione territoriale che stanno proseguendo e sono «in gran parte completati» gli accordi «sul protocollo di sicurezza» e «sulla prosperità».
Ma i prossimi colloqui, che si terranno domenica sempre nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, si svolgeranno senza la mediazione americana. A confermarlo è stato il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov: «Questo è ciò su cui americani e ucraini hanno concordato: instaurare contatti bilaterali a un livello inferiore». Lo stesso Witkoff ha comunicato che il secondo round del trilaterale, che prevede quindi anche la partecipazione americana, si terrà «tra circa una settimana».
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