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2022-02-21
Alla canna del GAS
Ansa
È illusorio riempirsi la bocca con progetti futuribili, come lo sfruttamento massiccio dei nostri giacimenti di metano, o l’incremento delle fonti rinnovabili, che chissà, se e quando potranno essere realizzati. Siamo alla canna del gas, è il caso di dirlo. L’Europa da tempo ha rinunciato a una propria autonomia energetica, in nome della difesa dell’ambiente, ma non potendo fare a meno di alimentare le proprie industrie e non potendosi affidare esclusivamente al vento o al sole, è diventata sempre più dipendente da chi l’energia ha continuato a produrla, senza porsi tante domande sull’impatto ambientale. Così mentre la Ue chiudeva i giacimenti, la Russia si faceva avanti per soddisfare la domanda crescente di elettricità e gas. In Italia questa politica ecologista è stata perseguita in modo demagogico: per soddisfare tutti, alla fine si è arrivati a una sorta di immobilismo. L’espansione delle fonti rinnovabili procede a rilento ma nel frattempo si è rinunciato a sfruttare le risorse sotterranee.
La metà dell’energia elettrica nel nostro Paese si produce con il gas. Un altro 10% viene dal nucleare francese, da noi sempre criticato ma che ci ha fatto comodo. Il 41% del gas di provenienza europea ci è fornito da Mosca che possiede le maggiori riserve conosciute e approvvigiona la Ue da oltre 50 anni. Quest’inverno la Russia ha già tagliato le forniture all’Italia e al resto dell’Europa, fatta eccezione per la Germania. Il calo deciso dal colosso pubblico Gazprom, primo fornitore di gas al nostro Paese, ha coinciso con le tensioni sull’Ucraina determinando l’impennata dei prezzi dell’energia. Secondo Gazprom, il flusso è sceso da dicembre a gennaio del 43% passando da 2,62 miliardi di metri cubi a fine 2021 a 1,5 miliardi a gennaio.
Dal 1° gennaio al 31 dicembre 2021 il nostro Paese ha estratto dai giacimenti nazionali appena 3,34 miliardi di metri cubi di gas, il 18,6% in meno rispetto al 2020 quando c’era già stato un crollo a causa delle restrizioni pandemiche. È il minimo dal 1954. A inizio 2000 le estrazioni ammontavano a 20 miliardi di metri cubi l’anno. Ma al calo non ha corrisposto una diminuzione dei consumi. Bruciamo il 7,2% in più di metano e quindi siamo stati costretti ad aumentare le importazioni: +10%, cioè 72,7 miliardi di metri cubi.
Dove prende il gas l’Italia? Secondo il censimento del ministero della Transizione ecologica, i nostri due fornitori principali di gas sono la Russia (29,06 miliardi di metri cubi) e l’Algeria (21,16). L’Algeria ha quasi raddoppiato il flusso dai 12 miliardi del 2020. Terza fonte, con 7,31 miliardi di metri cubi (+7,5%), è il gas liquefatto estratto in Qatar e sbarcato nel terminale di rigassificazione al largo del delta del Po controllato da Exxon Mobil (70,7%) con Qatar Petroleum (22%) e Snam (7,3%). Nel bilancio energetico 2021 compaiono poi i 7,21 miliardi di metri cubi affluiti dall’Azerbaigian attraverso il Tap, il metanodotto che giunge in Puglia e che il M5s, nella campagna elettorale del 2018, avrebbe voluto cancellare. Altri Paesi fornitori sono la Libia (3 miliardi di metri cubi), l’Olanda e la Norvegia (2 miliardi di metri cubi ciascuna). Dai giacimenti del Mare del Nord il gas raggiunge l’Italia al confine svizzero di Passo Gries, in val d’Ossola, dove c’è l’interconnessione con la rete nazionale di Transitgas.
La rete di trasporto nazionale, gestita dalla società Snam rete gas, è collegata con le linee di importazione dalla Russia, dal Nord Europa e dal Nord Africa attraverso 9 punti di entrata. Questi sono in corrispondenza di sei metanodotti situati a Tarvisio, Gorizia, Passo Gries, Mazara del Vallo, Gela e Melendugno, e di tre rigassificatori di gas naturale liquefatto (Gnl) a Panigaglia, Rovigo e Livorno. Nei rigassificatori arriva il gas trasportato via mare. Rispetto al 2020 le importazioni sono aumentate del 6,8%. Una percentuale che sembra destinata a crescere.
Il prezzo di mercato del gas importato oscilla tra i 50 e i 70 centesimi al metro cubo, 10 volte tanto il costo di estrazione del metano in Italia che si aggira sui 5 centesimi al metro cubo. Secondo il documento Pitesai, il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee introdotto dal governo Conte 1 per lo sfruttamento dei giacimenti nazionali, nel sottosuolo italiano si trovano circa 92 miliardi di metri cubi di gas. Il ministro Roberto Cingolani ha chiarito che per lo sfruttamento non si tratterebbe di piazzare nuove trivelle, ma di sfruttare i giacimenti esistenti, riducendo in questo modo le forniture dall’estero. L’obiettivo è il raddoppio della produzione, arrivando al 10% del fabbisogno nazionale.
I maggiori giacimenti sono sotto l’Adriatico. A 40 chilometri da Venezia ci sono 50 miliardi di metri cubi di gas. Bacini metaniferi sono stati individuati anche a Piacenza, in Basilicata, in Sicilia, nello Jonio. Non si trivella perché prevale l’ambientalismo estremo. Gli ecologisti hanno ventilato il pericolo che le estrazioni nell’Adriatico possano creare fenomeni di subsidenza mettendo a rischio Venezia. Il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, ha invece sottolineato che in Italia nei 200 pozzi attivi non si sono mai registrati fenomeni di pericolosità negli ultimi 50 anni. Anche il Pitesai, nonostante contenga numerosi paletti come il divieto di avviare nuove trivellazioni, ha già incontrato l’altolà degli ambientalisti. La prospettiva è che per incrementare le estrazioni ci vorranno anni, se non decenni, tra veti incrociati e crociate ecologiste. Intanto dall’altra parte dell’Adriatico, in Croazia, è stata avviata una strategia che punta a rendere il Paese un hub degli idrocarburi nei Balcani. E uno dei capitoli è proprio la trivellazione dell’Adriatico.
«Le fonti rinnovabili non risolvono nulla. Con il sole e il vento bollette più care»
«Adesso mi aspetto che qualche anima candida si alzi e dica che se l’Italia avesse investito di più nelle fonti rinnovabili, ora non sarebbe alla mercé della Russia e le bollette sarebbero più basse. Ma a costoro, che forse non hanno idea di come funzioni il mercato del metano, rispondo che con le rinnovabili la bolletta sarebbe ancor più alta. Non solo il prezzo dell’elettricità lo farebbe comunque il gas, ma sull’utente verrebbero scaricati i costi degli incentivi per costruire altre pale e altri pannelli». Enrico Mariutti, ricercatore e analista in ambito energetico e presidente dell’Istituto Alti studi in geopolitica (Isag) spiega cosa sta accadendo: «L’Italia produce il 47% dell’elettricità con il gas e c’è chi sostiene che se avessimo più rinnovabili oggi pagheremmo meno. Non è così. La Germania copre solo il 12% del fabbisogno con le centrali a gas, ma il prezzo dell’elettricità non si discosta molto da quello italiano».
Come è possibile?
«Possiamo installare tutte le rinnovabili che ci pare, ma senza capacità di accumulo, senza le batterie, il prezzo continuano a farlo i fossili. Nonostante che la Germania produca quasi il 50% dell’elettricità con fonti rinnovabili e quasi il 60% della potenza installata sia rinnovabile, pale e pannelli decidono il prezzo di mercato solo 872 ore l’anno su 8.760. L’energia rinnovabile determina il prezzo dell’elettricità solamente quando è così abbondante da saturare il mercato. Ma questo accade quando la domanda è più bassa: nel Nord Europa, l’eolico funziona bene di notte quando c’è più vento».
Le nostre riserve di gas potrebbero soddisfare il fabbisogno nazionale?
«No. Se sfruttassimo al massimo i giacimenti, copriremmo poco più di un anno. Spalmando le riserve su 5-6 anni, si potrebbe ridurre di un po’ la dipendenza dal gas russo. Quello che si immagina è di mitigare il rischio, non di azzerare le importazioni da Mosca. C’è chi suggerisce il raddoppio del Tap, il gasdotto che viene dall’Arzebaigian ma in questa fase è difficile immaginare progetti di questo genere. Più in generale, il gas non manca ma vuoi per ragioni politiche, penso all’Iran, vuoi per ragioni infrastrutturali, penso al Qatar, non è semplice diversificare il paniere europeo».
Allora come se ne esce?
«Per il momento mettendo a sistema le riserve nazionali e potenziando la produzione di biogas, che è carbon neutral: così potremmo ridurre la dipendenza dall’estero. Ma bisogna prendere la questione molto seriamente. La produzione di biogas prevede una rete diffusa. L’Italia è già un grosso produttore di biometano, circa 2 miliardi di metri cubi l’anno, ma la produzione si concentra in poche regioni. Esportare il modello Lombardia non è semplice».
E ripartire con lo sfruttamento dei giacimenti?
«Ci vogliono anni anche immaginando tempi rapidi per le autorizzazioni. In generale è una strategia che ha un senso ma non nell’ottica di questa crisi: sarebbe in grado di ridurre le importazioni del 25% per meno di 10 anni».
Quanto sarebbe il risparmio?
«Bisogna vedere se le normative Ue permettono all’Italia di fare contratti privilegiati con l’Eni».
Lo sfruttamento dei giacimenti di gas non vanno in direzione opposta alla transizione ecologica?
«Proprio così. A seguito dei due choc petroliferi l’Europa ha reagito diversificando il paniere dei fornitori. Prima il petrolio veniva tutto dal Medio Oriente, poi lo si è andato cercare altrove. Ora si potrebbe fare lo stesso, ma la transizione ecologica impone un percorso diverso. In Olanda una sentenza ha imposto alla Shell il taglio del 45% delle emissioni universali rispetto al 2019 entro il 2030 in ossequio agli accordi sul clima. Se Shell non riesce a ribaltare quel giudizio rischia di chiudere».
Quindi non conviene cercare e sfruttare nuovi giacimenti di gas.
«Persino in Namibia un tribunale ha bloccato le esplorazioni petrolifere. Bisogna poi considerare che le banche hanno alzato i tassi dei finanziamenti per le esplorazioni di giacimenti del gas perché considerate a rischio di blocco. Gli investimenti sono ai minimi storici, meno del 50% di quelli effettuati nel 2014, a fronte di una domanda di gas notevolmente più alta. A parte il 2020, la domanda di gas aumenta tutti gli anni. La strategia schizofrenica della transizione ecologica rischia di paralizzare l’economia mondiale. Voglio proprio vedere che cosa farà la Germania dopo che avrà chiuso le centrali a carbone».
In che misura il gas è fondamentale per produrre energia elettrica?
«In Europa l’elettricità si produce con le “vecchie” fonti rinnovabili, cioè le centrali idroelettriche e a biomassa, che coprono tra il 5 e il 20% del fabbisogno; con le nuove rinnovabili, ovvero eolico e fotovoltaico, che fanno il 10-20% del paniere elettrico; poi c’è un po’ di nucleare. Il resto viene tutto dal gas e dal carbone, che compongono oltre il 50% del paniere elettrico di tutti gli Stati europei».
L’Italia è stata pioniere nella conversione dal carbone al gas ma ora siamo penalizzati.
«Abbiamo le centrali più moderne ed efficienti. I tedeschi hanno previsto un passaggio dai fossili alle rinnovabili senza step intermedi e hanno convinto il mondo che questa è la strada giusta. Così si moltiplicano i messaggi che la vera svolta sono l’eolico e il fotovoltaico. Ma se anche avessimo installato tanti impianti di rinnovabili, il prezzo lo farebbe comunque il gas. E sapete perché? Il sistema elettrico deve avere una fonte flessibile al suo interno per rispondere alla fluttuazione della domanda. Le rinnovabili non sono modulabili a nostro piacimento ma dipendono dal meteo, dal vento e dal sole, e devono essere sempre affiancate da una fonte fossile».
«Deve partire il Nord Stream 2 ma i verdi in Germania dicono no»
«Se anche avessimo a disposizione 10 milioni di metri cubi l’anno di gas da estrazione dei giacimenti nazionali, non risolveremmo il problema. I prezzi si decidono livello internazionale, in Germania, dove, al confine con l’Olanda, c’è un sistema di tubi di gas, un’interconnessione, hub, dove si formano i prezzi Ttf (title of transfer facility, ndr). L’Italia è dipendente per il 96% dei suoi consumi di gas dall’estero e ridurre del 10% questa quota non fa la differenza». È lo scenario che delinea Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia.
Quali sono i nostri principali fornitori di gas?
«L’Italia consuma 76 miliardi di metri cubi di gas l’anno, pari al 37% del totale dei consumi di energia del Paese. È la prima fonte, più ancora anche del petrolio. Il 40% di questo gas viene dalla Russia, il 27% dall’Algeria, il 10% ciascuno da Azerbaigian e Qatar, il resto da Libia, Norvegia e Olanda. Il 96% del fabbisogno viene dall’estero. Solo 3,3 miliardi di metri cubi sono estratti dal sottosuolo nazionale. Qualora fossimo in grado di raddoppiare la produzione, la situazione non cambierebbe in modo sostanziale. Inoltre, ci sono enormi difficoltà ad aumentare l’estrazione. Non è chiaro dove si può fare e dove è vietato».
Come giudica il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai) approvato dal ministero della Transizione ecologica?
«Con queste regole ci vorranno anni, se non decenni, per produrre più gas in Italia: ce lo dimostra l’esperienza degli ultimi 20-30 anni. Anche se tecnicamente un raddoppio dell’estrazione da 3 a 6 miliardi di metri cubi sarebbe possibile in un anno. Nel 2021 la produzione nazionale di gas ha raggiunto il minimo dal 1954 a 3 miliardi di metri cubi. Il picco è stato toccato nel 1991 con 21 miliardi di metri cubi e potrebbe oggi facilmente arrivare a 10 miliardi di metri cubi in più all’anno. Bloccando l’estrazione, in dieci anni abbiamo lasciato sotto terra qualcosa come 80 miliardi di euro».
Quale è la soluzione a breve termine?
«Bisogna far partire il Nord Stream 2, portato avanti dall’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e bloccato dal nuovo governo di Berlino dove il ministro degli Esteri è la leader verde Annalena Baerbock. Bruxelles dovrebbe intervenire e proporre ai Paesi un allentamento dei vincoli ambientali sulle emissioni di CO2, per consentire il consumo di combustibili fossili diversi dal gas, in particolare il carbone. È assurdo che il Nord Steam 2 sia ancora chiuso. Gli Usa sono interessati alla stabilità in Europa e se noi andiamo in crisi economica, con il secondo maggiore debito del mondo, è un problema anche per gli Usa. Certo, ovvio che occorre diversificare le fonti e andare a prendere il gas altrove, per esempio dall’Egitto».
L’Italia sarà mai indipendente da un punto di vista energetico?
«In questi anni abbiamo sprecato tanto, potevamo estrarre il gas che abbiamo sotto i piedi, mentre l’abbiamo data vinta agli ambientalisti. Questi sono veri delitti economici. L’Italia non riuscirà a essere indipendente dall’approvvigionamento dall’estero. Le fonti rinnovabili non bastano. Il problema è che affidiamo la politica energetica ai sindaci e agli enti locali. E poi facciamo poco stoccaggio. Quando questa crisi sarà finita, serviranno negoziati diversi anche con la Russia, per capire perché non ha fatto niente per calmierare i prezzi lo scorso inverno. Sarebbe auspicabile avere anche un mercato spot tutto italiano, un sogno tutto italiano che dobbiamo ancora rincorrere. Ma una vera alternativa energetica non esiste nel breve termine. O meglio, al momento l’unica soluzione è consumare meno, ma questa non è efficienza, è povertà».
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Metà dell’elettricità che serve all’Italia si ottiene dal metano. Che per il 95,5% viene importato, a prezzi non decisi da noi. Contro l’aumento della produzione interna si battono sindaci e ambientalisti. E la transizione ecologica peggiora la situazione.«Le fonti rinnovabili non risolvono nulla. Con il sole e il vento bollette più care». Il ricercatore Enrico Mariutti: «Gli incentivi ricadrebbero sugli utenti e senza accumulatori i valori rimangono decisi dai combustibili fossili». «Deve partire il Nord Stream 2 ma i verdi in Germania dicono no». Il presidente di Nomisma energia Davide Tabarelli: «Assurdo che il collegamento sia ancora chiuso».Lo speciale comprende tre articoli. È illusorio riempirsi la bocca con progetti futuribili, come lo sfruttamento massiccio dei nostri giacimenti di metano, o l’incremento delle fonti rinnovabili, che chissà, se e quando potranno essere realizzati. Siamo alla canna del gas, è il caso di dirlo. L’Europa da tempo ha rinunciato a una propria autonomia energetica, in nome della difesa dell’ambiente, ma non potendo fare a meno di alimentare le proprie industrie e non potendosi affidare esclusivamente al vento o al sole, è diventata sempre più dipendente da chi l’energia ha continuato a produrla, senza porsi tante domande sull’impatto ambientale. Così mentre la Ue chiudeva i giacimenti, la Russia si faceva avanti per soddisfare la domanda crescente di elettricità e gas. In Italia questa politica ecologista è stata perseguita in modo demagogico: per soddisfare tutti, alla fine si è arrivati a una sorta di immobilismo. L’espansione delle fonti rinnovabili procede a rilento ma nel frattempo si è rinunciato a sfruttare le risorse sotterranee.La metà dell’energia elettrica nel nostro Paese si produce con il gas. Un altro 10% viene dal nucleare francese, da noi sempre criticato ma che ci ha fatto comodo. Il 41% del gas di provenienza europea ci è fornito da Mosca che possiede le maggiori riserve conosciute e approvvigiona la Ue da oltre 50 anni. Quest’inverno la Russia ha già tagliato le forniture all’Italia e al resto dell’Europa, fatta eccezione per la Germania. Il calo deciso dal colosso pubblico Gazprom, primo fornitore di gas al nostro Paese, ha coinciso con le tensioni sull’Ucraina determinando l’impennata dei prezzi dell’energia. Secondo Gazprom, il flusso è sceso da dicembre a gennaio del 43% passando da 2,62 miliardi di metri cubi a fine 2021 a 1,5 miliardi a gennaio.Dal 1° gennaio al 31 dicembre 2021 il nostro Paese ha estratto dai giacimenti nazionali appena 3,34 miliardi di metri cubi di gas, il 18,6% in meno rispetto al 2020 quando c’era già stato un crollo a causa delle restrizioni pandemiche. È il minimo dal 1954. A inizio 2000 le estrazioni ammontavano a 20 miliardi di metri cubi l’anno. Ma al calo non ha corrisposto una diminuzione dei consumi. Bruciamo il 7,2% in più di metano e quindi siamo stati costretti ad aumentare le importazioni: +10%, cioè 72,7 miliardi di metri cubi.Dove prende il gas l’Italia? Secondo il censimento del ministero della Transizione ecologica, i nostri due fornitori principali di gas sono la Russia (29,06 miliardi di metri cubi) e l’Algeria (21,16). L’Algeria ha quasi raddoppiato il flusso dai 12 miliardi del 2020. Terza fonte, con 7,31 miliardi di metri cubi (+7,5%), è il gas liquefatto estratto in Qatar e sbarcato nel terminale di rigassificazione al largo del delta del Po controllato da Exxon Mobil (70,7%) con Qatar Petroleum (22%) e Snam (7,3%). Nel bilancio energetico 2021 compaiono poi i 7,21 miliardi di metri cubi affluiti dall’Azerbaigian attraverso il Tap, il metanodotto che giunge in Puglia e che il M5s, nella campagna elettorale del 2018, avrebbe voluto cancellare. Altri Paesi fornitori sono la Libia (3 miliardi di metri cubi), l’Olanda e la Norvegia (2 miliardi di metri cubi ciascuna). Dai giacimenti del Mare del Nord il gas raggiunge l’Italia al confine svizzero di Passo Gries, in val d’Ossola, dove c’è l’interconnessione con la rete nazionale di Transitgas.La rete di trasporto nazionale, gestita dalla società Snam rete gas, è collegata con le linee di importazione dalla Russia, dal Nord Europa e dal Nord Africa attraverso 9 punti di entrata. Questi sono in corrispondenza di sei metanodotti situati a Tarvisio, Gorizia, Passo Gries, Mazara del Vallo, Gela e Melendugno, e di tre rigassificatori di gas naturale liquefatto (Gnl) a Panigaglia, Rovigo e Livorno. Nei rigassificatori arriva il gas trasportato via mare. Rispetto al 2020 le importazioni sono aumentate del 6,8%. Una percentuale che sembra destinata a crescere.Il prezzo di mercato del gas importato oscilla tra i 50 e i 70 centesimi al metro cubo, 10 volte tanto il costo di estrazione del metano in Italia che si aggira sui 5 centesimi al metro cubo. Secondo il documento Pitesai, il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee introdotto dal governo Conte 1 per lo sfruttamento dei giacimenti nazionali, nel sottosuolo italiano si trovano circa 92 miliardi di metri cubi di gas. Il ministro Roberto Cingolani ha chiarito che per lo sfruttamento non si tratterebbe di piazzare nuove trivelle, ma di sfruttare i giacimenti esistenti, riducendo in questo modo le forniture dall’estero. L’obiettivo è il raddoppio della produzione, arrivando al 10% del fabbisogno nazionale. I maggiori giacimenti sono sotto l’Adriatico. A 40 chilometri da Venezia ci sono 50 miliardi di metri cubi di gas. Bacini metaniferi sono stati individuati anche a Piacenza, in Basilicata, in Sicilia, nello Jonio. Non si trivella perché prevale l’ambientalismo estremo. Gli ecologisti hanno ventilato il pericolo che le estrazioni nell’Adriatico possano creare fenomeni di subsidenza mettendo a rischio Venezia. Il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, ha invece sottolineato che in Italia nei 200 pozzi attivi non si sono mai registrati fenomeni di pericolosità negli ultimi 50 anni. Anche il Pitesai, nonostante contenga numerosi paletti come il divieto di avviare nuove trivellazioni, ha già incontrato l’altolà degli ambientalisti. La prospettiva è che per incrementare le estrazioni ci vorranno anni, se non decenni, tra veti incrociati e crociate ecologiste. Intanto dall’altra parte dell’Adriatico, in Croazia, è stata avviata una strategia che punta a rendere il Paese un hub degli idrocarburi nei Balcani. 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Non solo il prezzo dell’elettricità lo farebbe comunque il gas, ma sull’utente verrebbero scaricati i costi degli incentivi per costruire altre pale e altri pannelli». Enrico Mariutti, ricercatore e analista in ambito energetico e presidente dell’Istituto Alti studi in geopolitica (Isag) spiega cosa sta accadendo: «L’Italia produce il 47% dell’elettricità con il gas e c’è chi sostiene che se avessimo più rinnovabili oggi pagheremmo meno. Non è così. La Germania copre solo il 12% del fabbisogno con le centrali a gas, ma il prezzo dell’elettricità non si discosta molto da quello italiano». Come è possibile? «Possiamo installare tutte le rinnovabili che ci pare, ma senza capacità di accumulo, senza le batterie, il prezzo continuano a farlo i fossili. Nonostante che la Germania produca quasi il 50% dell’elettricità con fonti rinnovabili e quasi il 60% della potenza installata sia rinnovabile, pale e pannelli decidono il prezzo di mercato solo 872 ore l’anno su 8.760. L’energia rinnovabile determina il prezzo dell’elettricità solamente quando è così abbondante da saturare il mercato. Ma questo accade quando la domanda è più bassa: nel Nord Europa, l’eolico funziona bene di notte quando c’è più vento». Le nostre riserve di gas potrebbero soddisfare il fabbisogno nazionale? «No. Se sfruttassimo al massimo i giacimenti, copriremmo poco più di un anno. Spalmando le riserve su 5-6 anni, si potrebbe ridurre di un po’ la dipendenza dal gas russo. Quello che si immagina è di mitigare il rischio, non di azzerare le importazioni da Mosca. C’è chi suggerisce il raddoppio del Tap, il gasdotto che viene dall’Arzebaigian ma in questa fase è difficile immaginare progetti di questo genere. Più in generale, il gas non manca ma vuoi per ragioni politiche, penso all’Iran, vuoi per ragioni infrastrutturali, penso al Qatar, non è semplice diversificare il paniere europeo». Allora come se ne esce? «Per il momento mettendo a sistema le riserve nazionali e potenziando la produzione di biogas, che è carbon neutral: così potremmo ridurre la dipendenza dall’estero. Ma bisogna prendere la questione molto seriamente. La produzione di biogas prevede una rete diffusa. L’Italia è già un grosso produttore di biometano, circa 2 miliardi di metri cubi l’anno, ma la produzione si concentra in poche regioni. Esportare il modello Lombardia non è semplice». E ripartire con lo sfruttamento dei giacimenti? «Ci vogliono anni anche immaginando tempi rapidi per le autorizzazioni. In generale è una strategia che ha un senso ma non nell’ottica di questa crisi: sarebbe in grado di ridurre le importazioni del 25% per meno di 10 anni». Quanto sarebbe il risparmio? «Bisogna vedere se le normative Ue permettono all’Italia di fare contratti privilegiati con l’Eni». Lo sfruttamento dei giacimenti di gas non vanno in direzione opposta alla transizione ecologica? «Proprio così. A seguito dei due choc petroliferi l’Europa ha reagito diversificando il paniere dei fornitori. Prima il petrolio veniva tutto dal Medio Oriente, poi lo si è andato cercare altrove. Ora si potrebbe fare lo stesso, ma la transizione ecologica impone un percorso diverso. In Olanda una sentenza ha imposto alla Shell il taglio del 45% delle emissioni universali rispetto al 2019 entro il 2030 in ossequio agli accordi sul clima. Se Shell non riesce a ribaltare quel giudizio rischia di chiudere». Quindi non conviene cercare e sfruttare nuovi giacimenti di gas. «Persino in Namibia un tribunale ha bloccato le esplorazioni petrolifere. Bisogna poi considerare che le banche hanno alzato i tassi dei finanziamenti per le esplorazioni di giacimenti del gas perché considerate a rischio di blocco. Gli investimenti sono ai minimi storici, meno del 50% di quelli effettuati nel 2014, a fronte di una domanda di gas notevolmente più alta. A parte il 2020, la domanda di gas aumenta tutti gli anni. La strategia schizofrenica della transizione ecologica rischia di paralizzare l’economia mondiale. Voglio proprio vedere che cosa farà la Germania dopo che avrà chiuso le centrali a carbone». In che misura il gas è fondamentale per produrre energia elettrica? «In Europa l’elettricità si produce con le “vecchie” fonti rinnovabili, cioè le centrali idroelettriche e a biomassa, che coprono tra il 5 e il 20% del fabbisogno; con le nuove rinnovabili, ovvero eolico e fotovoltaico, che fanno il 10-20% del paniere elettrico; poi c’è un po’ di nucleare. Il resto viene tutto dal gas e dal carbone, che compongono oltre il 50% del paniere elettrico di tutti gli Stati europei». L’Italia è stata pioniere nella conversione dal carbone al gas ma ora siamo penalizzati. «Abbiamo le centrali più moderne ed efficienti. I tedeschi hanno previsto un passaggio dai fossili alle rinnovabili senza step intermedi e hanno convinto il mondo che questa è la strada giusta. Così si moltiplicano i messaggi che la vera svolta sono l’eolico e il fotovoltaico. Ma se anche avessimo installato tanti impianti di rinnovabili, il prezzo lo farebbe comunque il gas. E sapete perché? Il sistema elettrico deve avere una fonte flessibile al suo interno per rispondere alla fluttuazione della domanda. Le rinnovabili non sono modulabili a nostro piacimento ma dipendono dal meteo, dal vento e dal sole, e devono essere sempre affiancate da una fonte fossile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alla-canna-del-gas-2656749236.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="deve-partire-il-nord-stream-2-ma-i-verdi-in-germania-dicono-no" data-post-id="2656749236" data-published-at="1645391013" data-use-pagination="False"> «Deve partire il Nord Stream 2 ma i verdi in Germania dicono no» «Se anche avessimo a disposizione 10 milioni di metri cubi l’anno di gas da estrazione dei giacimenti nazionali, non risolveremmo il problema. I prezzi si decidono livello internazionale, in Germania, dove, al confine con l’Olanda, c’è un sistema di tubi di gas, un’interconnessione, hub, dove si formano i prezzi Ttf (title of transfer facility, ndr). L’Italia è dipendente per il 96% dei suoi consumi di gas dall’estero e ridurre del 10% questa quota non fa la differenza». È lo scenario che delinea Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia. Quali sono i nostri principali fornitori di gas? «L’Italia consuma 76 miliardi di metri cubi di gas l’anno, pari al 37% del totale dei consumi di energia del Paese. È la prima fonte, più ancora anche del petrolio. Il 40% di questo gas viene dalla Russia, il 27% dall’Algeria, il 10% ciascuno da Azerbaigian e Qatar, il resto da Libia, Norvegia e Olanda. Il 96% del fabbisogno viene dall’estero. Solo 3,3 miliardi di metri cubi sono estratti dal sottosuolo nazionale. Qualora fossimo in grado di raddoppiare la produzione, la situazione non cambierebbe in modo sostanziale. Inoltre, ci sono enormi difficoltà ad aumentare l’estrazione. Non è chiaro dove si può fare e dove è vietato». Come giudica il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai) approvato dal ministero della Transizione ecologica? «Con queste regole ci vorranno anni, se non decenni, per produrre più gas in Italia: ce lo dimostra l’esperienza degli ultimi 20-30 anni. Anche se tecnicamente un raddoppio dell’estrazione da 3 a 6 miliardi di metri cubi sarebbe possibile in un anno. Nel 2021 la produzione nazionale di gas ha raggiunto il minimo dal 1954 a 3 miliardi di metri cubi. Il picco è stato toccato nel 1991 con 21 miliardi di metri cubi e potrebbe oggi facilmente arrivare a 10 miliardi di metri cubi in più all’anno. Bloccando l’estrazione, in dieci anni abbiamo lasciato sotto terra qualcosa come 80 miliardi di euro». Quale è la soluzione a breve termine? «Bisogna far partire il Nord Stream 2, portato avanti dall’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e bloccato dal nuovo governo di Berlino dove il ministro degli Esteri è la leader verde Annalena Baerbock. Bruxelles dovrebbe intervenire e proporre ai Paesi un allentamento dei vincoli ambientali sulle emissioni di CO2, per consentire il consumo di combustibili fossili diversi dal gas, in particolare il carbone. È assurdo che il Nord Steam 2 sia ancora chiuso. Gli Usa sono interessati alla stabilità in Europa e se noi andiamo in crisi economica, con il secondo maggiore debito del mondo, è un problema anche per gli Usa. Certo, ovvio che occorre diversificare le fonti e andare a prendere il gas altrove, per esempio dall’Egitto». L’Italia sarà mai indipendente da un punto di vista energetico? «In questi anni abbiamo sprecato tanto, potevamo estrarre il gas che abbiamo sotto i piedi, mentre l’abbiamo data vinta agli ambientalisti. Questi sono veri delitti economici. L’Italia non riuscirà a essere indipendente dall’approvvigionamento dall’estero. Le fonti rinnovabili non bastano. Il problema è che affidiamo la politica energetica ai sindaci e agli enti locali. E poi facciamo poco stoccaggio. Quando questa crisi sarà finita, serviranno negoziati diversi anche con la Russia, per capire perché non ha fatto niente per calmierare i prezzi lo scorso inverno. Sarebbe auspicabile avere anche un mercato spot tutto italiano, un sogno tutto italiano che dobbiamo ancora rincorrere. Ma una vera alternativa energetica non esiste nel breve termine. O meglio, al momento l’unica soluzione è consumare meno, ma questa non è efficienza, è povertà».
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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