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2020-06-29
Ecco chi vuole svendere l’Italia
Un po' di propensione alla svendita del Paese, un po' di autorazzismo, un po' di retorica del vincolo esterno, e forse un po' di desiderio di proporsi al sovrano straniero come viceré, come funzionari delegati alla gestione della «provincia» italiana.
Si pensi al Mes. Non dispiaccia a Federico Fubini, prima firma del Corriere, che ieri ha provato a garantire che non ci sarebbero altri vincoli, controlli, condizioni. Ah sì? Peccato che basti farsi un giro sul sito www.esm.europa.eu per scoprire che i Paesi richiedenti saranno sottoposti a enhanced surveillance (sorveglianza rafforzata). Peccato che sia fissato l'early warning system, per monitorare la capacità del Paese di ripagare il prestito. E peccato soprattutto che restino vivi il Trattato Mes e il Regolamento 472 del 2013 che nessuno ha abrogato né modificato: dunque, chiacchiere a parte, nulla vieta che in futuro possano essere imposte «misure correttive», magari quando a Palazzo Chigi ci sarà un governo sgradito all'Ue. Controprova? Se questo Mes è così sexy, come mai la Francia non lo vuole, la Spagna non lo vuole, il Portogallo non lo vuole, la Grecia non lo vuole?
Dicono gli eurolirici: ma è Angela Merkel che ce lo consiglia. Resta da capire se questa Merkel sia un'omonima della Merkel che dichiarò la morte politica di un governo italiano legittimamente scelto dagli elettori scambiandosi risatine sarcastiche insieme a Nicolas Sarkozy. Tocca dunque a lei, o tocca comunque a un leader straniero decidere cosa l'Italia debba fare? Attendiamo fiduciosi che ci si indichi l'articolo della Costituzione che fissa questa regola.
La realtà è che l'approccio del mainstream politico e mediatico italiano all'Ue è ormai dogmatico, religioso, non più fattuale né razionale: un catechismo, una materia di culto. E invece l'Ue è un'arena politica dura e difficile, dove - come in ogni consesso umano e in ogni epoca storica - c'è chi cerca di imporre agli altri la propria agenda e i propri interessi. Ha certamente senso stare in quell'arena, ma senza sudditanza e senza umiliarsi.
A meno che (ecco l'autorazzismo) non ci sia una valutazione che non si ha il coraggio di esplicitare. Per alcuni politici e osservatori, gli italiani vanno rieducati attraverso la frusta del vincolo esterno: occorre cioè che qualcuno - da Bruxelles - ci insegni la durezza del vivere, a suon di tasse e tagli. Per carità: non c'è alcun dubbio sul fatto che, nei decenni, tanti disastri siano stati compiuti dai governi italiani. Ma questa non è una buona ragione per farci commissariare da una Troika reale, o da un surrogato italico della Troika, una specie di auto Troika.
In questa operazione di svendita della sovranità nazionale, da qualche tempo c'è una new entry, e cioè la Cina. Se n'è avuto il riscontro definitivo attraverso l'atteggiamento assolutorio che autorità politiche ed «esperti» hanno avuto verso Pechino in tutta la vicenda del coronavirus. E c'è ancora chi cerca colpevoli altrove. Ieri, intervistato su Repubblica, ha provveduto l'ineffabile Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute. Il titolo sembrava incoraggiante: «Ok riaprire, ma non a chi ha lasciato propagare l'epidemia». Il lettore avrà pensato: «Beh, finalmente ce l'ha con il regime comunista di Xi Jinping». E invece no, ecco l'ultima arrampicata di Ricciardi per dire che è sempre colpa di Donald Trump: «La Cina ha fatto una strategia di contenimento, mentre gli Usa hanno lasciato dilagare l'epidemia». Ma, presa la rincorsa, Ricciardi non si ferma più e certifica come credibili i dati cinesi: «La Cina in questo momento non avrebbe nessun interesse a truccare i dati». Ma guarda: il Paese che tutti giudicano colpevole della pandemia, secondo Ricciardi, non avrebbe interesse a tentare di ridimensionare le sue responsabilità. In che mani siamo…
Il «Corriere» rilancia la campagna suicida a favore dei soldi Mes
«Penso al Mes senza condizionalità», dice Nicola Zingaretti. Ecco, bravo, pensaci, verrebbe da rispondergli perché quella roba lì non esiste. Fare propaganda e finire di crederci è tutto un attimo, avrebbe cantato Anna Oxa. «Gli Stati membri la cui moneta è l'euro possono istituire un meccanismo di stabilità (il Mes appunto, ndr)», recita il comma 3 dell'articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell'Ue, che chiude: «La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell'ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità».
Mentre Giuseppe Conte prova a ridire no al Mes dopo una lunga altalena, ieri è Federico Fubini sul Corriere a difendere il Mes. Obiettare che «“i trattati non sono cambiati" è l'argomento dei più disinformati, che non sanno più cosa inventarsi per difendere una posizione precostituita». E qui andrebbero conosciuti non solo i trattati ma pure il regolamento 472 del 2013 che disciplina l'operatività del Mes. Il titolo parla da solo: «Rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri nella zona euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria».
La premessa recita che gli Stati che chiedono di essere assistiti dal Mes sono sottoposti alla sorveglianza rafforzata, tipo Grecia. Comunque sia, lo Stato che ricorre al Mes informa l'«Eurogruppo, il commissario per gli affari economici e monetari e la Bce» mentre la Commissione valuterà «la sostenibilità del debito pubblico». Cosa peraltro già fatta, come sottolinea Fubini. L'articolo più controverso del regolamento è però il settimo, sui programmi di aggiustamento macroeconomico. Esso prescrive che tali piani dipendano sempre dalla solita analisi di sostenibilità del debito. Se questo venisse successivamente dichiarato non sostenibile, i famigerati programmi sarebbero pronti a ripartire. Invece l'articolo 14 stabilisce come uno Stato membro può essere soggetto a «sorveglianza post-programma finché non avrà rimborsato almeno il 75% del debito contratto con il Mes».
In pratica il Paese sorvegliato deve sottostare a periodiche valutazioni di Commissione, Bce e Fmi (la Troika) che potrebbero imporre «misure correttive». La stessa Commissione, per mano di Gentiloni, ha ribadito il concetto lo scorso 8 maggio: «Gli Stati membri dell'area dell'euro rimarranno impegnati a rafforzare i fondamenti economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell'Ue». La premessa 13 del Trattato istitutivo del Mes, del resto, precisa come i suoi crediti «fruiranno dello status di creditore privilegiato» con ciò trasformando tutti i Btp in circolazione in subordinati. Avete presente Banca Etruria? Ecco, quella roba li.
Ma alla fine, ecco citato un caso di successo. Cipro - che nel 2012 ha subìto il taglio dei depositi bancari grazie anche all'intervento del Mes - sta ipotizzando di ricorrervi ancora. «Subito il costo del suo debito è sceso, perché ciò ha rassicurato gli investitori» sottolinea Fubini. Peccato che Cipro abbia un debito pubblico complessivo di 21 miliardi. Meno dell'ultima emissione del solo Btp Italia. Di questi, 16 miliardi sono già privilegiati (cioè in caso di default vengono pagati prima perché sono appunto quelli del Mes) o in caso di uscita dall'euro non potrebbero essere ridenominati in nuova moneta.
E l’editore Cairo licenzia il giornalista non asservito all’Ue
Tira aria di burrasca al Corriere della Sera. Secondo Senza Bavaglio, l'editore della testata, Urbano Cairo, ha interrotto senza preavviso il rapporto di lavoro con Ivo Caizzi, corrispondente da Bruxelles da trent'anni per il quotidiano alla cui direzione, tra l'altro, il giornalista si era candidato senza successo nel 2015. Il siluramento - avallato dal direttore Luciano Fontana - sarebbe avvenuto senza la consultazione della rappresentanza sindacale e senza apparenti motivazioni (sebbene il governo abbia bloccato i licenziamenti senza giusta causa fino ad agosto). In tutto questo, Caizzi avrebbe ricevuto la comunicazione dell'estromissione mentre si trovava chiuso in casa a Bruxelles, a causa del lockdown. Il Comitato di redazione sosterrà il collega, in quanto il suo licenziamento non avrebbe avuto luogo «nell'ambito delle comuni facoltà previste dall'ordinamento legislativo».
L'aspetto forse più curioso di questa vicenda risiede nella fretta con cui Cairo ha scelto di risolvere il rapporto di lavoro. Non soltanto perché nel 2015 - come riportò Linkiesta - aveva orgogliosamente affermato di aver tagliato gli sprechi a La 7 senza aver licenziato nessuno. Ma anche perché aveva sul tavolo soluzioni meno traumatiche. L'editore avrebbe potuto attendere la scadenza del contratto da corrispondente per poi non rinnovarlo. E il giornalista non sarebbe lontano dalla pensione.
Eppure Cairo ha optato per una drastica rapidità. A voler pensar male, si potrebbe ritenere che l'editore abbia tenuto conto dei (relativamente) recenti attriti, consumatisi tra Caizzi e i vertici della redazione. A fine dicembre 2018, il corrispondente aveva inviato una lettera al Cdr molto dura verso Fontana e - indirettamente - il vicedirettore Federico Fubini. Nella missiva - pubblicata dalla Verità all'inizio del gennaio successivo - Caizzi chiedeva «di verificare e valutare il comportamento del direttore nella copertura della trattativa tra Unione europea e Italia sulla manovra di bilancio 2019». La ragione del contendere risiedeva principalmente nella prima pagina del primo novembre 2018, in cui il Corriere aveva parlato di una «procedura d'infrazione» europea contro l'Italia: una procedura bollata da Caizzi come «inesistente». Egli chiedeva di verificare «se il comportamento del direttore Fontana sia stato corretto», «se si può aprire la prima pagina del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere», «se il direttore non debba limitarsi a imporre la sua linea attraverso editoriali, opinioni e commenti», «se l'attendibilità del Corriere non vada difesa meglio, almeno per ridurre le perdite di copie».
La questione investiva anche Fubini che dell'articolo del 1° novembre era l'autore. Come riferì Prima comunicazione, «Fubini non viene mai citato nella mail al Cdr, ma Caizzi mette in evidenza un suo articolo del 7 novembre in cui si nega una possibile soluzione di compromesso sul bilancio del governo Conte, smentendo quanto scritto nei giorni precedenti dallo stesso Caizzi». Gli articoli contestati riguardavano le trattative che - nell'autunno 2018 - l'allora governo italiano M5s-Lega) aveva condotto con Bruxelles sulla legge di bilancio e un deficit al 2,4%. L'accusa innescò la piccata reazione di Fontana che, in una lettera, dichiarò: «È davvero inverosimile che si giudichi il risultato finale (l'accordo tra Italia e Ue) per dire che i passi iniziali verso la procedura d'infrazione non fossero veri (tra l'altro raccontati da tutti i giornali del mondo e respinti all'inizio dal nostro governo che affermava non avrebbe mai cambiato il numerino del 2,4%). Come se in mezzo e nella trattativa non fosse accaduto nulla». Scontro su tutta la linea, insomma. Non è pertanto da escludere che - dietro la mossa di Cairo -questa complicata vicenda possa aver giocato un ruolo significativo.
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I «competenti» sognano l'euroschiavitù. E Walter Ricciardi vuol spalancare i confini ai cinesi.Come sempre, si sorvola sulle condizioni che saranno imposte per ottenere i fondi speciali. Nicola Zingaretti corre a dare manforte.Urbano Cairo caccia Ivo Caizzi dal Corriere: un anno fa denunciò la pubblicazione di notizie false ma gradite a Bruxelles. Con l'ok del direttore.Lo speciale contiene tre articoli.Un po' di propensione alla svendita del Paese, un po' di autorazzismo, un po' di retorica del vincolo esterno, e forse un po' di desiderio di proporsi al sovrano straniero come viceré, come funzionari delegati alla gestione della «provincia» italiana. Si pensi al Mes. Non dispiaccia a Federico Fubini, prima firma del Corriere, che ieri ha provato a garantire che non ci sarebbero altri vincoli, controlli, condizioni. Ah sì? Peccato che basti farsi un giro sul sito www.esm.europa.eu per scoprire che i Paesi richiedenti saranno sottoposti a enhanced surveillance (sorveglianza rafforzata). Peccato che sia fissato l'early warning system, per monitorare la capacità del Paese di ripagare il prestito. E peccato soprattutto che restino vivi il Trattato Mes e il Regolamento 472 del 2013 che nessuno ha abrogato né modificato: dunque, chiacchiere a parte, nulla vieta che in futuro possano essere imposte «misure correttive», magari quando a Palazzo Chigi ci sarà un governo sgradito all'Ue. Controprova? Se questo Mes è così sexy, come mai la Francia non lo vuole, la Spagna non lo vuole, il Portogallo non lo vuole, la Grecia non lo vuole? Dicono gli eurolirici: ma è Angela Merkel che ce lo consiglia. Resta da capire se questa Merkel sia un'omonima della Merkel che dichiarò la morte politica di un governo italiano legittimamente scelto dagli elettori scambiandosi risatine sarcastiche insieme a Nicolas Sarkozy. Tocca dunque a lei, o tocca comunque a un leader straniero decidere cosa l'Italia debba fare? Attendiamo fiduciosi che ci si indichi l'articolo della Costituzione che fissa questa regola. La realtà è che l'approccio del mainstream politico e mediatico italiano all'Ue è ormai dogmatico, religioso, non più fattuale né razionale: un catechismo, una materia di culto. E invece l'Ue è un'arena politica dura e difficile, dove - come in ogni consesso umano e in ogni epoca storica - c'è chi cerca di imporre agli altri la propria agenda e i propri interessi. Ha certamente senso stare in quell'arena, ma senza sudditanza e senza umiliarsi. A meno che (ecco l'autorazzismo) non ci sia una valutazione che non si ha il coraggio di esplicitare. Per alcuni politici e osservatori, gli italiani vanno rieducati attraverso la frusta del vincolo esterno: occorre cioè che qualcuno - da Bruxelles - ci insegni la durezza del vivere, a suon di tasse e tagli. Per carità: non c'è alcun dubbio sul fatto che, nei decenni, tanti disastri siano stati compiuti dai governi italiani. Ma questa non è una buona ragione per farci commissariare da una Troika reale, o da un surrogato italico della Troika, una specie di auto Troika. In questa operazione di svendita della sovranità nazionale, da qualche tempo c'è una new entry, e cioè la Cina. Se n'è avuto il riscontro definitivo attraverso l'atteggiamento assolutorio che autorità politiche ed «esperti» hanno avuto verso Pechino in tutta la vicenda del coronavirus. E c'è ancora chi cerca colpevoli altrove. Ieri, intervistato su Repubblica, ha provveduto l'ineffabile Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute. Il titolo sembrava incoraggiante: «Ok riaprire, ma non a chi ha lasciato propagare l'epidemia». Il lettore avrà pensato: «Beh, finalmente ce l'ha con il regime comunista di Xi Jinping». E invece no, ecco l'ultima arrampicata di Ricciardi per dire che è sempre colpa di Donald Trump: «La Cina ha fatto una strategia di contenimento, mentre gli Usa hanno lasciato dilagare l'epidemia». Ma, presa la rincorsa, Ricciardi non si ferma più e certifica come credibili i dati cinesi: «La Cina in questo momento non avrebbe nessun interesse a truccare i dati». Ma guarda: il Paese che tutti giudicano colpevole della pandemia, secondo Ricciardi, non avrebbe interesse a tentare di ridimensionare le sue responsabilità. In che mani siamo… <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alfieri-del-salvastati-e-valletti-di-pechino-gli-autorazzisti-svenderebbero-il-paese-2646283978.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-corriere-rilancia-la-campagna-suicida-a-favore-dei-soldi-mes" data-post-id="2646283978" data-published-at="1593377943" data-use-pagination="False"> Il «Corriere» rilancia la campagna suicida a favore dei soldi Mes «Penso al Mes senza condizionalità», dice Nicola Zingaretti. Ecco, bravo, pensaci, verrebbe da rispondergli perché quella roba lì non esiste. Fare propaganda e finire di crederci è tutto un attimo, avrebbe cantato Anna Oxa. «Gli Stati membri la cui moneta è l'euro possono istituire un meccanismo di stabilità (il Mes appunto, ndr)», recita il comma 3 dell'articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell'Ue, che chiude: «La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell'ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità». Mentre Giuseppe Conte prova a ridire no al Mes dopo una lunga altalena, ieri è Federico Fubini sul Corriere a difendere il Mes. Obiettare che «“i trattati non sono cambiati" è l'argomento dei più disinformati, che non sanno più cosa inventarsi per difendere una posizione precostituita». E qui andrebbero conosciuti non solo i trattati ma pure il regolamento 472 del 2013 che disciplina l'operatività del Mes. Il titolo parla da solo: «Rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri nella zona euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria». La premessa recita che gli Stati che chiedono di essere assistiti dal Mes sono sottoposti alla sorveglianza rafforzata, tipo Grecia. Comunque sia, lo Stato che ricorre al Mes informa l'«Eurogruppo, il commissario per gli affari economici e monetari e la Bce» mentre la Commissione valuterà «la sostenibilità del debito pubblico». Cosa peraltro già fatta, come sottolinea Fubini. L'articolo più controverso del regolamento è però il settimo, sui programmi di aggiustamento macroeconomico. Esso prescrive che tali piani dipendano sempre dalla solita analisi di sostenibilità del debito. Se questo venisse successivamente dichiarato non sostenibile, i famigerati programmi sarebbero pronti a ripartire. Invece l'articolo 14 stabilisce come uno Stato membro può essere soggetto a «sorveglianza post-programma finché non avrà rimborsato almeno il 75% del debito contratto con il Mes». In pratica il Paese sorvegliato deve sottostare a periodiche valutazioni di Commissione, Bce e Fmi (la Troika) che potrebbero imporre «misure correttive». La stessa Commissione, per mano di Gentiloni, ha ribadito il concetto lo scorso 8 maggio: «Gli Stati membri dell'area dell'euro rimarranno impegnati a rafforzare i fondamenti economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell'Ue». La premessa 13 del Trattato istitutivo del Mes, del resto, precisa come i suoi crediti «fruiranno dello status di creditore privilegiato» con ciò trasformando tutti i Btp in circolazione in subordinati. Avete presente Banca Etruria? Ecco, quella roba li. Ma alla fine, ecco citato un caso di successo. Cipro - che nel 2012 ha subìto il taglio dei depositi bancari grazie anche all'intervento del Mes - sta ipotizzando di ricorrervi ancora. «Subito il costo del suo debito è sceso, perché ciò ha rassicurato gli investitori» sottolinea Fubini. Peccato che Cipro abbia un debito pubblico complessivo di 21 miliardi. Meno dell'ultima emissione del solo Btp Italia. Di questi, 16 miliardi sono già privilegiati (cioè in caso di default vengono pagati prima perché sono appunto quelli del Mes) o in caso di uscita dall'euro non potrebbero essere ridenominati in nuova moneta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alfieri-del-salvastati-e-valletti-di-pechino-gli-autorazzisti-svenderebbero-il-paese-2646283978.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-leditore-cairo-licenzia-il-giornalista-non-asservito-allue" data-post-id="2646283978" data-published-at="1593377943" data-use-pagination="False"> E l’editore Cairo licenzia il giornalista non asservito all’Ue Tira aria di burrasca al Corriere della Sera. Secondo Senza Bavaglio, l'editore della testata, Urbano Cairo, ha interrotto senza preavviso il rapporto di lavoro con Ivo Caizzi, corrispondente da Bruxelles da trent'anni per il quotidiano alla cui direzione, tra l'altro, il giornalista si era candidato senza successo nel 2015. Il siluramento - avallato dal direttore Luciano Fontana - sarebbe avvenuto senza la consultazione della rappresentanza sindacale e senza apparenti motivazioni (sebbene il governo abbia bloccato i licenziamenti senza giusta causa fino ad agosto). In tutto questo, Caizzi avrebbe ricevuto la comunicazione dell'estromissione mentre si trovava chiuso in casa a Bruxelles, a causa del lockdown. Il Comitato di redazione sosterrà il collega, in quanto il suo licenziamento non avrebbe avuto luogo «nell'ambito delle comuni facoltà previste dall'ordinamento legislativo». L'aspetto forse più curioso di questa vicenda risiede nella fretta con cui Cairo ha scelto di risolvere il rapporto di lavoro. Non soltanto perché nel 2015 - come riportò Linkiesta - aveva orgogliosamente affermato di aver tagliato gli sprechi a La 7 senza aver licenziato nessuno. Ma anche perché aveva sul tavolo soluzioni meno traumatiche. L'editore avrebbe potuto attendere la scadenza del contratto da corrispondente per poi non rinnovarlo. E il giornalista non sarebbe lontano dalla pensione. Eppure Cairo ha optato per una drastica rapidità. A voler pensar male, si potrebbe ritenere che l'editore abbia tenuto conto dei (relativamente) recenti attriti, consumatisi tra Caizzi e i vertici della redazione. A fine dicembre 2018, il corrispondente aveva inviato una lettera al Cdr molto dura verso Fontana e - indirettamente - il vicedirettore Federico Fubini. Nella missiva - pubblicata dalla Verità all'inizio del gennaio successivo - Caizzi chiedeva «di verificare e valutare il comportamento del direttore nella copertura della trattativa tra Unione europea e Italia sulla manovra di bilancio 2019». La ragione del contendere risiedeva principalmente nella prima pagina del primo novembre 2018, in cui il Corriere aveva parlato di una «procedura d'infrazione» europea contro l'Italia: una procedura bollata da Caizzi come «inesistente». Egli chiedeva di verificare «se il comportamento del direttore Fontana sia stato corretto», «se si può aprire la prima pagina del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere», «se il direttore non debba limitarsi a imporre la sua linea attraverso editoriali, opinioni e commenti», «se l'attendibilità del Corriere non vada difesa meglio, almeno per ridurre le perdite di copie». La questione investiva anche Fubini che dell'articolo del 1° novembre era l'autore. Come riferì Prima comunicazione, «Fubini non viene mai citato nella mail al Cdr, ma Caizzi mette in evidenza un suo articolo del 7 novembre in cui si nega una possibile soluzione di compromesso sul bilancio del governo Conte, smentendo quanto scritto nei giorni precedenti dallo stesso Caizzi». Gli articoli contestati riguardavano le trattative che - nell'autunno 2018 - l'allora governo italiano M5s-Lega) aveva condotto con Bruxelles sulla legge di bilancio e un deficit al 2,4%. L'accusa innescò la piccata reazione di Fontana che, in una lettera, dichiarò: «È davvero inverosimile che si giudichi il risultato finale (l'accordo tra Italia e Ue) per dire che i passi iniziali verso la procedura d'infrazione non fossero veri (tra l'altro raccontati da tutti i giornali del mondo e respinti all'inizio dal nostro governo che affermava non avrebbe mai cambiato il numerino del 2,4%). Come se in mezzo e nella trattativa non fosse accaduto nulla». Scontro su tutta la linea, insomma. Non è pertanto da escludere che - dietro la mossa di Cairo -questa complicata vicenda possa aver giocato un ruolo significativo.
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Non solo. A emergere è anche un altro dato che smonta una certa narrazione dominante: le identità non binarie rappresentano una quota minoritaria, intorno al 16%. La grande maggioranza degli italiani si riconosce ancora in un’identità sessuale e di genere tradizionale. Numeri che restituiscono un Paese molto meno «fluido» di quanto spesso venga descritto. I dati che emergono, letti insieme, delineano un quadro più complesso di quanto spesso venga raccontato. La società cambia, ma lo fa con gradualità, mantenendo punti fermi che resistono nel tempo. Il rapporto evidenzia infatti una sessualità più aperta nelle pratiche e nei contesti, ma ancora fortemente legata alla dimensione della coppia. Le relazioni stabili restano centrali e, in molti casi, risultano anche le più soddisfacenti dal punto di vista della vita intima. Non mancano, però, segnali di trasformazione. Cresce il ricorso alle piattaforme digitali per conoscere nuove persone (oltre il 40% degli italiani dichiara di aver utilizzato almeno una volta app o social per finalità relazionali o sessuali), aumenta la diffusione del sesso mediato dalla tecnologia e si registra una maggiore curiosità verso esperienze diverse rispetto a quelle legate al passato. Il porno, ad esempio, entra sempre più spesso nella quotidianità di coppia, mentre i social diventano uno spazio di interazione anche sul piano relazionale. Si tratta di cambiamenti che non sostituiscono, ma affiancano i modelli tradizionali. Una sorta di doppio binario: da un lato la stabilità della coppia, dall’altro nuove forme di esplorazione e di espressione della sessualità. In questo contesto, la monogamia continua a rappresentare una scelta prevalente, non necessariamente per adesione a un modello rigido, ma spesso per una ricerca di equilibrio e continuità. Un dato che riflette anche un’esigenza più ampia di stabilità, in un periodo segnato da incertezze economiche e sociali. Il rapporto Censis suggerisce quindi una lettura meno ideologica e più aderente alla realtà: gli italiani non sono immobili, ma nemmeno così radicalmente trasformati come talvolta si tende a raccontare. Ma resta, nella maggioranza dei casi, ancorata a una dimensione relazionale riconoscibile, fatta di coppia, continuità e identità definite.
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Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano
Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha proseguito oggi il ciclo di visite sul territorio nazionale con una tappa in Lombardia, dove ha incontrato anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il prefetto Claudio Sgaraglia.
L’attività si inserisce nell’ambito dell’implementazione delle priorità strategiche della Difesa, in particolare quella relativa al «bilanciamento delle componenti», finalizzata a rafforzare la coerenza tecnologica tra le Forze armate. Un obiettivo ritenuto essenziale per garantire la capacità di operare in scenari multidominio, sia in ambito alleato sia su base nazionale.
Nel corso della giornata, il generale si è recato dapprima al Comando interregionale Pastrengo dell’Arma dei Carabinieri, dove ha espresso apprezzamento per il servizio svolto a tutela dei cittadini e per il contributo fornito nelle operazioni all’estero. In particolare, è stato evidenziato il ruolo dell’Arma non solo come polizia militare, ma anche nelle attività di stability policing nelle fasi post-conflitto, ambito in cui l’esperienza italiana è riconosciuta anche in sede Nato. Successivamente, Portolano ha visitato il 1° Reggimento trasmissioni dell’Esercito, reparto che fornisce supporto diretto al quartier generale multinazionale Nato NRDC-ITA, con sede in Italia e attualmente impegnato anche nella prontezza dell’Allied Reaction Force. Rivolgendosi al personale, ha sottolineato la professionalità, lo spirito di sacrificio e la dedizione dimostrati sia sul territorio nazionale sia nelle missioni all’estero, evidenziando il ruolo cruciale del reparto nel garantire collegamenti, continuità di comando e supporto alle strutture operative.
La giornata si è conclusa con gli incontri istituzionali a Milano, occasione per ribadire il legame tra la Difesa e le autorità locali, anche in relazione al contributo fornito alla sicurezza dei cittadini in coordinamento con le Forze di polizia. Domani è infine prevista la visita al 6° Stormo dell’Aeronautica militare, reparto di volo impegnato nella difesa aerea e nel controllo dello spazio nazionale già in tempo di pace.
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Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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