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2020-06-29
Ecco chi vuole svendere l’Italia
Un po' di propensione alla svendita del Paese, un po' di autorazzismo, un po' di retorica del vincolo esterno, e forse un po' di desiderio di proporsi al sovrano straniero come viceré, come funzionari delegati alla gestione della «provincia» italiana.
Si pensi al Mes. Non dispiaccia a Federico Fubini, prima firma del Corriere, che ieri ha provato a garantire che non ci sarebbero altri vincoli, controlli, condizioni. Ah sì? Peccato che basti farsi un giro sul sito www.esm.europa.eu per scoprire che i Paesi richiedenti saranno sottoposti a enhanced surveillance (sorveglianza rafforzata). Peccato che sia fissato l'early warning system, per monitorare la capacità del Paese di ripagare il prestito. E peccato soprattutto che restino vivi il Trattato Mes e il Regolamento 472 del 2013 che nessuno ha abrogato né modificato: dunque, chiacchiere a parte, nulla vieta che in futuro possano essere imposte «misure correttive», magari quando a Palazzo Chigi ci sarà un governo sgradito all'Ue. Controprova? Se questo Mes è così sexy, come mai la Francia non lo vuole, la Spagna non lo vuole, il Portogallo non lo vuole, la Grecia non lo vuole?
Dicono gli eurolirici: ma è Angela Merkel che ce lo consiglia. Resta da capire se questa Merkel sia un'omonima della Merkel che dichiarò la morte politica di un governo italiano legittimamente scelto dagli elettori scambiandosi risatine sarcastiche insieme a Nicolas Sarkozy. Tocca dunque a lei, o tocca comunque a un leader straniero decidere cosa l'Italia debba fare? Attendiamo fiduciosi che ci si indichi l'articolo della Costituzione che fissa questa regola.
La realtà è che l'approccio del mainstream politico e mediatico italiano all'Ue è ormai dogmatico, religioso, non più fattuale né razionale: un catechismo, una materia di culto. E invece l'Ue è un'arena politica dura e difficile, dove - come in ogni consesso umano e in ogni epoca storica - c'è chi cerca di imporre agli altri la propria agenda e i propri interessi. Ha certamente senso stare in quell'arena, ma senza sudditanza e senza umiliarsi.
A meno che (ecco l'autorazzismo) non ci sia una valutazione che non si ha il coraggio di esplicitare. Per alcuni politici e osservatori, gli italiani vanno rieducati attraverso la frusta del vincolo esterno: occorre cioè che qualcuno - da Bruxelles - ci insegni la durezza del vivere, a suon di tasse e tagli. Per carità: non c'è alcun dubbio sul fatto che, nei decenni, tanti disastri siano stati compiuti dai governi italiani. Ma questa non è una buona ragione per farci commissariare da una Troika reale, o da un surrogato italico della Troika, una specie di auto Troika.
In questa operazione di svendita della sovranità nazionale, da qualche tempo c'è una new entry, e cioè la Cina. Se n'è avuto il riscontro definitivo attraverso l'atteggiamento assolutorio che autorità politiche ed «esperti» hanno avuto verso Pechino in tutta la vicenda del coronavirus. E c'è ancora chi cerca colpevoli altrove. Ieri, intervistato su Repubblica, ha provveduto l'ineffabile Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute. Il titolo sembrava incoraggiante: «Ok riaprire, ma non a chi ha lasciato propagare l'epidemia». Il lettore avrà pensato: «Beh, finalmente ce l'ha con il regime comunista di Xi Jinping». E invece no, ecco l'ultima arrampicata di Ricciardi per dire che è sempre colpa di Donald Trump: «La Cina ha fatto una strategia di contenimento, mentre gli Usa hanno lasciato dilagare l'epidemia». Ma, presa la rincorsa, Ricciardi non si ferma più e certifica come credibili i dati cinesi: «La Cina in questo momento non avrebbe nessun interesse a truccare i dati». Ma guarda: il Paese che tutti giudicano colpevole della pandemia, secondo Ricciardi, non avrebbe interesse a tentare di ridimensionare le sue responsabilità. In che mani siamo…
Il «Corriere» rilancia la campagna suicida a favore dei soldi Mes
«Penso al Mes senza condizionalità», dice Nicola Zingaretti. Ecco, bravo, pensaci, verrebbe da rispondergli perché quella roba lì non esiste. Fare propaganda e finire di crederci è tutto un attimo, avrebbe cantato Anna Oxa. «Gli Stati membri la cui moneta è l'euro possono istituire un meccanismo di stabilità (il Mes appunto, ndr)», recita il comma 3 dell'articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell'Ue, che chiude: «La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell'ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità».
Mentre Giuseppe Conte prova a ridire no al Mes dopo una lunga altalena, ieri è Federico Fubini sul Corriere a difendere il Mes. Obiettare che «“i trattati non sono cambiati" è l'argomento dei più disinformati, che non sanno più cosa inventarsi per difendere una posizione precostituita». E qui andrebbero conosciuti non solo i trattati ma pure il regolamento 472 del 2013 che disciplina l'operatività del Mes. Il titolo parla da solo: «Rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri nella zona euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria».
La premessa recita che gli Stati che chiedono di essere assistiti dal Mes sono sottoposti alla sorveglianza rafforzata, tipo Grecia. Comunque sia, lo Stato che ricorre al Mes informa l'«Eurogruppo, il commissario per gli affari economici e monetari e la Bce» mentre la Commissione valuterà «la sostenibilità del debito pubblico». Cosa peraltro già fatta, come sottolinea Fubini. L'articolo più controverso del regolamento è però il settimo, sui programmi di aggiustamento macroeconomico. Esso prescrive che tali piani dipendano sempre dalla solita analisi di sostenibilità del debito. Se questo venisse successivamente dichiarato non sostenibile, i famigerati programmi sarebbero pronti a ripartire. Invece l'articolo 14 stabilisce come uno Stato membro può essere soggetto a «sorveglianza post-programma finché non avrà rimborsato almeno il 75% del debito contratto con il Mes».
In pratica il Paese sorvegliato deve sottostare a periodiche valutazioni di Commissione, Bce e Fmi (la Troika) che potrebbero imporre «misure correttive». La stessa Commissione, per mano di Gentiloni, ha ribadito il concetto lo scorso 8 maggio: «Gli Stati membri dell'area dell'euro rimarranno impegnati a rafforzare i fondamenti economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell'Ue». La premessa 13 del Trattato istitutivo del Mes, del resto, precisa come i suoi crediti «fruiranno dello status di creditore privilegiato» con ciò trasformando tutti i Btp in circolazione in subordinati. Avete presente Banca Etruria? Ecco, quella roba li.
Ma alla fine, ecco citato un caso di successo. Cipro - che nel 2012 ha subìto il taglio dei depositi bancari grazie anche all'intervento del Mes - sta ipotizzando di ricorrervi ancora. «Subito il costo del suo debito è sceso, perché ciò ha rassicurato gli investitori» sottolinea Fubini. Peccato che Cipro abbia un debito pubblico complessivo di 21 miliardi. Meno dell'ultima emissione del solo Btp Italia. Di questi, 16 miliardi sono già privilegiati (cioè in caso di default vengono pagati prima perché sono appunto quelli del Mes) o in caso di uscita dall'euro non potrebbero essere ridenominati in nuova moneta.
E l’editore Cairo licenzia il giornalista non asservito all’Ue
Tira aria di burrasca al Corriere della Sera. Secondo Senza Bavaglio, l'editore della testata, Urbano Cairo, ha interrotto senza preavviso il rapporto di lavoro con Ivo Caizzi, corrispondente da Bruxelles da trent'anni per il quotidiano alla cui direzione, tra l'altro, il giornalista si era candidato senza successo nel 2015. Il siluramento - avallato dal direttore Luciano Fontana - sarebbe avvenuto senza la consultazione della rappresentanza sindacale e senza apparenti motivazioni (sebbene il governo abbia bloccato i licenziamenti senza giusta causa fino ad agosto). In tutto questo, Caizzi avrebbe ricevuto la comunicazione dell'estromissione mentre si trovava chiuso in casa a Bruxelles, a causa del lockdown. Il Comitato di redazione sosterrà il collega, in quanto il suo licenziamento non avrebbe avuto luogo «nell'ambito delle comuni facoltà previste dall'ordinamento legislativo».
L'aspetto forse più curioso di questa vicenda risiede nella fretta con cui Cairo ha scelto di risolvere il rapporto di lavoro. Non soltanto perché nel 2015 - come riportò Linkiesta - aveva orgogliosamente affermato di aver tagliato gli sprechi a La 7 senza aver licenziato nessuno. Ma anche perché aveva sul tavolo soluzioni meno traumatiche. L'editore avrebbe potuto attendere la scadenza del contratto da corrispondente per poi non rinnovarlo. E il giornalista non sarebbe lontano dalla pensione.
Eppure Cairo ha optato per una drastica rapidità. A voler pensar male, si potrebbe ritenere che l'editore abbia tenuto conto dei (relativamente) recenti attriti, consumatisi tra Caizzi e i vertici della redazione. A fine dicembre 2018, il corrispondente aveva inviato una lettera al Cdr molto dura verso Fontana e - indirettamente - il vicedirettore Federico Fubini. Nella missiva - pubblicata dalla Verità all'inizio del gennaio successivo - Caizzi chiedeva «di verificare e valutare il comportamento del direttore nella copertura della trattativa tra Unione europea e Italia sulla manovra di bilancio 2019». La ragione del contendere risiedeva principalmente nella prima pagina del primo novembre 2018, in cui il Corriere aveva parlato di una «procedura d'infrazione» europea contro l'Italia: una procedura bollata da Caizzi come «inesistente». Egli chiedeva di verificare «se il comportamento del direttore Fontana sia stato corretto», «se si può aprire la prima pagina del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere», «se il direttore non debba limitarsi a imporre la sua linea attraverso editoriali, opinioni e commenti», «se l'attendibilità del Corriere non vada difesa meglio, almeno per ridurre le perdite di copie».
La questione investiva anche Fubini che dell'articolo del 1° novembre era l'autore. Come riferì Prima comunicazione, «Fubini non viene mai citato nella mail al Cdr, ma Caizzi mette in evidenza un suo articolo del 7 novembre in cui si nega una possibile soluzione di compromesso sul bilancio del governo Conte, smentendo quanto scritto nei giorni precedenti dallo stesso Caizzi». Gli articoli contestati riguardavano le trattative che - nell'autunno 2018 - l'allora governo italiano M5s-Lega) aveva condotto con Bruxelles sulla legge di bilancio e un deficit al 2,4%. L'accusa innescò la piccata reazione di Fontana che, in una lettera, dichiarò: «È davvero inverosimile che si giudichi il risultato finale (l'accordo tra Italia e Ue) per dire che i passi iniziali verso la procedura d'infrazione non fossero veri (tra l'altro raccontati da tutti i giornali del mondo e respinti all'inizio dal nostro governo che affermava non avrebbe mai cambiato il numerino del 2,4%). Come se in mezzo e nella trattativa non fosse accaduto nulla». Scontro su tutta la linea, insomma. Non è pertanto da escludere che - dietro la mossa di Cairo -questa complicata vicenda possa aver giocato un ruolo significativo.
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I «competenti» sognano l'euroschiavitù. E Walter Ricciardi vuol spalancare i confini ai cinesi.Come sempre, si sorvola sulle condizioni che saranno imposte per ottenere i fondi speciali. Nicola Zingaretti corre a dare manforte.Urbano Cairo caccia Ivo Caizzi dal Corriere: un anno fa denunciò la pubblicazione di notizie false ma gradite a Bruxelles. Con l'ok del direttore.Lo speciale contiene tre articoli.Un po' di propensione alla svendita del Paese, un po' di autorazzismo, un po' di retorica del vincolo esterno, e forse un po' di desiderio di proporsi al sovrano straniero come viceré, come funzionari delegati alla gestione della «provincia» italiana. Si pensi al Mes. Non dispiaccia a Federico Fubini, prima firma del Corriere, che ieri ha provato a garantire che non ci sarebbero altri vincoli, controlli, condizioni. Ah sì? Peccato che basti farsi un giro sul sito www.esm.europa.eu per scoprire che i Paesi richiedenti saranno sottoposti a enhanced surveillance (sorveglianza rafforzata). Peccato che sia fissato l'early warning system, per monitorare la capacità del Paese di ripagare il prestito. E peccato soprattutto che restino vivi il Trattato Mes e il Regolamento 472 del 2013 che nessuno ha abrogato né modificato: dunque, chiacchiere a parte, nulla vieta che in futuro possano essere imposte «misure correttive», magari quando a Palazzo Chigi ci sarà un governo sgradito all'Ue. Controprova? Se questo Mes è così sexy, come mai la Francia non lo vuole, la Spagna non lo vuole, il Portogallo non lo vuole, la Grecia non lo vuole? Dicono gli eurolirici: ma è Angela Merkel che ce lo consiglia. Resta da capire se questa Merkel sia un'omonima della Merkel che dichiarò la morte politica di un governo italiano legittimamente scelto dagli elettori scambiandosi risatine sarcastiche insieme a Nicolas Sarkozy. Tocca dunque a lei, o tocca comunque a un leader straniero decidere cosa l'Italia debba fare? Attendiamo fiduciosi che ci si indichi l'articolo della Costituzione che fissa questa regola. La realtà è che l'approccio del mainstream politico e mediatico italiano all'Ue è ormai dogmatico, religioso, non più fattuale né razionale: un catechismo, una materia di culto. E invece l'Ue è un'arena politica dura e difficile, dove - come in ogni consesso umano e in ogni epoca storica - c'è chi cerca di imporre agli altri la propria agenda e i propri interessi. Ha certamente senso stare in quell'arena, ma senza sudditanza e senza umiliarsi. A meno che (ecco l'autorazzismo) non ci sia una valutazione che non si ha il coraggio di esplicitare. Per alcuni politici e osservatori, gli italiani vanno rieducati attraverso la frusta del vincolo esterno: occorre cioè che qualcuno - da Bruxelles - ci insegni la durezza del vivere, a suon di tasse e tagli. Per carità: non c'è alcun dubbio sul fatto che, nei decenni, tanti disastri siano stati compiuti dai governi italiani. Ma questa non è una buona ragione per farci commissariare da una Troika reale, o da un surrogato italico della Troika, una specie di auto Troika. In questa operazione di svendita della sovranità nazionale, da qualche tempo c'è una new entry, e cioè la Cina. Se n'è avuto il riscontro definitivo attraverso l'atteggiamento assolutorio che autorità politiche ed «esperti» hanno avuto verso Pechino in tutta la vicenda del coronavirus. E c'è ancora chi cerca colpevoli altrove. Ieri, intervistato su Repubblica, ha provveduto l'ineffabile Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute. Il titolo sembrava incoraggiante: «Ok riaprire, ma non a chi ha lasciato propagare l'epidemia». Il lettore avrà pensato: «Beh, finalmente ce l'ha con il regime comunista di Xi Jinping». E invece no, ecco l'ultima arrampicata di Ricciardi per dire che è sempre colpa di Donald Trump: «La Cina ha fatto una strategia di contenimento, mentre gli Usa hanno lasciato dilagare l'epidemia». Ma, presa la rincorsa, Ricciardi non si ferma più e certifica come credibili i dati cinesi: «La Cina in questo momento non avrebbe nessun interesse a truccare i dati». Ma guarda: il Paese che tutti giudicano colpevole della pandemia, secondo Ricciardi, non avrebbe interesse a tentare di ridimensionare le sue responsabilità. In che mani siamo… <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alfieri-del-salvastati-e-valletti-di-pechino-gli-autorazzisti-svenderebbero-il-paese-2646283978.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-corriere-rilancia-la-campagna-suicida-a-favore-dei-soldi-mes" data-post-id="2646283978" data-published-at="1593377943" data-use-pagination="False"> Il «Corriere» rilancia la campagna suicida a favore dei soldi Mes «Penso al Mes senza condizionalità», dice Nicola Zingaretti. Ecco, bravo, pensaci, verrebbe da rispondergli perché quella roba lì non esiste. Fare propaganda e finire di crederci è tutto un attimo, avrebbe cantato Anna Oxa. «Gli Stati membri la cui moneta è l'euro possono istituire un meccanismo di stabilità (il Mes appunto, ndr)», recita il comma 3 dell'articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell'Ue, che chiude: «La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell'ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità». Mentre Giuseppe Conte prova a ridire no al Mes dopo una lunga altalena, ieri è Federico Fubini sul Corriere a difendere il Mes. Obiettare che «“i trattati non sono cambiati" è l'argomento dei più disinformati, che non sanno più cosa inventarsi per difendere una posizione precostituita». E qui andrebbero conosciuti non solo i trattati ma pure il regolamento 472 del 2013 che disciplina l'operatività del Mes. Il titolo parla da solo: «Rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri nella zona euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria». La premessa recita che gli Stati che chiedono di essere assistiti dal Mes sono sottoposti alla sorveglianza rafforzata, tipo Grecia. Comunque sia, lo Stato che ricorre al Mes informa l'«Eurogruppo, il commissario per gli affari economici e monetari e la Bce» mentre la Commissione valuterà «la sostenibilità del debito pubblico». Cosa peraltro già fatta, come sottolinea Fubini. L'articolo più controverso del regolamento è però il settimo, sui programmi di aggiustamento macroeconomico. Esso prescrive che tali piani dipendano sempre dalla solita analisi di sostenibilità del debito. Se questo venisse successivamente dichiarato non sostenibile, i famigerati programmi sarebbero pronti a ripartire. Invece l'articolo 14 stabilisce come uno Stato membro può essere soggetto a «sorveglianza post-programma finché non avrà rimborsato almeno il 75% del debito contratto con il Mes». In pratica il Paese sorvegliato deve sottostare a periodiche valutazioni di Commissione, Bce e Fmi (la Troika) che potrebbero imporre «misure correttive». La stessa Commissione, per mano di Gentiloni, ha ribadito il concetto lo scorso 8 maggio: «Gli Stati membri dell'area dell'euro rimarranno impegnati a rafforzare i fondamenti economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell'Ue». La premessa 13 del Trattato istitutivo del Mes, del resto, precisa come i suoi crediti «fruiranno dello status di creditore privilegiato» con ciò trasformando tutti i Btp in circolazione in subordinati. Avete presente Banca Etruria? Ecco, quella roba li. Ma alla fine, ecco citato un caso di successo. Cipro - che nel 2012 ha subìto il taglio dei depositi bancari grazie anche all'intervento del Mes - sta ipotizzando di ricorrervi ancora. «Subito il costo del suo debito è sceso, perché ciò ha rassicurato gli investitori» sottolinea Fubini. Peccato che Cipro abbia un debito pubblico complessivo di 21 miliardi. Meno dell'ultima emissione del solo Btp Italia. Di questi, 16 miliardi sono già privilegiati (cioè in caso di default vengono pagati prima perché sono appunto quelli del Mes) o in caso di uscita dall'euro non potrebbero essere ridenominati in nuova moneta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alfieri-del-salvastati-e-valletti-di-pechino-gli-autorazzisti-svenderebbero-il-paese-2646283978.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-leditore-cairo-licenzia-il-giornalista-non-asservito-allue" data-post-id="2646283978" data-published-at="1593377943" data-use-pagination="False"> E l’editore Cairo licenzia il giornalista non asservito all’Ue Tira aria di burrasca al Corriere della Sera. Secondo Senza Bavaglio, l'editore della testata, Urbano Cairo, ha interrotto senza preavviso il rapporto di lavoro con Ivo Caizzi, corrispondente da Bruxelles da trent'anni per il quotidiano alla cui direzione, tra l'altro, il giornalista si era candidato senza successo nel 2015. Il siluramento - avallato dal direttore Luciano Fontana - sarebbe avvenuto senza la consultazione della rappresentanza sindacale e senza apparenti motivazioni (sebbene il governo abbia bloccato i licenziamenti senza giusta causa fino ad agosto). In tutto questo, Caizzi avrebbe ricevuto la comunicazione dell'estromissione mentre si trovava chiuso in casa a Bruxelles, a causa del lockdown. Il Comitato di redazione sosterrà il collega, in quanto il suo licenziamento non avrebbe avuto luogo «nell'ambito delle comuni facoltà previste dall'ordinamento legislativo». L'aspetto forse più curioso di questa vicenda risiede nella fretta con cui Cairo ha scelto di risolvere il rapporto di lavoro. Non soltanto perché nel 2015 - come riportò Linkiesta - aveva orgogliosamente affermato di aver tagliato gli sprechi a La 7 senza aver licenziato nessuno. Ma anche perché aveva sul tavolo soluzioni meno traumatiche. L'editore avrebbe potuto attendere la scadenza del contratto da corrispondente per poi non rinnovarlo. E il giornalista non sarebbe lontano dalla pensione. Eppure Cairo ha optato per una drastica rapidità. A voler pensar male, si potrebbe ritenere che l'editore abbia tenuto conto dei (relativamente) recenti attriti, consumatisi tra Caizzi e i vertici della redazione. A fine dicembre 2018, il corrispondente aveva inviato una lettera al Cdr molto dura verso Fontana e - indirettamente - il vicedirettore Federico Fubini. Nella missiva - pubblicata dalla Verità all'inizio del gennaio successivo - Caizzi chiedeva «di verificare e valutare il comportamento del direttore nella copertura della trattativa tra Unione europea e Italia sulla manovra di bilancio 2019». La ragione del contendere risiedeva principalmente nella prima pagina del primo novembre 2018, in cui il Corriere aveva parlato di una «procedura d'infrazione» europea contro l'Italia: una procedura bollata da Caizzi come «inesistente». Egli chiedeva di verificare «se il comportamento del direttore Fontana sia stato corretto», «se si può aprire la prima pagina del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere», «se il direttore non debba limitarsi a imporre la sua linea attraverso editoriali, opinioni e commenti», «se l'attendibilità del Corriere non vada difesa meglio, almeno per ridurre le perdite di copie». La questione investiva anche Fubini che dell'articolo del 1° novembre era l'autore. Come riferì Prima comunicazione, «Fubini non viene mai citato nella mail al Cdr, ma Caizzi mette in evidenza un suo articolo del 7 novembre in cui si nega una possibile soluzione di compromesso sul bilancio del governo Conte, smentendo quanto scritto nei giorni precedenti dallo stesso Caizzi». Gli articoli contestati riguardavano le trattative che - nell'autunno 2018 - l'allora governo italiano M5s-Lega) aveva condotto con Bruxelles sulla legge di bilancio e un deficit al 2,4%. L'accusa innescò la piccata reazione di Fontana che, in una lettera, dichiarò: «È davvero inverosimile che si giudichi il risultato finale (l'accordo tra Italia e Ue) per dire che i passi iniziali verso la procedura d'infrazione non fossero veri (tra l'altro raccontati da tutti i giornali del mondo e respinti all'inizio dal nostro governo che affermava non avrebbe mai cambiato il numerino del 2,4%). Come se in mezzo e nella trattativa non fosse accaduto nulla». Scontro su tutta la linea, insomma. Non è pertanto da escludere che - dietro la mossa di Cairo -questa complicata vicenda possa aver giocato un ruolo significativo.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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