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2020-06-29
Ecco chi vuole svendere l’Italia
Un po' di propensione alla svendita del Paese, un po' di autorazzismo, un po' di retorica del vincolo esterno, e forse un po' di desiderio di proporsi al sovrano straniero come viceré, come funzionari delegati alla gestione della «provincia» italiana.
Si pensi al Mes. Non dispiaccia a Federico Fubini, prima firma del Corriere, che ieri ha provato a garantire che non ci sarebbero altri vincoli, controlli, condizioni. Ah sì? Peccato che basti farsi un giro sul sito www.esm.europa.eu per scoprire che i Paesi richiedenti saranno sottoposti a enhanced surveillance (sorveglianza rafforzata). Peccato che sia fissato l'early warning system, per monitorare la capacità del Paese di ripagare il prestito. E peccato soprattutto che restino vivi il Trattato Mes e il Regolamento 472 del 2013 che nessuno ha abrogato né modificato: dunque, chiacchiere a parte, nulla vieta che in futuro possano essere imposte «misure correttive», magari quando a Palazzo Chigi ci sarà un governo sgradito all'Ue. Controprova? Se questo Mes è così sexy, come mai la Francia non lo vuole, la Spagna non lo vuole, il Portogallo non lo vuole, la Grecia non lo vuole?
Dicono gli eurolirici: ma è Angela Merkel che ce lo consiglia. Resta da capire se questa Merkel sia un'omonima della Merkel che dichiarò la morte politica di un governo italiano legittimamente scelto dagli elettori scambiandosi risatine sarcastiche insieme a Nicolas Sarkozy. Tocca dunque a lei, o tocca comunque a un leader straniero decidere cosa l'Italia debba fare? Attendiamo fiduciosi che ci si indichi l'articolo della Costituzione che fissa questa regola.
La realtà è che l'approccio del mainstream politico e mediatico italiano all'Ue è ormai dogmatico, religioso, non più fattuale né razionale: un catechismo, una materia di culto. E invece l'Ue è un'arena politica dura e difficile, dove - come in ogni consesso umano e in ogni epoca storica - c'è chi cerca di imporre agli altri la propria agenda e i propri interessi. Ha certamente senso stare in quell'arena, ma senza sudditanza e senza umiliarsi.
A meno che (ecco l'autorazzismo) non ci sia una valutazione che non si ha il coraggio di esplicitare. Per alcuni politici e osservatori, gli italiani vanno rieducati attraverso la frusta del vincolo esterno: occorre cioè che qualcuno - da Bruxelles - ci insegni la durezza del vivere, a suon di tasse e tagli. Per carità: non c'è alcun dubbio sul fatto che, nei decenni, tanti disastri siano stati compiuti dai governi italiani. Ma questa non è una buona ragione per farci commissariare da una Troika reale, o da un surrogato italico della Troika, una specie di auto Troika.
In questa operazione di svendita della sovranità nazionale, da qualche tempo c'è una new entry, e cioè la Cina. Se n'è avuto il riscontro definitivo attraverso l'atteggiamento assolutorio che autorità politiche ed «esperti» hanno avuto verso Pechino in tutta la vicenda del coronavirus. E c'è ancora chi cerca colpevoli altrove. Ieri, intervistato su Repubblica, ha provveduto l'ineffabile Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute. Il titolo sembrava incoraggiante: «Ok riaprire, ma non a chi ha lasciato propagare l'epidemia». Il lettore avrà pensato: «Beh, finalmente ce l'ha con il regime comunista di Xi Jinping». E invece no, ecco l'ultima arrampicata di Ricciardi per dire che è sempre colpa di Donald Trump: «La Cina ha fatto una strategia di contenimento, mentre gli Usa hanno lasciato dilagare l'epidemia». Ma, presa la rincorsa, Ricciardi non si ferma più e certifica come credibili i dati cinesi: «La Cina in questo momento non avrebbe nessun interesse a truccare i dati». Ma guarda: il Paese che tutti giudicano colpevole della pandemia, secondo Ricciardi, non avrebbe interesse a tentare di ridimensionare le sue responsabilità. In che mani siamo…
Il «Corriere» rilancia la campagna suicida a favore dei soldi Mes
«Penso al Mes senza condizionalità», dice Nicola Zingaretti. Ecco, bravo, pensaci, verrebbe da rispondergli perché quella roba lì non esiste. Fare propaganda e finire di crederci è tutto un attimo, avrebbe cantato Anna Oxa. «Gli Stati membri la cui moneta è l'euro possono istituire un meccanismo di stabilità (il Mes appunto, ndr)», recita il comma 3 dell'articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell'Ue, che chiude: «La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell'ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità».
Mentre Giuseppe Conte prova a ridire no al Mes dopo una lunga altalena, ieri è Federico Fubini sul Corriere a difendere il Mes. Obiettare che «“i trattati non sono cambiati" è l'argomento dei più disinformati, che non sanno più cosa inventarsi per difendere una posizione precostituita». E qui andrebbero conosciuti non solo i trattati ma pure il regolamento 472 del 2013 che disciplina l'operatività del Mes. Il titolo parla da solo: «Rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri nella zona euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria».
La premessa recita che gli Stati che chiedono di essere assistiti dal Mes sono sottoposti alla sorveglianza rafforzata, tipo Grecia. Comunque sia, lo Stato che ricorre al Mes informa l'«Eurogruppo, il commissario per gli affari economici e monetari e la Bce» mentre la Commissione valuterà «la sostenibilità del debito pubblico». Cosa peraltro già fatta, come sottolinea Fubini. L'articolo più controverso del regolamento è però il settimo, sui programmi di aggiustamento macroeconomico. Esso prescrive che tali piani dipendano sempre dalla solita analisi di sostenibilità del debito. Se questo venisse successivamente dichiarato non sostenibile, i famigerati programmi sarebbero pronti a ripartire. Invece l'articolo 14 stabilisce come uno Stato membro può essere soggetto a «sorveglianza post-programma finché non avrà rimborsato almeno il 75% del debito contratto con il Mes».
In pratica il Paese sorvegliato deve sottostare a periodiche valutazioni di Commissione, Bce e Fmi (la Troika) che potrebbero imporre «misure correttive». La stessa Commissione, per mano di Gentiloni, ha ribadito il concetto lo scorso 8 maggio: «Gli Stati membri dell'area dell'euro rimarranno impegnati a rafforzare i fondamenti economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell'Ue». La premessa 13 del Trattato istitutivo del Mes, del resto, precisa come i suoi crediti «fruiranno dello status di creditore privilegiato» con ciò trasformando tutti i Btp in circolazione in subordinati. Avete presente Banca Etruria? Ecco, quella roba li.
Ma alla fine, ecco citato un caso di successo. Cipro - che nel 2012 ha subìto il taglio dei depositi bancari grazie anche all'intervento del Mes - sta ipotizzando di ricorrervi ancora. «Subito il costo del suo debito è sceso, perché ciò ha rassicurato gli investitori» sottolinea Fubini. Peccato che Cipro abbia un debito pubblico complessivo di 21 miliardi. Meno dell'ultima emissione del solo Btp Italia. Di questi, 16 miliardi sono già privilegiati (cioè in caso di default vengono pagati prima perché sono appunto quelli del Mes) o in caso di uscita dall'euro non potrebbero essere ridenominati in nuova moneta.
E l’editore Cairo licenzia il giornalista non asservito all’Ue
Tira aria di burrasca al Corriere della Sera. Secondo Senza Bavaglio, l'editore della testata, Urbano Cairo, ha interrotto senza preavviso il rapporto di lavoro con Ivo Caizzi, corrispondente da Bruxelles da trent'anni per il quotidiano alla cui direzione, tra l'altro, il giornalista si era candidato senza successo nel 2015. Il siluramento - avallato dal direttore Luciano Fontana - sarebbe avvenuto senza la consultazione della rappresentanza sindacale e senza apparenti motivazioni (sebbene il governo abbia bloccato i licenziamenti senza giusta causa fino ad agosto). In tutto questo, Caizzi avrebbe ricevuto la comunicazione dell'estromissione mentre si trovava chiuso in casa a Bruxelles, a causa del lockdown. Il Comitato di redazione sosterrà il collega, in quanto il suo licenziamento non avrebbe avuto luogo «nell'ambito delle comuni facoltà previste dall'ordinamento legislativo».
L'aspetto forse più curioso di questa vicenda risiede nella fretta con cui Cairo ha scelto di risolvere il rapporto di lavoro. Non soltanto perché nel 2015 - come riportò Linkiesta - aveva orgogliosamente affermato di aver tagliato gli sprechi a La 7 senza aver licenziato nessuno. Ma anche perché aveva sul tavolo soluzioni meno traumatiche. L'editore avrebbe potuto attendere la scadenza del contratto da corrispondente per poi non rinnovarlo. E il giornalista non sarebbe lontano dalla pensione.
Eppure Cairo ha optato per una drastica rapidità. A voler pensar male, si potrebbe ritenere che l'editore abbia tenuto conto dei (relativamente) recenti attriti, consumatisi tra Caizzi e i vertici della redazione. A fine dicembre 2018, il corrispondente aveva inviato una lettera al Cdr molto dura verso Fontana e - indirettamente - il vicedirettore Federico Fubini. Nella missiva - pubblicata dalla Verità all'inizio del gennaio successivo - Caizzi chiedeva «di verificare e valutare il comportamento del direttore nella copertura della trattativa tra Unione europea e Italia sulla manovra di bilancio 2019». La ragione del contendere risiedeva principalmente nella prima pagina del primo novembre 2018, in cui il Corriere aveva parlato di una «procedura d'infrazione» europea contro l'Italia: una procedura bollata da Caizzi come «inesistente». Egli chiedeva di verificare «se il comportamento del direttore Fontana sia stato corretto», «se si può aprire la prima pagina del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere», «se il direttore non debba limitarsi a imporre la sua linea attraverso editoriali, opinioni e commenti», «se l'attendibilità del Corriere non vada difesa meglio, almeno per ridurre le perdite di copie».
La questione investiva anche Fubini che dell'articolo del 1° novembre era l'autore. Come riferì Prima comunicazione, «Fubini non viene mai citato nella mail al Cdr, ma Caizzi mette in evidenza un suo articolo del 7 novembre in cui si nega una possibile soluzione di compromesso sul bilancio del governo Conte, smentendo quanto scritto nei giorni precedenti dallo stesso Caizzi». Gli articoli contestati riguardavano le trattative che - nell'autunno 2018 - l'allora governo italiano M5s-Lega) aveva condotto con Bruxelles sulla legge di bilancio e un deficit al 2,4%. L'accusa innescò la piccata reazione di Fontana che, in una lettera, dichiarò: «È davvero inverosimile che si giudichi il risultato finale (l'accordo tra Italia e Ue) per dire che i passi iniziali verso la procedura d'infrazione non fossero veri (tra l'altro raccontati da tutti i giornali del mondo e respinti all'inizio dal nostro governo che affermava non avrebbe mai cambiato il numerino del 2,4%). Come se in mezzo e nella trattativa non fosse accaduto nulla». Scontro su tutta la linea, insomma. Non è pertanto da escludere che - dietro la mossa di Cairo -questa complicata vicenda possa aver giocato un ruolo significativo.
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I «competenti» sognano l'euroschiavitù. E Walter Ricciardi vuol spalancare i confini ai cinesi.Come sempre, si sorvola sulle condizioni che saranno imposte per ottenere i fondi speciali. Nicola Zingaretti corre a dare manforte.Urbano Cairo caccia Ivo Caizzi dal Corriere: un anno fa denunciò la pubblicazione di notizie false ma gradite a Bruxelles. Con l'ok del direttore.Lo speciale contiene tre articoli.Un po' di propensione alla svendita del Paese, un po' di autorazzismo, un po' di retorica del vincolo esterno, e forse un po' di desiderio di proporsi al sovrano straniero come viceré, come funzionari delegati alla gestione della «provincia» italiana. Si pensi al Mes. Non dispiaccia a Federico Fubini, prima firma del Corriere, che ieri ha provato a garantire che non ci sarebbero altri vincoli, controlli, condizioni. Ah sì? Peccato che basti farsi un giro sul sito www.esm.europa.eu per scoprire che i Paesi richiedenti saranno sottoposti a enhanced surveillance (sorveglianza rafforzata). Peccato che sia fissato l'early warning system, per monitorare la capacità del Paese di ripagare il prestito. E peccato soprattutto che restino vivi il Trattato Mes e il Regolamento 472 del 2013 che nessuno ha abrogato né modificato: dunque, chiacchiere a parte, nulla vieta che in futuro possano essere imposte «misure correttive», magari quando a Palazzo Chigi ci sarà un governo sgradito all'Ue. Controprova? Se questo Mes è così sexy, come mai la Francia non lo vuole, la Spagna non lo vuole, il Portogallo non lo vuole, la Grecia non lo vuole? Dicono gli eurolirici: ma è Angela Merkel che ce lo consiglia. Resta da capire se questa Merkel sia un'omonima della Merkel che dichiarò la morte politica di un governo italiano legittimamente scelto dagli elettori scambiandosi risatine sarcastiche insieme a Nicolas Sarkozy. Tocca dunque a lei, o tocca comunque a un leader straniero decidere cosa l'Italia debba fare? Attendiamo fiduciosi che ci si indichi l'articolo della Costituzione che fissa questa regola. La realtà è che l'approccio del mainstream politico e mediatico italiano all'Ue è ormai dogmatico, religioso, non più fattuale né razionale: un catechismo, una materia di culto. E invece l'Ue è un'arena politica dura e difficile, dove - come in ogni consesso umano e in ogni epoca storica - c'è chi cerca di imporre agli altri la propria agenda e i propri interessi. Ha certamente senso stare in quell'arena, ma senza sudditanza e senza umiliarsi. A meno che (ecco l'autorazzismo) non ci sia una valutazione che non si ha il coraggio di esplicitare. Per alcuni politici e osservatori, gli italiani vanno rieducati attraverso la frusta del vincolo esterno: occorre cioè che qualcuno - da Bruxelles - ci insegni la durezza del vivere, a suon di tasse e tagli. Per carità: non c'è alcun dubbio sul fatto che, nei decenni, tanti disastri siano stati compiuti dai governi italiani. Ma questa non è una buona ragione per farci commissariare da una Troika reale, o da un surrogato italico della Troika, una specie di auto Troika. In questa operazione di svendita della sovranità nazionale, da qualche tempo c'è una new entry, e cioè la Cina. Se n'è avuto il riscontro definitivo attraverso l'atteggiamento assolutorio che autorità politiche ed «esperti» hanno avuto verso Pechino in tutta la vicenda del coronavirus. E c'è ancora chi cerca colpevoli altrove. Ieri, intervistato su Repubblica, ha provveduto l'ineffabile Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute. Il titolo sembrava incoraggiante: «Ok riaprire, ma non a chi ha lasciato propagare l'epidemia». Il lettore avrà pensato: «Beh, finalmente ce l'ha con il regime comunista di Xi Jinping». E invece no, ecco l'ultima arrampicata di Ricciardi per dire che è sempre colpa di Donald Trump: «La Cina ha fatto una strategia di contenimento, mentre gli Usa hanno lasciato dilagare l'epidemia». Ma, presa la rincorsa, Ricciardi non si ferma più e certifica come credibili i dati cinesi: «La Cina in questo momento non avrebbe nessun interesse a truccare i dati». Ma guarda: il Paese che tutti giudicano colpevole della pandemia, secondo Ricciardi, non avrebbe interesse a tentare di ridimensionare le sue responsabilità. In che mani siamo… <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alfieri-del-salvastati-e-valletti-di-pechino-gli-autorazzisti-svenderebbero-il-paese-2646283978.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-corriere-rilancia-la-campagna-suicida-a-favore-dei-soldi-mes" data-post-id="2646283978" data-published-at="1593377943" data-use-pagination="False"> Il «Corriere» rilancia la campagna suicida a favore dei soldi Mes «Penso al Mes senza condizionalità», dice Nicola Zingaretti. Ecco, bravo, pensaci, verrebbe da rispondergli perché quella roba lì non esiste. Fare propaganda e finire di crederci è tutto un attimo, avrebbe cantato Anna Oxa. «Gli Stati membri la cui moneta è l'euro possono istituire un meccanismo di stabilità (il Mes appunto, ndr)», recita il comma 3 dell'articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell'Ue, che chiude: «La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell'ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità». Mentre Giuseppe Conte prova a ridire no al Mes dopo una lunga altalena, ieri è Federico Fubini sul Corriere a difendere il Mes. Obiettare che «“i trattati non sono cambiati" è l'argomento dei più disinformati, che non sanno più cosa inventarsi per difendere una posizione precostituita». E qui andrebbero conosciuti non solo i trattati ma pure il regolamento 472 del 2013 che disciplina l'operatività del Mes. Il titolo parla da solo: «Rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri nella zona euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria». La premessa recita che gli Stati che chiedono di essere assistiti dal Mes sono sottoposti alla sorveglianza rafforzata, tipo Grecia. Comunque sia, lo Stato che ricorre al Mes informa l'«Eurogruppo, il commissario per gli affari economici e monetari e la Bce» mentre la Commissione valuterà «la sostenibilità del debito pubblico». Cosa peraltro già fatta, come sottolinea Fubini. L'articolo più controverso del regolamento è però il settimo, sui programmi di aggiustamento macroeconomico. Esso prescrive che tali piani dipendano sempre dalla solita analisi di sostenibilità del debito. Se questo venisse successivamente dichiarato non sostenibile, i famigerati programmi sarebbero pronti a ripartire. Invece l'articolo 14 stabilisce come uno Stato membro può essere soggetto a «sorveglianza post-programma finché non avrà rimborsato almeno il 75% del debito contratto con il Mes». In pratica il Paese sorvegliato deve sottostare a periodiche valutazioni di Commissione, Bce e Fmi (la Troika) che potrebbero imporre «misure correttive». La stessa Commissione, per mano di Gentiloni, ha ribadito il concetto lo scorso 8 maggio: «Gli Stati membri dell'area dell'euro rimarranno impegnati a rafforzare i fondamenti economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell'Ue». La premessa 13 del Trattato istitutivo del Mes, del resto, precisa come i suoi crediti «fruiranno dello status di creditore privilegiato» con ciò trasformando tutti i Btp in circolazione in subordinati. Avete presente Banca Etruria? Ecco, quella roba li. Ma alla fine, ecco citato un caso di successo. Cipro - che nel 2012 ha subìto il taglio dei depositi bancari grazie anche all'intervento del Mes - sta ipotizzando di ricorrervi ancora. «Subito il costo del suo debito è sceso, perché ciò ha rassicurato gli investitori» sottolinea Fubini. Peccato che Cipro abbia un debito pubblico complessivo di 21 miliardi. Meno dell'ultima emissione del solo Btp Italia. Di questi, 16 miliardi sono già privilegiati (cioè in caso di default vengono pagati prima perché sono appunto quelli del Mes) o in caso di uscita dall'euro non potrebbero essere ridenominati in nuova moneta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alfieri-del-salvastati-e-valletti-di-pechino-gli-autorazzisti-svenderebbero-il-paese-2646283978.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-leditore-cairo-licenzia-il-giornalista-non-asservito-allue" data-post-id="2646283978" data-published-at="1593377943" data-use-pagination="False"> E l’editore Cairo licenzia il giornalista non asservito all’Ue Tira aria di burrasca al Corriere della Sera. Secondo Senza Bavaglio, l'editore della testata, Urbano Cairo, ha interrotto senza preavviso il rapporto di lavoro con Ivo Caizzi, corrispondente da Bruxelles da trent'anni per il quotidiano alla cui direzione, tra l'altro, il giornalista si era candidato senza successo nel 2015. Il siluramento - avallato dal direttore Luciano Fontana - sarebbe avvenuto senza la consultazione della rappresentanza sindacale e senza apparenti motivazioni (sebbene il governo abbia bloccato i licenziamenti senza giusta causa fino ad agosto). In tutto questo, Caizzi avrebbe ricevuto la comunicazione dell'estromissione mentre si trovava chiuso in casa a Bruxelles, a causa del lockdown. Il Comitato di redazione sosterrà il collega, in quanto il suo licenziamento non avrebbe avuto luogo «nell'ambito delle comuni facoltà previste dall'ordinamento legislativo». L'aspetto forse più curioso di questa vicenda risiede nella fretta con cui Cairo ha scelto di risolvere il rapporto di lavoro. Non soltanto perché nel 2015 - come riportò Linkiesta - aveva orgogliosamente affermato di aver tagliato gli sprechi a La 7 senza aver licenziato nessuno. Ma anche perché aveva sul tavolo soluzioni meno traumatiche. L'editore avrebbe potuto attendere la scadenza del contratto da corrispondente per poi non rinnovarlo. E il giornalista non sarebbe lontano dalla pensione. Eppure Cairo ha optato per una drastica rapidità. A voler pensar male, si potrebbe ritenere che l'editore abbia tenuto conto dei (relativamente) recenti attriti, consumatisi tra Caizzi e i vertici della redazione. A fine dicembre 2018, il corrispondente aveva inviato una lettera al Cdr molto dura verso Fontana e - indirettamente - il vicedirettore Federico Fubini. Nella missiva - pubblicata dalla Verità all'inizio del gennaio successivo - Caizzi chiedeva «di verificare e valutare il comportamento del direttore nella copertura della trattativa tra Unione europea e Italia sulla manovra di bilancio 2019». La ragione del contendere risiedeva principalmente nella prima pagina del primo novembre 2018, in cui il Corriere aveva parlato di una «procedura d'infrazione» europea contro l'Italia: una procedura bollata da Caizzi come «inesistente». Egli chiedeva di verificare «se il comportamento del direttore Fontana sia stato corretto», «se si può aprire la prima pagina del Corriere con “una notizia che non c'è" del genere», «se il direttore non debba limitarsi a imporre la sua linea attraverso editoriali, opinioni e commenti», «se l'attendibilità del Corriere non vada difesa meglio, almeno per ridurre le perdite di copie». La questione investiva anche Fubini che dell'articolo del 1° novembre era l'autore. Come riferì Prima comunicazione, «Fubini non viene mai citato nella mail al Cdr, ma Caizzi mette in evidenza un suo articolo del 7 novembre in cui si nega una possibile soluzione di compromesso sul bilancio del governo Conte, smentendo quanto scritto nei giorni precedenti dallo stesso Caizzi». Gli articoli contestati riguardavano le trattative che - nell'autunno 2018 - l'allora governo italiano M5s-Lega) aveva condotto con Bruxelles sulla legge di bilancio e un deficit al 2,4%. L'accusa innescò la piccata reazione di Fontana che, in una lettera, dichiarò: «È davvero inverosimile che si giudichi il risultato finale (l'accordo tra Italia e Ue) per dire che i passi iniziali verso la procedura d'infrazione non fossero veri (tra l'altro raccontati da tutti i giornali del mondo e respinti all'inizio dal nostro governo che affermava non avrebbe mai cambiato il numerino del 2,4%). Come se in mezzo e nella trattativa non fosse accaduto nulla». Scontro su tutta la linea, insomma. Non è pertanto da escludere che - dietro la mossa di Cairo -questa complicata vicenda possa aver giocato un ruolo significativo.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».