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2018-04-25
Il bimbo fa il miracolo e sopravvive. Ma il giudice insiste: «Muoia a Liverpool»
ANSA
I medici non se lo sarebbero mai aspettato. Quando lunedì alle 9.17 inglesi (le 22.17 in Italia) hanno staccato il respiratore ad Alfie Evans, erano convinti che in un lampo avrebbe smesso di vivere. Invece il bimbo di 23 mesi, che soffre di una malattia neurologica ed è finito al centro di una battaglia legale e anche etica, li ha smentiti senza riserve. Ha compiuto una specie di miracolo, piccolo come le manine dei bambini della sua età, grande come il cuore dei genitori che da mesi combattono per lui. Dopo lo spegnimento del ventilatore, Alfie Evans ha continuato a respirare, mentre fuori dall'Alder hey hospital di Liverpool circa duecento dei suoi sostenitori manifestavano. All'inizio hanno cercato di far breccia nel centro di cura, anche perché sapevano che all'interno c'erano una trentina di poliziotti a controllare che lo spegnimento delle macchine non venisse interrotto e l'idea di vedere trattata una famiglia come una gang criminale li aveva fatti davvero arrabbiare. Più tardi si sono limitati a rimanere fuori dall'edificio, con le candele accese, in una veglia di riflessione e preghiera. Che a qualcosa è servita, dato che Alfie non ha mollato. Anche per questo tanti parlano di un miracolo.
Quando ieri mattina presto suo padre Tom Evans, che ha 21 anni, ma ha ormai la saggezza dell'uomo vissuto, si è presentato davanti ai microfoni della televisione e ha raccontato che il bimbo aveva passato la notte, per i soldati dell'Alfie's army è stato un successo. La battaglia di mamma e papà non si è mai interrotta. Per tutta la notte si sono alternati a fare la respirazione bocca a bocca al loro primogenito malato, rovesciando su di lui decine di baci insieme all'ossigeno. Dopo sei ore senza respiratore, però, il bimbo ha avuto una crisi. I medici si sono rifiutati di dargli ossigeno e acqua, come prevedeva il protocollo concordato con i giudici. Così il padre di Alfie ha reagito. Si è messo a sedere con i dottori e gli ha detto che stavano commettendo un crimine: affamare un bimbo, privandolo di cibo e idratazione, togliergli l'ossigeno. «Abbiamo avuto un incontro di circa quaranta minuti», ha raccontato Tom Evans, «e alla fine mi hanno detto che avevo ragione e avevo sempre avuto ragione». Per Tom e Kate, Alfie non ha mai dato segni di sofferenza. Di fronte alla loro determinazione, i medici hanno accettato di fornirgli acqua e un po' di ossigeno. Nelle ore di una notte di tensione e speranza, Alfie ha combattuto e poi si è addormentato in braccio alla sua mamma, accoccolato su di lei, come è normale che accada per i figli di questa età. Una scena immortalata in una foto e diffusa sui social media, che deve essere risultata incredibile per i medici che considerano il piccolo malato alla stregua di un vegetale, sul quale non conviene insistere con le cure, perchè sarebbero inutili. «Alfie ha fatto il suo dovere e continua a farlo, mettendocela tutta», ha spiegato ai giornalisti Tom Evans ieri mattina. È stata dura e lo sarà ancora, ora dopo ora, ha bisogno di supporto. Quando i medici si sono convinti a dargli acqua e la mascherina di ossigeno per me è stata una benedizione. Non si tratta di una macchina che lo fa respirare, ma di una forma di ossigenazione per il suo corpo».
L'inattesa reazione del piccolo allo spegnimento delle macchine e la perseveranza dei suoi genitori, comunque, hanno avuto un effetto importante. Il giudice d'appello dell'alta corte britannica Anthony Hayden, lo stesso che lunedì aveva dato il permesso di scollegare il respiratore, ha deciso di convocare d'urgenza una nuova udienza per discutere il caso, invitando a Manchester tutte le parti coinvolte. Nel corso di tre ore di dibattito intense, sono state ripercorse le fasi di questa lunga vicenda, analizzate nel dettaglio le prospettive, le convenienze, i rischi. I genitori di Alfie hanno chiesto, come fanno da settimane, di portare il piccolo in Italia, all'ospedale Bambino Gesù di Roma, che si è offerto di assisterlo e ha dato nuove speranze alla famiglia. I dottori dell'Alder hey hospital non hanno cambiato il loro parere, nonostante la diagnosi sulla malattia del piccolo manchi. Alla fine il giudice Anthony Hayden non ha accettato l'idea di concedere alla famiglia di partire subito per l'Italia. Per ora ha chiesto ai medici dell'Alder hey hospital se Alfie Evans potrebbe lasciare l'ospedale e tornare a casa da mamma e papà. Risposta: non prima di cinque giorni. Una richiesta che si può leggere in due modi. Da un lato si può supporre che, senza cure mediche, il piccolo sia destinato a spegnersi. D'altro canto questa proposta offre anche una chance. Perché una volta dimesso dall'ospedale, il potere dei medici e dei giudici sul futuro del bambino potrebbe venire meno e allora potrebbero essere i genitori a decidere del suo futuro. E un'aeroambulanza per l'Italia sarebbe già pronta a decollare. Ipotesi, finché l'ospedale non fornirà la sua risposta. Di nuovo per Alfie si tratta di attendere. E, ancora di più questa volta, di tenere duro.
Il Vaticano non si rassegna: «Volontà quasi fisica di salvarlo»
Lo sbalordimento provocato dal fatto che il piccolo Alfie Evans ha continuato a respirare da solo, nonostante gli avessero staccato la spina, ha portato il giudice dell'alta corte britannica Anthony Hayden a convocare l'udienza straordinaria di ieri pomeriggio alle 16.30 ora italiana. All'udienza hanno partecipato i legali di tutte le parti, presente anche l'ambasciatore italiano a Londra, Raffaele Trombetta.
Nel dibattimento il giudice Hayden, che ha criticato alcune persone vicine alla famiglia per aver fornito «illusioni», ha escluso che il piccolo Alfie possa essere trasferito a Roma o a Monaco e ha chiesto all'Alder hey hospital se il bambino avrebbe potuto però ritornare a casa. I medici si sono barricati dietro al clima «ostile» che si è venuto a creare intorno all'attività dell'ospedale e per questo hanno affermato di non poter far uscire Alfie prima di 3 o 5 giorni. E comunque quella di «mandarlo a casa non è una decisione che si può prendere su due piedi». Insomma, gli inglesi tengono duro, Alfie non va né a Roma, né a casa, e chiudono ancora la porta ai genitori Thomas e Kate scommettendo sul fatto che comunque la vita del piccolo Evans debba terminare.
Mentre ancora si attendeva il risultato dell'udienza, il Consiglio dei ministri a Palazzo Chigi deliberava «il conferimento della cittadinanza italiana ad Alfie Evans, nato a Liverpool (Gran Bretagna) il 9 maggio 2016». Si forniva così l'atto di ratifica formale alla concessione della cittadinanza al piccolo paziente inglese, «in considerazione dell'eccezionale interesse per la comunità nazionale ad assicurare al minore ulteriori sviluppi terapeutici, nella tutela di preminenti valori umanitari che, nel caso di specie, attengono alla salvaguardia della salute».
Un altro tassello andava al suo posto, mentre si rincorrevano le voci che un aeromobile con i medici dell'ospedale vaticano del Bambino Gesù fosse pronto a Liverpool per trasportare Alfie in Italia. Le cose «possibili e impossibili» per trasferire il bambino sono certamente state fatte, così come richiesto esplicitamente da papa Francesco a Mariella Enoc, presidente dell'ospedale pediatrico vaticano Bambino Gesù.
Il vero punto di svolta dell'azione diplomatica e giuridica deve essere ricercato proprio nella discesa in campo diretta del Papa, è grazie a questa pressione che si è realizzato anche l'intervento del governo italiano con la concessione della cittadinanza. In mattinata c'era stato l'intervento del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. «La forza dell'amore», ha dichiarato Tajani, «sta sconfiggendo il cinismo di chi ha staccato la spina. Tutto il mio sostegno ad Alfie e ai suoi straordinari genitori».
L'attività diplomatica messa in campo ai massimi livelli era partita da qualche tempo, come conferma alla Verità Emmanuele Di Leo di Steadfast onlus, e la politica ha risposto. Soprattutto la Lega (che ha parlato di «deriva disumana») e Giorgia Meloni (Alfie è ancora vivo, noi non ci arrendiamo»), hanno fatto sentire la loro voce contribuendo a smuovere le acque. In questo contesto si è inserita la forte azione della segreteria di Stato vaticana che ha attivato l'ospedale Bambino Gesù fino a inviare a Liverpool Mariella Enoc, che proprio ieri mattina ribadiva che «l'équipe del Bambino Gesù è pronta a partire con un aereo fornito dal ministro Pinotti», ma «aspetto una chiamata dalla Difesa perché mettano a disposizione un aereo non tanto per l'aereo quanto per i problemi diplomatici».
Monsignor Francesco Cavina, vescovo di Carpi, incaricato direttamente dal Papa durante l'udienza a sorpresa concessa al padre di Alfie il 18 aprile, ha sottolineato come la presenza di Enoc a Liverpool ha espresso da un punto di vista «quasi fisico la volontà della Santa sede e del Pontefice che i genitori di Alfie possono avere la libertà di portare il proprio figlio dove sentono che è necessario per la sua cura».
Ma quell'aereo per trasferire Alfie a Roma non si è mai alzato in volo, come peraltro diverse voci insistevano nel dire che mai gli inglesi avrebbero ceduto e concesso di portare il bambino in Italia.
Lorenzo Bertocchi
Eliminare i più deboli, l’antico sogno degli inglesi

LaPresse
L'ospedale Alder hey di Liverpool ha decretato la fine del «sostegno vitale» al piccolo
Alfie Evans. Un verdetto sconcertante: per un bambino di due anni la morte sarebbe il suo «best interest» contro il volere dei genitori. Come siamo arrivati a questo?
Riccardo Cascioli sulla Nuova Bussola Quotidiana scrive: «A proposito di sentenze sul caso Alfie, molti hanno rievocato le leggi naziste. Ma è una ricostruzione riduttiva, perché la vera origine sta nelle società eugenetiche che sono fiorite all'inizio del '900.» Ed è proprio l'Inghilterra la culla della folle ideologia legata all'eugenetica, parto delle menti di Ernst Haeckel e Fracis Galton, discepoli di Charles Darwin. Cascioli spiega che «poggiandosi sulla scoperta dell'ereditarietà dei geni», Haeckel e Galton cercarono di capire come poter «guidare la selezione naturale in modo da migliorare la razza umana. (…) All'inizio si parlava soprattutto di eugenetica “positiva", ovvero attraverso matrimoni selettivi privilegiando quelli tra i migliori elementi della società. Ma ben presto si passa a quella “negativa", cioè il divieto ai deboli di riprodursi». «Quante sofferenze e quante perdite», scriveva Haeckel nel 1904, «potrebbero venire evitate se si decidesse finalmente di liberare i totalmente incurabili dalle loro indescrivibili sofferenze con una dose di morfina».
All'epoca, queste teorie non erano altro che teorie, appunto, dibattute in claustrofobici salotti frequentati da intellettuali «illuminati». Poi, nel corso del Novecento, sono entrate indisturbate nella nostra quotidianità. Il caso di Alfie ne è una prova. D'altronde fu lo stesso
Galton che, in un articolo uscito sull'American journal of sociology nel luglio 1904, scrisse: «il primo e principale punto è assicurare la generale accettazione intellettuale dell'eugenetica come studio ricco di speranze e della massima importanza. Poi lasciamo che i suoi princìpi penetrino nel cuore della nazione, la quale li metterà in pratica in modi che non possiamo pienamente prevedere».
Fu anche in risposta a questo articolo che
Gilbert Keith Chesterton pubblicò nel 1922 un libro oggi pressoché sconosciuto, intitolato Eugenetica e altri malanni. In questo piccolo volumetto, il grande scrittore inglese mostra ancora una volta la sua vena profetica schierandosi contro le folli idee eugenetiche.
Nel primo capitolo si legge: «esiste oggi un piano d'azione, un indirizzo di pensiero, collettivo e inconfondibile come tutti quelli di cui occorre tener conto per delineare il processo storico. È una realtà concreta come il Movimento di Oxford (…). È chiamata per comodità “eugenetica", e che sia da distruggere mi propongo di dimostrarlo nelle pagine seguenti».
Per
Chesterton l'eugenetica non era una semplice dottrina filosofica, ma un errore, una potenziale causa di danni irreversibili da estirpare alla radice. «La cosa più saggia del mondo è gridare prima del danno» aggiunge, «gridare dopo che il danno è avvenuto non serve a nulla, specie se il danno è una ferita mortale».
Purtroppo il suo monito è rimasto inascoltato, specialmente nella sua Gran Bretagna, come dimostra la vicenda di Alfie. La sua vita è stata ufficialmente giudicata «inutile», come se si trattasse di un vecchio soprammobile, una macchina da rottamare. Un vero e proprio sguardo disumanizzante sulla realtà che ha origine, secondo
Chesterton, nel materialismo, «che trapela dal modo di esprimersi di un uomo, anche se parla di orologi o di gatti o di altre cose lontanissime dalla teologia. La caratteristica dello stile ateo», prosegue, «è di scegliere istintivamente la parola che suggerisce che le cose sono cose morte; che le cose non hanno un'anima».
Nel caso di Alfie, i giudici e i medici che si sono pronunciati per la sospensione del sostegno vitale del bambino hanno avuto la «sfortuna» di imbattersi in due genitori eroici e combattivi. Per fermarli è stato necessario il ricorso alle forze di polizia.
Chesterton non esiterebbe a parlare di una persecuzione perpetrata ai danni della famiglia Evans. In Eugenetica ed altri malanni, infatti, sottolinea: «non ho paura della parola “persecuzione" quando è attribuita alle chiese; e non è minimamente come termine di biasimo che la attribuisco agli uomini di scienza. È un termine di realtà legale. Se esso significa l'imposizione mediante la polizia di una teoria ampiamente contestata e indimostrabile in via definitiva (come l'“inutilità" della vita di un bambino malato, ndr), oggi a perseguitare non sono i nostri preti, ma i nostri dottori».
Le parole del corpulento autore inglese sconvolgono per la loro portata profetica. Oggi sembra davvero di vivere dentro l'incubo prefigurato con dolore da
Chesterton. Come uscirne? Tornando a guardare l'uomo da uomo, come creatura voluta da Dio e da lui dotata di un'anima e una vita inviolabile, perché «la religione» citando ancora una volta Chesterton, «è la difesa pratica di qualsiasi idea morale che debba essere popolare e debba essere battagliera. E il nostro ideale, se vuole sopravvivere, deve essere entrambe le cose».
Michelangelo Socci
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Dopo che gli hanno staccato la spina, il piccolo ha respirato da sé. L'udienza bis è una beffa: può andare a casa, non al Bambino Gesù.Oltre al Vaticano, anche la politica italiana sostiene la famiglia. Giorgia Meloni e la Lega: «Il governo intervenga».L'Inghilterra è la culla del pensiero eugenetico dagli inizi del Novecento. L'utopia? Rafforzare la razza selezionando i migliori.I medici non se lo sarebbero mai aspettato. Quando lunedì alle 9.17 inglesi (le 22.17 in Italia) hanno staccato il respiratore ad Alfie Evans, erano convinti che in un lampo avrebbe smesso di vivere. Invece il bimbo di 23 mesi, che soffre di una malattia neurologica ed è finito al centro di una battaglia legale e anche etica, li ha smentiti senza riserve. Ha compiuto una specie di miracolo, piccolo come le manine dei bambini della sua età, grande come il cuore dei genitori che da mesi combattono per lui. Dopo lo spegnimento del ventilatore, Alfie Evans ha continuato a respirare, mentre fuori dall'Alder hey hospital di Liverpool circa duecento dei suoi sostenitori manifestavano. All'inizio hanno cercato di far breccia nel centro di cura, anche perché sapevano che all'interno c'erano una trentina di poliziotti a controllare che lo spegnimento delle macchine non venisse interrotto e l'idea di vedere trattata una famiglia come una gang criminale li aveva fatti davvero arrabbiare. Più tardi si sono limitati a rimanere fuori dall'edificio, con le candele accese, in una veglia di riflessione e preghiera. Che a qualcosa è servita, dato che Alfie non ha mollato. Anche per questo tanti parlano di un miracolo. Quando ieri mattina presto suo padre Tom Evans, che ha 21 anni, ma ha ormai la saggezza dell'uomo vissuto, si è presentato davanti ai microfoni della televisione e ha raccontato che il bimbo aveva passato la notte, per i soldati dell'Alfie's army è stato un successo. La battaglia di mamma e papà non si è mai interrotta. Per tutta la notte si sono alternati a fare la respirazione bocca a bocca al loro primogenito malato, rovesciando su di lui decine di baci insieme all'ossigeno. Dopo sei ore senza respiratore, però, il bimbo ha avuto una crisi. I medici si sono rifiutati di dargli ossigeno e acqua, come prevedeva il protocollo concordato con i giudici. Così il padre di Alfie ha reagito. Si è messo a sedere con i dottori e gli ha detto che stavano commettendo un crimine: affamare un bimbo, privandolo di cibo e idratazione, togliergli l'ossigeno. «Abbiamo avuto un incontro di circa quaranta minuti», ha raccontato Tom Evans, «e alla fine mi hanno detto che avevo ragione e avevo sempre avuto ragione». Per Tom e Kate, Alfie non ha mai dato segni di sofferenza. Di fronte alla loro determinazione, i medici hanno accettato di fornirgli acqua e un po' di ossigeno. Nelle ore di una notte di tensione e speranza, Alfie ha combattuto e poi si è addormentato in braccio alla sua mamma, accoccolato su di lei, come è normale che accada per i figli di questa età. Una scena immortalata in una foto e diffusa sui social media, che deve essere risultata incredibile per i medici che considerano il piccolo malato alla stregua di un vegetale, sul quale non conviene insistere con le cure, perchè sarebbero inutili. «Alfie ha fatto il suo dovere e continua a farlo, mettendocela tutta», ha spiegato ai giornalisti Tom Evans ieri mattina. È stata dura e lo sarà ancora, ora dopo ora, ha bisogno di supporto. Quando i medici si sono convinti a dargli acqua e la mascherina di ossigeno per me è stata una benedizione. Non si tratta di una macchina che lo fa respirare, ma di una forma di ossigenazione per il suo corpo».L'inattesa reazione del piccolo allo spegnimento delle macchine e la perseveranza dei suoi genitori, comunque, hanno avuto un effetto importante. Il giudice d'appello dell'alta corte britannica Anthony Hayden, lo stesso che lunedì aveva dato il permesso di scollegare il respiratore, ha deciso di convocare d'urgenza una nuova udienza per discutere il caso, invitando a Manchester tutte le parti coinvolte. Nel corso di tre ore di dibattito intense, sono state ripercorse le fasi di questa lunga vicenda, analizzate nel dettaglio le prospettive, le convenienze, i rischi. I genitori di Alfie hanno chiesto, come fanno da settimane, di portare il piccolo in Italia, all'ospedale Bambino Gesù di Roma, che si è offerto di assisterlo e ha dato nuove speranze alla famiglia. I dottori dell'Alder hey hospital non hanno cambiato il loro parere, nonostante la diagnosi sulla malattia del piccolo manchi. Alla fine il giudice Anthony Hayden non ha accettato l'idea di concedere alla famiglia di partire subito per l'Italia. Per ora ha chiesto ai medici dell'Alder hey hospital se Alfie Evans potrebbe lasciare l'ospedale e tornare a casa da mamma e papà. Risposta: non prima di cinque giorni. Una richiesta che si può leggere in due modi. Da un lato si può supporre che, senza cure mediche, il piccolo sia destinato a spegnersi. D'altro canto questa proposta offre anche una chance. Perché una volta dimesso dall'ospedale, il potere dei medici e dei giudici sul futuro del bambino potrebbe venire meno e allora potrebbero essere i genitori a decidere del suo futuro. E un'aeroambulanza per l'Italia sarebbe già pronta a decollare. Ipotesi, finché l'ospedale non fornirà la sua risposta. Di nuovo per Alfie si tratta di attendere. 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Nel dibattimento il giudice Hayden, che ha criticato alcune persone vicine alla famiglia per aver fornito «illusioni», ha escluso che il piccolo Alfie possa essere trasferito a Roma o a Monaco e ha chiesto all'Alder hey hospital se il bambino avrebbe potuto però ritornare a casa. I medici si sono barricati dietro al clima «ostile» che si è venuto a creare intorno all'attività dell'ospedale e per questo hanno affermato di non poter far uscire Alfie prima di 3 o 5 giorni. E comunque quella di «mandarlo a casa non è una decisione che si può prendere su due piedi». Insomma, gli inglesi tengono duro, Alfie non va né a Roma, né a casa, e chiudono ancora la porta ai genitori Thomas e Kate scommettendo sul fatto che comunque la vita del piccolo Evans debba terminare. Mentre ancora si attendeva il risultato dell'udienza, il Consiglio dei ministri a Palazzo Chigi deliberava «il conferimento della cittadinanza italiana ad Alfie Evans, nato a Liverpool (Gran Bretagna) il 9 maggio 2016». Si forniva così l'atto di ratifica formale alla concessione della cittadinanza al piccolo paziente inglese, «in considerazione dell'eccezionale interesse per la comunità nazionale ad assicurare al minore ulteriori sviluppi terapeutici, nella tutela di preminenti valori umanitari che, nel caso di specie, attengono alla salvaguardia della salute». Un altro tassello andava al suo posto, mentre si rincorrevano le voci che un aeromobile con i medici dell'ospedale vaticano del Bambino Gesù fosse pronto a Liverpool per trasportare Alfie in Italia. Le cose «possibili e impossibili» per trasferire il bambino sono certamente state fatte, così come richiesto esplicitamente da papa Francesco a Mariella Enoc, presidente dell'ospedale pediatrico vaticano Bambino Gesù. Il vero punto di svolta dell'azione diplomatica e giuridica deve essere ricercato proprio nella discesa in campo diretta del Papa, è grazie a questa pressione che si è realizzato anche l'intervento del governo italiano con la concessione della cittadinanza. In mattinata c'era stato l'intervento del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. «La forza dell'amore», ha dichiarato Tajani, «sta sconfiggendo il cinismo di chi ha staccato la spina. Tutto il mio sostegno ad Alfie e ai suoi straordinari genitori». L'attività diplomatica messa in campo ai massimi livelli era partita da qualche tempo, come conferma alla Verità Emmanuele Di Leo di Steadfast onlus, e la politica ha risposto. Soprattutto la Lega (che ha parlato di «deriva disumana») e Giorgia Meloni (Alfie è ancora vivo, noi non ci arrendiamo»), hanno fatto sentire la loro voce contribuendo a smuovere le acque. In questo contesto si è inserita la forte azione della segreteria di Stato vaticana che ha attivato l'ospedale Bambino Gesù fino a inviare a Liverpool Mariella Enoc, che proprio ieri mattina ribadiva che «l'équipe del Bambino Gesù è pronta a partire con un aereo fornito dal ministro Pinotti», ma «aspetto una chiamata dalla Difesa perché mettano a disposizione un aereo non tanto per l'aereo quanto per i problemi diplomatici». Monsignor Francesco Cavina, vescovo di Carpi, incaricato direttamente dal Papa durante l'udienza a sorpresa concessa al padre di Alfie il 18 aprile, ha sottolineato come la presenza di Enoc a Liverpool ha espresso da un punto di vista «quasi fisico la volontà della Santa sede e del Pontefice che i genitori di Alfie possono avere la libertà di portare il proprio figlio dove sentono che è necessario per la sua cura». Ma quell'aereo per trasferire Alfie a Roma non si è mai alzato in volo, come peraltro diverse voci insistevano nel dire che mai gli inglesi avrebbero ceduto e concesso di portare il bambino in Italia. Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/alfie-fa-il-miracolo-e-sopravvive-2562997841.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="eliminare-i-piu-deboli-lantico-sogno-degli-inglesi" data-post-id="2562997841" data-published-at="1780440028" data-use-pagination="False"> Eliminare i più deboli, l’antico sogno degli inglesi LaPresse L'ospedale Alder hey di Liverpool ha decretato la fine del «sostegno vitale» al piccolo Alfie Evans. Un verdetto sconcertante: per un bambino di due anni la morte sarebbe il suo «best interest» contro il volere dei genitori. Come siamo arrivati a questo? Riccardo Cascioli sulla Nuova Bussola Quotidiana scrive: «A proposito di sentenze sul caso Alfie, molti hanno rievocato le leggi naziste. Ma è una ricostruzione riduttiva, perché la vera origine sta nelle società eugenetiche che sono fiorite all'inizio del '900.» Ed è proprio l'Inghilterra la culla della folle ideologia legata all'eugenetica, parto delle menti di Ernst Haeckel e Fracis Galton, discepoli di Charles Darwin. Cascioli spiega che «poggiandosi sulla scoperta dell'ereditarietà dei geni», Haeckel e Galton cercarono di capire come poter «guidare la selezione naturale in modo da migliorare la razza umana. (…) All'inizio si parlava soprattutto di eugenetica “positiva", ovvero attraverso matrimoni selettivi privilegiando quelli tra i migliori elementi della società. Ma ben presto si passa a quella “negativa", cioè il divieto ai deboli di riprodursi». «Quante sofferenze e quante perdite», scriveva Haeckel nel 1904, «potrebbero venire evitate se si decidesse finalmente di liberare i totalmente incurabili dalle loro indescrivibili sofferenze con una dose di morfina». All'epoca, queste teorie non erano altro che teorie, appunto, dibattute in claustrofobici salotti frequentati da intellettuali «illuminati». Poi, nel corso del Novecento, sono entrate indisturbate nella nostra quotidianità. Il caso di Alfie ne è una prova. D'altronde fu lo stesso Galton che, in un articolo uscito sull'American journal of sociology nel luglio 1904, scrisse: «il primo e principale punto è assicurare la generale accettazione intellettuale dell'eugenetica come studio ricco di speranze e della massima importanza. Poi lasciamo che i suoi princìpi penetrino nel cuore della nazione, la quale li metterà in pratica in modi che non possiamo pienamente prevedere». Fu anche in risposta a questo articolo che Gilbert Keith Chesterton pubblicò nel 1922 un libro oggi pressoché sconosciuto, intitolato Eugenetica e altri malanni. In questo piccolo volumetto, il grande scrittore inglese mostra ancora una volta la sua vena profetica schierandosi contro le folli idee eugenetiche. Nel primo capitolo si legge: «esiste oggi un piano d'azione, un indirizzo di pensiero, collettivo e inconfondibile come tutti quelli di cui occorre tener conto per delineare il processo storico. È una realtà concreta come il Movimento di Oxford (…). È chiamata per comodità “eugenetica", e che sia da distruggere mi propongo di dimostrarlo nelle pagine seguenti». Per Chesterton l'eugenetica non era una semplice dottrina filosofica, ma un errore, una potenziale causa di danni irreversibili da estirpare alla radice. «La cosa più saggia del mondo è gridare prima del danno» aggiunge, «gridare dopo che il danno è avvenuto non serve a nulla, specie se il danno è una ferita mortale». Purtroppo il suo monito è rimasto inascoltato, specialmente nella sua Gran Bretagna, come dimostra la vicenda di Alfie. La sua vita è stata ufficialmente giudicata «inutile», come se si trattasse di un vecchio soprammobile, una macchina da rottamare. Un vero e proprio sguardo disumanizzante sulla realtà che ha origine, secondo Chesterton, nel materialismo, «che trapela dal modo di esprimersi di un uomo, anche se parla di orologi o di gatti o di altre cose lontanissime dalla teologia. La caratteristica dello stile ateo», prosegue, «è di scegliere istintivamente la parola che suggerisce che le cose sono cose morte; che le cose non hanno un'anima». Nel caso di Alfie, i giudici e i medici che si sono pronunciati per la sospensione del sostegno vitale del bambino hanno avuto la «sfortuna» di imbattersi in due genitori eroici e combattivi. Per fermarli è stato necessario il ricorso alle forze di polizia. Chesterton non esiterebbe a parlare di una persecuzione perpetrata ai danni della famiglia Evans. In Eugenetica ed altri malanni, infatti, sottolinea: «non ho paura della parola “persecuzione" quando è attribuita alle chiese; e non è minimamente come termine di biasimo che la attribuisco agli uomini di scienza. È un termine di realtà legale. Se esso significa l'imposizione mediante la polizia di una teoria ampiamente contestata e indimostrabile in via definitiva (come l'“inutilità" della vita di un bambino malato, ndr), oggi a perseguitare non sono i nostri preti, ma i nostri dottori». Le parole del corpulento autore inglese sconvolgono per la loro portata profetica. Oggi sembra davvero di vivere dentro l'incubo prefigurato con dolore da Chesterton. Come uscirne? Tornando a guardare l'uomo da uomo, come creatura voluta da Dio e da lui dotata di un'anima e una vita inviolabile, perché «la religione» citando ancora una volta Chesterton, «è la difesa pratica di qualsiasi idea morale che debba essere popolare e debba essere battagliera. E il nostro ideale, se vuole sopravvivere, deve essere entrambe le cose». Michelangelo Socci
I protagonisti di quello che sta per accadere prendono posto sugli spalti, che nel frattempo si sono trasformati in un golfo mistico. In pochi minuti, 459 cori provenienti da tutta Italia si sciolgono e ne formano uno enorme. Per essere precisi, bisogna contare anche 696 cantori «freelance» e 116 bambini. Il totale fa 3.546 voci e 7.092 occhi puntati verso il palcoscenico, nell’attesa che compaia Riccardo Muti. Tutti - dai 6 anni di Carlotta (da Cagliari) ai 93 di Benito (da Budrio, nel Bolognese) - sono qui per il Maestro, che ha concesso il bis dopo il successo della prima edizione di Cantare amantis est dell’anno scorso (uno degli eventi più visionari del Ravenna Festival, nato dall’intuizione di Cristina Mazzavillani e oggi sotto la guida di Anna Leonardi). Dal coro del Conservatorio di Trieste a quello degli Stonati di Bologna qualche professionista si è imbucato, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di amatori in purezza, alla maniera di Agostino (il motto «Cantare è proprio di chi ama» porta la firma del santo d’Ippona).
Pronti, via, si inizia a lavorare (altro che ponte del 2 giugno!) su un gioiello di apparente semplicità: l’Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart (dedicato a un martire della libertà come don Giovanni Minzoni). I coristi hanno in mano uno spartito di due paginette. Sono 46 battute per quattro minuti scarsi di musica. Eppure, quel breve mottetto, spiega Muti, «è una delle pagine piovute su Mozart dal cielo (era il 18 giugno del 1791, ndr), qualche mese prima di morire». Un regalo del compositore alla minuscola parrocchia di Baden per la festa del Corpus Domini, mentre la moglie Constanze, incinta, veniva assistita. «Bravissimi», sottolinea il direttore d’orchestra, «senza che vi dicessi nulla, l’avete cantato con amore. Adesso però cerchiamo l’infinito tra le note». Il Maestro si siede al pianoforte e in un istante quei suoni appena accennati acquistano un significato nuovo che, col senno di poi, era lampante fin dall’inizio.
La breve introduzione orchestrale? «Non è un caso che punti verso l’alto. È un’ascensione: dalla Terra al cospetto di Cristo». Ave verum Corpus. Vi siete accorti che Mozart decide di ripetere due volte “Ave”? La seconda dev’essere più piano. Bisogna ritirarsi, come se avessimo osato troppo». Natum de Maria Virgine. «Qui la tonalità è stabile, ferma, la musica afferma una sicurezza». Vere passum, immolatum in cruce pro homine. «Ascoltate questo intervallo: esprime il dolore di chi patì per gli uomini. Le avvertite queste dissonanze? Sono i chiodi della croce». Cujus latus perforatum. «A livello tonale, dovreste percepire una virata, come se osservassimo una parte del corpo di Cristo». Dal costato sgorgarono sangue e acqua. «Dopo aver sottolineato la sofferenza di Gesù, da questo punto - Esto nobis praegustatum in mortis examine - il genio di Mozart abbandona le quattro parti che cantano insieme, verticalmente. Il coro si sdoppia, si allarga all’umanità perché “tutti noi” possiamo “gustare il Paradiso nell’ora della morte”. Certo, sarebbe bello se fosse così semplice. Quando il compositore affronta per la prima volta questa verità spunta una cadenza evitata. È il dubbio che si insinua ancora, ma poi lascia spazio alla certezza». Parole che acquisiscono un altro peso quando il Maestro chiede che l’ultima esecuzione diventi un omaggio a Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel tragico rogo di Crans-Montana. Il padre Massimo - rivela Muti - è parte di questo popolo che canta e, «davanti a una tragedia immane, ha trovato conforto nella musica».
Gli stessi enigmi insondabili emergeranno poco dopo nel Requiem di Giuseppe Verdi. Nella mattinata della Festa della Repubblica, però, un ripasso dell’Inno di Mameli era d’obbligo. E quindi: «Alzino le mani quelli che son davvero “pronti alla morte”?». Gelo. «Lo sapevo: bisogna cambiare il testo!». Risate liberatorie. Se l’anno scorso le fatiche della leggendaria bacchetta si erano concentrate nella lotta per espungere il «Sì!» dal finale, oggi la raccomandazione del direttore è una lezione di vita: «Non frantumate mai la frase, non sillabate! Va sempre condotta nella sua arcata. Serve nobiltà. Non siamo il Paese delle marcette!». Ma Muti ne ha anche per il Palazzo: «Cari politici, l’inno dev’essere cantato da una moltitudine, non da una persona sola. Cos’è questa moda, copiata dagli americani?». Ovazione. Poteva finire lì, ma dopo qualche ora su 3.546 smartphone iniziano a rimbalzare le immagini di Andrea Bocelli che intona Fratelli d’Italia ai Fori imperiali, solissimo, davanti alle più alte cariche dello Stato. «Non voglio prendermela con il cantante, ma le autorità restituiscano l’inno agli italiani!».
Dai melismi di Casta Diva di Bellini - «un altro tipo di preghiera, alla Luna» - al timore delle schiere dei cherubini che leva il fiato nel Mefistofele di Boito, Muti non si stanca di sporcarsi le mani con i suoi amati «dilettanti» ed è un vulcano di insegnamenti e di domande esistenziali. «Il Requiem di Brahms è una consolazione. In Verdi prevale il punto interrogativo: “Mi salverai, Signore?”». Nell’ora dell’arrivederci, l’ultimo (infinito) rito è l’autografo per tutti i partecipanti. «Iniziando con l’Ave Verum mozartiano e finendo con Verdi il nostro messaggio di cultura, spiritualità e pace l’abbiamo inviato. Ci rivedremo l’anno prossimo? Porta patet sed cor magis. La porta è aperta, ma il cuore ancora di più».
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Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Papa Leone XIII dal 1878 al 1903 (Getty Images)
Com’era prevedibile, non è passata inosservata, negli organi di stampa, la parte dell’enciclica Magnifica humanitas nella quale papa Leone XIV, a nome della Chiesa, chiede perdono per l’asserito «ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù», essendosi dovuto attendere - egli afferma - «il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII». Il Messaggero di Roma e Famiglia cristiana, in particolare, hanno messo in luce come il Papa abbia soprattutto inteso porre in guardia contro il pericolo di una nuova forma di schiavitù derivante da un uso improprio e non controllato dell’intelligenza artificiale. Sul che, in effetti, non si può che concordare. Lascia però perplessi la ritenuta opportunità di rivangare, nell’enciclica, per sottoporlo a condanna, l’atteggiamento avuto dalla Chiesa, nei secoli passati, nei confronti della schiavitù, quasi che, altrimenti, la segnalazione del pericolo attuale di una nuova schiavitù - ben diversa, comunque, dall’antica - fosse destinata a perdere efficacia. E ancor più perplessi lascia l’assolutezza di detta condanna, basata soltanto sul richiamo, nella nota n. 174, alle due bolle pontificie del papa Eugenio IV Sicut dudum del 13 gennaio 1435 ed Etsi suscepti del 9 gennaio 1442, e alle altre due del papa Niccolò V Dum diversas del 18 giugno 1452 e Romanus Pontifex dell’8 gennaio 1455.
Richiamo, quello ora detto, da riguardarsi, peraltro, come non del tutto felice, per cui sarebbe forse bene che il papa ne individuasse il responsabile e gli tirasse un po’ le orecchie. La prima, infatti, delle suddette bolle, riguardante le isole Canarie, allora venute da poco in possesso della Spagna, lungi dal minimamente giustificare la schiavitù alla quale gli originari abitanti erano stati sottoposti, imponeva, invece, sotto pena di scomunica, di farla immediatamente cessare, vietandola anche per il futuro. Il che, peraltro, era già stato stabilito - senza gran successo - dallo stesso papa Eugenio IV con la precedente bolla Regimini gregis del 29 settembre 1434 e fu poi ribadito, sempre con riguardo alle popolazioni delle isole Canarie, dal papa Pio II con la bolla Pastor bonus del 7 ottobre 1462. Quanto, poi, alle altre bolle citate nella nota summenzionata, soltanto le due del papa Niccolò V presentano specifica attinenza alla questione della schiavitù, in quanto effettivamente conferivano al re di Portogallo Alfonso V il diritto esclusivo non solo di acquisire il controllo dei territori dell’Africa sub sahariana che si affacciano sull’Atlantico, ma anche di ridurre in «perpetua servitù» saraceni, pagani e altri «infedeli» che li abitavano.
Risulta, però, incredibilmente e inspiegabilmente passato sotto silenzio il fatto che la schiavitù, con particolare riferimento alle popolazioni delle Americhe, fu poi ripetutamente condannata, in modo assoluto e sempre sotto pena di scomunica, dai pontefici Paolo III, Urbano VIII e Benedetto XIV rispettivamente con la bolla Sublimis Deus (o Veritas ipsa) del 2 giugno 1537 e con i brevi Commissum nobis del 22 aprile 1639 e Immensa pastorum del 20 dicembre 1741. Di particolare interesse appare la motivazione della Sublimis Deus, essenzialmente basata sul rilievo che Gesù Cristo aveva dato mandato agli apostoli di predicare il vangelo a tutti i popoli della terra, senza eccezione, ritenendoli quindi tutti capaci di ricevere il dono della fede, e che veniva dal Demonio, nemico del genere umano, l’idea che di quella capacità fossero privi, per loro natura, gli abitanti delle Americhe, tanto da poter essere sottoposti a schiavitù. Da ricordare, inoltre, la bolla Cum sicuti di Gregorio XIV, del 18 aprile 1591, con la quale, in linea con la Sublimis Deus, si vietava la riduzione in schiavitù delle popolazioni delle isole Filippine, recentemente venute in possesso della corona spagnola.
Il fatto che, nei documenti anzidetti, non si parlasse della schiavitù con riguardo alle popolazioni africane facilmente si spiega con la considerazione che l’Africa era, all’epoca, in gran parte sottratta al dominio di nazioni europee, per cui del tutto inutile sarebbe stato che il Papa imponesse divieti che nessuno sarebbe stato poi tenuto ad osservare. È però significativo che il papa Gregorio XVI, con il breve In supremo del 3 dicembre 1839, si fosse preoccupato di vietare «l’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano» del quale indicava come responsabili taluni cristiani che «accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri». Non è certo per caso, quindi, che la condanna della schiavitù in assoluto (ma con esplicito riferimento, tuttavia, alle particolari condizioni dell’Africa) sia intervenuta, da parte del papa Leone XIII, solo in un periodo storico (fine del XIX secolo) in cui l’Africa era quasi totalmente sotto il dominio di nazioni europee. È ad esse, infatti, che veniva in tal modo fatto carico non certo di astenersi dal ridurre formalmente in schiavitù le popolazioni africane soggette alla loro sovranità (cosa che nessuna potenza coloniale si sognava neppure lontanamente di fare) ma piuttosto di adoperarsi con la massima energia perché la schiavitù, endemica da sempre nel continente africano, venisse totalmente estirpata. E infatti - come osserva Rossella Bottoni nel suo I popoli indigeni nel magistero della Chiesa cattolica, Ledizioni, 2024 - «I governi degli Stati cattolici apprezzarono molto tale sostegno alla causa contro la schiavitù, che essi vedevano come ragione legittimante della loro politica nel continente. Dunque, colonizzatori e missionari si “incontrarono” sul terreno dell’antischiavismo». Conclusione, questa, che potrebbe creare, nell’attuale contesto culturale di cui è partecipe anche il mondo cattolico, un qualche imbarazzo che però, in chi amasse veramente la Chiesa, dovrebbe trovare più che adeguato compenso nel constatare che si pone del tutto in contrasto con la verità storica Famiglia cristiana quando afferma, nel commentare l’enciclica di Leone XIV, che la condotta della Chiesa, «per diciotto secoli», sarebbe stata solo quella di avere «tollerato pratiche oggi considerate abominevoli».
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Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
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Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
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