Secondo quanto comunicato dall’agenzia stampa della Cei, il tradizionale rito della «lavanda dei piedi», dopo anni di esilio e di assenza, «ritornerà così a svolgersi» all’interno della «cattedrale del vescovo di Roma». Senza timore di palesare una discontinuità evidente, il Servizio informazione religiosa (Sir) ricorda che papa Francesco, «durante il suo pontificato» era solito celebrare la messa «in Coena Domini» in luoghi da lui ritenuti significativi «in quanto simbolo della sofferenza e della fragilità», come le «carceri o i centri di accoglienza per migranti».
E in effetti, il pontefice venuto «dalla fine del mondo», ha sempre celebrato la liturgia del Giovedì santo, con annessa lavanda dei piedi, all’interno di carceri (anche minorili e femminili), e per due volte in centri di accoglienza per migranti, nel 2015 a Castelnuovo di Porto e nel 2017 a Castel Volturno. L’ultima volta, il 17 aprile 2025, pochi giorni prima di morire, si era recato a Regina Coeli.
Addirittura Bergoglio, in questo suo slancio particolarmente «inclusivo», ha cambiato le norme e le collaudate prassi liturgiche, permettendo per la prima volta nella storia della Chiesa la presenza di donne e di persone non cristiane, tra i 12 fedeli a cui il pontefice lava i piedi. Ripetendo il nobile gesto che fece Gesù con gli apostoli, i quali però erano uomini, cristiani, sacerdoti e vescovi.
Ovviamente Leone XIV come ha detto lui stesso in tante allocuzioni e omelie, e specialmente nell’esortazione apostolica Dilexi te, non vuole minimizzare l’impegno preferenziale della Chiesa «per i poveri e i sofferenti» (Dt, n. 3). Ma desidera inserire il nobile ed evangelico ideale della carità verso i bisognosi, all’interno dell’alveo della missione tradizionale e spirituale della Chiesa, la quale, come disse lo stesso Francesco, «non è una Ong» (Udienza del 18 giugno 2014).
Fermo restando che non è contrario al Vangelo celebrare la messa del Giovedì santo in nessun luogo della terra (nobile o ignobile), dovrebbero riflettere tutti coloro che vedevano nelle scelte di papa Francesco un «progresso», un «frutto dello Spirito santo» o «un punto di non ritorno». No, papa Leone non ha torto nel voler «tornare all’antico», riprendendo ad esempio Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che celebravano le messe del sacro Triduo nelle maestose basiliche dell’Urbe. Perché il linguaggio della «misericordia» deve coniugarsi con quello della «giustizia» e l’immagine della Chiesa «in uscita» verso le «periferie esistenziali» non deve correre il rischio di sembrare un appoggio a chi vuole «servirsi di Cristo» per le sue agende laiche e irreligiose.