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2024-01-19
Il dl del governo sull’agrivoltaico manda in soffitta i no di Bonaccini
Stefano Bonaccini (Ansa)
Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha firmato il nuovo decreto con gli incentivi all’agrivoltaico «innovativo». L’obiettivo è far installare almeno 1,04 gigawatt di sistemi agrivoltaici avanzati entro il 30 giugno del 2026, attraverso due misure: la concessione, a valere sui fondi Pnrr, di un contributo in conto capitale nella misura massima del 40% dei costi ammissibili e una tariffa incentivante sulla produzione di energia elettrica netta immessa in rete. Il contributo in conto capitale è finanziato attraverso appunto l’investimento del Pnrr, pari a oltre 1 miliardo di euro, mentre per la tariffa incentivante si stima un importo annuo di 21 milioni, a valere sugli oneri di sistema.
Il decreto si va ad aggiungere a quello sull’energia, pubblicato a dicembre, dove tra i vari provvedimenti è però previsto il contributo che i produttori di energia rinnovabile dovranno versare al Gse per incentivare le regioni a ospitare impianti appunto a fonti rinnovabili. Si tratta di un «obolo» annuo pari a 10 euro per ogni Kw di potenza dell’impianto (per impianti superiori ai 20 Kw), per i primi tre anni dalla data di entrata in esercizio. Risorse che saranno versate dal Gse all’entrata del bilancio dello Stato per poi essere riassegnate alle Regioni. Da una parte gli incentivi, quindi, e dall’altra una specie di tassa. Tutto questo, però, mentre il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ha pensato di pagare i contadini per non lavorare. Ne ha scritto La Verità di recente: tra i vari bandi che la Regione ha infatti indetto per il sostegno all’agricoltura, ne è spuntato uno di sviluppo rurale (Sra26) che prevede il «ritiro dei seminativi dalla produzione». In pratica per gli agricoltori che accetteranno di rendere incolti i propri terreni per un periodo di 20 anni, si prevede un risarcimento dai 500 ai 1.500 euro a ettaro, il tutto al fine di «contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici e all’adattamento a essi, anche riducendo le emissioni di gas a effetto serra». Insomma, viene chiesto agli agricoltori di sacrificare la propria azienda per mitigare il cambiamento climatico perché i fondi destinati sono complessivamente esigui e il pro quota annuale insufficiente. Invece di aprire agli investimenti di gruppi privati sul territorio in energia rinnovabile, viene spinto un sussidio agli agricoltori, peraltro con i soldi delle loro tasse. Soldi pubblici.
Da un lato la Regione si oppone all’installazione di impianti solari o di nuove tecnologie sostenibili perché dice che consumano il suolo sottraendolo all’agricoltura, dall’altra parte fa un bando per non far coltivare la terra ai contadini. In netto contrasto con il decreto varato da Pichetto Fratin sull’agrivoltaico che invece dovrebbe stimolare la ripresa dell’agricoltura legata alla produzione dell’energia. La confusione (anche se la nuove legge nazionale supera quelle locali) è alimentata dal fatto che una norma nazionale dice che le Regioni devono individuare le aree idonee per fare le rinnovabili e l’Emilia-Romagna ha creato un vulnus (tra l’altro anche in contrasto con quello che è stato sin qui l’atteggiamento molto «green» della sinistra di cui fa parte Bonaccini).
Il tutto penalizzando quella che è una delle leve di sviluppo non solo del Green deal ma della filiera agricola in Italia. L’agrivoltaico integra, infatti, il fotovoltaico nell’attività agricola con installazioni solari che permettono al titolare dell’impresa di produrre energia e al contempo di continuare le colture agricole o l’allevamento di animali. Stando alle stime di Italia solare, se si agevolasse lo sviluppo di impianti agrivoltaici anche solo sullo 0,32% dei terreni agricoli italiani, si riuscirebbe a soddisfare il 50% degli obiettivi del Piano energia e clima (Pniec). I vantaggi ci sarebbero anche per gli operatori agricoli: potrebbero reperire risorse finanziarie necessarie al rinnovo ed eventuali ampliamenti delle proprie attività; moltiplicare il reddito agricolo; disporre di un partner di lungo periodo per mettersi al riparo da brusche mutazioni climatiche; sviluppare nuove competenze professionali e nuovi servizi al partner energetico (magazzini ricambi locali, taglio erba, lavaggio moduli, presenza sul posto e guardiania, eccetera).
Quanto agli operatori energetici, potrebbero realizzare importanti investimenti nel settore di interesse anche su campi agricoli; acquisire, attraverso una nuova tipologia di accordi con l’impresa agricola partner, diritti di superficie a costi contenuti e concordati; realizzare effetti di mitigazione dell’impatto sul territorio attraverso sistemi agricoli produttivi e non solo di mitigazione paesaggistica; ridurre i costi di manutenzione attraverso l’affidamento di una parte delle attività necessarie. I costi possono arrivare anche al 30-40% in più rispetto a un impianto a terra ma la riduzione del consumo idrico grazie all’ombreggiamento da agrivoltaico può raggiungere anche l’80%.
«Più investimenti coi biocarburanti»
«Le rinnovabili possono essere una piattaforma di sviluppo perché con questo tipo di energia si producono i biocarburanti da utilizzare in settori industriali particolarmente difficili da decarbonizzare a causa dell’alta intensità di emissioni di gas serra associate alle loro attività». È questo il messaggio che vuol trasmettere alla politica, nazionale e locale Alessandro Migliorini, country manager per l’Italia di European energy, azienda danese impegnata nella produzione di energia pulita. La scommessa è la cosiddetta tecnologia Power to X: è il frutto del processo di trasformazione dell’energia elettrica rinnovabile in chimica sotto forma di combustibili che vengono utilizzati come vettori energetici. Tutto nasce da un processo di elettrolisi che scompone l’acqua nei suoi elementi base come idrogeno e ossigeno. Un processo che richiede molta elettricità che, per questo, viene a sua volta prodotta utilizzando solo fonti rinnovabili come eolico o solare. Poi l’idrogeno viene miscelato con la CO2 biogenica (che risulta dal processo naturale del carbone) e si ottiene un biocarburante che può essere utilizzato per esempio nel settore marittimo e anche nell’industria energivora. Insomma, un ampio spettro di applicazione che si allarga persino all’acciaio.
«Questa tecnologia la stiamo già sperimentando in collaborazione con un colosso delle navi portacontainer come Maersk ma abbiamo stretto accordi anche con la Lego per la produzione di mattoncini e con Novo nordisk che produce siringhe per diabetici», spiega Migliorini. Il punto è: si può fare in Italia? European energy sta guardando alcune aree. C’è però una sorta di resistenza di carattere culturale. «Vanno spiegati i benefici sul territorio di questo tipo di infrastrutture, i vantaggi anche in termini occupazionali, bisogna far capire alle amministrazioni locali che con queste applicazioni si investe sul territorio anche in termini di opere di compensazione ai Comuni, o di oneri di mitigazione. Si può creare una vera filiera industriale perché produrre idrogeno miscelandolo con la CO2 significa anche che questa va catturata, stoccarla e distribuita con un tipo di attività che è più industriale rispetto alla produzione di energia da rinnovabili», sottolinea il manager. L’obiettivo è anticipare i processi, e guardando all’impatto della crisi nel Mar Rosso, non farsi trovare impreparati ma anzi avere già pronte soluzioni alternative. «Se le navi verranno costruite con questa nuova tecnologia andranno nei porti decarbonizzati dove sanno di poter già contare sulla possibilità di rifornirsi. Se in Italia non ci attrezziamo anticipando i tempi ci troveremmo a perdere una parte del traffico navale».
Tra l’altro, proprio in regioni come l’Emilia-Romagna si possono sfruttare gli allevamenti, ci sono dunque già le componenti necessarie per produrre i biocarburanti. Il problema non è solo individuare le aree adatte ma anche gestire l’atteggiamento di alcune amministrazioni che non sempre è propositivo ma mostra invece chiusura o scarsa propensione nel passare dalle parole ai fatti. Secondo le stime degli operatori, parliamo di un sistema che vale da qui al 2030 circa 300.000 posti di lavoro con 10 miliardi di euro l’anno di investimenti. «Molti pensano», aggiunge Migliorini, «che lo sviluppo delle rinnovabili sia solo legato a pannelli solari o pale eoliche, ma le nuove tecnologie ci stanno portando verso piattaforme per decarbonizzare, limitando le emissioni nella transizione ecologica perché si recupera la CO2 esistente». Non a caso la Francia e la Germania stanno spingendo sull’agrivoltaico mentre noi rischiamo di rimanere indietro danneggiando anche i coltivatori. La sensazione è che si stia ideologizzando anche l’energia - le rinnovabili sono di sinistra e il nucleare di destra - quando invece il beneficio dal punto di vista industriale arriva dallo sviluppare al massimo sul territorio tutti i tipi di produzione. Non si può fare tutto con il nucleare, solo con il carbone o solo con il gas. Perché quindi voler ricorrere a una sola tecnologia invece di appoggiarsi a tutte quelle disponibili, per altro attraendo investimenti? Pensiamoci.
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Passa il pacchetto di incentivi, finanziati pure dal Pnrr, per chi accetta di installare impianti innovativi. La legge scavalca il piano del dem, pronto a pagare i contadini per lasciare campi incolti in nome del clima.Alessandro Migliorini, manager di European energy, società che collabora con Maersk e Lego: «Si può creare una filiera industriale producendo idrogeno miscelato con la CO2».Lo speciale contiene due articoli.Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha firmato il nuovo decreto con gli incentivi all’agrivoltaico «innovativo». L’obiettivo è far installare almeno 1,04 gigawatt di sistemi agrivoltaici avanzati entro il 30 giugno del 2026, attraverso due misure: la concessione, a valere sui fondi Pnrr, di un contributo in conto capitale nella misura massima del 40% dei costi ammissibili e una tariffa incentivante sulla produzione di energia elettrica netta immessa in rete. Il contributo in conto capitale è finanziato attraverso appunto l’investimento del Pnrr, pari a oltre 1 miliardo di euro, mentre per la tariffa incentivante si stima un importo annuo di 21 milioni, a valere sugli oneri di sistema. Il decreto si va ad aggiungere a quello sull’energia, pubblicato a dicembre, dove tra i vari provvedimenti è però previsto il contributo che i produttori di energia rinnovabile dovranno versare al Gse per incentivare le regioni a ospitare impianti appunto a fonti rinnovabili. Si tratta di un «obolo» annuo pari a 10 euro per ogni Kw di potenza dell’impianto (per impianti superiori ai 20 Kw), per i primi tre anni dalla data di entrata in esercizio. Risorse che saranno versate dal Gse all’entrata del bilancio dello Stato per poi essere riassegnate alle Regioni. Da una parte gli incentivi, quindi, e dall’altra una specie di tassa. Tutto questo, però, mentre il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ha pensato di pagare i contadini per non lavorare. Ne ha scritto La Verità di recente: tra i vari bandi che la Regione ha infatti indetto per il sostegno all’agricoltura, ne è spuntato uno di sviluppo rurale (Sra26) che prevede il «ritiro dei seminativi dalla produzione». In pratica per gli agricoltori che accetteranno di rendere incolti i propri terreni per un periodo di 20 anni, si prevede un risarcimento dai 500 ai 1.500 euro a ettaro, il tutto al fine di «contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici e all’adattamento a essi, anche riducendo le emissioni di gas a effetto serra». Insomma, viene chiesto agli agricoltori di sacrificare la propria azienda per mitigare il cambiamento climatico perché i fondi destinati sono complessivamente esigui e il pro quota annuale insufficiente. Invece di aprire agli investimenti di gruppi privati sul territorio in energia rinnovabile, viene spinto un sussidio agli agricoltori, peraltro con i soldi delle loro tasse. Soldi pubblici. Da un lato la Regione si oppone all’installazione di impianti solari o di nuove tecnologie sostenibili perché dice che consumano il suolo sottraendolo all’agricoltura, dall’altra parte fa un bando per non far coltivare la terra ai contadini. In netto contrasto con il decreto varato da Pichetto Fratin sull’agrivoltaico che invece dovrebbe stimolare la ripresa dell’agricoltura legata alla produzione dell’energia. La confusione (anche se la nuove legge nazionale supera quelle locali) è alimentata dal fatto che una norma nazionale dice che le Regioni devono individuare le aree idonee per fare le rinnovabili e l’Emilia-Romagna ha creato un vulnus (tra l’altro anche in contrasto con quello che è stato sin qui l’atteggiamento molto «green» della sinistra di cui fa parte Bonaccini).Il tutto penalizzando quella che è una delle leve di sviluppo non solo del Green deal ma della filiera agricola in Italia. L’agrivoltaico integra, infatti, il fotovoltaico nell’attività agricola con installazioni solari che permettono al titolare dell’impresa di produrre energia e al contempo di continuare le colture agricole o l’allevamento di animali. Stando alle stime di Italia solare, se si agevolasse lo sviluppo di impianti agrivoltaici anche solo sullo 0,32% dei terreni agricoli italiani, si riuscirebbe a soddisfare il 50% degli obiettivi del Piano energia e clima (Pniec). I vantaggi ci sarebbero anche per gli operatori agricoli: potrebbero reperire risorse finanziarie necessarie al rinnovo ed eventuali ampliamenti delle proprie attività; moltiplicare il reddito agricolo; disporre di un partner di lungo periodo per mettersi al riparo da brusche mutazioni climatiche; sviluppare nuove competenze professionali e nuovi servizi al partner energetico (magazzini ricambi locali, taglio erba, lavaggio moduli, presenza sul posto e guardiania, eccetera). Quanto agli operatori energetici, potrebbero realizzare importanti investimenti nel settore di interesse anche su campi agricoli; acquisire, attraverso una nuova tipologia di accordi con l’impresa agricola partner, diritti di superficie a costi contenuti e concordati; realizzare effetti di mitigazione dell’impatto sul territorio attraverso sistemi agricoli produttivi e non solo di mitigazione paesaggistica; ridurre i costi di manutenzione attraverso l’affidamento di una parte delle attività necessarie. I costi possono arrivare anche al 30-40% in più rispetto a un impianto a terra ma la riduzione del consumo idrico grazie all’ombreggiamento da agrivoltaico può raggiungere anche l’80%.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/agrivoltaico-decreto-pnrr-2666999772.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-investimenti-coi-biocarburanti" data-post-id="2666999772" data-published-at="1705612400" data-use-pagination="False"> «Più investimenti coi biocarburanti» «Le rinnovabili possono essere una piattaforma di sviluppo perché con questo tipo di energia si producono i biocarburanti da utilizzare in settori industriali particolarmente difficili da decarbonizzare a causa dell’alta intensità di emissioni di gas serra associate alle loro attività». È questo il messaggio che vuol trasmettere alla politica, nazionale e locale Alessandro Migliorini, country manager per l’Italia di European energy, azienda danese impegnata nella produzione di energia pulita. La scommessa è la cosiddetta tecnologia Power to X: è il frutto del processo di trasformazione dell’energia elettrica rinnovabile in chimica sotto forma di combustibili che vengono utilizzati come vettori energetici. Tutto nasce da un processo di elettrolisi che scompone l’acqua nei suoi elementi base come idrogeno e ossigeno. Un processo che richiede molta elettricità che, per questo, viene a sua volta prodotta utilizzando solo fonti rinnovabili come eolico o solare. Poi l’idrogeno viene miscelato con la CO2 biogenica (che risulta dal processo naturale del carbone) e si ottiene un biocarburante che può essere utilizzato per esempio nel settore marittimo e anche nell’industria energivora. Insomma, un ampio spettro di applicazione che si allarga persino all’acciaio. «Questa tecnologia la stiamo già sperimentando in collaborazione con un colosso delle navi portacontainer come Maersk ma abbiamo stretto accordi anche con la Lego per la produzione di mattoncini e con Novo nordisk che produce siringhe per diabetici», spiega Migliorini. Il punto è: si può fare in Italia? European energy sta guardando alcune aree. C’è però una sorta di resistenza di carattere culturale. «Vanno spiegati i benefici sul territorio di questo tipo di infrastrutture, i vantaggi anche in termini occupazionali, bisogna far capire alle amministrazioni locali che con queste applicazioni si investe sul territorio anche in termini di opere di compensazione ai Comuni, o di oneri di mitigazione. Si può creare una vera filiera industriale perché produrre idrogeno miscelandolo con la CO2 significa anche che questa va catturata, stoccarla e distribuita con un tipo di attività che è più industriale rispetto alla produzione di energia da rinnovabili», sottolinea il manager. L’obiettivo è anticipare i processi, e guardando all’impatto della crisi nel Mar Rosso, non farsi trovare impreparati ma anzi avere già pronte soluzioni alternative. «Se le navi verranno costruite con questa nuova tecnologia andranno nei porti decarbonizzati dove sanno di poter già contare sulla possibilità di rifornirsi. Se in Italia non ci attrezziamo anticipando i tempi ci troveremmo a perdere una parte del traffico navale». Tra l’altro, proprio in regioni come l’Emilia-Romagna si possono sfruttare gli allevamenti, ci sono dunque già le componenti necessarie per produrre i biocarburanti. Il problema non è solo individuare le aree adatte ma anche gestire l’atteggiamento di alcune amministrazioni che non sempre è propositivo ma mostra invece chiusura o scarsa propensione nel passare dalle parole ai fatti. Secondo le stime degli operatori, parliamo di un sistema che vale da qui al 2030 circa 300.000 posti di lavoro con 10 miliardi di euro l’anno di investimenti. «Molti pensano», aggiunge Migliorini, «che lo sviluppo delle rinnovabili sia solo legato a pannelli solari o pale eoliche, ma le nuove tecnologie ci stanno portando verso piattaforme per decarbonizzare, limitando le emissioni nella transizione ecologica perché si recupera la CO2 esistente». Non a caso la Francia e la Germania stanno spingendo sull’agrivoltaico mentre noi rischiamo di rimanere indietro danneggiando anche i coltivatori. La sensazione è che si stia ideologizzando anche l’energia - le rinnovabili sono di sinistra e il nucleare di destra - quando invece il beneficio dal punto di vista industriale arriva dallo sviluppare al massimo sul territorio tutti i tipi di produzione. Non si può fare tutto con il nucleare, solo con il carbone o solo con il gas. Perché quindi voler ricorrere a una sola tecnologia invece di appoggiarsi a tutte quelle disponibili, per altro attraendo investimenti? Pensiamoci.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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