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2022-09-07
L'Afghanistan un anno dopo il ritiro degli americani
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Talebani festeggiano l'anniversario della presa del potere. Nel riquadro il Generale Giorgio Battisti (Getty Images)
Un attentato kamikaze è avvenuto lo scorso 5 settembre davanti all'ambasciata russa di Kabul nel momento in cui un funzionario russo usciva per annunciare i nomi dei richiedenti il visto. Lo riferisce l'agenzia russa Ria Novosti riportando una fonte che afferma che «da 15 a 25 persone sono rimaste uccise o ferite a causa dell'esplosione. Due i russi uccisi». Solo qualche giorno prima (il 2 settembre) un’esplosione è avvenuta nella moschea di Guzargah, nella provincia di Herat. Secondo le prime ricostruzioni, l'Imam della moschea, Maulvi Mujibur Rahman Ansari, e suo fratello sono morti insieme a dieci guardie del corpo. L'imam di Guzargah attira ogni venerdì migliaia di persone provenienti da tutte le regioni del Paese. Dai video amatoriali che circolano su Telegram il bilancio delle vittime potrebbe essere molto più alto di quanto affermato dalle fonti ufficiali secondo le quali ci sarebbero stati 18 morti e oltre 20 feriti. Il 36enne religioso, corpulento e barbuto, si era ritagliato il proprio feudo in un quartiere conservatore di Herat, una città dell'Afghanistan occidentale un tempo conosciuta per l'arte e la cultura. I residenti hanno raccontato di come i suoi agenti hanno preso il controllo del distretto dalla polizia, che raramente interferisce con la loro vigorosa applicazione della rigida legge della Sharia. L’imam aveva anche fatto affiggere dei cartelloni pubblicitari in cui dichiarava che qualsiasi uomo la cui moglie non si copre completamente in pubblico è un codardo. Inoltre ha bandito musica e concerti dichiarando anche che il Covid-19 è stato mandato da Dio per punire i non musulmani.
Maulvi Mujibur Rahman Ansari
A un anno dal ritiro dall’Afghanistan il Paese è allo sbando con i Talebani incapaci di guidare il Paese. Quale è la situazione oggi? Lo chiediamo al Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti che nella sua lunga carriera ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993) ed in Bosnia (1997). Dal 28 dicembre 2001 al 9 maggio 2002 è stato il primo Comandante del Contingente Italiano della missione Isaf a Kabul (Afganistan) dove poi è tornato dal 13 febbraio al 16 giugno 2003 come primo Comandante del Contingente Italiano in Afganistan, sia per la missione Nibbio 1 (nell'ambito dell'Operazione Enduring Freedom) sia per la missione Isaf.
«I Talebani che per vent’anni hanno combattuto il governo sostenuto dagli Stati Uniti, si trovano ora – a ruoli inversi – a dover contrastare un’insorgenza variegata e diffusa su tutto il vasto territorio. A un anno dalla partenza dell'ultimo aereo militare statunitense da Kabul, che ha segnato la fine della presenza dei contingenti stranieri in Afghanistan, il regime degli ‘studenti coranici’ deve fronteggiare diverse formazioni armate che, per finalità diverse, contendono loro il controllo del Paese. Innanzitutto, l’Isis-K (Stato Islamico dell'Iraq e del Levante – Provincia di Khorasan) che conduce la lotta contro l’autorità centrale prevalentemente con sanguinosi attentati ai danni della popolazione effettuati nei centri di aggregazione (moschee, scuole, ospedali, ecc.), soprattutto di etnia hazara (sciiti), per dimostrare l’incapacità talebana di garantire, come avevano promesso, la sicurezza alla società afghana. Oltre all’Isis-K, hanno ripreso l’azione sia il National Resistance Forces of Afghanistan (NRF), guidato da Ahmad Massoud, figlio del leggendario Ahmad Shah Massoud nella lotta anti-talebana degli anni Novanta nelle valli del Panshir e dell’Andarab, sia altri gruppi di ribelli che in più parti del Paese conducono attacchi e attentati contro le milizie locali dell’Emirato Islamico. Oltre a ciò, i Talebani sono riusciti in pochi mesi a entrare in contrasto, anche con violenti scontri a fuoco, con tutti i Paesi vicini. Dall’Iran (sciita) che lamenta lo scarso o nullo controllo dei confini e la mancata protezione dell’etnia hazara, al Pakistan che denuncia l’ospitalità assicurata da Kabul ai Talebani pakistani (TTP – Tehreek-e-Taliban Pakistan), alle ex Repubbliche Sovietiche che confinano a Nord che a loro volta subiscono attacchi da parte di gruppi terroristici che trovano rifugio in Afghanistan. Una critica situazione che dimostra sempre più la loro incapacità di mantenere il controllo del Paese, sia per la carenza di forze rispetto alla superficie della Nazione sia per i contrasti interni tra le varie formazioni etnico-geografiche talebane (quelli di Kandahar a Sud, quelli di Jalalabad a Est, quelli del Nord, ecc.)».
Davvero non si poteva procedere con un ritiro graduale?
«La "chiusura" della missione è stata decisa e gestita con superficialità e miopia soprattutto per l’improvvida decisione del presidente Biden di disporre il ritiro del contingente Usa in piena fighting season estiva, tradizionale stagione dei combattimenti (durante la stagione estiva si scioglie la neve sui passi che collegano l’Afghanistan al Pakistan e possono riprendere i rifornimenti delle munizioni e il movimento di uomini). Sia il Pentagono, sia l’intelligence statunitense, sia diversi Generali che hanno guidato le operazioni nel Paese (tra cui Stan McChrystal, David Petraeus) avevano consigliato la Casa Bianca di mantenere un limitato contingente di 2/3.000 uomini per assicurare con la loro presenza, sebbene di scarso valore operativo, un supporto (psicologico) alle forze afghane, in modo tale che non si sentissero abbandonate a sé stesse. Era stato, inoltre, suggerito di prevedere il ritiro completo in autunno quando l’Afghanistan si ‘ferma’ per le abbondanti nevicate che bloccano i movimenti e cessano cosi anche i combattimenti. In questo modo le forze governative avrebbero avuto la possibilità di riorganizzarsi e mantenere le posizioni. Ma evidentemente ragioni di politica interna e di mancanza di fiducia nei confronti dei vertici militari Usa hanno prevalso sulle indicazioni di carattere operativo (in questi ultimi mesi sono uscite diverse notizie sui media statunitensi che hanno confermato che il presidente Biden e i suoi collaboratori più stretti erano stati avvisati in merito)».
Può chiarire il fatto delle forze afghane che non combatterono contro i Talebani, realtà o finzione?
«L’accusa di attribuire la colpa della rapida vittoria talebana esclusivamente alle forze di sicurezza afghane, affermando che mancava loro la volontà di combattere appare ingiusta: circa 66.000 soldati e agenti di polizia sono caduti nella lotta contro gli insorti dal 2009 (anno da quando è iniziato il conteggio dei morti e feriti): questi non sono certo numeri di perdite di un esercito che ha paura di combattere! Il disfacimento delle Afghan National Defence and Security Forces (ANDSF) è dovuto all'incapacità e disonestà dei livelli più alti delle istituzioni governative. Corruzione, nepotismo e perseguimento di interessi personali hanno pervaso le forze di sicurezza e minato fortemente alla fine la loro volontà combattiva (i fondi destinati al carburante, alle munizioni, agli equipaggiamenti e agli stipendi erano dirottati regolarmente verso funzionari e ufficiali corrotti). Ma anche i Paesi della Coalizione hanno le loro responsabilità per le modalità con cui hanno impostato, diretto e condotto la ricostruzione delle forze afghane. Questo è potuto accadere nella presunzione di aver voluto addestrare le ANDSF secondo i canoni occidentali, senza tener conto che per formare una Forza Armata convenzionale servono decenni, una solida classe di comandanti e una ferma decisione politica, soprattutto quando la mentalità è completamente diversa, come si era già visto per le Forze Armate irachene. Le attività degli addestratori stranieri hanno spesso contribuito a ‘far disimparare’ a combattere gli afghani, pretendendo di insegnare loro – che sono, non dimentichiamolo, i guerrieri più temuti dell’Asia Centrale – le procedure occidentali. Dopo gli Accordi di Doha (29 febbraio 2020) le unità afghane hanno avuto l’impressione di essere state abbandonate al loro destino dalle forze occidentali e ciò ha influito, nei primi mesi del 2021, sul morale dei soldati, unitamente al mancato invio di rifornimenti e rinforzi da parte del governo. L'inizio del ritiro delle truppe Usa e alleate (e con esso una forte riduzione del supporto di fuoco aereo e dell’intelligence da parte degli Stati Uniti, fattori decisivo in molti combattimenti) ha creato un crescente spazio operativo per i Talebani per ‘spazzare via’ la presenza del governo in molte aree rurali che ha determinato la caduta di oltre metà dei centri distrettuali del Paese».
I Talebani nella morsa dell'Isis-K

Miliziani dell’ISIS-K e Sanaullah Ghafari-Shahab al-Muhajirun
L’attentato rivendicato lo scorso 4 settembre con un video porta la firma della branca locale dell’ISIS (Stato islamico dell'Iraq e del Levante - Provincia di Khorasan- Iskp) guidato dall’afghano Sanaullah Ghafari-Shahab al-Muhajirun, ex affiliato alla rete Haqqani. Il gruppo da quando i Talebani sono tornati al potere a Kabul non ha smesso un solo giorno di far saltare in aria moschee (sciite e sunnite) facendo centinania di morti, di uccidere imam, membri del governo, governatori locali, soldati, agenti di polizia arrivando perfino a raggiungere nelle loro case esponenti dei Talebani per ucciderli, una tecnica a lungo utilizzata dagli ex studenti coranici.
L’Isis-Khorasan è un nemico giurato sia dei talebani che di al-Qaeda, che ha legami profondi e di lunga data con la leadership talebana. Ma Isis-Khorasan è anche uno dei gruppi terroristici che ha beneficiato maggiormente dell'acquisizione talebana visto che l'anno scorso quando le forze talebane presero in tempi rapidissimi il controllo dell'Afghanistan, svuotarono numerose prigioni consentendo ai combattenti Isis-Khorasan di fuggire. All'epoca, i funzionari militari statunitensi avvertirono che le evasioni della prigione avrebbero permesso al gruppo terroristico di aumentare da diverse centinaia di combattenti a un paio di migliaia ma i Talebani come sempre non ascoltarono. Secondo i report della Cia e delle Nazioni Unite l'Isis-Khorasan avrebbe tra le sue fila tra 1.500 e 4.000 combattenti, concentrati principalmente nelle delle province di Kunar, Nangarhar e Nuristan. Inoltre secondo altre agenzie di intelligence altre cellule dell’Isis-Khorasan sarebbero presenti nelle province afghane settentrionali di Badakhshan, Faryab, Jowzjan, Kunduz e Takhar. «Penso che la minaccia di Daesh stia crescendo», ha detto l'ex consigliere per la sicurezza nazionale afghano Hamdullah Mohib a Voice of America (VOA) usando l'acronimo arabo per il gruppo terroristico, per poi aggiungere: «I Talebani non sono in grado di prevenire gli attacchi di Daesh e, in effetti, il loro reclutamento è in aumento. I membri dei Talebani forse si sono anche uniti a Daesh come rappresaglia forse ad alcune delle loro politiche e ad altre lamentele che avrebbero avuto con la loro leadership». Informazioni recenti condivise con le Nazioni Unite indicano che i Talebani stanno avendo difficoltà a fare pressione su Isis-Khorasan e che alcuni sforzi potrebbero ritorcersi contro. Ad esempio è certo che oltre agli ex combattenti Talebani scontenti, Isis-Khorasan ha anche attirato alcuni ex membri dell'esercito afghano sostenuto dagli Stati Uniti che temono ritorsioni da parte del governo talebano al potere.
Anche il ritmo degli attacchi Isis-Khorasan sembra essere aumentato, con il gruppo che ha rivendicato attacchi missilistici contro obiettivi in Pakistan e Uzbekistan, e anche una maggiore attività lungo il confine con il Tagikistan. «Penso che stiano davvero cercando di stabilire che non sono solo confinati in Afghanistan. Hanno obiettivi più ampi, anche regionali», ha detto nel giugno scorso a VOA Asfandyar Mir, un esperto senior presso l'Istituto per la pace degli Stati Uniti. Ma ISIS- Khorasan vuole scacciare i Talebani? Per Asfandyar Mir, il leader del gruppo Sanaullah Ghafari, noto anche come Shahab al-Muhajir, l’Isis-Khorasan «non vuole prendersi il territorio. Sembra pensare che mantenere il territorio sia troppo costoso in termini di risorse, quindi non vuole farlo. Penso che il loro obiettivo principale rimarrà l'Afghanistan. Continueranno ad attaccare queste minoranze religiose e poi faranno un vero sforzo per prendere di mira i leader talebani», come fatto con l’omicidio del leader religioso talebano Sheikh Rahimullah Haqqani. Ma la branca locale dell’ISIS ha la capacità di attaccare l’occidente? I funzionari dell'intelligence statunitense non escludono che al-Qaeda, o l'ISIS-K, possano farlo. Valutazioni precedenti suggerivano che ciò potrebbe accadere in meno di sei mesi o un anno, ma rapporti più recenti suggeriscono che ci vorrà ancora circa un anno a entrambi i gruppi terroristici per ricostruire le capacità di attacco esterno, se decidessero di farlo.
Le donne pagano il prezzo più alto

Sono le donne a pagare il prezzo più alto della loro follia oscurantista come ci conferma la giornalista Germana Zuffanti, coautrice con il Generale Giorgio Battisti, del libro Fuga da Kabul (Paesi Edizioni): «Quando i Talebani sono tornati in Afghanistan, quell'ormai tristemente famoso 15 agosto del 2021, hanno offerto una verità di cui il mondo tutto si è, di fatto, accontentato. ‘Rispetteremo le donne’ diceva Zabihullah Mujahid, portavoce del nuovo governo. La verità oggi in Afghanistan è un'altra e sta dalla parte opposta della vita vera delle donne. I diritti, che si consideravano minacciati, sono di fatto scomparsi e la condizione delle donne è oscurata da un manto di opacità e schiacciata dal silenzio in mezzo a una crisi umanitaria senza precedenti. L'Afghanistan è l'unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato frequentare scuole superiori, alle donne è imposto di non lavorare fuori casa, eccezion fatta per settori e ruoli particolari. Le donne non sono nel governo, non partecipano alla politica e viene loro negato il diritto di manifestare. Così spiega Alison Davidian, rappresentante del settore femminile delle Nazioni Unite in Afghanistan, la quale parla di ‘paura, rabbia e profondo senso di perdita nella vita quotidiana’. Insomma la donna, per dirla alla Orwell, è una 'non persona'. Donne cancellate, obbligate ad avere un accompagnatore maschio quando percorrono più di 70 chilometri, costrette in pubblico a indossare il velo, riprese e redarguite se lo stesso viene 'messo male'. Con questi limiti è impossibile accedere al diritto alla salute e all'istruzione. Tuttavia quello che colpisce è la profonda resilienza delle donne afghane tipica del genere femminile e da quello il mondo deve partire per non dimenticarle in quella gabbia in cui sono state messe. Quelle sono le sbarre alla verità che il mondo continua forse a ignorare».
Fame e miseria con i Talebani a Kabul
Secondo il Programma Alimentare Mondiale (PAM) nove afghani su dieci soffrono per insufficienza alimentare e più di 18 milioni di persone, quasi la metà della popolazione afghana, ha così poco cibo che avrebbe urgente bisogno di aiuto. Ogni giorno a causa della fame si registrano scene drammatiche, come genitori che vendono i loro figli in cambio di qualcosa da mangiare e i Paesi occidentali non offrono il loro aiuto perché quello talebano è un regime che nega tutti i diritti umani. Secondo la direttrice del PAM in Afghanistan, Mary-Ellen McGroarty: «Attualmente, gli aiuti riescono a soddisfare le necessità di dieci milioni di persone e di conseguenza bisogna stabilire una priorità tra i bisognosi, in funzione di criteri come la situazione alimentare attuale o la vulnerabilità specifica e tutto questo è estremamente difficile e spesso lacerante». I Talebani hanno a lungo insistito (e sperato) che l'amministrazione Biden scongelasse una parte dei fondi detenuti negli Stati Uniti della banca centrale dell'Afghanistan (circa 3.5 miliardi dollari su un totale di sette) ma mentre le trattative erano in fase avanzata gli USA hanno scoperto che Ayman al-Zawahiri, il leader di al-Qaeda ucciso dai droni della Cia il 31 luglio 2022, si era rifugiato nel centro di Kabul, grazie alla protezione del governo talebano. Sulla questione dei fondi afghani è intervenuto anche il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, che ha chiesto più volte agli Stati Uniti e alla Banca Mondiale di scongelare i fondi dell’Afghanistan chiedendo però ai Talebani il rispetto dei diritti umani. Dopo settimane di discussioni si è espresso lo scorso 15 agosto il Rappresentante speciale del governo americano per l'Afghanistan, Thomas West: «Non abbiamo fiducia che quell'istituzione abbia le salvaguardie e il monitoraggio in atto per gestire le risorse in modo responsabile e non c'è bisogno di dire che l'accoglienza da parte dei talebani del leader di al-Qaeda al-Zawahri rafforza le nostre profonde preoccupazioni riguardo alla diversione di fondi a favore di gruppi terroristici». Quindi niente soldi ai Talebani fino a quando il regime continuerà a violare i diritti umani e delle minoranze, soprattutto delle donne e delle bambine. Alla fine dello scorso anno, David Beasley, direttore esecutivo del PAM aveva descritto già allora la situazione in Afghanistan come un «inferno sulla terra».
Le bugie sulla coltivazione dell'oppio e dei suoi derivati

Dopo aver fallito sul piano della sicurezza e sui diritti umani i Talebani hanno mentito anche sul tema della coltivazione dell’oppio e dei suoi derivati, come l’eroina e le droghe sintetiche, tanto che la loro commercializzazione non ha mai raggiunto livelli elevati come oggi. Difficile avere una stima e non ci sono cifre esatte essendo un commercio illegale, tuttavia, il dipartimento dell’Onu che se ne occupa afferma che «l’80% dell’oppio mondiale viene prodotto in Afghanistan. Vengono elaborate anche droghe sintetiche e si coltiva l’hashish». Lo scorso mese di giugno l’Onu ha pubblicato un rapporto nel quale leggiamo: «Le principali fonti di finanziamento dei talebani continuano ad essere attività criminali, tra cui traffico di droga e produzione del papavero (utilizzato per produrre l’oppio), estorsione, sequestro a scopo di riscatto, sfruttamento minerario ed entrate provenienti dalla raccolta informale delle imposte». Le Nazioni Unite hanno recentemente fatto una stima del commercio di oppio afghano che nel 2021 ha generato entrate per 2,7 miliardi di dollari ma il raccolto di quest'anno sarà l'ultimo. Da primavera agli agricoltori non è stato permesso di piantare semi, lasciandoli preoccupati per il loro reddito futuro: «Se lo stanno vietando, devono darci più aiuto in modo che possiamo fornire cibo alla nostra famiglia», ha detto un coltivatore a France 24. Hajji Quazi Sahib del dipartimento antidroga dei Talebani ha detto a France 24 «i raccolti di grano, mais e fagioli sostituiranno il mancato guadagno». Si tratta però solo di annunci visto che non sono stati messi in atto programmi di sostituzione delle colture. Nell’aprile 2021 quando il presidente americano Joe Biden annunciò il suo piano per l'Afghanistan si trovava di fronte a due opzioni: aumentare le forze per combattere i Talebani o rispettare il disastroso accordo del presidente Donald Trump con i Talebani e andarsene immediatamente.
Biden non ha mai considerato un ritiro graduale che avrebbe concesso al governo di Kabul sostenuto dagli Stati Uniti il tempo sufficiente per riorganizzare le sue difese e ripiegare su un perimetro che le sue truppe avrebbero potuto mantenere, piuttosto che fingere di governare l'intero Paese. Biden scelse il ritiro immediato, sperando che il governo di Kabul sarebbe sopravvissuto abbastanza a lungo da diventare un problema di qualcun altro. Ha ignorato i numerosi avvertimenti secondo cui Kabul sarebbe caduta entro poche settimane dalla partenza degli americani. E così, come facilmente prevedibile, i Talebani hanno sfruttato il frettoloso ritiro delle forze statunitensi e sono immediatamente passati all'offensiva nei tre mesi e mezzo tra l'annuncio del ritiro di Biden e il momento in cui l'ultimo soldato americano ha lasciato l’aereoporto di Kabul. A proposito della partenza da Kabul di tutti i militari occidentali occorre ricordare l'attentato rivendicato dall'ISIS-K avvenuto il 26 agosto 2021 alle 17:50 (ora locale), presso l'Aeroporto Internazionale Hamid Karzai di Kabul. Gli obbiettivi dell'attacco erano principalmente i civili afghani, militari Nato e membri Talebani. L'attacco ha causato almeno 183 vittime, tra cui 170 civili afgani e 13 membri dell'esercito degli Stati Uniti le prime vittime militari americane in Afghanistan dal febbraio 2020.
I Talebani sono seduti su risorse minerarie che potrebbero valere 3.000 miliardi di dollari
Secondo alcune stime l’Afghanistan è ricco di materie preziose e ricercate come rame, oro, petrolio, gas naturale, uranio, bauxite, carbone, minerale di ferro, terre rare, litio, cromo, piombo, zinco, pietre preziose, talco, zolfo, travertino, gesso e marmo. Secondo valutazioni piuttosto generiche e non pienamente attendibili, il valore totale di tutto questo tesoro potrebbe ammontare a 1.000 o addirittura 3.000 miliardi di dollari. Quanto c’è di vero e chi potrebbe sfruttare queste ricchezze? E quanto ci vorrebbe per mettere a regime degli impianti di sfruttamento delle risorse? Lo chiediamo a Giovanni Brussato, ingegnere minerario che ha sviluppato software ed algoritmi per la coltivazione mineraria, la valutazione dell'impatto visivo delle opere sul territorio e la realizzazione di una delle prime banche dati ambientali, collaboratore scientifico dell'Astrolabio (la newsletter di Amici della Terra), ed è autore del libro Energia verde? Prepariamoci a scavare (Edizioni Montaonda): «Lo United States Geological Survey (USGS), con una ricerca tra il 2009 ed il 2011, concluse che l'Afghanistan potrebbe contenere 60 milioni di tonnellate di rame. Il deposito più significativo è la miniera di rame di Aynak, situata a circa 35 chilometri a sud di Kabul, all'estremità settentrionale della provincia di Logar. Dal 1974 al 1978, i geologi sovietici esplorarono l'area mineraria di Aynak e poi presentarono i loro rapporti al Ministero della Geologia dell’Unione Sovietica. Dal 1979 al 1988, fu iniziato uno sviluppo provvisorio nella miniera di Aynak che fu sospeso nel 1989 quando l'Unione Sovietica si ritirò dall'Afghanistan. Pertanto sui dati, ottenuti mediante sondaggi, vi è una ragionevole certezza: il deposito di Aynak contiene circa 450 milioni di tonnellate di minerale di rame con un tenore (la percentuale di metallo contenuto nella roccia) del 2,3% ed un valore che ai prezzi odierni potrebbe superare gli 80 miliardi di dollari. Per spiegare il valore del deposito odierno è opportuno considerare che in Cile, il primo produttore globale, vengono coltivati depositi il cui tenore supera di poco lo 0,5%. Nel novembre 2007, Jiangxi Copper Group e China Metallurgical Construction Corporation (MCC), oggi di proprietà di China MinMetals Corporation, acquisirono la concessione per sviluppare la miniera di rame di Aynak per 30 anni e il contratto è stato firmato dal governo afghano nel maggio 2008. In realtà a tenere bloccato ancora oggi lo sviluppo del progetto sono problemi di sicurezza e di costi infrastrutturali. Gli accordi contrattuali stipulati dal Consorzio cinese con il Ministero delle Miniere afghano circa le opere accessorie a spese dello sviluppatore includono una ferrovia, una centrale elettrica da 400 megawatt, una stazione di pompaggio dell'acqua e una fabbrica di fertilizzanti fosfatici, nonché servizi pubblici come scuole, ospedali, ferrovie, e moschee. L'investimento totale nella miniera supera i 10 miliardi di dollari».
Qualche giorno fa il repubblicano Peter Meijer, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato del Michigan, intervenendo al Center for Strategic and International Studies ha dichiarato: «Siamo sullo stesso precipizio di preoccupazione per il crollo dello stato che potrebbe portare all'ascesa o all'emancipazione delle organizzazioni terroristiche transnazionali», poi paragonando le condizioni attuali in Afghanistan a quelle che esistevano prima degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti ha aggiunto: «Oggi abbiamo un interesse acquisito nell'assicurarci che l'Afghanistan non crolli, che non ci sia una schiacciante catastrofe umanitaria che darà solo potere a coloro che cercano di fare del male all'Occidente». Peccato non averci pensato prima.
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Con i Talebani incapaci di guidare il Paese la situazione è allo sbando. Il Generale di Corpo d'Armata Giorgio Battisti: «Il regime deve fare i conti con la presenza dell'Isis-K e diverse formazioni armate che contendono loro il controllo del Paese».Secondo i report della Cia e delle Nazioni Unite l'Isis-Khorasan avrebbe tra le sue fila tra 1.500 e 4.000 combattenti, concentrati principalmente nelle delle province di Kunar, Nangarhar e Nuristan.Sono le donne a pagare il prezzo più alto della follia oscurantista talebana. Il regime ha imposto limiti che rendono impossibile accedere al diritto alla salute e all'istruzione.Secondo il Programma Alimentare Mondiale nove afghani su dieci soffrono per insufficienza alimentare e più di 18 milioni di persone, quasi la metà della popolazione afghana, ha così poco cibo che avrebbe urgente bisogno di aiuto.I Talebani hanno mentito anche sul tema della coltivazione dell’oppio e dei suoi derivati, come l’eroina e le droghe sintetiche, tanto che la loro commercializzazione non ha mai raggiunto livelli elevati come oggi.Secondo alcune i Talebani sono seduti su risorse minerarie che potrebbero valere 3.000 miliardi di dollari.Lo speciale contiene sei articoli.Un attentato kamikaze è avvenuto lo scorso 5 settembre davanti all'ambasciata russa di Kabul nel momento in cui un funzionario russo usciva per annunciare i nomi dei richiedenti il visto. Lo riferisce l'agenzia russa Ria Novosti riportando una fonte che afferma che «da 15 a 25 persone sono rimaste uccise o ferite a causa dell'esplosione. Due i russi uccisi». Solo qualche giorno prima (il 2 settembre) un’esplosione è avvenuta nella moschea di Guzargah, nella provincia di Herat. Secondo le prime ricostruzioni, l'Imam della moschea, Maulvi Mujibur Rahman Ansari, e suo fratello sono morti insieme a dieci guardie del corpo. L'imam di Guzargah attira ogni venerdì migliaia di persone provenienti da tutte le regioni del Paese. Dai video amatoriali che circolano su Telegram il bilancio delle vittime potrebbe essere molto più alto di quanto affermato dalle fonti ufficiali secondo le quali ci sarebbero stati 18 morti e oltre 20 feriti. Il 36enne religioso, corpulento e barbuto, si era ritagliato il proprio feudo in un quartiere conservatore di Herat, una città dell'Afghanistan occidentale un tempo conosciuta per l'arte e la cultura. I residenti hanno raccontato di come i suoi agenti hanno preso il controllo del distretto dalla polizia, che raramente interferisce con la loro vigorosa applicazione della rigida legge della Sharia. L’imam aveva anche fatto affiggere dei cartelloni pubblicitari in cui dichiarava che qualsiasi uomo la cui moglie non si copre completamente in pubblico è un codardo. Inoltre ha bandito musica e concerti dichiarando anche che il Covid-19 è stato mandato da Dio per punire i non musulmani. Maulvi Mujibur Rahman AnsariA un anno dal ritiro dall’Afghanistan il Paese è allo sbando con i Talebani incapaci di guidare il Paese. Quale è la situazione oggi? Lo chiediamo al Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti che nella sua lunga carriera ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993) ed in Bosnia (1997). Dal 28 dicembre 2001 al 9 maggio 2002 è stato il primo Comandante del Contingente Italiano della missione Isaf a Kabul (Afganistan) dove poi è tornato dal 13 febbraio al 16 giugno 2003 come primo Comandante del Contingente Italiano in Afganistan, sia per la missione Nibbio 1 (nell'ambito dell'Operazione Enduring Freedom) sia per la missione Isaf. «I Talebani che per vent’anni hanno combattuto il governo sostenuto dagli Stati Uniti, si trovano ora – a ruoli inversi – a dover contrastare un’insorgenza variegata e diffusa su tutto il vasto territorio. A un anno dalla partenza dell'ultimo aereo militare statunitense da Kabul, che ha segnato la fine della presenza dei contingenti stranieri in Afghanistan, il regime degli ‘studenti coranici’ deve fronteggiare diverse formazioni armate che, per finalità diverse, contendono loro il controllo del Paese. Innanzitutto, l’Isis-K (Stato Islamico dell'Iraq e del Levante – Provincia di Khorasan) che conduce la lotta contro l’autorità centrale prevalentemente con sanguinosi attentati ai danni della popolazione effettuati nei centri di aggregazione (moschee, scuole, ospedali, ecc.), soprattutto di etnia hazara (sciiti), per dimostrare l’incapacità talebana di garantire, come avevano promesso, la sicurezza alla società afghana. Oltre all’Isis-K, hanno ripreso l’azione sia il National Resistance Forces of Afghanistan (NRF), guidato da Ahmad Massoud, figlio del leggendario Ahmad Shah Massoud nella lotta anti-talebana degli anni Novanta nelle valli del Panshir e dell’Andarab, sia altri gruppi di ribelli che in più parti del Paese conducono attacchi e attentati contro le milizie locali dell’Emirato Islamico. Oltre a ciò, i Talebani sono riusciti in pochi mesi a entrare in contrasto, anche con violenti scontri a fuoco, con tutti i Paesi vicini. Dall’Iran (sciita) che lamenta lo scarso o nullo controllo dei confini e la mancata protezione dell’etnia hazara, al Pakistan che denuncia l’ospitalità assicurata da Kabul ai Talebani pakistani (TTP – Tehreek-e-Taliban Pakistan), alle ex Repubbliche Sovietiche che confinano a Nord che a loro volta subiscono attacchi da parte di gruppi terroristici che trovano rifugio in Afghanistan. Una critica situazione che dimostra sempre più la loro incapacità di mantenere il controllo del Paese, sia per la carenza di forze rispetto alla superficie della Nazione sia per i contrasti interni tra le varie formazioni etnico-geografiche talebane (quelli di Kandahar a Sud, quelli di Jalalabad a Est, quelli del Nord, ecc.)».Davvero non si poteva procedere con un ritiro graduale? «La "chiusura" della missione è stata decisa e gestita con superficialità e miopia soprattutto per l’improvvida decisione del presidente Biden di disporre il ritiro del contingente Usa in piena fighting season estiva, tradizionale stagione dei combattimenti (durante la stagione estiva si scioglie la neve sui passi che collegano l’Afghanistan al Pakistan e possono riprendere i rifornimenti delle munizioni e il movimento di uomini). Sia il Pentagono, sia l’intelligence statunitense, sia diversi Generali che hanno guidato le operazioni nel Paese (tra cui Stan McChrystal, David Petraeus) avevano consigliato la Casa Bianca di mantenere un limitato contingente di 2/3.000 uomini per assicurare con la loro presenza, sebbene di scarso valore operativo, un supporto (psicologico) alle forze afghane, in modo tale che non si sentissero abbandonate a sé stesse. Era stato, inoltre, suggerito di prevedere il ritiro completo in autunno quando l’Afghanistan si ‘ferma’ per le abbondanti nevicate che bloccano i movimenti e cessano cosi anche i combattimenti. In questo modo le forze governative avrebbero avuto la possibilità di riorganizzarsi e mantenere le posizioni. Ma evidentemente ragioni di politica interna e di mancanza di fiducia nei confronti dei vertici militari Usa hanno prevalso sulle indicazioni di carattere operativo (in questi ultimi mesi sono uscite diverse notizie sui media statunitensi che hanno confermato che il presidente Biden e i suoi collaboratori più stretti erano stati avvisati in merito)».Può chiarire il fatto delle forze afghane che non combatterono contro i Talebani, realtà o finzione?«L’accusa di attribuire la colpa della rapida vittoria talebana esclusivamente alle forze di sicurezza afghane, affermando che mancava loro la volontà di combattere appare ingiusta: circa 66.000 soldati e agenti di polizia sono caduti nella lotta contro gli insorti dal 2009 (anno da quando è iniziato il conteggio dei morti e feriti): questi non sono certo numeri di perdite di un esercito che ha paura di combattere! Il disfacimento delle Afghan National Defence and Security Forces (ANDSF) è dovuto all'incapacità e disonestà dei livelli più alti delle istituzioni governative. Corruzione, nepotismo e perseguimento di interessi personali hanno pervaso le forze di sicurezza e minato fortemente alla fine la loro volontà combattiva (i fondi destinati al carburante, alle munizioni, agli equipaggiamenti e agli stipendi erano dirottati regolarmente verso funzionari e ufficiali corrotti). Ma anche i Paesi della Coalizione hanno le loro responsabilità per le modalità con cui hanno impostato, diretto e condotto la ricostruzione delle forze afghane. Questo è potuto accadere nella presunzione di aver voluto addestrare le ANDSF secondo i canoni occidentali, senza tener conto che per formare una Forza Armata convenzionale servono decenni, una solida classe di comandanti e una ferma decisione politica, soprattutto quando la mentalità è completamente diversa, come si era già visto per le Forze Armate irachene. Le attività degli addestratori stranieri hanno spesso contribuito a ‘far disimparare’ a combattere gli afghani, pretendendo di insegnare loro – che sono, non dimentichiamolo, i guerrieri più temuti dell’Asia Centrale – le procedure occidentali. Dopo gli Accordi di Doha (29 febbraio 2020) le unità afghane hanno avuto l’impressione di essere state abbandonate al loro destino dalle forze occidentali e ciò ha influito, nei primi mesi del 2021, sul morale dei soldati, unitamente al mancato invio di rifornimenti e rinforzi da parte del governo. L'inizio del ritiro delle truppe Usa e alleate (e con esso una forte riduzione del supporto di fuoco aereo e dell’intelligence da parte degli Stati Uniti, fattori decisivo in molti combattimenti) ha creato un crescente spazio operativo per i Talebani per ‘spazzare via’ la presenza del governo in molte aree rurali che ha determinato la caduta di oltre metà dei centri distrettuali del Paese».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-un-anno-dopo-2658158354.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-talebani-nella-morsa-dell-isis-k" data-post-id="2658158354" data-published-at="1662566407" data-use-pagination="False"> I Talebani nella morsa dell'Isis-K Miliziani dell’ISIS-K e Sanaullah Ghafari-Shahab al-Muhajirun L’attentato rivendicato lo scorso 4 settembre con un video porta la firma della branca locale dell’ISIS (Stato islamico dell'Iraq e del Levante - Provincia di Khorasan- Iskp) guidato dall’afghano Sanaullah Ghafari-Shahab al-Muhajirun, ex affiliato alla rete Haqqani. Il gruppo da quando i Talebani sono tornati al potere a Kabul non ha smesso un solo giorno di far saltare in aria moschee (sciite e sunnite) facendo centinania di morti, di uccidere imam, membri del governo, governatori locali, soldati, agenti di polizia arrivando perfino a raggiungere nelle loro case esponenti dei Talebani per ucciderli, una tecnica a lungo utilizzata dagli ex studenti coranici.L’Isis-Khorasan è un nemico giurato sia dei talebani che di al-Qaeda, che ha legami profondi e di lunga data con la leadership talebana. Ma Isis-Khorasan è anche uno dei gruppi terroristici che ha beneficiato maggiormente dell'acquisizione talebana visto che l'anno scorso quando le forze talebane presero in tempi rapidissimi il controllo dell'Afghanistan, svuotarono numerose prigioni consentendo ai combattenti Isis-Khorasan di fuggire. All'epoca, i funzionari militari statunitensi avvertirono che le evasioni della prigione avrebbero permesso al gruppo terroristico di aumentare da diverse centinaia di combattenti a un paio di migliaia ma i Talebani come sempre non ascoltarono. Secondo i report della Cia e delle Nazioni Unite l'Isis-Khorasan avrebbe tra le sue fila tra 1.500 e 4.000 combattenti, concentrati principalmente nelle delle province di Kunar, Nangarhar e Nuristan. Inoltre secondo altre agenzie di intelligence altre cellule dell’Isis-Khorasan sarebbero presenti nelle province afghane settentrionali di Badakhshan, Faryab, Jowzjan, Kunduz e Takhar. «Penso che la minaccia di Daesh stia crescendo», ha detto l'ex consigliere per la sicurezza nazionale afghano Hamdullah Mohib a Voice of America (VOA) usando l'acronimo arabo per il gruppo terroristico, per poi aggiungere: «I Talebani non sono in grado di prevenire gli attacchi di Daesh e, in effetti, il loro reclutamento è in aumento. I membri dei Talebani forse si sono anche uniti a Daesh come rappresaglia forse ad alcune delle loro politiche e ad altre lamentele che avrebbero avuto con la loro leadership». Informazioni recenti condivise con le Nazioni Unite indicano che i Talebani stanno avendo difficoltà a fare pressione su Isis-Khorasan e che alcuni sforzi potrebbero ritorcersi contro. Ad esempio è certo che oltre agli ex combattenti Talebani scontenti, Isis-Khorasan ha anche attirato alcuni ex membri dell'esercito afghano sostenuto dagli Stati Uniti che temono ritorsioni da parte del governo talebano al potere.Anche il ritmo degli attacchi Isis-Khorasan sembra essere aumentato, con il gruppo che ha rivendicato attacchi missilistici contro obiettivi in Pakistan e Uzbekistan, e anche una maggiore attività lungo il confine con il Tagikistan. «Penso che stiano davvero cercando di stabilire che non sono solo confinati in Afghanistan. Hanno obiettivi più ampi, anche regionali», ha detto nel giugno scorso a VOA Asfandyar Mir, un esperto senior presso l'Istituto per la pace degli Stati Uniti. Ma ISIS- Khorasan vuole scacciare i Talebani? Per Asfandyar Mir, il leader del gruppo Sanaullah Ghafari, noto anche come Shahab al-Muhajir, l’Isis-Khorasan «non vuole prendersi il territorio. Sembra pensare che mantenere il territorio sia troppo costoso in termini di risorse, quindi non vuole farlo. Penso che il loro obiettivo principale rimarrà l'Afghanistan. Continueranno ad attaccare queste minoranze religiose e poi faranno un vero sforzo per prendere di mira i leader talebani», come fatto con l’omicidio del leader religioso talebano Sheikh Rahimullah Haqqani. Ma la branca locale dell’ISIS ha la capacità di attaccare l’occidente? I funzionari dell'intelligence statunitense non escludono che al-Qaeda, o l'ISIS-K, possano farlo. Valutazioni precedenti suggerivano che ciò potrebbe accadere in meno di sei mesi o un anno, ma rapporti più recenti suggeriscono che ci vorrà ancora circa un anno a entrambi i gruppi terroristici per ricostruire le capacità di attacco esterno, se decidessero di farlo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-un-anno-dopo-2658158354.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-donne-pagano-il-prezzo-piu-alto" data-post-id="2658158354" data-published-at="1662566407" data-use-pagination="False"> Le donne pagano il prezzo più alto Sono le donne a pagare il prezzo più alto della loro follia oscurantista come ci conferma la giornalista Germana Zuffanti, coautrice con il Generale Giorgio Battisti, del libro Fuga da Kabul (Paesi Edizioni): «Quando i Talebani sono tornati in Afghanistan, quell'ormai tristemente famoso 15 agosto del 2021, hanno offerto una verità di cui il mondo tutto si è, di fatto, accontentato. ‘Rispetteremo le donne’ diceva Zabihullah Mujahid, portavoce del nuovo governo. La verità oggi in Afghanistan è un'altra e sta dalla parte opposta della vita vera delle donne. I diritti, che si consideravano minacciati, sono di fatto scomparsi e la condizione delle donne è oscurata da un manto di opacità e schiacciata dal silenzio in mezzo a una crisi umanitaria senza precedenti. L'Afghanistan è l'unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato frequentare scuole superiori, alle donne è imposto di non lavorare fuori casa, eccezion fatta per settori e ruoli particolari. Le donne non sono nel governo, non partecipano alla politica e viene loro negato il diritto di manifestare. Così spiega Alison Davidian, rappresentante del settore femminile delle Nazioni Unite in Afghanistan, la quale parla di ‘paura, rabbia e profondo senso di perdita nella vita quotidiana’. Insomma la donna, per dirla alla Orwell, è una 'non persona'. Donne cancellate, obbligate ad avere un accompagnatore maschio quando percorrono più di 70 chilometri, costrette in pubblico a indossare il velo, riprese e redarguite se lo stesso viene 'messo male'. Con questi limiti è impossibile accedere al diritto alla salute e all'istruzione. Tuttavia quello che colpisce è la profonda resilienza delle donne afghane tipica del genere femminile e da quello il mondo deve partire per non dimenticarle in quella gabbia in cui sono state messe. Quelle sono le sbarre alla verità che il mondo continua forse a ignorare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-un-anno-dopo-2658158354.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="fame-e-miseria-con-i-talebani-a-kabul" data-post-id="2658158354" data-published-at="1662566407" data-use-pagination="False"> Fame e miseria con i Talebani a Kabul Secondo il Programma Alimentare Mondiale (PAM) nove afghani su dieci soffrono per insufficienza alimentare e più di 18 milioni di persone, quasi la metà della popolazione afghana, ha così poco cibo che avrebbe urgente bisogno di aiuto. Ogni giorno a causa della fame si registrano scene drammatiche, come genitori che vendono i loro figli in cambio di qualcosa da mangiare e i Paesi occidentali non offrono il loro aiuto perché quello talebano è un regime che nega tutti i diritti umani. Secondo la direttrice del PAM in Afghanistan, Mary-Ellen McGroarty: «Attualmente, gli aiuti riescono a soddisfare le necessità di dieci milioni di persone e di conseguenza bisogna stabilire una priorità tra i bisognosi, in funzione di criteri come la situazione alimentare attuale o la vulnerabilità specifica e tutto questo è estremamente difficile e spesso lacerante». I Talebani hanno a lungo insistito (e sperato) che l'amministrazione Biden scongelasse una parte dei fondi detenuti negli Stati Uniti della banca centrale dell'Afghanistan (circa 3.5 miliardi dollari su un totale di sette) ma mentre le trattative erano in fase avanzata gli USA hanno scoperto che Ayman al-Zawahiri, il leader di al-Qaeda ucciso dai droni della Cia il 31 luglio 2022, si era rifugiato nel centro di Kabul, grazie alla protezione del governo talebano. Sulla questione dei fondi afghani è intervenuto anche il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, che ha chiesto più volte agli Stati Uniti e alla Banca Mondiale di scongelare i fondi dell’Afghanistan chiedendo però ai Talebani il rispetto dei diritti umani. Dopo settimane di discussioni si è espresso lo scorso 15 agosto il Rappresentante speciale del governo americano per l'Afghanistan, Thomas West: «Non abbiamo fiducia che quell'istituzione abbia le salvaguardie e il monitoraggio in atto per gestire le risorse in modo responsabile e non c'è bisogno di dire che l'accoglienza da parte dei talebani del leader di al-Qaeda al-Zawahri rafforza le nostre profonde preoccupazioni riguardo alla diversione di fondi a favore di gruppi terroristici». Quindi niente soldi ai Talebani fino a quando il regime continuerà a violare i diritti umani e delle minoranze, soprattutto delle donne e delle bambine. Alla fine dello scorso anno, David Beasley, direttore esecutivo del PAM aveva descritto già allora la situazione in Afghanistan come un «inferno sulla terra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-un-anno-dopo-2658158354.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="le-bugie-sulla-coltivazione-dell-oppio-e-dei-suoi-derivati" data-post-id="2658158354" data-published-at="1662566407" data-use-pagination="False"> Le bugie sulla coltivazione dell'oppio e dei suoi derivati Dopo aver fallito sul piano della sicurezza e sui diritti umani i Talebani hanno mentito anche sul tema della coltivazione dell’oppio e dei suoi derivati, come l’eroina e le droghe sintetiche, tanto che la loro commercializzazione non ha mai raggiunto livelli elevati come oggi. Difficile avere una stima e non ci sono cifre esatte essendo un commercio illegale, tuttavia, il dipartimento dell’Onu che se ne occupa afferma che «l’80% dell’oppio mondiale viene prodotto in Afghanistan. Vengono elaborate anche droghe sintetiche e si coltiva l’hashish». Lo scorso mese di giugno l’Onu ha pubblicato un rapporto nel quale leggiamo: «Le principali fonti di finanziamento dei talebani continuano ad essere attività criminali, tra cui traffico di droga e produzione del papavero (utilizzato per produrre l’oppio), estorsione, sequestro a scopo di riscatto, sfruttamento minerario ed entrate provenienti dalla raccolta informale delle imposte». Le Nazioni Unite hanno recentemente fatto una stima del commercio di oppio afghano che nel 2021 ha generato entrate per 2,7 miliardi di dollari ma il raccolto di quest'anno sarà l'ultimo. Da primavera agli agricoltori non è stato permesso di piantare semi, lasciandoli preoccupati per il loro reddito futuro: «Se lo stanno vietando, devono darci più aiuto in modo che possiamo fornire cibo alla nostra famiglia», ha detto un coltivatore a France 24. Hajji Quazi Sahib del dipartimento antidroga dei Talebani ha detto a France 24 «i raccolti di grano, mais e fagioli sostituiranno il mancato guadagno». Si tratta però solo di annunci visto che non sono stati messi in atto programmi di sostituzione delle colture. Nell’aprile 2021 quando il presidente americano Joe Biden annunciò il suo piano per l'Afghanistan si trovava di fronte a due opzioni: aumentare le forze per combattere i Talebani o rispettare il disastroso accordo del presidente Donald Trump con i Talebani e andarsene immediatamente.Biden non ha mai considerato un ritiro graduale che avrebbe concesso al governo di Kabul sostenuto dagli Stati Uniti il tempo sufficiente per riorganizzare le sue difese e ripiegare su un perimetro che le sue truppe avrebbero potuto mantenere, piuttosto che fingere di governare l'intero Paese. Biden scelse il ritiro immediato, sperando che il governo di Kabul sarebbe sopravvissuto abbastanza a lungo da diventare un problema di qualcun altro. Ha ignorato i numerosi avvertimenti secondo cui Kabul sarebbe caduta entro poche settimane dalla partenza degli americani. E così, come facilmente prevedibile, i Talebani hanno sfruttato il frettoloso ritiro delle forze statunitensi e sono immediatamente passati all'offensiva nei tre mesi e mezzo tra l'annuncio del ritiro di Biden e il momento in cui l'ultimo soldato americano ha lasciato l’aereoporto di Kabul. A proposito della partenza da Kabul di tutti i militari occidentali occorre ricordare l'attentato rivendicato dall'ISIS-K avvenuto il 26 agosto 2021 alle 17:50 (ora locale), presso l'Aeroporto Internazionale Hamid Karzai di Kabul. Gli obbiettivi dell'attacco erano principalmente i civili afghani, militari Nato e membri Talebani. L'attacco ha causato almeno 183 vittime, tra cui 170 civili afgani e 13 membri dell'esercito degli Stati Uniti le prime vittime militari americane in Afghanistan dal febbraio 2020. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-un-anno-dopo-2658158354.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="i-talebani-sono-seduti-su-risorse-minerarie-che-potrebbero-valere-3-000-miliardi-di-dollari" data-post-id="2658158354" data-published-at="1662566407" data-use-pagination="False"> I Talebani sono seduti su risorse minerarie che potrebbero valere 3.000 miliardi di dollari Secondo alcune stime l’Afghanistan è ricco di materie preziose e ricercate come rame, oro, petrolio, gas naturale, uranio, bauxite, carbone, minerale di ferro, terre rare, litio, cromo, piombo, zinco, pietre preziose, talco, zolfo, travertino, gesso e marmo. Secondo valutazioni piuttosto generiche e non pienamente attendibili, il valore totale di tutto questo tesoro potrebbe ammontare a 1.000 o addirittura 3.000 miliardi di dollari. Quanto c’è di vero e chi potrebbe sfruttare queste ricchezze? E quanto ci vorrebbe per mettere a regime degli impianti di sfruttamento delle risorse? Lo chiediamo a Giovanni Brussato, ingegnere minerario che ha sviluppato software ed algoritmi per la coltivazione mineraria, la valutazione dell'impatto visivo delle opere sul territorio e la realizzazione di una delle prime banche dati ambientali, collaboratore scientifico dell'Astrolabio (la newsletter di Amici della Terra), ed è autore del libro Energia verde? Prepariamoci a scavare (Edizioni Montaonda): «Lo United States Geological Survey (USGS), con una ricerca tra il 2009 ed il 2011, concluse che l'Afghanistan potrebbe contenere 60 milioni di tonnellate di rame. Il deposito più significativo è la miniera di rame di Aynak, situata a circa 35 chilometri a sud di Kabul, all'estremità settentrionale della provincia di Logar. Dal 1974 al 1978, i geologi sovietici esplorarono l'area mineraria di Aynak e poi presentarono i loro rapporti al Ministero della Geologia dell’Unione Sovietica. Dal 1979 al 1988, fu iniziato uno sviluppo provvisorio nella miniera di Aynak che fu sospeso nel 1989 quando l'Unione Sovietica si ritirò dall'Afghanistan. Pertanto sui dati, ottenuti mediante sondaggi, vi è una ragionevole certezza: il deposito di Aynak contiene circa 450 milioni di tonnellate di minerale di rame con un tenore (la percentuale di metallo contenuto nella roccia) del 2,3% ed un valore che ai prezzi odierni potrebbe superare gli 80 miliardi di dollari. Per spiegare il valore del deposito odierno è opportuno considerare che in Cile, il primo produttore globale, vengono coltivati depositi il cui tenore supera di poco lo 0,5%. Nel novembre 2007, Jiangxi Copper Group e China Metallurgical Construction Corporation (MCC), oggi di proprietà di China MinMetals Corporation, acquisirono la concessione per sviluppare la miniera di rame di Aynak per 30 anni e il contratto è stato firmato dal governo afghano nel maggio 2008. In realtà a tenere bloccato ancora oggi lo sviluppo del progetto sono problemi di sicurezza e di costi infrastrutturali. Gli accordi contrattuali stipulati dal Consorzio cinese con il Ministero delle Miniere afghano circa le opere accessorie a spese dello sviluppatore includono una ferrovia, una centrale elettrica da 400 megawatt, una stazione di pompaggio dell'acqua e una fabbrica di fertilizzanti fosfatici, nonché servizi pubblici come scuole, ospedali, ferrovie, e moschee. L'investimento totale nella miniera supera i 10 miliardi di dollari».Qualche giorno fa il repubblicano Peter Meijer, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato del Michigan, intervenendo al Center for Strategic and International Studies ha dichiarato: «Siamo sullo stesso precipizio di preoccupazione per il crollo dello stato che potrebbe portare all'ascesa o all'emancipazione delle organizzazioni terroristiche transnazionali», poi paragonando le condizioni attuali in Afghanistan a quelle che esistevano prima degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti ha aggiunto: «Oggi abbiamo un interesse acquisito nell'assicurarci che l'Afghanistan non crolli, che non ci sia una schiacciante catastrofe umanitaria che darà solo potere a coloro che cercano di fare del male all'Occidente». Peccato non averci pensato prima.
La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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