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2022-09-07
L'Afghanistan un anno dopo il ritiro degli americani
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Talebani festeggiano l'anniversario della presa del potere. Nel riquadro il Generale Giorgio Battisti (Getty Images)
Un attentato kamikaze è avvenuto lo scorso 5 settembre davanti all'ambasciata russa di Kabul nel momento in cui un funzionario russo usciva per annunciare i nomi dei richiedenti il visto. Lo riferisce l'agenzia russa Ria Novosti riportando una fonte che afferma che «da 15 a 25 persone sono rimaste uccise o ferite a causa dell'esplosione. Due i russi uccisi». Solo qualche giorno prima (il 2 settembre) un’esplosione è avvenuta nella moschea di Guzargah, nella provincia di Herat. Secondo le prime ricostruzioni, l'Imam della moschea, Maulvi Mujibur Rahman Ansari, e suo fratello sono morti insieme a dieci guardie del corpo. L'imam di Guzargah attira ogni venerdì migliaia di persone provenienti da tutte le regioni del Paese. Dai video amatoriali che circolano su Telegram il bilancio delle vittime potrebbe essere molto più alto di quanto affermato dalle fonti ufficiali secondo le quali ci sarebbero stati 18 morti e oltre 20 feriti. Il 36enne religioso, corpulento e barbuto, si era ritagliato il proprio feudo in un quartiere conservatore di Herat, una città dell'Afghanistan occidentale un tempo conosciuta per l'arte e la cultura. I residenti hanno raccontato di come i suoi agenti hanno preso il controllo del distretto dalla polizia, che raramente interferisce con la loro vigorosa applicazione della rigida legge della Sharia. L’imam aveva anche fatto affiggere dei cartelloni pubblicitari in cui dichiarava che qualsiasi uomo la cui moglie non si copre completamente in pubblico è un codardo. Inoltre ha bandito musica e concerti dichiarando anche che il Covid-19 è stato mandato da Dio per punire i non musulmani.
Maulvi Mujibur Rahman Ansari
A un anno dal ritiro dall’Afghanistan il Paese è allo sbando con i Talebani incapaci di guidare il Paese. Quale è la situazione oggi? Lo chiediamo al Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti che nella sua lunga carriera ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993) ed in Bosnia (1997). Dal 28 dicembre 2001 al 9 maggio 2002 è stato il primo Comandante del Contingente Italiano della missione Isaf a Kabul (Afganistan) dove poi è tornato dal 13 febbraio al 16 giugno 2003 come primo Comandante del Contingente Italiano in Afganistan, sia per la missione Nibbio 1 (nell'ambito dell'Operazione Enduring Freedom) sia per la missione Isaf.
«I Talebani che per vent’anni hanno combattuto il governo sostenuto dagli Stati Uniti, si trovano ora – a ruoli inversi – a dover contrastare un’insorgenza variegata e diffusa su tutto il vasto territorio. A un anno dalla partenza dell'ultimo aereo militare statunitense da Kabul, che ha segnato la fine della presenza dei contingenti stranieri in Afghanistan, il regime degli ‘studenti coranici’ deve fronteggiare diverse formazioni armate che, per finalità diverse, contendono loro il controllo del Paese. Innanzitutto, l’Isis-K (Stato Islamico dell'Iraq e del Levante – Provincia di Khorasan) che conduce la lotta contro l’autorità centrale prevalentemente con sanguinosi attentati ai danni della popolazione effettuati nei centri di aggregazione (moschee, scuole, ospedali, ecc.), soprattutto di etnia hazara (sciiti), per dimostrare l’incapacità talebana di garantire, come avevano promesso, la sicurezza alla società afghana. Oltre all’Isis-K, hanno ripreso l’azione sia il National Resistance Forces of Afghanistan (NRF), guidato da Ahmad Massoud, figlio del leggendario Ahmad Shah Massoud nella lotta anti-talebana degli anni Novanta nelle valli del Panshir e dell’Andarab, sia altri gruppi di ribelli che in più parti del Paese conducono attacchi e attentati contro le milizie locali dell’Emirato Islamico. Oltre a ciò, i Talebani sono riusciti in pochi mesi a entrare in contrasto, anche con violenti scontri a fuoco, con tutti i Paesi vicini. Dall’Iran (sciita) che lamenta lo scarso o nullo controllo dei confini e la mancata protezione dell’etnia hazara, al Pakistan che denuncia l’ospitalità assicurata da Kabul ai Talebani pakistani (TTP – Tehreek-e-Taliban Pakistan), alle ex Repubbliche Sovietiche che confinano a Nord che a loro volta subiscono attacchi da parte di gruppi terroristici che trovano rifugio in Afghanistan. Una critica situazione che dimostra sempre più la loro incapacità di mantenere il controllo del Paese, sia per la carenza di forze rispetto alla superficie della Nazione sia per i contrasti interni tra le varie formazioni etnico-geografiche talebane (quelli di Kandahar a Sud, quelli di Jalalabad a Est, quelli del Nord, ecc.)».
Davvero non si poteva procedere con un ritiro graduale?
«La "chiusura" della missione è stata decisa e gestita con superficialità e miopia soprattutto per l’improvvida decisione del presidente Biden di disporre il ritiro del contingente Usa in piena fighting season estiva, tradizionale stagione dei combattimenti (durante la stagione estiva si scioglie la neve sui passi che collegano l’Afghanistan al Pakistan e possono riprendere i rifornimenti delle munizioni e il movimento di uomini). Sia il Pentagono, sia l’intelligence statunitense, sia diversi Generali che hanno guidato le operazioni nel Paese (tra cui Stan McChrystal, David Petraeus) avevano consigliato la Casa Bianca di mantenere un limitato contingente di 2/3.000 uomini per assicurare con la loro presenza, sebbene di scarso valore operativo, un supporto (psicologico) alle forze afghane, in modo tale che non si sentissero abbandonate a sé stesse. Era stato, inoltre, suggerito di prevedere il ritiro completo in autunno quando l’Afghanistan si ‘ferma’ per le abbondanti nevicate che bloccano i movimenti e cessano cosi anche i combattimenti. In questo modo le forze governative avrebbero avuto la possibilità di riorganizzarsi e mantenere le posizioni. Ma evidentemente ragioni di politica interna e di mancanza di fiducia nei confronti dei vertici militari Usa hanno prevalso sulle indicazioni di carattere operativo (in questi ultimi mesi sono uscite diverse notizie sui media statunitensi che hanno confermato che il presidente Biden e i suoi collaboratori più stretti erano stati avvisati in merito)».
Può chiarire il fatto delle forze afghane che non combatterono contro i Talebani, realtà o finzione?
«L’accusa di attribuire la colpa della rapida vittoria talebana esclusivamente alle forze di sicurezza afghane, affermando che mancava loro la volontà di combattere appare ingiusta: circa 66.000 soldati e agenti di polizia sono caduti nella lotta contro gli insorti dal 2009 (anno da quando è iniziato il conteggio dei morti e feriti): questi non sono certo numeri di perdite di un esercito che ha paura di combattere! Il disfacimento delle Afghan National Defence and Security Forces (ANDSF) è dovuto all'incapacità e disonestà dei livelli più alti delle istituzioni governative. Corruzione, nepotismo e perseguimento di interessi personali hanno pervaso le forze di sicurezza e minato fortemente alla fine la loro volontà combattiva (i fondi destinati al carburante, alle munizioni, agli equipaggiamenti e agli stipendi erano dirottati regolarmente verso funzionari e ufficiali corrotti). Ma anche i Paesi della Coalizione hanno le loro responsabilità per le modalità con cui hanno impostato, diretto e condotto la ricostruzione delle forze afghane. Questo è potuto accadere nella presunzione di aver voluto addestrare le ANDSF secondo i canoni occidentali, senza tener conto che per formare una Forza Armata convenzionale servono decenni, una solida classe di comandanti e una ferma decisione politica, soprattutto quando la mentalità è completamente diversa, come si era già visto per le Forze Armate irachene. Le attività degli addestratori stranieri hanno spesso contribuito a ‘far disimparare’ a combattere gli afghani, pretendendo di insegnare loro – che sono, non dimentichiamolo, i guerrieri più temuti dell’Asia Centrale – le procedure occidentali. Dopo gli Accordi di Doha (29 febbraio 2020) le unità afghane hanno avuto l’impressione di essere state abbandonate al loro destino dalle forze occidentali e ciò ha influito, nei primi mesi del 2021, sul morale dei soldati, unitamente al mancato invio di rifornimenti e rinforzi da parte del governo. L'inizio del ritiro delle truppe Usa e alleate (e con esso una forte riduzione del supporto di fuoco aereo e dell’intelligence da parte degli Stati Uniti, fattori decisivo in molti combattimenti) ha creato un crescente spazio operativo per i Talebani per ‘spazzare via’ la presenza del governo in molte aree rurali che ha determinato la caduta di oltre metà dei centri distrettuali del Paese».
I Talebani nella morsa dell'Isis-K

Miliziani dell’ISIS-K e Sanaullah Ghafari-Shahab al-Muhajirun
L’attentato rivendicato lo scorso 4 settembre con un video porta la firma della branca locale dell’ISIS (Stato islamico dell'Iraq e del Levante - Provincia di Khorasan- Iskp) guidato dall’afghano Sanaullah Ghafari-Shahab al-Muhajirun, ex affiliato alla rete Haqqani. Il gruppo da quando i Talebani sono tornati al potere a Kabul non ha smesso un solo giorno di far saltare in aria moschee (sciite e sunnite) facendo centinania di morti, di uccidere imam, membri del governo, governatori locali, soldati, agenti di polizia arrivando perfino a raggiungere nelle loro case esponenti dei Talebani per ucciderli, una tecnica a lungo utilizzata dagli ex studenti coranici.
L’Isis-Khorasan è un nemico giurato sia dei talebani che di al-Qaeda, che ha legami profondi e di lunga data con la leadership talebana. Ma Isis-Khorasan è anche uno dei gruppi terroristici che ha beneficiato maggiormente dell'acquisizione talebana visto che l'anno scorso quando le forze talebane presero in tempi rapidissimi il controllo dell'Afghanistan, svuotarono numerose prigioni consentendo ai combattenti Isis-Khorasan di fuggire. All'epoca, i funzionari militari statunitensi avvertirono che le evasioni della prigione avrebbero permesso al gruppo terroristico di aumentare da diverse centinaia di combattenti a un paio di migliaia ma i Talebani come sempre non ascoltarono. Secondo i report della Cia e delle Nazioni Unite l'Isis-Khorasan avrebbe tra le sue fila tra 1.500 e 4.000 combattenti, concentrati principalmente nelle delle province di Kunar, Nangarhar e Nuristan. Inoltre secondo altre agenzie di intelligence altre cellule dell’Isis-Khorasan sarebbero presenti nelle province afghane settentrionali di Badakhshan, Faryab, Jowzjan, Kunduz e Takhar. «Penso che la minaccia di Daesh stia crescendo», ha detto l'ex consigliere per la sicurezza nazionale afghano Hamdullah Mohib a Voice of America (VOA) usando l'acronimo arabo per il gruppo terroristico, per poi aggiungere: «I Talebani non sono in grado di prevenire gli attacchi di Daesh e, in effetti, il loro reclutamento è in aumento. I membri dei Talebani forse si sono anche uniti a Daesh come rappresaglia forse ad alcune delle loro politiche e ad altre lamentele che avrebbero avuto con la loro leadership». Informazioni recenti condivise con le Nazioni Unite indicano che i Talebani stanno avendo difficoltà a fare pressione su Isis-Khorasan e che alcuni sforzi potrebbero ritorcersi contro. Ad esempio è certo che oltre agli ex combattenti Talebani scontenti, Isis-Khorasan ha anche attirato alcuni ex membri dell'esercito afghano sostenuto dagli Stati Uniti che temono ritorsioni da parte del governo talebano al potere.
Anche il ritmo degli attacchi Isis-Khorasan sembra essere aumentato, con il gruppo che ha rivendicato attacchi missilistici contro obiettivi in Pakistan e Uzbekistan, e anche una maggiore attività lungo il confine con il Tagikistan. «Penso che stiano davvero cercando di stabilire che non sono solo confinati in Afghanistan. Hanno obiettivi più ampi, anche regionali», ha detto nel giugno scorso a VOA Asfandyar Mir, un esperto senior presso l'Istituto per la pace degli Stati Uniti. Ma ISIS- Khorasan vuole scacciare i Talebani? Per Asfandyar Mir, il leader del gruppo Sanaullah Ghafari, noto anche come Shahab al-Muhajir, l’Isis-Khorasan «non vuole prendersi il territorio. Sembra pensare che mantenere il territorio sia troppo costoso in termini di risorse, quindi non vuole farlo. Penso che il loro obiettivo principale rimarrà l'Afghanistan. Continueranno ad attaccare queste minoranze religiose e poi faranno un vero sforzo per prendere di mira i leader talebani», come fatto con l’omicidio del leader religioso talebano Sheikh Rahimullah Haqqani. Ma la branca locale dell’ISIS ha la capacità di attaccare l’occidente? I funzionari dell'intelligence statunitense non escludono che al-Qaeda, o l'ISIS-K, possano farlo. Valutazioni precedenti suggerivano che ciò potrebbe accadere in meno di sei mesi o un anno, ma rapporti più recenti suggeriscono che ci vorrà ancora circa un anno a entrambi i gruppi terroristici per ricostruire le capacità di attacco esterno, se decidessero di farlo.
Le donne pagano il prezzo più alto

Sono le donne a pagare il prezzo più alto della loro follia oscurantista come ci conferma la giornalista Germana Zuffanti, coautrice con il Generale Giorgio Battisti, del libro Fuga da Kabul (Paesi Edizioni): «Quando i Talebani sono tornati in Afghanistan, quell'ormai tristemente famoso 15 agosto del 2021, hanno offerto una verità di cui il mondo tutto si è, di fatto, accontentato. ‘Rispetteremo le donne’ diceva Zabihullah Mujahid, portavoce del nuovo governo. La verità oggi in Afghanistan è un'altra e sta dalla parte opposta della vita vera delle donne. I diritti, che si consideravano minacciati, sono di fatto scomparsi e la condizione delle donne è oscurata da un manto di opacità e schiacciata dal silenzio in mezzo a una crisi umanitaria senza precedenti. L'Afghanistan è l'unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato frequentare scuole superiori, alle donne è imposto di non lavorare fuori casa, eccezion fatta per settori e ruoli particolari. Le donne non sono nel governo, non partecipano alla politica e viene loro negato il diritto di manifestare. Così spiega Alison Davidian, rappresentante del settore femminile delle Nazioni Unite in Afghanistan, la quale parla di ‘paura, rabbia e profondo senso di perdita nella vita quotidiana’. Insomma la donna, per dirla alla Orwell, è una 'non persona'. Donne cancellate, obbligate ad avere un accompagnatore maschio quando percorrono più di 70 chilometri, costrette in pubblico a indossare il velo, riprese e redarguite se lo stesso viene 'messo male'. Con questi limiti è impossibile accedere al diritto alla salute e all'istruzione. Tuttavia quello che colpisce è la profonda resilienza delle donne afghane tipica del genere femminile e da quello il mondo deve partire per non dimenticarle in quella gabbia in cui sono state messe. Quelle sono le sbarre alla verità che il mondo continua forse a ignorare».
Fame e miseria con i Talebani a Kabul
Secondo il Programma Alimentare Mondiale (PAM) nove afghani su dieci soffrono per insufficienza alimentare e più di 18 milioni di persone, quasi la metà della popolazione afghana, ha così poco cibo che avrebbe urgente bisogno di aiuto. Ogni giorno a causa della fame si registrano scene drammatiche, come genitori che vendono i loro figli in cambio di qualcosa da mangiare e i Paesi occidentali non offrono il loro aiuto perché quello talebano è un regime che nega tutti i diritti umani. Secondo la direttrice del PAM in Afghanistan, Mary-Ellen McGroarty: «Attualmente, gli aiuti riescono a soddisfare le necessità di dieci milioni di persone e di conseguenza bisogna stabilire una priorità tra i bisognosi, in funzione di criteri come la situazione alimentare attuale o la vulnerabilità specifica e tutto questo è estremamente difficile e spesso lacerante». I Talebani hanno a lungo insistito (e sperato) che l'amministrazione Biden scongelasse una parte dei fondi detenuti negli Stati Uniti della banca centrale dell'Afghanistan (circa 3.5 miliardi dollari su un totale di sette) ma mentre le trattative erano in fase avanzata gli USA hanno scoperto che Ayman al-Zawahiri, il leader di al-Qaeda ucciso dai droni della Cia il 31 luglio 2022, si era rifugiato nel centro di Kabul, grazie alla protezione del governo talebano. Sulla questione dei fondi afghani è intervenuto anche il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, che ha chiesto più volte agli Stati Uniti e alla Banca Mondiale di scongelare i fondi dell’Afghanistan chiedendo però ai Talebani il rispetto dei diritti umani. Dopo settimane di discussioni si è espresso lo scorso 15 agosto il Rappresentante speciale del governo americano per l'Afghanistan, Thomas West: «Non abbiamo fiducia che quell'istituzione abbia le salvaguardie e il monitoraggio in atto per gestire le risorse in modo responsabile e non c'è bisogno di dire che l'accoglienza da parte dei talebani del leader di al-Qaeda al-Zawahri rafforza le nostre profonde preoccupazioni riguardo alla diversione di fondi a favore di gruppi terroristici». Quindi niente soldi ai Talebani fino a quando il regime continuerà a violare i diritti umani e delle minoranze, soprattutto delle donne e delle bambine. Alla fine dello scorso anno, David Beasley, direttore esecutivo del PAM aveva descritto già allora la situazione in Afghanistan come un «inferno sulla terra».
Le bugie sulla coltivazione dell'oppio e dei suoi derivati

Dopo aver fallito sul piano della sicurezza e sui diritti umani i Talebani hanno mentito anche sul tema della coltivazione dell’oppio e dei suoi derivati, come l’eroina e le droghe sintetiche, tanto che la loro commercializzazione non ha mai raggiunto livelli elevati come oggi. Difficile avere una stima e non ci sono cifre esatte essendo un commercio illegale, tuttavia, il dipartimento dell’Onu che se ne occupa afferma che «l’80% dell’oppio mondiale viene prodotto in Afghanistan. Vengono elaborate anche droghe sintetiche e si coltiva l’hashish». Lo scorso mese di giugno l’Onu ha pubblicato un rapporto nel quale leggiamo: «Le principali fonti di finanziamento dei talebani continuano ad essere attività criminali, tra cui traffico di droga e produzione del papavero (utilizzato per produrre l’oppio), estorsione, sequestro a scopo di riscatto, sfruttamento minerario ed entrate provenienti dalla raccolta informale delle imposte». Le Nazioni Unite hanno recentemente fatto una stima del commercio di oppio afghano che nel 2021 ha generato entrate per 2,7 miliardi di dollari ma il raccolto di quest'anno sarà l'ultimo. Da primavera agli agricoltori non è stato permesso di piantare semi, lasciandoli preoccupati per il loro reddito futuro: «Se lo stanno vietando, devono darci più aiuto in modo che possiamo fornire cibo alla nostra famiglia», ha detto un coltivatore a France 24. Hajji Quazi Sahib del dipartimento antidroga dei Talebani ha detto a France 24 «i raccolti di grano, mais e fagioli sostituiranno il mancato guadagno». Si tratta però solo di annunci visto che non sono stati messi in atto programmi di sostituzione delle colture. Nell’aprile 2021 quando il presidente americano Joe Biden annunciò il suo piano per l'Afghanistan si trovava di fronte a due opzioni: aumentare le forze per combattere i Talebani o rispettare il disastroso accordo del presidente Donald Trump con i Talebani e andarsene immediatamente.
Biden non ha mai considerato un ritiro graduale che avrebbe concesso al governo di Kabul sostenuto dagli Stati Uniti il tempo sufficiente per riorganizzare le sue difese e ripiegare su un perimetro che le sue truppe avrebbero potuto mantenere, piuttosto che fingere di governare l'intero Paese. Biden scelse il ritiro immediato, sperando che il governo di Kabul sarebbe sopravvissuto abbastanza a lungo da diventare un problema di qualcun altro. Ha ignorato i numerosi avvertimenti secondo cui Kabul sarebbe caduta entro poche settimane dalla partenza degli americani. E così, come facilmente prevedibile, i Talebani hanno sfruttato il frettoloso ritiro delle forze statunitensi e sono immediatamente passati all'offensiva nei tre mesi e mezzo tra l'annuncio del ritiro di Biden e il momento in cui l'ultimo soldato americano ha lasciato l’aereoporto di Kabul. A proposito della partenza da Kabul di tutti i militari occidentali occorre ricordare l'attentato rivendicato dall'ISIS-K avvenuto il 26 agosto 2021 alle 17:50 (ora locale), presso l'Aeroporto Internazionale Hamid Karzai di Kabul. Gli obbiettivi dell'attacco erano principalmente i civili afghani, militari Nato e membri Talebani. L'attacco ha causato almeno 183 vittime, tra cui 170 civili afgani e 13 membri dell'esercito degli Stati Uniti le prime vittime militari americane in Afghanistan dal febbraio 2020.
I Talebani sono seduti su risorse minerarie che potrebbero valere 3.000 miliardi di dollari
Secondo alcune stime l’Afghanistan è ricco di materie preziose e ricercate come rame, oro, petrolio, gas naturale, uranio, bauxite, carbone, minerale di ferro, terre rare, litio, cromo, piombo, zinco, pietre preziose, talco, zolfo, travertino, gesso e marmo. Secondo valutazioni piuttosto generiche e non pienamente attendibili, il valore totale di tutto questo tesoro potrebbe ammontare a 1.000 o addirittura 3.000 miliardi di dollari. Quanto c’è di vero e chi potrebbe sfruttare queste ricchezze? E quanto ci vorrebbe per mettere a regime degli impianti di sfruttamento delle risorse? Lo chiediamo a Giovanni Brussato, ingegnere minerario che ha sviluppato software ed algoritmi per la coltivazione mineraria, la valutazione dell'impatto visivo delle opere sul territorio e la realizzazione di una delle prime banche dati ambientali, collaboratore scientifico dell'Astrolabio (la newsletter di Amici della Terra), ed è autore del libro Energia verde? Prepariamoci a scavare (Edizioni Montaonda): «Lo United States Geological Survey (USGS), con una ricerca tra il 2009 ed il 2011, concluse che l'Afghanistan potrebbe contenere 60 milioni di tonnellate di rame. Il deposito più significativo è la miniera di rame di Aynak, situata a circa 35 chilometri a sud di Kabul, all'estremità settentrionale della provincia di Logar. Dal 1974 al 1978, i geologi sovietici esplorarono l'area mineraria di Aynak e poi presentarono i loro rapporti al Ministero della Geologia dell’Unione Sovietica. Dal 1979 al 1988, fu iniziato uno sviluppo provvisorio nella miniera di Aynak che fu sospeso nel 1989 quando l'Unione Sovietica si ritirò dall'Afghanistan. Pertanto sui dati, ottenuti mediante sondaggi, vi è una ragionevole certezza: il deposito di Aynak contiene circa 450 milioni di tonnellate di minerale di rame con un tenore (la percentuale di metallo contenuto nella roccia) del 2,3% ed un valore che ai prezzi odierni potrebbe superare gli 80 miliardi di dollari. Per spiegare il valore del deposito odierno è opportuno considerare che in Cile, il primo produttore globale, vengono coltivati depositi il cui tenore supera di poco lo 0,5%. Nel novembre 2007, Jiangxi Copper Group e China Metallurgical Construction Corporation (MCC), oggi di proprietà di China MinMetals Corporation, acquisirono la concessione per sviluppare la miniera di rame di Aynak per 30 anni e il contratto è stato firmato dal governo afghano nel maggio 2008. In realtà a tenere bloccato ancora oggi lo sviluppo del progetto sono problemi di sicurezza e di costi infrastrutturali. Gli accordi contrattuali stipulati dal Consorzio cinese con il Ministero delle Miniere afghano circa le opere accessorie a spese dello sviluppatore includono una ferrovia, una centrale elettrica da 400 megawatt, una stazione di pompaggio dell'acqua e una fabbrica di fertilizzanti fosfatici, nonché servizi pubblici come scuole, ospedali, ferrovie, e moschee. L'investimento totale nella miniera supera i 10 miliardi di dollari».
Qualche giorno fa il repubblicano Peter Meijer, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato del Michigan, intervenendo al Center for Strategic and International Studies ha dichiarato: «Siamo sullo stesso precipizio di preoccupazione per il crollo dello stato che potrebbe portare all'ascesa o all'emancipazione delle organizzazioni terroristiche transnazionali», poi paragonando le condizioni attuali in Afghanistan a quelle che esistevano prima degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti ha aggiunto: «Oggi abbiamo un interesse acquisito nell'assicurarci che l'Afghanistan non crolli, che non ci sia una schiacciante catastrofe umanitaria che darà solo potere a coloro che cercano di fare del male all'Occidente». Peccato non averci pensato prima.
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Con i Talebani incapaci di guidare il Paese la situazione è allo sbando. Il Generale di Corpo d'Armata Giorgio Battisti: «Il regime deve fare i conti con la presenza dell'Isis-K e diverse formazioni armate che contendono loro il controllo del Paese».Secondo i report della Cia e delle Nazioni Unite l'Isis-Khorasan avrebbe tra le sue fila tra 1.500 e 4.000 combattenti, concentrati principalmente nelle delle province di Kunar, Nangarhar e Nuristan.Sono le donne a pagare il prezzo più alto della follia oscurantista talebana. Il regime ha imposto limiti che rendono impossibile accedere al diritto alla salute e all'istruzione.Secondo il Programma Alimentare Mondiale nove afghani su dieci soffrono per insufficienza alimentare e più di 18 milioni di persone, quasi la metà della popolazione afghana, ha così poco cibo che avrebbe urgente bisogno di aiuto.I Talebani hanno mentito anche sul tema della coltivazione dell’oppio e dei suoi derivati, come l’eroina e le droghe sintetiche, tanto che la loro commercializzazione non ha mai raggiunto livelli elevati come oggi.Secondo alcune i Talebani sono seduti su risorse minerarie che potrebbero valere 3.000 miliardi di dollari.Lo speciale contiene sei articoli.Un attentato kamikaze è avvenuto lo scorso 5 settembre davanti all'ambasciata russa di Kabul nel momento in cui un funzionario russo usciva per annunciare i nomi dei richiedenti il visto. Lo riferisce l'agenzia russa Ria Novosti riportando una fonte che afferma che «da 15 a 25 persone sono rimaste uccise o ferite a causa dell'esplosione. Due i russi uccisi». Solo qualche giorno prima (il 2 settembre) un’esplosione è avvenuta nella moschea di Guzargah, nella provincia di Herat. Secondo le prime ricostruzioni, l'Imam della moschea, Maulvi Mujibur Rahman Ansari, e suo fratello sono morti insieme a dieci guardie del corpo. L'imam di Guzargah attira ogni venerdì migliaia di persone provenienti da tutte le regioni del Paese. Dai video amatoriali che circolano su Telegram il bilancio delle vittime potrebbe essere molto più alto di quanto affermato dalle fonti ufficiali secondo le quali ci sarebbero stati 18 morti e oltre 20 feriti. Il 36enne religioso, corpulento e barbuto, si era ritagliato il proprio feudo in un quartiere conservatore di Herat, una città dell'Afghanistan occidentale un tempo conosciuta per l'arte e la cultura. I residenti hanno raccontato di come i suoi agenti hanno preso il controllo del distretto dalla polizia, che raramente interferisce con la loro vigorosa applicazione della rigida legge della Sharia. L’imam aveva anche fatto affiggere dei cartelloni pubblicitari in cui dichiarava che qualsiasi uomo la cui moglie non si copre completamente in pubblico è un codardo. Inoltre ha bandito musica e concerti dichiarando anche che il Covid-19 è stato mandato da Dio per punire i non musulmani. Maulvi Mujibur Rahman AnsariA un anno dal ritiro dall’Afghanistan il Paese è allo sbando con i Talebani incapaci di guidare il Paese. Quale è la situazione oggi? Lo chiediamo al Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti che nella sua lunga carriera ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993) ed in Bosnia (1997). Dal 28 dicembre 2001 al 9 maggio 2002 è stato il primo Comandante del Contingente Italiano della missione Isaf a Kabul (Afganistan) dove poi è tornato dal 13 febbraio al 16 giugno 2003 come primo Comandante del Contingente Italiano in Afganistan, sia per la missione Nibbio 1 (nell'ambito dell'Operazione Enduring Freedom) sia per la missione Isaf. «I Talebani che per vent’anni hanno combattuto il governo sostenuto dagli Stati Uniti, si trovano ora – a ruoli inversi – a dover contrastare un’insorgenza variegata e diffusa su tutto il vasto territorio. A un anno dalla partenza dell'ultimo aereo militare statunitense da Kabul, che ha segnato la fine della presenza dei contingenti stranieri in Afghanistan, il regime degli ‘studenti coranici’ deve fronteggiare diverse formazioni armate che, per finalità diverse, contendono loro il controllo del Paese. Innanzitutto, l’Isis-K (Stato Islamico dell'Iraq e del Levante – Provincia di Khorasan) che conduce la lotta contro l’autorità centrale prevalentemente con sanguinosi attentati ai danni della popolazione effettuati nei centri di aggregazione (moschee, scuole, ospedali, ecc.), soprattutto di etnia hazara (sciiti), per dimostrare l’incapacità talebana di garantire, come avevano promesso, la sicurezza alla società afghana. Oltre all’Isis-K, hanno ripreso l’azione sia il National Resistance Forces of Afghanistan (NRF), guidato da Ahmad Massoud, figlio del leggendario Ahmad Shah Massoud nella lotta anti-talebana degli anni Novanta nelle valli del Panshir e dell’Andarab, sia altri gruppi di ribelli che in più parti del Paese conducono attacchi e attentati contro le milizie locali dell’Emirato Islamico. Oltre a ciò, i Talebani sono riusciti in pochi mesi a entrare in contrasto, anche con violenti scontri a fuoco, con tutti i Paesi vicini. Dall’Iran (sciita) che lamenta lo scarso o nullo controllo dei confini e la mancata protezione dell’etnia hazara, al Pakistan che denuncia l’ospitalità assicurata da Kabul ai Talebani pakistani (TTP – Tehreek-e-Taliban Pakistan), alle ex Repubbliche Sovietiche che confinano a Nord che a loro volta subiscono attacchi da parte di gruppi terroristici che trovano rifugio in Afghanistan. Una critica situazione che dimostra sempre più la loro incapacità di mantenere il controllo del Paese, sia per la carenza di forze rispetto alla superficie della Nazione sia per i contrasti interni tra le varie formazioni etnico-geografiche talebane (quelli di Kandahar a Sud, quelli di Jalalabad a Est, quelli del Nord, ecc.)».Davvero non si poteva procedere con un ritiro graduale? «La "chiusura" della missione è stata decisa e gestita con superficialità e miopia soprattutto per l’improvvida decisione del presidente Biden di disporre il ritiro del contingente Usa in piena fighting season estiva, tradizionale stagione dei combattimenti (durante la stagione estiva si scioglie la neve sui passi che collegano l’Afghanistan al Pakistan e possono riprendere i rifornimenti delle munizioni e il movimento di uomini). Sia il Pentagono, sia l’intelligence statunitense, sia diversi Generali che hanno guidato le operazioni nel Paese (tra cui Stan McChrystal, David Petraeus) avevano consigliato la Casa Bianca di mantenere un limitato contingente di 2/3.000 uomini per assicurare con la loro presenza, sebbene di scarso valore operativo, un supporto (psicologico) alle forze afghane, in modo tale che non si sentissero abbandonate a sé stesse. Era stato, inoltre, suggerito di prevedere il ritiro completo in autunno quando l’Afghanistan si ‘ferma’ per le abbondanti nevicate che bloccano i movimenti e cessano cosi anche i combattimenti. In questo modo le forze governative avrebbero avuto la possibilità di riorganizzarsi e mantenere le posizioni. Ma evidentemente ragioni di politica interna e di mancanza di fiducia nei confronti dei vertici militari Usa hanno prevalso sulle indicazioni di carattere operativo (in questi ultimi mesi sono uscite diverse notizie sui media statunitensi che hanno confermato che il presidente Biden e i suoi collaboratori più stretti erano stati avvisati in merito)».Può chiarire il fatto delle forze afghane che non combatterono contro i Talebani, realtà o finzione?«L’accusa di attribuire la colpa della rapida vittoria talebana esclusivamente alle forze di sicurezza afghane, affermando che mancava loro la volontà di combattere appare ingiusta: circa 66.000 soldati e agenti di polizia sono caduti nella lotta contro gli insorti dal 2009 (anno da quando è iniziato il conteggio dei morti e feriti): questi non sono certo numeri di perdite di un esercito che ha paura di combattere! Il disfacimento delle Afghan National Defence and Security Forces (ANDSF) è dovuto all'incapacità e disonestà dei livelli più alti delle istituzioni governative. Corruzione, nepotismo e perseguimento di interessi personali hanno pervaso le forze di sicurezza e minato fortemente alla fine la loro volontà combattiva (i fondi destinati al carburante, alle munizioni, agli equipaggiamenti e agli stipendi erano dirottati regolarmente verso funzionari e ufficiali corrotti). Ma anche i Paesi della Coalizione hanno le loro responsabilità per le modalità con cui hanno impostato, diretto e condotto la ricostruzione delle forze afghane. Questo è potuto accadere nella presunzione di aver voluto addestrare le ANDSF secondo i canoni occidentali, senza tener conto che per formare una Forza Armata convenzionale servono decenni, una solida classe di comandanti e una ferma decisione politica, soprattutto quando la mentalità è completamente diversa, come si era già visto per le Forze Armate irachene. Le attività degli addestratori stranieri hanno spesso contribuito a ‘far disimparare’ a combattere gli afghani, pretendendo di insegnare loro – che sono, non dimentichiamolo, i guerrieri più temuti dell’Asia Centrale – le procedure occidentali. Dopo gli Accordi di Doha (29 febbraio 2020) le unità afghane hanno avuto l’impressione di essere state abbandonate al loro destino dalle forze occidentali e ciò ha influito, nei primi mesi del 2021, sul morale dei soldati, unitamente al mancato invio di rifornimenti e rinforzi da parte del governo. L'inizio del ritiro delle truppe Usa e alleate (e con esso una forte riduzione del supporto di fuoco aereo e dell’intelligence da parte degli Stati Uniti, fattori decisivo in molti combattimenti) ha creato un crescente spazio operativo per i Talebani per ‘spazzare via’ la presenza del governo in molte aree rurali che ha determinato la caduta di oltre metà dei centri distrettuali del Paese».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-un-anno-dopo-2658158354.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-talebani-nella-morsa-dell-isis-k" data-post-id="2658158354" data-published-at="1662566407" data-use-pagination="False"> I Talebani nella morsa dell'Isis-K Miliziani dell’ISIS-K e Sanaullah Ghafari-Shahab al-Muhajirun L’attentato rivendicato lo scorso 4 settembre con un video porta la firma della branca locale dell’ISIS (Stato islamico dell'Iraq e del Levante - Provincia di Khorasan- Iskp) guidato dall’afghano Sanaullah Ghafari-Shahab al-Muhajirun, ex affiliato alla rete Haqqani. Il gruppo da quando i Talebani sono tornati al potere a Kabul non ha smesso un solo giorno di far saltare in aria moschee (sciite e sunnite) facendo centinania di morti, di uccidere imam, membri del governo, governatori locali, soldati, agenti di polizia arrivando perfino a raggiungere nelle loro case esponenti dei Talebani per ucciderli, una tecnica a lungo utilizzata dagli ex studenti coranici.L’Isis-Khorasan è un nemico giurato sia dei talebani che di al-Qaeda, che ha legami profondi e di lunga data con la leadership talebana. Ma Isis-Khorasan è anche uno dei gruppi terroristici che ha beneficiato maggiormente dell'acquisizione talebana visto che l'anno scorso quando le forze talebane presero in tempi rapidissimi il controllo dell'Afghanistan, svuotarono numerose prigioni consentendo ai combattenti Isis-Khorasan di fuggire. All'epoca, i funzionari militari statunitensi avvertirono che le evasioni della prigione avrebbero permesso al gruppo terroristico di aumentare da diverse centinaia di combattenti a un paio di migliaia ma i Talebani come sempre non ascoltarono. Secondo i report della Cia e delle Nazioni Unite l'Isis-Khorasan avrebbe tra le sue fila tra 1.500 e 4.000 combattenti, concentrati principalmente nelle delle province di Kunar, Nangarhar e Nuristan. Inoltre secondo altre agenzie di intelligence altre cellule dell’Isis-Khorasan sarebbero presenti nelle province afghane settentrionali di Badakhshan, Faryab, Jowzjan, Kunduz e Takhar. «Penso che la minaccia di Daesh stia crescendo», ha detto l'ex consigliere per la sicurezza nazionale afghano Hamdullah Mohib a Voice of America (VOA) usando l'acronimo arabo per il gruppo terroristico, per poi aggiungere: «I Talebani non sono in grado di prevenire gli attacchi di Daesh e, in effetti, il loro reclutamento è in aumento. I membri dei Talebani forse si sono anche uniti a Daesh come rappresaglia forse ad alcune delle loro politiche e ad altre lamentele che avrebbero avuto con la loro leadership». Informazioni recenti condivise con le Nazioni Unite indicano che i Talebani stanno avendo difficoltà a fare pressione su Isis-Khorasan e che alcuni sforzi potrebbero ritorcersi contro. Ad esempio è certo che oltre agli ex combattenti Talebani scontenti, Isis-Khorasan ha anche attirato alcuni ex membri dell'esercito afghano sostenuto dagli Stati Uniti che temono ritorsioni da parte del governo talebano al potere.Anche il ritmo degli attacchi Isis-Khorasan sembra essere aumentato, con il gruppo che ha rivendicato attacchi missilistici contro obiettivi in Pakistan e Uzbekistan, e anche una maggiore attività lungo il confine con il Tagikistan. «Penso che stiano davvero cercando di stabilire che non sono solo confinati in Afghanistan. Hanno obiettivi più ampi, anche regionali», ha detto nel giugno scorso a VOA Asfandyar Mir, un esperto senior presso l'Istituto per la pace degli Stati Uniti. Ma ISIS- Khorasan vuole scacciare i Talebani? Per Asfandyar Mir, il leader del gruppo Sanaullah Ghafari, noto anche come Shahab al-Muhajir, l’Isis-Khorasan «non vuole prendersi il territorio. Sembra pensare che mantenere il territorio sia troppo costoso in termini di risorse, quindi non vuole farlo. Penso che il loro obiettivo principale rimarrà l'Afghanistan. Continueranno ad attaccare queste minoranze religiose e poi faranno un vero sforzo per prendere di mira i leader talebani», come fatto con l’omicidio del leader religioso talebano Sheikh Rahimullah Haqqani. Ma la branca locale dell’ISIS ha la capacità di attaccare l’occidente? I funzionari dell'intelligence statunitense non escludono che al-Qaeda, o l'ISIS-K, possano farlo. Valutazioni precedenti suggerivano che ciò potrebbe accadere in meno di sei mesi o un anno, ma rapporti più recenti suggeriscono che ci vorrà ancora circa un anno a entrambi i gruppi terroristici per ricostruire le capacità di attacco esterno, se decidessero di farlo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-un-anno-dopo-2658158354.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-donne-pagano-il-prezzo-piu-alto" data-post-id="2658158354" data-published-at="1662566407" data-use-pagination="False"> Le donne pagano il prezzo più alto Sono le donne a pagare il prezzo più alto della loro follia oscurantista come ci conferma la giornalista Germana Zuffanti, coautrice con il Generale Giorgio Battisti, del libro Fuga da Kabul (Paesi Edizioni): «Quando i Talebani sono tornati in Afghanistan, quell'ormai tristemente famoso 15 agosto del 2021, hanno offerto una verità di cui il mondo tutto si è, di fatto, accontentato. ‘Rispetteremo le donne’ diceva Zabihullah Mujahid, portavoce del nuovo governo. La verità oggi in Afghanistan è un'altra e sta dalla parte opposta della vita vera delle donne. I diritti, che si consideravano minacciati, sono di fatto scomparsi e la condizione delle donne è oscurata da un manto di opacità e schiacciata dal silenzio in mezzo a una crisi umanitaria senza precedenti. L'Afghanistan è l'unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato frequentare scuole superiori, alle donne è imposto di non lavorare fuori casa, eccezion fatta per settori e ruoli particolari. Le donne non sono nel governo, non partecipano alla politica e viene loro negato il diritto di manifestare. Così spiega Alison Davidian, rappresentante del settore femminile delle Nazioni Unite in Afghanistan, la quale parla di ‘paura, rabbia e profondo senso di perdita nella vita quotidiana’. Insomma la donna, per dirla alla Orwell, è una 'non persona'. Donne cancellate, obbligate ad avere un accompagnatore maschio quando percorrono più di 70 chilometri, costrette in pubblico a indossare il velo, riprese e redarguite se lo stesso viene 'messo male'. Con questi limiti è impossibile accedere al diritto alla salute e all'istruzione. Tuttavia quello che colpisce è la profonda resilienza delle donne afghane tipica del genere femminile e da quello il mondo deve partire per non dimenticarle in quella gabbia in cui sono state messe. Quelle sono le sbarre alla verità che il mondo continua forse a ignorare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-un-anno-dopo-2658158354.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="fame-e-miseria-con-i-talebani-a-kabul" data-post-id="2658158354" data-published-at="1662566407" data-use-pagination="False"> Fame e miseria con i Talebani a Kabul Secondo il Programma Alimentare Mondiale (PAM) nove afghani su dieci soffrono per insufficienza alimentare e più di 18 milioni di persone, quasi la metà della popolazione afghana, ha così poco cibo che avrebbe urgente bisogno di aiuto. Ogni giorno a causa della fame si registrano scene drammatiche, come genitori che vendono i loro figli in cambio di qualcosa da mangiare e i Paesi occidentali non offrono il loro aiuto perché quello talebano è un regime che nega tutti i diritti umani. Secondo la direttrice del PAM in Afghanistan, Mary-Ellen McGroarty: «Attualmente, gli aiuti riescono a soddisfare le necessità di dieci milioni di persone e di conseguenza bisogna stabilire una priorità tra i bisognosi, in funzione di criteri come la situazione alimentare attuale o la vulnerabilità specifica e tutto questo è estremamente difficile e spesso lacerante». I Talebani hanno a lungo insistito (e sperato) che l'amministrazione Biden scongelasse una parte dei fondi detenuti negli Stati Uniti della banca centrale dell'Afghanistan (circa 3.5 miliardi dollari su un totale di sette) ma mentre le trattative erano in fase avanzata gli USA hanno scoperto che Ayman al-Zawahiri, il leader di al-Qaeda ucciso dai droni della Cia il 31 luglio 2022, si era rifugiato nel centro di Kabul, grazie alla protezione del governo talebano. Sulla questione dei fondi afghani è intervenuto anche il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, che ha chiesto più volte agli Stati Uniti e alla Banca Mondiale di scongelare i fondi dell’Afghanistan chiedendo però ai Talebani il rispetto dei diritti umani. Dopo settimane di discussioni si è espresso lo scorso 15 agosto il Rappresentante speciale del governo americano per l'Afghanistan, Thomas West: «Non abbiamo fiducia che quell'istituzione abbia le salvaguardie e il monitoraggio in atto per gestire le risorse in modo responsabile e non c'è bisogno di dire che l'accoglienza da parte dei talebani del leader di al-Qaeda al-Zawahri rafforza le nostre profonde preoccupazioni riguardo alla diversione di fondi a favore di gruppi terroristici». Quindi niente soldi ai Talebani fino a quando il regime continuerà a violare i diritti umani e delle minoranze, soprattutto delle donne e delle bambine. Alla fine dello scorso anno, David Beasley, direttore esecutivo del PAM aveva descritto già allora la situazione in Afghanistan come un «inferno sulla terra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-un-anno-dopo-2658158354.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="le-bugie-sulla-coltivazione-dell-oppio-e-dei-suoi-derivati" data-post-id="2658158354" data-published-at="1662566407" data-use-pagination="False"> Le bugie sulla coltivazione dell'oppio e dei suoi derivati Dopo aver fallito sul piano della sicurezza e sui diritti umani i Talebani hanno mentito anche sul tema della coltivazione dell’oppio e dei suoi derivati, come l’eroina e le droghe sintetiche, tanto che la loro commercializzazione non ha mai raggiunto livelli elevati come oggi. Difficile avere una stima e non ci sono cifre esatte essendo un commercio illegale, tuttavia, il dipartimento dell’Onu che se ne occupa afferma che «l’80% dell’oppio mondiale viene prodotto in Afghanistan. Vengono elaborate anche droghe sintetiche e si coltiva l’hashish». Lo scorso mese di giugno l’Onu ha pubblicato un rapporto nel quale leggiamo: «Le principali fonti di finanziamento dei talebani continuano ad essere attività criminali, tra cui traffico di droga e produzione del papavero (utilizzato per produrre l’oppio), estorsione, sequestro a scopo di riscatto, sfruttamento minerario ed entrate provenienti dalla raccolta informale delle imposte». Le Nazioni Unite hanno recentemente fatto una stima del commercio di oppio afghano che nel 2021 ha generato entrate per 2,7 miliardi di dollari ma il raccolto di quest'anno sarà l'ultimo. Da primavera agli agricoltori non è stato permesso di piantare semi, lasciandoli preoccupati per il loro reddito futuro: «Se lo stanno vietando, devono darci più aiuto in modo che possiamo fornire cibo alla nostra famiglia», ha detto un coltivatore a France 24. Hajji Quazi Sahib del dipartimento antidroga dei Talebani ha detto a France 24 «i raccolti di grano, mais e fagioli sostituiranno il mancato guadagno». Si tratta però solo di annunci visto che non sono stati messi in atto programmi di sostituzione delle colture. Nell’aprile 2021 quando il presidente americano Joe Biden annunciò il suo piano per l'Afghanistan si trovava di fronte a due opzioni: aumentare le forze per combattere i Talebani o rispettare il disastroso accordo del presidente Donald Trump con i Talebani e andarsene immediatamente.Biden non ha mai considerato un ritiro graduale che avrebbe concesso al governo di Kabul sostenuto dagli Stati Uniti il tempo sufficiente per riorganizzare le sue difese e ripiegare su un perimetro che le sue truppe avrebbero potuto mantenere, piuttosto che fingere di governare l'intero Paese. Biden scelse il ritiro immediato, sperando che il governo di Kabul sarebbe sopravvissuto abbastanza a lungo da diventare un problema di qualcun altro. Ha ignorato i numerosi avvertimenti secondo cui Kabul sarebbe caduta entro poche settimane dalla partenza degli americani. E così, come facilmente prevedibile, i Talebani hanno sfruttato il frettoloso ritiro delle forze statunitensi e sono immediatamente passati all'offensiva nei tre mesi e mezzo tra l'annuncio del ritiro di Biden e il momento in cui l'ultimo soldato americano ha lasciato l’aereoporto di Kabul. A proposito della partenza da Kabul di tutti i militari occidentali occorre ricordare l'attentato rivendicato dall'ISIS-K avvenuto il 26 agosto 2021 alle 17:50 (ora locale), presso l'Aeroporto Internazionale Hamid Karzai di Kabul. Gli obbiettivi dell'attacco erano principalmente i civili afghani, militari Nato e membri Talebani. L'attacco ha causato almeno 183 vittime, tra cui 170 civili afgani e 13 membri dell'esercito degli Stati Uniti le prime vittime militari americane in Afghanistan dal febbraio 2020. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afghanistan-un-anno-dopo-2658158354.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="i-talebani-sono-seduti-su-risorse-minerarie-che-potrebbero-valere-3-000-miliardi-di-dollari" data-post-id="2658158354" data-published-at="1662566407" data-use-pagination="False"> I Talebani sono seduti su risorse minerarie che potrebbero valere 3.000 miliardi di dollari Secondo alcune stime l’Afghanistan è ricco di materie preziose e ricercate come rame, oro, petrolio, gas naturale, uranio, bauxite, carbone, minerale di ferro, terre rare, litio, cromo, piombo, zinco, pietre preziose, talco, zolfo, travertino, gesso e marmo. Secondo valutazioni piuttosto generiche e non pienamente attendibili, il valore totale di tutto questo tesoro potrebbe ammontare a 1.000 o addirittura 3.000 miliardi di dollari. Quanto c’è di vero e chi potrebbe sfruttare queste ricchezze? E quanto ci vorrebbe per mettere a regime degli impianti di sfruttamento delle risorse? Lo chiediamo a Giovanni Brussato, ingegnere minerario che ha sviluppato software ed algoritmi per la coltivazione mineraria, la valutazione dell'impatto visivo delle opere sul territorio e la realizzazione di una delle prime banche dati ambientali, collaboratore scientifico dell'Astrolabio (la newsletter di Amici della Terra), ed è autore del libro Energia verde? Prepariamoci a scavare (Edizioni Montaonda): «Lo United States Geological Survey (USGS), con una ricerca tra il 2009 ed il 2011, concluse che l'Afghanistan potrebbe contenere 60 milioni di tonnellate di rame. Il deposito più significativo è la miniera di rame di Aynak, situata a circa 35 chilometri a sud di Kabul, all'estremità settentrionale della provincia di Logar. Dal 1974 al 1978, i geologi sovietici esplorarono l'area mineraria di Aynak e poi presentarono i loro rapporti al Ministero della Geologia dell’Unione Sovietica. Dal 1979 al 1988, fu iniziato uno sviluppo provvisorio nella miniera di Aynak che fu sospeso nel 1989 quando l'Unione Sovietica si ritirò dall'Afghanistan. Pertanto sui dati, ottenuti mediante sondaggi, vi è una ragionevole certezza: il deposito di Aynak contiene circa 450 milioni di tonnellate di minerale di rame con un tenore (la percentuale di metallo contenuto nella roccia) del 2,3% ed un valore che ai prezzi odierni potrebbe superare gli 80 miliardi di dollari. Per spiegare il valore del deposito odierno è opportuno considerare che in Cile, il primo produttore globale, vengono coltivati depositi il cui tenore supera di poco lo 0,5%. Nel novembre 2007, Jiangxi Copper Group e China Metallurgical Construction Corporation (MCC), oggi di proprietà di China MinMetals Corporation, acquisirono la concessione per sviluppare la miniera di rame di Aynak per 30 anni e il contratto è stato firmato dal governo afghano nel maggio 2008. In realtà a tenere bloccato ancora oggi lo sviluppo del progetto sono problemi di sicurezza e di costi infrastrutturali. Gli accordi contrattuali stipulati dal Consorzio cinese con il Ministero delle Miniere afghano circa le opere accessorie a spese dello sviluppatore includono una ferrovia, una centrale elettrica da 400 megawatt, una stazione di pompaggio dell'acqua e una fabbrica di fertilizzanti fosfatici, nonché servizi pubblici come scuole, ospedali, ferrovie, e moschee. L'investimento totale nella miniera supera i 10 miliardi di dollari».Qualche giorno fa il repubblicano Peter Meijer, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato del Michigan, intervenendo al Center for Strategic and International Studies ha dichiarato: «Siamo sullo stesso precipizio di preoccupazione per il crollo dello stato che potrebbe portare all'ascesa o all'emancipazione delle organizzazioni terroristiche transnazionali», poi paragonando le condizioni attuali in Afghanistan a quelle che esistevano prima degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti ha aggiunto: «Oggi abbiamo un interesse acquisito nell'assicurarci che l'Afghanistan non crolli, che non ci sia una schiacciante catastrofe umanitaria che darà solo potere a coloro che cercano di fare del male all'Occidente». Peccato non averci pensato prima.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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