Proteste in Germania contro la pena di morte in Iran (Ansa)
Ha fatto scalpore il video degli attivisti della Flotilla insultati dal ministro israeliano Ben-Gvir. Ma l’Occidente non si è mai mobilitato per l’agonia riservata da Hamas alla soldatessa Noa Marciano, catturata il 7 ottobre. La cui storia orribile qui nessuno conosce.
Sarebbe il caso di abolire il ministero della Cultura. Potremmo liberarci di una serie di ministri che alternano mediocrità sempre presente a saltuarie storie pruriginose. Potremmo risparmiare i soldi spesi a sovvenzionare film inguardabili e difatti non guardati. Potremmo evitare di profanare Venezia e la sua irraggiungibile bellezza con quella infame boiata che è la Biennale, dove lo zuzzurellone di turno - questa volta è una tizia finlandese - viene a esporre degli escrementi. Potremmo finalmente abolire Festival della letteratura di Mantova e Salone del libro di Torino, oramai capisaldi della sottocultura di sinistra, parco giochi di chi crede che ascoltare Saviano o vedere la Littizzetto in persona sia cultura.
Secondo la lista pubblicata il 9 agosto 2024, in occasione del Book Lovers Day, la percentuale di lettori in Italia è risultata la terzultima in Europa: solo Romania e Cipro hanno fatto peggio di noi. Quindi, per avere pessimi risultati come questi, possiamo risparmiare i soldi di vari festival e fiere, inutili carrozzoni della sottocultura degli amichetti. E che siano inutili carrozzoni è dimostrato anche dal fatto che, in una nazione che spende (sperpera) fiumi di soldi in festival e saloni, una enorme percentuale di italiani, anche colti, non conosce Eugenio Corti, un gigante della letteratura.
Eugenio Corti è stato uno dei grandi rimossi della letteratura del Novecento: troppo cattolico per i salotti culturali, troppo antimarxista per le antologie scolastiche, troppo libero per le liturgie editoriali dei festival e delle fiere del libro. Eppure il suo Il cavallo rosso resta uno dei romanzi più potenti del secolo scorso: il racconto epico e tragico della guerra, della ritirata di Russia che lui stesso visse da soldato, della fede e della distruzione dell’Europa. Corti fu anche partigiano, ma non piegò mai la sua memoria alla propaganda. Per questo è stato ignorato. E proprio per questo resta necessario ricordarlo. Non solo per Il cavallo rosso, ma per tutti gli altri suoi preziosissimi libri.
In Il Medioevo e altri racconti ritorna l’idea di una civiltà cristiana come culmine storico e morale dell’Europa. Il Medioevo viene presentato come «paradigma realizzato della civiltà cristiana», fondato sulla sintesi tra fede, cultura e ordine sociale. In questo libro, Eugenio Corti riassume la sua idea di sionismo, parola che ora è diventata il più sanguinoso degli insulti, sanguinoso in senso stretto. La parola «sionista», applicata alla vittima, permette di annullare la compassione per bambini bruciati vivi davanti agli occhi dei genitori, strangolati a mani nude, tolti ancora vivi dal ventre delle madri sventrate, come il premio Nobel per la Pace Yasser Arafat aveva promesso: «Noi li sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri». Scrive Eugenio Corti che il più straordinario intervento della trascendenza nella storia nel secolo scorso è stato il ritorno del popolo di Israele in Palestina dopo 2.000 anni di esilio. Evidenzia l’enorme componente soprannaturale che si è mescolata all’intreccio degli accadimenti naturali. «Promotore però di questa seconda grandiosa vicenda storica fu ed è Dio in persona che ha fatto e sta facendo tornare quel popolo nella terra da lui data con patto solenne ai suoi antichi patriarchi. Gli impegni di Dio sono, come sappiamo - e avverte San Paolo in Romani 11:29 - irrevocabili: si tratta in realtà di un’impresa così difficile con 1.300.000.000 islamici che vi si oppongono e che solo Dio la potrà completare». Se Israele esiste e continua a esistere non può che essere per volontà di Dio. Il concetto è ulteriormente ampliato nel libro Il fumo nel tempio.
Ora l’antisemitismo è riesploso con tutta la sua ferocia, grazie al popolo palestinese che da decenni sacrifica ogni possibilità di pace e ricchezza per diventare il grimaldello dell’antisemitismo mondiale. I viaggi delle cosiddette flottiglie servono a rilanciare l’odio quando, come ora, grazie alla tregua ottenuta da Trump, rischia di spegnersi. Barchette piene di preservativi e caramelle sono incredibilmente chiamate «missione umanitaria». Gli israeliani hanno preso a ceffoni i flottiglianti, e questo sta diventando un caso. Esiste una categoria umana che confonde il coraggio con la provocazione, la libertà con l’arroganza, il diritto con il caos. Gente che sale su una nave diretta verso un blocco militare, in un Paese divorato dalla guerra, e pretende poi di essere trattata come una comitiva di turisti in gita scolastica. Si sbagliano di grosso. Perché quando ti avvicini al volto di un uomo scortato urlando slogan nemici, non stai esercitando un’opinione: stai sfidando l’apparato di sicurezza di uno Stato che vive sul filo della sopravvivenza. E chi protegge uno Stato assediato non ha il lusso della poesia né quello delle interpretazioni sociologiche. Reagisce. Punto.
L’Occidente imbottito di sensi di colpa continua a credere che Israele debba chiedere il permesso persino per respirare. Ma Gerusalemme ha smesso da tempo di inginocchiarsi davanti ai tribunali morali dei salotti televisivi. Ha capito che non esiste gesto capace di convincere chi ha già scelto il pregiudizio come fede politica. Chi odia Israele continuerà a odiarlo, anche davanti all’evidenza. Trasformerà ogni video, ogni fermo, ogni spinta in una reliquia ideologica buona per i social e le piazze. E intanto questi rivoluzionari da weekend viaggiano protetti dai consolati occidentali che disprezzano, consumano risorse pubbliche, insultano cittadini, forzano confini e si stupiscono se qualcuno li butta a terra. Ma uno Stato non è un talk show. Non discute mentre viene provocato. Agisce. Difende. Colpisce se necessario. La flottiglia del martirio mediatico si è infranta contro una realtà semplice e brutale: esistono nazioni che non chiedono scusa per esistere, difendersi e voler sopravvivere. E in un’Europa che si dissolve nelle mozioni, nei distinguo e nelle lacrime di circostanza, qualcuno ha scelto la lingua secca dei fatti. Rapida, sgradevole, definitiva. Una lezione di gravità impartita senza retorica. Ben-Gvir, per molti, incarna proprio questo: l’uomo che non arretra, che non si scusa, che considera la sicurezza più importante dell’applauso dei benpensanti.
Ci sono due video che in Europa quasi nessuno ha visto. Uno è della soldatessa israeliana Noa Marciano, catturata il 7 ottobre dalle belve di Hamas, e uccisa da un medico palestinese con una embolia gassosa. La sua lunga agonia è stata registrata, e il video è stato inviato a suo padre. Quel video si è sommato agli altri che documentano le atrocità del 7 ottobre, incluso lo scempio di morti, feriti, bambini rapiti, trascinati a Gaza perché tutti potessero inveire su di loro e prenderli a calci. Il secondo video che in Europa non abbiamo visto è il video dei flottiglianti nelle stive delle navi israeliane prima di essere sbarcati. Cantavano, ballavano, ridevano e facevano le capriole. Credo che sarebbe stato meglio se gli israeliani, già l’estate scorsa, avessero lasciato perdere le sceneggiate con la gente inginocchiata, e avessero trattenuto quei fenomeni per un giusto processo.
Un’ultima cosa: in quanto cittadino italiano esigo di conoscere i risultati dell’autopsia di Vittorio Arrigoni, attivista che viveva a Gaza. Esattamente era attivista di cosa? E a Gaza viveva mantenuto da chi? Mi seccherebbe scoprire che, tra un Ong e l’altra, nel mantenimento di Vittorio Arrigoni in una situazione che è finita con la sua morte atroce, c’erano di mezzo anche le mie tasse. Di quella morte mi dispiace moltissimo. In quanto cittadino italiano è mio diritto conoscere il referto dell’autopsia: quanto è stato massacrato. Tanto per chiarire ai croceristi l’esatto significato della parola tortura.
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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2026-05-25
La nuova cortina di ferro digitale: così la Cina sfida gli Usa sul fronte tecnologico
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Ieri gli specialisti dell’Esercito hanno fatto brillare tre ordigni a Orbetello, Eboli e Livorno. Le operazioni e la storia dei bombardamenti sulle tre località durante la Campagna d'Italia.
Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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