iStock
Dal Forteto ai «diavoli» della Bassa Modenese, da Bibbiano alla famiglia del bosco: i casi sono troppi per poter parlare di episodi isolati. Lo Stato è complice di un sistema che ha coniato anche un linguaggio tecnico «impermeabile» a ogni critica esterna.
Chi inciampa due volte nello stesso sasso non merita compassione. Uno Stato che da decenni permette gli stessi abusi moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C’è una frase che Davide Tonelli Galliera, il «bambino zero» della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo «superiore interesse» continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere col silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa.
La psiche dei bambini è fragile. Un bambino deportato in mezzo a estranei non benevoli può essere facilmente fatto crollare con la tecnica dell’interrogatorio prolungato o di terzo grado, spesso accompagnata dalla mancanza di sonno, elencata nella lista delle torture. Questo bambino è stato ripetutamente torturato, grazie alla tortura gli sono state estorte false confessioni con cui ha distrutto la sua famiglia. Non è certo l’unico caso. Questo è successo in uno Stato che pretende di seguire linee di democrazia e giustizia. Questi interrogatori portano a menzogne e a formazioni di false memorie. Davide ha scritto tutto in un libro, Io, bambino zero, uscito da Vallardi nel 2025. La sua psiche distrutta, bocciature, abbandono scolastico, cannabinoidi, alcol, due trattamenti sanitari obbligatori, un ricovero volontario. Sua madre naturale è morta quando lui aveva 19 anni. L’aveva vista per l’ultima volta quando ne aveva 7.
È importante studiare cosa hanno detto, scritto, pensato le persone che si sono arrogate il diritto di decidere chi meritava di essere genitore e chi no, perché da quelle parole dipendevano sentenze, allontanamenti, adozioni internazionali, bambini che non hanno mai più rivisto i genitori. A Bibbiano, l’inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha portato alla luce un sistema in cui le relazioni inviate al Tribunale dei minori venivano adattate, corrette, orientate verso l’esito già deciso. Un’assistente sociale descriveva i sogni di una bambina «in maniera non conforme al vero e con univoca connotazione sessuale», omettendo il desiderio della bambina di rivedere il padre. La stessa operatrice, informata dalla famiglia affidataria che gli incubi della piccola erano causati dall’uso dell’iPad e da certi cartoni animati, ometteva sistematicamente questa circostanza nelle comunicazioni al tribunale. Quello che non serviva alla narrazione spariva. Quello che serviva veniva amplificato, distorto, inventato. C’è poi un messaggio WhatsApp, documentato dalla Procura, che circola tra i colleghi dei servizi sociali: «Avviso tutti i colleghi che i pacchi con regali per bambini allontanati dalle famiglie continuano ad aumentare sempre più e siccome non vengono consegnati per diversi motivi, anche nella maggior parte dei casi perché è meglio non farli avere ai bambini, direi che la regola per il 2019 è quella che per salvare capre e cavoli diciamo ai genitori che il servizio non accetta alcun pacco da consegnare ai propri figli». Genitori separati dai loro figli che mandano regali di Natale. Regali che non arrivano. E come motivazione ufficiale verso i genitori, una bugia. Non perché il regolamento lo impedisse, ma perché «è meglio non farli avere ai bambini». Chi ha deciso che fosse meglio? Su quale base scientifica, su quale norma di legge, su quale sentenza? Federica Anghinolfi, ex responsabile dei servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, intervistata da Fuori dal Coro, ha detto: «Io facevo quello che l’istituzione mi chiedeva di fare». L’istituzione lo chiedeva. Dunque andava fatto. La banalità del male è il titolo del libro di Hanna Arendt dove si esamina lo schema della deresponsabilizzazione burocratica. L’istituzione chi sarebbe? Esattamente chi ha chiesto di strappare i bambini alle famiglie sulla base di perizie false, disegni manipolati da psicologi che aggiungevano dettagli sessuali alle produzioni grafiche dei minori, e sedute terapeutiche in cui si usava una cosiddetta «macchinetta dei ricordi», impulsi elettrici applicati durante il colloquio, per «orientare» i ricordi dei bambini in prossimità delle audizioni giudiziarie? La «macchinetta dei ricordi» applica i principi della tecnica Emdr, che facilita la risoluzione del trauma attraverso movimenti orizzontali degli occhi, simili a quelli che abbiamo nel sonno Rem. Durante questa tecnica è fondamentale il comportamento corretto del terapeuta, perché se il terapeuta parla e suggerisce durante le stimolazioni, si possono formare con facilità falsi ricordi.
Il caso della Bassa Modenese è forse il più grottesco. Negli anni Novanta, una serie di bambini di Mirandola e dintorni iniziarono a raccontare di messe nere, riti satanici nei cimiteri, bambini uccisi, padri travestiti da diavolo. Storie fisicamente impossibili, eppure accolte con entusiasmo da psicologi e assistenti sociali che le usarono per avviare procedimenti penali contro decine di genitori. Tutti innocenti. Alcuni morirono in carcere. I bambini, cresciuti, hanno raccontato come nacquero quelle storie. Davide Tonelli ricorda le sedute della psicologa Donati: «Domande suggestive», silenzi puniti con ulteriori domande, il mal di testa come segnale fisico di una resistenza psicologica che stava cedendo. Ricorda un «funerale finto» organizzato dai terapeuti, in cui avrebbe dovuto dire addio alla madre naturale ancora in vita, per «fare spazio alla nuova mamma».
La comunità agricola del Forteto, in provincia di Firenze, ha accolto tra il 1977 e il 2011 un centinaio di minori inviati dai servizi sociali. Per decenni, assistenti sociali pagati dallo Stato hanno effettuato regolari sopralluoghi nella struttura guidata da Rodolfo Fiesoli, condannato in via definitiva per abusi sessuali su minori e adulti affidati, e non hanno visto gli abusi. Quelle visite erano percepite dagli ex ospiti, come testimoniato davanti alla commissione parlamentare di inchiesta, come formalità: si guardava quello che si voleva vedere, si redigevano relazioni rassicuranti, e i bambini tornavano nelle mani di Rodolfo Fiesoli. Il Forteto era citato in convegni, premiato da enti pubblici, visitato da politici.
Il sistema che produce questi danni non è un’aberrazione. È un sistema dotato di logiche proprie, di incentivi propri, di un linguaggio tecnico che rende difficile la critica dall’esterno. Chi osa mettere in dubbio una relazione psicologica, chi chiede conto di un allontanamento, diventa automaticamente «incapace di comprendere la complessità del caso». I genitori che protestano troppo diventano «non collaborativi», una colpa. I bambini che dicono di voler tornare a casa vengono reinterpretati come espressione di un «legame traumatico» da cui emanciparsi. La macchina si autoalimenta. E quando, come nella Bassa Modenese, i bambini diventano adulti e dicono la verità, non c’è nessun ente, nessun ordine professionale, nessuna istituzione che chieda scusa. Ora il sistema potrebbe crollare, corretto finalmente da leggi decenti, di cui si comincia a parlare, anche perché impavidi e furibondi i bambini del bosco resistono. Allevati nell’erba e nel sole, non stanno cedendo, e col loro ostinato coraggio impediscono alle luci di spegnersi.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 23 marzo 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo la vittoria del No al referendum sulla giustizia.
L’attivista Martin Sellner spiega cos’è la remigrazione, descrivendola come un progetto politico che non punta solo a espellere gli immigrati regolari, ma un insieme di misure legali, economiche e culturali per invertire l’immigrazione di massa, così da mantenere la continuità culturale delle nazioni europee. Sellner racconta di come, proprio per le sue idee, continui a subire pressioni e tentativi di censura, nonostante alcuni governi europei inizino a riconoscere i problemi legati all’immigrazione.
Persone attendono a una fermata dell'autobus durante un'interruzione di corrente all'Avana (Ansa)
Le proteste a Cuba si moltiplicano mentre mancano cibo, acqua e carburante. Il governo di Diaz-Canel tenta concessioni e liberazioni di prigionieri, ma la popolazione esasperata continua a scendere in piazza, mentre l’arrivo della petroliera russa Anatoly Kolodkin resta incerto.
Cuba sembra sempre più vicina al collasso definitivo, un eventualità che Donald Trump aveva previsto, sostenendo che il regime comunista sarebbe crollato da solo. L’isola caraibica, dall’arresto dell’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro, non ha più ricevuto rifornimento petroliferi e la situazione per la popolazione è davvero complicata.
Le proteste serpeggiano da alcune settimane, ma negli ultimi giorni il popolo cubano ormai esasperato ha assaltato la sede del partito comunista, visto come il simbolo di tutti i problemi. I fatti sono avvenuti a Moron, una cittadina di 70.000 abitanti nella zona centrale dell’isola, che per 30 ore consecutive era rimasta senza elettricità. Alcune decine di persone, infuriate perché ormai manca praticamente tutto, hanno preso d’assalto l’edificio e la polizia cubana avrebbe già individuato gli autori e cinque arresti sarebbero già stati effettuati. Ma quello di Moron è soltanto il sintomo di una malattia che sta divorando Cuba dal suo interno. A L'Avana manca acqua potabile, carburante e molti generi di prima necessità. I prezzi del cibo sono schizzati alle stelle e davvero proibitivi per chi non è in possesso di dollari americani. Il presidente comunista Miguel Diaz-Canel continua a fare appelli alla rivoluzione e alla resistenza, ma le piazze sono vuote da tempo come le pance dei cubani. Nonostante l’apparenza il regime comunista sarebbe disposto a fare alcune concessioni a Trump e sta già liberando decine di prigionieri politici.
La trattativa appare difficile, perché il partito comunista non vuole un cambio di regime, ma pensa di aprire un canale anche con i cubani all’estero, concedendo la possibilità di avere proprietà nell’isola. Queste concessioni però non sembrano bastare ai cubani che, stando ai dati raccolti da un’organizzazione non governativa, sarebbero già scesi in piazza a protestare contro il governo 130 volte nella prima metà di marzo, contro le 60 di febbraio e le 30 di gennaio. Il presidente Diaz-Canel ha dichiarato di comprendere la frustrazione, ma che nessun atto violento sarà tollerato. Il leader cubano ha cercato di scaricare tutte le colpe sul cosiddetto blocco energetico imposto dagli Usa, che da tre mesi non permette a nessuna imbarcazione di combustibile di arrivare. Diaz-Canel ha anche lanciato un monito a Washington dicendo che qualsiasi aggressione esterna si scontrerà con una resistenza inespugnabile e accusando Trump di minacciare quasi quotidianamente di rovesciare l’ordine costituzionale a Cuba. Ma è il Partito Comunista, il suo apparato e anche le forze armate il bersaglio della gente che sa benissimo che sono questi soggetti che tengono le redini della barcollante economia nazionale.
Cuba potrebbe scivolare lentamente, ma non troppo, verso una guerra civile che abbatta il regime dall’interno, come aveva diagnosticato il presidente statunitense. L'insofferenza della popolazione verso il governo ha raggiunto i livelli massimi, tanto da spingere anche i media statali, notoriamente imbavagliati dal Partito Comunista, a dare le notizie delle manifestazioni e del malcontento crescente. Per ora davanti alle abitazioni e lungo le strade buie centinaia di persone sbattono pentole e padelle, a significare che non hanno nulla da mangiare, ma stanno iniziando gli sconti con la polizia e ci sono già alcune auto date alle fiamme. Il Messico ed il Canada che si erano offerti di aiutare Cuba, ma per il momento non sono intervenuti se non per cibo e medicinali. Intanto dall’aeroporto di Roma è partito un volo con la delegazione italiana dell’European Convoy for Cuba promosso da Aicec (Agenzia per l'interscambio culturale ed economico con Cuba) nell'ambito della campagna Let Cuba Breathe. Questo gruppo riunisce persone provenienti da 19 nazioni che si vuole unire alla Flotilla Nuestra America con destinazione Cuba. Sono presenti anche quattro delegazioni europarlamentari, con Ilaria Salis, Mimmo Lucano, Emma Fourreau e Marc Botenga, che porteranno con loro cinque tonnellate di medicinali.
Tutto mentre il tycoon alla Casa Bianca ha appena dichiarato che «Cuba in questo momento è in pessimo stato e faremo qualcosa molto presto. Penso che avrò l’onore di prendere l’isola». Ma intanto i dati di tracciamento marittimo darebbero una petroliera russa in arrivo a L’Avana. La Anatoly Kolodkin, soggetta a sanzioni, ha caricato 730.000 barili di greggio nel porto russo di Primorsk l'8 marzo e sta procedendo molto lentamente. La nave ha dichiarato una non meglio specificata destinazione nell’Atlantico, ma sarebbe invece diretta a Cuba, secondo quanto riportato dalla società di analisi marittima Kpler. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov non ha confermato né smentito i legami di Mosca con la Kolodkin o con altre navi che trasportavano petrolio russo nell'Atlantico e ha lasciato intendere che Mosca stesse cercando modi per offrire aiuto a Cuba. Il suo arrivo era previsto per il 23 marzo, ma è stato ritardato di qualche giorno e dovrebbe scaricare il carico presso il terminal petrolifero di Matanzas, sempre che Washington non decida di intervenire.
Continua a leggereRiduci







