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2021-11-26
Adolescenti, alberghi, insegnanti. Il nuovo decreto è pieno di falle
Ansa
Il super green pass porta con sé il super caos: come era ampiamente prevedibile, il decreto varato l'altro ieri dal governo guidato da Mario Draghi, con l'inasprimento delle restrizioni anti cCovid e l'introduzione del certificato verde rafforzato, ovvero rilasciato solo ai vaccinati e ai guariti ma non più a chi ha un tampone negativo, produce vari effetti paradossali. L'obbligo di green pass (quello base, rilasciato anche a chi ha il tampone negativo), viene esteso a settori che fino ad ora erano liberi: alberghi, spogliatoi per l'attività sportiva, servizi di trasporto ferroviario regionale e interregionale, servizi di trasporto pubblico locale, anche in zona bianca. Bene, anzi molto male: i bambini e gli adolescenti non sono obbligati ad avere il green pass per entrare a scuola, ma dovranno possederlo per salire a bordo degli autobus, dei tram, delle metropolitane. Siamo di fronte a una odiosa discriminazione: gli studenti che hanno genitori che li accompagnano a scuola con l'automobile, continueranno a vivere come è accaduto fino ad ora, mentre quelli che utilizzano i mezzi pubblici saranno obbligati a vaccinarsi o a fare un tampone ogni due giorni per poter usufruire del diritto allo studio, garantito dalla Costituzione.
A proposito di trasporto pubblico locale: è di tutta evidenza che introdurre l'obbligo del certificato verde per salire su bus, tram e metro è null'altro che una sparata propagandistica. Il tema dei controlli, infatti, è talmente enorme che lo stesso ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ammette le difficoltà: «A nessuno sfugge», dice la Gelmini a Rtl 102,5, «che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto però è chiaro che c'è un impegno da parte del ministero degli Interni di intensificare i controlli e di effettuarli a campione». «Riguardo alle verifiche sui mezzi di trasporto locali», sottolinea da parte sua il presidente dell'Unione delle province italiane, Michele De Pascale, come riporta l'Ansa, «ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro: nei comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica noi chiederemo che le società di trasporto forniscano un supporto alle polizie locali, insomma per questo tipo di controlli credo vada fatto un mix. E bisogna identificare sanzioni esemplari». Sanzioni esemplari, avete letto bene. Cosa accadrà al povero scolaretto di 14 anni trovato sull'autobus senza green pass? Verrà sottoposto alla gogna? Soprattutto, l'assurdo è che il ragazzo può recarsi a lezione senza vaccino né tampone, ma per salire sul mezzo che dovrebbe condurlo a scuola, è necessario esibire il certificato verde.
Sempre riguardo agli adolescenti, l'introduzione dell'obbligo del super green pass dal prossimo 6 dicembre, anche in zona bianca, per accedere a spettacoli, eventi sportivi, ristorazione al chiuso, feste e discoteche e cerimonie pubbliche, pone problemi giganteschi. I ragazzini di più di 12 anni di età, in sostanza, saranno obbligati a vaccinarsi per poter andare a cena con i propri familiari, per andare allo stadio, al cinema, a teatro o per partecipare a una festa. Non basterà più, infatti, un tampone negativo: il green pass rafforzato viene rilasciato solo a vaccinati e guariti. Inevitabilmente, i genitori che non hanno intenzione di far inoculare il siero ai propri figli adolescenti si ritroveranno nell'impossibilità di andare anche a mangiare una pizza con loro.
Un'altra criticità del decreto viene segnalata da due esponenti di Fratelli d'Italia, Riccardo Zucconi, deputato e capogruppo in commissione Attività produttive, commercio e turismo, e Gianluca Caramanna, responsabile nazionale del dipartimento turismo del partito di Giorgia Meloni. Gli onorevoli segnalano «un errore paradossale presente nella bozza di testo del super green pass che, se non modificato, danneggerebbe pesantemente gli alberghi italiani. Per l'accesso agli alberghi, infatti, il governo si è dimenticato di inserire il riferimento temporale, come invece ha fatto per il green pass rafforzato per le altre attività, ovvero il 6 dicembre prossimo. Questo significa che se la bozza circolata nella giornata di ieri tra gli addetti ai lavori dovesse essere confermata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale», aggiungono Zucconi e Caramanna, «chi oggi alloggia in una struttura ricettiva domani dovrebbe essere allontanato se non in possesso almeno di un green pass base, ovvero ottenuto anche sulla base di un semplice tampone negativo».
«Incostituzionale, vessatorio, illogico, inutile»: così Marcello Pacifico, presidente dell'Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori) definisce l'obbligo vaccinale al personale scolastico e la terza dose, anche detta di richiamo. «Abbiamo avviato il ricorso d'urgenza», aggiunge Pacifico all'Adnkronos, «vogliamo sospendere gli atti attuativi della norma. In primo luogo la vaccinazione obbligatoria è palesemente incostituzionale e vessatoria se effettuata solo nei confronti del personale scolastico e non verso quello universitario. Inoltre è illogica perché gli studenti vanno a scuola senza obbligo di green pass».
Lamorgese persa nel rebus controlli
C'è grande inquietudine mista a irritazione, tra le forze dell'ordine, a pochi giorni dall'entrata in vigore della nuova stretta per i non vaccinati. Tanto che alcuni rappresentanti sindacali hanno deciso di esporsi in prima persona per lanciare l'allarme sulle procedure di controllo messe a punto dall'ultimo Consiglio dei ministri. In effetti, polizia e carabinieri rischiano di rimanere col cerino in mano: l'articolo 7 del decreto, infatti, prevede che entro tre giorni dall'entrata in vigore delle nuove misure si riuniscano i comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza, presieduti dai questori, i quali a loro volta dovranno mettere a punto entro poche ore i piani per i controlli costanti reclamati a gran voce dal premier Mario Draghi mercoledì in conferenza stampa.
Il problema, però, è che per venire incontro alle esigenze di controllo connesse alla portata abnorme delle limitazioni in campo dal prossimo 6 dicembre, si rischia di diminuire il presidio sui territori (specialmente quelli più problematici) sul fronte della sicurezza. Con il risultato che poliziotti e carabinieri lascino al proprio destino migliaia di cittadini vittime del degrado e della criminalità, per svolgere mansioni da capotreno o da controllore d'autobus. Il segretario del Coisp, Domenico Pianese, ha espresso con una nota la preoccupazione degli agenti di pubblica sicurezza per il «surplus di attività che graverà sulla polizia con il nuovo super green pass». «A fronte delle note carenze di organico», ha spiegato Pianese, «l'aumento dei controlli, che si aggiunge al carico di lavoro già esistente, rischia di creare grandi difficoltà operative. Sarebbe stato opportuno un confronto tra il governo e i sindacati di polizia prima di varare il provvedimento». Pianese non ha mancato di esprimere una certa perplessità anche sull'altra norma che investe direttamente le forze dell'ordine, vale a dire l'estensione dell'obbligo vaccinale, che sarà rispettato «benché si tratti di una norma che subiamo nonostante una copertura vaccinale già molto elevata, che si aggira intorno al 90% del nostro personale».
Ma la questione dei controlli, oltre alla questione pratica che ricade in larga misura sugli agenti, presenta anche un'implicazione politica che grava sul ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese. Dopo essere stata difesa a spada tratta dal versante giallorosso della maggioranza e aver ottenuto ampia copertura dal premier Draghi, rispetto alle critiche di Lega e Fdi sulla gestione dei flussi migratori, dell'emergenza sbarchi e dei clamorosi e indisturbati rave party, la Lamorgese si trova per la prima volta in rotta di collisione con Palazzo Chigi.
Le indiscrezioni riferiscono di un battibecco tra Draghi e la responsabile del Viminale nel corso della riunione dell'esecutivo di mercoledì pomeriggio sulla necessità di rafforzare i controlli sul green pass e sull'uso delle mascherine, avvalorate poi da quanto affermato in conferenza stampa dal presidente del Consiglio, perentorio nel giudicare inadeguati i controlli finora operati dalle forze dell'ordine. Un'insoddisfazione che se dovesse aumentare nel caso di flop dei controlli natalizi e saldarsi con quella più profonda di Matteo Salvini sulla mancanza di filtri alle frontiere, renderebbe improvvisamente traballante la posizione della Lamorgese.
Il rischio caos appare così concreto a più di un esponente del governo, che il ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ha messo in qualche modo le mani aventi affermando che «a nessuno sfugge che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto, però c'è un impegno da parte del ministero degli interni ad intensificare i controlli e di effettuarli a campione». E meno male che non sfugge...
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I ragazzi possono stare in aula senza tessera ma non salire sui mezzi che li portano a scuola. Hotel nei guai: nel testo manca la data del 6 dicembre, le regole scatterebbero subito. Prof in rivolta per l'obbligo vaccinale.Luciana Lamorgese persa nel rebus controlli. Attriti tra Mario Draghi e il ministro, che teme lo scoglio delle verifiche: rischia di giocarsi il Viminale. Mariastella Gelmini ammette: «Ispezioni difficili in metro». Ira dei sindacati di polizia.Lo speciale comprende due articoli.Il super green pass porta con sé il super caos: come era ampiamente prevedibile, il decreto varato l'altro ieri dal governo guidato da Mario Draghi, con l'inasprimento delle restrizioni anti cCovid e l'introduzione del certificato verde rafforzato, ovvero rilasciato solo ai vaccinati e ai guariti ma non più a chi ha un tampone negativo, produce vari effetti paradossali. L'obbligo di green pass (quello base, rilasciato anche a chi ha il tampone negativo), viene esteso a settori che fino ad ora erano liberi: alberghi, spogliatoi per l'attività sportiva, servizi di trasporto ferroviario regionale e interregionale, servizi di trasporto pubblico locale, anche in zona bianca. Bene, anzi molto male: i bambini e gli adolescenti non sono obbligati ad avere il green pass per entrare a scuola, ma dovranno possederlo per salire a bordo degli autobus, dei tram, delle metropolitane. Siamo di fronte a una odiosa discriminazione: gli studenti che hanno genitori che li accompagnano a scuola con l'automobile, continueranno a vivere come è accaduto fino ad ora, mentre quelli che utilizzano i mezzi pubblici saranno obbligati a vaccinarsi o a fare un tampone ogni due giorni per poter usufruire del diritto allo studio, garantito dalla Costituzione. A proposito di trasporto pubblico locale: è di tutta evidenza che introdurre l'obbligo del certificato verde per salire su bus, tram e metro è null'altro che una sparata propagandistica. Il tema dei controlli, infatti, è talmente enorme che lo stesso ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ammette le difficoltà: «A nessuno sfugge», dice la Gelmini a Rtl 102,5, «che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto però è chiaro che c'è un impegno da parte del ministero degli Interni di intensificare i controlli e di effettuarli a campione». «Riguardo alle verifiche sui mezzi di trasporto locali», sottolinea da parte sua il presidente dell'Unione delle province italiane, Michele De Pascale, come riporta l'Ansa, «ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro: nei comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica noi chiederemo che le società di trasporto forniscano un supporto alle polizie locali, insomma per questo tipo di controlli credo vada fatto un mix. E bisogna identificare sanzioni esemplari». Sanzioni esemplari, avete letto bene. Cosa accadrà al povero scolaretto di 14 anni trovato sull'autobus senza green pass? Verrà sottoposto alla gogna? Soprattutto, l'assurdo è che il ragazzo può recarsi a lezione senza vaccino né tampone, ma per salire sul mezzo che dovrebbe condurlo a scuola, è necessario esibire il certificato verde. Sempre riguardo agli adolescenti, l'introduzione dell'obbligo del super green pass dal prossimo 6 dicembre, anche in zona bianca, per accedere a spettacoli, eventi sportivi, ristorazione al chiuso, feste e discoteche e cerimonie pubbliche, pone problemi giganteschi. I ragazzini di più di 12 anni di età, in sostanza, saranno obbligati a vaccinarsi per poter andare a cena con i propri familiari, per andare allo stadio, al cinema, a teatro o per partecipare a una festa. Non basterà più, infatti, un tampone negativo: il green pass rafforzato viene rilasciato solo a vaccinati e guariti. Inevitabilmente, i genitori che non hanno intenzione di far inoculare il siero ai propri figli adolescenti si ritroveranno nell'impossibilità di andare anche a mangiare una pizza con loro. Un'altra criticità del decreto viene segnalata da due esponenti di Fratelli d'Italia, Riccardo Zucconi, deputato e capogruppo in commissione Attività produttive, commercio e turismo, e Gianluca Caramanna, responsabile nazionale del dipartimento turismo del partito di Giorgia Meloni. Gli onorevoli segnalano «un errore paradossale presente nella bozza di testo del super green pass che, se non modificato, danneggerebbe pesantemente gli alberghi italiani. Per l'accesso agli alberghi, infatti, il governo si è dimenticato di inserire il riferimento temporale, come invece ha fatto per il green pass rafforzato per le altre attività, ovvero il 6 dicembre prossimo. Questo significa che se la bozza circolata nella giornata di ieri tra gli addetti ai lavori dovesse essere confermata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale», aggiungono Zucconi e Caramanna, «chi oggi alloggia in una struttura ricettiva domani dovrebbe essere allontanato se non in possesso almeno di un green pass base, ovvero ottenuto anche sulla base di un semplice tampone negativo». «Incostituzionale, vessatorio, illogico, inutile»: così Marcello Pacifico, presidente dell'Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori) definisce l'obbligo vaccinale al personale scolastico e la terza dose, anche detta di richiamo. «Abbiamo avviato il ricorso d'urgenza», aggiunge Pacifico all'Adnkronos, «vogliamo sospendere gli atti attuativi della norma. In primo luogo la vaccinazione obbligatoria è palesemente incostituzionale e vessatoria se effettuata solo nei confronti del personale scolastico e non verso quello universitario. Inoltre è illogica perché gli studenti vanno a scuola senza obbligo di green pass». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/adolescenti-alberghi-insegnanti-il-nuovo-decreto-e-pieno-di-falle-2655798488.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lamorgese-persa-nel-rebus-controlli" data-post-id="2655798488" data-published-at="1637876530" data-use-pagination="False"> Lamorgese persa nel rebus controlli C'è grande inquietudine mista a irritazione, tra le forze dell'ordine, a pochi giorni dall'entrata in vigore della nuova stretta per i non vaccinati. Tanto che alcuni rappresentanti sindacali hanno deciso di esporsi in prima persona per lanciare l'allarme sulle procedure di controllo messe a punto dall'ultimo Consiglio dei ministri. In effetti, polizia e carabinieri rischiano di rimanere col cerino in mano: l'articolo 7 del decreto, infatti, prevede che entro tre giorni dall'entrata in vigore delle nuove misure si riuniscano i comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza, presieduti dai questori, i quali a loro volta dovranno mettere a punto entro poche ore i piani per i controlli costanti reclamati a gran voce dal premier Mario Draghi mercoledì in conferenza stampa. Il problema, però, è che per venire incontro alle esigenze di controllo connesse alla portata abnorme delle limitazioni in campo dal prossimo 6 dicembre, si rischia di diminuire il presidio sui territori (specialmente quelli più problematici) sul fronte della sicurezza. Con il risultato che poliziotti e carabinieri lascino al proprio destino migliaia di cittadini vittime del degrado e della criminalità, per svolgere mansioni da capotreno o da controllore d'autobus. Il segretario del Coisp, Domenico Pianese, ha espresso con una nota la preoccupazione degli agenti di pubblica sicurezza per il «surplus di attività che graverà sulla polizia con il nuovo super green pass». «A fronte delle note carenze di organico», ha spiegato Pianese, «l'aumento dei controlli, che si aggiunge al carico di lavoro già esistente, rischia di creare grandi difficoltà operative. Sarebbe stato opportuno un confronto tra il governo e i sindacati di polizia prima di varare il provvedimento». Pianese non ha mancato di esprimere una certa perplessità anche sull'altra norma che investe direttamente le forze dell'ordine, vale a dire l'estensione dell'obbligo vaccinale, che sarà rispettato «benché si tratti di una norma che subiamo nonostante una copertura vaccinale già molto elevata, che si aggira intorno al 90% del nostro personale». Ma la questione dei controlli, oltre alla questione pratica che ricade in larga misura sugli agenti, presenta anche un'implicazione politica che grava sul ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese. Dopo essere stata difesa a spada tratta dal versante giallorosso della maggioranza e aver ottenuto ampia copertura dal premier Draghi, rispetto alle critiche di Lega e Fdi sulla gestione dei flussi migratori, dell'emergenza sbarchi e dei clamorosi e indisturbati rave party, la Lamorgese si trova per la prima volta in rotta di collisione con Palazzo Chigi. Le indiscrezioni riferiscono di un battibecco tra Draghi e la responsabile del Viminale nel corso della riunione dell'esecutivo di mercoledì pomeriggio sulla necessità di rafforzare i controlli sul green pass e sull'uso delle mascherine, avvalorate poi da quanto affermato in conferenza stampa dal presidente del Consiglio, perentorio nel giudicare inadeguati i controlli finora operati dalle forze dell'ordine. Un'insoddisfazione che se dovesse aumentare nel caso di flop dei controlli natalizi e saldarsi con quella più profonda di Matteo Salvini sulla mancanza di filtri alle frontiere, renderebbe improvvisamente traballante la posizione della Lamorgese. Il rischio caos appare così concreto a più di un esponente del governo, che il ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ha messo in qualche modo le mani aventi affermando che «a nessuno sfugge che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto, però c'è un impegno da parte del ministero degli interni ad intensificare i controlli e di effettuarli a campione». E meno male che non sfugge...
Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo (Getty Images)
Contro la sua partecipazione al festival letterario di Polignano a mare è partita diverse settimane fa una petizione firmata dal vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, dal sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, e persino da Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che parlando alla Stampa ha rivendicato il gesto spiegando che Nevo di fatto avalla lo sterminio dei palestinesi. Il caso è particolarmente emblematico (e grottesco) per varie ragioni. La prima è che Nevo è scrittore famoso e fino all’altro giorno coccolatissimo dalla sinistra intellettuale e dalla stampa di area, ha collaborato pure con Vanity Fair, rivista di riferimento del progressismo chic, e Repubblica non gli nega mai paginate ogni volta che esce un suo nuovo libro. C’è poi il dettaglio della posizione politica del nostro. Come praticamente tutti gli esponenti del mondo letterario, Nevo è ostile a Netanyahu e al suo governo, ma non abbastanza. Condanna cioè gli attacchi israeliani ma non il genocidio dei palestinesi. È dunque dalla parte giusta, ma non del tutto. Cioè non usa le precise parole, i precisi toni e i precisi concetti richiesti dalla mente collettiva dell’artista di sinistra. Almeno Erri De Luca si era dichiarato sionista, Nevo nemmeno quello: ne si richiede la censura non perché non si conforma, ma perché non si conforma a sufficienza.
Certo, anche stavolta ci sono i difensori progressisti della libertà di espressione, che hanno preso la penna per contestare la mordacchia al collega. Paolo Giordano ha scritto sul Corriere che non si può annegare uno scrittore in una ideologia e attribuirgli le malefatte di un governo. Anna Foa paventa la discriminazione ai danni dell’ebreo in quanto tale. Posizioni interessanti ma comunque curiose. Giordano era fra quelli che appoggiavano la censura del padiglione russo alla Biennale, la Foa ha scritto che cacciare De Luca da un festival «non è censura».
Di nuovo, tocca notare alcuni particolari. Il primo è che non c’è nessuno che si schieri contro la censura a prescindere, tutti fanno sempre dei distinguo. Chi ha difeso De Luca e chi si schiera con Nevo deve ogni volta ricordare che «hanno condannato Netanyahu», per spiegare che non sono poi così cattivi. Significa che non si tutela la libertà dell’artista: si difende un membro della corporazione cercando di dimostrare che non è troppo distante dall’ortodossia. Si difende quello che comunque è ostile al governo di Israele, che comunque è di sinistra, che comunque è «uno di noi». Su tutti gli altri la mannaia può calare serenamente. Non risulta infatti che ci siano stati accorati dibattiti fra illustri romanzieri sulle esclusioni di putiniani, no vax, razzisti, fascisti, e spauracchi assortiti. Questi discutono fra loro sull’opportunità di sanzionare il compagno che sbaglia, ma con i nemici del popolo nessuna pietà.
Non a caso non si leva mezza voce a contestare il delirante patentino antifascista che l’organizzazione del festival romano Più libri più liberi vuole imporre agli editori partecipanti, con il chiaro fine di escludere case editrici non conformi. Ricorderete la polemica: Passaggio al bosco ottenne regolarmente lo stand e subito si levarono appelli e proteste. Zerocalcare decise di boicottare la kermesse (sì, lo stesso fumettista autore del manifesto dell’assurdo corteo di sabato organizzato dalla Cgil per chiedere l’oscuramento della marcia per la remigrazione e della manifestazione per la vita). Ebbene, per evitare che alla prossima edizione di Più libri più liberi qualche sincero democratico si indisponga, ecco il patentino antifascista: se vuoi partecipare, devi aderire al pensiero prevalente.
«È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono», ha detto ieri Giorgia Meloni. «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Sante parole che dovrebbero essere pronunciate da scrittori e intellettuali, non da un premier. Ma gli intellettuali tacciono, perché ovviamente approvano la mordacchia. Non tacciono i politici del campo largo, che però aprono bocca per sostenere la censura. Giuseppe Conte ad esempio dice che la Meloni fa polemiche surreali sulla fiera del libro. Capito? È surreale lei, non il patentino da attribuire ai diligenti servi del potere.
Questo è il livello della sinistra italiana. Censura gli avversari politici, censura gli amici che dicono una parola di troppo o una di meno, censura (o prova a farlo) le manifestazioni pacifiche e autorizzate che non gradisce. Poi però evoca il ritorno del regime blaterando di Vannacci, di estrema destra e di onda nera. E lo fa stando all’opposizione: pensate che cosa accadrebbe se questa gente tornasse a governare, se riprendesse in mano anche le poche leve del potere che in questi anni ha dovuto abbandonare. Grazie alle polemiche su De Luca, Nevo, Vannacci eccetera sappiamo che cosa aspettarci da un eventuale ritorno dei progressisti: saranno più feroci di prima, e non faranno prigionieri.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Come si è visto nel 2019, quando con una mossa del cavallo portò il Pd ad allearsi con i 5 stelle per dare vita al Conte bis, è nelle situazioni di incertezza che il Bullo dà il meglio di sé. Del resto, pur non avendo fatto il militare, Renzi sarebbe perfetto come capo del Genio guastatori. Non sa vincere le guerre e neppure è in grado di assicurare la stabilità necessaria una volta raggiunta una tregua, ma è bravissimo a distruggere. Dunque, non mi stupisce che adesso stia scommettendo su Vannacci. Futuro nazionale rappresenta anche il suo futuro. La strategia è chiara: Renzi vuole gettare scompiglio nelle linee nemiche. Come gli americani quando in Afghanistan diedero le armi ai Talebani nella speranza che sconfiggessero per conto loro i russi, il Rottamatore sogna che il generale sia in grado di mettere in campo una milizia che sconfigga Giorgia Meloni. Più lui cresce, è il ragionamento del senatore semplice di Rignano, più il presidente del Consiglio perde.
Fin qui nulla da dire: fa parte delle regole del gioco. E quella in cui si è specializzato Renzi è una partita spregiudicata, dove ogni sgambetto e qualsiasi giravolta valgono. Detto ciò, però io non capisco perché il centrodestra si stia dando tanto da fare per demonizzare Vannacci. Le critiche contro il generale e contro la sua banda di descamisados non credo riusciranno a ottenere il risultato che ci si aspetta. Anzi: semmai contribuiranno a rafforzare Fn, dando a Vannacci e agli straccioni (la definizione è sua) che ha raccolto, maggiore visibilità. Attaccarlo, criminalizzarlo, definirlo un utile idiota pronto ad aiutare la sinistra, non servirà a fermarlo, ma semmai a innalzarlo a nemico numero uno. Nel centrodestra dovrebbero saperlo bene, perché per anni sono stati all’opposizione. Il gioco dell’uno contro tutti, contro la sinistra perché si dicono cose controcorrente, ma anche contro la destra perché non ci si è allineati, premia.
L’attuale maggioranza ha due modi per disinnescare Vannacci. Il primo è riuscire a rinchiudere il consenso del generale in un recinto che gli impedisca di andare oltre il 4%. Il secondo è raggiungere con lui un accordo. A mio parere, la prima possibilità è ormai sfumata, perché i sondaggi danno l’ex parà della Folgore già vicino al 5% e nei prossimi mesi potrebbe ancora salire. Dunque, escluderlo dalla competizione, con una legge elettorale che fissi una soglia di sbarramento oltre il 5%, pare impossibile. A questo punto resta, perciò, una sola strada: raggiungere un’intesa affinché il nuovo partito non contribuisca involontariamente alla vittoria della sinistra.
Lo so che è molto più facile stare all’opposizione che al governo. Dire che si devono smantellare le stupide regole europee che stanno condannando il nostro Paese alla deindustrializzazione è semplicissimo: la parte difficile consiste nello stabilire come fermare le politiche green della Ue e, soprattutto, evitare le sanzioni che Bruxelles ha escogitato per impedire a ogni singolo Stato di sottrarsi alle follie comunitarie. Non comporta grandi difficoltà, salvo replicare alle polemiche e alle accuse di xenofobia, neppure parlare di remigrazione: il problema è riuscire a farla, districandosi fra norme costituzionali, regole della magistratura e impedimenti dei trattati internazionali. Quando Giorgia Meloni stava all’opposizione, voleva attuare un blocco navale contro i migranti ma, una volta giunta nella stanza dei bottoni, si è resa conto che la magistratura, la presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, l’Europa e pure l’Onu non le avrebbero consentito nulla di tutto ciò. Dunque, si è dovuta barcamenare tra le difficoltà, riuscendo comunque a frenare gli sbarchi e ad aumentare i rimpatri. Ora, non avendo un trascorso al governo che gli possa venire rimproverato, Vannacci rilancia il blocco navale e la remigrazione, promettendo anche di dichiarare guerra all’Europa e al Green deal di Ursula von der Leyen. Nessuno sa dire come intenda fare tutto ciò e lui si guarda bene dal svelarlo. Critica la deriva woke e Lgbt, con un linguaggio che alcuni ritengono provocatorio? Ma per tre quarti e forse più è ciò che pensa l’opinione pubblica che, per quieto vivere, non si azzarda ad ammetterlo. Il generale, anche se non offre ricette concrete, sostiene ciò che gran parte dell’elettorato reputa giusto, sia in fatto di immigrazione che di transizione energetica o di politically correct.
Attaccarlo, dunque, a mio parere non serve a nulla. Anzi, rischia perfino di essere controproducente per i partiti che compongono il centrodestra, perché significa lasciare aperta a Vannacci la strada della grande prateria dei moderati, che certo vogliono la remigrazione, considerano il Green deal un suicidio e si augurano di poter fermare la propaganda Lgbt. Capisco che nella maggioranza lo considerino un populista e comprendo che qualcuno desidererebbe farlo sparire con un colpo di bacchetta magica, oppure silenziarlo (o imbavagliare i giornali) affinché smetta di parlare. Ma non è possibile. Il generale ha conquistato un’enclave nel centrodestra ed è intenzionato a difenderla con le unghie e i denti. Dunque, per non indebolire la maggioranza e perdere le elezioni (con i risultati horror di cui ho parlato ieri), resta una una sola possibilità: fare un accordo con lui. Piaccia o non piaccia (a Forza Italia o ad altri), un’altra via non c’è. Non ricordo più quale stratega lo dicesse, ma se non puoi battere l’avversario devi necessariamente scendere a patti.
Ps. La discesa in campo del generale può anche essere un’opportunità. Alla fine, si discute di remigrazione, sicurezza, Green deal, deriva woke senza più nessun timore. Paradossalmente, l’effetto Vannacci potrebbe portare allo stesso risultato visto in Ungheria, con una sfida tutta a destra che ha cancellato la sinistra.
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