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2021-11-26
Adolescenti, alberghi, insegnanti. Il nuovo decreto è pieno di falle
Ansa
Il super green pass porta con sé il super caos: come era ampiamente prevedibile, il decreto varato l'altro ieri dal governo guidato da Mario Draghi, con l'inasprimento delle restrizioni anti cCovid e l'introduzione del certificato verde rafforzato, ovvero rilasciato solo ai vaccinati e ai guariti ma non più a chi ha un tampone negativo, produce vari effetti paradossali. L'obbligo di green pass (quello base, rilasciato anche a chi ha il tampone negativo), viene esteso a settori che fino ad ora erano liberi: alberghi, spogliatoi per l'attività sportiva, servizi di trasporto ferroviario regionale e interregionale, servizi di trasporto pubblico locale, anche in zona bianca. Bene, anzi molto male: i bambini e gli adolescenti non sono obbligati ad avere il green pass per entrare a scuola, ma dovranno possederlo per salire a bordo degli autobus, dei tram, delle metropolitane. Siamo di fronte a una odiosa discriminazione: gli studenti che hanno genitori che li accompagnano a scuola con l'automobile, continueranno a vivere come è accaduto fino ad ora, mentre quelli che utilizzano i mezzi pubblici saranno obbligati a vaccinarsi o a fare un tampone ogni due giorni per poter usufruire del diritto allo studio, garantito dalla Costituzione.
A proposito di trasporto pubblico locale: è di tutta evidenza che introdurre l'obbligo del certificato verde per salire su bus, tram e metro è null'altro che una sparata propagandistica. Il tema dei controlli, infatti, è talmente enorme che lo stesso ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ammette le difficoltà: «A nessuno sfugge», dice la Gelmini a Rtl 102,5, «che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto però è chiaro che c'è un impegno da parte del ministero degli Interni di intensificare i controlli e di effettuarli a campione». «Riguardo alle verifiche sui mezzi di trasporto locali», sottolinea da parte sua il presidente dell'Unione delle province italiane, Michele De Pascale, come riporta l'Ansa, «ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro: nei comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica noi chiederemo che le società di trasporto forniscano un supporto alle polizie locali, insomma per questo tipo di controlli credo vada fatto un mix. E bisogna identificare sanzioni esemplari». Sanzioni esemplari, avete letto bene. Cosa accadrà al povero scolaretto di 14 anni trovato sull'autobus senza green pass? Verrà sottoposto alla gogna? Soprattutto, l'assurdo è che il ragazzo può recarsi a lezione senza vaccino né tampone, ma per salire sul mezzo che dovrebbe condurlo a scuola, è necessario esibire il certificato verde.
Sempre riguardo agli adolescenti, l'introduzione dell'obbligo del super green pass dal prossimo 6 dicembre, anche in zona bianca, per accedere a spettacoli, eventi sportivi, ristorazione al chiuso, feste e discoteche e cerimonie pubbliche, pone problemi giganteschi. I ragazzini di più di 12 anni di età, in sostanza, saranno obbligati a vaccinarsi per poter andare a cena con i propri familiari, per andare allo stadio, al cinema, a teatro o per partecipare a una festa. Non basterà più, infatti, un tampone negativo: il green pass rafforzato viene rilasciato solo a vaccinati e guariti. Inevitabilmente, i genitori che non hanno intenzione di far inoculare il siero ai propri figli adolescenti si ritroveranno nell'impossibilità di andare anche a mangiare una pizza con loro.
Un'altra criticità del decreto viene segnalata da due esponenti di Fratelli d'Italia, Riccardo Zucconi, deputato e capogruppo in commissione Attività produttive, commercio e turismo, e Gianluca Caramanna, responsabile nazionale del dipartimento turismo del partito di Giorgia Meloni. Gli onorevoli segnalano «un errore paradossale presente nella bozza di testo del super green pass che, se non modificato, danneggerebbe pesantemente gli alberghi italiani. Per l'accesso agli alberghi, infatti, il governo si è dimenticato di inserire il riferimento temporale, come invece ha fatto per il green pass rafforzato per le altre attività, ovvero il 6 dicembre prossimo. Questo significa che se la bozza circolata nella giornata di ieri tra gli addetti ai lavori dovesse essere confermata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale», aggiungono Zucconi e Caramanna, «chi oggi alloggia in una struttura ricettiva domani dovrebbe essere allontanato se non in possesso almeno di un green pass base, ovvero ottenuto anche sulla base di un semplice tampone negativo».
«Incostituzionale, vessatorio, illogico, inutile»: così Marcello Pacifico, presidente dell'Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori) definisce l'obbligo vaccinale al personale scolastico e la terza dose, anche detta di richiamo. «Abbiamo avviato il ricorso d'urgenza», aggiunge Pacifico all'Adnkronos, «vogliamo sospendere gli atti attuativi della norma. In primo luogo la vaccinazione obbligatoria è palesemente incostituzionale e vessatoria se effettuata solo nei confronti del personale scolastico e non verso quello universitario. Inoltre è illogica perché gli studenti vanno a scuola senza obbligo di green pass».
Lamorgese persa nel rebus controlli
C'è grande inquietudine mista a irritazione, tra le forze dell'ordine, a pochi giorni dall'entrata in vigore della nuova stretta per i non vaccinati. Tanto che alcuni rappresentanti sindacali hanno deciso di esporsi in prima persona per lanciare l'allarme sulle procedure di controllo messe a punto dall'ultimo Consiglio dei ministri. In effetti, polizia e carabinieri rischiano di rimanere col cerino in mano: l'articolo 7 del decreto, infatti, prevede che entro tre giorni dall'entrata in vigore delle nuove misure si riuniscano i comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza, presieduti dai questori, i quali a loro volta dovranno mettere a punto entro poche ore i piani per i controlli costanti reclamati a gran voce dal premier Mario Draghi mercoledì in conferenza stampa.
Il problema, però, è che per venire incontro alle esigenze di controllo connesse alla portata abnorme delle limitazioni in campo dal prossimo 6 dicembre, si rischia di diminuire il presidio sui territori (specialmente quelli più problematici) sul fronte della sicurezza. Con il risultato che poliziotti e carabinieri lascino al proprio destino migliaia di cittadini vittime del degrado e della criminalità, per svolgere mansioni da capotreno o da controllore d'autobus. Il segretario del Coisp, Domenico Pianese, ha espresso con una nota la preoccupazione degli agenti di pubblica sicurezza per il «surplus di attività che graverà sulla polizia con il nuovo super green pass». «A fronte delle note carenze di organico», ha spiegato Pianese, «l'aumento dei controlli, che si aggiunge al carico di lavoro già esistente, rischia di creare grandi difficoltà operative. Sarebbe stato opportuno un confronto tra il governo e i sindacati di polizia prima di varare il provvedimento». Pianese non ha mancato di esprimere una certa perplessità anche sull'altra norma che investe direttamente le forze dell'ordine, vale a dire l'estensione dell'obbligo vaccinale, che sarà rispettato «benché si tratti di una norma che subiamo nonostante una copertura vaccinale già molto elevata, che si aggira intorno al 90% del nostro personale».
Ma la questione dei controlli, oltre alla questione pratica che ricade in larga misura sugli agenti, presenta anche un'implicazione politica che grava sul ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese. Dopo essere stata difesa a spada tratta dal versante giallorosso della maggioranza e aver ottenuto ampia copertura dal premier Draghi, rispetto alle critiche di Lega e Fdi sulla gestione dei flussi migratori, dell'emergenza sbarchi e dei clamorosi e indisturbati rave party, la Lamorgese si trova per la prima volta in rotta di collisione con Palazzo Chigi.
Le indiscrezioni riferiscono di un battibecco tra Draghi e la responsabile del Viminale nel corso della riunione dell'esecutivo di mercoledì pomeriggio sulla necessità di rafforzare i controlli sul green pass e sull'uso delle mascherine, avvalorate poi da quanto affermato in conferenza stampa dal presidente del Consiglio, perentorio nel giudicare inadeguati i controlli finora operati dalle forze dell'ordine. Un'insoddisfazione che se dovesse aumentare nel caso di flop dei controlli natalizi e saldarsi con quella più profonda di Matteo Salvini sulla mancanza di filtri alle frontiere, renderebbe improvvisamente traballante la posizione della Lamorgese.
Il rischio caos appare così concreto a più di un esponente del governo, che il ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ha messo in qualche modo le mani aventi affermando che «a nessuno sfugge che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto, però c'è un impegno da parte del ministero degli interni ad intensificare i controlli e di effettuarli a campione». E meno male che non sfugge...
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I ragazzi possono stare in aula senza tessera ma non salire sui mezzi che li portano a scuola. Hotel nei guai: nel testo manca la data del 6 dicembre, le regole scatterebbero subito. Prof in rivolta per l'obbligo vaccinale.Luciana Lamorgese persa nel rebus controlli. Attriti tra Mario Draghi e il ministro, che teme lo scoglio delle verifiche: rischia di giocarsi il Viminale. Mariastella Gelmini ammette: «Ispezioni difficili in metro». Ira dei sindacati di polizia.Lo speciale comprende due articoli.Il super green pass porta con sé il super caos: come era ampiamente prevedibile, il decreto varato l'altro ieri dal governo guidato da Mario Draghi, con l'inasprimento delle restrizioni anti cCovid e l'introduzione del certificato verde rafforzato, ovvero rilasciato solo ai vaccinati e ai guariti ma non più a chi ha un tampone negativo, produce vari effetti paradossali. L'obbligo di green pass (quello base, rilasciato anche a chi ha il tampone negativo), viene esteso a settori che fino ad ora erano liberi: alberghi, spogliatoi per l'attività sportiva, servizi di trasporto ferroviario regionale e interregionale, servizi di trasporto pubblico locale, anche in zona bianca. Bene, anzi molto male: i bambini e gli adolescenti non sono obbligati ad avere il green pass per entrare a scuola, ma dovranno possederlo per salire a bordo degli autobus, dei tram, delle metropolitane. Siamo di fronte a una odiosa discriminazione: gli studenti che hanno genitori che li accompagnano a scuola con l'automobile, continueranno a vivere come è accaduto fino ad ora, mentre quelli che utilizzano i mezzi pubblici saranno obbligati a vaccinarsi o a fare un tampone ogni due giorni per poter usufruire del diritto allo studio, garantito dalla Costituzione. A proposito di trasporto pubblico locale: è di tutta evidenza che introdurre l'obbligo del certificato verde per salire su bus, tram e metro è null'altro che una sparata propagandistica. Il tema dei controlli, infatti, è talmente enorme che lo stesso ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ammette le difficoltà: «A nessuno sfugge», dice la Gelmini a Rtl 102,5, «che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto però è chiaro che c'è un impegno da parte del ministero degli Interni di intensificare i controlli e di effettuarli a campione». «Riguardo alle verifiche sui mezzi di trasporto locali», sottolinea da parte sua il presidente dell'Unione delle province italiane, Michele De Pascale, come riporta l'Ansa, «ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro: nei comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica noi chiederemo che le società di trasporto forniscano un supporto alle polizie locali, insomma per questo tipo di controlli credo vada fatto un mix. E bisogna identificare sanzioni esemplari». Sanzioni esemplari, avete letto bene. Cosa accadrà al povero scolaretto di 14 anni trovato sull'autobus senza green pass? Verrà sottoposto alla gogna? Soprattutto, l'assurdo è che il ragazzo può recarsi a lezione senza vaccino né tampone, ma per salire sul mezzo che dovrebbe condurlo a scuola, è necessario esibire il certificato verde. Sempre riguardo agli adolescenti, l'introduzione dell'obbligo del super green pass dal prossimo 6 dicembre, anche in zona bianca, per accedere a spettacoli, eventi sportivi, ristorazione al chiuso, feste e discoteche e cerimonie pubbliche, pone problemi giganteschi. I ragazzini di più di 12 anni di età, in sostanza, saranno obbligati a vaccinarsi per poter andare a cena con i propri familiari, per andare allo stadio, al cinema, a teatro o per partecipare a una festa. Non basterà più, infatti, un tampone negativo: il green pass rafforzato viene rilasciato solo a vaccinati e guariti. Inevitabilmente, i genitori che non hanno intenzione di far inoculare il siero ai propri figli adolescenti si ritroveranno nell'impossibilità di andare anche a mangiare una pizza con loro. Un'altra criticità del decreto viene segnalata da due esponenti di Fratelli d'Italia, Riccardo Zucconi, deputato e capogruppo in commissione Attività produttive, commercio e turismo, e Gianluca Caramanna, responsabile nazionale del dipartimento turismo del partito di Giorgia Meloni. Gli onorevoli segnalano «un errore paradossale presente nella bozza di testo del super green pass che, se non modificato, danneggerebbe pesantemente gli alberghi italiani. Per l'accesso agli alberghi, infatti, il governo si è dimenticato di inserire il riferimento temporale, come invece ha fatto per il green pass rafforzato per le altre attività, ovvero il 6 dicembre prossimo. Questo significa che se la bozza circolata nella giornata di ieri tra gli addetti ai lavori dovesse essere confermata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale», aggiungono Zucconi e Caramanna, «chi oggi alloggia in una struttura ricettiva domani dovrebbe essere allontanato se non in possesso almeno di un green pass base, ovvero ottenuto anche sulla base di un semplice tampone negativo». «Incostituzionale, vessatorio, illogico, inutile»: così Marcello Pacifico, presidente dell'Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori) definisce l'obbligo vaccinale al personale scolastico e la terza dose, anche detta di richiamo. «Abbiamo avviato il ricorso d'urgenza», aggiunge Pacifico all'Adnkronos, «vogliamo sospendere gli atti attuativi della norma. In primo luogo la vaccinazione obbligatoria è palesemente incostituzionale e vessatoria se effettuata solo nei confronti del personale scolastico e non verso quello universitario. Inoltre è illogica perché gli studenti vanno a scuola senza obbligo di green pass». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/adolescenti-alberghi-insegnanti-il-nuovo-decreto-e-pieno-di-falle-2655798488.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lamorgese-persa-nel-rebus-controlli" data-post-id="2655798488" data-published-at="1637876530" data-use-pagination="False"> Lamorgese persa nel rebus controlli C'è grande inquietudine mista a irritazione, tra le forze dell'ordine, a pochi giorni dall'entrata in vigore della nuova stretta per i non vaccinati. Tanto che alcuni rappresentanti sindacali hanno deciso di esporsi in prima persona per lanciare l'allarme sulle procedure di controllo messe a punto dall'ultimo Consiglio dei ministri. In effetti, polizia e carabinieri rischiano di rimanere col cerino in mano: l'articolo 7 del decreto, infatti, prevede che entro tre giorni dall'entrata in vigore delle nuove misure si riuniscano i comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza, presieduti dai questori, i quali a loro volta dovranno mettere a punto entro poche ore i piani per i controlli costanti reclamati a gran voce dal premier Mario Draghi mercoledì in conferenza stampa. Il problema, però, è che per venire incontro alle esigenze di controllo connesse alla portata abnorme delle limitazioni in campo dal prossimo 6 dicembre, si rischia di diminuire il presidio sui territori (specialmente quelli più problematici) sul fronte della sicurezza. Con il risultato che poliziotti e carabinieri lascino al proprio destino migliaia di cittadini vittime del degrado e della criminalità, per svolgere mansioni da capotreno o da controllore d'autobus. Il segretario del Coisp, Domenico Pianese, ha espresso con una nota la preoccupazione degli agenti di pubblica sicurezza per il «surplus di attività che graverà sulla polizia con il nuovo super green pass». «A fronte delle note carenze di organico», ha spiegato Pianese, «l'aumento dei controlli, che si aggiunge al carico di lavoro già esistente, rischia di creare grandi difficoltà operative. Sarebbe stato opportuno un confronto tra il governo e i sindacati di polizia prima di varare il provvedimento». Pianese non ha mancato di esprimere una certa perplessità anche sull'altra norma che investe direttamente le forze dell'ordine, vale a dire l'estensione dell'obbligo vaccinale, che sarà rispettato «benché si tratti di una norma che subiamo nonostante una copertura vaccinale già molto elevata, che si aggira intorno al 90% del nostro personale». Ma la questione dei controlli, oltre alla questione pratica che ricade in larga misura sugli agenti, presenta anche un'implicazione politica che grava sul ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese. Dopo essere stata difesa a spada tratta dal versante giallorosso della maggioranza e aver ottenuto ampia copertura dal premier Draghi, rispetto alle critiche di Lega e Fdi sulla gestione dei flussi migratori, dell'emergenza sbarchi e dei clamorosi e indisturbati rave party, la Lamorgese si trova per la prima volta in rotta di collisione con Palazzo Chigi. Le indiscrezioni riferiscono di un battibecco tra Draghi e la responsabile del Viminale nel corso della riunione dell'esecutivo di mercoledì pomeriggio sulla necessità di rafforzare i controlli sul green pass e sull'uso delle mascherine, avvalorate poi da quanto affermato in conferenza stampa dal presidente del Consiglio, perentorio nel giudicare inadeguati i controlli finora operati dalle forze dell'ordine. Un'insoddisfazione che se dovesse aumentare nel caso di flop dei controlli natalizi e saldarsi con quella più profonda di Matteo Salvini sulla mancanza di filtri alle frontiere, renderebbe improvvisamente traballante la posizione della Lamorgese. Il rischio caos appare così concreto a più di un esponente del governo, che il ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ha messo in qualche modo le mani aventi affermando che «a nessuno sfugge che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto, però c'è un impegno da parte del ministero degli interni ad intensificare i controlli e di effettuarli a campione». E meno male che non sfugge...
Il cancelliere tedesco Friderich Merz (Ansa)
Molto efficace per descrivere le difficoltà berlinesi è un’immagine proposta da Bloomberg, che ha paragonato Friedrich Merz a Timmy, una balena spiaggiata rimasta bloccata per circa un mese sulla costa tedesca del Mar Baltico. La differenza è che la megattera è riuscita a tornare in mare aperto; il cancelliere, invece, sembra impantanarsi sempre di più. E anche se, allo stato attuale, affermare con certezza che la Germania sia sull’orlo di una crisi costituzionale pare soprattutto una forzatura utile solo a mettere in guardia l’elettorato, possiamo comunque dire che il Paese è in una fase di una complessa transizione, in cui le certezze del passato (stabilità, governabilità, continuità) non sono più garantite.
A oltre un anno dall’insediamento, Merz non è riuscito a centrare i due obiettivi principali del suo mandato: rilanciare l’economia e arginare l’ascesa dell’estrema destra. I dati economici fotografano una crescita modesta: nel primo trimestre il Pil è salito dello 0,3% rispetto allo scorso anno. Risultato migliore delle attese, ma insufficiente se rapportato all’entità degli interventi messi in campo. Il governo ha varato un fondo speciale per le infrastrutture da 500 miliardi di euro per riparare scuole, strade e ferrovie, e sono stati incrementati anche gli investimenti militari, ma lo slancio iniziale si è scontrato con l’aumento dei costi energetici e dell’inflazione che ha eroso la fiducia di famiglie e imprese. La crisi energetica innescata nel Golfo ha ulteriormente complicato il quadro, rendendo sempre più difficile la prospettiva di una ripresa significativa entro il 2026.
Le misure per contenere l’impatto del caro energia sono apparse deboli o difficilmente applicabili. Tra queste, il bonus da 1.000 euro affidato alla volontà dei datori di lavoro, soluzione che non ha convinto nemmeno l’esecutivo federale. Il risultato è un crollo del consenso: solo il 20% dei tedeschi approva l’operato del cancelliere.
Parallelamente, cresce la destra di Afd, che nei sondaggi ha raggiunto il 26-27%, superando per la prima volta l’Unione (Cdu/Csu). Secondo un recente sondaggio, il distacco ha toccato i cinque punti, dato politicamente esplosivo in vista delle prossime elezioni locali. Il tema non riguarda soltanto la tenuta del governo, ma l’equilibrio complessivo del sistema. L’intreccio tra instabilità politica e fragilità economica potrebbe aprire una fase critica, potenzialmente più grave delle crisi del 2008 o della pandemia. Per decenni, la forza della Germania è stata la combinazione di stabilità istituzionale e solidità economica: se questo binomio si incrina, l’intero modello entra in discussione, e le ripercussioni andrebbero ben oltre i confini nazionali. Berlino, infatti, resta il perno economico e uno dei principali attori politici dell’Unione europea: un suo indebolimento inciderebbe inevitabilmente sugli equilibri comunitari.
Oggi, la questione più delicata e complessa per le forze politiche tradizionali è la progressiva riduzione delle alternative. L’abituale flessibilità del sistema tedesco - capace di costruire coalizioni diverse senza traumi - si sta erodendo sotto il peso della frammentazione e della polarizzazione. Le opzioni si restringono, mentre cresce il malcontento, alimentato anche da scelte politiche percepite come sbilanciate, in particolare sulla corsa agli armamenti. L’aver puntato molto, se non tutto, sul riarmo e il non aver affrontato le cause delle difficoltà odierne ha generato fortissima insoddisfazione e insofferenza, confluite nel consenso ad Afd. Per l’Unione europea si tratta di un banco di prova decisivo. Berlino non è Bratislava né Budapest: un’eventuale e possibile affermazione di Afd porrebbe sfide politiche ben diverse da quelle affrontate finora con altri Stati membri. Anche scenari istituzionali dati per possibili, come un eventuale ritorno in Germania di Ursula von der Leyen per la presidenza della Repubblica federale potrebbero essere rimessi in discussione. Per tutte queste ragioni, ciò che accade oggi in Germania non è una questione interna, ma un passaggio cruciale e inedito per l’intera Europa.
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Keir Starmer (Ansa)
Reform Uk, al contrario, ha sfondato sia nei feudi conservatori sia in quelli laburisti: ormai non è più un partito di protesta, ma una vera e propria forza sistemica. «È una svolta storica nella politica britannica», ha esultato Farage. Che poi ha fotografato così la rivoluzione politica in atto in Gran Bretagna: «Il sistema bipartitico è finito».
Lo stesso Starmer è stato costretto ad ammettere la disfatta. «Sono risultati molto duri», ha riconosciuto il premier, assumendosi «la responsabilità» del tracollo. Ma il leader laburista ha anche chiarito di non avere alcuna intenzione di farsi da parte: «Non me ne andrò». Parole che riflettono bene il clima che si respira all’interno del partito: un capo del governo già assediato, ma deciso a restare aggrappato alla poltrona.
Il colpo più simbolico arriva dal Galles, storico fortino del Labour, dove il partito arretra pesantemente e vede incrinarsi un dominio politico che sembrava quasi inscritto nelle leggi di natura. Ma il terremoto attraversa soprattutto il cosiddetto «red wall», la cintura operaia del Nord e delle Midlands che, per decenni, ha rappresentato il cuore identitario del laburismo britannico. Hartlepool, Wigan, Tameside, Newcastle-under-Lyme: in molte di queste aree Reform Uk avanza con percentuali clamorose, intercettando il voto popolare anti-establishment e anti-immigrazione.
A Manchester, altro baluardo storico della sinistra britannica, il deputato laburista Graham Stringer ha parlato addirittura del «peggior risultato degli ultimi 60 anni». Ma, soprattutto, ha lanciato un attacco devastante contro Starmer e il suo governo: «Hanno di fatto reciso il legame con le persone che hanno sostenuto il Partito laburista fin dalle sue origini». Secondo Stringer, Downing Street avrebbe ormai perso ogni contatto con l’elettorato tradizionale: «Stanno perseguendo politiche che interessano a loro e ai loro amici, ma non funzionano». Una denuncia che va ben oltre il semplice malcontento elettorale e che colpisce al cuore la leadership del premier.
Non si tratta, infatti, di una contestazione isolata. Anche l’ex ministro ombra John McDonnell ha apertamente messo in discussione la guida di Starmer, mentre altre figure laburiste chiedono una svolta «significativa e urgente». Persino alcuni sindacati, storica colonna portante del Labour, iniziano a scaricare il governo. Il problema, per Starmer, è che la sua strategia centrista sembra ormai incapace di tenere insieme le diverse anime del partito: da un lato l’elettorato urbano progressista, dall’altro la working class delle periferie industriali, sempre più attratta dal populismo sovranista di Farage.
Ed è proprio il leader di Reform Uk il vero vincitore politico della tornata. Per anni liquidato come eterno agitatore antisistema, Farage sta ora costruendo qualcosa di molto più ambizioso: un blocco trasversale capace di pescare voti sia tra gli ex elettori Tory sia tra gli operai delusi dal Labour. Reform cresce nei consigli locali, conquista seggi in territori simbolici e si accredita come principale canale di protesta contro l’establishment britannico.
Nel frattempo, anche i conservatori continuano a navigare in cattive acque. Pur limitando in parte le perdite in alcune aree, i Tory restano schiacciati tra un Labour in crisi ma ancora centrale e l’avanzata aggressiva di Reform. E il risultato complessivo è un sistema politico sempre più frammentato. Persino nel Regno Unito, patria del maggioritario puro e del tradizionale bipolarismo westminsteriano, l’asse Labour-Tory appare oggi più fragile che mai.
I Verdi, invece, avanzano ma senza la valanga annunciata da parte della stampa progressista. Il partito di estrema sinistra, infatti, ha ottenuto alcuni risultati simbolici, soprattutto nelle grandi città, ma non è stato sostanzialmente in grado di capitalizzare il suo successo mediatico in un vero consenso diffuso e trasversale. Il vero terremoto politico, semmai, porta il nome di Nigel Farage. Che ha promesso: «Il bello deve ancora venire».
E così anche Starmer finisce per trasformarsi nell’ennesimo idolo infranto dell’establishment europeista. Doveva essere il leader rassicurante, pragmatico e competente capace di archiviare la stagione populista britannica. Oggi, invece, appare come un premier logorato, contestato dentro il suo stesso partito e travolto dall’ascesa di Reform Uk. Non molto diverso, in fondo, da Friedrich Merz in Germania: il cancelliere tedesco, altro paladino dell’europeismo al caviale, di recente è stato descritto da Bloomberg come una «balena spiaggiata», mentre l’Afd continua a volare nei sondaggi. Da Londra a Berlino, insomma, i leader moderati, che certa stampa ha celebrato come l’antidoto definitivo ai populismi, sembrano sempre più in difficoltà.
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