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2021-11-26
Adolescenti, alberghi, insegnanti. Il nuovo decreto è pieno di falle
Ansa
Il super green pass porta con sé il super caos: come era ampiamente prevedibile, il decreto varato l'altro ieri dal governo guidato da Mario Draghi, con l'inasprimento delle restrizioni anti cCovid e l'introduzione del certificato verde rafforzato, ovvero rilasciato solo ai vaccinati e ai guariti ma non più a chi ha un tampone negativo, produce vari effetti paradossali. L'obbligo di green pass (quello base, rilasciato anche a chi ha il tampone negativo), viene esteso a settori che fino ad ora erano liberi: alberghi, spogliatoi per l'attività sportiva, servizi di trasporto ferroviario regionale e interregionale, servizi di trasporto pubblico locale, anche in zona bianca. Bene, anzi molto male: i bambini e gli adolescenti non sono obbligati ad avere il green pass per entrare a scuola, ma dovranno possederlo per salire a bordo degli autobus, dei tram, delle metropolitane. Siamo di fronte a una odiosa discriminazione: gli studenti che hanno genitori che li accompagnano a scuola con l'automobile, continueranno a vivere come è accaduto fino ad ora, mentre quelli che utilizzano i mezzi pubblici saranno obbligati a vaccinarsi o a fare un tampone ogni due giorni per poter usufruire del diritto allo studio, garantito dalla Costituzione.
A proposito di trasporto pubblico locale: è di tutta evidenza che introdurre l'obbligo del certificato verde per salire su bus, tram e metro è null'altro che una sparata propagandistica. Il tema dei controlli, infatti, è talmente enorme che lo stesso ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ammette le difficoltà: «A nessuno sfugge», dice la Gelmini a Rtl 102,5, «che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto però è chiaro che c'è un impegno da parte del ministero degli Interni di intensificare i controlli e di effettuarli a campione». «Riguardo alle verifiche sui mezzi di trasporto locali», sottolinea da parte sua il presidente dell'Unione delle province italiane, Michele De Pascale, come riporta l'Ansa, «ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro: nei comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica noi chiederemo che le società di trasporto forniscano un supporto alle polizie locali, insomma per questo tipo di controlli credo vada fatto un mix. E bisogna identificare sanzioni esemplari». Sanzioni esemplari, avete letto bene. Cosa accadrà al povero scolaretto di 14 anni trovato sull'autobus senza green pass? Verrà sottoposto alla gogna? Soprattutto, l'assurdo è che il ragazzo può recarsi a lezione senza vaccino né tampone, ma per salire sul mezzo che dovrebbe condurlo a scuola, è necessario esibire il certificato verde.
Sempre riguardo agli adolescenti, l'introduzione dell'obbligo del super green pass dal prossimo 6 dicembre, anche in zona bianca, per accedere a spettacoli, eventi sportivi, ristorazione al chiuso, feste e discoteche e cerimonie pubbliche, pone problemi giganteschi. I ragazzini di più di 12 anni di età, in sostanza, saranno obbligati a vaccinarsi per poter andare a cena con i propri familiari, per andare allo stadio, al cinema, a teatro o per partecipare a una festa. Non basterà più, infatti, un tampone negativo: il green pass rafforzato viene rilasciato solo a vaccinati e guariti. Inevitabilmente, i genitori che non hanno intenzione di far inoculare il siero ai propri figli adolescenti si ritroveranno nell'impossibilità di andare anche a mangiare una pizza con loro.
Un'altra criticità del decreto viene segnalata da due esponenti di Fratelli d'Italia, Riccardo Zucconi, deputato e capogruppo in commissione Attività produttive, commercio e turismo, e Gianluca Caramanna, responsabile nazionale del dipartimento turismo del partito di Giorgia Meloni. Gli onorevoli segnalano «un errore paradossale presente nella bozza di testo del super green pass che, se non modificato, danneggerebbe pesantemente gli alberghi italiani. Per l'accesso agli alberghi, infatti, il governo si è dimenticato di inserire il riferimento temporale, come invece ha fatto per il green pass rafforzato per le altre attività, ovvero il 6 dicembre prossimo. Questo significa che se la bozza circolata nella giornata di ieri tra gli addetti ai lavori dovesse essere confermata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale», aggiungono Zucconi e Caramanna, «chi oggi alloggia in una struttura ricettiva domani dovrebbe essere allontanato se non in possesso almeno di un green pass base, ovvero ottenuto anche sulla base di un semplice tampone negativo».
«Incostituzionale, vessatorio, illogico, inutile»: così Marcello Pacifico, presidente dell'Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori) definisce l'obbligo vaccinale al personale scolastico e la terza dose, anche detta di richiamo. «Abbiamo avviato il ricorso d'urgenza», aggiunge Pacifico all'Adnkronos, «vogliamo sospendere gli atti attuativi della norma. In primo luogo la vaccinazione obbligatoria è palesemente incostituzionale e vessatoria se effettuata solo nei confronti del personale scolastico e non verso quello universitario. Inoltre è illogica perché gli studenti vanno a scuola senza obbligo di green pass».
Lamorgese persa nel rebus controlli
C'è grande inquietudine mista a irritazione, tra le forze dell'ordine, a pochi giorni dall'entrata in vigore della nuova stretta per i non vaccinati. Tanto che alcuni rappresentanti sindacali hanno deciso di esporsi in prima persona per lanciare l'allarme sulle procedure di controllo messe a punto dall'ultimo Consiglio dei ministri. In effetti, polizia e carabinieri rischiano di rimanere col cerino in mano: l'articolo 7 del decreto, infatti, prevede che entro tre giorni dall'entrata in vigore delle nuove misure si riuniscano i comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza, presieduti dai questori, i quali a loro volta dovranno mettere a punto entro poche ore i piani per i controlli costanti reclamati a gran voce dal premier Mario Draghi mercoledì in conferenza stampa.
Il problema, però, è che per venire incontro alle esigenze di controllo connesse alla portata abnorme delle limitazioni in campo dal prossimo 6 dicembre, si rischia di diminuire il presidio sui territori (specialmente quelli più problematici) sul fronte della sicurezza. Con il risultato che poliziotti e carabinieri lascino al proprio destino migliaia di cittadini vittime del degrado e della criminalità, per svolgere mansioni da capotreno o da controllore d'autobus. Il segretario del Coisp, Domenico Pianese, ha espresso con una nota la preoccupazione degli agenti di pubblica sicurezza per il «surplus di attività che graverà sulla polizia con il nuovo super green pass». «A fronte delle note carenze di organico», ha spiegato Pianese, «l'aumento dei controlli, che si aggiunge al carico di lavoro già esistente, rischia di creare grandi difficoltà operative. Sarebbe stato opportuno un confronto tra il governo e i sindacati di polizia prima di varare il provvedimento». Pianese non ha mancato di esprimere una certa perplessità anche sull'altra norma che investe direttamente le forze dell'ordine, vale a dire l'estensione dell'obbligo vaccinale, che sarà rispettato «benché si tratti di una norma che subiamo nonostante una copertura vaccinale già molto elevata, che si aggira intorno al 90% del nostro personale».
Ma la questione dei controlli, oltre alla questione pratica che ricade in larga misura sugli agenti, presenta anche un'implicazione politica che grava sul ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese. Dopo essere stata difesa a spada tratta dal versante giallorosso della maggioranza e aver ottenuto ampia copertura dal premier Draghi, rispetto alle critiche di Lega e Fdi sulla gestione dei flussi migratori, dell'emergenza sbarchi e dei clamorosi e indisturbati rave party, la Lamorgese si trova per la prima volta in rotta di collisione con Palazzo Chigi.
Le indiscrezioni riferiscono di un battibecco tra Draghi e la responsabile del Viminale nel corso della riunione dell'esecutivo di mercoledì pomeriggio sulla necessità di rafforzare i controlli sul green pass e sull'uso delle mascherine, avvalorate poi da quanto affermato in conferenza stampa dal presidente del Consiglio, perentorio nel giudicare inadeguati i controlli finora operati dalle forze dell'ordine. Un'insoddisfazione che se dovesse aumentare nel caso di flop dei controlli natalizi e saldarsi con quella più profonda di Matteo Salvini sulla mancanza di filtri alle frontiere, renderebbe improvvisamente traballante la posizione della Lamorgese.
Il rischio caos appare così concreto a più di un esponente del governo, che il ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ha messo in qualche modo le mani aventi affermando che «a nessuno sfugge che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto, però c'è un impegno da parte del ministero degli interni ad intensificare i controlli e di effettuarli a campione». E meno male che non sfugge...
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I ragazzi possono stare in aula senza tessera ma non salire sui mezzi che li portano a scuola. Hotel nei guai: nel testo manca la data del 6 dicembre, le regole scatterebbero subito. Prof in rivolta per l'obbligo vaccinale.Luciana Lamorgese persa nel rebus controlli. Attriti tra Mario Draghi e il ministro, che teme lo scoglio delle verifiche: rischia di giocarsi il Viminale. Mariastella Gelmini ammette: «Ispezioni difficili in metro». Ira dei sindacati di polizia.Lo speciale comprende due articoli.Il super green pass porta con sé il super caos: come era ampiamente prevedibile, il decreto varato l'altro ieri dal governo guidato da Mario Draghi, con l'inasprimento delle restrizioni anti cCovid e l'introduzione del certificato verde rafforzato, ovvero rilasciato solo ai vaccinati e ai guariti ma non più a chi ha un tampone negativo, produce vari effetti paradossali. L'obbligo di green pass (quello base, rilasciato anche a chi ha il tampone negativo), viene esteso a settori che fino ad ora erano liberi: alberghi, spogliatoi per l'attività sportiva, servizi di trasporto ferroviario regionale e interregionale, servizi di trasporto pubblico locale, anche in zona bianca. Bene, anzi molto male: i bambini e gli adolescenti non sono obbligati ad avere il green pass per entrare a scuola, ma dovranno possederlo per salire a bordo degli autobus, dei tram, delle metropolitane. Siamo di fronte a una odiosa discriminazione: gli studenti che hanno genitori che li accompagnano a scuola con l'automobile, continueranno a vivere come è accaduto fino ad ora, mentre quelli che utilizzano i mezzi pubblici saranno obbligati a vaccinarsi o a fare un tampone ogni due giorni per poter usufruire del diritto allo studio, garantito dalla Costituzione. A proposito di trasporto pubblico locale: è di tutta evidenza che introdurre l'obbligo del certificato verde per salire su bus, tram e metro è null'altro che una sparata propagandistica. Il tema dei controlli, infatti, è talmente enorme che lo stesso ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ammette le difficoltà: «A nessuno sfugge», dice la Gelmini a Rtl 102,5, «che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto però è chiaro che c'è un impegno da parte del ministero degli Interni di intensificare i controlli e di effettuarli a campione». «Riguardo alle verifiche sui mezzi di trasporto locali», sottolinea da parte sua il presidente dell'Unione delle province italiane, Michele De Pascale, come riporta l'Ansa, «ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro: nei comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica noi chiederemo che le società di trasporto forniscano un supporto alle polizie locali, insomma per questo tipo di controlli credo vada fatto un mix. E bisogna identificare sanzioni esemplari». Sanzioni esemplari, avete letto bene. Cosa accadrà al povero scolaretto di 14 anni trovato sull'autobus senza green pass? Verrà sottoposto alla gogna? Soprattutto, l'assurdo è che il ragazzo può recarsi a lezione senza vaccino né tampone, ma per salire sul mezzo che dovrebbe condurlo a scuola, è necessario esibire il certificato verde. Sempre riguardo agli adolescenti, l'introduzione dell'obbligo del super green pass dal prossimo 6 dicembre, anche in zona bianca, per accedere a spettacoli, eventi sportivi, ristorazione al chiuso, feste e discoteche e cerimonie pubbliche, pone problemi giganteschi. I ragazzini di più di 12 anni di età, in sostanza, saranno obbligati a vaccinarsi per poter andare a cena con i propri familiari, per andare allo stadio, al cinema, a teatro o per partecipare a una festa. Non basterà più, infatti, un tampone negativo: il green pass rafforzato viene rilasciato solo a vaccinati e guariti. Inevitabilmente, i genitori che non hanno intenzione di far inoculare il siero ai propri figli adolescenti si ritroveranno nell'impossibilità di andare anche a mangiare una pizza con loro. Un'altra criticità del decreto viene segnalata da due esponenti di Fratelli d'Italia, Riccardo Zucconi, deputato e capogruppo in commissione Attività produttive, commercio e turismo, e Gianluca Caramanna, responsabile nazionale del dipartimento turismo del partito di Giorgia Meloni. Gli onorevoli segnalano «un errore paradossale presente nella bozza di testo del super green pass che, se non modificato, danneggerebbe pesantemente gli alberghi italiani. Per l'accesso agli alberghi, infatti, il governo si è dimenticato di inserire il riferimento temporale, come invece ha fatto per il green pass rafforzato per le altre attività, ovvero il 6 dicembre prossimo. Questo significa che se la bozza circolata nella giornata di ieri tra gli addetti ai lavori dovesse essere confermata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale», aggiungono Zucconi e Caramanna, «chi oggi alloggia in una struttura ricettiva domani dovrebbe essere allontanato se non in possesso almeno di un green pass base, ovvero ottenuto anche sulla base di un semplice tampone negativo». «Incostituzionale, vessatorio, illogico, inutile»: così Marcello Pacifico, presidente dell'Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori) definisce l'obbligo vaccinale al personale scolastico e la terza dose, anche detta di richiamo. «Abbiamo avviato il ricorso d'urgenza», aggiunge Pacifico all'Adnkronos, «vogliamo sospendere gli atti attuativi della norma. In primo luogo la vaccinazione obbligatoria è palesemente incostituzionale e vessatoria se effettuata solo nei confronti del personale scolastico e non verso quello universitario. Inoltre è illogica perché gli studenti vanno a scuola senza obbligo di green pass». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/adolescenti-alberghi-insegnanti-il-nuovo-decreto-e-pieno-di-falle-2655798488.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lamorgese-persa-nel-rebus-controlli" data-post-id="2655798488" data-published-at="1637876530" data-use-pagination="False"> Lamorgese persa nel rebus controlli C'è grande inquietudine mista a irritazione, tra le forze dell'ordine, a pochi giorni dall'entrata in vigore della nuova stretta per i non vaccinati. Tanto che alcuni rappresentanti sindacali hanno deciso di esporsi in prima persona per lanciare l'allarme sulle procedure di controllo messe a punto dall'ultimo Consiglio dei ministri. In effetti, polizia e carabinieri rischiano di rimanere col cerino in mano: l'articolo 7 del decreto, infatti, prevede che entro tre giorni dall'entrata in vigore delle nuove misure si riuniscano i comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza, presieduti dai questori, i quali a loro volta dovranno mettere a punto entro poche ore i piani per i controlli costanti reclamati a gran voce dal premier Mario Draghi mercoledì in conferenza stampa. Il problema, però, è che per venire incontro alle esigenze di controllo connesse alla portata abnorme delle limitazioni in campo dal prossimo 6 dicembre, si rischia di diminuire il presidio sui territori (specialmente quelli più problematici) sul fronte della sicurezza. Con il risultato che poliziotti e carabinieri lascino al proprio destino migliaia di cittadini vittime del degrado e della criminalità, per svolgere mansioni da capotreno o da controllore d'autobus. Il segretario del Coisp, Domenico Pianese, ha espresso con una nota la preoccupazione degli agenti di pubblica sicurezza per il «surplus di attività che graverà sulla polizia con il nuovo super green pass». «A fronte delle note carenze di organico», ha spiegato Pianese, «l'aumento dei controlli, che si aggiunge al carico di lavoro già esistente, rischia di creare grandi difficoltà operative. Sarebbe stato opportuno un confronto tra il governo e i sindacati di polizia prima di varare il provvedimento». Pianese non ha mancato di esprimere una certa perplessità anche sull'altra norma che investe direttamente le forze dell'ordine, vale a dire l'estensione dell'obbligo vaccinale, che sarà rispettato «benché si tratti di una norma che subiamo nonostante una copertura vaccinale già molto elevata, che si aggira intorno al 90% del nostro personale». Ma la questione dei controlli, oltre alla questione pratica che ricade in larga misura sugli agenti, presenta anche un'implicazione politica che grava sul ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese. Dopo essere stata difesa a spada tratta dal versante giallorosso della maggioranza e aver ottenuto ampia copertura dal premier Draghi, rispetto alle critiche di Lega e Fdi sulla gestione dei flussi migratori, dell'emergenza sbarchi e dei clamorosi e indisturbati rave party, la Lamorgese si trova per la prima volta in rotta di collisione con Palazzo Chigi. Le indiscrezioni riferiscono di un battibecco tra Draghi e la responsabile del Viminale nel corso della riunione dell'esecutivo di mercoledì pomeriggio sulla necessità di rafforzare i controlli sul green pass e sull'uso delle mascherine, avvalorate poi da quanto affermato in conferenza stampa dal presidente del Consiglio, perentorio nel giudicare inadeguati i controlli finora operati dalle forze dell'ordine. Un'insoddisfazione che se dovesse aumentare nel caso di flop dei controlli natalizi e saldarsi con quella più profonda di Matteo Salvini sulla mancanza di filtri alle frontiere, renderebbe improvvisamente traballante la posizione della Lamorgese. Il rischio caos appare così concreto a più di un esponente del governo, che il ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, ha messo in qualche modo le mani aventi affermando che «a nessuno sfugge che non è facile controllare sulle metropolitane, spesso non si controlla nemmeno il biglietto, però c'è un impegno da parte del ministero degli interni ad intensificare i controlli e di effettuarli a campione». E meno male che non sfugge...
Istock
Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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