Adesso il banco bisogna portarselo da casa
D’accordo, abbiamo capito: se si vuole mandare a scuola i figli bisogna munirli dell’equipaggiamento anti Covid. Nella cartella, oltre a libri, quaderni, penne, gomma e temperino, ci vogliono pure i dispositivi medici e il gel per disinfettarsi le mani. E fin qui, pazienza: anche se il governo aveva garantito 11 milioni di mascherine al giorno sia per gli studenti che per i professori, ci si può organizzare per far fronte alle carenze statali provvedendo con il portafogli della famiglia. Quello che però diventa un po’ più complicato, è portarsi il banco da casa, come suggerito nella scuola romana diventata famosa perché un dirigente scolastico aveva invitato le ragazze a non indossare minigonne inguinali, altrimenti ai prof rischiava di «cascare l’occhio».

Sì, lo so che la nostra è la scuola più pazza del mondo, dove può capitare di tutto, anche che, a lezioni ormai iniziate e con un quarto delle cattedre ancora scoperte, la maggioranza possa litigare sulla data del concorso per reclutare nuovi prof. E so pure che è difficile garantire l’istruzione pubblica se il ministro competente è incompetente, al punto da essere convinto che i ragazzi non «siano imbuti da riempire» (mi chiedo nel caso in cui si realizzasse l’incredibile utilizzo, come l’Azzolina abbia intenzione di svuotarli). No, intendo dire che i requisiti di partenza non sono i migliori, soprattutto in un momento complicato come quello attuale, in cui mancano le aule, i docenti, i soldi e pure le idee chiare. Tuttavia, immaginare che uno studente si porti da casa il banco, ancora mi era difficile da credere. È pur vero che ormai gli zaini degli studenti sono diventati dei container, dove si può trovare di tutto, dal dizionario di latino a quello d’inglese, dal panino portato da casa perché della mensa non ci si fida più all’astuccio con dentro il cucchiaio per mangiare lo yogurt a mezza mattina e pure la frutta. E però l’idea che si possa caricare sulle spalle dei ragazzi, oltre alla boccetta di gel e alle mascherine, anche il banco, beh – devo essere sincero – ancora non mi era venuta.

Io ero fermo alle rassicurazioni di Domenico Arcuri, manager pubblico ingaggiato come commissario all’emergenza Covid per garantire le forniture. Nel momento peggiore della pandemia, l’amministratore delegato era stato nominato sul campo per ovviare alle carenze del capo della protezione civile. Il triste Angelo Borrelli nelle prime settimane si era distinto, oltre che per impotenza e per la contabilità dei morti anche per aver detto che contro il coronavirus non era indispensabile indossare le mascherine. Anzi, in conferenza stampa, con il contributo del ministro Francesco Boccia, era stato pure preso per i fondelli Attilio Fontana, che in Lombardia aveva deciso di disporre l’obbligatorietà delle misure di protezione.

Dunque, rispedito dietro le quinte Borrelli, Arcuri avrebbe dovuto fare il miracolo di rifornire gli italiani di mascherine, banchi a rotelle e così via. Purtroppo la nota del capo dell’istituto romano, con cui si autorizzano gli studenti a portare in classe un manufatto «per facilitare la scrittura a mano o con tablet, sul tipo di quelli in commercio espressamente dedicati allo scopo», dimostra che così non è. Già avevamo sgranato gli occhi quando il governatore della Liguria aveva postato una fotografia con gli alunni inginocchiati che scrivevano su una sedia. Ma pensare che sarebbe stato possibile che, dopo il pranzo al sacco, ci fosse anche il banco nel sacco, questo no, non potevamo immaginarlo. Che cosa poi sia il manufatto per facilitare la scrittura è ancor più incomprensibile. Un tavolino da campeggio? Una seggiola pieghevole? Un leggio maneggevole? Boh.

Eppure, questa è la realtà che ci si srotola davanti, diventando ogni giorno più incredibile. Ricordate le promesse del commissario Arcuri, quello del gel disinfettante all’acqua di rose ma forse sarebbe meglio dire all’acqua fresca? Cioè di colui che assicurò l’arrivo dei banchi a rotelle e anche di quelli senza rotelle per l’inizio delle scuole? Beh, se dopo le strane società in corsa per l’appalto per la fornitura dell’arredamento scolastico di cui vi abbiamo raccontato nelle scorse settimane, volete farvi un’idea, collegatevi al sito della presidenza del Consiglio che dovrebbe fornire ragguagli sui vincitori degli appalti pubblici di banchi e sedie per la scuola. Invece di trovare le informazioni che dovrebbero servirvi per capire come siano spesi i soldi pubblici, vi comparirà una schermata con la scritta: «Pagina non trovata». Un po’ quel che sta succedendo nelle scuole, con i professori, i dispositivi di sicurezza e i banchi: anche questi, nonostante le richieste, non si trovano. Né via web, né in classe. L’unica cosa facile trovare, è la sensazione di enorme presa per i fondelli.

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