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2023-09-21
Accolgono tutti, però non nelle loro regioni rosse
Stefano Bonaccini (Ansa)
Ancor più lontani i tempi in cui, di fronte alla rivolta degli abitanti di Gorino, i quali avevano fatto le barricate per impedire l’arrivo di un gruppo di migranti, il governatore chiedeva premi per chi accoglieva gli extracomunitari, ma allo stesso tempo sollecitava qualche penalità nei confronti di quei Comuni che si fossero dichiarati contrari a spalancare le porte dei loro centri ai nuovi arrivati.
Sì, ne è trascorso di tempo da quel periodo e nel mezzo abbiamo anche visto l’ex candidato alla segreteria del Pd dichiarare con una certa polemica che, nonostante il governo facesse sbarcare le navi delle Ong cariche di profughi proprio nelle città amministrate dal centrosinistra, lui e gli altri amministratori rossi avrebbero fatto la loro parte. Oggi, passati un po’ di mesi e avendo visto sfilare qualche migliaio di richiedenti asilo, Bonaccini sembra assai meno propenso all’accoglienza. Infatti, da giorni è sulle barricate insieme ad altri governatori progressisti contro l’idea di istituire in ogni regione dei Centri di permanenza per il rimpatrio. «Non se ne parla», ha tuonato, mettendosi alla testa della rivolta insieme a Eugenio Giani, suo collega toscano, e a Vincenzo De Luca, omologo campano. Tutti uniti contro l’idea di creare in ogni regione una struttura dove ospitare, ma sarebbe meglio dire rinchiudere, gli extracomunitari che non devono rimanere nel nostro Paese. Oggi, la maggior parte di coloro che sono sbarcati senza essere richiedenti asilo, in quanto non in fuga da alcuna guerra o persecuzione, ma solo in cerca di un posto dove stare meglio e magari farsi mantenere, vengono lasciati liberi di vagare per la Penisola e, naturalmente, anche di far perdere le proprie tracce una volta lasciata Lampedusa o altre località di arrivo. Il piano del governo prevede invece di allungare il periodo in cui un non avente diritto alla protezione umanitaria possa essere trattenuto in un Cpr, al fine di consentire entro il periodo ragionevole di un anno e mezzo l’espulsione. Oggi i posti dei Cpr non arrivano a 1.000, dunque si pone il problema di creare altri centri per poter «parcheggiare» migliaia di migranti in attesa di espulsione e, secondo i piani del ministero dell’Interno, ogni Regione dovrebbe averne uno.
Ecco, alla sola idea di avere un Cpr in casa, Bonaccini e compagni sono insorti. Non si sa se perché contrari all’idea dei rimpatri di chi non ha diritto a restare o se per banali esigenze politiche, che potrebbero consistere nel voler ottenere una contropartita economica o nel non voler inimicarsi quella parte di elettorato che di migranti non ne può più. Nel primo caso, se cioè la contrarietà al piano di tanti Cpr diffusi sia dovuta a una linea pro richiedenti asilo, la soluzione semplice è che Bonaccini e colleghi si facciano carico dei clandestini, sistemandoli a casa loro. Qualora invece l’opposizione al progetto di nuovi centri per il rimpatrio fosse dovuto a banali esigenze di cassa, come già in passato lo stesso Bonaccini fece capire, reclamando un aumento del 50 per cento dei contributi per ogni persona accolta, sarebbe la conferma che i «profughi» sono un affare. Perché, come diceva Salvatore Buzzi, il boss di Mafia Capitale, ogni immigrato vale oro per chi si occupa della sua accoglienza. Oppure, più banalmente, la ragione di tanta opposizione non è dovuta solo alla volontà di tenere anche chi non ha diritto di restare e nemmeno alle intenzioni di speculare sulla pelle di gente che ha rischiato la vita per attraversare il Mediterraneo. Infatti, dietro alle belle parole sull’accoglienza poi c’è la realtà dei fatti e come quando si parla di opere pubbliche, si scopre che le vogliono tutti, ma non nel loro giardino. Ecco, Bonaccini e compagni sanno benissimo che se ospitassero un Cpr a Bologna o a Firenze la popolazione insorgerebbe e la loro popolarità precipiterebbe e dunque sono pronti a opporsi, invocando perfino l’autonomia regionale che fino a ieri hanno contrastato in tutti i modi. Ma dietro alle posizioni ufficiali, gratta gratta viene sempre fuori la realtà, che è quella che lo stesso governatore dichiarò mesi fa, quando accusò il governo di non essere capace di fermare gli sbarchi. Sì, con grande imbarazzo della compagna Elly Schlein, favorevole all’accoglienza sempre e comunque, il presidente del partito disse proprio così: «Nelle città ormai è emergenza arrivi. Quadruplicati gli sbarchi da quando governano». Ma come? Gli immigrati non erano una risorsa e l’emergenza un’invenzione della destra? La risposta della segreteria del Pd fu che il governatore era stato frainteso, anche se quelle frasi le aveva scritte su Twitter. Frainteso? No, forse fraintendiamo quando i compagni dicono di essere pronti all’accoglienza.
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Sono lontani i tempi in cui Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia-Romagna, si faceva fotografare con i profughi afghani appena arrivati da Kabul e, dal suo profilo Facebook, assicurava che l’accoglienza della Regione da lui guidata non si sarebbe fermata. All’epoca, si rallegrava perché l’indomani sarebbero giunte altre famiglie in fuga dalla guerra. Ancor più lontani i tempi in cui, di fronte alla rivolta degli abitanti di Gorino, i quali avevano fatto le barricate per impedire l’arrivo di un gruppo di migranti, il governatore chiedeva premi per chi accoglieva gli extracomunitari, ma allo stesso tempo sollecitava qualche penalità nei confronti di quei Comuni che si fossero dichiarati contrari a spalancare le porte dei loro centri ai nuovi arrivati.Sì, ne è trascorso di tempo da quel periodo e nel mezzo abbiamo anche visto l’ex candidato alla segreteria del Pd dichiarare con una certa polemica che, nonostante il governo facesse sbarcare le navi delle Ong cariche di profughi proprio nelle città amministrate dal centrosinistra, lui e gli altri amministratori rossi avrebbero fatto la loro parte. Oggi, passati un po’ di mesi e avendo visto sfilare qualche migliaio di richiedenti asilo, Bonaccini sembra assai meno propenso all’accoglienza. Infatti, da giorni è sulle barricate insieme ad altri governatori progressisti contro l’idea di istituire in ogni regione dei Centri di permanenza per il rimpatrio. «Non se ne parla», ha tuonato, mettendosi alla testa della rivolta insieme a Eugenio Giani, suo collega toscano, e a Vincenzo De Luca, omologo campano. Tutti uniti contro l’idea di creare in ogni regione una struttura dove ospitare, ma sarebbe meglio dire rinchiudere, gli extracomunitari che non devono rimanere nel nostro Paese. Oggi, la maggior parte di coloro che sono sbarcati senza essere richiedenti asilo, in quanto non in fuga da alcuna guerra o persecuzione, ma solo in cerca di un posto dove stare meglio e magari farsi mantenere, vengono lasciati liberi di vagare per la Penisola e, naturalmente, anche di far perdere le proprie tracce una volta lasciata Lampedusa o altre località di arrivo. Il piano del governo prevede invece di allungare il periodo in cui un non avente diritto alla protezione umanitaria possa essere trattenuto in un Cpr, al fine di consentire entro il periodo ragionevole di un anno e mezzo l’espulsione. Oggi i posti dei Cpr non arrivano a 1.000, dunque si pone il problema di creare altri centri per poter «parcheggiare» migliaia di migranti in attesa di espulsione e, secondo i piani del ministero dell’Interno, ogni Regione dovrebbe averne uno. Ecco, alla sola idea di avere un Cpr in casa, Bonaccini e compagni sono insorti. Non si sa se perché contrari all’idea dei rimpatri di chi non ha diritto a restare o se per banali esigenze politiche, che potrebbero consistere nel voler ottenere una contropartita economica o nel non voler inimicarsi quella parte di elettorato che di migranti non ne può più. Nel primo caso, se cioè la contrarietà al piano di tanti Cpr diffusi sia dovuta a una linea pro richiedenti asilo, la soluzione semplice è che Bonaccini e colleghi si facciano carico dei clandestini, sistemandoli a casa loro. Qualora invece l’opposizione al progetto di nuovi centri per il rimpatrio fosse dovuto a banali esigenze di cassa, come già in passato lo stesso Bonaccini fece capire, reclamando un aumento del 50 per cento dei contributi per ogni persona accolta, sarebbe la conferma che i «profughi» sono un affare. Perché, come diceva Salvatore Buzzi, il boss di Mafia Capitale, ogni immigrato vale oro per chi si occupa della sua accoglienza. Oppure, più banalmente, la ragione di tanta opposizione non è dovuta solo alla volontà di tenere anche chi non ha diritto di restare e nemmeno alle intenzioni di speculare sulla pelle di gente che ha rischiato la vita per attraversare il Mediterraneo. Infatti, dietro alle belle parole sull’accoglienza poi c’è la realtà dei fatti e come quando si parla di opere pubbliche, si scopre che le vogliono tutti, ma non nel loro giardino. Ecco, Bonaccini e compagni sanno benissimo che se ospitassero un Cpr a Bologna o a Firenze la popolazione insorgerebbe e la loro popolarità precipiterebbe e dunque sono pronti a opporsi, invocando perfino l’autonomia regionale che fino a ieri hanno contrastato in tutti i modi. Ma dietro alle posizioni ufficiali, gratta gratta viene sempre fuori la realtà, che è quella che lo stesso governatore dichiarò mesi fa, quando accusò il governo di non essere capace di fermare gli sbarchi. Sì, con grande imbarazzo della compagna Elly Schlein, favorevole all’accoglienza sempre e comunque, il presidente del partito disse proprio così: «Nelle città ormai è emergenza arrivi. Quadruplicati gli sbarchi da quando governano». Ma come? Gli immigrati non erano una risorsa e l’emergenza un’invenzione della destra? La risposta della segreteria del Pd fu che il governatore era stato frainteso, anche se quelle frasi le aveva scritte su Twitter. Frainteso? No, forse fraintendiamo quando i compagni dicono di essere pronti all’accoglienza.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.