La Takaichi conquista anche i mercati. E Trump la chiama in chiave anti-Cina

La super vittoria elettorale di Sanae Takaichi segna una svolta profonda per il Giappone, soprattutto sul terreno economico. Con la conquista della maggioranza dei due terzi alla Camera bassa, il Partito liberal democratico ottiene per la prima volta nella sua storia una «super maggioranza» che consegna alla premier un capitale politico senza precedenti.
Un risultato che i mercati hanno immediatamente interpretato come un segnale di stabilità e di cambio di passo, premiando Tokyo con nuovi massimi storici della Borsa e un inatteso rafforzamento dello yen. «È l’inizio di una responsabilità molto pesante per rendere il Giappone più forte e più prospero», ha dichiarato la Takaichi dopo il voto, rivendicando un mandato chiaro a realizzare quel «importante cambio di politica» invocato dagli elettori. D’altronde, ha ribadito, «nessuno verrà in aiuto di una nazione che non ha la determinazione di difendersi con le proprie mani».
Dietro il linguaggio della sicurezza nazionale e del rafforzamento delle difese, il cuore della sua agenda resta però economico: rilanciare la crescita, sostenere i redditi e rafforzare la resilienza del Paese in una fase di profonde incertezze globali. La reazione degli investitori è stata eloquente. Il Nikkei, la Borsa del Sol Levante, ha superato quota 57.000 punti con un rialzo record di oltre il 4%, mentre lo yen si è rafforzato fino a 156,5 sul dollaro, in controtendenza rispetto alle settimane precedenti. Gli operatori scommettono su una maggiore stabilità politica e su politiche fiscali più espansive, pur restando vigili sull’enorme zavorra del debito pubblico, che secondo il Fondo monetario internazionale sfiora il 230% del Pil, il livello più alto al mondo.
Takaichi ha promesso una politica fiscale «responsabile ma proattiva», cercando un equilibrio delicato tra stimolo all’economia e disciplina dei conti. Il punto più controverso del programma è la sospensione per due anni dell’imposta sui consumi sui prodotti alimentari, una misura popolare ma costosa, che aprirebbe un buco stimato in circa 5 trilioni di yen l’anno (27 miliardi di euro), ovvero il 6% delle entrate tributarie. La premier ha escluso il ricorso a nuovo debito, aprendo invece il dibattito sull’utilizzo delle ingenti riserve di valuta estera del Giappone, pari a circa 1.400 miliardi di dollari.
Proprio questo dossier ha iniziato a inquietare i mercati obbligazionari. Il rendimento del titolo di Stato decennale è salito al 2,27%, e diversi analisti avvertono che un aumento della spesa pubblica potrebbe esercitare ulteriori pressioni sulla curva dei rendimenti, soprattutto sulle scadenze ultra-lunghe. Secondo alcune previsioni di Ing, il tasso a dieci anni potrebbe avvicinarsi al 2,5%, un livello che il Giappone non vedeva da decenni. Il governo sottolinea però che l’emissione di nuove obbligazioni resterà sotto controllo: 29,6 trilioni di yen nel prossimo anno fiscale, il secondo consecutivo sotto la soglia dei 30 trilioni. Un segnale rivolto soprattutto agli investitori, che temono una deriva espansiva insostenibile del debito.
«La vittoria non dà carta bianca per spendere», avvertono da Aberdeen Investments, ricordando che l’Ldp resta un partito tradizionalmente attento alla disciplina fiscale. Al centro del dibattito c’è anche il ruolo delle riserve valutarie, cresciute grazie allo yen debole e ai rendimenti dei Treasury americani. Alcuni esponenti dell’opposizione spingono per un uso più aggressivo di questi asset, ipotizzando persino la creazione di un fondo sovrano. Ma dal ministero delle Finanze guidato da Satsuki Katayama arrivano segnali di cautela: le riserve sono considerate un pilastro della stabilità valutaria e una riduzione eccessiva potrebbe limitare la capacità di intervenire sul mercato dei cambi, soprattutto se lo yen dovesse tornare sotto pressione verso la soglia critica di 160 contro il dollaro.
Yen e dollaro sono «sposati» per vari motivi principali. Il primo è che la divisa nipponica, visto che per decenni i prestiti costavano poco, è usata dalla finanza per indebitarsi allo scopo di comprare qualsiasi cosa in dollari. Di conseguenza se gli interessi sui titoli di Stato giapponesi dovessero ancora salire, magari con un aumento dei tassi da parte della Bank of Japan per frenare l’inflazione, parecchi investitori potrebbero essere costretti a vendere per coprire il rincaro degli interessi da restituire, con evidenti ricadute su Borse e Bitcoin. Ma poi i giapponesi sono i principali detentori di debito americano, con 1.200 miliardi di dollari investiti in Treasury. Ecco perché il presidente Donald Trump il 19 marzo a Washington incontrerà Takaichi per riaffermare «l’unità incrollabile» tra Giappone e Usa. un messaggio uscito nel giorno in cui la Cina ha dato istruzioni alle banche di iniziare a vendere e limitare gli acquisti di titoli di Stato statunitensi, in quanto teme che «il debito statunitense possa esporre le banche a brusche oscillazioni». Banzai.






