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2018-08-21
«Abusi su un minorenne». Sky pronta a cacciare la Argento da «X Factor»
Prima vittima, poi carnefice. Asia Argento, stando alle carte pubblicate ieri dal New York Times, avrebbe risarcito con 380.000 dollari un giovane dopo che questi l'ha accusata di molestie sessuali e aggressione. Jimmy Bennett, enfant prodige del cinema americano, e i suoi avvocati si sarebbero accordati con l'attrice per un episodio avvenuto a Los Angeles il 9 maggio 2013. All'epoca Bennet aveva 17 anni, uno meno di quanto serve in California per il consenso. La Argento, che allora aveva 37 anni, lo conosceva da tempo. Nel 2004 lo aveva diretto in Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, film in cui Bennett interpretava un bambino maltrattato dalla madre tossica, Asia Argento, e abusato dai suoi fidanzati. La pellicola aveva avvicinato i due che, circa dieci anni più tardi, si sarebbero dati appuntamento al Ritz Carlton di Marina del Rey.
Bennett, cui un disturbo della vista avrebbe impedito di guidare, si sarebbe presentato alla riunione con un parente cui la Argento avrebbe poi intimato di andarsene. «(L'attrice) diede (a Bennett) degli alcolici e gli mostrò una serie di appunti. Poi, lo baciò, lo spinse sul letto, gli levò i pantaloni e gli praticò del sesso orale. Infine, si arrampicò sopra di lui e i due ebbero un rapporto sessuale. La Argento chiese a Bennett di scattare qualche foto», si legge nelle carte, supportate da alcune «prove» social.
Prima di ricevere Bennett, quel 9 maggio 2013, Asia Argento ha pubblicato su Instagram un selfie. «Aspettando il mio bambino perduto da tempo, il mio amore Jimmy Bennett. Sono in trepidazione #MarinadelRey Fumo sigarette come se non ci fosse una prossima settimana», ha scritto nella didascalia, rincarando la dose poche ore più tardi. «Il giorno più felice della mia vita, reunion con Jimmy Bennett», ha compulsato online dopo la presunta aggressione, annunciando - attraverso uno scatto dei loro volti vicini - che il ragazzo sarebbe stato parte del suo prossimo film.
Entrambe le foto, insieme a un terzo selfie, ritraente i due a petto nudo sul letto del Ritz Carlton, sarebbero state incluse dall'avvocato di Bennett, Gordon K. Sattro, tra i documenti presentati contro l'Argento. L'episodio avrebbe stordito il ragazzo e compromesso la sua salute mentale al punto da rovinargli la carriera.
Il Nyt sostiene che le prime avvisaglie del malessere si sarebbero avute proprio nella serata del 9 maggio 2013. «Mentre veniva portato a casa, (Bennett) cominciò a sentirsi estremamente confuso, mortificato e disgustato», anche se, l'8 giugno 2013, avrebbe scritto alla Argento un messaggio pacifico: «Mi manchi, mammina». In allegato, una foto di un braccialetto regalatogli dall'attrice.
Bennett si sarebbe deciso a vuotare il sacco solo nell'ottobre del 2017, quando i titoloni contro Harvey Weinstein e la marcia femminista della Argento lo avrebbero indispettito. «Vederla presentarsi come vittima di violenza sessuale era troppo da sopportare», così avrebbe chiesto un risarcimento di 3,5 milioni di dollari, atto a compensare «l'inflizione intenzionale di sofferenza emotiva, perdita di salario, aggressione e violenza sessuale». Le carte, ricevute dal Nyt tramite un'email criptata, parlano di ricadute «così traumatiche da aver ostacolato il lavoro e ridotto le entrate economiche del signor Bennett».
«Nei cinque anni precedenti all'incontro del 2013 con la Argento, aveva incassato oltre 2,7 milioni di dollari. Ma il suo reddito, da allora, è sceso a una media di 60.000 dollari l'anno», si legge sul Nyt, ligio nel riportare anche le lettere spedite alla Argento dai suoi avvocati.
Carrie Goldeberg, il legale dell'attrice, ha pattuito un risarcimento di 380.000 dollari e disposto che i primi 200.000 fossero pagati nell'aprile 2018, le avrebbe scritto augurandosi che nulla di simile ricapitasse. «Sei un'autrice potente e stimolante ed è triste che tu viva circondata di individui di merda», si legge sul New York Times, che spiega come parte dell'accordo abbia previsto la cessione dei selfie seminudi all'attrice.
La Argento, contatta dal giornale per fare luce sulla vicenda, non ha risposto. E così Bennett, al quale pur non è stata imposta alcuna riservatezza. La legge della California non consente accordi di non divulgazione e l'attrice, per coerenza con «i messaggi pubblici lanciati», avrebbe rifiutato di aggirarla. «A Bennett», ha scritto la Goldberg, «Non è però permesso di infastidirti per soldi, denigrarti o denunciarti». Cosa, quest'ultima, che ha fatto il Web.
Se Rose McGowan, figura di spicco del Me too, ha scritto: «L'ho conosciuta dieci mesi fa. A unirci, è stata la sofferenza dovuta alle aggressioni di Weinstein. Il mio cuore è a pezzi, continuerò il mio lavoro accanto alle vittime», sottolineando poi che «nessuno sa la verità. Sono sicura che molte cose ancora verranno fuori. Siate gentili», altrettanto non ha fatto Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno ha avuto la sua rivalsa. «Questa è la signora che mi insultava ogni due minuti, e mi ha dato del razzista e della m…a? Mamma mia che tristezza», ha twittato il leader leghista.
La Argento è stata scelta come giudice di X Factor, e Twitter ha votato la sua interdizione. Per par condicio e correttezza morale. Licenziarla è possibile anche se X Factor inizierà il 6 settembre. Gilbert Rozon, in Francia, è stato fatto fuori da La France a un incroyable talent dopo che nove donne lo hanno accusato di molestie. Nelle puntate registrate dello show, firmato dalla stessa Fremantlemedia che produce X Factor, Rozon è stato cancellato grazie alla tecnologia. Sky Italia e Fremantlemedia Italia ieri hanno scritto un comunicato in cui hanno annunciato che «se quanto scrive il New York Times fosse confermato, questa vicenda sarebbe del tutto incompatibile con i principi etici e i valori di Sky e dunque - in pieno accordo con Fremantlemedia - non potremmo che prenderne atto e interrompere la collaborazione con Asia Argento».
Claudia Casiraghi
Una vita sempre al limite che mescola finzione e realtà
Pier Paolo Pasolini diceva di «scendere ogni sera all'inferno» (e aggiungeva: «Ma quando torno - se torno - ho visto altre cose, più cose»). Parlava delle sue immersioni nelle periferie, tra i ragazzi sottoproletari che tanto aveva amato e che poi, d'improvviso, gli erano parsi terribili, violenti, mostruosi. Oggi quella stessa discesa agli inferi va fatta non più tra i morti di fame, ma - direbbe Dagospia - tra i «morti di fama»: nei quartieri alti, tra intellettuali (veri, presunti e wannabe) e artisti (più o meno sedicenti e autoproclamati). Per trovare povere figure irrisolte, sofferenti, attorcigliate intorno a nodi di sofferenza, inflitta e subita. Pronte a odiare tutti, forse per non avere l'atroce imbarazzo di guardarsi dentro.
Proprio qui, in questa zona di sconforto (l'opposto di una «comfort zone»), troverete Asia Argento. Non serve un raffinato psicologo per sapere che, proprio negli insulti che rivolgiamo agli altri nei nostri momenti peggiori, siamo in realtà autobiografici: parliamo di noi, ci descriviamo in modo feroce, vogliamo farci del male.
Poche settimane fa, a Cannes, in una predica rabbiosa, Asia aveva gridato: «Nel 1997 sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes. Questo era il suo territorio di caccia. Weinstein non sarà mai più benvenuto qui. Vivrà in disgrazia, escluso dalla comunità che un tempo lo accoglieva e che ha nascosto i suoi crimini. E stasera, tra di voi, ci sono quelli che ancora devono essere ritenuti responsabili per i loro comportamenti. Sapete chi siete. Ma soprattutto noi sappiamo chi siete. E non vi permetteremo più di farla franca».
Direbbe lo psicologo: forse parlava di sé. Della stessa Asia che (secondo le accuse rese note ieri) nel 2013 aveva convocato nella sua stanza al Ritz Carlton di Marina del Rey, in California, il giovane Jimmy Bennett, gli aveva dato da bere alcolici, per poi togliergli i pantaloni, praticargli sesso orale, arrampicarsi su di lui e completare il rapporto sessuale. Lasciamo da parte Bennett, figura assai discutibile (un 17enne violentato?!?), ma concentriamoci su cosa scrisse Asia quella sera su Instagram: «Il giorno più felice della mia vita, reunion con Jimmy», che «sarà nel mio prossimo film». Provino ok, insomma: meglio di Weinstein.
Ma non si finisce di scendere nell'abisso, non basta uno psicologo solo, serve un'intera équipe. Cercando, viene fuori che dieci anni prima, quando Bennett di anni ne aveva solo 7, recitò insieme ad Asia in un altro film: faceva la parte del figlio di una prostituta, interpretata dalla stessa Argento. Ecco, saltando in avanti di dieci anni, Asia, sempre sui social, riferendosi alla sua attesa per Bennett in hotel, scrive: «Aspettando il mio figlio perduto da tempo, il mio amore Jimmy». E lui risponderà più tardi: «Miss you momma!». Capite che il caso è grave.
Ma il quadro è ancora più contorto, flagellazione e autoflagellazione come specchi perversi. Asia è anche una madre: di Anna Lou (avuta da Morgan) e di un ragazzo (Nicola Giovanni) avuto dal regista Michele Civetta. Ecco, cosa fa mamma Asia se vede in un ristorante un'altra madre, in questo caso la leader di Fdi Giorgia Meloni? Incredibilmente, la insulta in modo sguaiato: «La schiena lardosa della ricca e svergognata: fascista ritratta al pascolo».
Naturalmente, casca male, perché la Meloni risponde a tono: «Voglio dire a tutte le donne che hanno partorito da pochi mesi, e che per dimagrire non usano la cocaina, di non prendersela se qualche poveretta fa dell'ironia sulla loro forma fisica». Chissà perché, Asia non ha più polemizzato sul tema. Ma in quella triste circostanza, entra in campo in modo poco glorioso anche il terzo compagno della Argento, lo chef Anthony Bourdain, che accosta la Meloni a un «pitone che ingoia un'antilope». Ecco, accanto a questo Bourdain, Asia sembra aver trovato pace ed equilibrio: interviste più serene, dichiarazioni di amore eterno.
Poi, all'improvviso, come uno sparo nel buio, compaiono su un settimanale le foto di Asia abbracciata a un altro uomo, molto più giovane di Bourdain, 62 anni. A quanto pare, infatti, sempre a Cannes, terminato il comizio, Asia aveva adocchiato un giornalista belloccio, Hugo Clément, 28 anni. Le foto escono, inequivocabili. Pochi giorni dopo, e ovviamente non sappiamo perché, Bourdain si impicca. Sui social per Asia il massacro è feroce quanto inevitabile: un pandemonio di insulti. Ma lei rivendica il suo lutto inconsolabile.
Così inconsolabile che trascorrono appena 24 ore e Asia, jeans e maglietta, si ripresenta in pubblico per le audizioni di X Factor, di cui quest'anno è giudice con Manuel Agnelli, Fedez e Mara Maionchi. Si alza in piedi e saluta la folla: «Questi dovevano essere i tre giorni più difficili della mia vita, ma grazie a queste persone che sono qui accanto a me e grazie a voi sto sopravvivendo».
Il resto è cronaca di queste settimane: i comizi Me too, gli impegni con Laura Boldrini, e - sintetizzo con parole mie - il ricordo di quante persecuzioni abbiano subito le donne e quanto siano porci i maschi italiani. Fino a ieri, con le rivelazioni del New York Times.
Non siamo davvero nessuno per dare consigli. Però suggeriremmo ad Asia, se le fossimo amici, di sparire per un po', di lasciare X Factor, di cercare il silenzio. Ci guadagnerebbe lei. E, egoisticamente, ci guadagneremmo anche noi: qualche mese di pausa rispetto a questo spettacolo avvilente.
Daniele Capezzone
Scandali e bugie abbattono il Me too. Ma chi risarcirà gli uomini rovinati?
Due a zero. Se non fossimo alle prese con un argomento tremendo, con due facce entrambe drammatiche (le violenze reali subite dalle donne, le carriere di uomini stroncate in presenza di j'accuse i cui contorni talvolta si perdono tra comportamenti inappropriati, corteggiamento spinto, molestie e stupri, messi tutti su uno stesso piano), ci sarebbe da ricorrere al linguaggio sportivo per dire che la campagna Me too ha appena incassato - almeno per quanto riguarda personaggi italiani - il secondo gol. Sotto forma di autogol.
Alla fine di luglio era infatti arrivata la richiesta di archiviazione della Procura di Roma per le accuse di violenza sessuale nei confronti del regista Fausto Brizzi. Ieri è piombata come un meteorite la rivelazione su Asia Argento: la paladina impegnata a promuovere un movimento di presa di coscienza planetaria delle donne contro il maschio alfa predatore - l'uomo che, approfittando o meno di una sua posizione di potere, molesta, violenta o estorce favori sessuali - ha pagato, come transazione risarcitoria, un attore che l'ha accusata di aver approfittato di lui minorenne.
Nel frattempo, dall'inizio del Me too negli Usa di condanne, penali o civili, a carico di «maiali» veri o presunti ce n'è stata solo una, a carico del comico Bill Cosby, mentre l'archetipo della categoria, il porcellone per antonomasia Harvey Weinstein, è ancora sotto processo.
Al di là delle gogne mediatiche, delle denunce a mezzo stampa o tv senza uno straccio di controverifica, dei manifesti e degli appelli, fino a oggi - quando si è trattato di arrivare al dunque - gli atti ufficiali registrano uno stallo per le furiose erinni del sessualmente corretto.
Chissà se Asia Argento conosce l'espressione coniata dal filosofo e psicologo Wilhelm Wundt, «eterogenesi dei fini», quel fenomeno per cui, mentre si cerca di ottenere uno scopo, se ne consegue un altro. Diverso. O addirittura uguale e contrario.
Perché adesso perfino la brutalità degli atti da lei denunciati, e presunti fino a prova contraria, passerà in secondo piano rispetto al fatto che, mentre chiamava alle armi, lei sapeva di aver pagato per non incorrere nei rigori della giustizia proprio per molestie e violenze.
Così danno si è aggiunto a danno. Quello che lei avrebbe patito. Quello da lei causato a un diciassettenne.
Quello provocato alla causa del Me too (una delle fondatrici, Laura Moser, autrice della biografia dell'attrice Bette Davis, intuendone la portata potenzialmente devastante, l'ha scaricata su Twitter: «Asia Argento had absolutely nothing to do with #metoo», non ha assolutamente nulla a che fare con il movimento). Quello da lei inferto alla causa delle tante donne che, oggetto di soprusi, adesso si sentiranno opporre, con contorno di risatine, l'argomento: «Non sarai mica una vittima come Asia Argento?».
Quello sofferto da chi, uomo, è stato travolto dallo tsunami a tutti i livelli, privato e professionale, in qualche caso - come ha scritto La Verità lo scorso giugno, riprendendo un'inchiesta della rivista Time - perfino in presenza di «relazioni consensuali» (per capirci: qualche dirigente infoiato si è portato a letto una collega, o la segretaria, assolutamente consenzienti, ma le aziende, una volta risaputa la storia, per non veder rovinata la loro brand reputation hanno incentivato l'esodo).
Ricordate il maccartismo? Era quella corrente politica che, caratterizzata da un esasperato clima di sospetto e da atteggiamenti persecutori nei confronti di persone ritenute sovversive, «per mezzo di accuse in genere non provate» (così la Treccani), alla fine si autoaffondò, con il senatore Joseph McCarthy che finì accusato e censurato dallo stesso Senato americano.
In pochi mesi, la guerra dei sessi ha visto coinvolti uomini di spettacolo - conduttori tv e attori, da Kevin Spacey (che si è scusato per le molestie a un quattordicenne) fino a Morgan Freeman, passando per Dustin Hoffman, Ben Affleck, James Franco, arrivando al regista emblema dell'impegno politico «tendenza democratica» Oliver Stone fino a quello danese Lars von Trier, tralasciando il precedente storico di Roman Polanski - manager di aziende editoriali, tecnologiche, finanziarie.
E politici. E no, non Donald Trump, bensì George Bush padre, accusato di aver palpeggiato un'attrice in posa per una foto. Quando? Nel 2014. Cioè a 90 anni e seduto su una sedia a rotelle, per di più con accanto la moglie Barbara.
Ma le parole più dure contro «un tipo di femminismo che esprime odio verso gli uomini» le hanno pronunciate altre donne. Francesi, capitanate da Catherine Deneuve. A gennaio hanno scritto in 100 su Le Monde: «Questa febbre d'inviare i maiali al mattatoio serve in realtà gli interessi dei nemici della libertà sessuale, gli estremisti religiosi, i peggiori reazionari». Di più: «Lo stupro è un crimine, le avance anche insistenti no, né la galanteria è un'aggressione maschilista». Fino alla chiusa, che è un'apoteosi: «Difendiamo la libertà degli uomini di importunarci».
Senza violenza, ca va sans dire, ma con un fiore.
Antonello Piroso
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Secondo il «New York Times», l'attrice ha pagato 380.000 dollari per evitare di essere denunciata dopo aver avuto rapporti con un diciassettenne ubriaco.La figlia d'arte si faceva chiamare dal giovane che avrebbe molestato «mamma», ruolo che aveva avuto sullo schermo. Dopo la morte di Anthony Bourdain è tornata in tv in 24 ore.Lo scoop è l'ultima tegola caduta sul movimento, già azzoppato dall'archiviazione del caso contro Fausto Brizzi. La caccia alle streghe però ha già fatto molte vittime.Prima vittima, poi carnefice. Asia Argento, stando alle carte pubblicate ieri dal New York Times, avrebbe risarcito con 380.000 dollari un giovane dopo che questi l'ha accusata di molestie sessuali e aggressione. Jimmy Bennett, enfant prodige del cinema americano, e i suoi avvocati si sarebbero accordati con l'attrice per un episodio avvenuto a Los Angeles il 9 maggio 2013. All'epoca Bennet aveva 17 anni, uno meno di quanto serve in California per il consenso. La Argento, che allora aveva 37 anni, lo conosceva da tempo. Nel 2004 lo aveva diretto in Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, film in cui Bennett interpretava un bambino maltrattato dalla madre tossica, Asia Argento, e abusato dai suoi fidanzati. La pellicola aveva avvicinato i due che, circa dieci anni più tardi, si sarebbero dati appuntamento al Ritz Carlton di Marina del Rey.Bennett, cui un disturbo della vista avrebbe impedito di guidare, si sarebbe presentato alla riunione con un parente cui la Argento avrebbe poi intimato di andarsene. «(L'attrice) diede (a Bennett) degli alcolici e gli mostrò una serie di appunti. Poi, lo baciò, lo spinse sul letto, gli levò i pantaloni e gli praticò del sesso orale. Infine, si arrampicò sopra di lui e i due ebbero un rapporto sessuale. La Argento chiese a Bennett di scattare qualche foto», si legge nelle carte, supportate da alcune «prove» social.Prima di ricevere Bennett, quel 9 maggio 2013, Asia Argento ha pubblicato su Instagram un selfie. «Aspettando il mio bambino perduto da tempo, il mio amore Jimmy Bennett. Sono in trepidazione #MarinadelRey Fumo sigarette come se non ci fosse una prossima settimana», ha scritto nella didascalia, rincarando la dose poche ore più tardi. «Il giorno più felice della mia vita, reunion con Jimmy Bennett», ha compulsato online dopo la presunta aggressione, annunciando - attraverso uno scatto dei loro volti vicini - che il ragazzo sarebbe stato parte del suo prossimo film.Entrambe le foto, insieme a un terzo selfie, ritraente i due a petto nudo sul letto del Ritz Carlton, sarebbero state incluse dall'avvocato di Bennett, Gordon K. Sattro, tra i documenti presentati contro l'Argento. L'episodio avrebbe stordito il ragazzo e compromesso la sua salute mentale al punto da rovinargli la carriera. Il Nyt sostiene che le prime avvisaglie del malessere si sarebbero avute proprio nella serata del 9 maggio 2013. «Mentre veniva portato a casa, (Bennett) cominciò a sentirsi estremamente confuso, mortificato e disgustato», anche se, l'8 giugno 2013, avrebbe scritto alla Argento un messaggio pacifico: «Mi manchi, mammina». In allegato, una foto di un braccialetto regalatogli dall'attrice. Bennett si sarebbe deciso a vuotare il sacco solo nell'ottobre del 2017, quando i titoloni contro Harvey Weinstein e la marcia femminista della Argento lo avrebbero indispettito. «Vederla presentarsi come vittima di violenza sessuale era troppo da sopportare», così avrebbe chiesto un risarcimento di 3,5 milioni di dollari, atto a compensare «l'inflizione intenzionale di sofferenza emotiva, perdita di salario, aggressione e violenza sessuale». Le carte, ricevute dal Nyt tramite un'email criptata, parlano di ricadute «così traumatiche da aver ostacolato il lavoro e ridotto le entrate economiche del signor Bennett». «Nei cinque anni precedenti all'incontro del 2013 con la Argento, aveva incassato oltre 2,7 milioni di dollari. Ma il suo reddito, da allora, è sceso a una media di 60.000 dollari l'anno», si legge sul Nyt, ligio nel riportare anche le lettere spedite alla Argento dai suoi avvocati.Carrie Goldeberg, il legale dell'attrice, ha pattuito un risarcimento di 380.000 dollari e disposto che i primi 200.000 fossero pagati nell'aprile 2018, le avrebbe scritto augurandosi che nulla di simile ricapitasse. «Sei un'autrice potente e stimolante ed è triste che tu viva circondata di individui di merda», si legge sul New York Times, che spiega come parte dell'accordo abbia previsto la cessione dei selfie seminudi all'attrice. La Argento, contatta dal giornale per fare luce sulla vicenda, non ha risposto. E così Bennett, al quale pur non è stata imposta alcuna riservatezza. La legge della California non consente accordi di non divulgazione e l'attrice, per coerenza con «i messaggi pubblici lanciati», avrebbe rifiutato di aggirarla. «A Bennett», ha scritto la Goldberg, «Non è però permesso di infastidirti per soldi, denigrarti o denunciarti». Cosa, quest'ultima, che ha fatto il Web.Se Rose McGowan, figura di spicco del Me too, ha scritto: «L'ho conosciuta dieci mesi fa. A unirci, è stata la sofferenza dovuta alle aggressioni di Weinstein. Il mio cuore è a pezzi, continuerò il mio lavoro accanto alle vittime», sottolineando poi che «nessuno sa la verità. Sono sicura che molte cose ancora verranno fuori. Siate gentili», altrettanto non ha fatto Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno ha avuto la sua rivalsa. «Questa è la signora che mi insultava ogni due minuti, e mi ha dato del razzista e della m…a? Mamma mia che tristezza», ha twittato il leader leghista.La Argento è stata scelta come giudice di X Factor, e Twitter ha votato la sua interdizione. Per par condicio e correttezza morale. Licenziarla è possibile anche se X Factor inizierà il 6 settembre. Gilbert Rozon, in Francia, è stato fatto fuori da La France a un incroyable talent dopo che nove donne lo hanno accusato di molestie. Nelle puntate registrate dello show, firmato dalla stessa Fremantlemedia che produce X Factor, Rozon è stato cancellato grazie alla tecnologia. Sky Italia e Fremantlemedia Italia ieri hanno scritto un comunicato in cui hanno annunciato che «se quanto scrive il New York Times fosse confermato, questa vicenda sarebbe del tutto incompatibile con i principi etici e i valori di Sky e dunque - in pieno accordo con Fremantlemedia - non potremmo che prenderne atto e interrompere la collaborazione con Asia Argento».Claudia Casiraghi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abusi-su-un-minorenne-sky-pronta-a-cacciare-la-argento-da-x-factor-2597537935.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-vita-sempre-al-limite-che-mescola-finzione-e-realta" data-post-id="2597537935" data-published-at="1778771554" data-use-pagination="False"> Una vita sempre al limite che mescola finzione e realtà Pier Paolo Pasolini diceva di «scendere ogni sera all'inferno» (e aggiungeva: «Ma quando torno - se torno - ho visto altre cose, più cose»). Parlava delle sue immersioni nelle periferie, tra i ragazzi sottoproletari che tanto aveva amato e che poi, d'improvviso, gli erano parsi terribili, violenti, mostruosi. Oggi quella stessa discesa agli inferi va fatta non più tra i morti di fame, ma - direbbe Dagospia - tra i «morti di fama»: nei quartieri alti, tra intellettuali (veri, presunti e wannabe) e artisti (più o meno sedicenti e autoproclamati). Per trovare povere figure irrisolte, sofferenti, attorcigliate intorno a nodi di sofferenza, inflitta e subita. Pronte a odiare tutti, forse per non avere l'atroce imbarazzo di guardarsi dentro. Proprio qui, in questa zona di sconforto (l'opposto di una «comfort zone»), troverete Asia Argento. Non serve un raffinato psicologo per sapere che, proprio negli insulti che rivolgiamo agli altri nei nostri momenti peggiori, siamo in realtà autobiografici: parliamo di noi, ci descriviamo in modo feroce, vogliamo farci del male. Poche settimane fa, a Cannes, in una predica rabbiosa, Asia aveva gridato: «Nel 1997 sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes. Questo era il suo territorio di caccia. Weinstein non sarà mai più benvenuto qui. Vivrà in disgrazia, escluso dalla comunità che un tempo lo accoglieva e che ha nascosto i suoi crimini. E stasera, tra di voi, ci sono quelli che ancora devono essere ritenuti responsabili per i loro comportamenti. Sapete chi siete. Ma soprattutto noi sappiamo chi siete. E non vi permetteremo più di farla franca». Direbbe lo psicologo: forse parlava di sé. Della stessa Asia che (secondo le accuse rese note ieri) nel 2013 aveva convocato nella sua stanza al Ritz Carlton di Marina del Rey, in California, il giovane Jimmy Bennett, gli aveva dato da bere alcolici, per poi togliergli i pantaloni, praticargli sesso orale, arrampicarsi su di lui e completare il rapporto sessuale. Lasciamo da parte Bennett, figura assai discutibile (un 17enne violentato?!?), ma concentriamoci su cosa scrisse Asia quella sera su Instagram: «Il giorno più felice della mia vita, reunion con Jimmy», che «sarà nel mio prossimo film». Provino ok, insomma: meglio di Weinstein. Ma non si finisce di scendere nell'abisso, non basta uno psicologo solo, serve un'intera équipe. Cercando, viene fuori che dieci anni prima, quando Bennett di anni ne aveva solo 7, recitò insieme ad Asia in un altro film: faceva la parte del figlio di una prostituta, interpretata dalla stessa Argento. Ecco, saltando in avanti di dieci anni, Asia, sempre sui social, riferendosi alla sua attesa per Bennett in hotel, scrive: «Aspettando il mio figlio perduto da tempo, il mio amore Jimmy». E lui risponderà più tardi: «Miss you momma!». Capite che il caso è grave. Ma il quadro è ancora più contorto, flagellazione e autoflagellazione come specchi perversi. Asia è anche una madre: di Anna Lou (avuta da Morgan) e di un ragazzo (Nicola Giovanni) avuto dal regista Michele Civetta. Ecco, cosa fa mamma Asia se vede in un ristorante un'altra madre, in questo caso la leader di Fdi Giorgia Meloni? Incredibilmente, la insulta in modo sguaiato: «La schiena lardosa della ricca e svergognata: fascista ritratta al pascolo». Naturalmente, casca male, perché la Meloni risponde a tono: «Voglio dire a tutte le donne che hanno partorito da pochi mesi, e che per dimagrire non usano la cocaina, di non prendersela se qualche poveretta fa dell'ironia sulla loro forma fisica». Chissà perché, Asia non ha più polemizzato sul tema. Ma in quella triste circostanza, entra in campo in modo poco glorioso anche il terzo compagno della Argento, lo chef Anthony Bourdain, che accosta la Meloni a un «pitone che ingoia un'antilope». Ecco, accanto a questo Bourdain, Asia sembra aver trovato pace ed equilibrio: interviste più serene, dichiarazioni di amore eterno. Poi, all'improvviso, come uno sparo nel buio, compaiono su un settimanale le foto di Asia abbracciata a un altro uomo, molto più giovane di Bourdain, 62 anni. A quanto pare, infatti, sempre a Cannes, terminato il comizio, Asia aveva adocchiato un giornalista belloccio, Hugo Clément, 28 anni. Le foto escono, inequivocabili. Pochi giorni dopo, e ovviamente non sappiamo perché, Bourdain si impicca. Sui social per Asia il massacro è feroce quanto inevitabile: un pandemonio di insulti. Ma lei rivendica il suo lutto inconsolabile. Così inconsolabile che trascorrono appena 24 ore e Asia, jeans e maglietta, si ripresenta in pubblico per le audizioni di X Factor, di cui quest'anno è giudice con Manuel Agnelli, Fedez e Mara Maionchi. Si alza in piedi e saluta la folla: «Questi dovevano essere i tre giorni più difficili della mia vita, ma grazie a queste persone che sono qui accanto a me e grazie a voi sto sopravvivendo». Il resto è cronaca di queste settimane: i comizi Me too, gli impegni con Laura Boldrini, e - sintetizzo con parole mie - il ricordo di quante persecuzioni abbiano subito le donne e quanto siano porci i maschi italiani. Fino a ieri, con le rivelazioni del New York Times. Non siamo davvero nessuno per dare consigli. Però suggeriremmo ad Asia, se le fossimo amici, di sparire per un po', di lasciare X Factor, di cercare il silenzio. Ci guadagnerebbe lei. E, egoisticamente, ci guadagneremmo anche noi: qualche mese di pausa rispetto a questo spettacolo avvilente. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abusi-su-un-minorenne-sky-pronta-a-cacciare-la-argento-da-x-factor-2597537935.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="scandali-e-bugie-abbattono-il-me-too-ma-chi-risarcira-gli-uomini-rovinati" data-post-id="2597537935" data-published-at="1778771554" data-use-pagination="False"> Scandali e bugie abbattono il Me too. Ma chi risarcirà gli uomini rovinati? Due a zero. Se non fossimo alle prese con un argomento tremendo, con due facce entrambe drammatiche (le violenze reali subite dalle donne, le carriere di uomini stroncate in presenza di j'accuse i cui contorni talvolta si perdono tra comportamenti inappropriati, corteggiamento spinto, molestie e stupri, messi tutti su uno stesso piano), ci sarebbe da ricorrere al linguaggio sportivo per dire che la campagna Me too ha appena incassato - almeno per quanto riguarda personaggi italiani - il secondo gol. Sotto forma di autogol. Alla fine di luglio era infatti arrivata la richiesta di archiviazione della Procura di Roma per le accuse di violenza sessuale nei confronti del regista Fausto Brizzi. Ieri è piombata come un meteorite la rivelazione su Asia Argento: la paladina impegnata a promuovere un movimento di presa di coscienza planetaria delle donne contro il maschio alfa predatore - l'uomo che, approfittando o meno di una sua posizione di potere, molesta, violenta o estorce favori sessuali - ha pagato, come transazione risarcitoria, un attore che l'ha accusata di aver approfittato di lui minorenne. Nel frattempo, dall'inizio del Me too negli Usa di condanne, penali o civili, a carico di «maiali» veri o presunti ce n'è stata solo una, a carico del comico Bill Cosby, mentre l'archetipo della categoria, il porcellone per antonomasia Harvey Weinstein, è ancora sotto processo. Al di là delle gogne mediatiche, delle denunce a mezzo stampa o tv senza uno straccio di controverifica, dei manifesti e degli appelli, fino a oggi - quando si è trattato di arrivare al dunque - gli atti ufficiali registrano uno stallo per le furiose erinni del sessualmente corretto. Chissà se Asia Argento conosce l'espressione coniata dal filosofo e psicologo Wilhelm Wundt, «eterogenesi dei fini», quel fenomeno per cui, mentre si cerca di ottenere uno scopo, se ne consegue un altro. Diverso. O addirittura uguale e contrario. Perché adesso perfino la brutalità degli atti da lei denunciati, e presunti fino a prova contraria, passerà in secondo piano rispetto al fatto che, mentre chiamava alle armi, lei sapeva di aver pagato per non incorrere nei rigori della giustizia proprio per molestie e violenze. Così danno si è aggiunto a danno. Quello che lei avrebbe patito. Quello da lei causato a un diciassettenne. Quello provocato alla causa del Me too (una delle fondatrici, Laura Moser, autrice della biografia dell'attrice Bette Davis, intuendone la portata potenzialmente devastante, l'ha scaricata su Twitter: «Asia Argento had absolutely nothing to do with #metoo», non ha assolutamente nulla a che fare con il movimento). Quello da lei inferto alla causa delle tante donne che, oggetto di soprusi, adesso si sentiranno opporre, con contorno di risatine, l'argomento: «Non sarai mica una vittima come Asia Argento?». Quello sofferto da chi, uomo, è stato travolto dallo tsunami a tutti i livelli, privato e professionale, in qualche caso - come ha scritto La Verità lo scorso giugno, riprendendo un'inchiesta della rivista Time - perfino in presenza di «relazioni consensuali» (per capirci: qualche dirigente infoiato si è portato a letto una collega, o la segretaria, assolutamente consenzienti, ma le aziende, una volta risaputa la storia, per non veder rovinata la loro brand reputation hanno incentivato l'esodo). Ricordate il maccartismo? Era quella corrente politica che, caratterizzata da un esasperato clima di sospetto e da atteggiamenti persecutori nei confronti di persone ritenute sovversive, «per mezzo di accuse in genere non provate» (così la Treccani), alla fine si autoaffondò, con il senatore Joseph McCarthy che finì accusato e censurato dallo stesso Senato americano. In pochi mesi, la guerra dei sessi ha visto coinvolti uomini di spettacolo - conduttori tv e attori, da Kevin Spacey (che si è scusato per le molestie a un quattordicenne) fino a Morgan Freeman, passando per Dustin Hoffman, Ben Affleck, James Franco, arrivando al regista emblema dell'impegno politico «tendenza democratica» Oliver Stone fino a quello danese Lars von Trier, tralasciando il precedente storico di Roman Polanski - manager di aziende editoriali, tecnologiche, finanziarie. E politici. E no, non Donald Trump, bensì George Bush padre, accusato di aver palpeggiato un'attrice in posa per una foto. Quando? Nel 2014. Cioè a 90 anni e seduto su una sedia a rotelle, per di più con accanto la moglie Barbara. Ma le parole più dure contro «un tipo di femminismo che esprime odio verso gli uomini» le hanno pronunciate altre donne. Francesi, capitanate da Catherine Deneuve. A gennaio hanno scritto in 100 su Le Monde: «Questa febbre d'inviare i maiali al mattatoio serve in realtà gli interessi dei nemici della libertà sessuale, gli estremisti religiosi, i peggiori reazionari». Di più: «Lo stupro è un crimine, le avance anche insistenti no, né la galanteria è un'aggressione maschilista». Fino alla chiusa, che è un'apoteosi: «Difendiamo la libertà degli uomini di importunarci». Senza violenza, ca va sans dire, ma con un fiore. Antonello Piroso
Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera firmata da Riccardo Tsan Nan Lin, direttore generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei in Italia - Ufficio di Milano, in vista della 79ª Assemblea Mondiale della Sanità, che si terrà a Ginevra dal 18 maggio.
Nessuno sia lasciato indietro. Il diritto di Taiwan a cooperare per una salute universale
Dal 18 al 23 maggio 2026, mentre si svolge a Ginevra la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), una questione di giustizia e sicurezza globale rimane aperta e inaccettabilmente irrisolta. Nonostante il passare degli anni, la partecipazione di Taiwan ai lavori dell'Assemblea continua a essere ostacolata, lasciando un vuoto ingiustificabile nella rete sanitaria internazionale. L’AMS affronta temi cruciali sulla salute, dall'impatto del cambiamento climatico alla preparazione verso nuove pandemie e alla lotta contro la resistenza antimicrobica, eppure si continua a permettere che ragioni politiche prevalgano sul diritto universale alla salute, emarginando un Paese libero e democratico da un dialogo che appartiene a tutti.
L’esclusione di Taiwan dal sistema delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie specializzate affonda le radici in una grave e persistente distorsione della Risoluzione 2758. È necessario ribadire con fermezza che tale documento, insieme alla Risoluzione 25.1 dell’AMS, affronta esclusivamente la rappresentanza della Cina all’ONU, ma non menziona Taiwan, non stabilisce che sia parte della Repubblica Popolare Cinese, né le conferisce il diritto di rappresentarla. Solo il governo democraticamente eletto di Taiwan può dare voce ai suoi 23 milioni di abitanti. Subire questa imposizione esterna è un’ingiustizia verso un intero popolo e mina l'integrità della sicurezza sanitaria globale.
Negli ultimi anni, il sostegno internazionale a favore di Taiwan è aumentato. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato diverse risoluzioni, in particolare nel marzo 2025 ha approvato il documento finale dell’indagine conoscitiva sull’Indo-Pacifico, riaffermando l’importanza di Taiwan per la stabilità della regione. Nel mese di novembre 2025, l'Aula consiliare della Regione Lombardia ha compiuto un passo storico, approvando all'unanimità la mozione n. 370. L'atto promuove l’inclusione del Paese nelle organizzazioni internazionali, agendo concretamente contro il suo isolamento diplomatico. Un simile orientamento è condiviso anche dal Parlamento Europeo, dai suoi Stati membri e da numerosi altri governi, tra cui quelli di Giappone, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno adottato risoluzioni affini, condannando le provocazioni militari della Cina e l’uso strumentale derivante dalla distorta interpretazione della Risoluzione 2758. Tali iniziative testimoniano la crescente consapevolezza delle democrazie mondiali e la ferma volontà di porre fine a un’emarginazione forzata e non più sostenibile per garantire a Taiwan il pieno riconoscimento nel contesto internazionale.
Taiwan ha dato prova di una competenza straordinaria nella gestione delle crisi e nell’innovazione medica. Nel 2025, ha raggiunto con cinque anni di anticipo i target dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'eliminazione dell'epatite C, portando i tassi di diagnosi e trattamento sopra il 90%. La sua esperienza nella prevenzione delle malattie infettive, supportata da un sistema di sorveglianza digitale all'avanguardia, è un bene pubblico che il mondo non può permettersi di sprecare. Oltre alla gestione delle emergenze, sta guidando la transizione verso la "Sanità Intelligente". Attraverso l’implementazione del Programma 888 per il monitoraggio delle patologie croniche e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei protocolli clinici, ha sviluppato modelli di cura predittiva con il potenziale di rivoluzionare l'efficienza dei sistemi sanitari.
In netto contrasto con questi contributi, dal 2017 a oggi la partecipazione di Taiwan ai meccanismi tecnici e informativi dell'OMS è stata drasticamente ridotta a causa dell'ostruzionismo di Pechino. Tale esclusione compromette la capacità di risposta globale, come abbiamo tragicamente appreso durante la pandemia di COVID-19, quando i nostri tempestivi segnali d'allerta rimasero inascoltati. Nell’attuale scenario del 2026, rinnoviamo con urgenza l’appello affinché l'Italia e la comunità internazionale si pongano come contrappeso a queste pressioni arbitrarie e discriminatorie. Sostenere l’ammissione di Taiwan in qualità di osservatore alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate non è un gesto politico contro qualcuno, ma un gesto di responsabilità verso tutti.
Taiwan è sempre pronta a mettere a disposizione strategie, tecnologie avanzate e l'eccellenza dei propri professionisti nella convinzione che il diritto alla salute e la sicurezza non debbano conoscere confini. “Insieme è meglio”, solo se nessuno viene lasciato indietro.
Riccardo Tsan Nan Lin
Direttore Generale
Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia
Ufficio di Milano
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La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
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Edifici residenziali fatiscenti e danneggiati costeggiano le strade dell'Avana, a testimonianza di anni di degrado e mancanza di manutenzione, in un contesto di persistente difficoltà economica (Getty Images)
Washington colpisce Gaesa, il colosso statale che controlla oltre il 40% dell’economia cubana, imponendo lo stop ai rapporti con L’Avana entro il 5 giugno. Diaz-Canel denuncia un attacco «genocida», mentre l’isola sprofonda fra blackout e crisi del turismo.
Nello scontro fra Cuba e Donald Trump si è aperto un nuovo capitolo e l’amministrazione statunitense ha imposto l’ennesimo pacchetto di sanzioni all’isola caraibica. Washington questa volta ha colpito le imprese straniere che lavorano con L'Avana e che entro il 5 giugno dovranno chiudere ogni tipo di transazione con il consorzio Gaesa, Grupo de admnistración empresarial sociedad anónima, l’ente statale cubano che gestisce oltre il 40% dell’economia dell’isola e ha un patrimonio stimato superiore ai 18 miliardi di dollari.
Gaesa è nato a metà degli anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, ed è stato fondamentale per mantenere in piedi la sempre traballante economia cubana. Le nuove sanzioni colpiscono anche gli istituti finanziari e bancari e rischiano di essere il colpo di grazia per il regime del presidente e segretario del partito comunista Miguel Diaz-Canel. Se la scadenza del 5 giugno non verrà rispettata tutti i soggetti saranno sottoposti a quelle che tecnicamente si chiamano sanzioni secondarie, che bloccherebbero i loro rapporti con gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha voluto inserire Gaesa in questa nuova black list, insieme a Mona Nickel, un’azienda con un’importante partecipazione canadese nell’esportazione del nichel e cobalto, attraverso la Sherrit, che ha subito sospeso tutte le attività a L’Avana.
Il Canada è una delle nazioni con più interessi a Cuba, insieme a Messico e Spagna. Madrid per il momento si è rifiutata di chiudere il canale cubano, ma le pressioni statunitensi stanno crescendo, perché sostengono che queste imprese facciano profitti con asset che il regime comunista ha espropriato a persone ed imprese statunitensi. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla su X ha attaccato Washington accusando Donald Trump di voler punire la popolazione lasciandola senza cibo né medicinali. Il responsabile degli Esteri è arrivato a definire queste nuove sanzioni nate con un intento genocida contro la nazione cubana e che questo rende più difficili le relazioni fra i due stati. «Questo atto statunitense è contro i principi dell’umanità», ha continuato Parrilla Rodriguez, e le dichiarazioni di Marco Rubio sono ciniche, ipocrite e deliranti. «Queste azioni della Casa Bianca vogliono causare il massimo danno possibile alla popolazione e alle famiglie cubane, senza alcuna giustificazione, se non quella di occupare la nostra nazione». Al ministro degli Esteri ha fatto eco Jose Ernesto Diaz-Perez, rappresentante di Cuba presso l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha detto che si tratta di una violazione del diritto internazionale e delle norme che reggono il sistema multilaterale del commercio.
Cuba sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia e la sua economia non sembra dare nessun segno di ripresa. Nei primi mesi del 2026 il turismo, settore trainante di Cuba, è crollato del 46%, rispetto al primo semestre del 2025 ed i resort sono sempre più spesso vuoti. Manca energia elettrica quasi ovunque con blackout che arrivano anche a 24 ore consecutive colpendo anche gli edifici pubblici e soprattutto i trasporti. A l’Havana scarseggia da mesi il carburante ed il comparto industriale ha una produzione ridotta a metà delle sue potenzialità. Il governo di Diaz-Canel sta provando a recuperare energia con impianti solari, ma si tratta di piccoli apparecchi che faticano a fornire un minimo di sicurezza energetica. Il primo ministro Manuel Marreno Cruz ha lanciato un appello internazionale dichiarando che «ogni volta che un turista viene a Cuba, aiuta il popolo cubano a sopravvivere a queste ingiuste sanzioni».
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