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2018-08-21
«Abusi su un minorenne». Sky pronta a cacciare la Argento da «X Factor»
Prima vittima, poi carnefice. Asia Argento, stando alle carte pubblicate ieri dal New York Times, avrebbe risarcito con 380.000 dollari un giovane dopo che questi l'ha accusata di molestie sessuali e aggressione. Jimmy Bennett, enfant prodige del cinema americano, e i suoi avvocati si sarebbero accordati con l'attrice per un episodio avvenuto a Los Angeles il 9 maggio 2013. All'epoca Bennet aveva 17 anni, uno meno di quanto serve in California per il consenso. La Argento, che allora aveva 37 anni, lo conosceva da tempo. Nel 2004 lo aveva diretto in Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, film in cui Bennett interpretava un bambino maltrattato dalla madre tossica, Asia Argento, e abusato dai suoi fidanzati. La pellicola aveva avvicinato i due che, circa dieci anni più tardi, si sarebbero dati appuntamento al Ritz Carlton di Marina del Rey.
Bennett, cui un disturbo della vista avrebbe impedito di guidare, si sarebbe presentato alla riunione con un parente cui la Argento avrebbe poi intimato di andarsene. «(L'attrice) diede (a Bennett) degli alcolici e gli mostrò una serie di appunti. Poi, lo baciò, lo spinse sul letto, gli levò i pantaloni e gli praticò del sesso orale. Infine, si arrampicò sopra di lui e i due ebbero un rapporto sessuale. La Argento chiese a Bennett di scattare qualche foto», si legge nelle carte, supportate da alcune «prove» social.
Prima di ricevere Bennett, quel 9 maggio 2013, Asia Argento ha pubblicato su Instagram un selfie. «Aspettando il mio bambino perduto da tempo, il mio amore Jimmy Bennett. Sono in trepidazione #MarinadelRey Fumo sigarette come se non ci fosse una prossima settimana», ha scritto nella didascalia, rincarando la dose poche ore più tardi. «Il giorno più felice della mia vita, reunion con Jimmy Bennett», ha compulsato online dopo la presunta aggressione, annunciando - attraverso uno scatto dei loro volti vicini - che il ragazzo sarebbe stato parte del suo prossimo film.
Entrambe le foto, insieme a un terzo selfie, ritraente i due a petto nudo sul letto del Ritz Carlton, sarebbero state incluse dall'avvocato di Bennett, Gordon K. Sattro, tra i documenti presentati contro l'Argento. L'episodio avrebbe stordito il ragazzo e compromesso la sua salute mentale al punto da rovinargli la carriera.
Il Nyt sostiene che le prime avvisaglie del malessere si sarebbero avute proprio nella serata del 9 maggio 2013. «Mentre veniva portato a casa, (Bennett) cominciò a sentirsi estremamente confuso, mortificato e disgustato», anche se, l'8 giugno 2013, avrebbe scritto alla Argento un messaggio pacifico: «Mi manchi, mammina». In allegato, una foto di un braccialetto regalatogli dall'attrice.
Bennett si sarebbe deciso a vuotare il sacco solo nell'ottobre del 2017, quando i titoloni contro Harvey Weinstein e la marcia femminista della Argento lo avrebbero indispettito. «Vederla presentarsi come vittima di violenza sessuale era troppo da sopportare», così avrebbe chiesto un risarcimento di 3,5 milioni di dollari, atto a compensare «l'inflizione intenzionale di sofferenza emotiva, perdita di salario, aggressione e violenza sessuale». Le carte, ricevute dal Nyt tramite un'email criptata, parlano di ricadute «così traumatiche da aver ostacolato il lavoro e ridotto le entrate economiche del signor Bennett».
«Nei cinque anni precedenti all'incontro del 2013 con la Argento, aveva incassato oltre 2,7 milioni di dollari. Ma il suo reddito, da allora, è sceso a una media di 60.000 dollari l'anno», si legge sul Nyt, ligio nel riportare anche le lettere spedite alla Argento dai suoi avvocati.
Carrie Goldeberg, il legale dell'attrice, ha pattuito un risarcimento di 380.000 dollari e disposto che i primi 200.000 fossero pagati nell'aprile 2018, le avrebbe scritto augurandosi che nulla di simile ricapitasse. «Sei un'autrice potente e stimolante ed è triste che tu viva circondata di individui di merda», si legge sul New York Times, che spiega come parte dell'accordo abbia previsto la cessione dei selfie seminudi all'attrice.
La Argento, contatta dal giornale per fare luce sulla vicenda, non ha risposto. E così Bennett, al quale pur non è stata imposta alcuna riservatezza. La legge della California non consente accordi di non divulgazione e l'attrice, per coerenza con «i messaggi pubblici lanciati», avrebbe rifiutato di aggirarla. «A Bennett», ha scritto la Goldberg, «Non è però permesso di infastidirti per soldi, denigrarti o denunciarti». Cosa, quest'ultima, che ha fatto il Web.
Se Rose McGowan, figura di spicco del Me too, ha scritto: «L'ho conosciuta dieci mesi fa. A unirci, è stata la sofferenza dovuta alle aggressioni di Weinstein. Il mio cuore è a pezzi, continuerò il mio lavoro accanto alle vittime», sottolineando poi che «nessuno sa la verità. Sono sicura che molte cose ancora verranno fuori. Siate gentili», altrettanto non ha fatto Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno ha avuto la sua rivalsa. «Questa è la signora che mi insultava ogni due minuti, e mi ha dato del razzista e della m…a? Mamma mia che tristezza», ha twittato il leader leghista.
La Argento è stata scelta come giudice di X Factor, e Twitter ha votato la sua interdizione. Per par condicio e correttezza morale. Licenziarla è possibile anche se X Factor inizierà il 6 settembre. Gilbert Rozon, in Francia, è stato fatto fuori da La France a un incroyable talent dopo che nove donne lo hanno accusato di molestie. Nelle puntate registrate dello show, firmato dalla stessa Fremantlemedia che produce X Factor, Rozon è stato cancellato grazie alla tecnologia. Sky Italia e Fremantlemedia Italia ieri hanno scritto un comunicato in cui hanno annunciato che «se quanto scrive il New York Times fosse confermato, questa vicenda sarebbe del tutto incompatibile con i principi etici e i valori di Sky e dunque - in pieno accordo con Fremantlemedia - non potremmo che prenderne atto e interrompere la collaborazione con Asia Argento».
Claudia Casiraghi
Una vita sempre al limite che mescola finzione e realtà
Pier Paolo Pasolini diceva di «scendere ogni sera all'inferno» (e aggiungeva: «Ma quando torno - se torno - ho visto altre cose, più cose»). Parlava delle sue immersioni nelle periferie, tra i ragazzi sottoproletari che tanto aveva amato e che poi, d'improvviso, gli erano parsi terribili, violenti, mostruosi. Oggi quella stessa discesa agli inferi va fatta non più tra i morti di fame, ma - direbbe Dagospia - tra i «morti di fama»: nei quartieri alti, tra intellettuali (veri, presunti e wannabe) e artisti (più o meno sedicenti e autoproclamati). Per trovare povere figure irrisolte, sofferenti, attorcigliate intorno a nodi di sofferenza, inflitta e subita. Pronte a odiare tutti, forse per non avere l'atroce imbarazzo di guardarsi dentro.
Proprio qui, in questa zona di sconforto (l'opposto di una «comfort zone»), troverete Asia Argento. Non serve un raffinato psicologo per sapere che, proprio negli insulti che rivolgiamo agli altri nei nostri momenti peggiori, siamo in realtà autobiografici: parliamo di noi, ci descriviamo in modo feroce, vogliamo farci del male.
Poche settimane fa, a Cannes, in una predica rabbiosa, Asia aveva gridato: «Nel 1997 sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes. Questo era il suo territorio di caccia. Weinstein non sarà mai più benvenuto qui. Vivrà in disgrazia, escluso dalla comunità che un tempo lo accoglieva e che ha nascosto i suoi crimini. E stasera, tra di voi, ci sono quelli che ancora devono essere ritenuti responsabili per i loro comportamenti. Sapete chi siete. Ma soprattutto noi sappiamo chi siete. E non vi permetteremo più di farla franca».
Direbbe lo psicologo: forse parlava di sé. Della stessa Asia che (secondo le accuse rese note ieri) nel 2013 aveva convocato nella sua stanza al Ritz Carlton di Marina del Rey, in California, il giovane Jimmy Bennett, gli aveva dato da bere alcolici, per poi togliergli i pantaloni, praticargli sesso orale, arrampicarsi su di lui e completare il rapporto sessuale. Lasciamo da parte Bennett, figura assai discutibile (un 17enne violentato?!?), ma concentriamoci su cosa scrisse Asia quella sera su Instagram: «Il giorno più felice della mia vita, reunion con Jimmy», che «sarà nel mio prossimo film». Provino ok, insomma: meglio di Weinstein.
Ma non si finisce di scendere nell'abisso, non basta uno psicologo solo, serve un'intera équipe. Cercando, viene fuori che dieci anni prima, quando Bennett di anni ne aveva solo 7, recitò insieme ad Asia in un altro film: faceva la parte del figlio di una prostituta, interpretata dalla stessa Argento. Ecco, saltando in avanti di dieci anni, Asia, sempre sui social, riferendosi alla sua attesa per Bennett in hotel, scrive: «Aspettando il mio figlio perduto da tempo, il mio amore Jimmy». E lui risponderà più tardi: «Miss you momma!». Capite che il caso è grave.
Ma il quadro è ancora più contorto, flagellazione e autoflagellazione come specchi perversi. Asia è anche una madre: di Anna Lou (avuta da Morgan) e di un ragazzo (Nicola Giovanni) avuto dal regista Michele Civetta. Ecco, cosa fa mamma Asia se vede in un ristorante un'altra madre, in questo caso la leader di Fdi Giorgia Meloni? Incredibilmente, la insulta in modo sguaiato: «La schiena lardosa della ricca e svergognata: fascista ritratta al pascolo».
Naturalmente, casca male, perché la Meloni risponde a tono: «Voglio dire a tutte le donne che hanno partorito da pochi mesi, e che per dimagrire non usano la cocaina, di non prendersela se qualche poveretta fa dell'ironia sulla loro forma fisica». Chissà perché, Asia non ha più polemizzato sul tema. Ma in quella triste circostanza, entra in campo in modo poco glorioso anche il terzo compagno della Argento, lo chef Anthony Bourdain, che accosta la Meloni a un «pitone che ingoia un'antilope». Ecco, accanto a questo Bourdain, Asia sembra aver trovato pace ed equilibrio: interviste più serene, dichiarazioni di amore eterno.
Poi, all'improvviso, come uno sparo nel buio, compaiono su un settimanale le foto di Asia abbracciata a un altro uomo, molto più giovane di Bourdain, 62 anni. A quanto pare, infatti, sempre a Cannes, terminato il comizio, Asia aveva adocchiato un giornalista belloccio, Hugo Clément, 28 anni. Le foto escono, inequivocabili. Pochi giorni dopo, e ovviamente non sappiamo perché, Bourdain si impicca. Sui social per Asia il massacro è feroce quanto inevitabile: un pandemonio di insulti. Ma lei rivendica il suo lutto inconsolabile.
Così inconsolabile che trascorrono appena 24 ore e Asia, jeans e maglietta, si ripresenta in pubblico per le audizioni di X Factor, di cui quest'anno è giudice con Manuel Agnelli, Fedez e Mara Maionchi. Si alza in piedi e saluta la folla: «Questi dovevano essere i tre giorni più difficili della mia vita, ma grazie a queste persone che sono qui accanto a me e grazie a voi sto sopravvivendo».
Il resto è cronaca di queste settimane: i comizi Me too, gli impegni con Laura Boldrini, e - sintetizzo con parole mie - il ricordo di quante persecuzioni abbiano subito le donne e quanto siano porci i maschi italiani. Fino a ieri, con le rivelazioni del New York Times.
Non siamo davvero nessuno per dare consigli. Però suggeriremmo ad Asia, se le fossimo amici, di sparire per un po', di lasciare X Factor, di cercare il silenzio. Ci guadagnerebbe lei. E, egoisticamente, ci guadagneremmo anche noi: qualche mese di pausa rispetto a questo spettacolo avvilente.
Daniele Capezzone
Scandali e bugie abbattono il Me too. Ma chi risarcirà gli uomini rovinati?
Due a zero. Se non fossimo alle prese con un argomento tremendo, con due facce entrambe drammatiche (le violenze reali subite dalle donne, le carriere di uomini stroncate in presenza di j'accuse i cui contorni talvolta si perdono tra comportamenti inappropriati, corteggiamento spinto, molestie e stupri, messi tutti su uno stesso piano), ci sarebbe da ricorrere al linguaggio sportivo per dire che la campagna Me too ha appena incassato - almeno per quanto riguarda personaggi italiani - il secondo gol. Sotto forma di autogol.
Alla fine di luglio era infatti arrivata la richiesta di archiviazione della Procura di Roma per le accuse di violenza sessuale nei confronti del regista Fausto Brizzi. Ieri è piombata come un meteorite la rivelazione su Asia Argento: la paladina impegnata a promuovere un movimento di presa di coscienza planetaria delle donne contro il maschio alfa predatore - l'uomo che, approfittando o meno di una sua posizione di potere, molesta, violenta o estorce favori sessuali - ha pagato, come transazione risarcitoria, un attore che l'ha accusata di aver approfittato di lui minorenne.
Nel frattempo, dall'inizio del Me too negli Usa di condanne, penali o civili, a carico di «maiali» veri o presunti ce n'è stata solo una, a carico del comico Bill Cosby, mentre l'archetipo della categoria, il porcellone per antonomasia Harvey Weinstein, è ancora sotto processo.
Al di là delle gogne mediatiche, delle denunce a mezzo stampa o tv senza uno straccio di controverifica, dei manifesti e degli appelli, fino a oggi - quando si è trattato di arrivare al dunque - gli atti ufficiali registrano uno stallo per le furiose erinni del sessualmente corretto.
Chissà se Asia Argento conosce l'espressione coniata dal filosofo e psicologo Wilhelm Wundt, «eterogenesi dei fini», quel fenomeno per cui, mentre si cerca di ottenere uno scopo, se ne consegue un altro. Diverso. O addirittura uguale e contrario.
Perché adesso perfino la brutalità degli atti da lei denunciati, e presunti fino a prova contraria, passerà in secondo piano rispetto al fatto che, mentre chiamava alle armi, lei sapeva di aver pagato per non incorrere nei rigori della giustizia proprio per molestie e violenze.
Così danno si è aggiunto a danno. Quello che lei avrebbe patito. Quello da lei causato a un diciassettenne.
Quello provocato alla causa del Me too (una delle fondatrici, Laura Moser, autrice della biografia dell'attrice Bette Davis, intuendone la portata potenzialmente devastante, l'ha scaricata su Twitter: «Asia Argento had absolutely nothing to do with #metoo», non ha assolutamente nulla a che fare con il movimento). Quello da lei inferto alla causa delle tante donne che, oggetto di soprusi, adesso si sentiranno opporre, con contorno di risatine, l'argomento: «Non sarai mica una vittima come Asia Argento?».
Quello sofferto da chi, uomo, è stato travolto dallo tsunami a tutti i livelli, privato e professionale, in qualche caso - come ha scritto La Verità lo scorso giugno, riprendendo un'inchiesta della rivista Time - perfino in presenza di «relazioni consensuali» (per capirci: qualche dirigente infoiato si è portato a letto una collega, o la segretaria, assolutamente consenzienti, ma le aziende, una volta risaputa la storia, per non veder rovinata la loro brand reputation hanno incentivato l'esodo).
Ricordate il maccartismo? Era quella corrente politica che, caratterizzata da un esasperato clima di sospetto e da atteggiamenti persecutori nei confronti di persone ritenute sovversive, «per mezzo di accuse in genere non provate» (così la Treccani), alla fine si autoaffondò, con il senatore Joseph McCarthy che finì accusato e censurato dallo stesso Senato americano.
In pochi mesi, la guerra dei sessi ha visto coinvolti uomini di spettacolo - conduttori tv e attori, da Kevin Spacey (che si è scusato per le molestie a un quattordicenne) fino a Morgan Freeman, passando per Dustin Hoffman, Ben Affleck, James Franco, arrivando al regista emblema dell'impegno politico «tendenza democratica» Oliver Stone fino a quello danese Lars von Trier, tralasciando il precedente storico di Roman Polanski - manager di aziende editoriali, tecnologiche, finanziarie.
E politici. E no, non Donald Trump, bensì George Bush padre, accusato di aver palpeggiato un'attrice in posa per una foto. Quando? Nel 2014. Cioè a 90 anni e seduto su una sedia a rotelle, per di più con accanto la moglie Barbara.
Ma le parole più dure contro «un tipo di femminismo che esprime odio verso gli uomini» le hanno pronunciate altre donne. Francesi, capitanate da Catherine Deneuve. A gennaio hanno scritto in 100 su Le Monde: «Questa febbre d'inviare i maiali al mattatoio serve in realtà gli interessi dei nemici della libertà sessuale, gli estremisti religiosi, i peggiori reazionari». Di più: «Lo stupro è un crimine, le avance anche insistenti no, né la galanteria è un'aggressione maschilista». Fino alla chiusa, che è un'apoteosi: «Difendiamo la libertà degli uomini di importunarci».
Senza violenza, ca va sans dire, ma con un fiore.
Antonello Piroso
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Secondo il «New York Times», l'attrice ha pagato 380.000 dollari per evitare di essere denunciata dopo aver avuto rapporti con un diciassettenne ubriaco.La figlia d'arte si faceva chiamare dal giovane che avrebbe molestato «mamma», ruolo che aveva avuto sullo schermo. Dopo la morte di Anthony Bourdain è tornata in tv in 24 ore.Lo scoop è l'ultima tegola caduta sul movimento, già azzoppato dall'archiviazione del caso contro Fausto Brizzi. La caccia alle streghe però ha già fatto molte vittime.Prima vittima, poi carnefice. Asia Argento, stando alle carte pubblicate ieri dal New York Times, avrebbe risarcito con 380.000 dollari un giovane dopo che questi l'ha accusata di molestie sessuali e aggressione. Jimmy Bennett, enfant prodige del cinema americano, e i suoi avvocati si sarebbero accordati con l'attrice per un episodio avvenuto a Los Angeles il 9 maggio 2013. All'epoca Bennet aveva 17 anni, uno meno di quanto serve in California per il consenso. La Argento, che allora aveva 37 anni, lo conosceva da tempo. Nel 2004 lo aveva diretto in Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, film in cui Bennett interpretava un bambino maltrattato dalla madre tossica, Asia Argento, e abusato dai suoi fidanzati. La pellicola aveva avvicinato i due che, circa dieci anni più tardi, si sarebbero dati appuntamento al Ritz Carlton di Marina del Rey.Bennett, cui un disturbo della vista avrebbe impedito di guidare, si sarebbe presentato alla riunione con un parente cui la Argento avrebbe poi intimato di andarsene. «(L'attrice) diede (a Bennett) degli alcolici e gli mostrò una serie di appunti. Poi, lo baciò, lo spinse sul letto, gli levò i pantaloni e gli praticò del sesso orale. Infine, si arrampicò sopra di lui e i due ebbero un rapporto sessuale. La Argento chiese a Bennett di scattare qualche foto», si legge nelle carte, supportate da alcune «prove» social.Prima di ricevere Bennett, quel 9 maggio 2013, Asia Argento ha pubblicato su Instagram un selfie. «Aspettando il mio bambino perduto da tempo, il mio amore Jimmy Bennett. Sono in trepidazione #MarinadelRey Fumo sigarette come se non ci fosse una prossima settimana», ha scritto nella didascalia, rincarando la dose poche ore più tardi. «Il giorno più felice della mia vita, reunion con Jimmy Bennett», ha compulsato online dopo la presunta aggressione, annunciando - attraverso uno scatto dei loro volti vicini - che il ragazzo sarebbe stato parte del suo prossimo film.Entrambe le foto, insieme a un terzo selfie, ritraente i due a petto nudo sul letto del Ritz Carlton, sarebbero state incluse dall'avvocato di Bennett, Gordon K. Sattro, tra i documenti presentati contro l'Argento. L'episodio avrebbe stordito il ragazzo e compromesso la sua salute mentale al punto da rovinargli la carriera. Il Nyt sostiene che le prime avvisaglie del malessere si sarebbero avute proprio nella serata del 9 maggio 2013. «Mentre veniva portato a casa, (Bennett) cominciò a sentirsi estremamente confuso, mortificato e disgustato», anche se, l'8 giugno 2013, avrebbe scritto alla Argento un messaggio pacifico: «Mi manchi, mammina». In allegato, una foto di un braccialetto regalatogli dall'attrice. Bennett si sarebbe deciso a vuotare il sacco solo nell'ottobre del 2017, quando i titoloni contro Harvey Weinstein e la marcia femminista della Argento lo avrebbero indispettito. «Vederla presentarsi come vittima di violenza sessuale era troppo da sopportare», così avrebbe chiesto un risarcimento di 3,5 milioni di dollari, atto a compensare «l'inflizione intenzionale di sofferenza emotiva, perdita di salario, aggressione e violenza sessuale». Le carte, ricevute dal Nyt tramite un'email criptata, parlano di ricadute «così traumatiche da aver ostacolato il lavoro e ridotto le entrate economiche del signor Bennett». «Nei cinque anni precedenti all'incontro del 2013 con la Argento, aveva incassato oltre 2,7 milioni di dollari. Ma il suo reddito, da allora, è sceso a una media di 60.000 dollari l'anno», si legge sul Nyt, ligio nel riportare anche le lettere spedite alla Argento dai suoi avvocati.Carrie Goldeberg, il legale dell'attrice, ha pattuito un risarcimento di 380.000 dollari e disposto che i primi 200.000 fossero pagati nell'aprile 2018, le avrebbe scritto augurandosi che nulla di simile ricapitasse. «Sei un'autrice potente e stimolante ed è triste che tu viva circondata di individui di merda», si legge sul New York Times, che spiega come parte dell'accordo abbia previsto la cessione dei selfie seminudi all'attrice. La Argento, contatta dal giornale per fare luce sulla vicenda, non ha risposto. E così Bennett, al quale pur non è stata imposta alcuna riservatezza. La legge della California non consente accordi di non divulgazione e l'attrice, per coerenza con «i messaggi pubblici lanciati», avrebbe rifiutato di aggirarla. «A Bennett», ha scritto la Goldberg, «Non è però permesso di infastidirti per soldi, denigrarti o denunciarti». Cosa, quest'ultima, che ha fatto il Web.Se Rose McGowan, figura di spicco del Me too, ha scritto: «L'ho conosciuta dieci mesi fa. A unirci, è stata la sofferenza dovuta alle aggressioni di Weinstein. Il mio cuore è a pezzi, continuerò il mio lavoro accanto alle vittime», sottolineando poi che «nessuno sa la verità. Sono sicura che molte cose ancora verranno fuori. Siate gentili», altrettanto non ha fatto Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno ha avuto la sua rivalsa. «Questa è la signora che mi insultava ogni due minuti, e mi ha dato del razzista e della m…a? Mamma mia che tristezza», ha twittato il leader leghista.La Argento è stata scelta come giudice di X Factor, e Twitter ha votato la sua interdizione. Per par condicio e correttezza morale. Licenziarla è possibile anche se X Factor inizierà il 6 settembre. Gilbert Rozon, in Francia, è stato fatto fuori da La France a un incroyable talent dopo che nove donne lo hanno accusato di molestie. Nelle puntate registrate dello show, firmato dalla stessa Fremantlemedia che produce X Factor, Rozon è stato cancellato grazie alla tecnologia. Sky Italia e Fremantlemedia Italia ieri hanno scritto un comunicato in cui hanno annunciato che «se quanto scrive il New York Times fosse confermato, questa vicenda sarebbe del tutto incompatibile con i principi etici e i valori di Sky e dunque - in pieno accordo con Fremantlemedia - non potremmo che prenderne atto e interrompere la collaborazione con Asia Argento».Claudia Casiraghi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abusi-su-un-minorenne-sky-pronta-a-cacciare-la-argento-da-x-factor-2597537935.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-vita-sempre-al-limite-che-mescola-finzione-e-realta" data-post-id="2597537935" data-published-at="1771905736" data-use-pagination="False"> Una vita sempre al limite che mescola finzione e realtà Pier Paolo Pasolini diceva di «scendere ogni sera all'inferno» (e aggiungeva: «Ma quando torno - se torno - ho visto altre cose, più cose»). Parlava delle sue immersioni nelle periferie, tra i ragazzi sottoproletari che tanto aveva amato e che poi, d'improvviso, gli erano parsi terribili, violenti, mostruosi. Oggi quella stessa discesa agli inferi va fatta non più tra i morti di fame, ma - direbbe Dagospia - tra i «morti di fama»: nei quartieri alti, tra intellettuali (veri, presunti e wannabe) e artisti (più o meno sedicenti e autoproclamati). Per trovare povere figure irrisolte, sofferenti, attorcigliate intorno a nodi di sofferenza, inflitta e subita. Pronte a odiare tutti, forse per non avere l'atroce imbarazzo di guardarsi dentro. Proprio qui, in questa zona di sconforto (l'opposto di una «comfort zone»), troverete Asia Argento. Non serve un raffinato psicologo per sapere che, proprio negli insulti che rivolgiamo agli altri nei nostri momenti peggiori, siamo in realtà autobiografici: parliamo di noi, ci descriviamo in modo feroce, vogliamo farci del male. Poche settimane fa, a Cannes, in una predica rabbiosa, Asia aveva gridato: «Nel 1997 sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes. Questo era il suo territorio di caccia. Weinstein non sarà mai più benvenuto qui. Vivrà in disgrazia, escluso dalla comunità che un tempo lo accoglieva e che ha nascosto i suoi crimini. E stasera, tra di voi, ci sono quelli che ancora devono essere ritenuti responsabili per i loro comportamenti. Sapete chi siete. Ma soprattutto noi sappiamo chi siete. E non vi permetteremo più di farla franca». Direbbe lo psicologo: forse parlava di sé. Della stessa Asia che (secondo le accuse rese note ieri) nel 2013 aveva convocato nella sua stanza al Ritz Carlton di Marina del Rey, in California, il giovane Jimmy Bennett, gli aveva dato da bere alcolici, per poi togliergli i pantaloni, praticargli sesso orale, arrampicarsi su di lui e completare il rapporto sessuale. Lasciamo da parte Bennett, figura assai discutibile (un 17enne violentato?!?), ma concentriamoci su cosa scrisse Asia quella sera su Instagram: «Il giorno più felice della mia vita, reunion con Jimmy», che «sarà nel mio prossimo film». Provino ok, insomma: meglio di Weinstein. Ma non si finisce di scendere nell'abisso, non basta uno psicologo solo, serve un'intera équipe. Cercando, viene fuori che dieci anni prima, quando Bennett di anni ne aveva solo 7, recitò insieme ad Asia in un altro film: faceva la parte del figlio di una prostituta, interpretata dalla stessa Argento. Ecco, saltando in avanti di dieci anni, Asia, sempre sui social, riferendosi alla sua attesa per Bennett in hotel, scrive: «Aspettando il mio figlio perduto da tempo, il mio amore Jimmy». E lui risponderà più tardi: «Miss you momma!». Capite che il caso è grave. Ma il quadro è ancora più contorto, flagellazione e autoflagellazione come specchi perversi. Asia è anche una madre: di Anna Lou (avuta da Morgan) e di un ragazzo (Nicola Giovanni) avuto dal regista Michele Civetta. Ecco, cosa fa mamma Asia se vede in un ristorante un'altra madre, in questo caso la leader di Fdi Giorgia Meloni? Incredibilmente, la insulta in modo sguaiato: «La schiena lardosa della ricca e svergognata: fascista ritratta al pascolo». Naturalmente, casca male, perché la Meloni risponde a tono: «Voglio dire a tutte le donne che hanno partorito da pochi mesi, e che per dimagrire non usano la cocaina, di non prendersela se qualche poveretta fa dell'ironia sulla loro forma fisica». Chissà perché, Asia non ha più polemizzato sul tema. Ma in quella triste circostanza, entra in campo in modo poco glorioso anche il terzo compagno della Argento, lo chef Anthony Bourdain, che accosta la Meloni a un «pitone che ingoia un'antilope». Ecco, accanto a questo Bourdain, Asia sembra aver trovato pace ed equilibrio: interviste più serene, dichiarazioni di amore eterno. Poi, all'improvviso, come uno sparo nel buio, compaiono su un settimanale le foto di Asia abbracciata a un altro uomo, molto più giovane di Bourdain, 62 anni. A quanto pare, infatti, sempre a Cannes, terminato il comizio, Asia aveva adocchiato un giornalista belloccio, Hugo Clément, 28 anni. Le foto escono, inequivocabili. Pochi giorni dopo, e ovviamente non sappiamo perché, Bourdain si impicca. Sui social per Asia il massacro è feroce quanto inevitabile: un pandemonio di insulti. Ma lei rivendica il suo lutto inconsolabile. Così inconsolabile che trascorrono appena 24 ore e Asia, jeans e maglietta, si ripresenta in pubblico per le audizioni di X Factor, di cui quest'anno è giudice con Manuel Agnelli, Fedez e Mara Maionchi. Si alza in piedi e saluta la folla: «Questi dovevano essere i tre giorni più difficili della mia vita, ma grazie a queste persone che sono qui accanto a me e grazie a voi sto sopravvivendo». Il resto è cronaca di queste settimane: i comizi Me too, gli impegni con Laura Boldrini, e - sintetizzo con parole mie - il ricordo di quante persecuzioni abbiano subito le donne e quanto siano porci i maschi italiani. Fino a ieri, con le rivelazioni del New York Times. Non siamo davvero nessuno per dare consigli. Però suggeriremmo ad Asia, se le fossimo amici, di sparire per un po', di lasciare X Factor, di cercare il silenzio. Ci guadagnerebbe lei. E, egoisticamente, ci guadagneremmo anche noi: qualche mese di pausa rispetto a questo spettacolo avvilente. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abusi-su-un-minorenne-sky-pronta-a-cacciare-la-argento-da-x-factor-2597537935.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="scandali-e-bugie-abbattono-il-me-too-ma-chi-risarcira-gli-uomini-rovinati" data-post-id="2597537935" data-published-at="1771905736" data-use-pagination="False"> Scandali e bugie abbattono il Me too. Ma chi risarcirà gli uomini rovinati? Due a zero. Se non fossimo alle prese con un argomento tremendo, con due facce entrambe drammatiche (le violenze reali subite dalle donne, le carriere di uomini stroncate in presenza di j'accuse i cui contorni talvolta si perdono tra comportamenti inappropriati, corteggiamento spinto, molestie e stupri, messi tutti su uno stesso piano), ci sarebbe da ricorrere al linguaggio sportivo per dire che la campagna Me too ha appena incassato - almeno per quanto riguarda personaggi italiani - il secondo gol. Sotto forma di autogol. Alla fine di luglio era infatti arrivata la richiesta di archiviazione della Procura di Roma per le accuse di violenza sessuale nei confronti del regista Fausto Brizzi. Ieri è piombata come un meteorite la rivelazione su Asia Argento: la paladina impegnata a promuovere un movimento di presa di coscienza planetaria delle donne contro il maschio alfa predatore - l'uomo che, approfittando o meno di una sua posizione di potere, molesta, violenta o estorce favori sessuali - ha pagato, come transazione risarcitoria, un attore che l'ha accusata di aver approfittato di lui minorenne. Nel frattempo, dall'inizio del Me too negli Usa di condanne, penali o civili, a carico di «maiali» veri o presunti ce n'è stata solo una, a carico del comico Bill Cosby, mentre l'archetipo della categoria, il porcellone per antonomasia Harvey Weinstein, è ancora sotto processo. Al di là delle gogne mediatiche, delle denunce a mezzo stampa o tv senza uno straccio di controverifica, dei manifesti e degli appelli, fino a oggi - quando si è trattato di arrivare al dunque - gli atti ufficiali registrano uno stallo per le furiose erinni del sessualmente corretto. Chissà se Asia Argento conosce l'espressione coniata dal filosofo e psicologo Wilhelm Wundt, «eterogenesi dei fini», quel fenomeno per cui, mentre si cerca di ottenere uno scopo, se ne consegue un altro. Diverso. O addirittura uguale e contrario. Perché adesso perfino la brutalità degli atti da lei denunciati, e presunti fino a prova contraria, passerà in secondo piano rispetto al fatto che, mentre chiamava alle armi, lei sapeva di aver pagato per non incorrere nei rigori della giustizia proprio per molestie e violenze. Così danno si è aggiunto a danno. Quello che lei avrebbe patito. Quello da lei causato a un diciassettenne. Quello provocato alla causa del Me too (una delle fondatrici, Laura Moser, autrice della biografia dell'attrice Bette Davis, intuendone la portata potenzialmente devastante, l'ha scaricata su Twitter: «Asia Argento had absolutely nothing to do with #metoo», non ha assolutamente nulla a che fare con il movimento). Quello da lei inferto alla causa delle tante donne che, oggetto di soprusi, adesso si sentiranno opporre, con contorno di risatine, l'argomento: «Non sarai mica una vittima come Asia Argento?». Quello sofferto da chi, uomo, è stato travolto dallo tsunami a tutti i livelli, privato e professionale, in qualche caso - come ha scritto La Verità lo scorso giugno, riprendendo un'inchiesta della rivista Time - perfino in presenza di «relazioni consensuali» (per capirci: qualche dirigente infoiato si è portato a letto una collega, o la segretaria, assolutamente consenzienti, ma le aziende, una volta risaputa la storia, per non veder rovinata la loro brand reputation hanno incentivato l'esodo). Ricordate il maccartismo? Era quella corrente politica che, caratterizzata da un esasperato clima di sospetto e da atteggiamenti persecutori nei confronti di persone ritenute sovversive, «per mezzo di accuse in genere non provate» (così la Treccani), alla fine si autoaffondò, con il senatore Joseph McCarthy che finì accusato e censurato dallo stesso Senato americano. In pochi mesi, la guerra dei sessi ha visto coinvolti uomini di spettacolo - conduttori tv e attori, da Kevin Spacey (che si è scusato per le molestie a un quattordicenne) fino a Morgan Freeman, passando per Dustin Hoffman, Ben Affleck, James Franco, arrivando al regista emblema dell'impegno politico «tendenza democratica» Oliver Stone fino a quello danese Lars von Trier, tralasciando il precedente storico di Roman Polanski - manager di aziende editoriali, tecnologiche, finanziarie. E politici. E no, non Donald Trump, bensì George Bush padre, accusato di aver palpeggiato un'attrice in posa per una foto. Quando? Nel 2014. Cioè a 90 anni e seduto su una sedia a rotelle, per di più con accanto la moglie Barbara. Ma le parole più dure contro «un tipo di femminismo che esprime odio verso gli uomini» le hanno pronunciate altre donne. Francesi, capitanate da Catherine Deneuve. A gennaio hanno scritto in 100 su Le Monde: «Questa febbre d'inviare i maiali al mattatoio serve in realtà gli interessi dei nemici della libertà sessuale, gli estremisti religiosi, i peggiori reazionari». Di più: «Lo stupro è un crimine, le avance anche insistenti no, né la galanteria è un'aggressione maschilista». Fino alla chiusa, che è un'apoteosi: «Difendiamo la libertà degli uomini di importunarci». Senza violenza, ca va sans dire, ma con un fiore. Antonello Piroso
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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