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2020-03-19
A colpi di «regali» e messaggi solidali Pechino si sta comprando l’Italia
Ansa
È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo.
Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.
Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto.
Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.
L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese».
A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan.
In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità.
C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.
Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone
Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale.
Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione».
Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus.
Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier.
Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo.
Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.
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Proseguono senza sosta gli invii di materiale sanitario dalla Cina, che molto spesso sono tutt'altro che gratuiti. Ma l'operazione simpatia non è innocente e cela il vero volto del regime. Che intanto caccia i giornalisti critici.I leader M5s sono di casa all'ambasciata della Repubblica popolare. Ma il vero garante del sodalizio siede al Quirinale.Lo speciale contiene due articoli.È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo. Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto. Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese». A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan. In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità. C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-colpi-di-regali-e-messaggi-solidali-pechino-si-sta-comprando-litalia-2645526688.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-grillini-a-mattarella-quante-folto-il-gruppo-degli-amici-del-dragone" data-post-id="2645526688" data-published-at="1774450564" data-use-pagination="False"> Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale. Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione». Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus. Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier. Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo. Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.
Ursula von der Leyen (Getty Images)
Il Parmesan, che loro producono a imitazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, possono continuare a venderlo in giro per il mondo, e così il loro «Prosecco». Esiste il Prosecco della King Valley, dove fin dagli anni Novanta viene spumantizzata l’uva glera importata lì da alcuni italoaustraliani. La cantina più nota è la Otto Dal Zotto che a imitazione della strada del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (sito Unesco) ha anche tracciato la Prosecco-road.
Questo spumante soddisfa al 78% il mercato interno australiano e viene esportato anche in Cina, dove noi facciamo grande fatica a vendere.
Il fatturato del Prosecco dei canguri è attorno ai 300 milioni di dollari australiani, pari a circa 130 milioni di euro, circa il 5% del fatturato dello spumante italiano. L’accordo che la Von der Leyen presenta come epocale prevede che per i prossimi dieci anni i vignaioli di Victoria possano continuare a mandare il loro Prosecco in giro per il mondo senza che nessuno possa dir loro nulla. Lo stesso vale per il Parmesan e per tutti i formaggi australiani tra cui un ottimo Gorgonzola, un saporito Romano e una Feta che è un’offesa nazionale alla Grecia. La cosa curiosa è che questi formaggi potranno essere esportati a dazio zero e così tutti gli altri prodotti a imitazione di quelli tricolore che sono in gran parte fatti da emigranti italiani.
L’Ue, come contentino agli agricoltori, ha previsto un contingentamento all’export di carne di agnello, di manzo, un tetto per lo zucchero, per il riso. Ma quello che non torna è che, come già col Mercosur, si mettono in discussione i criteri dell’etichettatura a marchio europeo. Si accetta di separare il prodotto dal luogo di produzione e il nome dalla storicità del processo. Il presidente del Consorzio del Prosecco Doc (è quello che costa meno) Giancarlo Guidolin prova a fare buon viso a cattivo gioco: «Li costringiamo a scriverci australian in etichetta, è un passo avanti». Ciò che Guidolin non dice è che gli australiani sono liberi di vendere il loro Prosecco su tutti i mercati dove la tutela del nostro Doc non vale e cioè in tutto il mondo tranne che in Europa dove però arriverà egualmente. E lo stesso vale per i formaggi. Questo accordo, che Ursula von der Leyen magnifica perché «consente agli australiani di entrare in contatto con i prodotti europei e offre anche una platea di 450 milioni di consumatori ci dà un risparmio di un miliardo sulle tariffe doganali» in realtà all’Ue interessa per due ragioni: il rafforzamento delle intese militari sulla sicurezza soprattutto in mare e progetti di ricerca comuni.
La Von der Leyen dice che in dieci anni l’interscambio crescerà del 33% e quasi a sfiorare i 18 miliardi di export. E a questo guardano i nostri produttori convinti che l’Australia sia il nuovo Eldorado (lo dice Assolatte) ma devono non aver fatto i conti con la concorrenza di ritorno e sull’esiguità del vantaggio: in fine dei conti i dazi in ingresso in Australia delle nostre merci era tra il 5 e il 15%, ma oggi gli australiani avranno via libera in Europa anche perché, come nel caso del Mercosur, non ci sono le clausole di salvaguardia. La butta in politica il capo del Ppe Manfred Weber che parla di un protagonismo europeo nell’area del Pacifico: «Approfondire i legami con un partner fidato dall’altra parte del mondo è particolarmente importante in questo periodo geopolitico, in quanto garantisce maggiore stabilità e prevedibilità per tutti noi». Gli risponde indirettamente l’eurodeputata dei 5 Stelle, Carolina Morace che nota: «L’accordo commerciale Ue-Australia è un insulto all’Italia perché autorizza vini australiani a utilizzare il termine Prosecco. Con questa decisione la Commissione europea legalizza l’Italian sounding e cioè l’imitazione delle nostre eccellenze agroalimentari nel mondo». A darle torto si fa davvero fatica.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'italia a margine dell'evento «Piumini e catene. Storie di Maranza» al Parlamento europeo a Bruxelles.
Il Pentagono ha chiesto una cifra astronomica per continuare le operazioni contro Teheran. Nonostante i proclami di una «vittoria militare», la realtà parla di scorte di munizioni al limite e di una difesa costretta a usare missili da milioni di dollari per abbattere droni iraniani da poche migliaia. È sostenibile?