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2020-03-19
A colpi di «regali» e messaggi solidali Pechino si sta comprando l’Italia
Ansa
È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo.
Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.
Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto.
Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.
L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese».
A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan.
In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità.
C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.
Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone
Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale.
Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione».
Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus.
Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier.
Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo.
Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.
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Proseguono senza sosta gli invii di materiale sanitario dalla Cina, che molto spesso sono tutt'altro che gratuiti. Ma l'operazione simpatia non è innocente e cela il vero volto del regime. Che intanto caccia i giornalisti critici.I leader M5s sono di casa all'ambasciata della Repubblica popolare. Ma il vero garante del sodalizio siede al Quirinale.Lo speciale contiene due articoli.È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo. Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto. Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese». A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan. In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità. C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-colpi-di-regali-e-messaggi-solidali-pechino-si-sta-comprando-litalia-2645526688.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-grillini-a-mattarella-quante-folto-il-gruppo-degli-amici-del-dragone" data-post-id="2645526688" data-published-at="1781415866" data-use-pagination="False"> Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale. Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione». Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus. Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier. Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo. Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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