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2020-03-19
A colpi di «regali» e messaggi solidali Pechino si sta comprando l’Italia
Ansa
È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo.
Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.
Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto.
Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.
L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese».
A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan.
In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità.
C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.
Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone
Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale.
Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione».
Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus.
Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier.
Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo.
Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.
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Proseguono senza sosta gli invii di materiale sanitario dalla Cina, che molto spesso sono tutt'altro che gratuiti. Ma l'operazione simpatia non è innocente e cela il vero volto del regime. Che intanto caccia i giornalisti critici.I leader M5s sono di casa all'ambasciata della Repubblica popolare. Ma il vero garante del sodalizio siede al Quirinale.Lo speciale contiene due articoli.È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo. Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto. Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese». A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan. In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità. C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-colpi-di-regali-e-messaggi-solidali-pechino-si-sta-comprando-litalia-2645526688.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-grillini-a-mattarella-quante-folto-il-gruppo-degli-amici-del-dragone" data-post-id="2645526688" data-published-at="1782567807" data-use-pagination="False"> Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale. Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione». Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus. Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier. Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo. Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.
Una lunga scia di scooter ha attraversato il centro della Capitale trasformando Roma in un museo a cielo aperto dedicato alla Vespa. Circa 25.000 esemplari, arrivati da 67 Paesi, hanno preso parte alla grande parata organizzata per celebrare gli 80 anni del marchio nato nel 1946, dando vita a quello che viene definito il più grande raduno mai realizzato.
Il momento più atteso della manifestazione Vespa Roma 2026 – 80 Years of an Icon è andato in scena nella mattinata di sabato. A dare il via al corteo è stato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, mentre in testa alla sfilata hanno sfilato i presidenti dei Vespa Club dei 67 Paesi rappresentati. Il percorso ha preso il via dalle Terme di Caracalla per poi attraversare alcuni dei luoghi simbolo della città: il Colosseo, Piazza Venezia, l'Altare della Patria e i Fori Imperiali.
Lungo il tragitto migliaia di persone si sono fermate ad applaudire, fotografare e riprendere il passaggio delle Vespa. Alla parata hanno partecipato modelli di ogni epoca, ripercorrendo ottant'anni di storia del celebre scooter italiano. Dai rarissimi esemplari della Vespa 98 del 1946 alle «faro basso» degli anni Cinquanta, passando per le VBB degli anni Sessanta, fino a modelli diventati simbolo come ET3, GTR, Rally e la PX. Presenti anche le più recenti Primavera e Gts, molte delle quali arrivate a Roma dopo lunghi viaggi percorsi su strada dai loro proprietari.
Le celebrazioni proseguiranno fino a domani al Vespa Village, allestito al Foro Italico. L'area ospita eventi aperti al pubblico, intrattenimento musicale con Radio Deejay, una mostra fotografica, una selezione di Vespa storiche provenienti dal Museo Piaggio, l'esposizione della gamma attuale e uno spazio dedicato alle collezioni realizzate per l'80° anniversario del marchio.
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Il musicologo jazz Luca Bragalini racconta l’emozionante scoperta di alcune opere inedite del grande sassofonista Gerry Mulligan. Un’avventura partita dal Conservatorio di Brescia e finita in gloria tra gli scatoloni della Library of Congress di Washington.
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L'intelligenza artificiale non è più soltanto una rivoluzione tecnologica. È diventata uno dei principali strumenti attraverso cui si misureranno la competitività economica, la sicurezza nazionale e l'influenza geopolitica dei prossimi decenni.
Il dibattito internazionale continua a essere dominato dal confronto tra Stati Uniti e Cina. Da una parte Silicon Valley e le grandi piattaforme private. Dall'altra il modello cinese, fortemente sostenuto e controllato dallo Stato. Esiste però una terza via che sta emergendo con crescente forza e che l'Europa farebbe bene a osservare con maggiore attenzione. È quella dell'India.
Negli ultimi dieci anni Nuova Delhi ha costruito il più grande ecosistema digitale pubblico esistente al mondo. L'identità digitale Aadhaar, il sistema dei pagamenti UPI, DigiLocker, ONDC e le piattaforme dedicate alle lingue indiane rappresentano un'infrastruttura sulla quale l'intelligenza artificiale può essere sviluppata e utilizzata su scala nazionale.
L'India non punta semplicemente a produrre nuovi modelli linguistici. Sta costruendo un modello di sviluppo dell'intelligenza artificiale capace di rispondere ai bisogni di oltre un miliardo e quattrocento milioni di cittadini, operando in decine di lingue diverse e affrontando problemi concreti nei settori della sanità, dell'agricoltura, dell'istruzione, della finanza e della pubblica amministrazione.
Questa impostazione rende l'India un interlocutore naturale per l'Europa e, in particolare, per l'Italia.
Il nostro Paese rappresenta una delle principali potenze manifatturiere del continente. Possiede eccellenze nella robotica, nell'automazione industriale, nell'aerospazio, nella meccanica di precisione, nelle scienze della vita e nella ricerca universitaria. L'India offre invece una disponibilità unica di competenze informatiche, sviluppo software, capacità di elaborazione dei dati e un mercato sufficientemente vasto da trasformare rapidamente l'innovazione in applicazioni concrete.
Le due economie sono complementari.
È proprio questa complementarità che dovrebbe trasformare l'intelligenza artificiale in uno dei pilastri del partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi.
La cooperazione potrebbe svilupparsi su numerosi livelli.
Le università potrebbero creare laboratori comuni dedicati all'intelligenza artificiale affidabile, trasparente e spiegabile. Le imprese italiane potrebbero integrare le competenze software indiane nelle proprie produzioni manifatturiere, aumentando produttività e competitività senza rinunciare alla qualità che contraddistingue il Made in Italy.
Particolarmente interessante sarebbe il coinvolgimento delle piccole e medie imprese.
L'economia italiana è costruita proprio sul tessuto delle PMI, che spesso dispongono di eccellenze tecnologiche ma non delle risorse necessarie per sviluppare autonomamente soluzioni basate sull'intelligenza artificiale. La collaborazione con partner indiani potrebbe consentire una rapida diffusione dell'AI all'interno del sistema produttivo italiano, senza dipendere esclusivamente dalle grandi piattaforme americane o cinesi.
Anche la cooperazione nel settore della difesa assume una rilevanza crescente.
L'intelligenza artificiale è destinata a trasformare la logistica militare, la cybersicurezza, la manutenzione predittiva, i sistemi autonomi e la protezione delle infrastrutture critiche. In un momento nel quale Italia e India stanno rafforzando la loro cooperazione nell'Indo-Pacifico e nel Mediterraneo, la dimensione tecnologica diventa parte integrante della sicurezza nazionale.
Esiste poi una prospettiva ancora più ampia.L'Italia, attraverso il Piano Mattei, intende rafforzare la propria presenza nel continente africano. L'India vanta da decenni relazioni consolidate con numerosi Paesi del Sud globale. Una cooperazione italo-indiana sull'intelligenza artificiale potrebbe contribuire allo sviluppo di tecnologie destinate all'agricoltura, alla sanità, all'istruzione e alla pubblica amministrazione africana, offrendo un'alternativa concreta sia al modello tecnologico americano sia a quello cinese.
L'intelligenza artificiale sarà probabilmente la tecnologia che definirà i rapporti di forza del XXI secolo.
Per questa ragione il partenariato tra Italia e India non dovrebbe limitarsi all'interscambio commerciale o agli investimenti industriali. Dovrebbe evolversi verso una vera alleanza tecnologica.
L'India ha dimostrato di possedere il capitale umano, le infrastrutture digitali e la capacità di innovazione necessari per diventare una delle grandi potenze mondiali dell'intelligenza artificiale.
L'Italia dispone dell'eccellenza industriale, della ricerca scientifica e della capacità manifatturiera per trasformare questa innovazione in valore economico.
Se sapranno unire queste rispettive eccellenze, Roma e Nuova Delhi potranno contribuire non soltanto a utilizzare l'intelligenza artificiale, ma anche a definirne le regole, gli standard e la visione democratica in un mondo sempre più dominato dalla competizione tecnologica.
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