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2020-03-19
A colpi di «regali» e messaggi solidali Pechino si sta comprando l’Italia
Ansa
È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo.
Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.
Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto.
Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.
L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese».
A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan.
In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità.
C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.
Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone
Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale.
Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione».
Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus.
Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier.
Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo.
Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.
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Proseguono senza sosta gli invii di materiale sanitario dalla Cina, che molto spesso sono tutt'altro che gratuiti. Ma l'operazione simpatia non è innocente e cela il vero volto del regime. Che intanto caccia i giornalisti critici.I leader M5s sono di casa all'ambasciata della Repubblica popolare. Ma il vero garante del sodalizio siede al Quirinale.Lo speciale contiene due articoli.È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo. Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto. Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese». A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan. In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità. C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-colpi-di-regali-e-messaggi-solidali-pechino-si-sta-comprando-litalia-2645526688.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-grillini-a-mattarella-quante-folto-il-gruppo-degli-amici-del-dragone" data-post-id="2645526688" data-published-at="1770479317" data-use-pagination="False"> Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale. Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione». Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus. Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier. Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo. Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.
Giovanni Franzoni, il vincitore Franjo von Allmen e il terzo classificato Dominik Paris festeggiano durante la cerimonia di premiazione dopo la discesa libera maschile di sci alpino, ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Per l’Italia è un avvio che pesa, perché lo sci alpino riporta subito il tricolore tra i primi tre e inaugura il medagliere azzurro. Franzoni, 24 anni, alla prima Olimpiade, conferma una stagione già segnata dai grandi risultati e centra il secondo posto con 20 centesimi di ritardo. Paris, alla quinta partecipazione ai Giochi, trova finalmente la sua prima medaglia olimpica: un bronzo che chiude un cerchio lungo una carriera fatta di vittorie in Coppa del mondo e titoli iridati, ma senza podi a cinque cerchi. «Pensare a inizio stagione di vincere Kitzbuhel e portare una medaglia in discesa, cose che non avrei mai immaginato…», ha raccontato Franzoni dopo la gara. Paris ha parlato di un risultato «perfetto così», sottolineando il valore del podio condiviso con il compagno di squadra. Alle spalle dei due azzurri, la gara ha confermato l’equilibrio e la difficoltà della Stelvio: Odermatt quarto, poi gli altri protagonisti della specialità. Mattia Casse ha chiuso undicesimo, Florian Schieder diciassettesimo. Per l’Italia è comunque un ritorno sul podio olimpico nella discesa maschile che mancava da Sochi 2014.
La giornata ha avuto il suo centro anche a Cortina, dove la seconda prova cronometrata della discesa femminile è stata interrotta per la scarsa visibilità. Prima dello stop il miglior tempo era della statunitense Breezy Johnson, davanti alla tedesca Weidle-Winkelmann e a Lindsey Vonn. Tra le azzurre, Sofia Goggia ha ottenuto il sesto tempo provvisorio, seguita da Federica Brignone settima. «Oggi ho fatto nell’80% della pista esattamente quello che volevo, però c’è quel 20% da mettere bene a posto», ha spiegato Goggia, raccontando anche dell’errore in partenza che le è costato tempo. Brignone, dal canto suo, ha parlato di sensazioni in crescita e ha rimandato la decisione sulla gara: «Nel pomeriggio ci incontreremo e insieme decideremo cosa è meglio per me».
Proprio attorno alla presenza di Lindsey Vonn si è accesa la polemica del giorno. Dopo le parole di Brignone, che aveva messo in dubbio la compatibilità tra un infortunio serio al ginocchio e un rientro così rapido, è arrivato anche il commento di Goggia: «Ai posteri l’ardua sentenza». La bergamasca ha ricordato la propria esperienza e ha lasciato intendere che un recupero del genere, a parità di diagnosi, sarebbe difficile da spiegare, pur notando come le condizioni della pista, con neve più morbida, possano incidere sulla sciabilità. Brignone aveva già chiarito la sua posizione: «Se avesse avuto un problema grave come il mio oggi non sarebbe qui», aggiungendo comunque che Vonn «è sicuramente una grande donna e ha un grande coraggio».
Intanto, dal fondo arrivano i primi verdetti dello skiathlon femminile a Tesero: oro e argento alla Svezia con Frida Karlsson ed Ebba Andersson, bronzo alla norvegese Heidi Weng. La migliore delle italiane è Martina Di Centa, 28ª, seguita da Anna Comarella e Maria Gismondi più indietro. Buone notizie anche dallo snowboard, con Maria Gasslitter qualificata per la finale dello Slopestyle a Livigno grazie al dodicesimo posto nella prima run. Nell’hockey femminile, invece, Finlandia e Svizzera affrontano le partite nonostante problemi di salute segnalati in alcune atlete, ma la natura esatta non è confermata. Nel pomeriggio è arrivata invece la seconda sconfitta nel doppio misto di curling per Stefania Constantini e Amos Mosaner. Gli azzurri hanno ceduto 9-4 alla Svezia nella quinta partita del girone. La classifica ora si fa complicata: Svezia e Canada restano davanti all'Italia negli scontri diretti. A questo punto, in chiave qualificazione, diventa fondamentale e decisiva la partita in programma stasera contro la Norvegia.
Sul piano istituzionale, nonostante le polemiche relative alla telecronaca Rai, il presidente della Fondazione Milano-Cortina, Giovanni Malagò, ha parlato di «tanti consensi» per la cerimonia di apertura, rivendicando un avvio forte dei Giochi. E proprio dalla serata di San Siro sono arrivate anche le voci degli azzurri del volley presenti alla sfilata, da Anna Danesi a Simone Giannelli, che hanno raccontato l’emozione di vivere dal vivo un momento olimpico. Momento olimpico che resta segnato soprattutto da questo sabato e dalla neve di Bormio, grazie al magnifico doppio podio che dà subito un volto concreto alla spedizione italiana. Franzoni e Paris, due generazioni diverse, aprono il medagliere e fissano il primo punto fermo dei Giochi in casa: l’Italia c’è, e ha iniziato l'Olimpiade casalinga con il piede giusto.
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Il commissario Ue: «Lavorare per il diritto dei giovani a restare nei luoghi di residenza».
«Nel semestre di presidenza cipriota, quindi entro giugno, presenterò in Commissione europea la strategia per le isole, siamo su un tema di attuazione dei dispositivi del trattato europeo, dell’articolo 174». Lo ha dichiarato oggi a Sassari il vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la coesione e le riforme, Raffaele Fitto. «L’obiettivo – ha spiegato in occasione dell’apertura dell’anno accademico dell’Università – è costruire un terreno nel quale, dopo aver negli anni conquistato il diritto di muoversi, grazie alla crescita del progetto europeo, penso in questo caso al programma Erasmus ma anche a tante altre iniziative, oggi dobbiamo anche interrogarci e lavorare per un altro tipo di diritto, quello di rimanere. Cioè consentire ai giovani che vogliono rimanere nel luogo nel quale sono nati e cresciuti di poter avere questa prospettiva. Dobbiamo adeguare le politiche per integrare le disparità territoriali».