True
2020-03-19
A colpi di «regali» e messaggi solidali Pechino si sta comprando l’Italia
Ansa
È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo.
Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.
Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto.
Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.
L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese».
A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan.
In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità.
C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.
Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone
Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale.
Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione».
Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus.
Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier.
Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo.
Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.
Continua a leggereRiduci
Proseguono senza sosta gli invii di materiale sanitario dalla Cina, che molto spesso sono tutt'altro che gratuiti. Ma l'operazione simpatia non è innocente e cela il vero volto del regime. Che intanto caccia i giornalisti critici.I leader M5s sono di casa all'ambasciata della Repubblica popolare. Ma il vero garante del sodalizio siede al Quirinale.Lo speciale contiene due articoli.È guerra tra Stati Uniti e Cina. E in mezzo c'è l'Italia. Non stiamo parlando dello scontro commerciale tra le due superpotenze, bensì di un conflitto più silenzioso, combattuto a colpi di propaganda e «aiuti» per far fronte al coronavirus. In questi giorni Washington, su impulso del dipartimento di Stato, sta reagendo ai tentativi dei media del regime cinese in giro per il mondo di trasformare la Cina dal Paese i cui ritardi hanno causato la pandemia all'unico in grado ora di salvare il mondo. Ieri pomeriggio il secondo team di esperti cinesi e materiali sanitari è atterrato all'aeroporto di Malpensa. A presentarli un articolo del Global Times, uno degli organi della propaganda in lingua inglese del Partito comunista cinese, secondo cui «la popolazione italiana attende con impazienza i trattamenti della medicina tradizionale cinese». La delegazione è stata sarà accolta da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, e da Alan Christian Rizzi, sottosegretario con delega ai Rapporti con le delegazioni internazionali. Un secondo gruppo di medici, specifica il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si recherà a Firenze.Sempre ieri alcuni medici cinesi hanno raggiunto Padova, la Comunità cinese di Reggio Emilia ha donato 70.000 euro all'Ospedale Santa Maria Nuova e alla Croce Rossa, mentre a Roma è arrivato il carico con un milione di mascherine e 100.000 kit per il coronavirus donato dalla Fondazione Alibaba e dalla Fondazione Jack Ma. La città di Suzhou, infine, ha donato 20.000 mascherine a Venezia, città con cui è gemellata. Tuttavia, a giudicare dai 10.000 medici assunti con il decreto Cura Italia, l'arrivo di qualche decina di medici cinesi appare più una mossa d'immagine di Pechino a cui alcuni esponenti del nostro governo si è prestato che un concreto aiuto. Alla fanfara del regime cinese, gli Stati Uniti hanno risposto attraverso il settore privato mobilitando Ong e trust ma anche rafforzando la cooperazione per la ricerca del vaccino. Martedì sera era arrivato a Cremona l'ospedale da campo da 68 posti donato dalla Ong evangelica americana Samaritan's Purse. «Come ha affermato il presidente Donald Trump, “l'Italia è un Paese che amiamo". L'amicizia tra Stati Uniti e Italia è ora più forte che mai», è stato il commento dell'ambasciata statunitense a Roma via Twitter. Sempre di martedì è l'accordo con cui lo Us Charitable Trust sosterrà gli sforzi del policlinico Gemelli, il più grande ospedale di Roma, per assicurare cure e assistenza alle persone colpite dal coronavirus.L'Italia è al centro di una guerra tra Stati Uniti e Cina, dicevamo. Da una settimana ormai è scontro aperto tra il governo cinese e l'amministrazione statunitense. Il primo alimenta fake news circa un'origine americana del virus (sarebbe stato portato dai soldati statunitensi a Wuhan in ottobre, secondo alcuni diplomatici cinesi), la seconda parla apertamente - e lo fa anche il presidente Donald Trump - di «virus cinese». A fare le spese di questo scontro sono stati i giornalisti in Cina di testate statunitensi di primo piano come New York Times, Wall Street Journal, Washington Post e Time, espulsi dal governo cinese. Pechino ha parlato di ritorsione contro la decisione di Washington di considerare cinque media cinesi (l'agenzia Xinhua, il canale tv Cgtn, China Radio e i giornali China Daily e People's Daily) come agenti stranieri. Ma servono due precisazioni. La prima: a differenza dei media cinesi, i quattro giornali americani sono indipendenti, di proprietà privata e spesso critici verso l'amministrazione Trump. La seconda: la decisione americana è datata 18 febbraio, il che lascia il dubbio che Pechino abbiamo voluto fare di più, ossia silenziare le voci critiche verso l'operato del Partito comunista cinese che in questi giorni è impegnato a cantar vittoria sul virus soprattutto per quanto riguarda l'epicentro Wuhan. In mezzo c'è l'Italia, già convertitasi sulla Via della seta (anche quella della salute annunciata dal leader cinese Xi Jinping in una recente telefonata con il premier Giuseppe Conte) e con ambienti del governo disposti a enfatizzare la propaganda degli «aiuti» che in realtà «aiuti» non sono. Perché alcune sono donazioni, altri sono affari, come dimostrano le agenzie del regime cinese che parlano esplicitamente di «contratti». Inoltre, come ha spiegato l'esperta Marina Rudyak dell'Università di Heidelberg, la parola cinese yuanzhu si traduce con «aiuto» ma non ha il significato euroamericano che implica la gratuità. C'è chi, come il ministro Di Maio parla di «amicizia e solidarietà» accogliendo a braccia aperte gli «aiuti» cinesi. E invece chi, come il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen è invece più cauta: ieri, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha ringraziato la Cina per l'aiuto ma l'ha fatto sottolineando che si tratta di reciprocità visto che a gennaio fu l'Unione europea a inviare 50 tonnellate di materiale per fronteggiare il coronavirus. Domenica, in una lettera alla Stampa, l'ambasciatore cinese a Roma Li Junhua ha scritto: «Se ricevi un piccolo aiuto oggi, ripaga con il doppio domani». Ora Pechino ripaga Roma. Ma domani potrebbe presentare il conto. Quindi eccolo, il prezzo di quegli «aiuti»: il 5G e i dati degli italiani, temi delicati per la sicurezza nazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-colpi-di-regali-e-messaggi-solidali-pechino-si-sta-comprando-litalia-2645526688.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-grillini-a-mattarella-quante-folto-il-gruppo-degli-amici-del-dragone" data-post-id="2645526688" data-published-at="1768956352" data-use-pagination="False"> Dai grillini a Mattarella, quant’è folto il gruppo degli amici del Dragone Se vogliamo elencare le personalità politiche e istituzionali italiane più vicina alla Cina, non si può che partire dall'inquilino del Quirinale. Il feeling tra Sergio Mattarella e Pechino è sempre stato manifestato reciprocamente e alla luce del sole. Ieri, sui profili social ufficiali dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, è apparso l'ennesimo attestato di entusiastico elogio a Mattarella, riportando il testo integrale di un messaggio di ringraziamento del nostro Presidente della Repubblica al presidente cinese Xi Jinping per gli aiuti che l'Italia sta ricevendo da Pechino: «L'emergenza sanitaria mondiale legata al Covid-19», scrive Mattarella, «pone la comunità internazionale di fronte a un'inaspettata quanto difficile sfida. Una sfida che potrà essere superata soltanto se sapremo lavorare insieme, e nelle sue parole di calorosa vicinanza che si aggiungono al supporto che la Cina sta fornendo all'Italia vedo, signor presidente, concretamente operanti quelle forme di collaborazione che, in queste circostanze, devono rappresentare il criterio della nostra azione». Nulla di strano, ovviamente, anzi: ogni aiuto è ben accetto. Curioso però che Mattarella, quando c'è la Cina di mezzo, non perda mai occasione di sottolineare il legame tra i due popoli, cosa che non accade per tutto il resto dei Paesi del pianeta terra. Tutti ricordiamo, lo scorso 5 febbraio, il gesto «cinematografico» di Mattarella, ovvero la visita a sorpresa una scuola elementare di Roma, la Daniele Manin, ad altissima concentrazione di alunni stranieri, in particolare cinesi, per lanciare un messaggio rassicurante rispetto ai timori scatenati dal diffondersi del coronavirus. Mattarella ricopre il ruolo di ministro degli Esteri «di fatto» già da due anni, visto che alla Farnesina, dalle elezioni del 2018, si sono succeduti prima, con il governo Lega-M5s, Enzo Moavero Milanesi, piazzato lì proprio dal Colle; e poi, col governo giallorosso, Luigi Di Maio, la cui incisività è pari a zero, e che pure in Cina è sempre accolto con tutti gli onori. Il capo dello Stato diede un fondamentale contributo anche alla firma del memorandum della Via della Seta. Era il marzo del 2019, e il governo gialloblù era tutt'altro che compatto in merito alla sottoscrizione di questo mega accordo. Washington non vedeva di buon occhio l'appiattimento dell'Italia su posizioni filocinesi, la stessa Bruxelles manifestava dubbi, e il vicepremier di allora, il leader della Lega Matteo Salvini, aveva non poche perplessità sulla firma dell'intesa. «Voglio controllare settori strategici per la sicurezza nazionale», disse l'allora vicepremier. Dopo settimane di polemiche furiose, fu proprio Mattarella a dare l'impulso definitivo alla firma: il 23 marzo il capo dello Stato accolse al Quirinale Xi Jinping, e l'accordo fu siglato. A fare buona compagnia a Mattarella, c'è Beppe Grillo insieme a tutto il M5s, da sempre legatissimo a Pechino. Pochi giorni fa, sul blog di Grillo, è apparso un post dal titolo eloquente: «Cina-Italia: un destino condiviso», firmato Fabio Massimo Parenti, nel quale si legge tra l'altro che «la leadership cinese va rafforzandosi. La risposta cinese all'epidemia è stata una lezione, per rapidità ed efficacia». «I modelli politici ed economici», recita il post, «verranno ampiamente messi in discussione e quello cinese, sempre laboratorio, diverrà riferimento di un crescente numero di paesi e soggetti politici». Post di sperticati elogi alla Cina appaiono quasi ogni mese sul blog di Grillo. Il legame tra M5s e Cina ha sempre suscitato molte polemiche, fin da quando, nel giugno 2013, saltò fuori una foto nella quale apparivano i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all'ambasciatore cinese dell'epoca, Ding Wei. Più recentemente, alla fine del novembre 2019, mentre il governo giallorosso era scosso da profonde fibrillazioni, Beppe Grillo, subito dopo aver parlato con Luigi Di Maio, in quei giorni al centro di furibonde polemiche all'interno del M5s, incontrò ben due volte in 24 ore l'attuale ambasciatore, Li Junhua. «Gli ho portato del pesto», disse beffardo Grillo.
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
Continua a leggereRiduci
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Gianmarco Tamberi, ambassador di Eleventy. A destra, Marco Baldassari
Qual è la filosofia della nuova collezione?
«È una collezione che nasce da un bisogno profondo: quello di rallentare. Negli ultimi anni siamo stati travolti da ritmi frenetici, da una velocità continua imposta dal sistema moda e dalle campagne vendita. Tutto corre troppo. Questa collezione è un invito a un viaggio interiore, a una riconnessione con la natura, per ritrovare un equilibrio che oggi è fondamentale. Da qui nasce l’idea di un nuovo guardaroba ispirato alla natura, pensato per vivere il tempo all’aria aperta, per ascoltare il silenzio, ma allo stesso tempo perfettamente adattabile alla vita urbana. È la trasversalità che da sempre caratterizza Eleventy: capi che funzionano dalla mattina alla sera, in contesti diversi».
Questa ricerca di equilibrio si riflette anche nelle scelte cromatiche?
«Assolutamente sì. Abbiamo sentito il bisogno di “scurire” la palette. È stata una scelta consapevole: uscire dalla nostra zona di comfort. Per anni Eleventy è stato identificato con colori chiari, luminosi. Fino a cinque o sei anni fa eravamo tra i pochissimi a vendere il bianco d’inverno, il panna, i grigi chiari. Oggi però quell’area di gusto è diventata affollatissima: dal fast fashion ai grandi brand. Abbiamo sentito che era il momento di cambiare pelle, di tornare a essere speciali come lo siamo stati in passato».
Da qui la scelta di tonalità più profonde e sofisticate.
«Esatto. Ci siamo ispirati ancora una volta alla natura: il castagno, i marroni intensi, i grigi più scuri, i blu con declinazioni più particolari. Il bianco non scompare - resta sempre un passe-partout - ma diventa un accento, non più il centro del racconto».
Questo cambiamento serve anche a riaccendere il desiderio del consumatore?
«Sì, oggi mi sembra un po’ smarrito. Non è solo una questione di prezzi, il prodotto, in generale, si è appiattito. Per questo abbiamo lavorato su nuovi volumi, geometrie e modelli. Reinterpretare giacche, maglie, pantaloni è fondamentale per mantenere un senso di esclusività. Oggi il desiderio nasce solo se il cliente si sente unico».
In collezione compare anche un tessuto rarissimo: la vicuna.
«L’abbiamo inserita in un programma esclusivamente su misura. È uno dei tessuti più preziosi al mondo: l’animale vive a oltre 8.000 metri di altitudine e, dopo la tosatura, impiega due anni e mezzo per rigenerare il pelo. È rarissimo. Proprio per questo lo proponiamo solo in una selezione numerata di capi su misura. Il cliente sceglie il modello e accede a qualcosa di davvero esclusivo».
Quali sono oggi i mercati più forti per Eleventy?
«Gli Usa restano il mercato più solido: c’è un potere di spesa maggiore e una mentalità più orientata al consumo. Il Middle East continua a darci grandi soddisfazioni. Stiamo inoltre vedendo emergere India, Sud Africa, Brasile. La geografia del nostro cliente si sta ampliando, e questo è molto positivo».
Guardando al futuro, dove vede Eleventy?
«Ho sempre pensato Eleventy come un lifestyle, non solo abbigliamento. Da tempo ho nel cassetto l’idea di un hotel Eleventy: un luogo che esprima il nostro universo attraverso arredi, cucina sana, wellness, palestra. Un club dove tutto - dalle uniformi al cibo - racconti l’Italia e i nostri valori».
Quest’anno avete scelto per la prima volta un ambassador: Gianmarco Tamberi. Perché lui?
«Incarna perfettamente i nostri valori. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e ho riconosciuto in lui la stessa storia: sacrificio, disciplina, costanza. Lui viene dal niente, io vengo dal niente. Entrambi sappiamo cosa significa prendere porte in faccia e rialzarsi. È uno sport individuale, durissimo anche dal punto di vista psicologico. I valori sono gli stessi che servono nel lavoro. Gianmarco rappresenta Eleventy non solo come atleta, ma come uomo: sano, coerente, autentico. Non potevo desiderare di meglio».
Continua a leggereRiduci
«Steal - La Rapina» (Amazon Prime Video)
Pareva un giorno qualunque, quello alla Lochmill Capital, società d’investimento con delega alla gestione dei fondi pensione privati. Invece, l'ordinarietà della giornata è presto rotta dall'irruzione, negli uffici, di una banda di rapinatori. Chiedono, urlano. Costringono due dipendenti, Zara e l'amico Luke, ad eseguire ogni loro ordine, sottraendo a lavoratori impotenti i risparmi di una vita. Poi, se ne vanno, fuori da quei corridoi. Dietro di loro, solo una miriade di interrogativi. Chi mai lucrerebbe sulle fatiche di persone senza nome né colpa? Chi si addentrerebbe alla Lochmill Capital, correndo il rischio di essere facilmente individuato? Le domande non hanno risposta. Tormentano, però, l'ispettore deputato alle indagini, Rhys, un uomo provato dalle difficoltà del suo privato.
Steal - La Rapina si muove, dunque, su più binari, dando spazio tanto alla dinamica del furto quanto al racconto degli uomini e delle donne che ne sono rimasti coinvolti. L'ispettore capo Rhys, costretto a barcamenarsi tra i doveri e gli ostacoli della professione, mentre gestisce parimenti la propria ludopatia, una situazione economica di indigenza, la paura di perdere ogni cosa. Zara, interpretata da Sophie Turner, ex reginetta de Il Trono di Spade, qui alle prese con un complotto di dimensioni enormi. Luke, che gli eventi, suo malgrado, portano a dover indagare sui piani segreti e interessi contrastanti. Nessuno avrebbe scelto, consapevolmente, la vita improvvisa che gli è toccata in sorte. Ma, nella serie, seguirla e darle spazio è inevitabile, per il sollazzo di ogni amante del genere.
Continua a leggereRiduci