Ogni cittadino deve essere considerato innocente fino a prova contraria. Il principio giuridico è sancito nella Costituzione, che con l’articolo 27 stabilisce come la «prova contraria» consista nella condanna definitiva. Dunque, fino a quando la Cassazione non abbia «validato» il giudizio espresso dalla Corte d’Appello, una sentenza che riconosca la colpevolezza di una persona non può essere considerata risolutiva.
La premessa vi potrà apparire superflua, perché tutti o quasi sanno che l’iter giuridico per accertare responsabilità penali o civili di chiunque prevede tre gradi di giudizio. Tuttavia, credo che il preambolo sia indispensabile per chiarire quanto mi appresto a scrivere. Non conosco Guido Oppido, il cardiochirurgo che operò, e secondo l’accusa condannò il piccolo Domenico Caliendo, bambino di due anni morto il 21 febbraio scorso in seguito a un intervento di trapianto di cuore. Le cronache fino a sei mesi fa dipingevano Oppido come un brillante professionista, un medico capace che operava al Monaldi di Napoli, specializzato negli interventi sui bambini.
Ma il curriculum che lo accredita come un cardiochirurgo di grande esperienza, e che ancora si ritrova online, non fa cenno a Domenico Caliendo. Si parla del corso di studi seguito dal «luminare», delle responsabilità che ha ricoperto e pure delle numerose pubblicazioni alla cui stesura ha partecipato. Nessun cenno però al decesso di Domenico, né alcun riferimento al procedimento in corso nei suoi confronti. Ovviamente io non penso che Oppido dovrebbe trascrivere la morte di Domenico nel suo biglietto da visita. Tuttavia, vista l’accusa che gli è stata mossa dalla Procura di Napoli e i numerosi dubbi che sono emersi sul suo operato, forse evidenziare di più la tragica storia di Domenico sarebbe stato se non obbligatorio, almeno necessario.
Già, perché la giustizia come è noto fa il suo lento corso e ad accertare la verità sulla morte del bambino di Napoli potrebbe impiegare diversi anni. Nel frattempo, Oppido che fa? Il suo mestiere, ovvero il cardiochirurgo. Dopo il decesso di Domenico è stato sospeso dall’ospedale campano e ora il gip, su richiesta della Procura, lo ha interdetto dalla professione medica per un anno. Ma può bastare un anno? In 12 mesi i giudici non faranno nemmeno in tempo a emettere la sentenza di primo grado e dopo che accadrà? Oppido potrà tornare a esercitare. Forse lui stesso si asterrà dagli interventi chirurgici, in attesa che la magistratura faccia il suo corso. Ma se non lo facesse? Se tornasse alla professione medica? Capisco che non si può «condannare» una persona prima che lo facciano i tribunali. E comprendo che Oppido ha, come chiunque, bisogno di lavorare. Ma impedirgli di fare il medico per 12 mesi può bastare? Il legale dei genitori di Domenico si dice fiducioso, perché il giudice ha applicato nei confronti del chirurgo il massimo dell’interdizione previsto dal codice. Ma un anno non è certo sufficiente, soprattutto se le accuse nei confronti del chirurgo saranno confermate. Nell’ordinanza di 70 pagine con cui dispone la misura cautelare della sospensione dell’attività, il gip non parla più di comportamento colposo, ossia di errori commessi dal cardiochirurgo e dalla sua equipe, ma introduce il comportamento doloso, definendo Oppido «un prevaricatore».
Tutti quanti abbiamo letto le cronache di questi mesi. Non solo il cuore del piccolo Domenico espiantato prima ancora che arrivasse quello da trapiantare. Il muscolo cardiaco bruciato dal ghiaccio secco portato in sala operatoria all’ultimo momento, quando il bambino era già tenuto in vita dalle macchine. E poi i tentativi per mascherare la sequela di errori, nascondendo la verità ai genitori. Sì, tutti abbiamo partecipato al dolore di quella famiglia e insieme ci siamo indignati per i tentativi di nascondere gli errori e la verità.
Dunque, oggi ci domandiamo se un anno di interdizione sia sufficiente. La nostra non è una richiesta di anticipo di pena: i processi faranno il loro corso e vedremo dove approderanno, ma nel frattempo Oppido non può tornare in servizio e nemmeno esercitare la professione. Se è vera la metà delle accuse che gli vengono mosse la sospensione non può essere così breve. Può darsi che la legge non preveda di più, ma di fronte a un medico che oltre ad aver sbagliato per settimane avrebbe mentito ai genitori, l’allontanamento da ospedali e studi medici deve durare fino a quando una sentenza definitiva non abbia chiarito le responsabilità. Rimetterlo in corsia, anche senza consentirgli di operare, sarebbe troppo anche per un garantista.







