Vittorio Sgarbi, fresco di compleanno, arriva in un elegante hotel veneziano per incontrare Le Hu Hieu, artista del Vietnam tra i più importanti dell’Asia, sbarcato a sua volta in Laguna per la Biennale. Sgarbi ne celebra il legame con la tradizione, l’uso del legno e delle lacche. Il vietnamita, con sorriso timido, si fa fotografare a fianco al critico. È una occasione rara, dopo tutto. Sgarbi si sta riprendendo dai fin troppo noti problemi di salute. La sua voce talvolta è incerta, ma il guizzo sgarbiano, quello c’è sempre. Talvolta si manifesta sulle sue labbra persino un sorriso innocente e feroce, mentre commenta l’ultima polemica. Del resto che polemica sarebbe, senza Sgarbi a entrarci dentro?
Chiediamo a Vittorio se abbia seguito la baruffa veneziana sul padiglione della Russia. I burocrati europei lo vorrebbero sbarrato, Pietrangelo Buttafuoco si è giustamente dannato per tenerlo aperto. «Andrò a vedere il padiglione», ci dice Sgarbi. E non ci pensa nemmeno su. Ripete che Buttafuoco ha «lavorato bene», che si sono anche sentiti per qualche scambio di idee.
Gli chiediamo che cosa pensi della querelle che ha opposto Buttafuoco, in qualità di presidente della Biennale, al ministro della Cultura, Alessandro Giuli. «Qui ci sono in gioco due visioni contrapposte», prende fiato. Poi dice che se si fosse trovato in una situazione simile, si sarebbe comportato «esattamente come Buttafuoco». Dopo tutto, ricorda, qualcosa di simile «è capitato anche a me quando ho fatto la mostra Arte e Omoessualità a Milano. La Moratti impose la chiusura il giorno dopo l’apertura. Ritenendo evidentemente che quei temi non fossero abbastanza attuali». E qui Sgarbi sorride, è sempre lui mentre scandisce: «Avevo ragione io».
Vittorio riflette sulla libertà degli artisti, evoca un «principio di autorità che presuppone che l’artista si muova in uno spazio neutrale, senza avere alcun rapporto con la presenza e la realtà politica del luogo in cui lavora. La prova vivente è il grande regista Aleksandr Sokurov, con la sua invenzione continua e la capacità di raccontare la Storia senza essere influenzato dai tempi in cui vive».
È una tesi, questa, che Sgarbi ha sostenuto anche in un recente libro su arte e fascismo. Gli chiediamo se secondo lui l’arte può essere davvero libera anche sotto i regimi, e lui replica con un semplice: «Più che libera, può essere. E in quanto è, è giusto documentarla, osservare e indagare quello che manifesta e quello che rappresenta».
Insomma, l’arte esiste comunque, l’artista è immerso nel suo tempo ma insieme abita una sorta di spazio neutrale. «Bisogna capire che non ci sono dei confini che limitano la singola personalità creativa. Ma c’è un’aria dei tempi che il singolo artista intercetta e poi la restituisce con il suo punto di vista particolare».
E di certo un artista non può essere inchiodato alle vicissitudini politiche di questo o quel governo. «No», ripete Sgarbi, «un artista non può essere vincolato alle scelte di uno Stato. Anche e soprattutto quando quello Stato si manifesta democratico nelle procedure - come ad esempio Israele - e poi nella pratica agisce in modo autoritario e non corrispondendo alla volontà che tanti israeliani hanno manifestato». Vale per la Russia, dunque, ma pure per Israele, che pure è stato duramente attaccato in Laguna.
In sostanza, il padiglione della Russia dovrebbe senza alcun dubbio «restare aperto». Sgarbi attacca: «Non erano forse regimi anche quello dei Medici e quello degli Estensi? Eppure gli artisti erano in grado di manifestare la loro creatività come questione formale, al di là dei temi e dei motivi indicati dal potere».
Già, i grandi artisti si sono manifestati con potenza impressionante anche quando a dominare erano signori e signorotti. Nonostante tutto, la loro arte sfuggiva al controllo e alle grinfie del potere. Non si può dire lo stesso di tanti artisti odierni o sedicenti tali. Lo dimostra senza ombra di dubbio l’esempio fornito alla Biennale da Ei Arakawa-Nash, giapponese che si definisce «artista e genitore queer». Costui ha riempito il padiglione della sua nazione di bambolotti di plastica. Ai visitatori vengono messi a disposizione dei passeggini giocattolo che servirebbero, secondo l’artista, a provare l’esperienza della genitorialità. «Come persona queer, non avevo mai immaginato che avrei avuto figli», dichiara Ei in un lungo testo esposto nel padiglione. «Sento la pressione di essere un genitore queer adeguato, e ho accettato questo incarico alla Biennale per aprire una discussione, più che necessaria, sulla maternità surrogata e sulla donazione di ovociti, dentro e fuori dal Giappone. Questa performance partecipativa si ispira al lavoro di accudimento che, storicamente, è stato affidato alle donne. La vostra - scelta portare o meno un bambolotto - comunica amore, entusiasmo, il dilemma dell’essere genitori, ma anche l’indecisione rispetto all’avere, o al non avere, un figlio. Spero che tutto questo possa essere condiviso in uno spazio sicuro e accogliente».
Forse nessuno si è premurato di informare Ei che - fortunatamente - la maternità surrogata (utero in affitto) in Italia è illegale ed è considerata una grave violazione dei diritti delle donne. Posizione condivisa pure dalla Relatrice speciale Onu contro la violenza sulle donne. A dirla tutta, ai sensi della nostra legge l’opera di Ei potrebbe essere considerata promozione dell’utero in affitto, ma ovviamente ci guardiamo bene dal chiedere le censura per lui o per altri. Ci limitiamo a notare che la sua opera è semplicemente brutta. Cose che capitano: come dice Sgarbi, gli artisti veri sfuggono al potere e vanno anche oltre il loro tempo. Gli artisti farlocchi, aggiungiamo noi, sono servi del pensiero dominante e per lo più fanno pena.







