Attenti, affilate le armi perché la sinistra italiana ha dei nuovi nemici che vanno combattuti con ogni forza, fino all’ultima stilla di sangue. Oddio, a dirla tutta questi nemici non sono poi così nuovi, fanno parte da molto tempo dell’apparato psicotico-onirico del mondo antagonista.
Però in effetti era un po’ che non sentivamo qualcuno prendersela con gli alpini. Grazie al cielo le militanti di Non una di meno si sono precipitate a colmare la lacuna, scodellando un comunicato di fuoco contro la grande adunata delle Penne nere in programma a Genova. I toni sono di un vintage quasi commovente.
«Siamo in guerra. E Genova festeggia. Con una grande adunata che negherà il diritto allo studio, ai servizi educativi, alle aree verdi e parchi pubblici, alla libertà di circolazione in città ed esporrà molt3 a molestie e violenza», scrivono le transfemministe. Il pregiudizio sugli alpini, è noto, è che gradiscano fin troppo le bevande alcoliche. Ma anche le nostre amiche attiviste a quanto pare non scherzano: ci vuole un’alta gradazione per scrivere certe cose. In che modo una adunata degli alpini dovrebbe esporre «molt3» donne e uomini a violenze e molestie?
Certo, sappiamo bene delle denunce e dei processi che sono seguiti all’adunata dell’Aquila nel 2015. Furono mosse accuse di violenza, in appello gli imputati sono stati assolti, e nel 2023 la Cassazione ha disposto un nuovo processo. Il caso dunque è discutibile e discusso anche in sede giudiziaria. Ma da qui a sostenere che gli alpini siano come lanzichenecchi pronti allo stupro e al saccheggio ce ne passa.
Eppure Non una di meno arriva persino a contestare le decisioni dell’icona progressista Silvia Salis che ha invitato la cittadinanza a contribuire al «senso di collettività» che può svilupparsi dall’evento. «Come transfemministe», scrivono, «ci sfugge a quale senso di collettività dovremmo contribuire. Forse quello di non turbare l’euforia nazionalista e patriottica che da sempre accompagna le adunate, sopportando in silenzio la celebrazione di un mondo fatto di divise, maschilità tossica e cameratismo militaresco? Di immaginari che pongono l’esperienza della guerra come evento inevitabile e fondante della nostra storia e del nostro presente? La presunta inevitabilità della molestia, il primato dei festeggiamenti militareschi sul benessere collettivo, sanciscono una normalizzazione del sessismo e del militarismo che, oggi più che mai, non possiamo lasciar correre».
Riassumendo, secondo Non una di meno gli alpini sono colpevoli di vari crimini tra cui quello di promuovere «maschilità tossica e goliardia» tramite «festeggiamenti di corpo militare che più di ogni altro evoca l’immagine di un patriottismo benevolo, incarnato da uomini cui dovremmo, in nome della loro dedizione alla collettività, concedere il vezzo di perpetrare molestie, abusi e insulti sessisti e razzisti». A questo vanno aggiunti ovviamente la violenza di genere e, come se non bastasse, la responsabilità di «normalizzare il militarismo». Conclusione: le compagne vorrebbero cancellare l’adunata poiché rifiutano «di celebrare il connubio tra patriottismo e violenza patriarcale soprattutto oggi, in un mondo devastato da guerre, massacri e genocidio».
Al di là delle assurdità sulla violenza patriarcale, sfugge forse alle gentili signore che è proprio grazie all’esercito - alpini compresi - che alla bisogna ci si può difendere da massacri e genocidi. Ma sappiamo che è inutile provare a dialogare su questo tema. Non potendo con tutta evidenza impedire che la manifestazione degli alpini si svolga, la sinistra radicale si concentra su un aspetto specifico della questione, e cioè la chiusura delle scuole ordinata da Comune.
Secondo Non una di meno, «la scuola non è una priorità, l’educazione, le relazioni, le vite delle persone giovani si possono sacrificare per non disturbare la sfilata del maschilismo patriottico armato». Più o meno analoga la posizione della Cgil, secondo cui «il diritto all’istruzione deve rimanere una priorità, anche in presenza di eventi rilevanti per la città che devono essere organizzati senza incidere sul regolare svolgimento delle attività scolastiche. [...] La scuola è un presidio fondamentale della comunità, uno spazio educativo e costituzionalmente tutelato, che non può essere considerato alla stregua di una struttura logistica da utilizzare all’occorrenza. Interrompere l’attività didattica per esigenze organizzative, per quanto straordinarie, trasmette un messaggio incoerente rispetto ai principi che si affermano».
Non ci risulta che il sindacato o le femministe si siano disperati quando durante il lockdown si blindavano le classi e si imponeva la Dad, o si sbarravano i parchi giochi e si impediva ai ragazzini e alle ragazzine di praticare sport. E non ci pare che nemmeno ora i sinceri democratici si straccino le vesti quando le manifestazioni dei centri sociali impediscono le lezioni, bloccano scuole e università e mettono a soqquadro interi quartieri. Anzi, da mesi i cari progressisti non fanno altro che lamentare una stretta sulla libertà di manifestare e contestare. A quanto pare, come sempre, la libertà a cui tengono è soltanto la loro e quella dei loro amici. Se c’è da impedire una manifestazione della Lega o una riunione degli alpini, invece, si possono invocare chiusure, divieti e censure. Se in piazza vanno gli antagonisti armati, o se a manifestare sono immigrati che non hanno esattamente il rispetto delle donne fra le priorità, non si levano proteste contro il militarismo e la violenza patriarcale, anzi si odono spesso applausi e giustificazioni.
In conclusione, vale anche la pena di ricordare che le simpatiche transfemministe non si fanno problemi a usare la violenza, anche nei riguardi delle donne, quando si tratta di colpire Pro vita, che di frequente riceve in regalo minacce e persino bombette. In quel caso, Non una di meno si trasforma in Non una ti meno. E magari non è patriarcale e militarista, ma infastidisce non poco.







