La sinistra insiste a dire che la strage di Modena è frutto della mancata integrazione e dei tagli alla sanità, ovvero che la colpa è di chi sta al governo, perché aizza l’odio contro gli stranieri e riduce i servizi sociali allo scopo di fare cassa. Accusando il centrodestra di strumentalizzare l’attentato per fini politici, ovviamente Pd e Avs fanno politica, evitando di rispondere delle responsabilità di un’immigrazione che hanno fortemente favorito e che ora presenta il conto.
Il dispositivo con cui il giudice per le indagini preliminari ha convalidato l’arresto di Salim El Koudri già fa piazza pulita delle tesi consolatorie dell’opposizione. Infatti, pur escludendo l’aggravante del terrorismo (in attesa che siano decrittati i profili social del giovane marocchino), nega che l’uomo si sia lanciato contro la folla mentre era incapace di intendere e di volere. Nonostante in passato sia stato seguito dal centro di igiene mentale, l’aspirante impiegato con laurea in economia sapeva che cosa stava facendo, altrimenti non avrebbe scelto per il suo atto una delle vie più frequentate della città, non avrebbe premuto sull’acceleratore appena raggiunta l’area pedonale e neppure si sarebbe portato dietro un coltellaccio per colpire chi avesse tentato di fermarlo.
Tuttavia, se qualcuno nutrisse ancora dubbi sulla natura dell’attentato, basta leggere l’intervista che il nostro Francesco Borgonovo ha fatto a Claudio Bertolotti. Già capo della sezione contro intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan, Bertolotti dirige l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (React). In pratica, è un’autorità in materia di fondamentalismo e attentati e conosce molto bene sia le modalità degli aspiranti kamikaze, sia i meccanismi di quanti vorrebbero portare il jihad a casa nostra. Uno degli aspetti più interessanti del colloquio con l’ex capo della sicurezza in Afghanistan riguarda i profili di quanti compiono una strage. Non si tratta sempre di fanatici, indottrinati da anni di propaganda e preparati in campi di addestramento. Spesso a scatenare la pulsione violenta è la combinazione di fragilità personale e di marginalità sociale, accompagnate da traumi individuali o collettivi.
Come avrete già capito, Salim El Koudri risponde perfettamente all’identikit tracciato da Bertolotti. Perché, pur non risultando un «combattente» dello Stato islamico, l’autore della strage di Modena unisce fragilità psichica (che non vuol dire essere incapace di intendere e di volere) a motivi di risentimento individuali. Quindi, si esclude l’idea che per essere definiti terroristi si debba far parte di una struttura militarizzata e rispondere a un’organizzazione che propaganda attentati. Paradossalmente, non serve neppure un reclutatore che attiri il soggetto nella sua rete e lo spinga a colpire. Spiega Bertolotti che il 60 per cento dei terroristi arrestati in Europa prima di compiere una strage, o anche dopo averla compiuta, manifesta problemi di natura mentale o psicologici o psichiatrici. «Non dobbiamo incorrere nell’errore di non considerarli terroristi perché hanno disturbi: è l’esatto contrario. Proprio perché hanno problemi è più facile per loro essere preda della fascinazione di una strage come modo per sfogare la rabbia e un’insoddisfazione repressa».
Del resto, nel caso di Salim El Koudri, non soltanto si riscontrano il disagio psichico e pure il risentimento per non aver trovato un lavoro e non avere né relazioni sociali né fidanzata, ma anche le modalità di esecuzione dell’attentato. L’uso dell’auto come mezzo per provocare morte e terrore, la messa in calcolo di una possibile morte. Dice Bertolotti: la disponibilità o addirittura la consapevolezza di morire al termine dell’attacco fa pensare che El Koudri puntasse a ottenere il titolo di soldato del Califfato, quindi di diventare con il proprio gesto un combattente del jihad.
Insomma, con buona pace dei compagni, il giovane marocchino non è una vittima del clima d’odio e della mancanza di servizi sociali, è un terrorista.







