Talvolta è davvero deprimente notare come le sorti dell’Europa e dell’Occidente stiano a cuore a chiunque tranne che alla Chiesa cattolica. Sembra che se ne interessi ad esempio uno come Sir Jim Ratcliffe, ricchissimo proprietario della azienda chimica britannica Ineos e azionista del Manchester United, il quale ha sollevato un vespaio nel Regno Unito per alcune dichiarazioni in materia di immigrazione.
«Non si può avere un’economia con nove milioni di persone che ricevono sussidi e un enorme flusso di immigrati in arrivo», ha detto a Sky News il magnate. «Se si vogliono davvero affrontare i principali problemi dell’immigrazione, con le persone che scelgono di ricevere sussidi piuttosto che lavorare per vivere... allora si dovranno fare alcune cose impopolari e mostrare un po’ di coraggio». Secondo Ratcliffe «il Regno Unito è stato colonizzato dagli immigrati» e ora bisognerebbe «fare cose difficili per rimetterlo in carreggiata, perché al momento non credo che l’economia sia in buone condizioni». Servirebbe a suo dire «qualcuno che fosse disposto a essere impopolare per un certo periodo di tempo per risolvere i grandi problemi». Ovviamente non si sono fatte attendere le reazioni dei laburisti, a partire da quella del primo ministro Keir Starmer, secondo cui Ratcliffe ha detto cose «offensive e sbagliate». Starmer ci ha tenuto a dire che «la Gran Bretagna è un Paese orgoglioso, tollerante e inclusivo. Jim Ratcliffe dovrebbe scusarsi». In realtà, Ratcliffe non ha detto nulla che già non si sappia. Da uomo d’affari si è forse affidato troppo al conto economico, ma nella sostanza le sue dichiarazioni non sono peregrine. E le reazioni dei laburisti sono ipocrite oltre che ridicole. Dopo tutto il Regno Unito ha da poco annunciato che espellerà circa 4.000 immigrati irregolari e da mesi e mesi lo stesso Starmer insiste a volersi mostrare inflessibile nei confronti dei clandestini, oltre ad avere proposto norme più restrittive in materia di immigrazione.
Del resto la maggioranza della popolazione europea si è resa conto, non da oggi, del fatto che l’immigrazione di massa costituisca un grave problema. Lo riconoscono tutti tranne la sinistra e, purtroppo, la Chiesa. Dalla quale, ogni tanto, ci si aspetterebbe qualche parola più decisa sulla disfatta culturale occidentale, magari più approfondita e centrata di quelle pronunciate da Jim Ratcliffe. E invece accade l’esatto contrario. È bastato che il governo italiano annunciasse una nuova stretta sugli ingressi di stranieri - necessaria e in fondo fin troppo moderata - per suscitare la reazione indignata delle gerarchie ecclesiastiche. «C’è la necessità della gestione di un fenomeno epocale, gigantesco anche per i numeri, per quello che comporta, e quindi bisogna saperlo gestire insieme», ha detto il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi. Il quale ha voluto ripetere che l’immigrazione va gestita «guardando avanti, al futuro, mettendo al centro la persona, coniugando la sicurezza con l’accoglienza. Crediamo che le due dimensioni siano complementari, perché c’è sicurezza quando c’è accoglienza». Siamo sempre lì, alle frasi fatte sull’accoglienza, alle banalità buoniste sulla migrazione come fenomeno epocale a cui rispondere spalancando le braccia. Analoga ma forse peggiore la reazione di padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli per i rifugiati, secondo cui «sappiamo bene che l’Europa in declino demografico avrebbe bisogno invece di guardare al processo migratorio come uno strumento anche di rilancio verso il futuro delle proprie politiche e della propria sopravvivenza in qualche modo». Contestando le nuove proposte del centrodestra, padre Ripamonti spiega che il governo sbaglia «per paura e perché non si ha quella lungimiranza che invece sarebbe richiesta in questo momento ai legislatori». Vengono i brividi a sentire un sacerdote cristiano che parla di rimpiazzare gli europei con gli stranieri, servendosi degli immigrati come bacino demografico per l’Occidente declinante. Come si faccia a non rendersi conto del razzismo profondo di tale posizione è davvero un mistero. Eppure nel mondo cattolico sono ancora in troppi a pensarla in questo modo. Anche se dovrebbero essere soprattutto gli uomini di Chiesa - e non i Jim Ratcliffe - a preoccuparsi della colonizzazione demografica e culturale.
A completare il quadro arriva il fenomenale titolo di Avvenire sulla stretta migratoria: «Accoglienza zero», grida in prima pagina il giornale dei vescovi. E va forse perdonato perché non sa quello che fa. Sempre in prima pagina, infatti, il quotidiano della Cei presenta una intervista a Ashqaf, pakistano di 52 anni che di mestiere fa il rider, dichiara affranto «siamo in troppi» e fornisce dettagli agghiaccianti sulla «guerra tra poveri per pochi euro» che vivono i fattorini migranti. Come si fa a non capire che l’esito dell’invasione è esattamente questo? Se esiste la guerra tra poveri è perché abbiamo importato migliaia di persone il cui destino è quello di finire a svolgere lavori sottopagati contribuendo a livellare i salari di tutta la popolazione. È la situazione descritta da Ratcliffe: importiamo poveri che spesso finiscono a confliggere fra loro e nel frattempo pesano sul welfare, rendendo più difficile il sostegno pubblico alla popolazione autoctona. La guerra tra poveri, in sostanza, è la regola, la conseguenza inevitabile dell’accoglienza indiscriminata che i bravi cattolici progressisti continuano a sostenere.







