Non so quale sarà il risultato del referendum. Secondo alcuni sondaggi il Sì è in vantaggio di diversi punti, secondo altri ci sarebbe un testa a testa fra i due fronti e addirittura il No alla riforma della giustizia potrebbe all’ultimo averla vinta. Tuttavia, a prescindere da quale sarà il responso delle urne, la campagna per il plebiscito dal mio punto di vista ha già sortito un risultato positivo: ha rotto la cappa di piombo che per anni ha impedito il dibattito interno alla magistratura.
Ieri diversi pm e giudici hanno firmato un documento in cui contestano la tesi del procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, secondo cui a schierarsi contro la legge voluta dal ministro Carlo Nordio sono le persone per bene, mentre dall’altra parte, cioè tra quelli favorevoli alle modifiche costituzionali e alla separazione delle carriere, ci sarebbero gli indagati e i mafiosi. Siccome ai seggi ci si presenta con la carta d’identità e la tessera elettorale e non con il certificato penale, è evidente che la sparata di Gratteri è una super-balla, perché a meno che la Procura di Napoli non abbia messo sotto intercettazione migliaia di delinquenti per scoprirne le intenzioni di voto, nessuno può sapere come votino i pregiudicati. E però la frase del procuratore capo, ormai diventato simbolo a reti unificate della battaglia referendaria, ha suscitato una reazione che fino a poco tempo fa non si sarebbe vista: diversi magistrati hanno preso carta e penna (ma anche il telefonino per fare un videomessaggio) e si sono schierati contro Gratteri, attaccando direttamente l’Anm, ovvero il sindacato unico delle toghe.
Bisogna sapere che, mentre altre categorie di lavoratori sono rappresentate da organizzazioni con tendenze politiche tra le più varie, come Cgil, Cisl, Uil e Ugl, i magistrati - al pari dei giornalisti - hanno un solo sindacato, dove comanda la corrente più forte, che nel caso di pm e giudici quasi sempre è quella di sinistra. È vero che all’interno dell’Associazione coesistono gruppi con tendenze moderate, ma alla fine, quando c’è da tracciare la linea, guarda caso prevale sempre o quasi quella più radicale, vale a dire quella di Magistratura democratica, che, con un gioco di alleanze, ottiene gli incarichi più prestigiosi e impone la posizione più intransigente. L’unica volta che alcuni provarono a rompere il monopolio, finì con le intercettazioni dell’Hotel Champagne e nel Csm orientato un po’ più a destra alcuni furono costretti a dimettersi, facendo spostare la maggioranza nel Consiglio superiore nelle mani dei soliti gruppi di pressione.
La magistratura così è spesso presentata come un corpo unico, manco fosse un monolite al cui interno non esistono posizioni diverse. Ma il referendum sta mandando in mille pezzi l’unità della categoria, perché sta facendo emergere opinioni contrarie a quelle dell’Anm, che da sindacato che rappresenta tutte le toghe rischia di trovarsi a interpretare una sola parte, cioè quella schierata a sinistra.
Segnali di dissociazione dalla linea ufficiale patrocinata dal sindacato si sono avuti nelle scorse settimane. I lettori della Verità ne sono a conoscenza, perché da giorni stiamo pubblicando interventi di giudici e pm che non solo smentiscono le tesi più farlocche diffuse dal Comitato del No, ma dicono senza imbarazzo che il 22 e 23 marzo voteranno Sì alla riforma Nordio. E ieri come detto molti magistrati si sono anche dissociati dalle dichiarazioni del procuratore Gratteri, criticandone aspramente la posizione. A memoria non ricordo esempi di spaccature così profonde. In genere, quando si sono verificati scontri con la politica, ad alzarsi è sempre stata una voce sola, sostenuta di volta in volta da qualche capopopolo con la toga. Stavolta invece le divisioni ci sono e nessuno fa nulla per nasconderle. Buon segno: è la fine del sindacato unico dei magistrati e probabilmente anche della spartizione di carriere e assoluzioni alle spalle della giustizia.







