Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.
Michele Emiliano e Antonio Decaro (Ansa)
La mossa del presidente consentirebbe al Csm di concedere il placet al maxi incarico del magistrato come consulente. Con uno stipendio da 130.000 euro pagato dai pugliesi.
Quando c’è da fornire un aiutino a un magistrato, il Csm non si tira indietro. Certo, ha respinto due volte la richiesta avanzata dalla giunta della Regione Puglia di autorizzare il collocamento dell’ex governatore, Michele Emiliano, come consigliere legislativo per lo «studio e la ricerca», però lasciando aperta una terza soluzione.
Se il nuovo presidente, Antonio Decaro, accetta di far pagare ai pugliesi non solo un incarico da 130.000 euro l’anno ma anche i contributi previdenziali, la terza commissione del Consiglio superiore della magistratura darebbe il via libera all’incarico per Emiliano. L’ex governatore non vuole saperne di tornare a fare il pm, professione da lui esercitata fino al 2003 quando era diventato sindaco di Bari, carica ricoperta fino al 2014. Nel frattempo era stato segretario regionale del Pd, assessore comunale a San Severo e due volte presidente di Regione.
Per l’esattezza, sarebbe anche rientrato nei ranghi ma solo alla settima professionalità, la maggiore, come se avesse continuato ad amministrare giustizia in tribunale. «Ogni lavoratore, quando torna, chiede la ricostruzione della carriera ed è stata cosa accaduta ad altri magistrati che sono rientrati», era stata la sua giustificazione. Lo scorso dicembre aveva cambiato idea: «Non torno a fare il magistrato, anche per non mettere in imbarazzo tutti quanti, sarei una specie di orso al luna park. Io tutta quest’ansia di ricominciare a lavorare non ce l’ho», disse alla trasmissione di Radio 1, Un giorno da pecora.
C’era, però, il nodo del suo collocamento fuori ruolo dalla magistratura, considerato che Decaro in giunta non lo voleva malgrado l’impegno di Elly Schlein di offrire a Emiliano l’incarico di assessore in cambio della sua rinuncia a candidarsi Regione. Come occupare l’ex presidente, che potrebbe andare in pensione il prossimo luglio al compimento dei 67 anni, in attesa delle politiche del 2027, quando punta a entrare in Parlamento?
Il ruolo di consigliere giuridico di Decaro sembrava la soluzione ritagliata su misura per l’ex governatore-sceriffo. Una figura pensata proprio per consentire l’ingresso di Emiliano come supporto tecnico, mantenendogli una posizione centrale nelle decisioni sul suo territorio.
La Regione Puglia aveva presentato la prima richiesta di autorizzazione a gennaio, respinta dal Csm in quanto, sostanzialmente, inadeguata. La legge Severino dice che quel tipo di incarico tecnico può essere affidato a un magistrato solo se questi si mette alle dipendenze di altra amministrazione e, in ogni caso, l’incarico «fuori ruolo» prospettato per Emiliano non veniva accettato perché una consulenza politica regionale non era funzionale all’attività giudiziaria futura del magistrato, né rispondeva all’interesse dell’amministrazione giudiziaria.
Non solo, dopo la riforma Cartabia il tetto complessivo per i magistrati collocabili fuori ruolo è fissato a 180 unità per l’area ordinaria, con ulteriori limiti basati sul tipo di incarico e sull’ente di destinazione. E per un numero ridotto di posti (40) può trattarsi di collocamenti presso enti diversi da ministeri e organi costituzionali. Da Palazzo dei Marescialli era partita la richiesta di riscrivere l’istanza, rispedita ancora una volta al mittente in quanto, come nuova ipotesi, prevedeva di mettere in aspettativa retribuita l’ex governatore, garantendo il pagamento della consulenza ma non degli oneri previdenziali fondamentali ai fini pensionistici. Rigettata per incompatibilità normativa, perché il ruolo disegnato per Emiliano «non rientra in alcuno dei casi previsti dalla legge, che include anche i consiglieri giuridici ma quelli inseriti in “organi di rilevanza costituzionale”, quindi governo, Parlamento o omologhi», secondo quanto racconta Repubblica.
Se lo Stato non paga i contributi, nessun problema: ci pensa la Regione Puglia a sistemare il suo ex governatore, assumendosi anche quell’onere. Sarebbe questo, infatti, il piano ultimo che si sta predisponendo per ottenere il beneplacito del Csm. I giudici che hanno aspettato l’esito del referendum per negare l’aspettativa a Emiliano, forse per non mostrarsi troppo permissivi con il collega, non avrebbero nulla da obiettare se a sobbarcarsi del collocamento pro tempore di Emiliano fosse la Regione, ovvero i cittadini pugliesi. Con un disavanzo 2025 della sanità locale calcolato in 369 milioni di euro (quasi il triplo del deficit dell’anno precedente). Con richieste di interventi quali chiusure o accorpamenti di reparti o di interi ospedali, razionalizzazione della spesa farmaceutica e altre economie di cui doveva farsi carico la precedente amministrazione: «La Puglia è ancora in piano di rientro e, dopo anni di governo regionale di centrosinistra, non ha mai messo in campo una strategia credibile per uscirne. La verità è che non si possono chiedere sempre più risorse senza assumersi la responsabilità dei risultati», tuonava due giorni fa il gruppo regionale di Fratelli d’Italia.
Con l’ipotesi di aumentare l’addizionale Irpef per raggiungere l’obiettivo dell’equilibrio contabile, confermata dal presidente Decaro, si trovano i soldi per dare una poltrona all’ex presidente di Regione garantendogli pure i contributi perché arrivi alla pensione senza preoccupazioni di sorta.
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Luigi Lovaglio (Ansa)
Il candidato ora alla guida del Monte rilascia un’intervista a Bloomberg: «Tornerò a fare l’ad, alla banca serve continuità». Dall’istituto però fanno notare che la sua esclusione dal cda deriva dall’indagine sulla scalata a Mediobanca. Il titolo sale meno di Piazza Affari.
L’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio prova a rientrare al Monte. Non sarà facile però. La serratura è stata cambiata.
Perché c’è qualcosa di surreale e inedito in un capo azienda che, dopo essere stato invitato all’uscita, prova a rientrare dalla porta di servizio. Si presenterà con una lista di minoranza contrapposta a quella del Consiglio d’amministrazione che ha cancellato la sua candidatura. Il problema è l’indagine a suo carico avviata dalla Procura della Repubblica di Milano sulla scalata a Mediobanca. Non è certo un problema di integrità visto che l’inchiesta è ancora alle prima battute. Ma certo di opportunità. Intervistato da Bloomberg Tv, Lovaglio si difende: «Il mercato conosce il mio track record» nella convinzione che quattro anni di gestione costituiscano un visto permanente, non soggetto a scadenza né a revisione.
Il ragionamento è semplice, forse troppo: ho risanato il Monte, ho mantenuto gli impegni, dunque merito di restare. Peccato che il Consiglio di amministrazione - composto da persone che quel percorso lo conoscono quanto lui - abbia tratto conclusioni diverse. E quando chi ti ha lavorato a fianco per anni decide che è tempo di cambiare, forse varrebbe la pena interrogarsi, invece di andare in televisione a ricordare i propri meriti.
Ma questa, evidentemente, non è la strada scelta. Poi c’è la questione giudiziaria, che Lovaglio affronta con abilità: la mostra, la dichiara innocua, la fa sparire. È indagato nell’ambito dell’indagine relativa alla scalata a Mediobanca. È una vicenda tutt’altro che marginale. Lovaglio spiega che questo non rappresenta un elemento ostativo. «Mps ha confermato il mio fit & proper il 5 dicembre e un’altra volta a metà febbraio». Vuol dire che è stato dichiarato idoneo al ruolo. Ma poi le cose e le opinioni cambiano.
Il Consiglio di amministrazione, la scorsa settimana, ha scritto nella lettera agli investitori che la decisione di escluderlo non è riconducibile «esclusivamente» alle indagini in corso e ai loro potenziali impatti reputazionali. «Non esclusivamente». Parole che lasciano aperto un portone attraverso cui possono transitare considerazioni di tanti tipi. Lovaglio ha liquidato tutto questo come irrilevante. Gli investitori istituzionali, notoriamente allergici alle grane giudiziarie dei manager, sembrano non essere dello stesso avviso. Che cosa accadrebbe alla governance di Mps nel caso in cui l’inchiesta andasse avanti? Quali gli impatti su una banca cui negli ultimi anni non sono certo mancati i passaggi nelle Aule di tribunale
Sul fronte strategico, Lovaglio ha garantito che il piano industriale di Mps che prevede la fusione con Mediobanca resterà invariato. Il mercato, però, è di diverso avviso considerando il forte arretramento delle quotazioni subito dopo la presentazione del programma. La quotazione è scesa in poche ore del 7% e non si è ancora ripresa. Quanto alla partecipazione in Assicurazioni Generali, Lovaglio l’ha definita: «nice to have». Utile e benvenuta, ma non centrale.
Eppure quella partecipazione è stata al centro di manovre, tensioni e retroscena che lo hanno coinvolto in prima persona.
La vera partita si gioca lontano dalle telecamere di Bloomberg: sui tavoli dei proxy advisor, gli arbitri che il grande pubblico ignora ma che gli investitori istituzionali ascoltano con devozione. Institutional Shareholder Services (Iss) ha già raccomandato il voto a favore della lista del consiglio uscente che esclude Lovaglio. Glass Lewis non si è ancora espresso. La sua posizione è attesa con la trepidazione con cui un imputato aspetta il verdetto.
Se anche Glass Lewis si allinea, per Lovaglio la strada si trasforma in un muro. Se divergesse, il campo si aprirebbe. Ma al momento i segnali non sono incoraggianti per chi si presenta all’assemblea come candidato alternativo con un’indagine in corso alle spalle e il proprio ex consiglio di amministrazione schierato contro. Lovaglio però dichiara di sentirsi «a proprio agio» nella competizione assembleare.
Il Monte, nel frattempo, continua la sua secolare esistenza: è la banca più antica del mondo, un primato che sopravvive a governatori, amministratori e scandali con encomiabile forza. Aspetta di sapere chi la guiderà. Gli azionisti voteranno. I proxy advisor avranno consigliato. I mercati trarranno le loro conclusioni.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
In Aula la norma con gli aiuti energetici. Se il conflitto in Medio Oriente si allunga non basteranno. Serve un altro taglia-accise.
Israele intensifica le operazioni contro Teheran, il Pentagono è pronto a settimane di operazioni a terra in Iran e il segretario di stato americano Marco Rubio avverte del rischio di prolungate interruzioni nello Stretto di Hormuz con conseguente protrarsi della guerra per un altro mese.
Più che i prezzi è il tempo che peserà sull’economia globale tanto che i mercati finanziari internazionali restano appesi a ogni dichiarazione ufficiale per «governare» la volatilità dei titoli. Nell’incertezza delle prospettive Citigroup ha avvertito: «Le turbolenze in Medio Oriente presentano rischi significativi al ribasso per l’economia globale che potrebbe entrare in stagflazione e cioè “crescita ostacolata e aumento dell’inflazione, anche perché le banche centrali saranno costrette ad aumentare i costi di finanziamento per arginare lo shock inflazionistico causato dal settore energetico».
Per il nostro Paese, proprio gas e petrolio restano le materie prime che più pesano nelle tasche e sulle bollette dei cittadini a causa dei continui rincari. Arriva oggi alla Camera il decreto Bollette. Tra le novità una legata al bonus sociale: il presidente della commissione Attività produttive Alberto Gusmeroli, ha infatti fatto sapere che “anche le famiglie che hanno il teleriscaldamento possono accedere al bonus sociale in base all’Isee». Il leghista ha spiegato che finora, «mentre nei settori dell’energia elettrica, del gas e del servizio idrico erano già previsti strumenti di sostegno per i nuclei familiari in difficoltà, gli utenti serviti dal teleriscaldamento restavano esclusi. Ora rimediamo a una disparità evidente e rafforziamo concretamente il contrasto alla povertà energetica». Il teleriscaldamento in Italia «serve infatti circa 1,36 milioni di alloggi, equivalenti a oltre 2,5 milioni di cittadini». Previste anche le modifiche che estendono la vita delle centrali a carbone, penalizzate dalla politica woke dell’Ue, al 2038. La boccata d’ossigeno per automobilisti e autotrasportatori dal taglio delle accise con uno sconto di circa 25 centesimi sulla benzina e 12 centesimi sul Gpl è invece in scadenza. Il provvedimento introdotto con un dl per bloccare la speculazione scadrà il prossimo 7 aprile e non è ancora chiaro se il governo prorogherà lo sconto o ne introdurrà un altro. Possibilmente senza creare tensioni come accaduto per il taglio del credito d’imposta per gli investimenti in energia rinnovabile ovvero il ridimensionamento degli incentivi alle imprese (il 35% delle risorse prenotate) per Transizione 5.0 varato venerdì dal governo che ha provocato la rabbia di Confindustria. «È la rottura del patto di fiducia», ha detto il presidente di Confindustria Emanuele Orsini mentre Il ministro Giancarlo Giorgetti aveva motivato la scelta con la necessità di confrontarsi con le imprese per capire le nuove urgenze di sostegno, a seguito dell’impatto della guerra. Se ne discuterà mercoledì al Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Nella ricognizione effettuata dalla Cna è l’energia elettrica a guidare la classifica dei rincari seguita da rame, ferro, alluminio e carburanti mentre si registrano rialzi un po’ più contenuti per l’acciaio. Ma non va per nulla bene neppure sul piano della logistica e dei trasporti, con noli marittimi in crescita per la quarta settimana consecutiva. Crescono nel frattempo i timori per il calo di produzione anche dell’elio, un sottoprodotto del gas naturale fondamentale per la produzione di microchip, compresi quelli utilizzati per alimentare il boom globale dell’intelligenza artificiale, nonché per il funzionamento di alcuni dispositivi medici.
Intanto sono state le tensioni geopolitiche a spingere Moody’s a rialzare le stime sull'inflazione per quest’anno che passano dall’1,8% al 2,1%. Per il prossimo anno l’agenzia stima una crescita del Pil italiano a +0,8% con un’inflazione al 2%. E sempre causa guerra sono in aumento i rendimenti del debito pubblico nei Paesi europei e negli Usa. Gli investitori chiedono rendimenti più elevati, mentre la fiducia nell’economia globale cala. I titoli a 2 anni, più sensibili alle aspettative sui tassi nel breve periodo, sono saliti più rapidamente dei decennali, in un classico movimento di bear flattening (appiattimento ribassista), mentre i rendimenti sulle scadenze più lunghe riflettono i timori per l’impatto frenante sull’economia del rincaro dell’energia.
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True
2026-03-28
Trump perde il tocco magico. I mercati si fidano meno: petrolio e interessi in risalita
Donald Trump (Ansa)
Le dichiarazioni contraddittorie del presidente sulla guerra non convincono più gli investitori che riportano il tasso del bond decennale Usa alla soglia critica del 4,5%.
Donald Trump ha perso il tocco magico. Non è più il domatore di Wall Street. Il suo mandato aveva trasformato l’incoerenza in arte. La sorpresa in strategia. I mercati fremevano ad ogni tweet. Poi la guerra in Iran e l’incantesimo si è rotto. Da quando sono cominciati i bombardamenti ha inondato Truth e il resto del pianeta con una collezione di dichiarazione contraddittorie come un oracolo in giornata storta.
Con la guerra il presidente americano ha trasformato la comunicazione in roulette verbale: «Abbiamo vinto». Ma anche «dobbiamo finire il lavoro». «Non vogliamo il cambio di regime», salvo poi annunciare che il cambio di regime c’è stato. Nessuno, però, se n’è accorto. «Non sappiamo con chi parlare», ma anche «stiamo parlando con le persone giuste». Una girandola di dichiarazioni che ha attirato perfino il sarcasmo degli ayatollah, che non brillano certo per ironia: «Gli Stati Uniti trattano con se stessi». L’accordo? Forse sì. Forse no. Forse vediamo. Più che una strategia, un flusso di coscienza. Più che una dottrina, una diretta streaming. Nel frattempo, il vicepresidente JD Vance agita le mani come un vigile urbano all’incrocio: niente pantano, guerra breve, esercito iraniano già archiviato. In altre parole; usciamo prima che qualcuno faccia domande. Il problema è che le domande le stanno facendo i mercati. E, per la prima volta, non aspettano le risposte. Trump prova il vecchio numero: annuncia una moratoria di dieci giorni nei bombardamenti. Fino al 6 aprile terrà gli aerei lontani dalle centrali elettriche. In altri tempi sarebbe bastato per accendere i listini come un albero di Natale. Stavolta niente. I mercati ascoltano distrattamente. Un po’ come si fa con un vecchio zio. Poi cambiano discorso. Gli indici europei scendono tutti insieme, senza nemmeno litigare: Euro Stoxx 50 e Stoxx 600 giù dell’1%, Francoforte meno 1,3% , Parigi poco sotto, Milano cala dello 0,74% trascinata da industriali e tecnologia. Non è un crollo, è un’alzata di spalle collettiva. Che, per un presidente Usa, è peggio. Di gran lunga peggiore la reazione di Wall Street. Gli indici principali, a metà seduta segnano cali intorno all’1,5%. Le parole di Trump non bastano più a mettere il ghiaccio sulle ferite. Lo Stretto di Hormuz è mezzo chiuso, quindici milioni di barili al giorno restano imbottigliati come pendolari all’ora di punta. Il petrolio sale, supera la soglia dei 105 dollari, cresce di circa il 5%. Ogni barile conta, dicono gli esperti. E quando iniziano a contare i barili, significa che qualcuno ha perso il controllo della narrativa. Ma il vero termometro non è il petrolio. È il debito americano. I Treasury decennali si arrampicano al 4,42%, con lo sguardo fisso su quel 4,5% che, in passato, faceva cambiare tono alla Casa Bianca. Era il punto in cui Trump smetteva di fare il duro e iniziava a fare il ragioniere. Ci ha provato anche stavolta. Solo che il mercato ha cambiato fede. Non crede più ai miracoli. E poi, come in ogni romanzo giallo che si rispetti, arriva il dettaglio che trasforma il sospetto in trama. A fare la ricostruzione è il Financial Times. Mette in luce che lunedì mattina, tra le 6:49 e le 6:51, qualcuno vende sei milioni di barili di petrolio. Due minuti netti. Chirurgici. Alle 7:05 arriva il post presidenziale: pausa negli attacchi. Il prezzo del barile cade. Applausi per chi era già seduto dalla parte giusta del tavolo. Sedici minuti prima dell’annuncio, erano stati piazzati 580 milioni di dollari sul ribasso. Contemporaneamente erano stati acquistati futures per 1,5 miliardi di dollari scommettendo sul rialzo di Wall Street che puntualmente si è verificato. Che tempismo. Non è finita. Nei giorni precedenti, centinaia di scommesse azzeccano con precisione millimetrica l’ora di inizio della guerra. Operazioni milionarie si muovono pochi minuti prima dei post presidenziali. Futures comprati e venduti con una sincronia da metronomo. Il senatore democratico Chris Murphy pone la domanda più semplice, e quindi la più pericolosa: chi sapeva delle decisioni della Casa Bianca? La risposta ufficiale è impeccabile. Tutto regolare. Tutto etico. Tutto perfetto. Nel frattempo, però, l’ufficio del Dipartimento di Giustizia che si occupava proprio di queste cose - frodi, insider trading, piccole distrazioni da milioni - viene ridotto ai minimi termini. Da 36 a due avvocati. Praticamente una riunione del condominio davanti al caminetto. Coincidenze. Naturalmente. Il quadro si completa. Non è la guerra, non è il petrolio, non sono nemmeno i bond. È la fiducia che si è sfilacciata, punto dopo punto, dichiarazione dopo dichiarazione. Trump continua a parlare.
Una volta muoveva i mercati con una frase. Oggi non riesce nemmeno a convincerli con una pausa. Il tocco magico è finito. E Wall Street, che non ha senso dell’umorismo, ma ha una memoria eccellente, ha smesso di applaudire.
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