Nel 1994, quando pubblicò quel capolavoro che è il Canone occidentale, il grande critico letterario Harold Bloom aveva perfettamente compreso che genere di peste avrebbe infettato la cultura europea e americana negli anni a venire. «Iniziai la mia carriera didattica oltre cinquant’anni fa», spiegava Bloom. «Oggi mi ritrovo circondato da professori di hip-hop, da cloni della teoria gallico-germanica, dagli ideologi del genere e di vari credi sessuali, da innumerevoli multiculturalisti, e mi rendo conto che la balcanizzazione degli studi letterari è irreversibile».
A suo dire, si era imposta nell’accademia una «scuola del risentimento». «Tutti costoro, pieni di risentimento verso il valore estetico della letteratura, non stanno certo per scomparire, anzi alleveranno altri risentiti istituzionali», prevedeva Bloom. E concludeva: «Per loro, leggere una poesia, un romanzo o una tragedia shakespeariana è un esercizio di contestualizzazione, ma non nel senso ragionevole di circoscrivere antecedenti adeguati». Bloom non avrebbe potuto avere più ragione, soprattutto a proposito di Shakespeare. Come noto, sull’identità dell’autore britannico che fa da pilastro alla letteratura mondiale è in corso da anni un dibattito che talvolta si fa persino troppo fantasioso. C’è chi sostiene che Shakespeare non fosse il figlio di un guantaio di Stratford-Upon-Avon: per qualcuno dietro i capolavori si nascondeva il drammaturgo Christopher Marlowe, secondo altri a scrivere era il conte di Oxford Edward de Vere. Ora però emerge la tesi più sconcertante. Alla fine del mese uscirà un saggio di Irene Coslet intitolato The Real Shakespeare: Emilia Bassano Willoughby. L’autrice, che si definisce orgogliosamente femminista, ha potuto esporre le sue idee rivoluzionarie sul blog della prestigiosa London School of Economics (presso cui ha ottenuto un master), e ovviamente qualcuno grazie a ciò le prenderà persino sul serio. Ecco la sua tesi: «Shakespeare non era un uomo, ma una donna: una donna di colore, anglo-veneziana, di origine marocchina e segretamente ebrea, di nome Emilia Bassano (Londra, 1569-1645). Era figlia di un musicista di corte veneziano. Dopo la morte del padre, avvenuta all’età di sette anni, Bassano fu accolta in una famiglia nobile in Inghilterra, dove ricevette un’istruzione di alto livello. Trascorse la sua giovinezza alla corte inglese come favorita della regina Elisabetta I, prima di essere bandita e costretta a un matrimonio indesiderato nel 1592. Pubblicò un poema di teologia femminista, Salve Deus Rex Judaeorum , nel 1611. È associata a Shakespeare fin dagli anni ’70, quando lo storico Alfred Leslie Rowse di Oxford trovò prove che Bassano fosse l’amante del patrono della compagnia teatrale di Shakespeare». Non si tratta, a dirla tutta, di una trovata originale. Che Shakespeare fosse una donna lo aveva sostenuto già nel 2013 un altro autore, John Hudson. Ma la Coslet ritiene di avere trovato altre prove fondamentali. Quali siano, tuttavia, interessa poco. Il punto, qui, è tutto politico. Affermare che Shakespeare fosse una donna nera e ebrea non ci dice nulla di nuovo sulle sue opere. Ma ci permette, come spiega la ricercatrice femminista, di recuperare «il subalterno». Secondo Irene Coslet, «attribuire l’eredità occidentale solo agli uomini bianchi non solo è irrealistico, ma perpetua anche disuguaglianze e ingiustizie nella società. Lo sviluppo della tradizione culturale e storica occidentale è più complesso e multiculturale di quanto comunemente si creda. Privare i subalterni di una corretta paternità e rappresentanza significa perpetrare la supremazia bianca e il modello patriarcale, mentre recuperare voci e identità è fondamentale per costruire una società veramente equa». Il fatto è che a questa studiosa non interessa davvero capire chi fosse Shakespeare: le interessa soprattutto smontare il «predominio bianco» e fare voce all’odio che gli occidentali provano da qualche tempo per la propria cultura. Come vedete, questa paccottiglia woke non è affatto scomparsa dalle università, e ottiene persino qualche pubblicità. E forse il politicamente corretto è in ritirata, ma in tutti questi anni ha ormai prodotto danni irreparabili. E ci impedisce di riconoscere quale sia il vero dramma riguardo a Shakespeare (e altri colossi): che ormai pochissimi lo leggono davvero, a prescindere dal presunto colore della pelle.







