L’unica che non se ne accorge è Ursula von der Leyen. Lei forse non fa la spesa e non deve mangiare neanche un granché bene se è convinta che con il Ceta che ci fa importare il grano canadese al glifosato, con il Mercosur che ci riempie di polli conditi con la salmonella, e con l’Australian free trade agreement che ci fa mangiare vitelli all’estrogeno brindando con il finto Prosecco di Coonawarra si può sostituire la produzione europea. Il resto del mondo invece è preoccupato seriamente.
La Fao parla di catastrofe alimentare se va avanti ancora un po’ il blocco di Hormuz. Sta diventando anche una questione geopolitica: la Cina che detiene il 50% delle scorte mondiali di grano con oltre 150 milioni di tonnellate potrebbe usarle per fare diplomazia alimentare verso i paesi africani. Chi ha diminuito le scorte è, manco a dirlo, l’Europa che ha perso il 40% del grano immagazzinato. Su sollecitazione del governo italiano i Paesi della Lega Araba, quelli del Golfo e del Maghreb e gli europei balcanici hanno siglato un accordo proposto dal ministro Antonio Tajani per garantire in maniera stabile l’approvvigionamento dei fertilizzanti una volta superata la crisi di Hormuz.
Ma l’emergenza è qui e adesso. Per gli agricoltori vuol dire rischio di chiusura delle aziende, per i consumatori vuol dire prezzi folli. L’inflazione alimentare in aprile è stata del 3,1%, i prodotti freschi (frutta, verdura, pesce) sono oltre il 4,4. A denunciare un balzo senza precedenti dei costi di produzione è la Coldiretti che si avvale di uno studio di Divulga il principale centro studi di economia agraria in Italia. I primi due mesi di guerra sono costati fino a 3.600 euro ai pastori e agli allevatori italiani, con rincari aggiuntivi che vanno dai 40 euro a tonnellata per il latte bovino ai 95 euro a tonnellata per quello di pecora.
Con pesanti ricadute sulla produzione dei formaggi. Costa fino 200 euro in più a ettaro coltivare mais e altri cereali per alimentare le mandrie e col gasolio agricolo tornato sopra 1,42 euro tutte le azioni - dall’irrigazione alla conservazione dei prodotti - sono fuori mercato. C’è poi l’incidenza del costo dei fertilizzanti: l’urea è arrivata a 870 euro a tonnellata, contro i 470 del maggio di anno fa (+85%), il nitrato ammonico e rincarato da 369 euro a tonnellata a 510 (+38%) e la chiusura di Hormuz ha ritardato la disponibilità fino a 3 milioni di tonnellate di fertilizzanti al mese.
Tutto questo come hanno sostenuto ieri a Cagliari il presidente e il segretario generale di Coldiretti Ettore Prandini e Vincenzo Gesmundo fa diventare insostenibile la coltivazione nel totale immobilismo dell’Europa. Per questo protestavano i 3.000 contadini sardi guidati da Battista Cualbu, presidente della Coldiretti dell’isola, riuniti a Caliari anche per arginare la contraffazione del made in Italy. Proprio ieri la Corte di Giustizia dell’Ue ha stabilito che bandiere tricolori, richiami all’Italia e immagini evocative non possono essere utilizzati per suggerire un’origine italiana della pasta quando il grano impiegato arriva dall’estero. La Corte ha confermato la sanzione da un milione di euro inflitta a Lidl Italia che vende i marchi Italiamo e Combino inducendo i consumatori a credere che il grano sia italiano, mentre proviene da Paesi Ue ed extra Ue.
È solo un primo passo e va anche detto che l’Italia importa oltre la metà del frumento duro che serve per confezionare i 2,4 milioni di tonnellate di spaghetti & Co. Li vendiamo in tutto il mondo e la normativa impone che se si usano richiami all’italianità il grano debba essere nazionale. Solo che di grano ne abbiamo sempre di meno e in questo momento, in attesa del prossimo raccolto, soffre ancora di più. I prezzi sono crollati (280 euro tonnellata in media per il duro) perché ci sono – vedi Canada grazie all’accordo Ceta -massicce importazioni di prodotto scadente senza alcun beneficio per il consumatore finale, ma con costi di coltivazione schizzati in alto. E questo sta minando una delle principali filiere del made in Italy agroalimentare.






