Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
Luigi Lovaglio (Ansa)
L’ad Mps ostenta tranquillità verso il consiglio nazionale Uilca. E non molla Mediobanca.
A un mese dal consiglio che lo ha confermato amministratore delegato dopo una battaglia assembleare tutt’altro che rituale, Luigi Lovaglio si presenta al consiglio nazionale della Uilca. Il messaggio è di destinato a lasciare il segno nel lessico del risiko bancario italiano. La cornice è Venezia. Sul tavolo ci sono governance, stabilità, relazioni industriali. Ma, soprattutto, c’è il futuro della banca senese, dentro una fase che somiglia sempre più a una partita a scacchi giocata su più tavoli.
Lovaglio ostenta tranquillità. Nessuna tensione, nessuna ombra lunga sulle dimissioni di Fabrizio Palermo, che avevano alimentato il sospetto di crepe nella maggioranza del consiglio. Il clima è sotto controllo: «C’è concordia», ripete ai cronisti, intercettato mentre si dirige verso il motoscafo. Concordia che, secondo la sua lettura, non è solo esterna ma anche interna al cda. La traiettoria di crescita porta a Mediobanca. Lovaglio non solo non arretra, ma accelera sul percorso. Il Monte, dice in sostanza, non è spettatore del consolidamento bancario italiano. È uno dei protagonisti. Perché «tutte le strade portano a Siena».
La frase, ribalta la prospettiva: non il Monte come oggetto di possibili acquisizioni o fusione, ma Siena come snodo inevitabile delle rotte future del sistema. In questa logica si inserisce anche l’ipotesi Mediobanca, che per il Monte rappresenta la leva per aggiungere al perimetro tradizionale della banca commerciale nuove fonti di reddito: corporate, private banking, gestione patrimoniale. Un mix che si affianca alla rete territoriale e ai flussi già consolidati. Oltre al contributo non secondario dei dividendi legati alla partecipazione in Generali, descritti dallo stesso Lovaglio come «il profitto di una banca media». Il racconto dell’ad torna, poi, alle radici del rilancio: la rete, i dipendenti, la macchina commerciale che nei momenti più difficili ha tenuto insieme l’istituto. Su questo punto si innesta anche il richiamo al clima sindacale, che il segretario generale Fulvio Furlan definisce solido, segnato da un dialogo costante e da una prospettiva di continuità che il piano industriale ha contribuito a rafforzare. Ma è nei numeri che si misura la dimensione del cambio di scala. Quando Lovaglio ricorda il suo arrivo nel febbraio 2022, il confronto diventa fotografia: una banca valutata dal mercato circa 300 milioni, appesantita da vincoli e incognite legali. Oggi proiettata verso una capitalizzazione di 26 miliardi. Una trasformazione che non viene presentata come un punto di arrivo, ma come una tappa intermedia. L’obiettivo implicito, ma neppure troppo nascosto, è un ulteriore salto di scala: fino a 50 miliardi, cifra che cambierebbe radicalmente il posizionamento del Monte nel sistema bancario italiano ed europeo. Una soglia che non avrebbe solo valore simbolico, ma effetti concreti: maggiore difesa da scalate ostili, più forza contrattuale nelle aggregazione, e una centralità più marcata nelle future geometrie del settore.
Sullo sfondo resta il grande gioco del consolidamento bancario italiano. Con Unicredit impegnata su altri fronti europei, Bper concentrata sulle integrazioni con Banca Popolare di Sondrio e Banco Bpm nel perimetro delle possibili combinazioni, il sistema appare non ancora stabilizzato. In questo spazio aperto si inserisce la strategia del Monte, che non si limita a difendere la propria posizione ma prova a ridisegnarla. Il messaggio finale è quello di una traiettoria che da Siena prende forma e direzione. Una strada che, nella lettura di Lovaglio, non è ancora scritta fino in fondo. Ma ha già orientamento molto chiaro: nel risiko bancario, chi vuole capire dove si va a finire, deve prima guardare da dove si parte. E, almeno per ora, tutte le strade portano a Siena.
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Piazza Affari raggiunge il massimo storico dal 2000 a quota 50.220 punti. Nel 2022 la sinistra vaticinava un Paese in declino.
Segnatevi questa data: 25 maggio 2026. La Borsa tocca a 50.220 punti. Nuovo record. Superati i 50.109 punti che l’indice di Piazza Affari registrò nel marzo 2000. Sì, avete letto bene: duemila. Ci sono voluti 26 anni e due mesi per andare oltre quei livelli. E il massimo storico viene raggiunto con un governo di centrodestra, che punta pure al record di durata (a settembre).
Tra fine inverno e inizio primavera del 2000 a Palazzo Chigi c’era il primo premier post comunista: Massimo D’Alema. Ora la prima presidente post missina. Ai mercati piacciono gli estremi? In realtà la politica conta fino a un certo punto in Borsa. Conta se è stabile, certo, ma soprattutto se non rompe le scatole al mercato e agli investitori. Perché in realtà a chi compra titoli piacciono altre cose: gli utili, i dividendi e la liquidità, specie se a costi (tassi) bassi. E a Milano ora è pieno di azioni che pagano belle cedole, con profitti record e buone prospettive. Tipo le banche, ma anche Eni o Enel. E pure le utilities. O Ferrari, per dirne una.
La politica conta e non conta, ma a rileggere certe frasi pre-elezioni Politiche del 2022, quelle che hanno portato Giorgia Meloni a diventare il primo presidente del Consiglio donna, viene da ridere per non piangere. «Se vince la destra sarà a rischio la libertà. Ci sono tentativi di interferenza russa. La destra al governo porterà l’Italia in braccio a Putin e Orbàn», diceva Luigi Di Maio. Lorenzo Guerini (Pd) parlava invece di «rischio default per l’Italia con la destra al governo». Stesso pensiero di Enrico Letta: «La destra al governo ci porterà alla bancarotta». Romano Prodi tremava: con la destra «al governo conti in pericolo». Altra perla, targata Piero Fassino: «Se vince la destra sovranista e populista, l’Italia verrà isolata in Europa e nel mondo». Invece il 25 settembre il centrodestra vince, E da quel giorno l’indice dei principali 40 titoli di Piazza Affari è passato da 21.000 punti circa a 52.200 punti. Un rialzo di quasi il 140%. Senza contare i dividendi pagati dalle società quotate ai loro azionisti, grandi e piccoli. E la «bancarotta»? E il «default»? E «l’isolamento» internazionale? C’è da ridere per non piangere anche perché queste cassandrate finite male erano uscite da esponenti di uno schieramento che la Borsa non l’aveva tirata su. Anzi... Quando arrivò Mario Monti al governo si toccò il minimo storico intorno ai 12.000 punti. Altro che salvatore della patria... e poi con Renzi, Gentiloni, Conte e pure Draghi, non avevamo rivisto i massimi. Si era tornati in zona 20.000, ma i 50.000 sembravano irraggiungibili. Un miraggio. Il Dax di Francoforte invece aveva recuperato e oltrepassato i record già oltre 10 anni fa. E poi Parigi, Londra. Non parliamo di Wall Street. Come mai allora la nostra Borsa ci ha messo una vita per superare se stessa?
Innanzitutto va detto che 26 anni fa la geografia dei titoli più forti era completamente diversa: dominavano i Tmt - tecnologia, media e telecomunicazioni. Telecom e Tim, all’epoca, regnavano con una capitalizzazione complessiva sui 150 miliardi. Vi ricordate l’Opa di Telecom su Seat Pagine Gialle per poi fondere Seat con Tin.it? Dopo crollò tutto, in scia al ko del Nasdaq. Valutazioni troppo alte rispetto agli utili. Solo che da quel falò di migliaia di miliardi in America nacquero i colossi di adesso: Amazon, Apple, Microsoft, per dirle alcuni. Interpreti della vera new economy. Noi, Italia ed Europa, siamo invece rimasti indietro. I big delle tlc tricolori sono state poi spolpate e svendute. Ciò nonostante, governo Berlusconi, Piazza Affari tentò la rimonta verso il record. Purtroppo arrivarono il crac Lehman Brothers e il taroccamento dei conti pubblici greci che dimostrò la pochezza del sistema eurocentrico. Crisi finanziarie che portarono a un decennio di tassi bassi, o negativi, che notoriamente non fanno guadagnare le banche, grandi protagoniste del Ftse Mib. Poi il Covid, la guerra, il mega rialzo dei tassi americani ed europei. Fino al momento Liz Truss, la premier britannica che voleva tagliare le tasse facendo debito impegnando ulteriormente i già deboli conti pubblici del Regno Unito. Durò poco, pochissimo. Fu spazzata via dalle vendite sui titoli di stato della Corona. Era inizio autunno 2022. E Giorgia Meloni capì che non si scherza con i mercati: troppo indebitati, i governi, per sfidarli. Memore anche dei colpi di spread contro il governo Berlusconi. E allora le nuove parole d’ordine: stabilità e serietà sui conti.
Se a questo ci mettiamo che dal settembre 2022 i tassi hanno iniziato a scendere e la recessione, spesso annunciata, in realtà non s’è mai vista, ecco spiegato il rally della Borsa. Durerà? Due le condizioni: liquidità e crescita (anche poca) del Pil. Basta vedere quello che accade in Giappone: il record del 1990 a oltre 40.000 punti è stato riacciuffato solo un paio di anni fa. Ora siamo a 65.000 punti. Occhio però: va bene la liquidità per evitare la recessione, ma prima o poi i debiti si pagano...
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Giù le previsioni di crescita nel 2026: appena +0,9% (Italia ultima a +0,5%). Non dipende da noi, ma (dicono i contabili) dalla guerra nel Golfo. Eppure sul 3% non si discute. Lo sfora la Germania? Niente infrazione.
L’Europa assomiglia a un medico che dopo aver visitato il paziente prescrive una surreale ricetta: «Lei è messo male, ma niente antibiotici. Solo una passeggiata. Vedrà che starà meglio». Il paziente è l’Italia. Il medico è la Commissione europea. Le previsioni economiche di primavera diffuse da Bruxelles sono un capolavoro di schizofrenia burocratica. Da una parte confermano tutto quello che Roma denuncia da mesi per chiedere una deroga al Patto di stabilità.
Dall’altra però la risposta non cambia: prudenza e rigore. Giorgia Meloni non ci sta. A Brescia, dove partecipa all’evento di Coldiretti, dice: «Non ho cambiato idea sulle spese della difesa. Però, se non siamo in grado di difendere cittadini e nostre imprese, rischiamo che domani non ci sia più niente da difendere». Il ministro Giorgetti intervenendo in video-conferenza al Festival dell’Economia del Sole 24 Ore resta positivo: «Questi negoziati sono lunghi, richiedono tante spiegazioni in sedi anche non ufficiali. Il mio ottimismo deriva da razionalità della nostra proposta».
Il documento della Commissione conferma un’Europa che rallenta vistosamente perché la guerra in Iran ha trasformato il petrolio in un ordigno geopolitico. Crescita più bassa, energia più cara, inflazione in salita e rischio che la Bce torni a fare la voce grossa con i tassi. Esattamente quello che il governo italiano sostiene da settimane. Bruxelles annuisce, prende appunti e poi risponde con l’entusiasmo di un bancomat senza contanti: «Operazione non consentita». I numeri sono quelli che sono. La crescita nel 2026 sarà solo dello 0,9%. In autunno fa la previsione era dell’1,2%. Tre decimali sembrano poca cosa. In realtà sono miliardi svaniti come granite ad agosto. Per il 2027 Bruxelles prevede un leggero miglioramento: 1,2%. Sempre che nel frattempo il Medio Oriente non diventi una gigantesca stazione di servizio in fiamme. L’Italia riesce a fare peggio della media europea. Crescerà dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. Insomma non una recessione, ma una forma avanzata di immobilismo motorizzato. Non c’è crescita. Un galleggiamento senza una direzione precisa. Come un pedalò dimenticato in mare nella bonaccia di Ferragosto. E mentre il Pil procede con l’energia di un bradipo sedato, il debito pubblico continua invece a correre come un motorino: 139,2% del Pil entro il 2027. Qui arriva la scena madre. Perché nello stesso momento in cui l’Italia diventa campione europeo del debito, la Grecia ci sorpassa nella gara del risanamento. Sì, proprio la Grecia. Quella che quindici anni fa veniva descritta come il laboratorio della catastrofe occidentale. Quella dei memorandum, della troika, dei pensionati disperati davanti ai bancomat. Atene riduce il debito dal 147,6% al 134,4%. Noi invece saliamo.
È come svegliarsi una mattina e scoprire che il compagno ripetente della scuola è diventato chirurgo cardiovascolare mentre tu sei diventato un anonimo colletto bianco. Ma il vero spettacolo arriva quando la Commissione spiega perché l’Italia soffre più degli altri. Scrive che il nostro sistema energetico dipende ancora troppo dal gas. In Spagna le rinnovabili proteggono meglio i prezzi. Germania e Olanda stanno nel mezzo. L’Italia invece è il «caso estremo». Appena il gas starnutisce, le bollette vanno in terapia intensiva.
La soluzione sarebbe logica: lasciamo all’Italia un po’ più di margine di bilancio per affrontare l’emergenza.
E invece no. Per il commissario all’economia Valdis Dombrovskis bisogna agire «con prudenza». Nel frattempo però succede una cosa curiosa. Come sempre ai danni dell’Italia. Perché mentre Bruxelles spiega a Roma che non ci sono spazi fiscali, metà continente sfonda tranquillamente i parametri. Ben 13 Paesi su 27 avranno un rapporto deficit/Pil sopra il 3% sia nel 2026 sia nel 2027. Tredici. Praticamente la metà dell’Unione. Austria, Belgio, Bulgaria, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Lettonia, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Sembra l’elenco delle nazionali iscritte alle qualificazioni per i prossimi Campionati Europei. Eppure il problema strutturale resta sempre l’Italia sospesa nel vuoto.
Nel 2027 finirà la spinta del Pnrr. Gli investimenti rallenteranno. Bruxelles avverte che la spesa pensionistica salirà per effetto dell’inflazione. Arriverà al 3,2% prima di scendere all’1,8%. La crescita resterà inchiodata vicino allo zero.
Il tutto mentre la Bce potrebbe alzare i tassi proprio a causa dell’inflazione energetica provocata dalla guerra. Che è esattamente il motivo per cui Roma chiede flessibilità.
Poi il capolavoro finale. Il pezzo che nemmeno la migliore satira avrebbe osato inventare.
Secondo il quotidiano Handelsblatt la Germania eviterà la procedura europea per deficit eccessivo anche se il suo disavanzo supererà il famoso tetto del 3%. Motivo? Perché probabilmente non riuscirà a spendere tutti i soldi stanziati. Geniale.
L’Italia chiede flessibilità perché deve spendere per salvare famiglie e imprese dal caro energia. Risposta: attenzione ai conti. La Germania invece evita la procedura perché non riesce a spendere abbastanza velocemente. Che dire? È il trionfo della metafisica contabile.
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Parlamento europeo (Ansa)
Bruxelles vede nero sul 2026 eppure chiude a deroghe al Patto. Niente intesa sull’immigrazione. Fabrizio Palenzona: «L’euro è stato un salto nel buio».
Hai voglia a dibattere su quale futuro politico per l’Europa: fintanto che vince la logica del fanatico rispetto di regole contabili, non ci sarà alcuna evoluzione politica. E allora a quel punto tocca ai governi decidere che cosa fare: morire o sopravvivere negli interstizi che la globalizzazione apre. Meno male che qualcuno comincia ad aprire gli occhi e la bocca anche di fronte a platee finora sempre ossequiose.
Sentite cos’ha detto ieri al Festival dell’Economia di Trento Fabrizio Palenzona, chairman di Prelios Group: «L’euro è stato un salto nel buio che ci è costato carissimo: avevamo l’ambizione di stare insieme agli altri ma non abbiamo avuto una classe politica idonea per garantire un passaggio che non ammazzasse l’Italia, come poi è avvenuto». Mentre Palenzona ragionava a voce alta su euro e crisi dei partiti, proprio dalla Commissione europea arrivavano i dati sulle previsioni di crescita di primavera: la crisi penalizza particolarmente l’Italia, collocandoci ultimi per crescita economica e primi per debito pubblico. Si tratta di una doccia fredda? Non per noi, che più di una volta abbiamo criticato e alzato la voce nei confronti del governo Meloni, senza pregiudizi di ostilità ma con l’atteggiamento di chi invitava l’esecutivo a rompere il gioco ordinato da Bruxelles e provare a impostare uno spariglio.
Se oggi siamo in questa condizione è anche perché non si è avuto il coraggio di cambiare lo schema, nonostante persino da fronti economici importanti - penso a Confindustria o a Coldiretti - giungessero inviti a non omologarsi acriticamente alle regole europee. Dovevamo dunque arrivare alla situazione limite dove comprare le armi parrebbe prioritario rispetto ad aiutare famiglie e imprese sul fronte dei rincari energetici. E dobbiamo ancora una volta sentire il sermone del solito Valdis Dombrovskis, pretoriano del fanatismo contabile anche rispetto ai risvolti delle guerre in Ucraina e in Iran: «Stiamo conducendo delle valutazioni per capire cosa si può fare nell’ambito del nostro quadro di bilancio. Ma ovviamente questo è collegato a un secondo punto importante: abbiamo meno margine di manovra di bilancio rispetto alla crisi precedente. Ciò richiede quindi prudenza fiscale, in particolare per i Paesi fortemente indebitati». Dombrovskis ci sta dicendo in poche parole che semmai ci daranno qualcosa si tratta di briciole e che comunque ce le farebbero pagare pesantemente. Dunque, se Meloni o Giorgetti o altri contano di restare all’interno della liturgia del Patto di stabilità, si preparino a spiegare agli italiani perché il governo fa poco o nulla per i cittadini.
L’altro giorno c’è stato un po’ di parapiglia per la minaccia di rivedere l’impegno di spesa del 5% per le armi? Bene: il governo risponda alla Commissione e al potente commissario con piglio del pirata. L’Italia non spende in armi, ma va a deficit per arginare l’impazzimento dei prezzi dell’energia. Bruxelles aggraverebbe la nostra posizione rispetto alla procedura di infrazione in corso? Beh, allora cominciamo a giocare tutti pesante, partendo dalla considerazione che tutti i Paesi dell’Unione sono sotto procedura di infrazione, e che quelli per disavanzo eccessivo sono nove, dato che all’ultimo giro è stata aggiunta la Finlandia. Se vogliono la prova muscolare, allora che lo sia fino in fondo, anche a costo di usare il diritto di veto per difendere gli interessi nazionali. A proposito di infrazioni, chi l’ha fatta franca è la Germania. Non è la prima volta che coi tedeschi la manica della Commissione si allarga, già era successo negli anni passati rispetto al mancato sanzionamento di Berlino per il prolungato surplus della bilancia commerciale, che non violando espressamente i Trattati non espone a sanzioni automatiche ma solo discrezionali, sebbene generi pesanti squilibri macroeconomici e asimmetrie di mercato, sempre a vantaggio della Germania.
Anche stavolta ai tedeschi viene risparmiata una procedura di infrazione per deficit eccessivo, nonostante le recenti manovre superino - nello stanziamento - significativamente il limite del 3% del Pil. Sarà il premio per gli investimenti massicci in armi, ossia la linea produttiva che riconverte le industrie in crisi? Certo che sì. La decisione a favore della Germania non è un passaggio politico neutro, quanto una indicazione precisa che parte da Bruxelles. E non è stata l’unica: pure il patto sui migranti ha ricevuto uno stop pesante, nel senso che è mancata l’intesa sul regolamento che dovrebbe disciplinare i rimpatri. Si tratta di un (altro) no contro l’Italia, uno dei Paesi che accoglie il maggior numero di migranti. La legge in questione, se approvata, avrebbe concesso ai Paesi la possibilità di inviare gli stranieri a cui è stato ordinato di lasciare il territorio dell’Ue verso quei «centri di rimpatrio» individuati in paesi extra-Ue: il modello Albania, per intenderci, contro cui si sono mosse alcune organizzazioni umanitarie. L’Europa la sta dando vinta a costoro.
Ricapitolando. Se l’Europa non vuole che i governi aiutino famiglie e imprese contro il caro energie, e non vuole nemmeno soluzioni rispetto alle espulsioni, cosa aspetta il governo italiano a essere pienamente sovranista? E rispondere a muso duro a Bruxelles, minacciando non solo di allargare il deficit ma anche di usare sistematicamente il potere di veto per far capire che a Roma non si scherza più? Qui c’è in ballo la sicurezza nazionale.
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