C’è un punto a Roma in cui finanza e varietà si incontrano. È in via Due Macelli, a due passi da piazza di Spagna, dove ha sede il Salone Margherita, la cui proprietà appartiene a Banca d’Italia. Lustrini e grisaglie, balletti e messe cantate come ironicamente venivano definite le assemblee dell’istituto di emissione. A officiare il rito era il governatore, che un tempo non rilasciava interviste e non parlava che in rarissime occasioni ufficiali.
Ora Banca d’Italia riproverà a venderlo insieme a cinque ex filiali: Asti, Enna, Imperia, Novara, Varese. Base d’asta complessiva: 12,25 milioni. Cinque solo per il Salone Margherita. Le manifestazioni d’interesse entro aprile. Bankitalia si è dimostrata un venditore molto paziente. Fin troppo. Dei 106 immobili messi sul mercato 15 anni fa - tra ex filiali, appartamenti per il personale ed edifici vari - è riuscita a cedere i due terzi. Un fondo privato avrebbe impiegato molto meno. Ma si sa: il passo delle banche centrali è solenne, maestoso, talvolta pigro. Il problema, adesso, sono gli ultimi stabili che aspettano compratori con rassegnazione silenziosa dei mobili dimenticati in cantina. Enna, chiusa dal 2008. Asti e Imperia, spente dal 2009. Novara e Varese, inutilizzate dal 2016.
Nel frattempo, qualcuno le ha dovute manutenere. Qualcuno ha pagato le bollette. Qualcuno ha continuato a versare denaro pubblico su edifici che guardavano il soffitto in attesa di essere venduti. L’obiettivo adesso, spiegano da via Nazionale è completare l’iter entro la fine dell’anno. Almeno per le filiali più datate. Nel frattempo si stanno chiudendo Livorno e Brescia. Nel lotto delle cinque ex filiali, la valutazione più alta spetta a Varese: 4,75 milioni. Sorge nei pressi di Villa D’Este e del parco che la circonda. È bello, è vincolato, e chi lo compra non potrà farci granché, ma almeno starà vicino a qualcosa di meraviglioso. Consolazione paesaggistica di pregio. Ma nessuno dei cinque immobili ha la storia del Salone Margherita. Affascinante.
Il Salone Margherita appartiene alla Banca d’Italia dal 1894. Prima ancora che aprisse ufficialmente. L’inaugurazione è del 1898, sebbene l’attività risalga in forme diverse al 1890. Siamo nel pieno dello scandalo della Banca Romana, quando la finanza italiana dimostrò che la creatività contabile non è un’invenzione recente. In mezzo al terremoto il barone Lazzaroni si ritrovò nella scomoda posizione del debitore insolvente. La Banca d’Italia acquisì l’immobile come recupero crediti. Risultato: l’istituzione più austera del Paese diventò proprietaria di quello che sarebbe diventato il tempio del café-chantant.
C’è qualcosa di vagamente surreale in tutto questo. I fratelli Marino, imprenditori napoletani con il fiuto giusto, lo presero in gestione nel 1901. Vollero importare a Roma il modello del Moulin Rouge. Musica, spettacolo, cena servita durante lo spettacolo. La Ville Lumière sul Tevere. Il nome fu scelto in omaggio alla regina Margherita di Savoia, figura amatissima dell’epoca. Un’operazione di puro marketing: battezzare un teatro come la regina significa avere già una recensione positiva incorporata nell’insegna. Il Salone si dotò fin dall’inizio di una particolarità che lo rende unico ancora oggi: le cucine interne. Quattrocento posti tra platea, palchi e galleria, e una brigata pronta a servire mentre sul palco si cantava e si ballava. Nella sua lunga vita il Salone ha ospitato i grandi del varietà italiano. Ettore Petrolini, genio comico senza tempo. Lina Cavalieri, talmente bella che i suoi ritratti finirono sulle scatole di sapone di mezzo mondo.
Ma per il grande pubblico della seconda metà del Novecento, il Salone Margherita è indissolubilmente legato a un solo nome: il Bagaglino di Pier Francesco Pingitore. Dagli anni Settanta e per decenni, quella piccola sala liberty a due passi dalla Scalinata di Trinità dei Monti è diventata un set televisivo. Satira politica, soubrette, travestiti illustri, ministri della Repubblica presi in giro con affetto feroce. Il Bagaglino era un’istituzione nell’istituzione prodotto tra le mura di un teatro di proprietà della Banca d’Italia. Un connubio sorprendente.
Nel 2020 la società di gestione ha restituito l’immobile. Il teatro non ospita più regolarmente spettacoli. Qualche mostra, qualche evento istituzionale. Nel frattempo via Nazionale ha continuato a a tenere in ordine il gioiello liberty nel cuore di Roma. Ora il bando, e forse la vendita.






