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2019-01-03
Settori senza donne per Milan-Juve. In Arabia la Figc si gioca la faccia
Ansa
Lo scorso 25 novembre i calciatori della Serie A sono scesi in campo con un segno rosso sulla guancia, in segno di adesione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 16 gennaio prossimo, invece, quindi appena 52 giorni dopo, una partita ufficiale della Figc si giocherà in un impianto che avrà interi settori chiusi alle donne. Parliamo della Supercoppa italiana che si giocherà nel King Abdullah sports city stadium della città saudita di Gedda. A contendersi il trofeo che vede di fronte la vincente dello scudetto e della Coppa Italia saranno Juventus e Milan (quest'ultima finalista perdente dell'ultima Coppa Italia, vinta dagli stessi bianconeri).
I club delle due squadre si stanno già attrezzando per permettere ai propri iscritti di andare a tifare i propri beniamini anche tra le dune del deserto. Le istruzioni arrivate dalle società contengono tuttavia delle postille a cui i supporter italiani non sono abituati. Abbiamo davanti una mail mandata dalla Juventus ai propri fan club ufficiali (ma in casa rossonera sarà sicuramente girata una comunicazione analoga). Oltre a varie specifiche tecniche, leggiamo che «è possibile richiedere biglietti in due sole categorie», denominate «cat 1 lower singles», dal costo di 24 euro, e «cat 1 upper families», al prezzo di 12 euro. Dimenticate curve, distinti, tribune e tutte le suddivisioni dei settori degli stadi a cui siamo abituati. Qui l'impianto ha solo posti per single e posti per famiglie.
Qual è la relazione tra il proprio stato civile e il fatto di ritrovarsi sugli spalti a tifare la propria squadra? Per capire dove si vuole andare a parare dobbiamo proseguire nella lettura della mail e leggere un'avvertenza preceduta da un «attenzione» scritto tutta in maiuscolo: «Nel settore single è consentito l'accesso solo a persone di sesso maschile, quindi vietato alle donne. Il settore family invece è misto quindi accessibile anche alle donne». Ebbene sì, metà dello stadio di Gedda sarà off limits per le donne.
Si dirà che sono queste le usanze locali e che, piacciano o non piacciano, vanno rispettate. Ma l'italiano che si sobbarcherà il viaggio fin nella seconda città araba non si troverà ad assistere a un match del campionato saudita, bensì a una competizione della Federazione italiana, organizzata dalla Lega calcio. Roba nostra, insomma, ma declinata secondo categorie culturali e sociali discriminatorie, lontanissime dal nostro sentire e dallo stesso discorso ufficiale delle nostre autorità sportive. La curiosa distinzione tra famiglie e single potrebbe peraltro far pensare che, anche nel settore che aprirà loro le porte, le donne debbano presentarsi accompagnate da un parente maschio. Non è del resto così che funzionano le cose lì, dove una donna sola non può praticamente avere vita sociale?
A quanto ci risulta, tuttavia, l'ingresso alle donne nel settore family sarà libero, senza dover mostrare un marito o un fratello a qualche occhiuto vigilante con il Corano alla mano. Chissà che le denominazioni dei settori non siano state pensate per salvare la rigorosa moralità di facciata, mostrando agli ambienti più conservatori che, orrore, gli spalti saranno occupati anche da donne, ma tutto è comunque sotto controllo: siamo o non siamo nel settore riservato alle famiglie? Sarebbe in linea con una certa ipocrisia spesso vista negli Stati del Golfo...
Quali che siano i complicati meccanismi che regolano l'etica locale, resta il fatto che una partita di calcio tutta italiana verrà giocata in presenza di una aperta segregazione degli spettatori in base al genere. Una circostanza su cui i dirigenti del nostro calcio hanno evidentemente preferito sorvolare, preferendo concentrarsi sui 21 milioni sborsati dal governo di Riad per poter ospitare il prestigioso evento.
Non è la prima volta che il potere dei soldi porta i club italiani a esibirsi in contesti esotici. La prima volta fu nel 1993, quando la Supercoppa si giocò a Washington. Dieci anni dopo, nel 2003, si tornò negli Usa, stavolta a New York (mentre l'anno prima si era giocato a Tripoli). Nel 2009, 2011, 2012 e 2015 si è finiti invece in Cina, tra Pechino e Shanghai. Nel 2014 e nel 2016 si è invece giocato a Doha, in Qatar. Scelte sportivamente discutibili e politicamente discutibilissime. Basti pensare che appena nove anni dopo la finale di Tripoli, l'Italia collaborò a una sciagurata missione internazionale contro il governo locale, ritornato Stato canaglia dopo decenni di rapporti altalenanti con la comunità internazionale. La finale di Gedda arriva in una fase di grandi manovre da parte del governo locale. L'operazione simpatia del principe ereditario Mohammed Bin Salman (ricordate la reclamizzata semi bufala sulle donne saudite che potevano finalmente cominciare a guidare?) ha subito una pesante battuta d'arresto con la morte del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, ucciso da un gruppo di agenti sauditi nel consolato del Paese a Istanbul, lo scorso 2 ottobre, e poi fatto a pezzi con una motosega. Una circostanza imbarazzante su cui è calato il silenzio. Pagato ben 21 milioni di dollari.
Sei schiava dell’islam? Paga il conto
Fare di tutto per salvare una ragazzina costretta a sposarsi controvoglia in un Paese straniero è il minimo. Non un atto eroico, ma un dovere, soprattutto da parte di uno Stato democratico. Eppure in Gran Bretagna negli ultimi anni alcune giovani donne sono state costrette a ripagare il ministero per le spese sostenute durante le operazioni di rimpatrio.
A rivelarlo è stato il quotidiano The Times, in un'inchiesta che sta suscitando parecchie reazioni. Secondo l'indagine, nel 2017 sono state 27 le donne riportate in patria dopo che le famiglie le avevano mandate all'estero contro la loro volontà per contrarre matrimoni organizzati in nome di Allah, mentre nel 2016 erano state 55.
Poco meno di cento giovani con un destino di infelicità segnato, che sono state riscattate dal lavoro di indagine della polizia. Un'operazione degna di plauso, se non fosse che alla donne il ministero ha chiesto centinaia di sterline di pagamento per il biglietto aereo, il cibo e un posto sicuro dove sistemarsi. Per le minorenni il «conto» è stato mandato ai genitori, mentre alle maggiorenni è stato chiesto di sottoscrivere un prestito del ministero, da riparare al più presto, per evitare la penale del 10 per cento prevista dopo sei mesi. Una pretesa abbastanza folle, visto che si tratta di vittime. Come se un supereroe salvasse la sua «bella» da un malvivente e poi le chiedesse di pagare il servizio.
Senza contare che queste povere ragazze, cresciute in ambiente occidentale, spesso vengono costrette alle nozze nel Paese di origine con modalità violente. Lo scorso anno, ad esempio, come ha rivelato il Times, quattro giovani sono state recuperate dopo che erano state imprigionate in una scuola di correzione in Somalia, dove erano incatenate al muro, malmenate e minacciate che sarebbero diventate spose, volenti o no. Dopo averle recuperate il governo ha chiesto ad ognuna di pagare 740 sterline, costringendole a usare un prestito, che le ha messe in difficoltà economiche pesanti e sottoposte a stress, al punto che un paio ha cominciato a fare uso di stupefacenti.
Nell'aprile del 2017, invece, in Somaliland sono state trovate 25 ragazze, sette delle quali britanniche, rinchiuse in un istituto speciale dai genitori perché stavano diventando troppo occidentali. Venivano istruite alle regole della fede islamica, «rieducate» e persino punite se pronunciavano male i versi del Corano. Tra le punizioni c'erano vere e proprie forme di tortura, dal rimanere chiuse in spazi ridotti come bare, all'essere inzuppate di acqua gelata durante la notte, fino all'essere costrette a guardare fisso il sole. Maltrattamenti continui, interrotti solo quando accettavano di buon grado il matrimonio.
Di fronte a questi abusi, il governo ha proceduto al salvataggio e al rimpatrio delle giovani, ma poi ha deciso di chiedere un pagamento. Secondo le linee guida del ministero, si tratta di una compartecipazione alle spese di rimpatrio, che viene pretesa da parenti o associazioni di volontariato per le minorenni e direttamente alle vittime se sono maggiorenni. Per essere certi di ricevere la restituzione del denaro, poi, gli uffici fanno in modo che le donne che non hanno documenti di viaggio non possano ricevere un nuovo passaporto finché non hanno saldato il debito. Dimenticando che senza passaporto non si può lavorare e quindi trovare i fondi diventa difficile. Le più fortunate riescono a farsi aiutare dalle associazioni di volontariato, le altre finiscono in una specie di vortice: con debiti da saldare, il lavoro che non arriva e un'esperienza traumatica alle spalle.
Il sospetto è che in Gran Bretagna, a forza di accettare costumi e abitudini altrui senza contestare, ormai non si sia più capaci di indignarsi se una ragazzina viene spedita all'estero a sposare uno sconosciuto, visto che si tratta di una pratica prevista dalla religione. Ma se ora le vittime vengono costrette a pagare, non è da escludere che con il passare degli anni si arrivo a non considerarle nemmeno più delle fanciulle in pericolo.
Dopo la denuncia del Times, per la verità, il mondo politico inglese è stato scosso da qualche sussulto. Il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, ha annunciato che verificherà la situazione e andrà fino in fondo, visto che si deve agire con compassione e umanità in queste circostanze. Anche il ministro dell'Interno, Sajid Javid, ha confermato che verificheranno le procedure perché il governo deve agire nel modo corretto, mentre Tom Tugendhat, che rappresenta i conservatori all'interno del comitato degli Affari esteri ha chiesto conto ai ministri, visto che è inaccettabile che lo Stato chieda di pagare alle persone più vulnerabili, che hanno invece bisogno di protezione. Un'indignazione che appare un po' fuori luogo, dato che il ministero degli Esteri non si sente in colpa per le sue richieste. I fondi che si usano per il rimpatrio vengono dalle tasse dei cittadini, quindi vanno protetti. Il rimborso viene chiesto alle «schiave» dei matrimoni forzati, come ai turisti riportati in patria dopo che hanno avuto dei guai all'estero. Solo che si tratta di circostanze che non possono essere assimilate. A meno che appunto si consideri normale procedere a una tratta delle fanciulle, non in nome del profitto ma di una fede religiosa.
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Limitazioni sessiste allo stadio saudita di Gedda che ospiterà la Supercoppa italiana. Le tifose non potranno sedersi nei posti per single. La Serie A, che in Italia segue il Me too, all'estero accetta la discriminazione.Il governo inglese chiede alle ragazze salvate dai matrimoni combinati in nome del Corano il rimborso di tutte le spese. Ma andrebbero riconosciute come vittime.Lo speciale contiene due articoli.Lo scorso 25 novembre i calciatori della Serie A sono scesi in campo con un segno rosso sulla guancia, in segno di adesione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 16 gennaio prossimo, invece, quindi appena 52 giorni dopo, una partita ufficiale della Figc si giocherà in un impianto che avrà interi settori chiusi alle donne. Parliamo della Supercoppa italiana che si giocherà nel King Abdullah sports city stadium della città saudita di Gedda. A contendersi il trofeo che vede di fronte la vincente dello scudetto e della Coppa Italia saranno Juventus e Milan (quest'ultima finalista perdente dell'ultima Coppa Italia, vinta dagli stessi bianconeri).I club delle due squadre si stanno già attrezzando per permettere ai propri iscritti di andare a tifare i propri beniamini anche tra le dune del deserto. Le istruzioni arrivate dalle società contengono tuttavia delle postille a cui i supporter italiani non sono abituati. Abbiamo davanti una mail mandata dalla Juventus ai propri fan club ufficiali (ma in casa rossonera sarà sicuramente girata una comunicazione analoga). Oltre a varie specifiche tecniche, leggiamo che «è possibile richiedere biglietti in due sole categorie», denominate «cat 1 lower singles», dal costo di 24 euro, e «cat 1 upper families», al prezzo di 12 euro. Dimenticate curve, distinti, tribune e tutte le suddivisioni dei settori degli stadi a cui siamo abituati. Qui l'impianto ha solo posti per single e posti per famiglie. Qual è la relazione tra il proprio stato civile e il fatto di ritrovarsi sugli spalti a tifare la propria squadra? Per capire dove si vuole andare a parare dobbiamo proseguire nella lettura della mail e leggere un'avvertenza preceduta da un «attenzione» scritto tutta in maiuscolo: «Nel settore single è consentito l'accesso solo a persone di sesso maschile, quindi vietato alle donne. Il settore family invece è misto quindi accessibile anche alle donne». Ebbene sì, metà dello stadio di Gedda sarà off limits per le donne. Si dirà che sono queste le usanze locali e che, piacciano o non piacciano, vanno rispettate. Ma l'italiano che si sobbarcherà il viaggio fin nella seconda città araba non si troverà ad assistere a un match del campionato saudita, bensì a una competizione della Federazione italiana, organizzata dalla Lega calcio. Roba nostra, insomma, ma declinata secondo categorie culturali e sociali discriminatorie, lontanissime dal nostro sentire e dallo stesso discorso ufficiale delle nostre autorità sportive. La curiosa distinzione tra famiglie e single potrebbe peraltro far pensare che, anche nel settore che aprirà loro le porte, le donne debbano presentarsi accompagnate da un parente maschio. Non è del resto così che funzionano le cose lì, dove una donna sola non può praticamente avere vita sociale? A quanto ci risulta, tuttavia, l'ingresso alle donne nel settore family sarà libero, senza dover mostrare un marito o un fratello a qualche occhiuto vigilante con il Corano alla mano. Chissà che le denominazioni dei settori non siano state pensate per salvare la rigorosa moralità di facciata, mostrando agli ambienti più conservatori che, orrore, gli spalti saranno occupati anche da donne, ma tutto è comunque sotto controllo: siamo o non siamo nel settore riservato alle famiglie? Sarebbe in linea con una certa ipocrisia spesso vista negli Stati del Golfo... Quali che siano i complicati meccanismi che regolano l'etica locale, resta il fatto che una partita di calcio tutta italiana verrà giocata in presenza di una aperta segregazione degli spettatori in base al genere. Una circostanza su cui i dirigenti del nostro calcio hanno evidentemente preferito sorvolare, preferendo concentrarsi sui 21 milioni sborsati dal governo di Riad per poter ospitare il prestigioso evento.Non è la prima volta che il potere dei soldi porta i club italiani a esibirsi in contesti esotici. La prima volta fu nel 1993, quando la Supercoppa si giocò a Washington. Dieci anni dopo, nel 2003, si tornò negli Usa, stavolta a New York (mentre l'anno prima si era giocato a Tripoli). Nel 2009, 2011, 2012 e 2015 si è finiti invece in Cina, tra Pechino e Shanghai. Nel 2014 e nel 2016 si è invece giocato a Doha, in Qatar. Scelte sportivamente discutibili e politicamente discutibilissime. Basti pensare che appena nove anni dopo la finale di Tripoli, l'Italia collaborò a una sciagurata missione internazionale contro il governo locale, ritornato Stato canaglia dopo decenni di rapporti altalenanti con la comunità internazionale. La finale di Gedda arriva in una fase di grandi manovre da parte del governo locale. L'operazione simpatia del principe ereditario Mohammed Bin Salman (ricordate la reclamizzata semi bufala sulle donne saudite che potevano finalmente cominciare a guidare?) ha subito una pesante battuta d'arresto con la morte del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, ucciso da un gruppo di agenti sauditi nel consolato del Paese a Istanbul, lo scorso 2 ottobre, e poi fatto a pezzi con una motosega. Una circostanza imbarazzante su cui è calato il silenzio. 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Secondo l'indagine, nel 2017 sono state 27 le donne riportate in patria dopo che le famiglie le avevano mandate all'estero contro la loro volontà per contrarre matrimoni organizzati in nome di Allah, mentre nel 2016 erano state 55. Poco meno di cento giovani con un destino di infelicità segnato, che sono state riscattate dal lavoro di indagine della polizia. Un'operazione degna di plauso, se non fosse che alla donne il ministero ha chiesto centinaia di sterline di pagamento per il biglietto aereo, il cibo e un posto sicuro dove sistemarsi. Per le minorenni il «conto» è stato mandato ai genitori, mentre alle maggiorenni è stato chiesto di sottoscrivere un prestito del ministero, da riparare al più presto, per evitare la penale del 10 per cento prevista dopo sei mesi. Una pretesa abbastanza folle, visto che si tratta di vittime. Come se un supereroe salvasse la sua «bella» da un malvivente e poi le chiedesse di pagare il servizio. Senza contare che queste povere ragazze, cresciute in ambiente occidentale, spesso vengono costrette alle nozze nel Paese di origine con modalità violente. Lo scorso anno, ad esempio, come ha rivelato il Times, quattro giovani sono state recuperate dopo che erano state imprigionate in una scuola di correzione in Somalia, dove erano incatenate al muro, malmenate e minacciate che sarebbero diventate spose, volenti o no. Dopo averle recuperate il governo ha chiesto ad ognuna di pagare 740 sterline, costringendole a usare un prestito, che le ha messe in difficoltà economiche pesanti e sottoposte a stress, al punto che un paio ha cominciato a fare uso di stupefacenti. Nell'aprile del 2017, invece, in Somaliland sono state trovate 25 ragazze, sette delle quali britanniche, rinchiuse in un istituto speciale dai genitori perché stavano diventando troppo occidentali. Venivano istruite alle regole della fede islamica, «rieducate» e persino punite se pronunciavano male i versi del Corano. Tra le punizioni c'erano vere e proprie forme di tortura, dal rimanere chiuse in spazi ridotti come bare, all'essere inzuppate di acqua gelata durante la notte, fino all'essere costrette a guardare fisso il sole. Maltrattamenti continui, interrotti solo quando accettavano di buon grado il matrimonio. Di fronte a questi abusi, il governo ha proceduto al salvataggio e al rimpatrio delle giovani, ma poi ha deciso di chiedere un pagamento. Secondo le linee guida del ministero, si tratta di una compartecipazione alle spese di rimpatrio, che viene pretesa da parenti o associazioni di volontariato per le minorenni e direttamente alle vittime se sono maggiorenni. Per essere certi di ricevere la restituzione del denaro, poi, gli uffici fanno in modo che le donne che non hanno documenti di viaggio non possano ricevere un nuovo passaporto finché non hanno saldato il debito. Dimenticando che senza passaporto non si può lavorare e quindi trovare i fondi diventa difficile. Le più fortunate riescono a farsi aiutare dalle associazioni di volontariato, le altre finiscono in una specie di vortice: con debiti da saldare, il lavoro che non arriva e un'esperienza traumatica alle spalle. Il sospetto è che in Gran Bretagna, a forza di accettare costumi e abitudini altrui senza contestare, ormai non si sia più capaci di indignarsi se una ragazzina viene spedita all'estero a sposare uno sconosciuto, visto che si tratta di una pratica prevista dalla religione. Ma se ora le vittime vengono costrette a pagare, non è da escludere che con il passare degli anni si arrivo a non considerarle nemmeno più delle fanciulle in pericolo. Dopo la denuncia del Times, per la verità, il mondo politico inglese è stato scosso da qualche sussulto. Il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, ha annunciato che verificherà la situazione e andrà fino in fondo, visto che si deve agire con compassione e umanità in queste circostanze. Anche il ministro dell'Interno, Sajid Javid, ha confermato che verificheranno le procedure perché il governo deve agire nel modo corretto, mentre Tom Tugendhat, che rappresenta i conservatori all'interno del comitato degli Affari esteri ha chiesto conto ai ministri, visto che è inaccettabile che lo Stato chieda di pagare alle persone più vulnerabili, che hanno invece bisogno di protezione. Un'indignazione che appare un po' fuori luogo, dato che il ministero degli Esteri non si sente in colpa per le sue richieste. I fondi che si usano per il rimpatrio vengono dalle tasse dei cittadini, quindi vanno protetti. Il rimborso viene chiesto alle «schiave» dei matrimoni forzati, come ai turisti riportati in patria dopo che hanno avuto dei guai all'estero. Solo che si tratta di circostanze che non possono essere assimilate. A meno che appunto si consideri normale procedere a una tratta delle fanciulle, non in nome del profitto ma di una fede religiosa.
Alicia Keys ed Eros Ramazzotti sul palco del teatro Ariston (Ansa)
Serata più movimentata delle precedenti, merito di ospiti e conduttori. Grazie a Mogol, Ubaldo Pantani, Eros Ramazzotti e Alicia Keys trova ritmo e leggerezza.
Irina Shayk 6 di stima Alla conferenza stampa, in sottoveste bianca, dice di essere «femminista a modo mio». Sul palco, in abito lungo tutto trasparenze e pizzi, riesce a dire «Ciao Italia, ciao Sanremo». All’uscita successiva, in total black generoso di curve, presenta Sal Da Vinci… Ornamentale, come a una passerella. (La Pausini: «Sei un pezzo di ragazza»).
Gianluca Gazzoli 6,5 Giovani presentatori crescono. Cita la mamma e fa leva sui sentimenti, ma gestisce con eleganza le Giovani proposte. Professionale, impeccabile, un po’ patinato. Lo rivedremo.
Ubaldo Pantani 8 Lapo è un must, provato e riprovato, un mix di sfrontatezza e demenzialità stralunata, il violino diventa «l’ukulele da spalla». Gaffeur seriale. Sanremo, «la città dei fiordi». Alla Shayk: «Anche dal vivo ha un rendering eccezionale». Incontenibile.
Mogol 10 «Un monumento della musica italiana» in gran forma a 90 anni. Si merita la standing ovation dell’Ariston mentre scorrono le sue canzoni al Festival, sequenza di capolavori. E poi la playlist colonna sonora di intere generazioni. Non se la tira. Intramontabile.
Sal Da Vinci 8 Canta Per sempre sì. Inno all’amore e alla fedeltà coniugale, considerata obsoleta. Dopo Rossetto e caffè un altro brano tormentone di spudorata impronta popolare e neomelodica. La critica lo osteggia, lui avanza indomito e infiamma il teatro. Coraggioso.
Eros Ramazzotti e Alicia Keys 9 Adesso tu vinse il Festival quarant’anni fa ed è ancora una storia giovane ed Eros una presenza affidabile. Dopo l’inconveniente tecnico, duettano insieme sulle note di L’aurora. E lei improvvisa al pianoforte New York. Sorriso soul.
Virginia Raffaele 7 «Ciao Carlo, son passati solo dieci anni ed è cambiato tutto. Trump dava fuori di matto, tu presentavi Sanremo e in gara c’erano Arisa e Patty Pravo». Fulminante. Come il promo del nuovo film in uscita in coppia con Fabio De Luigi. Affiatati.
I pasdaran della sala stampa 4 Vogliono politicizzare a tutti i costi la kermesse. La presenza del premier, le donne cantanti discriminate, il pressing di Fratelli d’Italia. Vedono un Festival parallelo. Non accettano che Conti suoni uno spartito diverso dal solito mainstream. FantaSanremisti.
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La fotografia del luogo, a Bujumbura, in Burundi, in cui nel 2014 sono state uccise tre suore (Ansa). Nel riquadro Olga Raschietti, una delle tre suore assassinate
Ma Harushimana non è solo un attivista internazionale per i diritti umani, viene indicato come uno stretto collaboratore del generale Adolphe Nshimirimana, il capo della polizia segreta del Burundi che tentò di diventare presidente e che fu ucciso in un attentato politico. Ora è accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio di tre suore saveriane della congregazione delle missionarie di Maria: Olga Raschietti, 83 anni, Lucia Pulici, 75, e Bernardetta Boggian, 79. Uccise a Kamenge, quartiere di Bujumbura. Alle prime due fu tagliata la gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014. La terza, che era fuori sede durante il primo delitto, fu decapitata la notte seguente. Il capo, reciso, venne riposto accanto al corpo. Harushimana, per la Procura di Parma, sarebbe «istigatore» e «co-organizzatore» del triplice delitto.
Un caso per il quale il Burundi ritiene di aver fatto giustizia, arrestando e condannando pochi giorni dopo un uomo con problemi psichiatrici. Ora si scopre che sarebbe stato Harushimana, secondo l’accusa, a portare alle religiose la richiesta di aiutare le milizie burundesi in Congo e a incassare il loro rifiuto. Da qui la condanna a morte. Con tre ipotesi di movente: il rifiuto di collaborare con i ribelli; la decisione della direzione dei saveriani di affidare il Centro Giovani Kamenge, al quale affluivano ingenti risorse economiche, alla locale diocesi; un rito propiziatorio come buon auspicio per la candidatura del generale Nshimirimana a presidente della Repubblica. L’indagine era stata avviata nel 2014, dopo una relazione dall’ambasciata italiana di Kampala in Uganda, indirizzata alla Procura di Parma.
Il fascicolo contro ignoti venne definito con archiviazione nel 2015 per insussistenza della giurisdizione italiana. Nel maggio 2018 si apre una seconda fase. L’ambasciata di Kampala trasmette una nota: Harushimana, che aveva ottenuto un visto per l’Italia per partecipare a un corso di formazione legato a un incarico in una associazione di Parma, era stato menzionato durante le indagini sull’omicidio delle tre suore da un ex agente segreto che era stato allontanato dal Burundi e che si era arruolato in Somalia. In quella fase Harushimana venne sentito. Affermò che nei giorni del delitto si trovava lontano dal Burundi ed esibì copia del passaporto con timbri attestanti la presenza in un altro Stato. Anche questa indagine si chiuse con un’archiviazione. Il libro Nel cuore dei misteri della giornalista freelance Giusy Baioni e un articolo della Gazzetta di Parma con la cronaca della presentazione riscrivono la storia. Vengono acquisite dichiarazioni di alcune suore saveriane mai sentite in precedenza. Viene sentita anche la Baioni, che aveva verificato sul campo molti dettagli. «Quello che avevo ricostruito oggi viene confermato dalla Procura», conferma alla Verità la giornalista, che aggiunge: «Le testimonianze dicono che avrebbe partecipato a una riunione preparatoria, a un sopralluogo e avrebbe fornito supporto logistico». Gli esecutori sarebbero entrati nella missione saveriana travestiti da chierichetti o da coristi, accompagnati da Harushimana, presente alla riunione durante la quale sarebbe stata ideata l’esecuzione. «Molto attiva», racconta la Baioni, «è stata una radio locale che aveva raccolto importanti testimonianze e che in Burundi era molto contrastata».
Nel libro, spiega la giornalista, il nome di Harushimana «è uno di quelli che ritorna più frequentemente». Poi precisa: «Sulla stampa locale si è sempre dichiarato estraneo. Diverse fonti lo mettevano in contatto con la polizia segreta del Burundi. Raccoglieva fondi in diversi Paesi europei. Io non l’ho intervistato perché sapevo che si muoveva anche in Italia e avevo fatto dei calcoli rispetto al rischio». Proprio a Parma una delle associazioni per le quali Harushimana coordinava i progetti, ParmAlimenta, avrebbe incassato oltre 260.000 euro di fondi della Regione Emilia-Romagna. A sollevare il caso è Priamo Bocchi di Fratelli d’Italia: la Regione avrebbe destinato all’associazione 82.858 nel triennio 2018-2020 come contributi diretti; 146.346 euro tra il 2022 e il 2024 tramite il Comune di Parma con risorse regionali e 33.159 euro liquidati nel 2025 per il progetto «Nutrire il futuro», finalizzato alla lotta alla malnutrizione infantile in Burundi. «Harushimana ha collaborato con ParmAlimenta Burundi nel periodo 2016-2018 per un progetto di cooperazione nello stato africano», precisa ora il presidente di ParmAlimenta Gualtiero Ghirardi, aggiungendo: «Stante la sua presenza in Italia, nel 2022, con un contratto di collaborazione ha affiancato il direttore per un paio di mesi nella rendicontazione di un progetto. Poi abbiamo chiuso i rapporti con lui e non abbiamo più avuto sue notizie».
Nel 2015, però, il nome del cooperante era già finito sulle cronache. «Solo un anno prima», denuncia Bocchi, «Harushimana fu ricevuto da sindaco e assessori in municipio con tutti gli onori». E con interrogazioni e inviti al sindaco aveva richiamato l’attenzione su quel progetto che «visti i personaggi coinvolti», afferma l’esponente di Fdi, «rischiava di infangare l’immagine della città». È rimasto inascoltato.
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Il cambio di paradigma arriva dall’Asia: la Gen Z cinese ha fatto del «pingti» (alternative economiche di alta qualità a marchi di lusso o brand occidentali famosi) un gesto identitario, spostando la domanda verso alternative locali. «Il consumatore cinese non ha smesso di comprare, ha smesso di comprare “occidentale” a ogni costo. Trovare l’alternativa locale di qualità è diventato un motivo d’orgoglio patriottico e di intelligenza finanziaria», osserva lo strategist. «Questo “orgoglio autarchico” sta mettendo in crisi il soft power di brand storici. Se un tempo il logo era uno status symbol, oggi per i giovani cinesi il vero status è non farsi “fregare” dai listini gonfiati delle multinazionali estere».
Sull’online europeo, Zalando viene da un 2025 disastroso e da un -45% circa in 12 mesi: la partita è difendere i margini contro l’ultra-fast asiatica e usare l’Ai per ridurre i resi. Nello sportswear, Adidas chiude il 2025 a 24,8 miliardi di euro di vendite e lancia un buyback da un miliardo; Puma entra nel radar di Anta (obiettivo 29%). «L’ingresso di Anta in Puma segna una nuova fase: i giganti cinesi non si accontentano più di dominare il mercato interno, ma usano i marchi europei in difficoltà come cavalli di Troia per la loro espansione globale», avverte Gaziano. «Nel frattempo, nel fast fashion, assistiamo alla fuga in avanti di Inditex (Zara), che sta riuscendo a “nobilitare” il proprio marchio alzando il posizionamento, mentre H&M resta incastrata in una guerra di margini contro la concorrenza spietata di realtà ultra-fast come Shein».
In Italia BasicNet (Kappa, K-Way, Superga) prova a reggere alzando il peso dell’heritage con Woolrich e Sundek. «Per sopravvivere nel 2026, l’abbigliamento accessibile dovrà offrire più del semplice “pronto moda”. Il divario tra chi riesce a mantenere un legame emotivo con il cliente e chi vende solo merce destinata a essere sostituita da un duplicato cinese è destinato ad ampliarsi ulteriormente», conclude l’esperto.
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