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2019-01-03
Settori senza donne per Milan-Juve. In Arabia la Figc si gioca la faccia
Ansa
Lo scorso 25 novembre i calciatori della Serie A sono scesi in campo con un segno rosso sulla guancia, in segno di adesione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 16 gennaio prossimo, invece, quindi appena 52 giorni dopo, una partita ufficiale della Figc si giocherà in un impianto che avrà interi settori chiusi alle donne. Parliamo della Supercoppa italiana che si giocherà nel King Abdullah sports city stadium della città saudita di Gedda. A contendersi il trofeo che vede di fronte la vincente dello scudetto e della Coppa Italia saranno Juventus e Milan (quest'ultima finalista perdente dell'ultima Coppa Italia, vinta dagli stessi bianconeri).
I club delle due squadre si stanno già attrezzando per permettere ai propri iscritti di andare a tifare i propri beniamini anche tra le dune del deserto. Le istruzioni arrivate dalle società contengono tuttavia delle postille a cui i supporter italiani non sono abituati. Abbiamo davanti una mail mandata dalla Juventus ai propri fan club ufficiali (ma in casa rossonera sarà sicuramente girata una comunicazione analoga). Oltre a varie specifiche tecniche, leggiamo che «è possibile richiedere biglietti in due sole categorie», denominate «cat 1 lower singles», dal costo di 24 euro, e «cat 1 upper families», al prezzo di 12 euro. Dimenticate curve, distinti, tribune e tutte le suddivisioni dei settori degli stadi a cui siamo abituati. Qui l'impianto ha solo posti per single e posti per famiglie.
Qual è la relazione tra il proprio stato civile e il fatto di ritrovarsi sugli spalti a tifare la propria squadra? Per capire dove si vuole andare a parare dobbiamo proseguire nella lettura della mail e leggere un'avvertenza preceduta da un «attenzione» scritto tutta in maiuscolo: «Nel settore single è consentito l'accesso solo a persone di sesso maschile, quindi vietato alle donne. Il settore family invece è misto quindi accessibile anche alle donne». Ebbene sì, metà dello stadio di Gedda sarà off limits per le donne.
Si dirà che sono queste le usanze locali e che, piacciano o non piacciano, vanno rispettate. Ma l'italiano che si sobbarcherà il viaggio fin nella seconda città araba non si troverà ad assistere a un match del campionato saudita, bensì a una competizione della Federazione italiana, organizzata dalla Lega calcio. Roba nostra, insomma, ma declinata secondo categorie culturali e sociali discriminatorie, lontanissime dal nostro sentire e dallo stesso discorso ufficiale delle nostre autorità sportive. La curiosa distinzione tra famiglie e single potrebbe peraltro far pensare che, anche nel settore che aprirà loro le porte, le donne debbano presentarsi accompagnate da un parente maschio. Non è del resto così che funzionano le cose lì, dove una donna sola non può praticamente avere vita sociale?
A quanto ci risulta, tuttavia, l'ingresso alle donne nel settore family sarà libero, senza dover mostrare un marito o un fratello a qualche occhiuto vigilante con il Corano alla mano. Chissà che le denominazioni dei settori non siano state pensate per salvare la rigorosa moralità di facciata, mostrando agli ambienti più conservatori che, orrore, gli spalti saranno occupati anche da donne, ma tutto è comunque sotto controllo: siamo o non siamo nel settore riservato alle famiglie? Sarebbe in linea con una certa ipocrisia spesso vista negli Stati del Golfo...
Quali che siano i complicati meccanismi che regolano l'etica locale, resta il fatto che una partita di calcio tutta italiana verrà giocata in presenza di una aperta segregazione degli spettatori in base al genere. Una circostanza su cui i dirigenti del nostro calcio hanno evidentemente preferito sorvolare, preferendo concentrarsi sui 21 milioni sborsati dal governo di Riad per poter ospitare il prestigioso evento.
Non è la prima volta che il potere dei soldi porta i club italiani a esibirsi in contesti esotici. La prima volta fu nel 1993, quando la Supercoppa si giocò a Washington. Dieci anni dopo, nel 2003, si tornò negli Usa, stavolta a New York (mentre l'anno prima si era giocato a Tripoli). Nel 2009, 2011, 2012 e 2015 si è finiti invece in Cina, tra Pechino e Shanghai. Nel 2014 e nel 2016 si è invece giocato a Doha, in Qatar. Scelte sportivamente discutibili e politicamente discutibilissime. Basti pensare che appena nove anni dopo la finale di Tripoli, l'Italia collaborò a una sciagurata missione internazionale contro il governo locale, ritornato Stato canaglia dopo decenni di rapporti altalenanti con la comunità internazionale. La finale di Gedda arriva in una fase di grandi manovre da parte del governo locale. L'operazione simpatia del principe ereditario Mohammed Bin Salman (ricordate la reclamizzata semi bufala sulle donne saudite che potevano finalmente cominciare a guidare?) ha subito una pesante battuta d'arresto con la morte del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, ucciso da un gruppo di agenti sauditi nel consolato del Paese a Istanbul, lo scorso 2 ottobre, e poi fatto a pezzi con una motosega. Una circostanza imbarazzante su cui è calato il silenzio. Pagato ben 21 milioni di dollari.
Sei schiava dell’islam? Paga il conto
Fare di tutto per salvare una ragazzina costretta a sposarsi controvoglia in un Paese straniero è il minimo. Non un atto eroico, ma un dovere, soprattutto da parte di uno Stato democratico. Eppure in Gran Bretagna negli ultimi anni alcune giovani donne sono state costrette a ripagare il ministero per le spese sostenute durante le operazioni di rimpatrio.
A rivelarlo è stato il quotidiano The Times, in un'inchiesta che sta suscitando parecchie reazioni. Secondo l'indagine, nel 2017 sono state 27 le donne riportate in patria dopo che le famiglie le avevano mandate all'estero contro la loro volontà per contrarre matrimoni organizzati in nome di Allah, mentre nel 2016 erano state 55.
Poco meno di cento giovani con un destino di infelicità segnato, che sono state riscattate dal lavoro di indagine della polizia. Un'operazione degna di plauso, se non fosse che alla donne il ministero ha chiesto centinaia di sterline di pagamento per il biglietto aereo, il cibo e un posto sicuro dove sistemarsi. Per le minorenni il «conto» è stato mandato ai genitori, mentre alle maggiorenni è stato chiesto di sottoscrivere un prestito del ministero, da riparare al più presto, per evitare la penale del 10 per cento prevista dopo sei mesi. Una pretesa abbastanza folle, visto che si tratta di vittime. Come se un supereroe salvasse la sua «bella» da un malvivente e poi le chiedesse di pagare il servizio.
Senza contare che queste povere ragazze, cresciute in ambiente occidentale, spesso vengono costrette alle nozze nel Paese di origine con modalità violente. Lo scorso anno, ad esempio, come ha rivelato il Times, quattro giovani sono state recuperate dopo che erano state imprigionate in una scuola di correzione in Somalia, dove erano incatenate al muro, malmenate e minacciate che sarebbero diventate spose, volenti o no. Dopo averle recuperate il governo ha chiesto ad ognuna di pagare 740 sterline, costringendole a usare un prestito, che le ha messe in difficoltà economiche pesanti e sottoposte a stress, al punto che un paio ha cominciato a fare uso di stupefacenti.
Nell'aprile del 2017, invece, in Somaliland sono state trovate 25 ragazze, sette delle quali britanniche, rinchiuse in un istituto speciale dai genitori perché stavano diventando troppo occidentali. Venivano istruite alle regole della fede islamica, «rieducate» e persino punite se pronunciavano male i versi del Corano. Tra le punizioni c'erano vere e proprie forme di tortura, dal rimanere chiuse in spazi ridotti come bare, all'essere inzuppate di acqua gelata durante la notte, fino all'essere costrette a guardare fisso il sole. Maltrattamenti continui, interrotti solo quando accettavano di buon grado il matrimonio.
Di fronte a questi abusi, il governo ha proceduto al salvataggio e al rimpatrio delle giovani, ma poi ha deciso di chiedere un pagamento. Secondo le linee guida del ministero, si tratta di una compartecipazione alle spese di rimpatrio, che viene pretesa da parenti o associazioni di volontariato per le minorenni e direttamente alle vittime se sono maggiorenni. Per essere certi di ricevere la restituzione del denaro, poi, gli uffici fanno in modo che le donne che non hanno documenti di viaggio non possano ricevere un nuovo passaporto finché non hanno saldato il debito. Dimenticando che senza passaporto non si può lavorare e quindi trovare i fondi diventa difficile. Le più fortunate riescono a farsi aiutare dalle associazioni di volontariato, le altre finiscono in una specie di vortice: con debiti da saldare, il lavoro che non arriva e un'esperienza traumatica alle spalle.
Il sospetto è che in Gran Bretagna, a forza di accettare costumi e abitudini altrui senza contestare, ormai non si sia più capaci di indignarsi se una ragazzina viene spedita all'estero a sposare uno sconosciuto, visto che si tratta di una pratica prevista dalla religione. Ma se ora le vittime vengono costrette a pagare, non è da escludere che con il passare degli anni si arrivo a non considerarle nemmeno più delle fanciulle in pericolo.
Dopo la denuncia del Times, per la verità, il mondo politico inglese è stato scosso da qualche sussulto. Il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, ha annunciato che verificherà la situazione e andrà fino in fondo, visto che si deve agire con compassione e umanità in queste circostanze. Anche il ministro dell'Interno, Sajid Javid, ha confermato che verificheranno le procedure perché il governo deve agire nel modo corretto, mentre Tom Tugendhat, che rappresenta i conservatori all'interno del comitato degli Affari esteri ha chiesto conto ai ministri, visto che è inaccettabile che lo Stato chieda di pagare alle persone più vulnerabili, che hanno invece bisogno di protezione. Un'indignazione che appare un po' fuori luogo, dato che il ministero degli Esteri non si sente in colpa per le sue richieste. I fondi che si usano per il rimpatrio vengono dalle tasse dei cittadini, quindi vanno protetti. Il rimborso viene chiesto alle «schiave» dei matrimoni forzati, come ai turisti riportati in patria dopo che hanno avuto dei guai all'estero. Solo che si tratta di circostanze che non possono essere assimilate. A meno che appunto si consideri normale procedere a una tratta delle fanciulle, non in nome del profitto ma di una fede religiosa.
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Limitazioni sessiste allo stadio saudita di Gedda che ospiterà la Supercoppa italiana. Le tifose non potranno sedersi nei posti per single. La Serie A, che in Italia segue il Me too, all'estero accetta la discriminazione.Il governo inglese chiede alle ragazze salvate dai matrimoni combinati in nome del Corano il rimborso di tutte le spese. Ma andrebbero riconosciute come vittime.Lo speciale contiene due articoli.Lo scorso 25 novembre i calciatori della Serie A sono scesi in campo con un segno rosso sulla guancia, in segno di adesione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 16 gennaio prossimo, invece, quindi appena 52 giorni dopo, una partita ufficiale della Figc si giocherà in un impianto che avrà interi settori chiusi alle donne. Parliamo della Supercoppa italiana che si giocherà nel King Abdullah sports city stadium della città saudita di Gedda. A contendersi il trofeo che vede di fronte la vincente dello scudetto e della Coppa Italia saranno Juventus e Milan (quest'ultima finalista perdente dell'ultima Coppa Italia, vinta dagli stessi bianconeri).I club delle due squadre si stanno già attrezzando per permettere ai propri iscritti di andare a tifare i propri beniamini anche tra le dune del deserto. Le istruzioni arrivate dalle società contengono tuttavia delle postille a cui i supporter italiani non sono abituati. Abbiamo davanti una mail mandata dalla Juventus ai propri fan club ufficiali (ma in casa rossonera sarà sicuramente girata una comunicazione analoga). Oltre a varie specifiche tecniche, leggiamo che «è possibile richiedere biglietti in due sole categorie», denominate «cat 1 lower singles», dal costo di 24 euro, e «cat 1 upper families», al prezzo di 12 euro. Dimenticate curve, distinti, tribune e tutte le suddivisioni dei settori degli stadi a cui siamo abituati. Qui l'impianto ha solo posti per single e posti per famiglie. Qual è la relazione tra il proprio stato civile e il fatto di ritrovarsi sugli spalti a tifare la propria squadra? Per capire dove si vuole andare a parare dobbiamo proseguire nella lettura della mail e leggere un'avvertenza preceduta da un «attenzione» scritto tutta in maiuscolo: «Nel settore single è consentito l'accesso solo a persone di sesso maschile, quindi vietato alle donne. Il settore family invece è misto quindi accessibile anche alle donne». Ebbene sì, metà dello stadio di Gedda sarà off limits per le donne. Si dirà che sono queste le usanze locali e che, piacciano o non piacciano, vanno rispettate. Ma l'italiano che si sobbarcherà il viaggio fin nella seconda città araba non si troverà ad assistere a un match del campionato saudita, bensì a una competizione della Federazione italiana, organizzata dalla Lega calcio. Roba nostra, insomma, ma declinata secondo categorie culturali e sociali discriminatorie, lontanissime dal nostro sentire e dallo stesso discorso ufficiale delle nostre autorità sportive. La curiosa distinzione tra famiglie e single potrebbe peraltro far pensare che, anche nel settore che aprirà loro le porte, le donne debbano presentarsi accompagnate da un parente maschio. Non è del resto così che funzionano le cose lì, dove una donna sola non può praticamente avere vita sociale? A quanto ci risulta, tuttavia, l'ingresso alle donne nel settore family sarà libero, senza dover mostrare un marito o un fratello a qualche occhiuto vigilante con il Corano alla mano. Chissà che le denominazioni dei settori non siano state pensate per salvare la rigorosa moralità di facciata, mostrando agli ambienti più conservatori che, orrore, gli spalti saranno occupati anche da donne, ma tutto è comunque sotto controllo: siamo o non siamo nel settore riservato alle famiglie? Sarebbe in linea con una certa ipocrisia spesso vista negli Stati del Golfo... Quali che siano i complicati meccanismi che regolano l'etica locale, resta il fatto che una partita di calcio tutta italiana verrà giocata in presenza di una aperta segregazione degli spettatori in base al genere. Una circostanza su cui i dirigenti del nostro calcio hanno evidentemente preferito sorvolare, preferendo concentrarsi sui 21 milioni sborsati dal governo di Riad per poter ospitare il prestigioso evento.Non è la prima volta che il potere dei soldi porta i club italiani a esibirsi in contesti esotici. La prima volta fu nel 1993, quando la Supercoppa si giocò a Washington. Dieci anni dopo, nel 2003, si tornò negli Usa, stavolta a New York (mentre l'anno prima si era giocato a Tripoli). Nel 2009, 2011, 2012 e 2015 si è finiti invece in Cina, tra Pechino e Shanghai. Nel 2014 e nel 2016 si è invece giocato a Doha, in Qatar. Scelte sportivamente discutibili e politicamente discutibilissime. Basti pensare che appena nove anni dopo la finale di Tripoli, l'Italia collaborò a una sciagurata missione internazionale contro il governo locale, ritornato Stato canaglia dopo decenni di rapporti altalenanti con la comunità internazionale. La finale di Gedda arriva in una fase di grandi manovre da parte del governo locale. L'operazione simpatia del principe ereditario Mohammed Bin Salman (ricordate la reclamizzata semi bufala sulle donne saudite che potevano finalmente cominciare a guidare?) ha subito una pesante battuta d'arresto con la morte del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, ucciso da un gruppo di agenti sauditi nel consolato del Paese a Istanbul, lo scorso 2 ottobre, e poi fatto a pezzi con una motosega. Una circostanza imbarazzante su cui è calato il silenzio. 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Secondo l'indagine, nel 2017 sono state 27 le donne riportate in patria dopo che le famiglie le avevano mandate all'estero contro la loro volontà per contrarre matrimoni organizzati in nome di Allah, mentre nel 2016 erano state 55. Poco meno di cento giovani con un destino di infelicità segnato, che sono state riscattate dal lavoro di indagine della polizia. Un'operazione degna di plauso, se non fosse che alla donne il ministero ha chiesto centinaia di sterline di pagamento per il biglietto aereo, il cibo e un posto sicuro dove sistemarsi. Per le minorenni il «conto» è stato mandato ai genitori, mentre alle maggiorenni è stato chiesto di sottoscrivere un prestito del ministero, da riparare al più presto, per evitare la penale del 10 per cento prevista dopo sei mesi. Una pretesa abbastanza folle, visto che si tratta di vittime. Come se un supereroe salvasse la sua «bella» da un malvivente e poi le chiedesse di pagare il servizio. Senza contare che queste povere ragazze, cresciute in ambiente occidentale, spesso vengono costrette alle nozze nel Paese di origine con modalità violente. Lo scorso anno, ad esempio, come ha rivelato il Times, quattro giovani sono state recuperate dopo che erano state imprigionate in una scuola di correzione in Somalia, dove erano incatenate al muro, malmenate e minacciate che sarebbero diventate spose, volenti o no. Dopo averle recuperate il governo ha chiesto ad ognuna di pagare 740 sterline, costringendole a usare un prestito, che le ha messe in difficoltà economiche pesanti e sottoposte a stress, al punto che un paio ha cominciato a fare uso di stupefacenti. Nell'aprile del 2017, invece, in Somaliland sono state trovate 25 ragazze, sette delle quali britanniche, rinchiuse in un istituto speciale dai genitori perché stavano diventando troppo occidentali. Venivano istruite alle regole della fede islamica, «rieducate» e persino punite se pronunciavano male i versi del Corano. Tra le punizioni c'erano vere e proprie forme di tortura, dal rimanere chiuse in spazi ridotti come bare, all'essere inzuppate di acqua gelata durante la notte, fino all'essere costrette a guardare fisso il sole. Maltrattamenti continui, interrotti solo quando accettavano di buon grado il matrimonio. Di fronte a questi abusi, il governo ha proceduto al salvataggio e al rimpatrio delle giovani, ma poi ha deciso di chiedere un pagamento. Secondo le linee guida del ministero, si tratta di una compartecipazione alle spese di rimpatrio, che viene pretesa da parenti o associazioni di volontariato per le minorenni e direttamente alle vittime se sono maggiorenni. Per essere certi di ricevere la restituzione del denaro, poi, gli uffici fanno in modo che le donne che non hanno documenti di viaggio non possano ricevere un nuovo passaporto finché non hanno saldato il debito. Dimenticando che senza passaporto non si può lavorare e quindi trovare i fondi diventa difficile. Le più fortunate riescono a farsi aiutare dalle associazioni di volontariato, le altre finiscono in una specie di vortice: con debiti da saldare, il lavoro che non arriva e un'esperienza traumatica alle spalle. Il sospetto è che in Gran Bretagna, a forza di accettare costumi e abitudini altrui senza contestare, ormai non si sia più capaci di indignarsi se una ragazzina viene spedita all'estero a sposare uno sconosciuto, visto che si tratta di una pratica prevista dalla religione. Ma se ora le vittime vengono costrette a pagare, non è da escludere che con il passare degli anni si arrivo a non considerarle nemmeno più delle fanciulle in pericolo. Dopo la denuncia del Times, per la verità, il mondo politico inglese è stato scosso da qualche sussulto. Il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, ha annunciato che verificherà la situazione e andrà fino in fondo, visto che si deve agire con compassione e umanità in queste circostanze. Anche il ministro dell'Interno, Sajid Javid, ha confermato che verificheranno le procedure perché il governo deve agire nel modo corretto, mentre Tom Tugendhat, che rappresenta i conservatori all'interno del comitato degli Affari esteri ha chiesto conto ai ministri, visto che è inaccettabile che lo Stato chieda di pagare alle persone più vulnerabili, che hanno invece bisogno di protezione. Un'indignazione che appare un po' fuori luogo, dato che il ministero degli Esteri non si sente in colpa per le sue richieste. I fondi che si usano per il rimpatrio vengono dalle tasse dei cittadini, quindi vanno protetti. Il rimborso viene chiesto alle «schiave» dei matrimoni forzati, come ai turisti riportati in patria dopo che hanno avuto dei guai all'estero. Solo che si tratta di circostanze che non possono essere assimilate. A meno che appunto si consideri normale procedere a una tratta delle fanciulle, non in nome del profitto ma di una fede religiosa.
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Il 29 luglio del 2024, infatti, Axel Rudakubana, cittadino britannico con genitori di origini senegalesi, entra in una scuola di danza a Southport con un coltello in mano. Inizia a colpire chiunque gli si pari davanti, principalmente bambine, che provano a difendersi come possono. Invano, però. Rudakubana vuole il sangue. Lo avrà. Sono 12 minuti che durano un’eternità e che provocheranno una carneficina. Rudakubana uccide tre bambine: Alice da Silva Aguiar, di nove anni; Bebe King, di sei ed Elsie Dot Stancombe, di sette. Altri dieci bimbi rimarranno feriti, alcuni in modo molto grave.
Nel Regno Unito cresce lo sdegno per questo ennesimo fatto di sangue che ha come protagonista un uomo di colore. Anche Michael dice la sua con un video di 12 minuti su Facebook. Viene accusato di incitamento all’odio razziale ma, quando va davanti al giudice, viene scagionato in una manciata di minuti. Non ha fatto nulla. Era frustrato, come gran parte dei britannici. Ha espresso la sua opinione. Tutto è bene quel che finisce bene, quindi. O forse no.
Due settimane dopo, infatti, il consiglio di tutela locale, che per legge è responsabile della protezione dei bambini vulnerabili, gli comunica che non è più idoneo a lavorare con i minori. Una decisione che lascia allibiti molti, visto che solitamente punizioni simili vengono riservate ai pedofili. Michael non lo è, ovviamente, ma non può comunque allenare la squadra della figlia. Di fronte a questa decisione, il veterano prova un senso di vergogna. Decide di parlare perché teme che la sua comunità lo consideri un pedofilo quando non lo è. In pochi lo ascoltano, però. Quasi nessuno. Il suo non è un caso isolato. Solamente l’anno scorso, infatti, oltre 12.000 britannici sono stati monitorati per i loro commenti in rete. A finire nel mirino sono soprattutto coloro che hanno idee di destra o che criticano l’immigrazione. Anche perché le istituzioni del Regno Unito cercano di tenere nascoste le notizie che riguardano le violenze dei richiedenti asilo. Qualche giorno fa, per esempio, una studentessa è stata violentata da due afghani, Jan Jahanzeb e Israr Niazal. I due le si avvicinano per portarla in un luogo appartato. La ragazza capisce cosa sta accadendo. Prova a fuggire ma non riesce. Accende la videocamera e registra tutto. La si sente pietosamente dire «mi stuprerai?» e gridare disperatamente aiuto. Che però non arriva. Il video è terribile, tanto che uno degli avvocati degli stupratori ha detto che, se dovesse essere pubblicato, il Regno Unito verrebbe attraversato da un’ondata di proteste. Che già ci sono. Perché l’immigrazione incontrollata sull’isola (e non solo) sta provocando enormi sofferenze alla popolazione locale. Nel Regno, certo. Ma anche da noi. Del resto è stato il questore di Milano a notare come gli stranieri compiano ormai l’80% dei reati predatori. Una vera e propria emergenza che, per motivi ideologici, si finge di non vedere.
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Una fotografia limpida e concreta di imprese, giustizia, legalità e creatività come parti di un’unica storia: quella di un Paese, il nostro, che ogni giorno prova a crescere, migliorarsi e ritrovare fiducia.
Un percorso approfondito in cui ci guida la visione del sottosegretario alle Imprese e al Made in Italy Massimo Bitonci, che ricostruisce lo stato del nostro sistema produttivo e il valore strategico del made in Italy, mettendo in evidenza il ruolo della moda e dell’artigianato come forza identitaria ed economica. Un contributo arricchito dall’esperienza diretta di Giulio Felloni, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, e dal suo quadro autentico del rapporto tra imprese e consumatori.
Imprese in cui la creatività italiana emerge, anche attraverso parole diverse ma complementari: quelle di Sara Cavazza Facchini, creative director di Genny, che condivide con il lettore la sua filosofia del valore dell’eleganza italiana come linguaggio culturale e non solo estetico; quelle di Laura Manelli, Ceo di Pinko, che racconta la sua visione di una moda motore di innovazione, competenze e occupazione. A completare questo quadro, la giornalista Mariella Milani approfondisce il cambiamento profondo del fashion system, ponendo l’accento sul rapporto tra brand, qualità e responsabilità sociale. Il tema di responsabilità sociale viene poi ripreso e approfondito, attraverso la chiave della legalità e della trasparenza, dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia, che vede nella lotta alla corruzione la condizione imprescindibile per la competitività del Paese: norme più semplici, controlli più efficaci e un’amministrazione capace di meritarsi la fiducia di cittadini e aziende. Una prospettiva che si collega alla voce del presidente nazionale di Confartigianato Marco Granelli, che denuncia la crescente vulnerabilità digitale delle imprese italiane e l’urgenza di strumenti condivisi per contrastare truffe, attacchi informatici e forme sempre nuove di criminalità economica.
In questo contesto si introduce una puntuale analisi della riforma della giustizia ad opera del sottosegretario Andrea Ostellari, che illustra i contenuti e le ragioni del progetto di separazione delle carriere, con l’obiettivo di spiegare in modo chiaro ciò che spesso, nel dibattito pubblico, resta semplificato. Il suo intervento si intreccia con il punto di vista del presidente dell’Unione Camere Penali Italiane Francesco Petrelli, che sottolinea il valore delle garanzie e il ruolo dell’avvocatura in un sistema equilibrato; e con quello del penalista Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Sì Separa», che richiama l’esigenza di una magistratura indipendente da correnti e condizionamenti. Questa narrazione attenta si arricchisce con le riflessioni del penalista Raffaele Della Valle, che porta nel dibattito l’esperienza di una vita professionale segnata da casi simbolici, e con la voce dell’ex magistrato Antonio Di Pietro, che offre una prospettiva insolita e diretta sui rapporti interni alla magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario.
A chiudere l’approfondimento è il giornalista Fabio Amendolara, che indaga il caso Garlasco e il cosiddetto «sistema Pavia», mostrando come una vicenda giudiziaria complessa possa diventare uno specchio delle fragilità che la riforma tenta oggi di correggere. Una coralità sincera e documentata che invita a guardare l’Italia con più attenzione, con più consapevolezza, e con la certezza che il merito va riconosciuto e difeso, in quanto unica chiave concreta per rendere migliore il Paese. Comprenderlo oggi rappresenta un'opportunità in più per costruire il domani.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Merito-Dicembre-2025.pdf
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