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2019-01-03
Settori senza donne per Milan-Juve. In Arabia la Figc si gioca la faccia
Ansa
Lo scorso 25 novembre i calciatori della Serie A sono scesi in campo con un segno rosso sulla guancia, in segno di adesione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 16 gennaio prossimo, invece, quindi appena 52 giorni dopo, una partita ufficiale della Figc si giocherà in un impianto che avrà interi settori chiusi alle donne. Parliamo della Supercoppa italiana che si giocherà nel King Abdullah sports city stadium della città saudita di Gedda. A contendersi il trofeo che vede di fronte la vincente dello scudetto e della Coppa Italia saranno Juventus e Milan (quest'ultima finalista perdente dell'ultima Coppa Italia, vinta dagli stessi bianconeri).
I club delle due squadre si stanno già attrezzando per permettere ai propri iscritti di andare a tifare i propri beniamini anche tra le dune del deserto. Le istruzioni arrivate dalle società contengono tuttavia delle postille a cui i supporter italiani non sono abituati. Abbiamo davanti una mail mandata dalla Juventus ai propri fan club ufficiali (ma in casa rossonera sarà sicuramente girata una comunicazione analoga). Oltre a varie specifiche tecniche, leggiamo che «è possibile richiedere biglietti in due sole categorie», denominate «cat 1 lower singles», dal costo di 24 euro, e «cat 1 upper families», al prezzo di 12 euro. Dimenticate curve, distinti, tribune e tutte le suddivisioni dei settori degli stadi a cui siamo abituati. Qui l'impianto ha solo posti per single e posti per famiglie.
Qual è la relazione tra il proprio stato civile e il fatto di ritrovarsi sugli spalti a tifare la propria squadra? Per capire dove si vuole andare a parare dobbiamo proseguire nella lettura della mail e leggere un'avvertenza preceduta da un «attenzione» scritto tutta in maiuscolo: «Nel settore single è consentito l'accesso solo a persone di sesso maschile, quindi vietato alle donne. Il settore family invece è misto quindi accessibile anche alle donne». Ebbene sì, metà dello stadio di Gedda sarà off limits per le donne.
Si dirà che sono queste le usanze locali e che, piacciano o non piacciano, vanno rispettate. Ma l'italiano che si sobbarcherà il viaggio fin nella seconda città araba non si troverà ad assistere a un match del campionato saudita, bensì a una competizione della Federazione italiana, organizzata dalla Lega calcio. Roba nostra, insomma, ma declinata secondo categorie culturali e sociali discriminatorie, lontanissime dal nostro sentire e dallo stesso discorso ufficiale delle nostre autorità sportive. La curiosa distinzione tra famiglie e single potrebbe peraltro far pensare che, anche nel settore che aprirà loro le porte, le donne debbano presentarsi accompagnate da un parente maschio. Non è del resto così che funzionano le cose lì, dove una donna sola non può praticamente avere vita sociale?
A quanto ci risulta, tuttavia, l'ingresso alle donne nel settore family sarà libero, senza dover mostrare un marito o un fratello a qualche occhiuto vigilante con il Corano alla mano. Chissà che le denominazioni dei settori non siano state pensate per salvare la rigorosa moralità di facciata, mostrando agli ambienti più conservatori che, orrore, gli spalti saranno occupati anche da donne, ma tutto è comunque sotto controllo: siamo o non siamo nel settore riservato alle famiglie? Sarebbe in linea con una certa ipocrisia spesso vista negli Stati del Golfo...
Quali che siano i complicati meccanismi che regolano l'etica locale, resta il fatto che una partita di calcio tutta italiana verrà giocata in presenza di una aperta segregazione degli spettatori in base al genere. Una circostanza su cui i dirigenti del nostro calcio hanno evidentemente preferito sorvolare, preferendo concentrarsi sui 21 milioni sborsati dal governo di Riad per poter ospitare il prestigioso evento.
Non è la prima volta che il potere dei soldi porta i club italiani a esibirsi in contesti esotici. La prima volta fu nel 1993, quando la Supercoppa si giocò a Washington. Dieci anni dopo, nel 2003, si tornò negli Usa, stavolta a New York (mentre l'anno prima si era giocato a Tripoli). Nel 2009, 2011, 2012 e 2015 si è finiti invece in Cina, tra Pechino e Shanghai. Nel 2014 e nel 2016 si è invece giocato a Doha, in Qatar. Scelte sportivamente discutibili e politicamente discutibilissime. Basti pensare che appena nove anni dopo la finale di Tripoli, l'Italia collaborò a una sciagurata missione internazionale contro il governo locale, ritornato Stato canaglia dopo decenni di rapporti altalenanti con la comunità internazionale. La finale di Gedda arriva in una fase di grandi manovre da parte del governo locale. L'operazione simpatia del principe ereditario Mohammed Bin Salman (ricordate la reclamizzata semi bufala sulle donne saudite che potevano finalmente cominciare a guidare?) ha subito una pesante battuta d'arresto con la morte del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, ucciso da un gruppo di agenti sauditi nel consolato del Paese a Istanbul, lo scorso 2 ottobre, e poi fatto a pezzi con una motosega. Una circostanza imbarazzante su cui è calato il silenzio. Pagato ben 21 milioni di dollari.
Sei schiava dell’islam? Paga il conto
Fare di tutto per salvare una ragazzina costretta a sposarsi controvoglia in un Paese straniero è il minimo. Non un atto eroico, ma un dovere, soprattutto da parte di uno Stato democratico. Eppure in Gran Bretagna negli ultimi anni alcune giovani donne sono state costrette a ripagare il ministero per le spese sostenute durante le operazioni di rimpatrio.
A rivelarlo è stato il quotidiano The Times, in un'inchiesta che sta suscitando parecchie reazioni. Secondo l'indagine, nel 2017 sono state 27 le donne riportate in patria dopo che le famiglie le avevano mandate all'estero contro la loro volontà per contrarre matrimoni organizzati in nome di Allah, mentre nel 2016 erano state 55.
Poco meno di cento giovani con un destino di infelicità segnato, che sono state riscattate dal lavoro di indagine della polizia. Un'operazione degna di plauso, se non fosse che alla donne il ministero ha chiesto centinaia di sterline di pagamento per il biglietto aereo, il cibo e un posto sicuro dove sistemarsi. Per le minorenni il «conto» è stato mandato ai genitori, mentre alle maggiorenni è stato chiesto di sottoscrivere un prestito del ministero, da riparare al più presto, per evitare la penale del 10 per cento prevista dopo sei mesi. Una pretesa abbastanza folle, visto che si tratta di vittime. Come se un supereroe salvasse la sua «bella» da un malvivente e poi le chiedesse di pagare il servizio.
Senza contare che queste povere ragazze, cresciute in ambiente occidentale, spesso vengono costrette alle nozze nel Paese di origine con modalità violente. Lo scorso anno, ad esempio, come ha rivelato il Times, quattro giovani sono state recuperate dopo che erano state imprigionate in una scuola di correzione in Somalia, dove erano incatenate al muro, malmenate e minacciate che sarebbero diventate spose, volenti o no. Dopo averle recuperate il governo ha chiesto ad ognuna di pagare 740 sterline, costringendole a usare un prestito, che le ha messe in difficoltà economiche pesanti e sottoposte a stress, al punto che un paio ha cominciato a fare uso di stupefacenti.
Nell'aprile del 2017, invece, in Somaliland sono state trovate 25 ragazze, sette delle quali britanniche, rinchiuse in un istituto speciale dai genitori perché stavano diventando troppo occidentali. Venivano istruite alle regole della fede islamica, «rieducate» e persino punite se pronunciavano male i versi del Corano. Tra le punizioni c'erano vere e proprie forme di tortura, dal rimanere chiuse in spazi ridotti come bare, all'essere inzuppate di acqua gelata durante la notte, fino all'essere costrette a guardare fisso il sole. Maltrattamenti continui, interrotti solo quando accettavano di buon grado il matrimonio.
Di fronte a questi abusi, il governo ha proceduto al salvataggio e al rimpatrio delle giovani, ma poi ha deciso di chiedere un pagamento. Secondo le linee guida del ministero, si tratta di una compartecipazione alle spese di rimpatrio, che viene pretesa da parenti o associazioni di volontariato per le minorenni e direttamente alle vittime se sono maggiorenni. Per essere certi di ricevere la restituzione del denaro, poi, gli uffici fanno in modo che le donne che non hanno documenti di viaggio non possano ricevere un nuovo passaporto finché non hanno saldato il debito. Dimenticando che senza passaporto non si può lavorare e quindi trovare i fondi diventa difficile. Le più fortunate riescono a farsi aiutare dalle associazioni di volontariato, le altre finiscono in una specie di vortice: con debiti da saldare, il lavoro che non arriva e un'esperienza traumatica alle spalle.
Il sospetto è che in Gran Bretagna, a forza di accettare costumi e abitudini altrui senza contestare, ormai non si sia più capaci di indignarsi se una ragazzina viene spedita all'estero a sposare uno sconosciuto, visto che si tratta di una pratica prevista dalla religione. Ma se ora le vittime vengono costrette a pagare, non è da escludere che con il passare degli anni si arrivo a non considerarle nemmeno più delle fanciulle in pericolo.
Dopo la denuncia del Times, per la verità, il mondo politico inglese è stato scosso da qualche sussulto. Il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, ha annunciato che verificherà la situazione e andrà fino in fondo, visto che si deve agire con compassione e umanità in queste circostanze. Anche il ministro dell'Interno, Sajid Javid, ha confermato che verificheranno le procedure perché il governo deve agire nel modo corretto, mentre Tom Tugendhat, che rappresenta i conservatori all'interno del comitato degli Affari esteri ha chiesto conto ai ministri, visto che è inaccettabile che lo Stato chieda di pagare alle persone più vulnerabili, che hanno invece bisogno di protezione. Un'indignazione che appare un po' fuori luogo, dato che il ministero degli Esteri non si sente in colpa per le sue richieste. I fondi che si usano per il rimpatrio vengono dalle tasse dei cittadini, quindi vanno protetti. Il rimborso viene chiesto alle «schiave» dei matrimoni forzati, come ai turisti riportati in patria dopo che hanno avuto dei guai all'estero. Solo che si tratta di circostanze che non possono essere assimilate. A meno che appunto si consideri normale procedere a una tratta delle fanciulle, non in nome del profitto ma di una fede religiosa.
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Limitazioni sessiste allo stadio saudita di Gedda che ospiterà la Supercoppa italiana. Le tifose non potranno sedersi nei posti per single. La Serie A, che in Italia segue il Me too, all'estero accetta la discriminazione.Il governo inglese chiede alle ragazze salvate dai matrimoni combinati in nome del Corano il rimborso di tutte le spese. Ma andrebbero riconosciute come vittime.Lo speciale contiene due articoli.Lo scorso 25 novembre i calciatori della Serie A sono scesi in campo con un segno rosso sulla guancia, in segno di adesione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 16 gennaio prossimo, invece, quindi appena 52 giorni dopo, una partita ufficiale della Figc si giocherà in un impianto che avrà interi settori chiusi alle donne. Parliamo della Supercoppa italiana che si giocherà nel King Abdullah sports city stadium della città saudita di Gedda. A contendersi il trofeo che vede di fronte la vincente dello scudetto e della Coppa Italia saranno Juventus e Milan (quest'ultima finalista perdente dell'ultima Coppa Italia, vinta dagli stessi bianconeri).I club delle due squadre si stanno già attrezzando per permettere ai propri iscritti di andare a tifare i propri beniamini anche tra le dune del deserto. Le istruzioni arrivate dalle società contengono tuttavia delle postille a cui i supporter italiani non sono abituati. Abbiamo davanti una mail mandata dalla Juventus ai propri fan club ufficiali (ma in casa rossonera sarà sicuramente girata una comunicazione analoga). Oltre a varie specifiche tecniche, leggiamo che «è possibile richiedere biglietti in due sole categorie», denominate «cat 1 lower singles», dal costo di 24 euro, e «cat 1 upper families», al prezzo di 12 euro. Dimenticate curve, distinti, tribune e tutte le suddivisioni dei settori degli stadi a cui siamo abituati. Qui l'impianto ha solo posti per single e posti per famiglie. Qual è la relazione tra il proprio stato civile e il fatto di ritrovarsi sugli spalti a tifare la propria squadra? Per capire dove si vuole andare a parare dobbiamo proseguire nella lettura della mail e leggere un'avvertenza preceduta da un «attenzione» scritto tutta in maiuscolo: «Nel settore single è consentito l'accesso solo a persone di sesso maschile, quindi vietato alle donne. Il settore family invece è misto quindi accessibile anche alle donne». Ebbene sì, metà dello stadio di Gedda sarà off limits per le donne. Si dirà che sono queste le usanze locali e che, piacciano o non piacciano, vanno rispettate. Ma l'italiano che si sobbarcherà il viaggio fin nella seconda città araba non si troverà ad assistere a un match del campionato saudita, bensì a una competizione della Federazione italiana, organizzata dalla Lega calcio. Roba nostra, insomma, ma declinata secondo categorie culturali e sociali discriminatorie, lontanissime dal nostro sentire e dallo stesso discorso ufficiale delle nostre autorità sportive. La curiosa distinzione tra famiglie e single potrebbe peraltro far pensare che, anche nel settore che aprirà loro le porte, le donne debbano presentarsi accompagnate da un parente maschio. Non è del resto così che funzionano le cose lì, dove una donna sola non può praticamente avere vita sociale? A quanto ci risulta, tuttavia, l'ingresso alle donne nel settore family sarà libero, senza dover mostrare un marito o un fratello a qualche occhiuto vigilante con il Corano alla mano. Chissà che le denominazioni dei settori non siano state pensate per salvare la rigorosa moralità di facciata, mostrando agli ambienti più conservatori che, orrore, gli spalti saranno occupati anche da donne, ma tutto è comunque sotto controllo: siamo o non siamo nel settore riservato alle famiglie? Sarebbe in linea con una certa ipocrisia spesso vista negli Stati del Golfo... Quali che siano i complicati meccanismi che regolano l'etica locale, resta il fatto che una partita di calcio tutta italiana verrà giocata in presenza di una aperta segregazione degli spettatori in base al genere. Una circostanza su cui i dirigenti del nostro calcio hanno evidentemente preferito sorvolare, preferendo concentrarsi sui 21 milioni sborsati dal governo di Riad per poter ospitare il prestigioso evento.Non è la prima volta che il potere dei soldi porta i club italiani a esibirsi in contesti esotici. La prima volta fu nel 1993, quando la Supercoppa si giocò a Washington. Dieci anni dopo, nel 2003, si tornò negli Usa, stavolta a New York (mentre l'anno prima si era giocato a Tripoli). Nel 2009, 2011, 2012 e 2015 si è finiti invece in Cina, tra Pechino e Shanghai. Nel 2014 e nel 2016 si è invece giocato a Doha, in Qatar. Scelte sportivamente discutibili e politicamente discutibilissime. Basti pensare che appena nove anni dopo la finale di Tripoli, l'Italia collaborò a una sciagurata missione internazionale contro il governo locale, ritornato Stato canaglia dopo decenni di rapporti altalenanti con la comunità internazionale. La finale di Gedda arriva in una fase di grandi manovre da parte del governo locale. L'operazione simpatia del principe ereditario Mohammed Bin Salman (ricordate la reclamizzata semi bufala sulle donne saudite che potevano finalmente cominciare a guidare?) ha subito una pesante battuta d'arresto con la morte del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, ucciso da un gruppo di agenti sauditi nel consolato del Paese a Istanbul, lo scorso 2 ottobre, e poi fatto a pezzi con una motosega. Una circostanza imbarazzante su cui è calato il silenzio. Pagato ben 21 milioni di dollari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/52pt-52pt-settori-senza-donne-per-milan-juve-in-arabia-la-figc-si-gioca-la-faccia-2624960138.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sei-schiava-dellislam-paga-il-conto" data-post-id="2624960138" data-published-at="1768285155" data-use-pagination="False"> Sei schiava dell’islam? Paga il conto Fare di tutto per salvare una ragazzina costretta a sposarsi controvoglia in un Paese straniero è il minimo. Non un atto eroico, ma un dovere, soprattutto da parte di uno Stato democratico. Eppure in Gran Bretagna negli ultimi anni alcune giovani donne sono state costrette a ripagare il ministero per le spese sostenute durante le operazioni di rimpatrio. A rivelarlo è stato il quotidiano The Times, in un'inchiesta che sta suscitando parecchie reazioni. Secondo l'indagine, nel 2017 sono state 27 le donne riportate in patria dopo che le famiglie le avevano mandate all'estero contro la loro volontà per contrarre matrimoni organizzati in nome di Allah, mentre nel 2016 erano state 55. Poco meno di cento giovani con un destino di infelicità segnato, che sono state riscattate dal lavoro di indagine della polizia. Un'operazione degna di plauso, se non fosse che alla donne il ministero ha chiesto centinaia di sterline di pagamento per il biglietto aereo, il cibo e un posto sicuro dove sistemarsi. Per le minorenni il «conto» è stato mandato ai genitori, mentre alle maggiorenni è stato chiesto di sottoscrivere un prestito del ministero, da riparare al più presto, per evitare la penale del 10 per cento prevista dopo sei mesi. Una pretesa abbastanza folle, visto che si tratta di vittime. Come se un supereroe salvasse la sua «bella» da un malvivente e poi le chiedesse di pagare il servizio. Senza contare che queste povere ragazze, cresciute in ambiente occidentale, spesso vengono costrette alle nozze nel Paese di origine con modalità violente. Lo scorso anno, ad esempio, come ha rivelato il Times, quattro giovani sono state recuperate dopo che erano state imprigionate in una scuola di correzione in Somalia, dove erano incatenate al muro, malmenate e minacciate che sarebbero diventate spose, volenti o no. Dopo averle recuperate il governo ha chiesto ad ognuna di pagare 740 sterline, costringendole a usare un prestito, che le ha messe in difficoltà economiche pesanti e sottoposte a stress, al punto che un paio ha cominciato a fare uso di stupefacenti. Nell'aprile del 2017, invece, in Somaliland sono state trovate 25 ragazze, sette delle quali britanniche, rinchiuse in un istituto speciale dai genitori perché stavano diventando troppo occidentali. Venivano istruite alle regole della fede islamica, «rieducate» e persino punite se pronunciavano male i versi del Corano. Tra le punizioni c'erano vere e proprie forme di tortura, dal rimanere chiuse in spazi ridotti come bare, all'essere inzuppate di acqua gelata durante la notte, fino all'essere costrette a guardare fisso il sole. Maltrattamenti continui, interrotti solo quando accettavano di buon grado il matrimonio. Di fronte a questi abusi, il governo ha proceduto al salvataggio e al rimpatrio delle giovani, ma poi ha deciso di chiedere un pagamento. Secondo le linee guida del ministero, si tratta di una compartecipazione alle spese di rimpatrio, che viene pretesa da parenti o associazioni di volontariato per le minorenni e direttamente alle vittime se sono maggiorenni. Per essere certi di ricevere la restituzione del denaro, poi, gli uffici fanno in modo che le donne che non hanno documenti di viaggio non possano ricevere un nuovo passaporto finché non hanno saldato il debito. Dimenticando che senza passaporto non si può lavorare e quindi trovare i fondi diventa difficile. Le più fortunate riescono a farsi aiutare dalle associazioni di volontariato, le altre finiscono in una specie di vortice: con debiti da saldare, il lavoro che non arriva e un'esperienza traumatica alle spalle. Il sospetto è che in Gran Bretagna, a forza di accettare costumi e abitudini altrui senza contestare, ormai non si sia più capaci di indignarsi se una ragazzina viene spedita all'estero a sposare uno sconosciuto, visto che si tratta di una pratica prevista dalla religione. Ma se ora le vittime vengono costrette a pagare, non è da escludere che con il passare degli anni si arrivo a non considerarle nemmeno più delle fanciulle in pericolo. Dopo la denuncia del Times, per la verità, il mondo politico inglese è stato scosso da qualche sussulto. Il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, ha annunciato che verificherà la situazione e andrà fino in fondo, visto che si deve agire con compassione e umanità in queste circostanze. Anche il ministro dell'Interno, Sajid Javid, ha confermato che verificheranno le procedure perché il governo deve agire nel modo corretto, mentre Tom Tugendhat, che rappresenta i conservatori all'interno del comitato degli Affari esteri ha chiesto conto ai ministri, visto che è inaccettabile che lo Stato chieda di pagare alle persone più vulnerabili, che hanno invece bisogno di protezione. Un'indignazione che appare un po' fuori luogo, dato che il ministero degli Esteri non si sente in colpa per le sue richieste. I fondi che si usano per il rimpatrio vengono dalle tasse dei cittadini, quindi vanno protetti. Il rimborso viene chiesto alle «schiave» dei matrimoni forzati, come ai turisti riportati in patria dopo che hanno avuto dei guai all'estero. Solo che si tratta di circostanze che non possono essere assimilate. A meno che appunto si consideri normale procedere a una tratta delle fanciulle, non in nome del profitto ma di una fede religiosa.
Dunque, per non aver chiuso gli occhi, per non essersi distratto, per aver reagito di fronte all’aggressione di cui era vittima un militare al suo fianco, il carabiniere dovrà versare ai parenti del ladro sei anni del suo stipendio, oltre naturalmente a scontare - se la sentenza venisse confermata in Appello e in Cassazione - tre anni in carcere. E ovviamente questo non è che l’inizio del suo calvario, perché la condanna non esclude un processo civile, con ulteriore richiesta di risarcimento. E poi a tutto ciò si aggiungono le spese legali di difesa, che sono interamente a suo carico. Per dirla chiara, il vicebrigadiere Marroccella, per aver fatto il proprio dovere, rischia di finire sul lastrico e con lui la sua famiglia, cioè la moglie e i suoi due figli.
La storia è incredibile e dimostra che in questo Paese sono più tutelati i delinquenti che le persone per bene. I parenti di un orefice rapinato e ucciso a Milano hanno ricevuto poche migliaia di euro di risarcimento. Quella del rapinatore di cui sopra, un siriano che si era già reso responsabile di altri episodi simili a quello in cui ha perso la vita perché si è trovato davanti un uomo delle forze dell’ordine, invece, probabilmente si arricchirà a spese di un carabiniere che anziché far finta di niente ha fatto il carabiniere.
Di fronte a tutto ciò, noi della Verità, giornale che da sempre sta dalla parte di polizia e Arma, ovvero di uomini che rischiano ogni giorno la vita per difendere i cittadini e garantire loro la sicurezza, non potevamo fare spallucce. Indignati quanto molti di voi, dunque, abbiamo aperto un conto corrente lanciando una sottoscrizione a favore di Emanuele Marroccella e della sua famiglia. Per parte nostra abbiamo messo 5.000 euro, invitando i lettori e chiunque fosse d’accordo con noi nel sostenere un carabiniere che riteniamo ingiustamente condannato a contribuire secondo le proprie possibilità. Risultato, in appena tre giorni abbiamo raccolto più di 86.000 euro, una cifra altissima, che già in buona parte è in grado di coprire la provvisionale a cui Marroccella è stato condannato e che, lo ricordo per chi non lo sapesse, è immediatamente esecutiva e, se non pagata, può anche dare adito alla richiesta di pignoramento dello stipendio da parte dei parenti del ladro.
Sì, cari lettori, avete risposto con generosità e di questo vi sono infinitamente grato. Non soltanto perché così date un aiuto a un uomo delle forze dell’ordine, cioè a chi rappresenta la sicurezza in questo Paese. Ma anche perché scorgo nella decisione di donare 1 euro o 1.000 la capacità di indignarsi e reagire. Non si può ignorare il fatto che Marroccella ha sparato dopo aver visto ferire un proprio collega. Non si può non pensare che invece di colpire i criminali certe sentenze colpiscono chi cerca di fermare i delinquenti. Così come nel caso Ramy, il giovane che a Milano è fuggito a un posto di blocco ed è morto sbattendo contro il palo di un semaforo, invece di dar la caccia ai ladri si dichiara guerra a poliziotti e carabinieri.
Più dei rapinatori e degli stupratori, sono loro, gli uomini delle forze dell’ordine, a finire nel mirino. Per questo è importante sostenerli. Perciò è necessario difenderli. Loro difendono noi, ma noi dobbiamo tutelarli e sostenerli anche economicamente.
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«In questo momento così difficile per me e la mia famiglia, questa solidarietà inaspettata mi dà tanta forza. Voglio ringraziare di vero cuore tutti, a partire dal direttore della Verità, Maurizio Belpietro, per il calore umano ricevuto e per come state aiutandoci, rispondendo alla sottoscrizione che è stata lanciata da queste pagine». Il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, 44 anni, è commosso, incredulo davanti alla generosità di così tanti cittadini, che mettendo mano al portafoglio lo stanno aiutando a pagare una provvisionale pesantissima: 125.000 euro disposti dal tribunale di Roma.
Somma a suo carico, da versare subito ai parenti del siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, cui aveva sparato la notte del 20 settembre 2020 mentre il pregiudicato cercava di fuggire dopo aver ferito Lorenzo Grasso, un collega di Marroccella della radiomobile. Oltre a una condanna a tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi» e senza le attenuanti generiche, vissuta con grande amarezza dal carabiniere; oltre al dolore e allo sconcerto della moglie (che si è raccontata alla Verità), di figli, familiari, colleghi e amici, si aggiunge l’affanno di dover mettere insieme una cifra pari a sei anni di lavoro.
L’iniziativa della sottoscrizione, con le coordinate bancarie alle quali inviare il contributo, è stata condivisa anche in tante chat dell’Arma e apprezzata da alte sfere. Usmia, l’Unione sindacale militare interforze associati, che aveva avviato una raccolta fondi attraverso la piattaforma GoFundMe, dopo che l’iniziativa è stata bloccata (con la restituzione delle somme versate), ha invitato i donatori ad aderire alla sottoscrizione della Verità. La generosità e i tempi rapidi nell’effettuare un bonifico, che aiuta un carabiniere punito anche sul versante economico mentre compiva il proprio dovere bloccando un’azione criminosa, dimostrano che i cittadini continuano a credere nelle forze dell’ordine e le rispettano.
Lo confermano i tantissimi messaggi sui social dove, contrariamente al livore, al veleno, al fango che spesso circolano esaltando demoni e seppellendo brav’uomini, abbiamo trovato un’infinità di parole di gratitudine per il vicebrigadiere e di sdegno per la sentenza, di cui entro 90 giorni conosceremo le motivazioni.
Dall’affermazione: «Una medaglia e una promozione gli andava date, altro che», alla domanda: «Con quale coraggio si può chiedere a dei giovani di far parte delle forze dell’ordine, con degli esempi simili?», lo sconcerto è evidente. «Quindi se gli sparava prima era eccesso di difesa, se gli spara dopo è un’esecuzione, se gli spara nel mentre di sicuro si trova qualcosa che non va bene. Eppure i criminali hanno la libertà di aggredire, ferire, uccidere, violentare senza grosse conseguenze, ma è un loro diritto, sono malviventi», è un altro commento.
Così pure la provocatoria conclusione: «Meglio fare il delinquente, male che ti va gli eredi camperanno di rendita», mentre altri chiedono: «Bisogna stabilire per legge che chi delinque non può chiedere risarcimenti in caso subisca danni». Le critiche all’operato dei magistrati si sprecano: «Ormai i giudici sono completamente scollegati dalla realtà e di fatto contro il popolo italiano. Bisogna cambiare». Un utente scrive: «Fa molto riflettere come tutti in Italia stiano sotto il controllo della magistratura, ma i magistrati si giudicano da soli tramite un organo autoeletto. Roba da regime fascista».
Nella pioggia di critiche alla condanna ritenuta eccessiva per un uso legittimo delle armi: «Povera Italia, si tutelano i delinquenti, a questo punto toglietele proprio le armi alle forze dell’ordine, rischiano la vita e devono anche risarcire, ma che Stato è questo», e per la sanzione anticipata che Marroccella è costretto a pagare prima che la sentenza sia definitiva (gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo hanno già annunciato ricorso in appello), si inserisce il post di una nonna che ci scrive: «Mia nipote ha rotto il suo salvadanaio per donare i suoi soldi al carabiniere. Grazie, siete l’unico giornale dalla parte delle forze dell’ordine».
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Beppe Sala. Nel riquadro, il cantiere di via Fauché (Ansa)
Il Comune parla di «atto dovuto», imposto dalla sentenza del Consiglio di Stato dello scorso novembre. Ed è proprio questa formula a inchiodare Sala alle sue responsabilità: se oggi è dovuto, significa che ieri sono stati commessi errori.
Il caso è noto. Al posto di un vecchio fabbricato adibito a laboratorio-deposito era prevista una palazzina residenziale, tre piani fuori terra e uno seminterrato. L’intervento era stato qualificato come «ristrutturazione ricostruttiva» e avviato con una super Scia. Per i giudici amministrativi, però, quelle caratteristiche travalicavano la ristrutturazione e configuravano una nuova edificazione, che avrebbe richiesto un titolo diverso e un quadro pianificatore adeguato.
Tar prima, Consiglio di Stato poi: doppia bocciatura per il Comune. Oggi è arrivata la decisione finale, l’ordine di demolizione. Il primo che riguarda un cantiere finito sotto inchiesta. È qui che la cronaca diventa politica. Perché via Fauché non è un incidente isolato, ma il punto in cui emerge con chiarezza l’assenza di una regia. La città non aveva mai vissuto un periodo di incertezza così marcato sul fronte urbanistico. Mai come ora appare evidente la mancanza di una visione complessiva, soprattutto su un terreno che incrocia sviluppo, diritti dei residenti e tenuta amministrativa. L’impressione è quella di un Comune che non sa come arrivare a fine mandato (manca un anno) e che reagisce agli input esterni: sentenze, sequestri, indagini.
Non a caso, l’opposizione affonda il colpo proprio sull’ordine di abbattimento. Riccardo Truppo (Fdi) parla di un’amministrazione che «si muove a tentoni» e annuncia la richiesta di un Consiglio comunale straordinario urgente sull’urbanistica. Sono parole che intercettano un malessere diffuso: famiglie e acquirenti sospesi, cantieri bloccati, quartieri in attesa di capire quale sarà il loro destino.
Il nodo politico è aggravato da un’assenza che pesa: Milano è senza un assessore all’Urbanistica. Un vuoto di guida che, in questa fase, lascia aperti interrogativi su criteri e decisioni, mentre Sala continua a rivendicare la correttezza dell’azione amministrativa, nonostante le smentite giudiziarie.
In questo contesto si colloca anche l’incontro di oggi tra il comitato delle famiglie sospese e il vicesindaco Anna Scavuzzo, che ha assunto deleghe temporanee sull’Urbanistica, segnale di una tensione sociale crescente dopo mesi di incertezza. Via Fauché non chiude la partita: la decisione del Comune difficilmente si tradurrà in una serie automatica di abbattimenti sugli altri cantieri sotto sequestro. La sentenza segna uno spartiacque per il futuro, ma non si applica automaticamente agli interventi già avviati. Il Consiglio di Stato ha accolto le tesi dell’avvocato Wanda Mastrojanni, che assiste il super-condominio di via Fauché-Castelvetro, parte civile nel processo per abuso edilizio davanti alla decima sezione del tribunale di Milano, il costruttore Luigi D’Ambrosio, il progettista Marco Colombo e l’impresario Gaetano Risi (prossima udienza il 2 febbraio). Il proprietario dell’area avrà 90 giorni per procedere alla demolizione.
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Polizia in servizio alla stazione Termini (Ansa)
Una teoria che ricorda da vicino quanto accaduto a Prato tra settembre e dicembre scorsi, dove Mohamed Amine Elouardaoui, 20 anni, è finito in una Rems (le strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici-giudiziari) per aver pestato e sfregiato dieci donne, scelte a caso, solo perché occidentali. E per questo gli inquirenti gli contestano anche l’aggravante dell’odio etnico. Anche il funzionario del ministero del Made in Italy mandato in ospedale (dove ieri ha ricevuto la visita del ministro Adolfo Urso), in coma farmacologico dopo il brutale pestaggio filmato in diretta dalle telecamere di sicurezza della stazione Termini sabato sera, sembra essere stato scelto a caso. Dopo l’aggressione aveva ancora addosso il portafogli con i documenti. La rapina, insomma, è esclusa. È qui che l’indagine cambia natura.
Il fascicolo, come ha ricostruito ieri l’Agi, è nelle mani del pm Nadia Plastina, un passato in Procura Antimafia e la gestione di fascicoli come quello sull’omicidio di Fabrizio Piscitelli, il «Diabolik» della Curva Nord. È stato il profilo di uno degli aggressori fermati ad aver fatto scattare una serie di accertamenti: Mohamed Mansy Mahmoud Elramady, 18 anni, egiziano con un provvedimento di espulsione non eseguito e precedenti per rapina, ricettazione e porto illegale di armi e oggetti atti a offendere. Dentro il branco non sarebbe una comparsa. Viene indicato come uno dei più attivi all’interno del gruppo che ha preso di mira il funzionario del Mimit. Con lui c’era Moslem Othmen, tunisino, 20 anni, che fra il 2024 e l’anno scorso si è ficcato nei guai altre due volte per rissa e spaccio di stupefacenti. Sono accusati di tentato omicidio. Ieri, per la stessa aggressione, sono stati fermati altri due tunisini: un ventenne con precedenti per furto, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, e un ventunenne con i documenti non in regola. I due, domenica, hanno derubato una donna di un cellulare in zona Ostiense. La polizia li ha inseguiti e bloccati. Per gli investigatori erano nel branco di via Giolitti: indossavano gli stessi abiti della sera prima. Chi indaga non esclude che i quattro siano in rapporti anche con il gruppo che un’ora più tardi ha rapinato della bici elettrica un rider tunisino (anche lui finito in ospedale). La vittima, però, non si era data per vinta. Ha radunato un po’ di amici e rintracciato gli aggressori in via Farini. Lì è arrivata la seconda scarica di violenza. Per rapina e lesioni aggravate sono stati fermati due connazionali del rider: Adem Raouafi, 22 anni, e Marwen Abid, 18. Uno con precedenti per droga e minacce, ma con regolare permesso di soggiorno, l’altro è un senza fissa dimora e irregolare sul territorio nazionale. Per i sei è stata chiesta la convalida del fermo.
Ma proprio mentre l’inchiesta prende corpo si consuma un’altra scena di violenza. Nel pomeriggio di ieri, sempre a Termini, un giovane somalo senza fissa dimora e con diversi precedenti penali ha aggredito due controllori. Era senza biglietto. E alla richiesta di esibire i documenti si è scagliato contro di loro.
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