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2019-01-03
Settori senza donne per Milan-Juve. In Arabia la Figc si gioca la faccia
Ansa
Lo scorso 25 novembre i calciatori della Serie A sono scesi in campo con un segno rosso sulla guancia, in segno di adesione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 16 gennaio prossimo, invece, quindi appena 52 giorni dopo, una partita ufficiale della Figc si giocherà in un impianto che avrà interi settori chiusi alle donne. Parliamo della Supercoppa italiana che si giocherà nel King Abdullah sports city stadium della città saudita di Gedda. A contendersi il trofeo che vede di fronte la vincente dello scudetto e della Coppa Italia saranno Juventus e Milan (quest'ultima finalista perdente dell'ultima Coppa Italia, vinta dagli stessi bianconeri).
I club delle due squadre si stanno già attrezzando per permettere ai propri iscritti di andare a tifare i propri beniamini anche tra le dune del deserto. Le istruzioni arrivate dalle società contengono tuttavia delle postille a cui i supporter italiani non sono abituati. Abbiamo davanti una mail mandata dalla Juventus ai propri fan club ufficiali (ma in casa rossonera sarà sicuramente girata una comunicazione analoga). Oltre a varie specifiche tecniche, leggiamo che «è possibile richiedere biglietti in due sole categorie», denominate «cat 1 lower singles», dal costo di 24 euro, e «cat 1 upper families», al prezzo di 12 euro. Dimenticate curve, distinti, tribune e tutte le suddivisioni dei settori degli stadi a cui siamo abituati. Qui l'impianto ha solo posti per single e posti per famiglie.
Qual è la relazione tra il proprio stato civile e il fatto di ritrovarsi sugli spalti a tifare la propria squadra? Per capire dove si vuole andare a parare dobbiamo proseguire nella lettura della mail e leggere un'avvertenza preceduta da un «attenzione» scritto tutta in maiuscolo: «Nel settore single è consentito l'accesso solo a persone di sesso maschile, quindi vietato alle donne. Il settore family invece è misto quindi accessibile anche alle donne». Ebbene sì, metà dello stadio di Gedda sarà off limits per le donne.
Si dirà che sono queste le usanze locali e che, piacciano o non piacciano, vanno rispettate. Ma l'italiano che si sobbarcherà il viaggio fin nella seconda città araba non si troverà ad assistere a un match del campionato saudita, bensì a una competizione della Federazione italiana, organizzata dalla Lega calcio. Roba nostra, insomma, ma declinata secondo categorie culturali e sociali discriminatorie, lontanissime dal nostro sentire e dallo stesso discorso ufficiale delle nostre autorità sportive. La curiosa distinzione tra famiglie e single potrebbe peraltro far pensare che, anche nel settore che aprirà loro le porte, le donne debbano presentarsi accompagnate da un parente maschio. Non è del resto così che funzionano le cose lì, dove una donna sola non può praticamente avere vita sociale?
A quanto ci risulta, tuttavia, l'ingresso alle donne nel settore family sarà libero, senza dover mostrare un marito o un fratello a qualche occhiuto vigilante con il Corano alla mano. Chissà che le denominazioni dei settori non siano state pensate per salvare la rigorosa moralità di facciata, mostrando agli ambienti più conservatori che, orrore, gli spalti saranno occupati anche da donne, ma tutto è comunque sotto controllo: siamo o non siamo nel settore riservato alle famiglie? Sarebbe in linea con una certa ipocrisia spesso vista negli Stati del Golfo...
Quali che siano i complicati meccanismi che regolano l'etica locale, resta il fatto che una partita di calcio tutta italiana verrà giocata in presenza di una aperta segregazione degli spettatori in base al genere. Una circostanza su cui i dirigenti del nostro calcio hanno evidentemente preferito sorvolare, preferendo concentrarsi sui 21 milioni sborsati dal governo di Riad per poter ospitare il prestigioso evento.
Non è la prima volta che il potere dei soldi porta i club italiani a esibirsi in contesti esotici. La prima volta fu nel 1993, quando la Supercoppa si giocò a Washington. Dieci anni dopo, nel 2003, si tornò negli Usa, stavolta a New York (mentre l'anno prima si era giocato a Tripoli). Nel 2009, 2011, 2012 e 2015 si è finiti invece in Cina, tra Pechino e Shanghai. Nel 2014 e nel 2016 si è invece giocato a Doha, in Qatar. Scelte sportivamente discutibili e politicamente discutibilissime. Basti pensare che appena nove anni dopo la finale di Tripoli, l'Italia collaborò a una sciagurata missione internazionale contro il governo locale, ritornato Stato canaglia dopo decenni di rapporti altalenanti con la comunità internazionale. La finale di Gedda arriva in una fase di grandi manovre da parte del governo locale. L'operazione simpatia del principe ereditario Mohammed Bin Salman (ricordate la reclamizzata semi bufala sulle donne saudite che potevano finalmente cominciare a guidare?) ha subito una pesante battuta d'arresto con la morte del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, ucciso da un gruppo di agenti sauditi nel consolato del Paese a Istanbul, lo scorso 2 ottobre, e poi fatto a pezzi con una motosega. Una circostanza imbarazzante su cui è calato il silenzio. Pagato ben 21 milioni di dollari.
Sei schiava dell’islam? Paga il conto
Fare di tutto per salvare una ragazzina costretta a sposarsi controvoglia in un Paese straniero è il minimo. Non un atto eroico, ma un dovere, soprattutto da parte di uno Stato democratico. Eppure in Gran Bretagna negli ultimi anni alcune giovani donne sono state costrette a ripagare il ministero per le spese sostenute durante le operazioni di rimpatrio.
A rivelarlo è stato il quotidiano The Times, in un'inchiesta che sta suscitando parecchie reazioni. Secondo l'indagine, nel 2017 sono state 27 le donne riportate in patria dopo che le famiglie le avevano mandate all'estero contro la loro volontà per contrarre matrimoni organizzati in nome di Allah, mentre nel 2016 erano state 55.
Poco meno di cento giovani con un destino di infelicità segnato, che sono state riscattate dal lavoro di indagine della polizia. Un'operazione degna di plauso, se non fosse che alla donne il ministero ha chiesto centinaia di sterline di pagamento per il biglietto aereo, il cibo e un posto sicuro dove sistemarsi. Per le minorenni il «conto» è stato mandato ai genitori, mentre alle maggiorenni è stato chiesto di sottoscrivere un prestito del ministero, da riparare al più presto, per evitare la penale del 10 per cento prevista dopo sei mesi. Una pretesa abbastanza folle, visto che si tratta di vittime. Come se un supereroe salvasse la sua «bella» da un malvivente e poi le chiedesse di pagare il servizio.
Senza contare che queste povere ragazze, cresciute in ambiente occidentale, spesso vengono costrette alle nozze nel Paese di origine con modalità violente. Lo scorso anno, ad esempio, come ha rivelato il Times, quattro giovani sono state recuperate dopo che erano state imprigionate in una scuola di correzione in Somalia, dove erano incatenate al muro, malmenate e minacciate che sarebbero diventate spose, volenti o no. Dopo averle recuperate il governo ha chiesto ad ognuna di pagare 740 sterline, costringendole a usare un prestito, che le ha messe in difficoltà economiche pesanti e sottoposte a stress, al punto che un paio ha cominciato a fare uso di stupefacenti.
Nell'aprile del 2017, invece, in Somaliland sono state trovate 25 ragazze, sette delle quali britanniche, rinchiuse in un istituto speciale dai genitori perché stavano diventando troppo occidentali. Venivano istruite alle regole della fede islamica, «rieducate» e persino punite se pronunciavano male i versi del Corano. Tra le punizioni c'erano vere e proprie forme di tortura, dal rimanere chiuse in spazi ridotti come bare, all'essere inzuppate di acqua gelata durante la notte, fino all'essere costrette a guardare fisso il sole. Maltrattamenti continui, interrotti solo quando accettavano di buon grado il matrimonio.
Di fronte a questi abusi, il governo ha proceduto al salvataggio e al rimpatrio delle giovani, ma poi ha deciso di chiedere un pagamento. Secondo le linee guida del ministero, si tratta di una compartecipazione alle spese di rimpatrio, che viene pretesa da parenti o associazioni di volontariato per le minorenni e direttamente alle vittime se sono maggiorenni. Per essere certi di ricevere la restituzione del denaro, poi, gli uffici fanno in modo che le donne che non hanno documenti di viaggio non possano ricevere un nuovo passaporto finché non hanno saldato il debito. Dimenticando che senza passaporto non si può lavorare e quindi trovare i fondi diventa difficile. Le più fortunate riescono a farsi aiutare dalle associazioni di volontariato, le altre finiscono in una specie di vortice: con debiti da saldare, il lavoro che non arriva e un'esperienza traumatica alle spalle.
Il sospetto è che in Gran Bretagna, a forza di accettare costumi e abitudini altrui senza contestare, ormai non si sia più capaci di indignarsi se una ragazzina viene spedita all'estero a sposare uno sconosciuto, visto che si tratta di una pratica prevista dalla religione. Ma se ora le vittime vengono costrette a pagare, non è da escludere che con il passare degli anni si arrivo a non considerarle nemmeno più delle fanciulle in pericolo.
Dopo la denuncia del Times, per la verità, il mondo politico inglese è stato scosso da qualche sussulto. Il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, ha annunciato che verificherà la situazione e andrà fino in fondo, visto che si deve agire con compassione e umanità in queste circostanze. Anche il ministro dell'Interno, Sajid Javid, ha confermato che verificheranno le procedure perché il governo deve agire nel modo corretto, mentre Tom Tugendhat, che rappresenta i conservatori all'interno del comitato degli Affari esteri ha chiesto conto ai ministri, visto che è inaccettabile che lo Stato chieda di pagare alle persone più vulnerabili, che hanno invece bisogno di protezione. Un'indignazione che appare un po' fuori luogo, dato che il ministero degli Esteri non si sente in colpa per le sue richieste. I fondi che si usano per il rimpatrio vengono dalle tasse dei cittadini, quindi vanno protetti. Il rimborso viene chiesto alle «schiave» dei matrimoni forzati, come ai turisti riportati in patria dopo che hanno avuto dei guai all'estero. Solo che si tratta di circostanze che non possono essere assimilate. A meno che appunto si consideri normale procedere a una tratta delle fanciulle, non in nome del profitto ma di una fede religiosa.
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Limitazioni sessiste allo stadio saudita di Gedda che ospiterà la Supercoppa italiana. Le tifose non potranno sedersi nei posti per single. La Serie A, che in Italia segue il Me too, all'estero accetta la discriminazione.Il governo inglese chiede alle ragazze salvate dai matrimoni combinati in nome del Corano il rimborso di tutte le spese. Ma andrebbero riconosciute come vittime.Lo speciale contiene due articoli.Lo scorso 25 novembre i calciatori della Serie A sono scesi in campo con un segno rosso sulla guancia, in segno di adesione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 16 gennaio prossimo, invece, quindi appena 52 giorni dopo, una partita ufficiale della Figc si giocherà in un impianto che avrà interi settori chiusi alle donne. Parliamo della Supercoppa italiana che si giocherà nel King Abdullah sports city stadium della città saudita di Gedda. A contendersi il trofeo che vede di fronte la vincente dello scudetto e della Coppa Italia saranno Juventus e Milan (quest'ultima finalista perdente dell'ultima Coppa Italia, vinta dagli stessi bianconeri).I club delle due squadre si stanno già attrezzando per permettere ai propri iscritti di andare a tifare i propri beniamini anche tra le dune del deserto. Le istruzioni arrivate dalle società contengono tuttavia delle postille a cui i supporter italiani non sono abituati. Abbiamo davanti una mail mandata dalla Juventus ai propri fan club ufficiali (ma in casa rossonera sarà sicuramente girata una comunicazione analoga). Oltre a varie specifiche tecniche, leggiamo che «è possibile richiedere biglietti in due sole categorie», denominate «cat 1 lower singles», dal costo di 24 euro, e «cat 1 upper families», al prezzo di 12 euro. Dimenticate curve, distinti, tribune e tutte le suddivisioni dei settori degli stadi a cui siamo abituati. Qui l'impianto ha solo posti per single e posti per famiglie. Qual è la relazione tra il proprio stato civile e il fatto di ritrovarsi sugli spalti a tifare la propria squadra? Per capire dove si vuole andare a parare dobbiamo proseguire nella lettura della mail e leggere un'avvertenza preceduta da un «attenzione» scritto tutta in maiuscolo: «Nel settore single è consentito l'accesso solo a persone di sesso maschile, quindi vietato alle donne. Il settore family invece è misto quindi accessibile anche alle donne». Ebbene sì, metà dello stadio di Gedda sarà off limits per le donne. Si dirà che sono queste le usanze locali e che, piacciano o non piacciano, vanno rispettate. Ma l'italiano che si sobbarcherà il viaggio fin nella seconda città araba non si troverà ad assistere a un match del campionato saudita, bensì a una competizione della Federazione italiana, organizzata dalla Lega calcio. Roba nostra, insomma, ma declinata secondo categorie culturali e sociali discriminatorie, lontanissime dal nostro sentire e dallo stesso discorso ufficiale delle nostre autorità sportive. La curiosa distinzione tra famiglie e single potrebbe peraltro far pensare che, anche nel settore che aprirà loro le porte, le donne debbano presentarsi accompagnate da un parente maschio. Non è del resto così che funzionano le cose lì, dove una donna sola non può praticamente avere vita sociale? A quanto ci risulta, tuttavia, l'ingresso alle donne nel settore family sarà libero, senza dover mostrare un marito o un fratello a qualche occhiuto vigilante con il Corano alla mano. Chissà che le denominazioni dei settori non siano state pensate per salvare la rigorosa moralità di facciata, mostrando agli ambienti più conservatori che, orrore, gli spalti saranno occupati anche da donne, ma tutto è comunque sotto controllo: siamo o non siamo nel settore riservato alle famiglie? Sarebbe in linea con una certa ipocrisia spesso vista negli Stati del Golfo... Quali che siano i complicati meccanismi che regolano l'etica locale, resta il fatto che una partita di calcio tutta italiana verrà giocata in presenza di una aperta segregazione degli spettatori in base al genere. Una circostanza su cui i dirigenti del nostro calcio hanno evidentemente preferito sorvolare, preferendo concentrarsi sui 21 milioni sborsati dal governo di Riad per poter ospitare il prestigioso evento.Non è la prima volta che il potere dei soldi porta i club italiani a esibirsi in contesti esotici. La prima volta fu nel 1993, quando la Supercoppa si giocò a Washington. Dieci anni dopo, nel 2003, si tornò negli Usa, stavolta a New York (mentre l'anno prima si era giocato a Tripoli). Nel 2009, 2011, 2012 e 2015 si è finiti invece in Cina, tra Pechino e Shanghai. Nel 2014 e nel 2016 si è invece giocato a Doha, in Qatar. Scelte sportivamente discutibili e politicamente discutibilissime. Basti pensare che appena nove anni dopo la finale di Tripoli, l'Italia collaborò a una sciagurata missione internazionale contro il governo locale, ritornato Stato canaglia dopo decenni di rapporti altalenanti con la comunità internazionale. La finale di Gedda arriva in una fase di grandi manovre da parte del governo locale. L'operazione simpatia del principe ereditario Mohammed Bin Salman (ricordate la reclamizzata semi bufala sulle donne saudite che potevano finalmente cominciare a guidare?) ha subito una pesante battuta d'arresto con la morte del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, ucciso da un gruppo di agenti sauditi nel consolato del Paese a Istanbul, lo scorso 2 ottobre, e poi fatto a pezzi con una motosega. Una circostanza imbarazzante su cui è calato il silenzio. 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Secondo l'indagine, nel 2017 sono state 27 le donne riportate in patria dopo che le famiglie le avevano mandate all'estero contro la loro volontà per contrarre matrimoni organizzati in nome di Allah, mentre nel 2016 erano state 55. Poco meno di cento giovani con un destino di infelicità segnato, che sono state riscattate dal lavoro di indagine della polizia. Un'operazione degna di plauso, se non fosse che alla donne il ministero ha chiesto centinaia di sterline di pagamento per il biglietto aereo, il cibo e un posto sicuro dove sistemarsi. Per le minorenni il «conto» è stato mandato ai genitori, mentre alle maggiorenni è stato chiesto di sottoscrivere un prestito del ministero, da riparare al più presto, per evitare la penale del 10 per cento prevista dopo sei mesi. Una pretesa abbastanza folle, visto che si tratta di vittime. Come se un supereroe salvasse la sua «bella» da un malvivente e poi le chiedesse di pagare il servizio. Senza contare che queste povere ragazze, cresciute in ambiente occidentale, spesso vengono costrette alle nozze nel Paese di origine con modalità violente. Lo scorso anno, ad esempio, come ha rivelato il Times, quattro giovani sono state recuperate dopo che erano state imprigionate in una scuola di correzione in Somalia, dove erano incatenate al muro, malmenate e minacciate che sarebbero diventate spose, volenti o no. Dopo averle recuperate il governo ha chiesto ad ognuna di pagare 740 sterline, costringendole a usare un prestito, che le ha messe in difficoltà economiche pesanti e sottoposte a stress, al punto che un paio ha cominciato a fare uso di stupefacenti. Nell'aprile del 2017, invece, in Somaliland sono state trovate 25 ragazze, sette delle quali britanniche, rinchiuse in un istituto speciale dai genitori perché stavano diventando troppo occidentali. Venivano istruite alle regole della fede islamica, «rieducate» e persino punite se pronunciavano male i versi del Corano. Tra le punizioni c'erano vere e proprie forme di tortura, dal rimanere chiuse in spazi ridotti come bare, all'essere inzuppate di acqua gelata durante la notte, fino all'essere costrette a guardare fisso il sole. Maltrattamenti continui, interrotti solo quando accettavano di buon grado il matrimonio. Di fronte a questi abusi, il governo ha proceduto al salvataggio e al rimpatrio delle giovani, ma poi ha deciso di chiedere un pagamento. Secondo le linee guida del ministero, si tratta di una compartecipazione alle spese di rimpatrio, che viene pretesa da parenti o associazioni di volontariato per le minorenni e direttamente alle vittime se sono maggiorenni. Per essere certi di ricevere la restituzione del denaro, poi, gli uffici fanno in modo che le donne che non hanno documenti di viaggio non possano ricevere un nuovo passaporto finché non hanno saldato il debito. Dimenticando che senza passaporto non si può lavorare e quindi trovare i fondi diventa difficile. Le più fortunate riescono a farsi aiutare dalle associazioni di volontariato, le altre finiscono in una specie di vortice: con debiti da saldare, il lavoro che non arriva e un'esperienza traumatica alle spalle. Il sospetto è che in Gran Bretagna, a forza di accettare costumi e abitudini altrui senza contestare, ormai non si sia più capaci di indignarsi se una ragazzina viene spedita all'estero a sposare uno sconosciuto, visto che si tratta di una pratica prevista dalla religione. Ma se ora le vittime vengono costrette a pagare, non è da escludere che con il passare degli anni si arrivo a non considerarle nemmeno più delle fanciulle in pericolo. Dopo la denuncia del Times, per la verità, il mondo politico inglese è stato scosso da qualche sussulto. Il ministro degli Esteri, Jeremy Hunt, ha annunciato che verificherà la situazione e andrà fino in fondo, visto che si deve agire con compassione e umanità in queste circostanze. Anche il ministro dell'Interno, Sajid Javid, ha confermato che verificheranno le procedure perché il governo deve agire nel modo corretto, mentre Tom Tugendhat, che rappresenta i conservatori all'interno del comitato degli Affari esteri ha chiesto conto ai ministri, visto che è inaccettabile che lo Stato chieda di pagare alle persone più vulnerabili, che hanno invece bisogno di protezione. Un'indignazione che appare un po' fuori luogo, dato che il ministero degli Esteri non si sente in colpa per le sue richieste. I fondi che si usano per il rimpatrio vengono dalle tasse dei cittadini, quindi vanno protetti. Il rimborso viene chiesto alle «schiave» dei matrimoni forzati, come ai turisti riportati in patria dopo che hanno avuto dei guai all'estero. Solo che si tratta di circostanze che non possono essere assimilate. A meno che appunto si consideri normale procedere a una tratta delle fanciulle, non in nome del profitto ma di una fede religiosa.
Keir Starmer (Ansa)
Secondo un documento di due diligence consegnato a Downing Street nel novembre 2024, il premier britannico sarebbe stato al corrente che i rapporti tra Mandelson ed Epstein continuarono anche dopo la prima condanna di quest’ultimo nel 2008, e «proseguirono tra il 2009 e il 2011». Il file afferma che la relazione iniziò quando Mandelson era ministro del Commercio e continuò anche dopo la fine del governo laburista. Nel documento si legge inoltre che Mandelson «soggiornò nella casa di Epstein mentre questo era in prigione nel giugno 2009». Ciò significa che Starmer era stato avvertito dei legami personali tra Mandelson ed Epstein almeno fino al 2011, ma decise comunque di nominarlo.
Inoltre, il consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, Jonathan Powell, giudicò come «stranamente affrettata» la nomina politica ad ambasciatore negli Usa di Mandelson. La dichiarazione di Powell risulta dal resoconto di una telefonata avuta a suo tempo col consulente legale del primo ministro, Mike Ostheimer. Da un documento emerge poi che Mandelson suggerì a Starmer di usare il leader del partito Reform Uk, Nigel Farage, per «migliorare i collegamenti del Regno Unito con l’amministrazione Trump».
All’epoca dei fatti Starmer fu anche informato dei legami di Mandelson con la Russia prima della sua nomina ad ambasciatore. Nel dossier viene citato un articolo del Daily Mail che ricorda come Mandelson fosse direttore non esecutivo del conglomerato russo Sistema. La società è l’azionista di maggioranza di Rti, azienda di tecnologia militare che produce radar e sistemi di comunicazione satellitare per il sistema russo di allerta precoce dei missili terrestri. Il presidente del gruppo era Yevgeny Primakov, alleato del presidente russo, Vladimir Putin, ed ex primo ministro russo. Il documento sottolinea inoltre che Mandelson rimase nel consiglio fino a giugno 2017, anni dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Queste informazioni erano state incluse nel dossier consegnato a Downing Street prima della decisione sulla nomina.
In un file, risalente a dicembre 2024, si cita Mandelson mentre afferma, contrariamente alla politica del governo britannico, che Farage «non si può ignorare, è un membro del Parlamento eletto» e «una testa di ponte sia verso il presidente Trump sia verso Elon Musk e altri». Mandelson avrebbe aggiunto che «l’interesse nazionale viene servito nei modi più strani e meravigliosi». Il documento menziona anche interrogativi sul suo rapporto con l’ex finanziere condannato per pedofilia e traffico sessuale.
Mandelson, avrebbe organizzato nel maggio 2002 un incontro tra Epstein, e l’allora premier britannico, Tony Blair. In un memo inviato prima dell’incontro del 14 maggio 2002, il segretario privato di Blair, Matthew Rycroft, descriveva Epstein come «molto ricco» e «vicino al Duca di York», ricordando che possedeva una casa da 30 milioni di dollari a New York, un ranch di 10.000 acri nel New Mexico e una villa a Palm Beach. Come si legge nel documento, «Peter dice che Epstein ora viaggia con Clinton e Clinton vuole che tu lo incontri», ritenendo utile discutere con lui di «scienza» e di «tendenze economiche e monetarie internazionali». La nota ricordava anche i legami di Epstein con il principe Andrea, incontrato tramite Ghislaine Maxwell, e le sue visite a Sandringham e Windsor.
Ma i colpi di scena potrebbero essere solo all’inizio e potrebbero arrivare anche da oltreoceano. Un hacker straniero avrebbe tentato una sorta di Epsteinleaks, cercando di accedere ai files originali (e non censurati) dell’indagine Fbi su Epstein. L'incursione informatica è avvenuta tre anni fa presso l’ufficio di New York del Federal Bureau, secondo una fonte informata e documenti del Dipartimento di Giustizia recentemente pubblicati e visionati da Reuters. In una dichiarazione, l’Fbi ha affermato che quello che ha definito un «cyber incident» è stato «un episodio isolato».
«L’Fbi ha limitato l’accesso all’attore malevolo e ha ripristinato la rete. L’indagine rimane in corso, quindi al momento non abbiamo ulteriori commenti da fornire», è la scarna dichiarazione trapelata, ma al momento non è chiaro se e quali files l’hacker abbia trafugato. Secondo la fonte, l’intrusione sembrerebbe essere stata opera di un cybercriminale piuttosto che di un governo straniero. «Chi non cercherebbe di mettere le mani sui file Epstein se fossi i russi o qualcuno interessato al kompromat?» Ha detto Jon Lindsay, ricercatore sulle tecnologie emergenti e la sicurezza globale al Georgia Institute of Technology.
L’hackeraggio sarebbe avvenuto dopo che un server del Child Exploitation Forensic Lab dell’ufficio Fbi di New York è stato involontariamente lasciato vulnerabile dall’agente speciale Aaron Spivack, mentre cercava di orientarsi nelle procedure dell’agenzia per la gestione delle prove digitali, secondo la fonte e i documenti. Una cronologia redatta dallo stesso Spivack, inclusa nel vasto archivio di documenti su Epstein pubblicati quest’anno, indica che l’intrusione è avvenuta il 12 febbraio 2023. La violazione sarebbe stata scoperta il giorno successivo, quando l’agente ha acceso il computer e ha trovato un file testuale che avvertiva che la rete era stata compromessa.
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Imola si prepara a un weekend di adrenalina pura. Dal 17 al 19 aprile, l’Autodromo Internazionale Enzo e Dino Ferrari ospiterà la FIA WEC 6 Hours of Imola 2026, che apre quest’anno il mondiale di endurance dopo il rinvio della tappa in Qatar. Saranno 14 le case costruttrici al via tra le categorie Hypercar e LMGT3, con Ferrari pronta a giocare in casa davanti ai propri tifosi, in una stagione che si annuncia tra le più competitive degli ultimi anni.
La presentazione ufficiale dell’evento si è svolta mercoledì a Milano, nella cornice della Rinascente di piazza Duomo, scelta simbolica per raccontare un progetto che vuole andare oltre il semplice evento sportivo e mettere insieme motori, territorio e Made in Italy. Così, per il terzo anno consecutivo, il circuito romagnolo sarà teatro di una delle tappe più attese del campionato. «Il WEC sta crescendo molto», ha spiegato il Ceo Frédéric Lequien, sottolineando come la categoria endurance stia attirando sempre più marchi automobilistici e pubblico. «Oggi abbiamo una presenza di costruttori che non si era mai vista prima nel motorsport». Il format delle gare di durata – con più classi di vetture in pista e numerosi sorpassi – contribuisce a rendere lo spettacolo accessibile anche ai nuovi appassionati. «Vogliamo restare una categoria popolare», ha aggiunto Lequien, ricordando che il prezzo medio dei biglietti resta contenuto proprio per favorire la partecipazione di famiglie e giovani.
Sul fronte sportivo, i piloti del team Proton Competition, Giammarco Levorato e Stefano Gattuso, hanno anticipato le sfide del weekend: dalle strategie di endurance alle soste e al cambio pilota, fino al lavoro di squadra che trasforma ogni gara in una prova di resistenza e precisione. «Correre a Imola è un’emozione unica – ha raccontato Levorato – il circuito combina tecnica e passione, e il pubblico italiano rende ogni giro ancora più intenso». Tra le grandi case protagoniste, la più attesa sarà sicuramente la Ferrari, reduce da una stagione 2025 straordinaria nel mondiale endurance. «È stata l’annata più bella di sempre per Ferrari nell’endurance», ha ricordato Antonello Coletta, Global Head of Ferrari Endurance and Corse Clienti, citando il titolo costruttori, il successo alla 24 Ore di Le Mans e la vittoria a Imola davanti al pubblico italiano. Tornare sul circuito intitolato a Enzo e Dino Ferrari, ha aggiunto Coletta, «sarà un’emozione speciale. Correre in casa significa avere una responsabilità in più, ma anche una motivazione enorme».
Tuttavia, l’appuntamento non si limiterà alla pista. Accanto alla gara, Imola ospiterà un ricco programma di iniziative pensate per coinvolgere cittadini e visitatori. Sul piano dell'intrattenimento, infatti, il circuito emiliano non è più solo una pista: è un palcoscenico globale dove sport, tecnologia e cultura italiana si intrecciano. Dentro il tracciato, la Fan zone accoglierà appassionati di tutte le età con attività, aree food e intrattenimento. Sabato sera, a incendiare l’atmosfera ci penserà il dj e producer francese Martin Solveig, protagonista di festival e club di tutto il mondo, con il suo sound house ed elettronico.
L'evento del 17-18-19 aprile coinvolgerà inoltre tutta la città e sarà preceduto, già dal pomeriggio di giovedì 16, dalla tradizionale presentazione dei piloti nel centro storico di Imola che si trasformerà in un teatro a cielo aperto. Un appuntamento che permette al pubblico di incontrare i protagonisti del mondiale. Dal venerdì alla domenica, l’Imola Fan City Experience proporrà concerti, dj set, laboratori, simulatori di guida, esposizioni di auto storiche e show car, tour guidati tra motori e cultura, installazioni artistiche e artigianato locale. Al centro, il Made in Italy, celebrato in tutte le sue forme, dal cibo alla moda, dall’arte ai motori. «Vogliamo che chi arriva a Imola viva un’esperienza completa», ha spiegato il direttore dell’autodromo Pietro Benvenuti, sottolineando il legame tra circuito e territorio. Per il sindaco Marco Panieri, l’obiettivo è ambizioso: rendere la tappa italiana la più partecipata dell’intero mondiale. «Non è solo una sfida per Imola, ma per tutto il Paese», ha detto. «Il motorsport è una parte fondamentale della nostra identità industriale e culturale».
La conferenza stampa di presentazione ha reso chiaro quanto la città e il circuito siano legati alla Motor Valley e all’orgoglio italiano nel motorsport. Con il prologo e la prima gara della stagione concentrati nello stesso weekend, Imola diventerà il centro del mondiale endurance. Tra Hypercar, tifosi e grandi marchi dell’automotive, la stagione 2026 partirà proprio dalla Motor Valley, dove la passione per i motori è parte dell’identità del territorio.
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Marco Cappato (Imagoeconomica)
I pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, nel settembre 2023 chiedevano la non punibilità di Cappato perché aveva aiutato a suicidarsi due malati terminali «nel rispetto delle procedure», in quanto rifiutavano trattamenti di sostegno vitale. ll gip, che prima aveva sollevato la questione davanti alla Consulta, ha convenuto e archiviato. In entrambi i casi «il requisito del trattamento di sostegno vitale, nella portata precisata dalla Corte costituzionale, deve dirsi sussistente in quanto medicalmente previsto e prospettato e da entrambi rifiutato in quanto inutile, espressivo di un accanimento terapeutico secondo la scienza medica e da entrambi ritenuto non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione».
La signora Elena A. non accettava di sottoporsi a un nuovo ciclo di chemioterapia, l’ex giornalista Romano N. non voleva iniziare un trattamento di nutrizione-idratazione artificiale tramite Peg, procedura endoscopica che mediante una sonda collega la cavità gastrica all’esterno. Entrambi erano morti in Svizzera, nell’agosto e nel novembre 2022, accompagnati da Coppato.
Filomena Gallo, segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, ha definito la decisione del giudice «un passaggio giuridico decisivo, già chiarito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 135 del 2024 e ribadito con la n. 66 del 2025: non può esserci discriminazione tra chi è già sottoposto a un trattamento e chi, nelle stesse condizioni cliniche, sceglie legittimamente di rifiutarlo». Per l’avvocato Gallo, sarebbe la «conferma che la via indicata dalla Corte è già oggi giuridicamente praticabile: il rifiuto di trattamenti di sostegno vitale, quando siano prescritti dal medico ma non accettati dalla persona malata, non può escludere l’accesso all’area di non punibilità delineata dalla Consulta».
In realtà la Corte, intervenendo sulla questione della depenalizzazione dell’aiuto al suicidio in alcuni casi delimitati e a stringenti condizioni, con l’ultima sentenza del 2025 non allarga le maglie. Non è necessario, conferma, che ai fini dell’accesso al suicidio assistito, «il paziente sia tenuto a iniziare il trattamento», di sostegno vitale, «al solo scopo di poter poi essere aiutato a morire»; però ritiene «essenziale» il carattere «che rivestono i requisiti e le condizioni procedurali per la non punibilità dell’aiuto al suicidio».
I giudici costituzionali hanno ribadito che il suicidio assistito deve avvenire «nell’ambito di una seria assistenza medica», e che deve esserci «la concreta messa a disposizione di un percorso di cure palliative», prima di qualsiasi decisione che il paziente possa prendere. Questo, «anche nella prospettiva di prevenire e ridurre in misura molto rilevante la domanda di suicidio assistito».
L’altra condizione, evidenzia la Consulta, «è quella del necessario coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale, a garanzia di un disinteressato accertamento della sussistenza dei requisiti di liceità dell’accesso alla procedura di suicidio assistito». Inoltre, è necessario il «parere del comitato etico territorialmente competente, funzionale anche alla specifica esigenza di ottenere un parere terzo in relazione alla domanda di accesso al suicidio assistito».
Non può passare dunque il concetto che, «nella perdurante assenza di una legislazione che disciplini la materia» e con la non punibilità dell’aiuto al suicidio, risulti tollerato anzi si incentivi, la trasferta all’estero per porre fine alla propria vita dopo aver rifiutato trattamenti vitali applicati o solo prospettati.
La Corte sottolinea le condizioni per accedere al suicidio assistito: se questo, per un verso, «amplia gli spazi riconosciuti all’autonomia della persona nel decidere liberamente sul proprio destino, crea - al tempo stesso - rischi che l’ordinamento ha il dovere di evitare, in adempimento del dovere di tutela della vita umana che, esso pure, discende dall’art. 2 della Costituzione».
La Consulta mette in guardia, inoltre, sulla possibilità che «in presenza di una legislazione permissiva non accompagnata dalle necessarie garanzie sostanziali e procedimentali, si crei una “pressione sociale indiretta” su altre persone malate o semplicemente anziane e sole», che decidano di togliersi di mezzo invece di avvertire la solidarietà collettiva.
Per questo, la Corte rinnova l’appello al legislatore «affinché dia corso a un adeguato sviluppo delle reti di cure palliative e di una effettiva presa in carico da parte del sistema sanitario e sociosanitario, al fine di evitare un ricorso improprio al suicidio assistito».
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