2025-02-24
Dal 2014 a oggi oltre 50 golpe in 30 Paesi
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Negli ultimi dieci anni ci sono stati, secondo le stime più prudenti, 51 golpe tentati, falliti o riusciti in 30 Paesi nel mondo. È un dato, questo, che porta con sé alcune opportune riflessioni, poiché dietro due numeri che riguardano i colpi di Stato e le nazioni, risiedono realtà complesse: è pressoché evidente che dai dati succitati si possa dedurre che, in ripetute circostanze, Putsch riusciti o falliti siano stati compiuti più volte all’interno di uno stesso Paese. In più di un caso, inoltre, è quantomai difficile essere certi di usare la terminologia corretta, parlando di «colpo di Stato», perché le condizioni sociali e politiche, nonché le informazioni in nostro possesso, sono difficili da penetrare. Tecnicamente, si parla di colpo di Stato «intendendo un fatto contro la legge e al di fuori della legge, volto a modificare il vigente ordinamento dei pubblici poteri». In alcune regioni del mondo, come l’Africa e il Sudamerica, hanno avuto un impatto profondo, determinando la caduta di governi e l’instaurazione di regimi militari o autoritari. L’Africa è senza dubbio la regione con il più alto numero di colpi di Stato. Dal periodo delle indipendenze a oggi, molti paesi hanno vissuto frequenti rovesciamenti di governo, spesso per mano di militari o gruppi armati. Tra i Paesi africani più colpiti troviamo il Sudan, che ha subito un golpe nel 2019 con la deposizione di Omar al-Bashir, al potere dal 1989. Due anni dopo, nel 2021, un altro rovesciamento ha destabilizzato ulteriormente il Paese, portando a una nuova transizione politica, ancora oggi incerta. Al Sudan fanno seguito Mali, Guinea, Tunisia e Burkina Faso, che tra il 2021 e il 2022 hanno visto i rispettivi governi sovvertiti.
Analizzando il caso maliano si evince la complessità di quanto accennato sopra. Il Mali è stato teatro di diversi colpi di stato negli ultimi anni: un fatto che riflette una crisi politica e istituzionale profonda. Nell’agosto del 2020 un gruppo di ufficiali dell’esercito maliano ha destituito il presidente Ibrahim Boubacar Keïta. La crisi politica era già in corso da mesi, con proteste di massa, che denunciavano corruzione, cattiva gestione economica e insicurezza causata dalla presenza di gruppi jihadisti nel Paese. Il colpo di stato era stato orchestrato da militari di alto rango, tra cui il colonnello Assimi Goïta, che aveva poi assunto il ruolo di vicepresidente nel governo di transizione. La giunta giustificava l’azione con la necessità di «salvare il Paese dal caos», promettendo elezioni democratiche. Ma il periodo di transizione è stato tutt’altro che stabile. La promessa di una transizione pacifica è durata poco: nel maggio 2021, Assimi Goïta rimuoveva il presidente di transizione Bah Ndaw e il primo ministro Moctar Ouane, accusandoli di tentare di sabotare la giunta militare. Così facendo Goïta si era assicurato il potere, con conseguente nomina di presidente ad interim.
Un anno dopo, il governo maliano annunciava di aver sventato un tentativo di colpo di stato da parte di un gruppo di ufficiali. Secondo le autorità, i cospiratori erano «sostenuti da uno stato occidentale», senza specificare quale, e volevano «destabilizzare il regime di transizione». Un pretesto per rafforzare la repressione? A partire da quel momento sono scattati arresti tra gli ufficiali sospettati e ulteriori restrizioni alla libertà di stampa e politica. Sul piano internazionale il Mali ha raffreddato i rapporti con la Francia, rafforzando invece la cooperazione con la Russia, anche attraverso il gruppo paramilitare Wagner.
A chiudere la serie dei golpe africani c’è il Gabon, dove nel 2023, dopo le elezioni generali e la dichiarazione della vittoria del presidente Ali Bongo, con un colpo di mano i soldati della guardia presidenziale hanno annunciato l’annullamento delle elezioni e la «dissoluzione del regime».
Particolare invece il caso della Tunisia, che si pone sul limite di quella zona grigia in cui non si sa se parlare di un vero e proprio golpe. Nel 2021, il presidente Kaïs Saïed si era attribuito unilateralmente pieni poteri costituzionali, revocando i membri del governo e congelando le attività del parlamento, sciogliendo quindi di fatto l’organo. Il destro per mettere in pratica il suo disegno di accentramento del potere glielo aveva fornito l’instabilità in cui in quel momento il Paese versava a causa della pandemia di Covid.
Attraversando l’Atlantico meridionale ci spostiamo in Sudamerica, una terra che ha alle spalle una lunga storia di colpi di Stato, molti dei quali durante la guerra fredda, quando gli equilibri tra Stati Uniti e Unione Sovietica influenzavano pesantemente la politica locale. L’ultimo golpe significativo in America Latina è stato quello che in Bolivia ha portato alla caduta di Evo Morales nel 2019. Dopo una controversa elezione, il presidente era stato costretto a lasciare il Paese a seguito di pressioni militari e proteste di piazza, non senza agitazioni, tra chi vedeva la deposizione di Morales come un atto necessario per ristabilire la democrazia e chi, invece, lo considerava un attacco alla volontà popolare.
Nel XX secolo, Paesi come il Cile, con il golpe di Augusto Pinochet nel 1973, l’Argentina, con la dittatura del 1976-1983 e il Brasile (1964) hanno vissuto drammatici rovesciamenti di governo che hanno lasciato cicatrici profonde nelle società.
E se dalle Ande prendiamo un volo e ci spostiamo in quel del Mediterraneo, scopriamo che i colpi di Stato non sono soltanto episodi esotici che accadono nel Terzo e nel Quarto mondo. Il 15 luglio 2016 una fazione delle forze armate turche, in particolare ufficiali appartenenti all’esercito, all’aeronautica e alla gendarmeria, avevano tentato di sovvertire il governo di Recep Tayyip Erdoğan. I golpisti si erano identificati come il Consiglio per la pace nella Nazione (Yurtta Sulh Konseyi), dichiarando che il loro obiettivo era «ristabilire la democrazia e i diritti umani in Turchia». Avevano preso il controllo di alcune infrastrutture chiave, tra cui ponti a Istanbul e la sede della TV di Stato, e avevano dichiarato la legge marziale. Tuttavia, il tentativo fallì rapidamente grazie alla resistenza del governo, della polizia e di migliaia di cittadini che erano scesi in piazza su invito di Erdoğan.
Il governo turco attribuì il golpe alla rete di Fethullah Gülen, un predicatore islamico in esilio negli Stati Uniti, accusandolo di aver infiltrato istituzioni statali, incluse le forze armate, attraverso la sua organizzazione. In reazione a questo tentativo di Putsch, Erdoğan aveva avviato una vasta repressione, arrestando migliaia di militari, funzionari pubblici e giornalisti accusati di complicità.
Infine, non possiamo non concludere raccontando del golpe birmano del 2021, forse il più assurdo della storia recente. Khing Hnin Wai, insegnante di educazione fisica e di aerobica e content creator birmana, stava girando uno dei suoi video sul viale principale della capitale Naypyidaw, quando alle sue spalle erano spuntati i carri armati e i mezzi corazzati dell’esercito birmano che andavano a deporre l’ex leader Aung San Suu Kyi. La donna aveva affermato di non essersi accorta di nulla, impegnata com’era nei suoi balletti.
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L’Africa la regione più instabile, mentre in Sudamerica sovvertire il potere è una prassi. In Birmania il colpo di Stato avviene in diretta Facebook, mentre una content creator fa i balletti a Naypyidaw, la capitale.Negli ultimi dieci anni ci sono stati, secondo le stime più prudenti, 51 golpe tentati, falliti o riusciti in 30 Paesi nel mondo. È un dato, questo, che porta con sé alcune opportune riflessioni, poiché dietro due numeri che riguardano i colpi di Stato e le nazioni, risiedono realtà complesse: è pressoché evidente che dai dati succitati si possa dedurre che, in ripetute circostanze, Putsch riusciti o falliti siano stati compiuti più volte all’interno di uno stesso Paese. In più di un caso, inoltre, è quantomai difficile essere certi di usare la terminologia corretta, parlando di «colpo di Stato», perché le condizioni sociali e politiche, nonché le informazioni in nostro possesso, sono difficili da penetrare. Tecnicamente, si parla di colpo di Stato «intendendo un fatto contro la legge e al di fuori della legge, volto a modificare il vigente ordinamento dei pubblici poteri». In alcune regioni del mondo, come l’Africa e il Sudamerica, hanno avuto un impatto profondo, determinando la caduta di governi e l’instaurazione di regimi militari o autoritari. L’Africa è senza dubbio la regione con il più alto numero di colpi di Stato. Dal periodo delle indipendenze a oggi, molti paesi hanno vissuto frequenti rovesciamenti di governo, spesso per mano di militari o gruppi armati. Tra i Paesi africani più colpiti troviamo il Sudan, che ha subito un golpe nel 2019 con la deposizione di Omar al-Bashir, al potere dal 1989. Due anni dopo, nel 2021, un altro rovesciamento ha destabilizzato ulteriormente il Paese, portando a una nuova transizione politica, ancora oggi incerta. Al Sudan fanno seguito Mali, Guinea, Tunisia e Burkina Faso, che tra il 2021 e il 2022 hanno visto i rispettivi governi sovvertiti.Analizzando il caso maliano si evince la complessità di quanto accennato sopra. Il Mali è stato teatro di diversi colpi di stato negli ultimi anni: un fatto che riflette una crisi politica e istituzionale profonda. Nell’agosto del 2020 un gruppo di ufficiali dell’esercito maliano ha destituito il presidente Ibrahim Boubacar Keïta. La crisi politica era già in corso da mesi, con proteste di massa, che denunciavano corruzione, cattiva gestione economica e insicurezza causata dalla presenza di gruppi jihadisti nel Paese. Il colpo di stato era stato orchestrato da militari di alto rango, tra cui il colonnello Assimi Goïta, che aveva poi assunto il ruolo di vicepresidente nel governo di transizione. La giunta giustificava l’azione con la necessità di «salvare il Paese dal caos», promettendo elezioni democratiche. Ma il periodo di transizione è stato tutt’altro che stabile. La promessa di una transizione pacifica è durata poco: nel maggio 2021, Assimi Goïta rimuoveva il presidente di transizione Bah Ndaw e il primo ministro Moctar Ouane, accusandoli di tentare di sabotare la giunta militare. Così facendo Goïta si era assicurato il potere, con conseguente nomina di presidente ad interim.Un anno dopo, il governo maliano annunciava di aver sventato un tentativo di colpo di stato da parte di un gruppo di ufficiali. Secondo le autorità, i cospiratori erano «sostenuti da uno stato occidentale», senza specificare quale, e volevano «destabilizzare il regime di transizione». Un pretesto per rafforzare la repressione? A partire da quel momento sono scattati arresti tra gli ufficiali sospettati e ulteriori restrizioni alla libertà di stampa e politica. Sul piano internazionale il Mali ha raffreddato i rapporti con la Francia, rafforzando invece la cooperazione con la Russia, anche attraverso il gruppo paramilitare Wagner.A chiudere la serie dei golpe africani c’è il Gabon, dove nel 2023, dopo le elezioni generali e la dichiarazione della vittoria del presidente Ali Bongo, con un colpo di mano i soldati della guardia presidenziale hanno annunciato l’annullamento delle elezioni e la «dissoluzione del regime».Particolare invece il caso della Tunisia, che si pone sul limite di quella zona grigia in cui non si sa se parlare di un vero e proprio golpe. Nel 2021, il presidente Kaïs Saïed si era attribuito unilateralmente pieni poteri costituzionali, revocando i membri del governo e congelando le attività del parlamento, sciogliendo quindi di fatto l’organo. Il destro per mettere in pratica il suo disegno di accentramento del potere glielo aveva fornito l’instabilità in cui in quel momento il Paese versava a causa della pandemia di Covid. Attraversando l’Atlantico meridionale ci spostiamo in Sudamerica, una terra che ha alle spalle una lunga storia di colpi di Stato, molti dei quali durante la guerra fredda, quando gli equilibri tra Stati Uniti e Unione Sovietica influenzavano pesantemente la politica locale. L’ultimo golpe significativo in America Latina è stato quello che in Bolivia ha portato alla caduta di Evo Morales nel 2019. Dopo una controversa elezione, il presidente era stato costretto a lasciare il Paese a seguito di pressioni militari e proteste di piazza, non senza agitazioni, tra chi vedeva la deposizione di Morales come un atto necessario per ristabilire la democrazia e chi, invece, lo considerava un attacco alla volontà popolare.Nel XX secolo, Paesi come il Cile, con il golpe di Augusto Pinochet nel 1973, l’Argentina, con la dittatura del 1976-1983 e il Brasile (1964) hanno vissuto drammatici rovesciamenti di governo che hanno lasciato cicatrici profonde nelle società.E se dalle Ande prendiamo un volo e ci spostiamo in quel del Mediterraneo, scopriamo che i colpi di Stato non sono soltanto episodi esotici che accadono nel Terzo e nel Quarto mondo. Il 15 luglio 2016 una fazione delle forze armate turche, in particolare ufficiali appartenenti all’esercito, all’aeronautica e alla gendarmeria, avevano tentato di sovvertire il governo di Recep Tayyip Erdoğan. I golpisti si erano identificati come il Consiglio per la pace nella Nazione (Yurtta Sulh Konseyi), dichiarando che il loro obiettivo era «ristabilire la democrazia e i diritti umani in Turchia». Avevano preso il controllo di alcune infrastrutture chiave, tra cui ponti a Istanbul e la sede della TV di Stato, e avevano dichiarato la legge marziale. Tuttavia, il tentativo fallì rapidamente grazie alla resistenza del governo, della polizia e di migliaia di cittadini che erano scesi in piazza su invito di Erdoğan.Il governo turco attribuì il golpe alla rete di Fethullah Gülen, un predicatore islamico in esilio negli Stati Uniti, accusandolo di aver infiltrato istituzioni statali, incluse le forze armate, attraverso la sua organizzazione. In reazione a questo tentativo di Putsch, Erdoğan aveva avviato una vasta repressione, arrestando migliaia di militari, funzionari pubblici e giornalisti accusati di complicità.Infine, non possiamo non concludere raccontando del golpe birmano del 2021, forse il più assurdo della storia recente. Khing Hnin Wai, insegnante di educazione fisica e di aerobica e content creator birmana, stava girando uno dei suoi video sul viale principale della capitale Naypyidaw, quando alle sue spalle erano spuntati i carri armati e i mezzi corazzati dell’esercito birmano che andavano a deporre l’ex leader Aung San Suu Kyi. La donna aveva affermato di non essersi accorta di nulla, impegnata com’era nei suoi balletti.
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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