Manfred Weber (Ansa)
Muro all’Eurocamera dopo i nuovi dazi americani. Il presidente teme il verdetto della Corte Suprema. Il segretario Bessent all’Europa: «Isterici, fate un respiro».
L’Ue va allo scontro con Washington sulla Groenlandia. Oggi l’Europarlamento annuncerà la sospensione formale della ratifica dell’accordo commerciale che era stato raggiunto, lo scorso anno, da Donald Trump e Ursula von der Leyen. In particolare, al centro delle tensioni ci sono i dazi che il presidente americano ha minacciato nei confronti di alcuni Paesi europei contrari ai suoi propositi di acquisizione dell’isola più grande del mondo. «Il Ppe è favorevole all’accordo commerciale Ue-Usa, ma date le minacce di Donald Trump riguardo alla Groenlandia, l’approvazione non è possibile in questa fase», aveva dichiarato, alcuni giorni fa, il presidente del Ppe, Manfred Weber, per poi aggiungere: «I dazi dello 0% sui prodotti statunitensi devono essere sospesi». Secondo Politico, contrari alla ratifica sono anche i socialisti, i Verdi e Renew.
«Consideriamo il popolo degli Usa non solo nostro alleato, ma nostro amico», ha dichiarato ieri la Von der Leyen, parlando al Forum di Davos. «La nostra risposta sarà risoluta, unita e proporzionata», ha proseguito, definendo inoltre un «errore» i dazi aggiuntivi, annunciati da Trump sulla Groenlandia. «L’Ue e gli Usa hanno concordato un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica come negli affari, un accordo è un accordo. E quando gli amici si stringono la mano, deve pur significare qualcosa», ha continuato. «A mio avviso, il cambiamento epocale che stiamo attraversando oggi è un’opportunità, anzi una necessità, per costruire una nuova forma di indipendenza europea», ha anche affermato il capo della Commissione europea, mentre Emmanuel Macron ha invocato il ricorso agli strumenti anti coercizione.
A intervenire sui dazi legati alla Groenlandia è stato anche il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, che ha esortato gli europei a non effettuare ritorsioni commerciali contro Washington. «Direi che si tratta dello stesso tipo di isteria che abbiamo sentito il 2 aprile», ha detto, riferendosi alle tariffe, definite «reciproche», che Trump annunciò ad aprile. «Quello che esorto tutti qui a fare è sedersi, fare un respiro profondo e lasciare che le cose si sviluppino. La cosa peggiore che un Paese possa fare è avviare un’escalation contro gli Usa», ha continuato Bessent, che ha poi criticato l’Ue. «L’Europa compra petrolio russo, eppure, quattro anni dopo, continua a finanziare la guerra contro sé stessa». Bessent ha anche escluso che i governi europei venderanno i titoli del Tesoro statunitense in loro possesso. Dal canto suo, il segretario al Commercio americano, Howard Lutnick, ha affermato di ritenere che il Vecchio continente non straccerà l’accordo commerciale raggiunto l’anno scorso tra Ue e Usa, ma ha avvertito che Washington è pronta a reagire a eventuali ritorsioni europee. Dal canto suo, il rappresentante commerciale statunitense, Jamieson Greer, ha definito «imprudente» l’uso degli strumenti anti coercizione da parte dell’Ue.
Nel frattempo, sulla questione groenlandese si è espresso anche Volodymyr Zelensky, dicendosi «preoccupato» per l’eventualità che questo dossier distolga l’attenzione dei Paesi occidentali dalla crisi ucraina. «Sulla Groenlandia, vorrei sottolineare ancora una volta che rispettiamo, e personalmente nutro grande rispetto, per la Danimarca e rispettiamo la sua sovranità e integrità territoriale», ha detto. «Vorrei davvero che l’America ascoltasse l’Europa», ha continuato. Il presidente ucraino ha inoltre specificato che si recherà al Forum di Davos soltanto se i documenti sulle garanzie di sicurezza e sulla ricostruzione saranno pronti. Zelensky ha poi reso noto che l’Ucraina è stata invitata a entrare nel Board of Peace per Gaza, ma ha espresso dei dubbi a causa della possibile partecipazione di Russia e Bielorussia. Parliamo di quel Board of Peace che, ieri, il Qatar ha definito utile per la stabilità del Medio Oriente, mentre il Belgio lo ha accusato di voler sostituire l’Onu. Tutto questo, mentre ieri, a Davos, Steve Witkoff ha avuto dei colloqui «costrittivi» con Kirill Dmitriev.
Tornando alle tensioni tra Usa ed europei, è tutto da dimostrare che, al netto della compattezza di facciata, l’Ue sia davvero unita contro la Casa Bianca. Ieri mattina, Politico riferiva di crescenti tensioni tra Macron e Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco non sarebbe infatti convinto della linea dura che l’Eliseo vuole portare avanti nei confronti di Washington. Inoltre, la Germania ha ringraziato gli Usa per l’invito a entrare nel Board of Peace, mentre Parigi ha rifiutato. Del resto, l’Ue non ha chissà quali leve per impensierire Trump. Dall’altra parte, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme sulla crescente cooperazione tra Cina e Russia nell’Artico. Ebbene, non sembra che, negli ultimi anni, i membri europei della Nato si siano granché preoccupati di questa regione né della strategicità della Groenlandia. È anche in quest’ottica che, ieri, Trump, oltre a esprimere preoccupazione per l’imminente sentenza della Corte Suprema sui dazi, ha affermato: «Se non fossi intervenuto io, oggi non ci sarebbe la Nato! Sarebbe finita nel dimenticatoio della Storia».
Continua a leggereRiduci
Emmanuel Macron (Ansa)
Donald svela il messaggio mellifluo ricevuto dall’omologo francese, che dileggia per il no al tavolo di pace per Gaza: «Tanto non lo voleva nessuno». Il ganassa dell’Eliseo si picca e torna a minacciare rappresaglie.
«Vieni avanti parigino». Donald Trump sembra Carlo Campanini nella famosa gag degli anni Settanta, felice di infierire su Emmanuel Macron, che immaginiamo con la bombetta calzata sulle orecchie come il mononeuronico Walter Chiari. Lampi da avanspettacolo che susciterebbero tenerezza se non avessero come teatro la geopolitica mondiale. Ma questa è la realtà, per fissarla basta dare conto degli ultimi scambi diplomatici fra i due, con il presidente americano impegnato a trattare quello francese come uno zerbino (nel suo immaginario ha preso il posto di Volodymyr Zelensky) e l’inquilino dell’Eliseo a meritare in pieno il ruolo, per via del mix di velleitaria supponenza pubblica e sudditanza da Fracchia che lo contraddistingue.
Il ring è sulle nevi vip di Davos, dove ieri si è esibito Macron e oggi tocca a Trump, in una staffetta al veleno che trasforma il World economic forum in un luna park. L’escalation fra i due è cominciata con il rifiuto del presidente francese di partecipare domani nella località svizzera alla cerimonia di firma del «Board of peace» per Gaza, la formalizzazione della strategia di ricostruzione, fortemente voluta da The Donald con annessa fiche da un miliardo di dollari da parte di chi aderisce. «Suscita interrogativi importanti e va oltre il mandato dell’Onu», è la spiegazione del No di Parigi.
Trump l’ha presa malissimo. Era già maldisposto per via della missione «Arctic Endurance» con truppe francesi (e tedesche) in Groenlandia, definita «una provocazione» dal Pentagono, e ha deciso di passare alla controffensiva a modo suo. Ha risposto con un ceffone al voltafaccia su Gaza: «Nessuno lo vuole perché lascerà l’incarico molto presto, quindi va bene così. Applicherò dazi del 200% sui suoi vini e champagne e lui si unirà al board, ma non è obbligato a farlo». Liquidato come un comprimario. Poi ha diffuso a tradimento lo screenshot di un messaggio privato inopportuno per Macron, che rivela la doppia morale di un politico al capolinea. Eccolo.
«Caro amico, siamo perfettamente in linea rispetto alla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran. Non capisco quello che stai facendo sulla Groenlandia. Posso organizzare una riunione del G7 dopo Davos, a Parigi, giovedì pomeriggio (domani, ndr). Posso invitare gli ucraini, i danesi, i siriani e i russi a margine», scrive Macron nel tentativo di tornare al centro della diplomazia internazionale coinvolgendo Vladimir Putin che ufficialmente viene da lui rappresentato come Adolf Hitler. Con un invito finale da mellifluo cerchiobottista: «Ceniamo insieme a Parigi giovedì, prima che torni negli Stati Uniti. Firmato Emmanuel».
Autonominatosi nuovo amico del cuore del presidente americano, voleva fare passerella, accreditarsi ancora una volta come il leader della vecchia Europa, tentare di piazzare la sua sedia accanto a quella di Trump e Zelensky come accadde ai funerali di papa Francesco in San Pietro. Vizi privati e pubbliche virtù, soldati a Nuuk e inviti a cena all’Eliseo a base di homard alla Thermidor. La figura da imbucato speciale smascherato è imbarazzante. Il compagnone Emmanuel coglie il senso dello sputtanamento e dopo aver cancellato l’ipotesi di un G7 parigino a sorpresa «anche con i russi», nel pomeriggio si presenta sul palco di Davos con il volto della vendetta, solo parzialmente coperto da occhiali a specchio in puro stile «top gun ganassa» per via di un orzaiolo. E si sfoga.
«Stiamo raggiungendo una fase di instabilità e squilibrio, con oltre 50 guerre anche se mi dicono che alcune sono risolte… Ma l’Europa deve essere il cardine del multilateralismo. Preferiamo il rispetto ai bulli e lo Stato di diritto alla brutalità. Stiamo scivolando verso un mondo senza legge, dove il diritto internazionale viene calpestato e riemergono ambizioni imperiali. Il dispiegamento di soldati in Groenlandia significa che Francia ed Europa danno la massima importanza alla sovranità e all’indipendenza. Accettare una sorta di nuovo approccio coloniale non ha senso. E tutti i capi di Stato e di governo compiacenti con tale approccio si assumeranno una grande responsabilità». Macron veste l’abito da statista dimenticandosi - a proposito di sovranità - l’erosione continua di quella degli Stati da parte dell’Unione europea. E a proposito di neocolonialismo, di avere mandato le truppe prima in Mauritania, poi in Mali e adesso in Niger.
Il timore di avere sottocasa, oltre agli agricoltori infuriati per il Mercosur, anche i produttori di champagne, lo rende nervoso. Così continua a rosicare nella neve dei Grigioni: «Le minacce di nuovi dazi sono inaccettabili e inefficaci, soprattutto perché questi vengono usati come leva contro la sovranità territoriale. Non dobbiamo inseguire idee folli». Però è lui a buttare lì l’idea più folle, quella di attivare il pacchetto di misure anti coercizione, già evocato nel luglio scorso, per limitare l’accesso delle aziende e dei gruppi finanziari americani ai mercati europei (senza prevedere una devastante reciprocità). «La cosa assurda è che si potrebbe usare il meccanismo anti coercizione contro gli Stati Uniti e me ne rammarico profondamente. Dobbiamo mantenere tutti la calma».
Il piccolo Napoleone lo dice fremendo, con i Rayban appannati a nascondere gli occhi neri metaforici da Brigitte Donald. Lui non è per niente calmo, consapevole di essere con le spalle al muro. Prigioniero dell’Eliseo, con un governo appeso a un filo, rappresentante solo di sé stesso, senza amici a Washington. E senza nessuno da invitare domani sera a cena.
Continua a leggereRiduci
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 21 gennaio con Flaminia Camilletti
Antonio Sangermano (Imagoeconomica)
Antonio Sangermano, Capo dipartimento per la giustizia minorile presso il ministero della Giustizia: «Conosco l’Associazione nazionale magistrati dall’interno: ha sempre fatto politica. Quando ho ricordato che non spetta ai giudici cambiare la natura della famiglia tradizionale, mi hanno lanciato una "fatwa"».
Il cosiddetto «scandalo Palamara» ha consentito alla politica, e al Paese intero, di assistere a un’immonda orgia di potere, senza che poi da tale orrenda visione ne dovesse discendere conseguenza alcuna, se non quelle sapientemente scelte dalla Anm. Davvero qualcuno poteva pensare che le dinamiche distorsive emerse dalle chat di Luca Palamara potessero essere emendate solo con qualche condannina simbolica inferta dalla Anm a quei magistrati che ebbero il coraggio di non dimettersi, come, invece, fecero coloro che non intesero, legittimamente, affrontare la «gogna» del processo deontologico, privo di rilievo giuridico ma pregno di significato «politico»? Qualcuno davvero ha potuto sperare che il turpe mercimonio stagliatosi dal bollente cellulare di Palamara potesse essere assopito da qualche sparuta sanzione disciplinare inferta dal Csm e dalla destituzione di un unico «capro espiatorio», certamente colpevole, ma probabilmente non più di altri?
La politica aveva tutto il diritto, e il dovere, di intervenire dinnanzi al miserabile spettacolo umano disvelato dallo «scandalo», cercando di portare a compimento una razionalizzazione dell’ordinamento giudiziario di fatto imposta dal varo del codice Vassalli nel 1989, dalla stessa riforma dell’articolo 111 della Costituzione, dalla legge Cartabia e da copiose ragioni politiche, culturali, scientifiche ed etiche.
Il primo profilo da fissare indelebilmente è dunque quello della piena legittimità politica, etica e giuridica della «riforma Nordio», laddove il governo e la maggioranza parlamentare per vararla non hanno trasformato il Parlamento in un «bivacco per manipoli», ma semplicemente applicato l’articolo 138 della Costituzione, per sottoporre poi l’esito parlamentare a referendum confermativo.
Né si può tacciare di «piduismo» tutti coloro che sostengono la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, trattandosi di una composita compagine di diversa estrazione professionale e culturale, solo per limitarsi ai Comitati per il Sì, costituita da giuristi, avvocati, politici e cittadini. Vale la pena poi ricordare come la cosiddetta «Sinistra per il Sì» annoveri tra le sue fila politici, esimi giuristi e intellettuali progressisti, che certamente non condividono la politica di centrodestra, ma esclusivamente i contenuti della riforma ordinamentale del processo penale italiano, che da inquisitorio, con il codice Vassalli, è divenuto di matrice accusatoria, sino alla conclamazione del nuovo articolo 111 della Costituzione.
La posizione assunta dall’Anm, promotrice del «No» al referendum confermativo sulla riforma Nordio, è quindi logicamente insostenibile, laddove un’associazione di magistrati non dovrebbe schierarsi contro una legge di revisione costituzionale legittimamente approvata dal Parlamento sovrano e sottoposta a successivo vaglio popolare. Si tratta di un’insanabile contraddizione, poiché le ragioni del «No» dovrebbero essere sostenute esclusivamente dalle forze politiche e dalle componenti della società civile, ma giammai da quegli stessi soggetti istituzionali che poi saranno chiamati ad applicare e rendere operativa la riforma. Ancora una volta, l’Anm fa politica, schierandosi, e la fa contro un governo che sente culturalmente non affine, esorcizzando il dato oggettivo che si tratta di una maggioranza democraticamente eletta, sostituibile solo dalla stessa volontà parlamentare o dal voto dei cittadini.
Ma l’Anm ha sempre fatto politica, svolgendo il ruolo di partito di opposizione a corrente alternata, ovvero, in generale, quando governa il centrodestra, considerato culturalmente non affine al conformismo associativo, e ciò sulla scorta della egemonia culturale delle correnti progressiste, appoggiate dal centrismo liquido di Unità per la Costituzione (Unicost), contenutisticamente vuoto, ma ben aggregato da un abile tatticismo manovriero, che di fatto mutua a sinistra le idee, arrogando a sé stesso crescenti spazi di potere e di mediazione.
Il rapporto di osmosi culturale tra Anm e Csm, veri vasi comunicanti, è un dato oggettivo ed incontestabile, al punto che quasi tutti i maggiori leder delle cosiddette correnti hanno ricoperto il ruolo di membri del Csm, prima o dopo essere stati eletti al Comitato direttivo centrale (Cdc) dell’Anm, e avervi addirittura ricoperto il ruolo di presidente. Abnorme ed esemplare il caso di un Cdc nel quale numerosi membri furono quasi contestualmente travasati al Csm, per l’appunto, secondo il sistema dei vasi comunicanti. Già di per sé questo dato, oggettivo, e in certi frangenti storici, financo macroscopico, denota una gravissima anomalia, ovvero la distorsiva interferenza di un’associazione di categoria nel sistema di selezione dei membri di un organo di rilevanza costituzionale, e ciò secondo logiche di appartenenza correntizia. È innegabile poi che in Italia esistano ed operino attivamente correnti dell’Anm che si autodefiniscono orgogliosamente «progressiste», le quali teorizzano e rivendicano la cosiddetta «militanza civica» e che mostrano, in alcuni loro esponenti, evidenti tratti di ideologizzazione, collateralismo culturale verso i partiti politici di sinistra, settarismo, massimalismo e propensione ad egemonizzare culturalmente interi settori «strategici» della giurisdizione, quali almeno la materia della famiglia, dei cosiddetti «nuovi diritti», dell’immigrazione, del diritto minorile. L’impropria delega che la politica ha fatto alla magistratura in alcune materie si è inevitabilmente tradotta in un pregnante potere di supplenza da parte della magistratura stessa, che si è fatta legislatore, in ciò orientata e guidata dalle frange culturalmente progressiste.
Alcuni esponenti della sinistra giudiziaria hanno iniziato ad invocare la «resistenza costituzionale» ancor prima che il centrodestra vincesse le ultime elezioni, in ciò mostrandosi animati da capacità oracolari e da vivida pregiudizialità ideologica.
Il 9 maggio 2016 sono stato eletto membro del Cdc dell’Anm e l’1 aprile 2018 sono stato designato componente della Giunta esecutiva centrale nonché vicepresidente dell’Anm (presidente Eugenio Albamonte), incarico ricoperto sino al 23 marzo 2019. Sono stato ancora eletto alle penultime ultime elezioni per il rinnovo del Cdc dell’Anm, rimanendone componente sino al 18 gennaio 2023. Ho dunque vissuto dall’interno dell’Anm le conseguenze dello scandalo Palamara e posso affermare con granitica certezza che la cosiddetta «autoriforma della magistratura», pomposamente sventolata dalle correnti, è stato un totale fallimento, ovvero una vampata di giustizialismo ipocrita che ha perseguito l’obiettivo di salvare l’Anm dal discredito che le derivava dallo «scandalo», sacrificando il solo Palamara e infliggendo qualche condanna deontologica di valenza puramente simbolica e catartica. Nelle chat di Palamara v’è traccia del «linciaggio» al quale io stesso fui sottoposto per avere osato difendere in seno all’Anm la piena legittimità della riforma dell’articolo 52 del codice penale, fortemente voluta dalla Lega, e delle istanze sociali di sicurezza da cui nascevano le ragioni politiche. L’Anm e, in particolare, Luca Palamara ed i suoi amici di allora mi lanciarono una durissima «fatwa» per avere osato pubblicamente sostenere che è compito del legislatore eventualmente definire una nuova conformazione della famiglia tradizionale, innovandone i confini costituzionali, e non del giudice-demiurgo. L’egemonia progressista nell’Anm tende oggettivamente a eliminare ogni pericoloso dissenso, in nome di un conformismo che mal si addice al metafisico concetto di «spirito della giurisdizione». Il nuovo sistema elettorale per la elezione dei membri del Csm voluto dalla riforma Cartabia non è di certo valso a sradicare le correnti, che ancora oggi operano attivamente all’interno dell’organo di autogoverno della magistratura, il Csm, per come dimostrano, se non altro, i numerosi annullamenti amministrativi, davvero clamorosi, di alcune nomine apicali.
Il dibattito sulla «riforma Nordio» non può prescindere da un’analisi oggettiva sulle questioni qui segnalate, se non tramutandosi in un atto di propaganda politica antinomico al tanto sbandierato «spirito della giurisdizione». Non ci si può d’altronde giustamente preoccupare solo delle «interferenze politiche» sulla giustizia, ma è altresì doveroso difendere l’autonomia interna dei singoli magistrati non schierati, dallo strapotere delle correnti e dei «cacicchi» che ne possono condizionare la carriera secondo logiche di appartenenza, di affinità ideologica e di localismo tribale (le potenti sottocorrenti territoriali).
L’Anm scegliendo di partecipare ai comitati per il No, con ciò negando rappresentanza ai numerosi magistrati favorevoli al sorteggio quale metodo di selezione dei membri del Csm, ha definitivamente gettato la maschera, divenendo formalmente partito di opposizione dell’attuale governo, politicizzandosi ulteriormente e in ciò trascinando anche quelle componenti moderate che hanno mostrato la loro totale subalternità culturale alla sinistra giudiziaria.
Leggere la «riforma Nordio» senza lenti ideologiche servirebbe forse a ricondurre il dibattito ai contenuti effettivi della riforma, sostenendo legittimamente le opposte opinioni giuridiche, senza demonizzare l’ interlocutore e senza invocare la «resistenza costituzionale» contro un inesistente controllo politico dell’esecutivo sulla magistratura, che non solo la riforma non prevede, ma che esclude espressamente. Liberare i magistrati dal giogo opprimente delle correnti non significa annullarne la polifonia culturale, ma semplicemente restituire la giurisdizione a sé stessa e alla propria immensa importanza e responsabilità, che si nutre di terzietà, equilibrio e credibilità.
Continua a leggereRiduci







