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L’Istituto si accoda all’Oms nella promozione di tutte le profilassi a ogni età e persona, malgrado gli studi sulle reazioni all’anti Covid. Però si preoccupa dell’«ecoansia». Intanto, lo Spallanzani snobba i danneggiati: «Non ci occupiamo di controindicazioni inesistenti».
«I vaccini funzionano, per ogni generazione». Lo dice l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, quindi è parola d’ordine anche per l’Istituto superiore della sanità (Iss) che così apre il suo ultimo bollettino. Vi si legge che il tema dell’edizione 2026 della Settimana mondiale dell’immunizzazione (World Immunization Week), da oggi al 30 aprile, è «ricordare che i vaccini proteggono, da generazioni, persone, famiglie e comunità in modo sicuro ed efficace e continuano a rappresentare uno degli strumenti più potenti della sanità pubblica per salvaguardare il futuro di tutti».
Ovviamente si tratta di un’iniziativa «globale», promossa dall’Oms in collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef), la Global Alliance for Vaccine Immunization (Gavi, di cui fa parte la Fondazione Bill & Melinda Gates) e molti altri partner. Benissimo sottolineare che «i vaccini sono una delle più grandi conquiste della medicina», forse più cautela e maggiore correttezza richiederebbero dei distinguo, soprattutto dopo una pandemia che ha lasciato non pochi dubbi sulla strategia di vaccinare a tappeto la popolazione.
Anziani, bimbi, donne incinte, fragili e sani, tutti raggiunti da più dosi di un vaccino sperimentale. L’Iss, inoltre, nell’ultimo bollettino pone l’accento sul «ruolo degli operatori sanitari», che andrebbe «rafforzato» in quanto «restano tra le fonti più autorevoli e influenti nelle decisioni vaccinali della popolazione. In questo contesto, la campagna può offrire un’opportunità ulteriore per promuovere la vaccinazione, verificare lo stato vaccinale a ogni contatto utile, favorire il recupero delle dosi non effettuate […] contrastare la disinformazione con fonti autorevoli e accompagnare dubbi e domande con un approccio chiaro, empatico e basato sulle evidenze».
Si parla di disinformazione, eppure anni di studi, di evidenze scientifiche sugli effetti della Spike da vaccino a mRna lasciano indifferente l’Istituto superiore della sanità che continua a raccomandare la vaccinazione anti Covid alle «donne che si trovano in qualsiasi trimestre della gravidanza o nel periodo “post partum”, comprese le donne in allattamento». Pfizer non ha mai raccomandato di vaccinare le future mamme, perché sapeva di non avere dati clinici e continua a inserire negli aggiornamenti della sezione Rischi: «I dati disponibili sulla somministrazione di Comirnaty a donne in gravidanza non sono sufficienti per fornire informazioni sui rischi associati al vaccino in gravidanza».
Le future mamme e i loro bambini possono avere conseguenze pesantissime, ma non se ne parla. Meglio concentrarsi sui danni green e il «deficit di natura», ha pensato l’Iss. Nello stesso bollettino, infatti, affronta la questione «Ecoansia e salute nelle città», spiegando che si tratta di «una forma di preoccupazione costante legata ai cambiamenti climatici, al degrado degli ecosistemi e alle possibili ripercussioni sul futuro del pianeta».
L’Istituto superiore della sanità è molto attivo a riguardo con studi nei quali è inclusa «un’indagine sulla percezione dei rischi ambientali per il nascituro nelle donne in gravidanza». Ambiente, biodiversità e clima sarebbero fonti di preoccupazione, i danni segnalati da vaccino Covid invece non interessano. Ce ne siamo accorti dall’indifferenza, anzi dall’ostilità che gli organismi preposti alla sanità italiana ostentano, a differenza di quanto accade in altri Paesi, dove commissioni d’inchiesta agiscono e ottengono risultati.
Il ministro della salute, Orazio Schillaci, ha promesso due anni fa una commissione sui danni da vaccino, ma nulla si è mosso. Come sperare il contrario, se l’Istituto nazionale per le Malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, che lavora in stretto contatto con Lungotevere Ripa, nega che ci possano essere danneggiati?
In una mail a un paziente che chiedeva assistenza, Andrea Antinori, direttore del dipartimento clinico dello Spallanzani, avrebbe spiegato che il laboratorio dell’istituto si occupa «di long Covid, ovvero delle conseguenze post acute, post infettive del Covid». Precisava: «Non intendiamo prendere in considerazione alcuna presa in carico o risposta diagnostica per presunte, inesistenti conseguenze del vaccino. Il vaccino post Covid (forse voleva scrivere anti Covid, ndr) è sicuro, con un profilo di sicurezza molto elevato, superiore anche a quello di altri vaccini e farmaci». Il professore aggiungeva: «La tendenza ad attribuire al vaccino conseguenze cliniche non dimostrate scientificamente fa parte di un pensiero “negazionista” in cui né il sottoscritto né l’Istituto Spallanzani possono riconoscersi». Abbiamo chiesto ad Antinori un commento su questa sua mail (con tanto di foto e di riferimento preciso alla sua persona) che gira su chat di danneggiati provocando incredulità, indignazione e ulteriore sofferenza. Era opera di Ai, o rappresenta il pensiero dell’infettivologo, di completa chiusura al riconoscimento di danni post vaccino? Se lo Spallanzani apre solo alle problematiche long Covid, «Una malattia invalidante in attesa di definizione», era il titolo del convegno parlamentare che ha coordinato una decina di giorni fa su iniziativa del senatore Andrea Crisanti, come pensate che si comportino gli scarsi ambulatori regionali?
Il professore non ha ritenuto importante spiegare quelle affermazioni, ma nemmeno smentirle. È un brutto segnale, ci permettiamo di dire. L’avviso ai danneggiati o dannati risulta molto chiaro, nessuno vuole prendersi carico dei loro problemi di salute post vaccinazione. E chissà come si sentiranno i medici delle Cmo, le commissioni medico ospedaliere che hanno certificato il nesso di causalità tra vaccino Covid e patologie invalidanti.
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Kamel Daoud, scrittore algerino (Ansa)
Non compriamo gas russo per ragioni morali. Però quello del Paese nordafricano che colpisce lo scrittore Kamel Daoud «reo» di aver scritto un romanzo va bene
C’è contraddizione nel modo in cui si calcano le vie d’accesso energetiche. Da un lato, l’Italia e l’Ue evitano il gas russo per ragioni politiche e morali, dall’altro ci si affida a Paesi che presentano criticità altrettanto rilevanti sul piano dei diritti e delle libertà. Si prenda l’Algeria, con le vicende giudiziarie che hanno coinvolto intellettuali come Boualem Sansal e ora Kamel Daoud. Scrittore e saggista, Boualem Sansal fu arrestato in Algeria nel novembre 2024 con l’accusa, fra le altre, di aver «minato l’unità nazionale», dopo alcune sue dichiarazioni critiche verso il regime. Condannato a un lustro di carcere nel 2025, viene graziato e liberato nel novembre dello stesso anno. Oggi fa parte dell’Académie française.
Il 21 aprile 2026, a quasi trent’anni dalla fine del «Decennio nero», la guerra civile in Algeria esplosa negli anni Novanta tra governo e gruppi islamisti, con 200.000 morti, lo scrittore franco-algerino Kamel Daoud è stato condannato a tre anni di carcere e a una multa di 32.000 euro per aver scritto un romanzo.
È stato lo stesso autore a rivelarlo il giorno successivo, definendolo un «evento unico nella storia algerina», e denunciando che la legge viene utilizzata per reprimere il dibattito pubblico sulle laceranti ostilità interne tra il 1992 e il 2002.
Tutto scaturisce da Houris, romanzo pubblicato nel 2024, premio Goncourt. È una storia cupa, ambientata in parte a Orano. Aube, una giovane donna, resta muta dopo essere stata sgozzata da un militante islamista alla fine del 1999. Una figura simbolica, la sua. Sopravvissuta ma privata della voce, incarna una memoria collettiva amputata.
In Algeria, una legge del 2005, la Carta per la pace e la riconciliazione nazionale, vieta qualsiasi narrazione del conflitto che si possa interpretare come lesiva delle istituzioni o come riapertura delle «ferite della tragedia nazionale». L’articolo 46, in particolare, punisce chi utilizzi quegli eventi per «danneggiare» lo Stato. Un dispositivo giuridico che, nato con l’intento dichiarato di pacificare il Paese, si è progressivamente trasformato in uno strumento di silenziamento.
Daoud lo sottolinea con amarezza: dopo anni di violenze, migliaia di terroristi amnistiati e una società ancora segnata dal trauma, «un unico colpevole: uno scrittore». La condanna segue una denuncia dell’Organizzazione nazionale delle vittime del terrorismo, in cui il diritto alla memoria si scontra con la paura della sua strumentalizzazione. Si aggiunge quella di Saada Arbane, che ha accusato Daoud e la moglie, una psichiatra, di aver sfruttato dettagli intimi e dolorosi della sua vita personale.
Dalla persecuzione di Boris Pasternak nell’Unione sovietica per Il dottor Zivago all’esilio di Aleksandr Solzenicyn dopo la pubblicazione di Arcipelago Gulag, fino alla fatwa contro Salman Rushdie per I versi satanici, il potere tenta sempre di imbavagliare la parola scritta. Il libro si trasforma da oggetto culturale in campo di battaglia.
Il caso Daoud, comunque, non implica solo censura ideologica o religiosa, bensì un controllo istituzionalizzato della memoria storica. Il «Decennio nero» resta un territorio proibito, un passato che non può essere narrato se non secondo una versione ufficiale. La letteratura, che per sua natura scava nelle ambiguità e nelle zone d’ombra, diventa così un elemento destabilizzante.
Negare il racconto significa congelare il trauma, impedirgli di trasformarsi in coscienza condivisa. La voce di Aube, la protagonista muta di Houris, diventa allora una potente metafora. La società che sceglie il silenzio per mantenere lo status quo ante perde la capacità di raccontarsi.
La condanna di Kamel Daoud non è solo un fatto giudiziario. Riguarda il rapporto tra Stato e memoria, tra giustizia e verità, tra letteratura e libertà. E pone una domanda che attraversa epoche e confini: fino a che punto un Paese può permettersi di dimenticare? Lo si ricordi invece al momento d’intessere relazioni internazionali, specie quelle finalizzate.
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Gli italiani di Unifil posano un nuovo crocifisso a Debel, proprio dove si trovava quello distrutto da un soldato dell’Idf. Pizzaballa contro le azioni dei coloni in Gisgiordania.
Quando gli abitanti di Debel, nel Sud del Libano, hanno visto da lontano l’oggetto che i militari italiani portavano con sé non hanno avuto dubbi: era un Crocifisso. Anche se avvolto da una imbottitura bianca e pesante, non poteva essere altro che ciò che stavano immaginando: era il loro Crocifisso. Quello che, solamente qualche giorno fa, era stato distrutto a colpi di martello da un soldato israeliano.
Poi le Forze di difesa israeliane avevano provveduto a inviarne un altro, ma con uno stile diverso e decisamente più piccolo, insieme a un messaggio di scuse e alla promessa di una punizione per il soldato colpevole del gesto.
Eppure la comunità di Debel voleva il Crocifisso che, per tanto tempo, l’aveva vegliata dall’alto. Oppure uno che gli assomigliasse almeno un po’. E così sono intervenuti i militari italiani che operano con Unifil. Sono entrati nel villaggio e hanno percorso una piccola via Crucis, passando dalla chiesa locale, dove il Cristo ha ricevuto la benedizione del nunzio apostolico, per poi essere posizionato là dove era stato distrutto. «Le immagini della consegna della statua alla comunità e del suo posizionamento, nello stesso luogo dove si trovava la statua distrutta pochi giorni fa da un soldato dell’Idf, riempiono il cuore e rappresentano un potente messaggio di speranza, dialogo e pace», ha detto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Donare una nuova statua di Cristo crocifisso, che era stata vergognosamente sfregiata e profanata, significa affermare valori che vanno oltre ogni divisione: la dignità della persona, la convivenza tra culture e religioni, la tutela dei simboli della fede, l’attenzione per le comunità cristiane». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha invece notato come «l’uniforme dei militari italiani non è mai sinonimo di sopraffazione: è vicinanza, dialogo e sostegno. Le donne e gli uomini delle nostre forze armate portano ogni giorno nel mondo l’immagine migliore dell’Italia». Proprio mentre veniva riposizionato il Crocifisso, gli abitanti di Debel hanno scritto che «dopo la croce viene la resurrezione. Ciò che alcuni consideravano debolezza, è diventato la nostra forza. La croce è stata e rimarrà la nostra protettrice, la nostra speranza e il segno della nostra salvezza». Ed è proprio così. I cristiani libanesi, ma più in generale mediorientali, sanno bene come la pietra scartata dai costruttori sia diventata quella angolare. Quella che tutto regge. E che non può essere eliminata attraverso i colpi di martello o con l’occupazione. Lo sa bene il Patriarcato di Gerusalemme, che ha avviato alcune azioni legali contro i coloni in alcune aree in Cisgiordania. La Chiesa di Gerusalemme ha dichiarato che si tratta di una «chiara violazione» delle sue proprietà. E che «la tutela dei beni ecclesiastici di proprietà della Chiesa è un principio imprescindibile e continuerà ad adottare tutte le misure legali e amministrative necessarie per proteggerne la sacralità, preservarne l’identità ecclesiale, difenderne i diritti legittimi». Ancora una volta, la croce resta salda mentre il mondo gira.
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Un gruppo di soldati degli Alpini sfila davanti a una parata durante l'Adunata Nazionale Alpini del 2019 (Getty Images)
Lorena Lucattini, ex candidata di Avs al Comune di Genova, insulta le penne nere in vista dell’adunata nazionale: «Bevono e sporcano, occupano scuole e palestre. Almeno si pagassero gli alberghi». Silenzio della Salis.
«Ci siamo ereditati questa pagliacciata. Occupano scuole e palestre, bloccano una città per tre giorni, la sporcano, bevono, fanno casino. Almeno si pagassero gli alberghi. Non vedo l’ora che se ne vadano ancora prima che arrivino». Finalmente un’attivista di sinistra che ha colto la molestia pubblica dei centri sociali e lo scrive sul web.
Benvenuta una campionessa del progressismo cosmico che ha presenti i danni delle okkupazioni studentesche, degli sfinenti cortei pro Pal, delle manifestazioni che virano nella violenza degli antagonisti. Poi leggi meglio e scopri che quello di Lorena Lucattini, ex candidata di Avs e funzionaria della Procura di Genova, non è un’illuminazione divina volta al bene della sua città. No, per lei la pagliacciata è la sfilata gli Alpini prevista il 10 maggio.
Travolta da una disturbante miopia ideologica che le fa guardare la pagliuzza dimenticandosi la trave, la signora - che immaginiamo eccitata all’idea di partecipare a un flash mob pro utero in affitto o a un blocco stradale di Ultima Generazione - proprio non sopporta l’idea che le penne nere abbiano scelto per la sesta volta Genova per l’Adunata nazionale. Vale la pena ricordarle che si ripete ogni anno dal 1920 nelle città italiane per commemorare i caduti della prima guerra mondiale (magari c’era pure suo nonno) e per testimoniare quella simbiosi di sangue, orgoglio, identità nazionale che costituisce il sacro di una tradizione quasi centenaria. Solo la Seconda guerra mondiale, un Giubileo e la pandemia avevano fermato l’evento; ora ci prova lady Lucattini, funzionaria pubblica infastidita al punto da arrivare al disprezzo nei confronti di uno dei corpi più gloriosi del nostro Paese.
I motori del miserevole post sono due: l’incontinenza da social e il clima fetido di questi anni. La prima è un problema individuale, il secondo riguarda tutti noi. Ed è testimoniato da un altro incendio antipatizzante, pochi giorni fa, quando le transfemministe di «Nonunadimeno» avevano bollato gli alpini come «molestatori e maschi tossici», alimentando un odio gratuito subito cavalcato dalla Cgil di Maurizio «Che» Landini. La deriva che stranamente porta la sinistra più tetra a contrapporsi alle penne nere è cominciata quattro anni fa all’Adunata di Rimini. Allora, in piena trance da Me Too all’italiana, politici boldriniani, intellettuali capalbiesi e démi monde arcobaleno avevano aperto il fuoco contro i 400.000 ospiti accusandoli di molestie e catcalling nei confronti di qualche cameriera e hostess. Con Elly Schlein, allora assessora regionale, a tifare per gli arresti di massa: «Per intervenire non servono denunce, questi non sono episodi di ubriachezza ma molestie vere e proprie». Come se dire «Ciao bella» invece che «Bella ciao» fosse un eccesso da Battaglione Azov.
L’adunata degli alpini non è un concerto di musica da camera, una design week milanese (comunque si sniffa zero) e neppure Orticola con le sciure in bici da 2.000 euro. Ma non può essere strumentalizzata per criminalizzare un mondo al quale l’Italia deve dire grazie tutti i giorni. L’alpino è orgoglio nazionale in purezza. Non solo per storico senso del dovere e capacità ineguagliabile in guerra (hanno vinto la Prima e hanno salvato la dignità nazionale con i loro eroismi nella grande tragedia della Seconda guerra mondiale) ma per quotidiani spirito di sacrificio e generosità. Questi uomini e donne mettono a disposizione del Paese milioni di ore di volontariato presentandosi in prima fila davanti alle vittime di un terremoto, di un’alluvione, di una qualsivoglia emergenza a tendere la mano a chi soffre con la gratuità di chi pratica il valore della solidarietà. Qualcosa che non abita più nella sinistra globalista, liquida e liquefatta dalle mode. Molti alpini divennero partigiani; perché l’Anpi a 24 ore dal 25 Aprile non critica il delirio iconoclasta?
L’ex presidente dell’Ana, Massimo Cortesi, ha replicato alla funzionaria radical: «Rispondiamo con i fatti, ovunque gli alpini realizzano un campo lasciano più pulito di prima. Non cerchiamo polemica, portiamo i nostri valori da condividere con tutta la città». Più incisivo il senatore Maurizio Gasparri (Fi): «Il raduno degli Alpini è uno dei momenti più belli della vita italiana. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questa adunata ha visto come trasmetta valori, positività e patriottismo. Che una persona candidata con il partito di Fratoianni e Bonelli disprezzi questo evento non mi meraviglia; mi preoccupa che sia anche una funzionaria presso la procura di Genova. In che mani siamo?».
L’attesa dell’adunata è nevrotica: le scuole e due mercati rionali saranno chiusi, invece il «Centro operativo comunale» rimarrà aperto come per le emergenze. È psicosi da penna nera mentre la sindaca Silvia Salis (più a suo agio alle sfilate di Vuitton) tace. Ilaria Cavo, deputata e capogruppo di Noi Moderati, la incalza: «Quando abbiamo bisogno gli alpini ci sono. Perché lei non prende le distanze da quelle parole?». È curioso notare che il consigliere per i Grandi Eventi, Lorenzo Garzarelli, è di Avs come la funzionaria contestatrice, ora subissata di critiche sui suoi profili social. Da Marte, Lucattini non demorde: «Tutti gli alpini o ex alpini che mi stanno insultando sono la dimostrazione di quanto il mio post avesse ragione di essere». A tirare le fila del delirio è Mario Mascia, consigliere genovese di Forza Italia: «Per noi i pagliacci sono ben altri».
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