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2022-08-11
Zelensky alza la posta: «La guerra finirà solo quando la Crimea sarà liberata»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Mentre la diplomazia internazionale si sforza di trovare una composizione dello scontro Russia-Ucraina, Zelensky lancia la sua «condizione» per dire basta alla guerra. La «clausola» è di quelle destinate a rendere infinito il conflitto. «Questa guerra russa contro l’Ucraina, contro tutta l’Europa libera, è iniziata con la Crimea e deve finire con la sua liberazione. Oggi è impossibile dire quando accadrà, ma so che torneremo nella Crimea ucraina», le parole usate dal presidente nel suo discorso alla nazione, a poche ore dall’attacco a una base russa proprio in Crimea. L’esplosione, che ha provocato un morto e sette feriti, tra cui due bambini, è oggetto di mezze ammissioni e mezze smentite. Fonti militari ucraine hanno fatto sapere che si è trattato di una loro azione, mentre Mykhailo Podolyak, braccio destro di Zelensky, dopo un primo messaggio in cui esultava con un «è solo l’inizio», ha negato che vi sia la mano di Kiev. «L’Ucraina non ha alcuna responsabilità nelle esplosioni avvenute in una base aerea russa in Crimea», ha detto. Anche da Mosca i commenti sono ondivaghi. La Russia, forse per non mostrare debolezza nella difesa della penisola annessa nel 2014, ha liquidato l’accaduto come un «semplice incidente in un deposito di munizioni».
In ogni caso, la penisola sul Mar nero torna ad essere il fulcro degli scontri, soprattutto dopo l’ultima dichiarazione di Zelensky. Kiev ora accusa le forze russe che occupano la centrale nucleare di Zaporizhzhia, nel sud-est dell’Ucraina, di voler collegare l’impianto alla rete elettrica della Crimea. «Per farlo, bisogna prima danneggiare le linee elettriche della centrale collegate al sistema energetico ucraino. Dal 7 al 9 agosto, i russi hanno già danneggiato tre linee elettriche. Al momento, l’impianto funziona con una sola linea di produzione, un modo di lavorare estremamente pericoloso», ha dichiarato il presidente dell’operatore ucraino Energoatom, Petro Kotin.
Anche il G7 si scaglia contro il «controllo continuo da parte della Russia sulla centrale nucleare» di Zaporizhzhia, che metterebbe «a repentaglio la regione». Mosca, invece, ribadisce che è proprio l’Ucraina a «cercare» l’incidente nucleare ed ha chiesto e ottenuto la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per oggi. La Russia vuole che il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, informi il Consiglio sull’accusa - sempre da parte di Mosca - su «recenti attacchi delle forze armate ucraine alla centrale nucleare e sulle loro potenziali conseguenze catastrofiche». Nei dintorni della centrale, intanto, infuria la battaglia. Quattro missili russi hanno colpito Kushuhum, un villaggio alla periferia meridionale della città di Zaporizhzhia, uccidendo una donna di 52 anni. Lo ha dichiarato il governatore dell’oblast, Oleksandr Starukh, secondo il quale «quattro edifici privati sono stati distrutti». Sale a 13, invece, il bilancio delle vittime dei missili russi sul distretto di Nikopol, ancora nei pressi della centrale: altri due civili sono morti nell’ospedale di Marhanets. In Donbass continua l’avanzata russa volta a prendere l’intero Donetsk ed è proprio in quest’area che si troverebbe il primo italiano indagato come combattente straniero. È un genovese di 19 anni, Kevin Chiappalone, indicato come simpatizzante di CasaPound ma dal cui arruolamento il movimento prende le distanze. «Svolgiamo le nostre attività alla luce del sole, diffidiamo chiunque dall’attribuirci qualsiasi coinvolgimento nella vicenda», chiarisce CasaPound Italia. Il sostituto procuratore Marco Zocco della Direzione distrettuale antiterrorismo genovese accusa Chiappalone di essere un mercenario della Brigata internazionale ucraina, dunque rischia una condanna da due a sette anni. L’indagine della Digos era partita dopo le dichiarazioni del giovane a Panorama. Al momento è l’unico indagato ma gli investigatori stanno cercando di capire se vi siano altri mercenari e se vi sia una rete di reclutatori. Nel frattempo, sul fronte dell’esportazione del grano, l’acquisto del primo carico di grano ucraino è stato annullato per un ritardo di cinque mesi nella consegna. La Razoni, primo cargo a prendere il largo da Odessa con un carico di 26.500 tonnellate di grano, era attesa domenica scorsa in Libano ma non ha mai attraccato: resta in attesa di istruzioni nel Mediterraneo. Da allora 10 navi sono partite dai porti ucraini con un totale di 322.000 tonnellate di derrate (tra queste la Fyi Rojen, che trasporta mais, arriverà al porto di Ravenna il 12 agosto), mentre altre due navi sono giunte in Ucraina per essere caricate. Intanto, a Mosca, la giornalista russa Marina Ovsyannikova, che a marzo aveva protestato contro la guerra mostrando un cartello durante il telegiornale sul primo canale, è stata arrestata. Sul suo conto - fa sapere il suo avvocato, Dmitri Zakhavatov, è stata aperta un’inchiesta per «diffusione di false informazioni» sull’esercito. Dalla Russia, infine, ha scelto di andare via l’Ikea, annunciando l’interruzione delle vendite, anche online.
Taiwan, finite le esercitazioni cinesi
Nella giornata di ieri la Repubblica Popolare Cinese ha annunciato: «Sono terminate con successo le operazioni militari congiunte intorno all’isola di Taiwan e tutti i compiti sono stati condotti a buon fine».
Una comunicazione che ha messo fine, seppur con tre giorni di ritardo rispetto al programma iniziale, alle grandi manovre militari iniziate in risposta alla controversa visita a Taipei, la capitale di Taiwan, della presidente della Camera dei rappresentanti statunitense Nancy Pelosi. Il Comando del teatro orientale delle forze armate cinesi ha anche precisato che «le truppe terranno d’occhio i cambiamenti della situazione nello Stretto di Taiwan, continueranno a svolgere addestramento e preparativi militari, organizzeranno regolarmente pattuglie di prontezza al combattimento e difenderanno risolutamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale». Il fatto che i cinesi non abbiano invaso Taiwan non deve certo ingannare perché, come ribadito ieri: «La Cina è disposta a creare un ampio spazio per la riunificazione pacifica con Taiwan, ma non lascerà mai alcuno spazio per varie forme di attività separatiste per l’indipendenza e non promette di rinunciare all’uso della forza». A questo proposito l’Ufficio per gli Affari di Taiwan e l’Ufficio informazioni del governo cinese hanno pubblicato il libro bianco intitolato La questione di Taiwan e la riunificazione della Cina nella nuova era, una pubblicazione dove si ribadisce «il fatto e lo status quo che Taiwan fa parte della Cina. Per realizzare la riunificazione pacifica, «un Paese, due sistemi» è la soluzione più inclusiva a questo problema». Non si è fatta attendere la dura reazione taiwanese ai contenuti del libro bianco definiti dalla presidente di Taipei, Tsai Ing-wen: «Un vano desiderio, la Cina ignora la realtà su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan. Le loro iniziative sono dirette ai pochissimi partiti politici taiwanesi e alle persone che temono la Cina e sono disposte a scendere a compromessi sulla scia delle intimidazioni». Le autorità militari di Taiwan in un comunicato hanno reso noto che 10 navi e 36 jet militari cinesi sono stati rilevati intorno all’isola fino alle 17.00 locali (le 11.00 in Italia). Nella nota si legge che sulla parte orientale della linea mediana dello Stretto di Taiwan, mai riconosciuta da Pechino ma comunque sempre rispettata, hanno volato 17 caccia da combattimento tra i quali nove SU-30 e otto J-11. I taiwanesi hanno detto di aver utilizzato i loro consueti protocolli di sicurezza «facendo decollare i propri caccia, inviando l’allarme radio e attivando il proprio sistema di difesa missilistico». Dopo l’annuncio di Pechino le autorità di Taipei hanno anche fatto sapere che «le Forze armate di Taiwan adatteranno le modalità di dispiegamento delle loro forze considerando molteplici fattori, tra cui morale delle truppe e minacce compresi, senza abbassare la guardia». Il sottosegretario alla Difesa statunitense Colin Kahl durante una conferenza stampa tenutasi al Pentagono ha spiegato che: «Le ultime esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan non hanno cambiato la valutazione degli Stati Uniti secondo cui Pechino non tenterà di impadronirsi di Taiwan militarmente nei prossimi due anni». Di diverso avviso il ministro degli Esteri di Taipei, Joseph Wu: «La Cina ha usato le esercitazioni e il suo manuale militare per prepararsi all’invasione di Taiwan e per cambiare lo status quo nella regione dell’Asia-Pacifico».
Anche se le manovre militari cinesi attorno a Taiwan sono terminate l’attivismo cinese preoccupa anche la Gran Bretagna, tanto che la ministra degli Esteri britannica, Liz Truss, ha convocato l’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Zheng Zeguang, «per il comportamento sempre più aggressivo di Pechino nei confronti di Taiwan».
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Oggi la riunione del Consiglio di Sicurezza Onu su Zaporizhzhia. Indagato diciannovenne genovese arruolatosi con gli ucraini.Taiwan, finite le esercitazioni cinesi. Il Dragone proseguirà i pattugliamenti militari ordinari. Taipei boccia la proposta di riunificazione. Pechino: «Nessuna promessa di rinunciare all’uso della forza».Lo speciale comprende due articoli.Mentre la diplomazia internazionale si sforza di trovare una composizione dello scontro Russia-Ucraina, Zelensky lancia la sua «condizione» per dire basta alla guerra. La «clausola» è di quelle destinate a rendere infinito il conflitto. «Questa guerra russa contro l’Ucraina, contro tutta l’Europa libera, è iniziata con la Crimea e deve finire con la sua liberazione. Oggi è impossibile dire quando accadrà, ma so che torneremo nella Crimea ucraina», le parole usate dal presidente nel suo discorso alla nazione, a poche ore dall’attacco a una base russa proprio in Crimea. L’esplosione, che ha provocato un morto e sette feriti, tra cui due bambini, è oggetto di mezze ammissioni e mezze smentite. Fonti militari ucraine hanno fatto sapere che si è trattato di una loro azione, mentre Mykhailo Podolyak, braccio destro di Zelensky, dopo un primo messaggio in cui esultava con un «è solo l’inizio», ha negato che vi sia la mano di Kiev. «L’Ucraina non ha alcuna responsabilità nelle esplosioni avvenute in una base aerea russa in Crimea», ha detto. Anche da Mosca i commenti sono ondivaghi. La Russia, forse per non mostrare debolezza nella difesa della penisola annessa nel 2014, ha liquidato l’accaduto come un «semplice incidente in un deposito di munizioni». In ogni caso, la penisola sul Mar nero torna ad essere il fulcro degli scontri, soprattutto dopo l’ultima dichiarazione di Zelensky. Kiev ora accusa le forze russe che occupano la centrale nucleare di Zaporizhzhia, nel sud-est dell’Ucraina, di voler collegare l’impianto alla rete elettrica della Crimea. «Per farlo, bisogna prima danneggiare le linee elettriche della centrale collegate al sistema energetico ucraino. Dal 7 al 9 agosto, i russi hanno già danneggiato tre linee elettriche. Al momento, l’impianto funziona con una sola linea di produzione, un modo di lavorare estremamente pericoloso», ha dichiarato il presidente dell’operatore ucraino Energoatom, Petro Kotin. Anche il G7 si scaglia contro il «controllo continuo da parte della Russia sulla centrale nucleare» di Zaporizhzhia, che metterebbe «a repentaglio la regione». Mosca, invece, ribadisce che è proprio l’Ucraina a «cercare» l’incidente nucleare ed ha chiesto e ottenuto la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per oggi. La Russia vuole che il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, informi il Consiglio sull’accusa - sempre da parte di Mosca - su «recenti attacchi delle forze armate ucraine alla centrale nucleare e sulle loro potenziali conseguenze catastrofiche». Nei dintorni della centrale, intanto, infuria la battaglia. Quattro missili russi hanno colpito Kushuhum, un villaggio alla periferia meridionale della città di Zaporizhzhia, uccidendo una donna di 52 anni. Lo ha dichiarato il governatore dell’oblast, Oleksandr Starukh, secondo il quale «quattro edifici privati sono stati distrutti». Sale a 13, invece, il bilancio delle vittime dei missili russi sul distretto di Nikopol, ancora nei pressi della centrale: altri due civili sono morti nell’ospedale di Marhanets. In Donbass continua l’avanzata russa volta a prendere l’intero Donetsk ed è proprio in quest’area che si troverebbe il primo italiano indagato come combattente straniero. È un genovese di 19 anni, Kevin Chiappalone, indicato come simpatizzante di CasaPound ma dal cui arruolamento il movimento prende le distanze. «Svolgiamo le nostre attività alla luce del sole, diffidiamo chiunque dall’attribuirci qualsiasi coinvolgimento nella vicenda», chiarisce CasaPound Italia. Il sostituto procuratore Marco Zocco della Direzione distrettuale antiterrorismo genovese accusa Chiappalone di essere un mercenario della Brigata internazionale ucraina, dunque rischia una condanna da due a sette anni. L’indagine della Digos era partita dopo le dichiarazioni del giovane a Panorama. Al momento è l’unico indagato ma gli investigatori stanno cercando di capire se vi siano altri mercenari e se vi sia una rete di reclutatori. Nel frattempo, sul fronte dell’esportazione del grano, l’acquisto del primo carico di grano ucraino è stato annullato per un ritardo di cinque mesi nella consegna. La Razoni, primo cargo a prendere il largo da Odessa con un carico di 26.500 tonnellate di grano, era attesa domenica scorsa in Libano ma non ha mai attraccato: resta in attesa di istruzioni nel Mediterraneo. Da allora 10 navi sono partite dai porti ucraini con un totale di 322.000 tonnellate di derrate (tra queste la Fyi Rojen, che trasporta mais, arriverà al porto di Ravenna il 12 agosto), mentre altre due navi sono giunte in Ucraina per essere caricate. Intanto, a Mosca, la giornalista russa Marina Ovsyannikova, che a marzo aveva protestato contro la guerra mostrando un cartello durante il telegiornale sul primo canale, è stata arrestata. Sul suo conto - fa sapere il suo avvocato, Dmitri Zakhavatov, è stata aperta un’inchiesta per «diffusione di false informazioni» sull’esercito. Dalla Russia, infine, ha scelto di andare via l’Ikea, annunciando l’interruzione delle vendite, anche online.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-alza-la-posta-la-guerra-finira-solo-quando-la-crimea-sara-liberata-2657843156.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="taiwan-finite-le-esercitazioni-cinesi" data-post-id="2657843156" data-published-at="1660158807" data-use-pagination="False"> Taiwan, finite le esercitazioni cinesi Nella giornata di ieri la Repubblica Popolare Cinese ha annunciato: «Sono terminate con successo le operazioni militari congiunte intorno all’isola di Taiwan e tutti i compiti sono stati condotti a buon fine». Una comunicazione che ha messo fine, seppur con tre giorni di ritardo rispetto al programma iniziale, alle grandi manovre militari iniziate in risposta alla controversa visita a Taipei, la capitale di Taiwan, della presidente della Camera dei rappresentanti statunitense Nancy Pelosi. Il Comando del teatro orientale delle forze armate cinesi ha anche precisato che «le truppe terranno d’occhio i cambiamenti della situazione nello Stretto di Taiwan, continueranno a svolgere addestramento e preparativi militari, organizzeranno regolarmente pattuglie di prontezza al combattimento e difenderanno risolutamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale». Il fatto che i cinesi non abbiano invaso Taiwan non deve certo ingannare perché, come ribadito ieri: «La Cina è disposta a creare un ampio spazio per la riunificazione pacifica con Taiwan, ma non lascerà mai alcuno spazio per varie forme di attività separatiste per l’indipendenza e non promette di rinunciare all’uso della forza». A questo proposito l’Ufficio per gli Affari di Taiwan e l’Ufficio informazioni del governo cinese hanno pubblicato il libro bianco intitolato La questione di Taiwan e la riunificazione della Cina nella nuova era, una pubblicazione dove si ribadisce «il fatto e lo status quo che Taiwan fa parte della Cina. Per realizzare la riunificazione pacifica, «un Paese, due sistemi» è la soluzione più inclusiva a questo problema». Non si è fatta attendere la dura reazione taiwanese ai contenuti del libro bianco definiti dalla presidente di Taipei, Tsai Ing-wen: «Un vano desiderio, la Cina ignora la realtà su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan. Le loro iniziative sono dirette ai pochissimi partiti politici taiwanesi e alle persone che temono la Cina e sono disposte a scendere a compromessi sulla scia delle intimidazioni». Le autorità militari di Taiwan in un comunicato hanno reso noto che 10 navi e 36 jet militari cinesi sono stati rilevati intorno all’isola fino alle 17.00 locali (le 11.00 in Italia). Nella nota si legge che sulla parte orientale della linea mediana dello Stretto di Taiwan, mai riconosciuta da Pechino ma comunque sempre rispettata, hanno volato 17 caccia da combattimento tra i quali nove SU-30 e otto J-11. I taiwanesi hanno detto di aver utilizzato i loro consueti protocolli di sicurezza «facendo decollare i propri caccia, inviando l’allarme radio e attivando il proprio sistema di difesa missilistico». Dopo l’annuncio di Pechino le autorità di Taipei hanno anche fatto sapere che «le Forze armate di Taiwan adatteranno le modalità di dispiegamento delle loro forze considerando molteplici fattori, tra cui morale delle truppe e minacce compresi, senza abbassare la guardia». Il sottosegretario alla Difesa statunitense Colin Kahl durante una conferenza stampa tenutasi al Pentagono ha spiegato che: «Le ultime esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan non hanno cambiato la valutazione degli Stati Uniti secondo cui Pechino non tenterà di impadronirsi di Taiwan militarmente nei prossimi due anni». Di diverso avviso il ministro degli Esteri di Taipei, Joseph Wu: «La Cina ha usato le esercitazioni e il suo manuale militare per prepararsi all’invasione di Taiwan e per cambiare lo status quo nella regione dell’Asia-Pacifico». Anche se le manovre militari cinesi attorno a Taiwan sono terminate l’attivismo cinese preoccupa anche la Gran Bretagna, tanto che la ministra degli Esteri britannica, Liz Truss, ha convocato l’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Zheng Zeguang, «per il comportamento sempre più aggressivo di Pechino nei confronti di Taiwan».
Suez, novembre 1956: relitti di navi affondate bloccano il canale (Getty Images)
Un tassello della Guerra fredda fu all’origine della crisi che, alla fine del 1956, interessò il Canale di Suez. Per la costruzione della diga di Assuan, il presidente egiziano Abdel Nasser aveva richiesto finanziamenti A Stati Uniti e Regno Unito. Questi ultimi ritirarono la disponibilità quando Nasser si rivolse all’Unione Sovietica per l’acquisto di armamenti. In risposta, il presidente egiziano proclamò la nazionalizzazione di Suez, fino ad allora gestito da un consorzio anglo-francese.
Attraverso il canale lungo 193 chilometri ed aperto dal 1869, nel 1956 assicurava il transito di circa 2 milioni di barili di petrolio verso un mercato europeo allora fortemente dipendente dall’oro nero. All’ intervento militare di Regno Unito, Francia e Israele, Nasser rispose con la chiusura del canale (che fu minato) e con l’affondamento delle 40 navi presenti nelle acque di Suez. All’inizio delle ostilità, oltre il 60% del traffico di greggio verso occidente fu bloccato.
In Italia la crisi del 1956 fece temere una battuta d’arresto in pieno «boom» economico, sia per l’industria in forte crescita sia per i consumi privati che seguivano la parabola ascendente dell’economia italiana. Il governo, allora guidato dal democristiano Antonio Segni, fu subito attivo in due direzioni: quella diplomatica, dove abbracciò l’atlantismo della «dottrina Eisenhower» (che considerava pericolosa l’azione di Israele e delle potenze coloniali in Medio Oriente in quanto spingevano i Paesi arabi verso l’Unione Sovietica) prendendo decisamente le distanze dalla soluzione armata di Francia e Regno Unito e presentandosi come mediatore internazionale grazie ai consolidati rapporti politici ed economici con l’Egitto.
Sull’emergenza energetica il governo, rappresentato nel settore dal ministro dell’Industria Guido Cortese (Pli), scelse di caricare sulle spalle dello Stato il maggior costo del greggio in modo mirato. Deliberò di evitare gli aumenti dei derivati fondamentali per il funzionamento dell’industria e per la produzione di energia come l’olio combustibile, che sarebbe aumentato di molto a causa dell’impennata dei noli delle navi che erano costrette alla rotta Africana. Applicò invece un aumento del costo della benzina, ma anche in questo caso intervenne per limitarne il rincaro risultante dagli effetti della crisi. Nel 1956, prima della crisi di Suez, un litro di benzina costava 128 lire al litro, di cui ben 91 di oneri fiscali. Gli aumenti dovuti alla crescita del prezzo del greggio e al costo dei trasporti avrebbero fatto crescere di ben 30 lire al litro il prezzo della benzina. Il governo italiano decise di sacrificare una parte degli introiti fiscali e scelse di applicare un aumento di sole 14 lire al litro (7 per i taxisti e i turisti), destinando parte dei proventi dell’aumento ai raffinatori nazionali per compensare i maggiori costi alla fonte. La formula funzionò, impedendo la battuta d’arresto nella crescita industriale ed economica italiana. Il 1956 si chiuse infatti con un bilancio positivo, con una crescita della produzione industriale tra il 7 e l’8%, pur terminando l’anno con l’incognita della durata del blocco di Suez. Peggio andò per le due grandi potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, che avevano deciso di intervenire militarmente rigettando l’idea diplomatica di una gestione multinazionale del canale. Oltre ad aver dovuto affrontare il prezzo della guerra, il blocco dei carburanti e la crescita dei prezzi costrinsero Londra e Parigi a misure ben più drastiche di quelle di Roma, con razionamenti forzati dell’energia, crescita dell’inflazione e conseguente tensione politica. La crisi del 1956 sarà il tramonto definitivo della colonizzazione anglo-francese in Medio Oriente, sostituita dall’egemonia economica degli Usa. La piccola Italia, pur in crescita, era riuscita a reggere meglio il colpo anche per la ancora limitata diffusione di beni privati energivori come automobili ed elettrodomestici (nel 1956 la motorizzazione di massa era ancora agli albori, con poco più di 1 milione di auto circolanti).
Fu nel periodo della crisi di Suez che l’Eni sviluppò la sua presenza in Medio Oriente, gettando le basi della coraggiosa e spregiudicata «dottrina Mattei». Già alla salita al potere di Nasser il presidente dell’ente italiano Enrico Mattei aveva stretto legami con il governo egiziano, offrendo tecnologia e know-how. Con Saipem aveva vinto in breve la gara per la costruzione dell’oleodotto tra Suez e il Cairo. Poco prima della crisi, Mattei entrò nella nuova società petrolifera di Stato egiziana, la International Egyptian Oil Company – IEOC), offrendo al governo del Cairo condizioni molto vantaggiose in termini economici, una formula che ripeté nel 1957 con l’Iran, aggirando la storica egemonia delle Sette Sorelle grazie alla partecipazione ad una società a capitale pubblico.
L’italia ebbe un ruolo importante anche nell’epilogo della crisi del Canale di Suez. Dal 31 ottobre 1956 ben 44 relitti di grandi navi ostruivano il passaggio. Serviva una task force per una bonifica urgente, per non prolungare ulteriormente il blocco. Tra le italiane fu scelta dalle Nazioni Unite la compagnia milanese Micoperi, con sede operativa a Ravenna. Dal 1946 si occupava di bonifica di relitti della guerra. A Suez operò con i pontoni «Squalo» e «Pegaso», affiancata dalle navi delle due società triestine Banfield e Tripcovich. Gli specialisti italiani lavorarono talmente bene da meritare un encomio solenne da parte del consorzio internazionale di bonifica a guida Danese e Olandese. Nell’aprile del 1957 il canale di Suez era libero. Ed il petrolio passò nuovamente, ma lasciando l’Europa con il sapore di una catastrofe economica devastante se solamente il blocco fosse stato prolungato solo di qualche mese.
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Così il premier durante l'informativa alla Camera sull'azione del governo, che ha toccato anche i temi di Hormuz, della crisi in Medio Oriente e del rapporto con gli Stati Uniti.
Quindi la stoccata alla leader Pd sul rapporto Europa-Usa e l'unità dell'Occidente: «Mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara a Elly Schlein, che noi siamo testardamente unitari. E se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti che stanno insieme da molto, molto tempo».