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2022-08-11
Zelensky alza la posta: «La guerra finirà solo quando la Crimea sarà liberata»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Mentre la diplomazia internazionale si sforza di trovare una composizione dello scontro Russia-Ucraina, Zelensky lancia la sua «condizione» per dire basta alla guerra. La «clausola» è di quelle destinate a rendere infinito il conflitto. «Questa guerra russa contro l’Ucraina, contro tutta l’Europa libera, è iniziata con la Crimea e deve finire con la sua liberazione. Oggi è impossibile dire quando accadrà, ma so che torneremo nella Crimea ucraina», le parole usate dal presidente nel suo discorso alla nazione, a poche ore dall’attacco a una base russa proprio in Crimea. L’esplosione, che ha provocato un morto e sette feriti, tra cui due bambini, è oggetto di mezze ammissioni e mezze smentite. Fonti militari ucraine hanno fatto sapere che si è trattato di una loro azione, mentre Mykhailo Podolyak, braccio destro di Zelensky, dopo un primo messaggio in cui esultava con un «è solo l’inizio», ha negato che vi sia la mano di Kiev. «L’Ucraina non ha alcuna responsabilità nelle esplosioni avvenute in una base aerea russa in Crimea», ha detto. Anche da Mosca i commenti sono ondivaghi. La Russia, forse per non mostrare debolezza nella difesa della penisola annessa nel 2014, ha liquidato l’accaduto come un «semplice incidente in un deposito di munizioni».
In ogni caso, la penisola sul Mar nero torna ad essere il fulcro degli scontri, soprattutto dopo l’ultima dichiarazione di Zelensky. Kiev ora accusa le forze russe che occupano la centrale nucleare di Zaporizhzhia, nel sud-est dell’Ucraina, di voler collegare l’impianto alla rete elettrica della Crimea. «Per farlo, bisogna prima danneggiare le linee elettriche della centrale collegate al sistema energetico ucraino. Dal 7 al 9 agosto, i russi hanno già danneggiato tre linee elettriche. Al momento, l’impianto funziona con una sola linea di produzione, un modo di lavorare estremamente pericoloso», ha dichiarato il presidente dell’operatore ucraino Energoatom, Petro Kotin.
Anche il G7 si scaglia contro il «controllo continuo da parte della Russia sulla centrale nucleare» di Zaporizhzhia, che metterebbe «a repentaglio la regione». Mosca, invece, ribadisce che è proprio l’Ucraina a «cercare» l’incidente nucleare ed ha chiesto e ottenuto la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per oggi. La Russia vuole che il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, informi il Consiglio sull’accusa - sempre da parte di Mosca - su «recenti attacchi delle forze armate ucraine alla centrale nucleare e sulle loro potenziali conseguenze catastrofiche». Nei dintorni della centrale, intanto, infuria la battaglia. Quattro missili russi hanno colpito Kushuhum, un villaggio alla periferia meridionale della città di Zaporizhzhia, uccidendo una donna di 52 anni. Lo ha dichiarato il governatore dell’oblast, Oleksandr Starukh, secondo il quale «quattro edifici privati sono stati distrutti». Sale a 13, invece, il bilancio delle vittime dei missili russi sul distretto di Nikopol, ancora nei pressi della centrale: altri due civili sono morti nell’ospedale di Marhanets. In Donbass continua l’avanzata russa volta a prendere l’intero Donetsk ed è proprio in quest’area che si troverebbe il primo italiano indagato come combattente straniero. È un genovese di 19 anni, Kevin Chiappalone, indicato come simpatizzante di CasaPound ma dal cui arruolamento il movimento prende le distanze. «Svolgiamo le nostre attività alla luce del sole, diffidiamo chiunque dall’attribuirci qualsiasi coinvolgimento nella vicenda», chiarisce CasaPound Italia. Il sostituto procuratore Marco Zocco della Direzione distrettuale antiterrorismo genovese accusa Chiappalone di essere un mercenario della Brigata internazionale ucraina, dunque rischia una condanna da due a sette anni. L’indagine della Digos era partita dopo le dichiarazioni del giovane a Panorama. Al momento è l’unico indagato ma gli investigatori stanno cercando di capire se vi siano altri mercenari e se vi sia una rete di reclutatori. Nel frattempo, sul fronte dell’esportazione del grano, l’acquisto del primo carico di grano ucraino è stato annullato per un ritardo di cinque mesi nella consegna. La Razoni, primo cargo a prendere il largo da Odessa con un carico di 26.500 tonnellate di grano, era attesa domenica scorsa in Libano ma non ha mai attraccato: resta in attesa di istruzioni nel Mediterraneo. Da allora 10 navi sono partite dai porti ucraini con un totale di 322.000 tonnellate di derrate (tra queste la Fyi Rojen, che trasporta mais, arriverà al porto di Ravenna il 12 agosto), mentre altre due navi sono giunte in Ucraina per essere caricate. Intanto, a Mosca, la giornalista russa Marina Ovsyannikova, che a marzo aveva protestato contro la guerra mostrando un cartello durante il telegiornale sul primo canale, è stata arrestata. Sul suo conto - fa sapere il suo avvocato, Dmitri Zakhavatov, è stata aperta un’inchiesta per «diffusione di false informazioni» sull’esercito. Dalla Russia, infine, ha scelto di andare via l’Ikea, annunciando l’interruzione delle vendite, anche online.
Taiwan, finite le esercitazioni cinesi
Nella giornata di ieri la Repubblica Popolare Cinese ha annunciato: «Sono terminate con successo le operazioni militari congiunte intorno all’isola di Taiwan e tutti i compiti sono stati condotti a buon fine».
Una comunicazione che ha messo fine, seppur con tre giorni di ritardo rispetto al programma iniziale, alle grandi manovre militari iniziate in risposta alla controversa visita a Taipei, la capitale di Taiwan, della presidente della Camera dei rappresentanti statunitense Nancy Pelosi. Il Comando del teatro orientale delle forze armate cinesi ha anche precisato che «le truppe terranno d’occhio i cambiamenti della situazione nello Stretto di Taiwan, continueranno a svolgere addestramento e preparativi militari, organizzeranno regolarmente pattuglie di prontezza al combattimento e difenderanno risolutamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale». Il fatto che i cinesi non abbiano invaso Taiwan non deve certo ingannare perché, come ribadito ieri: «La Cina è disposta a creare un ampio spazio per la riunificazione pacifica con Taiwan, ma non lascerà mai alcuno spazio per varie forme di attività separatiste per l’indipendenza e non promette di rinunciare all’uso della forza». A questo proposito l’Ufficio per gli Affari di Taiwan e l’Ufficio informazioni del governo cinese hanno pubblicato il libro bianco intitolato La questione di Taiwan e la riunificazione della Cina nella nuova era, una pubblicazione dove si ribadisce «il fatto e lo status quo che Taiwan fa parte della Cina. Per realizzare la riunificazione pacifica, «un Paese, due sistemi» è la soluzione più inclusiva a questo problema». Non si è fatta attendere la dura reazione taiwanese ai contenuti del libro bianco definiti dalla presidente di Taipei, Tsai Ing-wen: «Un vano desiderio, la Cina ignora la realtà su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan. Le loro iniziative sono dirette ai pochissimi partiti politici taiwanesi e alle persone che temono la Cina e sono disposte a scendere a compromessi sulla scia delle intimidazioni». Le autorità militari di Taiwan in un comunicato hanno reso noto che 10 navi e 36 jet militari cinesi sono stati rilevati intorno all’isola fino alle 17.00 locali (le 11.00 in Italia). Nella nota si legge che sulla parte orientale della linea mediana dello Stretto di Taiwan, mai riconosciuta da Pechino ma comunque sempre rispettata, hanno volato 17 caccia da combattimento tra i quali nove SU-30 e otto J-11. I taiwanesi hanno detto di aver utilizzato i loro consueti protocolli di sicurezza «facendo decollare i propri caccia, inviando l’allarme radio e attivando il proprio sistema di difesa missilistico». Dopo l’annuncio di Pechino le autorità di Taipei hanno anche fatto sapere che «le Forze armate di Taiwan adatteranno le modalità di dispiegamento delle loro forze considerando molteplici fattori, tra cui morale delle truppe e minacce compresi, senza abbassare la guardia». Il sottosegretario alla Difesa statunitense Colin Kahl durante una conferenza stampa tenutasi al Pentagono ha spiegato che: «Le ultime esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan non hanno cambiato la valutazione degli Stati Uniti secondo cui Pechino non tenterà di impadronirsi di Taiwan militarmente nei prossimi due anni». Di diverso avviso il ministro degli Esteri di Taipei, Joseph Wu: «La Cina ha usato le esercitazioni e il suo manuale militare per prepararsi all’invasione di Taiwan e per cambiare lo status quo nella regione dell’Asia-Pacifico».
Anche se le manovre militari cinesi attorno a Taiwan sono terminate l’attivismo cinese preoccupa anche la Gran Bretagna, tanto che la ministra degli Esteri britannica, Liz Truss, ha convocato l’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Zheng Zeguang, «per il comportamento sempre più aggressivo di Pechino nei confronti di Taiwan».
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Oggi la riunione del Consiglio di Sicurezza Onu su Zaporizhzhia. Indagato diciannovenne genovese arruolatosi con gli ucraini.Taiwan, finite le esercitazioni cinesi. Il Dragone proseguirà i pattugliamenti militari ordinari. Taipei boccia la proposta di riunificazione. Pechino: «Nessuna promessa di rinunciare all’uso della forza».Lo speciale comprende due articoli.Mentre la diplomazia internazionale si sforza di trovare una composizione dello scontro Russia-Ucraina, Zelensky lancia la sua «condizione» per dire basta alla guerra. La «clausola» è di quelle destinate a rendere infinito il conflitto. «Questa guerra russa contro l’Ucraina, contro tutta l’Europa libera, è iniziata con la Crimea e deve finire con la sua liberazione. Oggi è impossibile dire quando accadrà, ma so che torneremo nella Crimea ucraina», le parole usate dal presidente nel suo discorso alla nazione, a poche ore dall’attacco a una base russa proprio in Crimea. L’esplosione, che ha provocato un morto e sette feriti, tra cui due bambini, è oggetto di mezze ammissioni e mezze smentite. Fonti militari ucraine hanno fatto sapere che si è trattato di una loro azione, mentre Mykhailo Podolyak, braccio destro di Zelensky, dopo un primo messaggio in cui esultava con un «è solo l’inizio», ha negato che vi sia la mano di Kiev. «L’Ucraina non ha alcuna responsabilità nelle esplosioni avvenute in una base aerea russa in Crimea», ha detto. Anche da Mosca i commenti sono ondivaghi. La Russia, forse per non mostrare debolezza nella difesa della penisola annessa nel 2014, ha liquidato l’accaduto come un «semplice incidente in un deposito di munizioni». In ogni caso, la penisola sul Mar nero torna ad essere il fulcro degli scontri, soprattutto dopo l’ultima dichiarazione di Zelensky. Kiev ora accusa le forze russe che occupano la centrale nucleare di Zaporizhzhia, nel sud-est dell’Ucraina, di voler collegare l’impianto alla rete elettrica della Crimea. «Per farlo, bisogna prima danneggiare le linee elettriche della centrale collegate al sistema energetico ucraino. Dal 7 al 9 agosto, i russi hanno già danneggiato tre linee elettriche. Al momento, l’impianto funziona con una sola linea di produzione, un modo di lavorare estremamente pericoloso», ha dichiarato il presidente dell’operatore ucraino Energoatom, Petro Kotin. Anche il G7 si scaglia contro il «controllo continuo da parte della Russia sulla centrale nucleare» di Zaporizhzhia, che metterebbe «a repentaglio la regione». Mosca, invece, ribadisce che è proprio l’Ucraina a «cercare» l’incidente nucleare ed ha chiesto e ottenuto la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per oggi. La Russia vuole che il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, informi il Consiglio sull’accusa - sempre da parte di Mosca - su «recenti attacchi delle forze armate ucraine alla centrale nucleare e sulle loro potenziali conseguenze catastrofiche». Nei dintorni della centrale, intanto, infuria la battaglia. Quattro missili russi hanno colpito Kushuhum, un villaggio alla periferia meridionale della città di Zaporizhzhia, uccidendo una donna di 52 anni. Lo ha dichiarato il governatore dell’oblast, Oleksandr Starukh, secondo il quale «quattro edifici privati sono stati distrutti». Sale a 13, invece, il bilancio delle vittime dei missili russi sul distretto di Nikopol, ancora nei pressi della centrale: altri due civili sono morti nell’ospedale di Marhanets. In Donbass continua l’avanzata russa volta a prendere l’intero Donetsk ed è proprio in quest’area che si troverebbe il primo italiano indagato come combattente straniero. È un genovese di 19 anni, Kevin Chiappalone, indicato come simpatizzante di CasaPound ma dal cui arruolamento il movimento prende le distanze. «Svolgiamo le nostre attività alla luce del sole, diffidiamo chiunque dall’attribuirci qualsiasi coinvolgimento nella vicenda», chiarisce CasaPound Italia. Il sostituto procuratore Marco Zocco della Direzione distrettuale antiterrorismo genovese accusa Chiappalone di essere un mercenario della Brigata internazionale ucraina, dunque rischia una condanna da due a sette anni. L’indagine della Digos era partita dopo le dichiarazioni del giovane a Panorama. Al momento è l’unico indagato ma gli investigatori stanno cercando di capire se vi siano altri mercenari e se vi sia una rete di reclutatori. Nel frattempo, sul fronte dell’esportazione del grano, l’acquisto del primo carico di grano ucraino è stato annullato per un ritardo di cinque mesi nella consegna. La Razoni, primo cargo a prendere il largo da Odessa con un carico di 26.500 tonnellate di grano, era attesa domenica scorsa in Libano ma non ha mai attraccato: resta in attesa di istruzioni nel Mediterraneo. Da allora 10 navi sono partite dai porti ucraini con un totale di 322.000 tonnellate di derrate (tra queste la Fyi Rojen, che trasporta mais, arriverà al porto di Ravenna il 12 agosto), mentre altre due navi sono giunte in Ucraina per essere caricate. Intanto, a Mosca, la giornalista russa Marina Ovsyannikova, che a marzo aveva protestato contro la guerra mostrando un cartello durante il telegiornale sul primo canale, è stata arrestata. Sul suo conto - fa sapere il suo avvocato, Dmitri Zakhavatov, è stata aperta un’inchiesta per «diffusione di false informazioni» sull’esercito. Dalla Russia, infine, ha scelto di andare via l’Ikea, annunciando l’interruzione delle vendite, anche online.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-alza-la-posta-la-guerra-finira-solo-quando-la-crimea-sara-liberata-2657843156.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="taiwan-finite-le-esercitazioni-cinesi" data-post-id="2657843156" data-published-at="1660158807" data-use-pagination="False"> Taiwan, finite le esercitazioni cinesi Nella giornata di ieri la Repubblica Popolare Cinese ha annunciato: «Sono terminate con successo le operazioni militari congiunte intorno all’isola di Taiwan e tutti i compiti sono stati condotti a buon fine». Una comunicazione che ha messo fine, seppur con tre giorni di ritardo rispetto al programma iniziale, alle grandi manovre militari iniziate in risposta alla controversa visita a Taipei, la capitale di Taiwan, della presidente della Camera dei rappresentanti statunitense Nancy Pelosi. Il Comando del teatro orientale delle forze armate cinesi ha anche precisato che «le truppe terranno d’occhio i cambiamenti della situazione nello Stretto di Taiwan, continueranno a svolgere addestramento e preparativi militari, organizzeranno regolarmente pattuglie di prontezza al combattimento e difenderanno risolutamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale». Il fatto che i cinesi non abbiano invaso Taiwan non deve certo ingannare perché, come ribadito ieri: «La Cina è disposta a creare un ampio spazio per la riunificazione pacifica con Taiwan, ma non lascerà mai alcuno spazio per varie forme di attività separatiste per l’indipendenza e non promette di rinunciare all’uso della forza». A questo proposito l’Ufficio per gli Affari di Taiwan e l’Ufficio informazioni del governo cinese hanno pubblicato il libro bianco intitolato La questione di Taiwan e la riunificazione della Cina nella nuova era, una pubblicazione dove si ribadisce «il fatto e lo status quo che Taiwan fa parte della Cina. Per realizzare la riunificazione pacifica, «un Paese, due sistemi» è la soluzione più inclusiva a questo problema». Non si è fatta attendere la dura reazione taiwanese ai contenuti del libro bianco definiti dalla presidente di Taipei, Tsai Ing-wen: «Un vano desiderio, la Cina ignora la realtà su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan. Le loro iniziative sono dirette ai pochissimi partiti politici taiwanesi e alle persone che temono la Cina e sono disposte a scendere a compromessi sulla scia delle intimidazioni». Le autorità militari di Taiwan in un comunicato hanno reso noto che 10 navi e 36 jet militari cinesi sono stati rilevati intorno all’isola fino alle 17.00 locali (le 11.00 in Italia). Nella nota si legge che sulla parte orientale della linea mediana dello Stretto di Taiwan, mai riconosciuta da Pechino ma comunque sempre rispettata, hanno volato 17 caccia da combattimento tra i quali nove SU-30 e otto J-11. I taiwanesi hanno detto di aver utilizzato i loro consueti protocolli di sicurezza «facendo decollare i propri caccia, inviando l’allarme radio e attivando il proprio sistema di difesa missilistico». Dopo l’annuncio di Pechino le autorità di Taipei hanno anche fatto sapere che «le Forze armate di Taiwan adatteranno le modalità di dispiegamento delle loro forze considerando molteplici fattori, tra cui morale delle truppe e minacce compresi, senza abbassare la guardia». Il sottosegretario alla Difesa statunitense Colin Kahl durante una conferenza stampa tenutasi al Pentagono ha spiegato che: «Le ultime esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan non hanno cambiato la valutazione degli Stati Uniti secondo cui Pechino non tenterà di impadronirsi di Taiwan militarmente nei prossimi due anni». Di diverso avviso il ministro degli Esteri di Taipei, Joseph Wu: «La Cina ha usato le esercitazioni e il suo manuale militare per prepararsi all’invasione di Taiwan e per cambiare lo status quo nella regione dell’Asia-Pacifico». Anche se le manovre militari cinesi attorno a Taiwan sono terminate l’attivismo cinese preoccupa anche la Gran Bretagna, tanto che la ministra degli Esteri britannica, Liz Truss, ha convocato l’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Zheng Zeguang, «per il comportamento sempre più aggressivo di Pechino nei confronti di Taiwan».
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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