
Certo, è facile, se non scontato, rimpiangere le edizioni dello Zecchino d’oro della Rai in bianco e nero, condotte per mezzo secolo dal suo ideatore e mentore, Cino Tortorella, prima vestito da mago Zurlì e poi, con la tivù a colori, in giacca e cravatta. Lo vediamo, nel 1970, mentre si china, come soleva fare per percepire un frammento d’infanzia pura, in una delle tante clip d’archivio, accanto alla bambina Barbara Bernardi, tre anni e mezzo, di Bologna, che interpretò La ninna nanna del chicco di caffè. Lui: «Occhi?». La bambina: «Azzurri». Lui: «Eh, approfitta del fatto che non c’è ancora il colore in televisione. Perché non li hai mica azzurri…». Barbara: «Ma io non li vedo quando sono nello specchio». Si può tranquillamente affermare che tutti i bambini italiani, in quei pomeriggi d’inverno, stavano assistendo allo Zecchino e, nella galleria d’immagini, scorrono i successi, dal Torero Camomillo (1968) a Le tagliatelle di nonna Pina (2003).
L’interprete del mago Zurlì non c’è più e la tivù di allora, soppiantata da quella dello share ingiuntivo, sembra preistoria. Ma un’altra cosa è altrettanto certa. Si possono osservare i cambiamenti antropologici nei volti dei bambini e nelle mode, ma l’infanzia, in qualsiasi epoca, resta tale, e in grado di bucare il video, essendo priva di maschere. Giampaolo Cavalli, classe 1964, veneto di Arzignano (Vicenza), frate minore francescano, dottorato in teologia a Roma, direttore dell’Antoniano di Bologna dal settembre 2016, ne è convinto. Con Carlo Conti, dal 2017 direttore artistico dello Zecchino d’oro, sta preparando la 66ª edizione della manifestazione, che andrà in onda, su Rai1, l’1, 2 e 3 dicembre, di pomeriggio, come da tradizione.
Da bambino guardava lo Zecchino d’oro in tivù?
«E come no! Ricordo una canzone, tra le tante, Ti prego fammi crescere i denti davanti. Una mia zia maestra aveva il mangiadischi, e questo disco l’ho ascoltato tantissime volte, anche perché stavo perdendo i denti da latte».
Poteva immaginare che, un giorno, sarebbe diventato direttore dell’Antoniano?
«Assolutamente no. Accadde che il direttore precedente, padre Alessandro, si dimise. Il responsabile dei frati della provincia francescana, all’epoca Mario Favretto, mi chiese la disponibilità ed io, in maniera molto incosciente, ho accettato».
Nel 2023, due anniversari. Nel 1953 quattro frati fondarono, a Bologna, il cinema teatro e la mensa dei poveri. Nell’ottobre 1963 nacque il Piccolo coro dell’Antoniano. Come si struttura, oggi, la vostra attività?
«Nel 1953 fu posata la prima pietra e nel ’54 ci fu l’inaugurazione. Il pensiero di allora è anche quello di oggi. Sotto il cinema teatro dell’Antoniano e lo studio c’è la mensa per i poveri, il fondamento di tutte le altre attività, comprese quelle culturali e d’intrattenimento per i bambini, l’accoglienza negli appartamenti per chi ha bisogno. I bambini, con la loro arte, si prendono cura degli adulti in difficoltà. È una cosa che mi pare bellissima. Lo Zecchino d’oro può aiutare migliaia di persone».
Solo a Bologna?
«No, c’è una rete su tutto il territorio italiano. A Bologna c’è il centro maggiore. È una rete di 18 realtà legate a presenze francescane chiamata «Operazione pane», ossia mense per i poveri partendo da Torino, passando da Milano, Verona, fino ad arrivare a Roma, Palermo, Bari… Poi aiutiamo i frati di una parrocchia di Aleppo, che sostengono molte famiglie, i frati ucraini, e altre realtà in giro per il mondo».
Gli autori dei testi delle canzoni sono solo italiani o anche stranieri?
«C’è un bando cui possono partecipare tutti, autori italiani e stranieri, famosi o sconosciuti. Nell’edizione 2023 ci sarà anche una canzone scritta da Elio e le storie tese, e un’altra da Orietta Berti…».
Come avviene l’incontro tra i testi delle canzoni e il bambino che le interpreterà?
«C’è un nome che non a tutti piace, casting, ossia facciamo un giro per l’Italia, centri commerciali o altre reti, per trovare il bambino giusto per una canzone. I bambini che hanno partecipato alle selezioni per l’edizione 2023 dello Zecchino d’oro, la 66ª, sono stati oltre 3.000. Le canzoni saranno 14».
Il Piccolo coro dell’Antoniano, che si vede in tv accanto ai solisti scelti, da quanti bambini è composto e, oltre allo Zecchino, svolge anche altre attività?
«Il Piccolo coro è composto da 54 bambini, in generale sono tra 50 e 60, fanno prove almeno tre volte la settimana, da settembre a giugno, e spesso abitano vicino all’Antoniano o nei dintorni di Bologna. Oltre allo Zecchino si esibiscono in concerti ed eventi. Il 30 settembre 2023, per esempio, sarà al Filarmonico di Verona per un concerto per ricordare don Calabria».
Cantano le canzoni del repertorio dello Zecchino?
«Certo, quelle tradizionali, Quarantaquattro gatti, Il coccodrillo come fa?, Volevo un gatto nero…».
Nel Piccolo coro e tra i bambini solisti allo Zecchino, ci possono essere anche bambini stranieri o di religione diversa dalla cattolica?
«Certo, ad esempio l’anno scorso, tra i solisti, c’era un bambino di padre sardo e madre polacca. E anche nel coro possono esserci bambini mussulmani, buddisti, induisti, ortodossi…».
Quanto incidono i proventi delle canzoni e del circuito dello Zecchino sulle attività dell’Antoniano?
«Ogni centesimo che guadagniamo va a sostenere le attività di carità che facciamo. Se non ci fosse lo Zecchino d’oro non potremmo garantire 500.000 pasti l’anno per i poveri».
I bambini che si esibiscono percepiscono un ritorno economico o diritti d’autore?
«I bambini sono interpreti e non c’è nessun diritto. Non hanno alcun compenso economico, anzi mettono a disposizione la loro arte per sostenere la solidarietà. Gli autori dei testi hanno il corrispettivo del diritto Siae e diritti connessi. Tutti i bambini sono premiati con uno zecchino».
Può capitare che bambini finalisti di vecchie edizioni vengano a farvi visita?
«Sì, tornano spesso a trovarci da grandi. Prima del Covid si faceva anche un incontro con i bambini passati l’anno prima. Walter Brugiolo, che oggi ha poco più di 60 anni (classe 1961, ndr) e che partecipò allo Zecchino con la celebre canzone del cosacco, Popoff (edizione 1967, ndr), viene sempre a trovarci. E poi c’è il coro dei bambini che hanno cantato con Mariele Ventre, circa 40 persone. Si chiama «I vecchioni di Mariele», si trovano ogni settimana e fanno concerti in giro. Sono molto bravi».
A proposito, l’ha conosciuta la celebre direttrice del Piccolo coro, che ci lasciò nel 1995?
«Purtroppo no, perché mancò molto prima che arrivassi. L’ho vista in tivù da bambino. È stata una donna che ha dedicato tutta la sua vita ai bambini e alla musica per i bambini, con tanta, tanta cura».
Ottima oggi la direzione di Sabrina Simoni.
«È una bravissima professionista, sono 28 anni che è direttrice del Piccolo coro, sta facendo un lavoro bellissimo».
E Cino Tortorella, morto nel 2017, a 90 anni, ha avuto occasione di incontrarlo?
«Intanto l’ho visto da bambino, mi piaceva tantissimo, mago Zurlì. E l’ho incontrato a Bologna, dove era venuto per un piccolo evento prima di Natale 2016, qualche settimana prima che morisse. Mi ha raccontato di tutto il suo amore per lo Zecchino che, insieme ai frati, ha costruito. L’idea di quello che chiamava «il Sanremo dei piccoli» è tutta sua».
Cristina D’Avena, che giunse terza allo Zecchino d’oro 1968 a tre anni e mezzo con Il valzer del moscerino, è diventata una nota cantante, attrice e conduttrice tv. L’esibizione di un bimbo può anche essere un’opportunità per quando sarà adulto…
«Un bambino è un bambino. Questa è la nostra stella polare. E quindi anche lo Zecchino d’oro è un bel gioco. Se il bambino farà fortuna siamo contenti. Però, fondamentalmente, è un bellissimo gioco».
Nel 1951 Luchino Visconti diresse un film, Bellissima, nel quale Maddalena Cecconi (Anna Magnani) era disposta a tutto pur di introdurre la piccola figlia nel mondo dello spettacolo. Può succedere?
«Ci sono genitori contenti che i loro bambini siano bambini, e altri che vorrebbero avere dei super-campioni».
Come definirebbe l’infanzia?
«L’età più bella della vita».
Società molto dura quella odierna. Vedere un bambino è come scorgere il futuro.
«Il bambino è il segno di fiducia più grande nel futuro. Avere un bambino è come dire credo che il futuro esiste».






