Ucraini assaltano il padiglione russo. Flotilla all’attacco di quello di Israele

«Liberi e audaci. Sergio Mattarella, il capo dello Stato, ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico e culturale: libertà e audacia. Eccoci». È stato uno dei passaggi chiave dell’intervento di Pietrangelo Buttafuoco al Teatro Piccolo dell’Arsenale durante la conferenza stampa della sessantunesima Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia.
Un passaggio sagace e imprevedibile, improvvisato a braccio. «Se le autorità politiche fossero ridotte a rango di furerie dove le ingerenze arrivano a piegare la solidità delle istituzioni culturali oggi avremmo un altro esito, magari lo avremo domani o dopo domani, ma il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a precisa domanda sulla partecipazione della Russia ha detto: “La Fondazione Biennale di Venezia è autonoma; non sono d’accordo, ma”... E proprio quel “ma”, di cui la ringrazio, ha confermato sgargiante e definitiva la libertà e l’autonomia e quindi la libertà e l’audacia che sono alla radice dello iure, la civiltà del diritto, dottrina di cui Mattarella è maestro».
Lo iure, fondamento di civiltà, del diritto internazionale e della convivenza tra i popoli. Ma anche ieri l’idealismo e l’arguzia di Buttafuoco si sono rapidamente e nuovamente scontrati con le posizioni comprensibilmente radicalizzate di chi da anni patisce le conseguenze di un conflitto ingiusto e atroce. Così, non si è fatta attendere la reazione del ministro ucraino della Cultura, Tetiana Berezhna, che ha letto un accorato documento durante un evento all’Arsenale. «I valori di libertà, dignità umana e democrazia sono gli stessi che l’aggressione russa cerca di distruggere. Uno Stato che muove una guerra di aggressione non può presentarsi come rappresentante della cultura. Riaffermiamo il nostro sostegno alla libertà artistica e di espressione, ma questa libertà non deve essere strumentalizzata per “ripulire” i crimini di Stato o conferire legittimità all’aggressione», ha scandito l’ucraina sottolineando di parlare a nome di partner come Romania, Francia, Lettonia, Lituania e, con un’estensione forse un po’ enfatica, «della comunità internazionale».
Nel pomeriggio, durante l’apertura ufficiale a inviti, si sono registrati momenti di tensione davanti al padiglione russo. Un grande schieramento di polizia ha contenuto l’azione di alcuni manifestanti con bandiere ucraine che hanno gridato: «La Russia è uno Stato terrorista, via dalla Biennale». All’interno del padiglione, invece, è stato subito bloccato un giovane che, durante un’esibizione, aveva lanciato contro il pubblico il contenuto di una bottiglia di latte e un pezzo di parmigiano. «Non siamo interessati alle proteste, ma come in ogni evento pubblico, dev’essere garantita l’incolumità delle persone che vi partecipano. Per questo il padiglione è stato chiuso per qualche momento, ma è stato solo un piccolo incidente che non ha creato problemi», ha spiegato l’ambasciatore russo in Italia Alexey Paramanov. Solidarietà con la protesta dell’Ucraina contro la partecipazione della Russia è arrivata, invece, da Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia.
Più folcloristiche erano state, in mattinata, le contestazioni inscenate dalle Pussy Riot sul cui seno scoperto si leggeva «Biennale of devil», forse in riferimento al credo islamico di Buttafuoco. Al contrario, il volto del presidente definito «el patron» era raffigurato sulla t-shirt di un ragazzo rappresentante lo schermo di un cellulare. «Biennale is calling»: tasto rosso per rifiutare, verde per accettare la chiamata.
Ben oltre il folclore, sono quattromila i giornalisti accreditati a questa sessantunesima Biennale, di cui 2.800 stranieri, 100 i Paesi partecipanti, 110 gli artisti selezionati dal team di Koyo Kouoh, la curatrice deceduta nel maggio scorso, che non ha potuto vedere realizzata In Minor Keys, l’esposizione intitolata alle chiavi interpretative delle minoranze. Dopo il prologo di Ottavia Piccolo che ha recitato uno stralcio di Quello che veramente ami rimane del cittadino veneziano Ezra Pound, nell’incipit del suo intervento, Buttafuoco ha ringraziato tutti, cominciando proprio dal ministero della cultura, «nella persona di Alessandro Giuli» (che gli aveva dato del «fratello sbagliato») e tutte le istituzioni del territorio che sostengono le iniziative della Biennale. Un’istituzione che ha 130 anni di storia di confronto e convivenza, una storia che si ribella alle esclusioni preventive, alle sentenze emesse prima dei processi e al tentativo di capovolgere i criteri della democrazia, decidendo chi deve esserci e chi no. «La civiltà del diritto è cosa diversa dagli statuti etici, dalla legge uguale per tutti quelli che la pensano come noi… Se la Biennale cominciasse a selezionare le appartenenze e i passaporti smetterebbe di essere quello che è sempre stata», ha proseguito Buttafuoco. «Non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni che hanno raccontato sempre così il mondo. La Biennale non è un tribunale, ma un giardino di pace. Alle istituzioni chiediamo dialogo, non carte che girano sottobanco. Qui sono presenti l’Ucraina e la Russia, così come alla Mostra del Cinema ho visto vicine e accostante la bandiera dell’Iran a quella di Israele perché a Venezia noi non imbracciamo le armi: si vis pacem, para pacem».
Tuttavia, parecchio lavoro c’è ancora da fare. Gli attivisti della Global sumud flotilla appena rientrati in Italia, hanno indetto per domani pomeriggio una manifestazione contro la presenza del padiglione di Israele alla quale parteciperanno i centri sociali di Venezia, del Nordest e di altre associazioni studentesche pro Pal.






