La California nutre l’apparato woke: cambio di sesso gratis per gli immigrati

Grave errore sottovalutare la follia e l’idiozia, soprattutto nei contesti sociali, politici e ideologici. La follia e l’idiozia non arrivano a manifestarsi se sono effettivamente tali, si disperdono prima, svaniscono nel loro caos entropico, si chiudono negli angoli dai quali il pensiero reso meccanismo malfunzionante non riesce a uscire.
Una recente inchiesta di Fox News ha svelato che la California del governatore Gavin Newsom ha deciso di finanziare tramite Medi-Cal procedure di cambio di sesso per immigrati irregolari e senza tetto, definendo tale iniziativa un’emergenza che le tasse dei cittadini devono coprire. Mentre emergono sempre nuovi studi sui danni delle transizioni e si contano sempre più sentenze di risarcimento per chi si è pentito delle cure per il «cambio di sesso», mentre i tassi di detransizione tra i giovani sono in continua crescita, mentre viene documentata l’assenza di benefici misurabili dei bloccanti puberali e si affermano le comorbilità psichiatriche non risolte, le strutture californiane per il cambio di sesso addirittura riconfigurano la propria offerta ampliandola alle marginalità sociali estreme sino ad arrivare a coprire il cosiddetto «gender care» senza limiti di status di cittadinanza per 1,7 milioni di persone.
Sono centinaia di migliaia i sedicenti «migranti trans» che arrivano a San Francisco per accedere gratuitamente a interventi di varia natura, non solo chirurgica o ormonale ma anche di semplice supporto psicologico esteso a tempo indeterminato. Tale situazione complessiva ravvisa vari elementi di apparente follia, dal considerare prioritario il cambio di sesso nei confronti della mancanza di un alloggio o di cibo, al fatto di impostare il welfare di uno Stato sul costante premio all’immigrazione irregolare, sino al ritenere irrilevante il deficit mostruoso del bilancio dello Stato destinato ormai al default. Gavin Newsom è dunque un folle o esiste una spiegazione per tutto ciò? E in generale questo tipo di decisioni, anche se non portate all’estremo come in California, sono da considerarsi sintomi di distacco dalla realtà, come nel caso del funzionario della Casa Bianca che rubava le valigie, oppure esiste un modo per spiegare quanto succede? Il sindaco di Marsiglia, Benoît Payan, che dice che criticare la Sharia dovrebbe essere un reato mentre criticare il Vangelo è un atto di emancipazione, è pazzo, sta facendo campagna elettorale per Bardella o esiste un preciso motivo che spinge questi esponenti di vertice della sinistra globalista a imboccare la strada della contraddizione palese?
Per capire questo mistero dobbiamo pensare che l’immigrazionismo non miri ad alcuna «società ideale» basata sul meticciato o sul «superamento delle differenze», ma a fornire materia prima a un parastato gramsciano che vive di welfare, sanità, Ong, fondi condizionali e «lotta all’odio». Un parastato interamente retto su personale politicamente motivato che ha ormai raggiunto dimensioni enormi per ampiezza d’ambito, numero di addetti e costi complessivi; un vero e proprio Stato parallelo che si occupa di funzioni primarie per impieghi di bilancio e che, se sommato al Terzo settore inteso in senso ampio, alla cultura e al sistema scolastico a tutti i suoi livelli, lavora sulla base di sinergie ideologiche.
E se gli apparati dello Stato, ancor prima e ancor più dei vertici politici che in questa visione complessiva appaiono come secondari, sono saldamente controllati, il personale impiegato è in continua espansione e le iniziative di contorno incessantemente finanziate dagli enti locali, rimane una sola variabile assolutamente decisiva, irrinunciabile e sulla quale si fonda tutto: la materia prima, vale a dire ciò che Martin Heidegger a proposito degli effetti della Tecnica sull’uomo chiamava «riduzione a Bestand» cioè riqualificazione degli esseri umani a «magazzino» o «carburante».
Le politiche no border in California non hanno come fine l’integrazione o la soluzione dell’«emergenza gender» tra i senzatetto, ma la fornitura di materia prima a cliniche che altrimenti chiuderebbero per calo di domanda causata dal cambio dell’immaginario collettivo. E questo schema - qui messo alla prova da circostanze estreme - vale per ogni momento di «assurdità» applicata alla politica. L’Unione europea, ad esempio, ha appena presentato l’Anti-Racism strategy 2026-2030 dichiarando l’antirazzismo «priorità assoluta», strutturale e trasversale, superando persino i temi energetici ed estendendo l’approccio di sorveglianza a pensiero ed espressione ad ogni ambito «sensibile».
Appare di oggettiva evidenza che, proprio mentre si ipotizzano i razionamenti di carburante, ribadire la priorità della lotta ai «meme razzisti online» non è indice di follia politica ma anche qui di necessità. L’Ue ha la necessità di ribadire la centralità degli apparati sorti attorno al tema del «contrasto al razzismo» perché prioritario è giustificare il numero di addetti dedicati al tema, l’indotto legale e burocratico e i fondi stanziati per sostenere l’apparato. Si comprenderà così che se è vero che senza benzina le auto non vanno è allo stesso modo vero che senza materia prima anche gli apparati di gestione ideologica della società si bloccano. In fondo si sta parlando degli stessi meccanismi.






