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2018-08-22
Weinstein vuole essere risarcito. Asia lascia le società di famiglia?
Ansa
Da quasi un mese Asia Argento è scomparsa dai social network. L'attrice italiana non twitta più, non insulta più nessuno online e pure le foto su Instagram sono ferme al 23 luglio. In uno dei suoi ultimi cinguettii aveva attaccato il ministro dell'Interno Matteo Salvini («Salvinimerda») che l'aveva invitata a bersi una camomilla. Poi basta.
Secondo quanto risulta alla Verità i motivi del silenzio social sarebbero soprattutto economici e legali, perché l'ex numero uno della Miramax Harvey Weinstein starebbe preparando contro la figlia del celebre regista italiano di film horror una causa milionaria per le accuse di violenza sessuale che gli sono state mosse in questi mesi e che lo hanno portato sotto processo. E come lui potrebbero esserci molti altri che avrebbero in mente di chiedere un risarcimento danni nei confronti dell'ex compagna del cantante Morgan. Di più. Alcune fonti riferiscono alla Verità che Asia Argento si starebbe sfilando da tutte le partecipazioni societarie di famiglia, per evitare che un'eventuale sconfitta possa ritorcersi contro il patrimonio degli Argento.
Non a caso l'ultima uscita dell'attrice è avvenuta tramite un freddo comunicato stampa in risposta all'articolo del New York Times, con cui la protagonista di Scarlett Diva ha provato a smontare il caso Jimmy Bennet. La questione non è di poco conto. E si intreccia con il processo in corso a New York a carico di Weinstein. Perché la vicenda Bennet sarebbe proprio negli atti processuali presentati dall'avvocato Benjamin Brafman a difesa del produttore cinematografico. Nell'ultima udienza del 7 agosto il legale newyorchese aveva letto in aula alcuni sms di una delle 13 donne che lo accusa. L'identità dell'accusatrice è rimasta anonima. I messaggi erano questi. «Mi manchi omone mio», «Spero di vederti appena possibile», «Apprezzo tutto quello che fai per me», «Ti amo sempre, solo mi dispiace essere una semplice distrazione occasionale». Agli sms Weinstein avrebbe risposto sempre in maniera formale e distaccata con un «I miei rispetti». Proprio per questo Brafman ha chiesto la chiusura del processo e l'assoluzione per il suo assistito.
Se davvero la vicenda dovesse risolversi in un nulla di fatto, non ci sarebbe solo la fine del movimento Me too che per quasi un anno ha sconvolto Hollywood, ma ci potrebbe appunto esserci la rivincita di Weinstein che prima delle accuse di molestie vantava un patrimonio di quasi 300 milioni di dollari, con una società, la Weinstein company, che aveva sei mesi fa un valore di 500 milioni di dollari. Secondo un articolo di gennaio del New York Post il produttore dei film di Quentin Tarantino ha in questi mesi dovuto affrontare la causa di divorzio con la moglie Georgina Chapman, a cui dovrà versare 300.000 euro all'anno che diventeranno 400.000 tra dieci anni. In più Weinstein ha dovuto cedere alla consorte una cosa da 12 milioni di dollari negli Hamptons e una da 15 nel West Village a New York.
Secondo Celebritynetworth.com, sito di gossip finanziario, alla fine di tutto dovrà sborsare solo per spese legali e investigatori privati una ci intorno ai 100 milioni di dollari. Non solo. Vanno poi aggiunti i 10 milioni di dollari pagati per la cauzione per uscire dal carcere il 27 maggio scorso. Insomma, si tratta di un danno ingente che Weinstein, nel caso venisse scagionato, potrebbe richiedere a tutti coloro che in questi mesi lo hanno attaccato distruggendo la sua carriera.
E va ricordato che negli Stati Uniti le cause di risarcimento danni non sono una passeggiata. Per di più parallela al processo potrebbe iniziare un'indagine sulla presunta violenza sessuale che Asia Argento avrebbe commesso nei confronti di Bennet. Nel frattempo intorno alla vicenda continuano a montare polemiche sull'agenzia di investigazioni private che Weinstein avrebbe assoldato in passato come anche nei mesi scorsi per difendersi. La storia è nota. Già nell'autunno scorso, in pieno scandalo Me too, diversi quotidiani statunitensi avevano parlato di Kroll come della Black cube, un'agenzia fondata nel 2010 da ex agenti del Mossad, il servizio segreto israeliano. Sono i corpi speciali, spie e veterani di Israele che hanno deciso di mettersi in proprio. Weinstein se ne sarebbe servito anche per smontare le accuse a suo carico.
Era stato proprio Dario Argento a parlare a novembre dei presunti nemici della figlia. «Asia non esce più di casa per paura di agenti israeliani perché questa è gente che spara, è gente che minaccia, sono persone pericolosissime. Asia teme per la propria vita e teme per quella dei suoi figli, teme i ricatti». E poi aveva aggiunto. «Sono degli agenti segreti, sono del Mossad che poi è uno dei più crudeli servizi segreti del mondo. Ha paura e ha ragione anche ad averla». Ieri Dario Argento non si è esposto più di tanto. E ha spiegato di non essere riuscito a mettersi in contatto con la figlia.
Nel frattempo a Hollywood iniziano le prime prese di distanza. «Ho conosciuto Asia Argento dieci mesi fa», ha detto l'amica attrice Rose McGowan. «La nostra comunanza è il dolore condiviso di essere state violentate da Harvey Weinstein, il mio cuore è spezzato, continuerò il mio lavoro a favore delle vittime di tutto il mondo». Il vento sta cambiando. E con uno squalo come Weinstein potrebbe riprendersi quello che gli è stato tolto in questi mesi. Forse la stessa Asia Argento se ne è accorta. Perché i problemi potrebbero diventare presto molto più pesanti che una mancata partecipazione a X Factor.
Alessandro Da Rold
Ora la Argento nega le molestie su Jimmy e incolpa Bourdain. Che non può smentire
Asia Argento, rotto il silenzio seguito alle accuse di Jimmy Bennett, ha negato la violenza sessuale: per lei, il risarcimento sarebbe solo un gesto compassionevole. «Nego e respingo il contenuto dell'articolo pubblicato dal New York Times», ha scritto l'attrice in una nota diffusa ieri, a 24 ore dalle rivelazioni sulla presunta aggressione ai danni dell'allora diciassettenne Bennett. «Sono profondamente scioccata e colpita leggendo notizie che sono assolutamente false. Non ho mai avuto alcuna relazione sessuale», si legge nel comunicato, nel quale l'attrice, dalla quale pur il movimento Me too ha preso le distanze, ha dato la sua versione dei fatti.
«Quello che mi ha legata a Bennett per alcuni anni», ha detto, «è stato solo un sentimento di amicizia terminata quando, dopo la mia esposizione nella nota vicenda Weinstein, Bennett (che versava in gravi difficoltà economiche e che aveva precedentemente assunto iniziative giudiziarie anche nei confronti dei suoi stessi genitori, rivolgendo loro richieste milionarie) inopinatamente mi rivolse una esorbitante richiesta economica».
«Sapeva», ha continuato, «che il mio compagno, Anthony Bourdain (chef morto suicida lo scorso giugno, ndr), era percepito quale uomo di grande ricchezza e che aveva la propria reputazione da proteggere in quanto personaggio molto amato dal pubblico». Lo chef, secondo l'attrice, pur di non vedere insozzato il nome suo e della fidanzata sarebbe capitolato, risolvendo la questione con un accordo privato e ridimensionando le richieste dell'attore. «Anthony temeva la possibile pubblicità negativa che tale persona, che considerava pericolosa, potesse portarci». Perciò, insieme alla Argento, avrebbe deciso di affrontare la questione privatamente.
«Decidemmo di gestire la richiesta di aiuto di Bennett in maniera compassionevole e di venirgli incontro. Anthony si impegnò personalmente ad aiutare Bennett economicamente. A condizione di non subire più intrusioni nella nostra vita». La Argento, che a inizio giugno, pochi giorni prima della morte dello chef (che avrebbe lasciato tutti i suoi beni alla figlia), è stata fotografata mentre baciava il giornalista francese Hugo Clément, ha terminato la propria apologia dicendo: «Questo è l'ennesimo sviluppo di una vicenda per me triste che mi perseguita da tempo e che a questo punto non posso che contrastare assumendo nel prossimo futuro tutte le iniziative a mia tutela».
A Los Angeles, la polizia ha specificato che nessun'indagine è stata aperta. Jimmy Bennett dovrà essere sentito, ma il colloquio tra l'attore, oggi ventiduenne, e le autorità ancora non è stato disposto. A parlare, nel frattempo, è stato Harvey Weinstein che, per bocca del suo avvocato, Benjamin Brafman, ha denunciato «l'ipocrisia» dell'attrice. «Quel che stupisce è che, mentre la signora Argento stava lavorando segretamente per accordarsi in un caso di abusi su minore, in pubblico faceva di sé stessa una delle voci più violente dell'accusa contro Weinstein. E questo nonostante la loro relazione, durata quattro anni, coinvolgesse due adulti consenzienti», ha dichiarato l'avvocato, aggiungendo che «la cristallina doppiezza della sua condotta dovrebbe almeno servire a dimostrare con quanta superficialità siano state verificate le accuse contro Weinstein e dovrebbe, ora, lasciare spazio a un giusto ed equo processo, non a una condanna preventiva fondata sulla disonestà».
I proclami di Brafman, ieri, sono presto rimbalzati in rete, dove una parte degli utenti ha deciso di contrastarli con l'hashtag #standbyAsia (io sto con Asia). L'iniziativa, però, non ha potuto nulla contro le invettive social di quanti vorrebbero che alla Argento fosse riservato lo stesso trattamento usato a Kevin Spacey e compagni. Sky, in soldoni, dovrebbe licenziarla. E questo nonostante la rete, che ha scelto la Argento come quarto giudice di X Factor, si sia riservata il diritto di posticipare ogni decisione al momento in cui le autorità faranno chiarezza sulla vicenda. Chiarendo, magari, se il selfie di Asia Argento e Jimmy Bennett seminudi sul letto del Ritz Carlton di Marina del Rey esiste davvero.
La foto, secondo il New York Times, sarebbe stata inserita tra i documenti che gli avvocati di Bennett avrebbero presentato contro l'attrice. Ma di certezze, per il momento, ce ne sono poche. Persino Dario Argento, padre di Asia, ha rimandato ogni commento, limitandosi a dire che le accuse lo hanno turbato. «Non sto vivendo questa vicenda in modo felice. Sono molto turbato, ho provato a sentire mia figlia ma non ci sono riuscito, è in un posto dove non prende il telefono. Le accuse bisogna vedere se sono vere. Secondo me non lo sono», ha dichiarato il regista ai microfoni di Radio Capital, ammettendo che non saprebbe spiegare perché la figlia avrebbe accettato di dare a Bennett 380.000 dollari.
Claudia Casiraghi
In Francia il giudice «sospetto» viene fatto letteralmente sparire
«Come licenziare Asia Argento senza danneggiare X Factor». Il secondo capitolo della vicenda che vede coinvolta l'attrice potrebbe avere un titolo del genere. Perché non c'è utente, giornalista o improvvisato amatore che non abbia cercato di cavare Sky dall'impiccio Argento. La tv satellitare ha stretto con la figlia d'arte un contratto, chiamandola ad affiancare Fedez, Manuel Agnelli e Mara Maionchi nel ruolo di giudice. Ma, a due settimane dal debutto del programma, Sky potrebbe vedersi costretta a scombinare le carte. La pay tv, in un comunicato diffuso lunedì sera, ha dichiarato che, qualora quanto scritto dal New York Times dovesse rivelarsi vero, «la vicenda sarebbe del tutto incompatibile con i principi etici e i valori del gruppo e, dunque, in pieno accordo con Fremantlemedia non potremmo che prenderne atto e interrompere la collaborazione con Asia Argento». Come, è oggetto di grande dibattito.
Le audizioni di X Factor sono state registrate mesi addietro e qualcuno chiede che vengano rifatte ex novo senza di lei, com'è stato fatto per Tutti i soldi del mondo, film rigirato perché Kevin Spacey potesse essere rimpiazzato da Christopher Plummer. Cestinare i casting, però, sostituendoli con episodi nuovi di pacca e un quarto, inedito, giudice, costerebbe bei soldi e comporterebbe lo slittamento dello show, al via il 6 settembre prossimo. Nel caso, dunque, in cui le accuse di aggressione sessuale e molestie trovassero conferma, sostituire la Argento non sarebbe possibile. «Cancellarla», invece, potrebbe essere più semplice.
La storia più recente della televisione francese insegna che non c'è magagna alla quale la tecnologia non possa porre rimedio. E Gilbert Rozon ne è l'esempio lampante. Il presentatore, canadese di nascita, è stato per undici anni tra i giudici de La France a un incroyable talent. Il programma, nato nel 2006 come adattamento del format Got Talent, è prosperato sotto la guida di Rozon che, nel 2017, è stato però congedato con disonore.
Rozon è finito invischiato nella rete del Me too. Nove donne lo hanno denunciato per aggressione sessuale, sostenendo dalle colonne del quotidiano canadese Le Devoir che le molestie erano avvenute dal 1994 in avanti. Immediata, allora, è stata la risposta della rete M6, responsabile dello show.
Il network ha cancellato le audizioni di La France a un incroyable talent e ha rilanciato il programma qualche giorno più tardi, dopo averlo opportunamente rivisto. Il 16 novembre del 2017, a 21 giorni dall'originale data di debutto, lo show ha fatto capolino nei palinsesti di M6, presentando una sola, essenziale differenza: la faccia, la voce e ogni interazione di Rozon erano state cancellate, eliminate dalla mano onnipotente del progresso tecnologico. I casting, soli, erano andati perduti, ma le semifinali e le finali dello show erano salve.
«Abbiamo dovuto fronteggiare un grosso problema, un problema che ha avuto grandi ripercussioni su tutti noi», ha spiegato, una volta tornati in onda, il presentatore David Ginola, «ma, come in tutte le famiglie, c'è da essere forti e affrontare a testa alta le difficoltà», ha detto, inaugurando una stagione forse più breve, ma non meno efficace delle edizioni precedenti.
Nonostante le audizioni non siano state mandate in onda, lo show ha avuto un buon seguito e l'assenza di Rozon, sostituito l'anno successivo, è stata colmata, nelle fasi finali del format, da alcune guest star.
Claudia Casiraghi
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Il produttore starebbe pensando di farle causa per danni. Per questo, secondo indiscrezioni, l'attrice starebbe uscendo da tutte le partecipazioni. Il padre Dario Argento: «Le accuse? Non sono riuscito a sentirla».Ora Asia Argento nega le molestie su Jimmy Bennett e incolpa Anthony Bourdain. Che non può smentire.In Francia il giudice «sospetto» viene fatto letteralmente sparire. Il presentatore di «X Factor», Gilbert Rozon, è stato non solo licenziato ma anche cancellato dalle puntate già registrate di un talent dopo che 9 donne avevano parlato di abusi sui giornali. Lo speciale contiene tre articoli.Da quasi un mese Asia Argento è scomparsa dai social network. L'attrice italiana non twitta più, non insulta più nessuno online e pure le foto su Instagram sono ferme al 23 luglio. In uno dei suoi ultimi cinguettii aveva attaccato il ministro dell'Interno Matteo Salvini («Salvinimerda») che l'aveva invitata a bersi una camomilla. Poi basta. Secondo quanto risulta alla Verità i motivi del silenzio social sarebbero soprattutto economici e legali, perché l'ex numero uno della Miramax Harvey Weinstein starebbe preparando contro la figlia del celebre regista italiano di film horror una causa milionaria per le accuse di violenza sessuale che gli sono state mosse in questi mesi e che lo hanno portato sotto processo. E come lui potrebbero esserci molti altri che avrebbero in mente di chiedere un risarcimento danni nei confronti dell'ex compagna del cantante Morgan. Di più. Alcune fonti riferiscono alla Verità che Asia Argento si starebbe sfilando da tutte le partecipazioni societarie di famiglia, per evitare che un'eventuale sconfitta possa ritorcersi contro il patrimonio degli Argento. Non a caso l'ultima uscita dell'attrice è avvenuta tramite un freddo comunicato stampa in risposta all'articolo del New York Times, con cui la protagonista di Scarlett Diva ha provato a smontare il caso Jimmy Bennet. La questione non è di poco conto. E si intreccia con il processo in corso a New York a carico di Weinstein. Perché la vicenda Bennet sarebbe proprio negli atti processuali presentati dall'avvocato Benjamin Brafman a difesa del produttore cinematografico. Nell'ultima udienza del 7 agosto il legale newyorchese aveva letto in aula alcuni sms di una delle 13 donne che lo accusa. L'identità dell'accusatrice è rimasta anonima. I messaggi erano questi. «Mi manchi omone mio», «Spero di vederti appena possibile», «Apprezzo tutto quello che fai per me», «Ti amo sempre, solo mi dispiace essere una semplice distrazione occasionale». Agli sms Weinstein avrebbe risposto sempre in maniera formale e distaccata con un «I miei rispetti». Proprio per questo Brafman ha chiesto la chiusura del processo e l'assoluzione per il suo assistito. Se davvero la vicenda dovesse risolversi in un nulla di fatto, non ci sarebbe solo la fine del movimento Me too che per quasi un anno ha sconvolto Hollywood, ma ci potrebbe appunto esserci la rivincita di Weinstein che prima delle accuse di molestie vantava un patrimonio di quasi 300 milioni di dollari, con una società, la Weinstein company, che aveva sei mesi fa un valore di 500 milioni di dollari. Secondo un articolo di gennaio del New York Post il produttore dei film di Quentin Tarantino ha in questi mesi dovuto affrontare la causa di divorzio con la moglie Georgina Chapman, a cui dovrà versare 300.000 euro all'anno che diventeranno 400.000 tra dieci anni. In più Weinstein ha dovuto cedere alla consorte una cosa da 12 milioni di dollari negli Hamptons e una da 15 nel West Village a New York. Secondo Celebritynetworth.com, sito di gossip finanziario, alla fine di tutto dovrà sborsare solo per spese legali e investigatori privati una ci intorno ai 100 milioni di dollari. Non solo. Vanno poi aggiunti i 10 milioni di dollari pagati per la cauzione per uscire dal carcere il 27 maggio scorso. Insomma, si tratta di un danno ingente che Weinstein, nel caso venisse scagionato, potrebbe richiedere a tutti coloro che in questi mesi lo hanno attaccato distruggendo la sua carriera. E va ricordato che negli Stati Uniti le cause di risarcimento danni non sono una passeggiata. Per di più parallela al processo potrebbe iniziare un'indagine sulla presunta violenza sessuale che Asia Argento avrebbe commesso nei confronti di Bennet. Nel frattempo intorno alla vicenda continuano a montare polemiche sull'agenzia di investigazioni private che Weinstein avrebbe assoldato in passato come anche nei mesi scorsi per difendersi. La storia è nota. Già nell'autunno scorso, in pieno scandalo Me too, diversi quotidiani statunitensi avevano parlato di Kroll come della Black cube, un'agenzia fondata nel 2010 da ex agenti del Mossad, il servizio segreto israeliano. Sono i corpi speciali, spie e veterani di Israele che hanno deciso di mettersi in proprio. Weinstein se ne sarebbe servito anche per smontare le accuse a suo carico. Era stato proprio Dario Argento a parlare a novembre dei presunti nemici della figlia. «Asia non esce più di casa per paura di agenti israeliani perché questa è gente che spara, è gente che minaccia, sono persone pericolosissime. Asia teme per la propria vita e teme per quella dei suoi figli, teme i ricatti». E poi aveva aggiunto. «Sono degli agenti segreti, sono del Mossad che poi è uno dei più crudeli servizi segreti del mondo. Ha paura e ha ragione anche ad averla». Ieri Dario Argento non si è esposto più di tanto. E ha spiegato di non essere riuscito a mettersi in contatto con la figlia. Nel frattempo a Hollywood iniziano le prime prese di distanza. «Ho conosciuto Asia Argento dieci mesi fa», ha detto l'amica attrice Rose McGowan. «La nostra comunanza è il dolore condiviso di essere state violentate da Harvey Weinstein, il mio cuore è spezzato, continuerò il mio lavoro a favore delle vittime di tutto il mondo». Il vento sta cambiando. E con uno squalo come Weinstein potrebbe riprendersi quello che gli è stato tolto in questi mesi. Forse la stessa Asia Argento se ne è accorta. Perché i problemi potrebbero diventare presto molto più pesanti che una mancata partecipazione a X Factor. Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/weinstein-vuole-essere-risarcito-asia-lascia-le-societa-di-famiglia-2597874051.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ora-la-argento-nega-le-molestie-su-jimmy-e-incolpa-bourdain-che-non-puo-smentire" data-post-id="2597874051" data-published-at="1781589408" data-use-pagination="False"> Ora la Argento nega le molestie su Jimmy e incolpa Bourdain. Che non può smentire Asia Argento, rotto il silenzio seguito alle accuse di Jimmy Bennett, ha negato la violenza sessuale: per lei, il risarcimento sarebbe solo un gesto compassionevole. «Nego e respingo il contenuto dell'articolo pubblicato dal New York Times», ha scritto l'attrice in una nota diffusa ieri, a 24 ore dalle rivelazioni sulla presunta aggressione ai danni dell'allora diciassettenne Bennett. «Sono profondamente scioccata e colpita leggendo notizie che sono assolutamente false. Non ho mai avuto alcuna relazione sessuale», si legge nel comunicato, nel quale l'attrice, dalla quale pur il movimento Me too ha preso le distanze, ha dato la sua versione dei fatti. «Quello che mi ha legata a Bennett per alcuni anni», ha detto, «è stato solo un sentimento di amicizia terminata quando, dopo la mia esposizione nella nota vicenda Weinstein, Bennett (che versava in gravi difficoltà economiche e che aveva precedentemente assunto iniziative giudiziarie anche nei confronti dei suoi stessi genitori, rivolgendo loro richieste milionarie) inopinatamente mi rivolse una esorbitante richiesta economica». «Sapeva», ha continuato, «che il mio compagno, Anthony Bourdain (chef morto suicida lo scorso giugno, ndr), era percepito quale uomo di grande ricchezza e che aveva la propria reputazione da proteggere in quanto personaggio molto amato dal pubblico». Lo chef, secondo l'attrice, pur di non vedere insozzato il nome suo e della fidanzata sarebbe capitolato, risolvendo la questione con un accordo privato e ridimensionando le richieste dell'attore. «Anthony temeva la possibile pubblicità negativa che tale persona, che considerava pericolosa, potesse portarci». Perciò, insieme alla Argento, avrebbe deciso di affrontare la questione privatamente. «Decidemmo di gestire la richiesta di aiuto di Bennett in maniera compassionevole e di venirgli incontro. Anthony si impegnò personalmente ad aiutare Bennett economicamente. A condizione di non subire più intrusioni nella nostra vita». La Argento, che a inizio giugno, pochi giorni prima della morte dello chef (che avrebbe lasciato tutti i suoi beni alla figlia), è stata fotografata mentre baciava il giornalista francese Hugo Clément, ha terminato la propria apologia dicendo: «Questo è l'ennesimo sviluppo di una vicenda per me triste che mi perseguita da tempo e che a questo punto non posso che contrastare assumendo nel prossimo futuro tutte le iniziative a mia tutela». A Los Angeles, la polizia ha specificato che nessun'indagine è stata aperta. Jimmy Bennett dovrà essere sentito, ma il colloquio tra l'attore, oggi ventiduenne, e le autorità ancora non è stato disposto. A parlare, nel frattempo, è stato Harvey Weinstein che, per bocca del suo avvocato, Benjamin Brafman, ha denunciato «l'ipocrisia» dell'attrice. «Quel che stupisce è che, mentre la signora Argento stava lavorando segretamente per accordarsi in un caso di abusi su minore, in pubblico faceva di sé stessa una delle voci più violente dell'accusa contro Weinstein. E questo nonostante la loro relazione, durata quattro anni, coinvolgesse due adulti consenzienti», ha dichiarato l'avvocato, aggiungendo che «la cristallina doppiezza della sua condotta dovrebbe almeno servire a dimostrare con quanta superficialità siano state verificate le accuse contro Weinstein e dovrebbe, ora, lasciare spazio a un giusto ed equo processo, non a una condanna preventiva fondata sulla disonestà». I proclami di Brafman, ieri, sono presto rimbalzati in rete, dove una parte degli utenti ha deciso di contrastarli con l'hashtag #standbyAsia (io sto con Asia). L'iniziativa, però, non ha potuto nulla contro le invettive social di quanti vorrebbero che alla Argento fosse riservato lo stesso trattamento usato a Kevin Spacey e compagni. Sky, in soldoni, dovrebbe licenziarla. E questo nonostante la rete, che ha scelto la Argento come quarto giudice di X Factor, si sia riservata il diritto di posticipare ogni decisione al momento in cui le autorità faranno chiarezza sulla vicenda. Chiarendo, magari, se il selfie di Asia Argento e Jimmy Bennett seminudi sul letto del Ritz Carlton di Marina del Rey esiste davvero. La foto, secondo il New York Times, sarebbe stata inserita tra i documenti che gli avvocati di Bennett avrebbero presentato contro l'attrice. Ma di certezze, per il momento, ce ne sono poche. Persino Dario Argento, padre di Asia, ha rimandato ogni commento, limitandosi a dire che le accuse lo hanno turbato. «Non sto vivendo questa vicenda in modo felice. Sono molto turbato, ho provato a sentire mia figlia ma non ci sono riuscito, è in un posto dove non prende il telefono. Le accuse bisogna vedere se sono vere. Secondo me non lo sono», ha dichiarato il regista ai microfoni di Radio Capital, ammettendo che non saprebbe spiegare perché la figlia avrebbe accettato di dare a Bennett 380.000 dollari. Claudia Casiraghi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/weinstein-vuole-essere-risarcito-asia-lascia-le-societa-di-famiglia-2597874051.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-francia-il-giudice-sospetto-viene-fatto-letteralmente-sparire" data-post-id="2597874051" data-published-at="1781589408" data-use-pagination="False"> In Francia il giudice «sospetto» viene fatto letteralmente sparire «Come licenziare Asia Argento senza danneggiare X Factor». Il secondo capitolo della vicenda che vede coinvolta l'attrice potrebbe avere un titolo del genere. Perché non c'è utente, giornalista o improvvisato amatore che non abbia cercato di cavare Sky dall'impiccio Argento. La tv satellitare ha stretto con la figlia d'arte un contratto, chiamandola ad affiancare Fedez, Manuel Agnelli e Mara Maionchi nel ruolo di giudice. Ma, a due settimane dal debutto del programma, Sky potrebbe vedersi costretta a scombinare le carte. La pay tv, in un comunicato diffuso lunedì sera, ha dichiarato che, qualora quanto scritto dal New York Times dovesse rivelarsi vero, «la vicenda sarebbe del tutto incompatibile con i principi etici e i valori del gruppo e, dunque, in pieno accordo con Fremantlemedia non potremmo che prenderne atto e interrompere la collaborazione con Asia Argento». Come, è oggetto di grande dibattito. Le audizioni di X Factor sono state registrate mesi addietro e qualcuno chiede che vengano rifatte ex novo senza di lei, com'è stato fatto per Tutti i soldi del mondo, film rigirato perché Kevin Spacey potesse essere rimpiazzato da Christopher Plummer. Cestinare i casting, però, sostituendoli con episodi nuovi di pacca e un quarto, inedito, giudice, costerebbe bei soldi e comporterebbe lo slittamento dello show, al via il 6 settembre prossimo. Nel caso, dunque, in cui le accuse di aggressione sessuale e molestie trovassero conferma, sostituire la Argento non sarebbe possibile. «Cancellarla», invece, potrebbe essere più semplice. La storia più recente della televisione francese insegna che non c'è magagna alla quale la tecnologia non possa porre rimedio. E Gilbert Rozon ne è l'esempio lampante. Il presentatore, canadese di nascita, è stato per undici anni tra i giudici de La France a un incroyable talent. Il programma, nato nel 2006 come adattamento del format Got Talent, è prosperato sotto la guida di Rozon che, nel 2017, è stato però congedato con disonore. Rozon è finito invischiato nella rete del Me too. Nove donne lo hanno denunciato per aggressione sessuale, sostenendo dalle colonne del quotidiano canadese Le Devoir che le molestie erano avvenute dal 1994 in avanti. Immediata, allora, è stata la risposta della rete M6, responsabile dello show. Il network ha cancellato le audizioni di La France a un incroyable talent e ha rilanciato il programma qualche giorno più tardi, dopo averlo opportunamente rivisto. Il 16 novembre del 2017, a 21 giorni dall'originale data di debutto, lo show ha fatto capolino nei palinsesti di M6, presentando una sola, essenziale differenza: la faccia, la voce e ogni interazione di Rozon erano state cancellate, eliminate dalla mano onnipotente del progresso tecnologico. I casting, soli, erano andati perduti, ma le semifinali e le finali dello show erano salve. «Abbiamo dovuto fronteggiare un grosso problema, un problema che ha avuto grandi ripercussioni su tutti noi», ha spiegato, una volta tornati in onda, il presentatore David Ginola, «ma, come in tutte le famiglie, c'è da essere forti e affrontare a testa alta le difficoltà», ha detto, inaugurando una stagione forse più breve, ma non meno efficace delle edizioni precedenti. Nonostante le audizioni non siano state mandate in onda, lo show ha avuto un buon seguito e l'assenza di Rozon, sostituito l'anno successivo, è stata colmata, nelle fasi finali del format, da alcune guest star. Claudia Casiraghi
Il portiere di Capo Verde, Vozinha, sventola la bandiera nazionale dopo lo 0-0 contro la Spagna (Ansa)
D’accordo, non sarà il Mondiale più bello di sempre e nemmeno quello più semplice da raccontare. Le polemiche sul format allargato, le partite sbilanciate sulla carta e un’organizzazione che continua a far discutere fanno da cornice a una competizione che molti osservano con diffidenza. Eppure, quando il pallone inizia a rotolare, il torneo trova sempre il modo di produrre storie che sfuggono a qualsiasi schema.
Ieri, in una giornata in cui ogni pronostico è saltato e nazionali più quotate han dovuto fare i conti con l'organizzazione e la vivacità di vere e proprie cenerentole, è successo ancora. La Spagna campione d’Europa si è fermata sullo 0-0 contro Capo Verde, alla prima partita della sua storia ai Mondiali. E a prendersi la scena è stato Vozinha. Il portiere della nazionale capoverdiana ha chiuso la serata più importante della sua carriera con sette parate, il premio di migliore in campo e le lacrime agli occhi. Josimar José Évora Dias, questo il suo nome completo, è diventato il simbolo dell'impresa di Capo Verde contro la Spagna. Anche il suo nome racchiude un piccolo pezzo di storia del calcio: il padre avrebbe voluto chiamarlo Valdano, in omaggio all'argentino Jorge Valdano, ma le autorità di Capo Verde non approvarono la scelta. Alla fine divenne Josimar, come il difensore brasiliano che si mise in luce ai Mondiali del 1986, l'anno della sua nascita.
A quarant'anni, al debutto assoluto del suo Paese in un Mondiale, è riuscito a mantenere la porta inviolata contro i campioni d'Europa in carica, diventando il portiere più anziano di sempre a riuscirci all'esordio nella competizione. Al fischio finale, mentre sventolava la bandiera di Capo Verde, il quarantenne non è riuscito a trattenere la commozione. «Ho pianto perché pensavo ai miei nonni: mi hanno cresciuto ma sono mancati qualche anno fa», ha spiegato. Nemmeno sua madre era sugli spalti di Atlanta: problemi legati al visto le hanno impedito di raggiungere gli Stati Uniti. «Nemmeno da bambino ho mai sognato un momento del genere. Ora posso dire che ne è valsa la pena», ha aggiunto l'eroe degli Squali Blu. Se il campo lo ha consacrato a sorpresa tra i protagonisti del torneo, i social hanno fatto il resto. Prima del fischio d'inizio Vozinha aveva circa 50.000 follower su Instagram; poche ore dopo il pareggio contro la Spagna aveva già superato quota 2,5 milioni. Una crescita vertiginosa che racconta meglio di tante parole l'impatto avuto dalla sua prestazione.
Ma quella di Capo Verde è una storia collettiva. In difesa, ad esempio, si è distinto Roberto Pico Lopes, autore di un salvataggio decisivo nel finale su Oyarzabal. Nato a Dublino da madre irlandese e padre capoverdiano, il centrale dello Shamrock Rovers deve la propria avventura internazionale a LinkedIn. Nel 2019 ricevette un messaggio in portoghese dall'allora commissario tecnico Rui Águas. Lo ignorò per mesi, convinto che si trattasse di spam. Solo dopo un secondo tentativo decise di tradurlo con Google Translate, scoprendo che Capo Verde stava cercando giocatori con origini nel Paese. Accettò senza esitazione. Sei anni dopo si è ritrovato a fermare l'attacco della Spagna in una partita destinata a entrare nella storia del calcio capoverdiano.
Perché se il risultato più clamoroso della giornata è arrivato da Atlanta, le sorprese non sono finite lì. A Seattle, il Belgio ha evitato la sconfitta soltanto grazie all'ingresso di Romelu Lukaku. I Diavoli Rossi allenati da Rudi Garcia erano andati sotto nel primo tempo per effetto della rete di Ashour, servito dall'intramontabile Mohamed Salah nel giorno del suo trentaquattresimo compleanno. Poi il palo colpito da De Bruyne su punizione e, al 66', la svolta: Lukaku entra in campo e dieci secondi dopo propizia l'autogol di Hany che vale l'1-1 finale. Ha dovuto rincorrere anche l'Uruguay di Marcelo Bielsa, fermato sull'1-1 dall'Arabia Saudita a Miami. Dopo il vantaggio saudita firmato da Al Amri, la Celeste ha sbattuto a più riprese contro Mohammed Al Owais, già protagonista nella storica vittoria contro l'Argentina ai Mondiali del Qatar. Il portiere saudita ha tenuto in piedi i suoi con una serie di interventi decisivi, arrendendosi soltanto nel finale alla rete del pareggio di Araujo. La nazionale sudamericana, dopo anni in cui si è goduta centravanti come Diego Forlan, Luis Suarez ed Edinson Cavani, paga come non mai l'assenza di un vero bomber. Darwin Nunez, dopo quella stagione brillante al Benfica e il passaggio milionario al Liverpool si è letteralmente perso e il passaggio nel campionato saudita non lo ha di certo aiutato.
Tra la serata e la notte italiana toccherà esordire ad alcune delle favorite per il titolo. Alle 21 sarà il momento della Francia di Kylian Mbappé contro il Senegal. A mezzanotte debutterà la Norvegia di Erling Haaland contro l'Iraq. Infine, alle 3 del mattino, entreranno in scena i campioni del mondo in carica dell'Argentina, guidati ancora una volta da Lionel Messi, attesi dalla sfida contro l'Algeria. Dopo quanto visto nelle ultime ventiquattr'ore, però, una certezza sembra essere venuta meno: ai Mondiali, almeno per una sera, nessuno è davvero imbattibile.
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Il sindaco di Genova Silvia Salis (Getty Images)
Sta diventando la Mara Maionchi della Lanterna. Più che una sindaca, una grande organizzatrice di eventi. Stiamo parlando della prima cittadina di Genova, Silvia Salis, maritata con Fausto Brizzi, noto regista cinematografico. L’ultima kermesse battezzata dall’ex campionessa di lancio del martello è stata la tappa del Summer festival di Radio dimensione suono, con cantanti del calibro di Annalisa, Sayf, Irama, Dito nella piaga e i Pinguini tattici nucleari. L’ennesima grande festa offerta ai genovesi da quando c’è lei, la sindaca che piace alla gente che piace. Con posti garantiti sotto il palco per tutta la maggioranza. Amici e parenti compresi.
Ieri nella chat dell’opposizione comunale ha iniziato a girare questo messaggio, verosimilmente inviato dai piani alti di Palazzo Tursi: «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza, permettono di stare in una zona riservata davanti al palco (ingresso Pit). La sindaca farà un saluto sul palco alle 21. I biglietti arriveranno in Comune venerdì mattina e vanno tassativamente ritirati durante la giornata al sesto piano di Tursi (a qualsiasi ora)». L’ex assessore alla Sicurezza della giunta di centrodestra Sergio Gambino ha pubblicato lo screenshot su Facebook e ha commentato: «Se fai parte della maggioranza Salis hai posti riservati. Concerto Rds a Genova ieri sera “accessibile a tutte e tutti” ha detto la Sindaca Salis. Però i posti riservati sotto il palco sono per i consiglieri di maggioranza e loro amici. A Genova l’inclusione vale per tutti o solo per gli amici della maggioranza».
La Salis da tempo usa la musica come strumento per raggiungere i giovani e mostrarsi fresca e al passo con i tempi. E quando sul palco salgono gli artisti, lei è sempre al loro fianco, pronta a prendersi l’applauso. Sotto la sua amministrazione l’Arena del mare ha ospitato due dei protagonisti di Sanremo 2025, Lucio Corsi e Brunori Sas. A Capodanno ha regalato alla città il concerto gratuito dei Pinguini tattici nucleari, che ha riempito Piazza della Vittoria. Quindi, l’11 aprile, c’è stato l’exploit della dj Charlotte De Witte, che ha fatto ballare più di 10.000 persone davanti a Palazzo Ducale. Il 18 e il 20 giugno, con il patrocinio del Comune, che ha concesso lo stadio Luigi Ferraris, il capoluogo ligure ospiterà il doppio concerto di Olly, genovese e sampdoriano come la prima cittadina (titolo dell’evento «Tutti a casa»).
Ma nonostante il successo di tali eventi, non sono mancate le beghe mediatiche e, anche, giudiziarie. Infatti la gara indetta per l’organizzazione del concerto di Capodanno e per altri eventi da realizzare nel successivo triennio è finita sub iudice dopo il ricorso della Duemila grandi eventi, esclusa a discapito della Rst events. La prima è stata tagliata fuori «in esito alla verifica di congruità dell’offerta» e a determinare la decisione è stata «in particolare la mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti che costituiscono l’elemento principale della prestazione».
La Commissione, dopo avere eliminato la Duemila grandi eventi, «ha disposto la proposta di aggiudicazione a favore» della Rst. L’azienda bocciata ha fatto ricorso e, allora, la Commissione «ha ammesso la presentazione in “tempi adeguati” di eventuali contratti di ingaggio con gli artisti “al fine di valutare in autotutela la riammissione alla gara”». La ricorrente «non ha esibito tali contratti affermando che, in seguito all’esclusione dalla selezione, nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione», mentre la Rst, «dopo la citata proposta di aggiudicazione del 30 ottobre 2025, ha sottoscritto i contratti con gli artisti», i Pinguini tattici nucleari. A questo punto la Duemila grandi eventi si è rivolta al Tribunale amministrativo regionale che ha ritenuto «fondate le censure» della ricorrente. Infatti, per i magistrati, il «presupposto dell’esclusione della “mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti, che costituiscono l’elemento principale della prestazione” contrasta con l’articolo 9 del Disciplinare secondo cui l’esistenza dei contratti di ingaggio/opzione degli artisti deve sussistere solo al momento dell’aggiudicazione e non in fasi anteriori di gara». In più «l’esclusione è stata disposta senza la previa attivazione del contraddittorio procedimentale».
Nella loro sentenza i giudici scrivono anche: «L’esistenza di tali contratti costituisce pertanto un requisito di esecuzione (e non di partecipazione) la cui esistenza non può essere pretesa né in sede di presentazione delle offerte, né in una fase anteriore all’aggiudicazione». Le toghe, nella decisione, fanno notare anche che la Rst, come era normale, «ha stipulato il contratto di ingaggio degli artisti il 31 ottobre 2025, ossia solo dopo la proposta di aggiudicazione» e non prima, come si pretendeva dalla Duemila grandi eventi. Per questo il Tar, il 10 aprile, ha ordinato il «rinnovo delle operazioni di gara […] con conclusione delle operazioni entro trenta giorni». Ovviamente la nuova valutazione di congruità non riguarderà la proposta per il Capodanno 2025, ormai andato in cavalleria, ma l’eventuale «subentro nel contratto per la parte di residua efficacia dello stesso ove consente all’aggiudicatario di ottenere nuovi affidamenti diretti nel triennio». Che, invece, come vedremo, stanno andando ancora alla Rst o, meglio alla sua società gemella, la Ops.
Intanto il Comune ha fatto ricorso e, la settimana scorsa, ha ottenuto una sospensiva della nuova valutazione di congruità. I giudici, però, decideranno nel merito solo a ottobre. Le opposizioni, in Comune, hanno immediatamente protestato, soprattutto dopo avere scoperto che il concerto di Capodanno è costato più di 1 milione di euro, tutto compreso, cifra che il centrodestra aveva impegnato per organizzare tre diverse serate durante le festività natalizie del 2024, con tanto di diretta Mediaset. I giornali locali hanno riportato quanto detto in aula dal vicesindaco dem Alessandro Terrile, di professione avvocato: «Siamo convinti del corretto operato dell’amministrazione e degli uffici» ha chiarito, come già aveva ribadito la sindaca Salis. Il braccio destro della ex campionessa ha aggiunto che per quanto riguarda gli altri eventi, «a oggi non sono previsti né sono stati affidati, dopo il Capodanno, ulteriori eventi alla Rst events», specificando che la Rst events non avrebbe gestito né il dj set di Charlotte de Witte in piazza Matteotti, né il doppio concerto di Olly allo stadio Ferraris in programma a giugno, quest’ultimo oltretutto evento non organizzato dal Comune. In realtà nella locandina di Olly, sono presenti i nomi della Rst e della Ops eventi.
Mentre nel manifestino della De Witte solo quello della Ops. Che pare ottenere affidamenti con la nota tecnica del frazionamento per mantenere il singolo incarico sotto soglia. Ma è utile sapere chi ci sia dietro la Ops. L’amministratore e socio di maggioranza, con il 34%, è Nicolò Sasso. Le altre quote della società appartengono ad Alessandro Orlando e a Luca Pietronave (33% a testa). Orlando e Sasso sono anche, rispettivamente con il 49,5 e il 45% delle quote, i soci di maggioranza della Rst che, in teoria, secondo il vicesindaco non sarebbe più stata coinvolta negli eventi sopra citati. Dunque Sasso e Orlando, quando non prendono gli appalti con la Rst, li ottengono con la Ops, nata a gennaio del 2025. Sasso, tra l’altro, sino al gennaio del 2025 era dipendente della Duemila grandi eventi. «Abbiamo scoperto da una sua intervista che si trova in Rete che Sasso era da ottobre 2024, che organizzava cose al di fuori della Duemila grandi eventi, quando era ancora nostro dipendente e avrebbe dovuto operare sotto le nostre direttive» commenta, con un po’ di amarezza, Paola Donati, socia della Duemila grandi eventi, azienda fondata dall’ex presidente di Assomusica Vincenzo Spera. Noi siamo andati a bussare alla sede ufficiale della Ops, in corso Martinetti, nel quartiere operaio di Sampierdarena. La via in cui si trova non fa venire in mente Broadway e le attività della zona non hanno nulla a che vedere con la musica. All’indirizzo indicato sul sito della società abbiamo trovato un palazzone della prima metà del Novecento un po’ fatiscente. Siamo saliti al secondo piano e ci siamo trovati di fronte uno studio legale. Abbiamo chiesto della Ops e una segretaria ci ha guardato un po’ stupita: «Qui c’è solo la sede legale». E dove è quella operativa? La ragazza, perplessa, ha iniziato a cercare informazioni prima sul computer e poi sul cellulare. Ma mentre armeggiava un collega è venuto in suo soccorso: «Via Giovanni Tommaso Invrea 9/13, lo stesso indirizzo della Rst. Questa è la sede legale, quella è la sede operativa, la stessa della Rst».
Dunque il Comune non darà più appalti alla Rst, ma li dà alla società gemella: stessi soci, stessa sede operativa. Ma anche a Genova the show must go on.
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Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
E a svantaggio del ceto medio, perché - come è noto - i grandi capitali non stanno certo ad aspettare che qualcuno li tartassi. Da quando a sinistra ne hanno iniziato a parlare, gli studi legali specializzati in legislazione fiscale sono già al lavoro per trovare le scappatoie che evitino ai propri clienti di vedersi svuotare il portafogli. Così come è successo in Francia, quando i socialisti inventarono una patrimoniale, e così come è accaduto in altri Paesi europei, chi ha i soldi non li tiene sotto il materasso in attesa che arrivino Prodi, Schlein, Conte e compagni. La fuga dei capitali o anche solo il trasferimento all’estero della residenza fiscale di ricconi e holding è nei fatti. Dal Lussemburgo all’Olanda, dall’Irlanda al Delaware, il mondo è pieno di posti pronti a stendere tappeti rossi a milionari e miliardari.
Dunque, nella rete dell’Agenzia delle entrate rischiano di finire solo i pesci piccoli, ovvero quelli che non hanno schiere di consulenti in grado di inventarsi trust e scatole cinesi per sfuggire agli agenti del Fisco. E attenzione, siccome ormai anche a sinistra hanno capito che a parlare di tasse si rischia solo di perdere voti, il passaparola che da qualche giorno va di moda nel Campo largo impone di tenere la bocca chiusa sulla patrimoniale, anche perché per essere efficace un’imposta sulla proprietà deve necessariamente raschiare il fondo del barile, ovvero colpire dai 500.000 euro in su. Al che nel mirino finirebbero moltissimi contribuenti i quali, pur non essendo ricchi nel vero senso della parola, magari a prezzo di svariati sacrifici sono riusciti a comprarsi una casa, oppure l’hanno ricevuta in eredità dai genitori. E adesso la coppia Bonelli e Fratoianni batte cassa, con i rischi recessivi che nel passato, quando Mario Monti introdusse l’Imu, ben conosciamo.
Il silenzio auto imposto tuttavia, vale solo sulla casa, che è il grande amore degli italiani. Perché se si gratta un po’ si capisce che a mettere tutti i compagni d’accordo è la tassazione delle rendite. Invece di colpire il mattone si colpiscono gli investimenti. Del resto, nel passato la sinistra ha spesso colpito i risparmi. È a tutti noto quello che accadde nel 1992, quando nella notte fra il 9 e il 10 luglio il governo di Giuliano Amato fece un prelievo forzoso sui risparmi degli italiani. Un sei per mille sottratto a tutti, ricchi e poveri, industriali e pensionati. Da lì in poi è stato un crescendo. Con Prodi è arrivata l’Eurotassa, imposta di scopo per avere la moneta unica, che colpì i redditi ma anche il Tfr. Quindi ci sono state l’imposta di bollo di Mario Monti (insieme con l’Imu) e la razionalizzazione del prelievo sul capital gain, con l’istituzione di un’aliquota fissa al 20% (al posto di quella precedente al 12,5%). Infine, ecco Matteo Renzi, che adesso accusa Giorgia Meloni di essere Lady tax pensando che gli italiani si siano dimenticati delle sue acrobazie fiscali. Con lui al governo il prelievo sul capital gain fu portato al 26%, ma senza consentire di dedurre le perdite. Adesso Stefano Patuanelli, luogotenente di Giuseppe Conte, dice che si deve spostare il carico di tasse dal lavoro alle rendite. Dunque, col Campo largo al governo è immaginabile che si arrivi al 30% o forse anche più. Siccome in altri Paesi, come ad esempio il Regno Unito, si paga tra il 10 e il 20, e in generale la media europea colloca il capital gain al 19, è facile immaginare, che se vincesse la sinistra, la prima cosa che faranno i ricconi sarà traslocare all’estero e spostare anche le proprie attività finanziare.
A pagare dunque saranno i soliti noti. Ovvero, come è già accaduto ai tempi di Monti, a essere colpiti saranno soprattutto i piccoli patrimoni, con un effetto regressivo. Quando l’ex rettore della Bocconi introdusse l’imposta di bollo ci fu chi parlò di mostro fiscale che agiva come un Robin Hood alla rovescia. Nel prossimo futuro, se vincessero Schlein e Conte come li definiranno? I Bonnie & Clyde dei risparmi, che prendono al ceto medio e lasciano ai ricchi?
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Pina Picierno all'evento di lancio del movimento Europeisti.eu a Milano (Ansa)
Proprio qui, nel 2013, Mario Monti provò a convertire in un’offerta politica i giorni accumulati a Palazzo Chigi grazie all’intervento del presidente Giorgio Napolitano dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi. Il marchio era quello di Scelta Civica, il programma era (a loro dire) «serissimo» e il risultato, per usare un eufemismo, non fu proprio una marcia trionfale. Tredici anni dopo, nello stesso teatro milanese, ci riprova. Nuovo nome, Europeisti.eu, sala piena (con più o meno le stesse facce di 13 anni fa), stesso interrogativo: il centro è una forza politica o una condizione dello spirito? Monti ha premesso di non avere «nulla da insegnare a nessuno». Poi ha snocciolato il suo curriculum europeo, lungo quasi sessant’anni. E ha anche ricordato di essere stato, insieme a Elsa Fornero, bersaglio del primo hate speech in Italia.
Alla fine, come spesso accade, tutti parlano di Roberto Vannacci. Del resto, più che di Altiero Spinelli l’introduzione è stata dedicata a Star Wars e alla principessa Leila e ai piani per distruggere la Morte Nera. Non è ancora chiaro se la Morte Nera sia il bipolarismo, il sovranismo, il campo largo, lo stesso Vannacci, Vladimir Putin o proprio l’ennesimo esperimento centrista italiano.
Ilaria Borletti Buitoni, già deputata montiana, se la prende con Lilli Gruber: «È grazie a lei se il generale prenderà migliaia di voti». Pina Picierno sostiene che la destra italiana abbia preferito Vannacci ad Adam Smith perdendo la sua identità liberale e scegliendo invece il populismo. Monti, invece, usa il generale per attaccare Giorgia Meloni. Per il senatore a vita, il premier ha trasformato l’«interesse nazionale» in una categoria elastica: se Vannacci mette in difficoltà la destra e regala qualcosa alla sinistra, allora non è più un problema della maggioranza, ma una ferita alla patria.
In platea ci sono Sergio Scalpelli e Piercamillo Falasca, c’è un pezzo di mondo radicale e socialista, ma soprattutto ci sono Carlo Calenda, Pina Picierno, Daniele Nahum, Carlo Cottarelli, Giuseppe De Mita, Sofia Ventura, Giuseppe Benedetto e persino la destra europeista di Filippo Rossi. C’è anche Luigi Marattin che prende subito le distanze da chi pensa che «Israele non ha il diritto di esistere» o da chi non vuole che i palestinesi sino finalmente liberi «da quei tagliagole da Hamas». Qualcuno se la prende con chi nel Pd vorrebbe proporre una patrimoniale.
Falasca invece alza il tiro contro il sistema italiano: «Dobbiamo hackerare il bipolarismo, sabotarlo. Il bipolarismo italiano è un bluff, è una truffa».
Nahum ha scelto invece l’attacco frontale («Picierno sarebbe stata un ottimo segretario dei dem» dice). Mentre sul Campo largo di Schlein, Conte e Fratoianni ha evocato Neville Chamberlain a Monaco 1938, accusandolo di pacifismo balordo sull’Ucraina, spesa facile e nessuna idea di crescita. Al centrodestra ha invece associato la leghista Silvia Sardone, la «re-immigrazione» e la politica identitaria.
Calenda ha chiuso con un tono allarmistico. Il leader di Azione sostiene che l’Europa rischia di cadere perché «l’età degli imperi è tornata» e noi, più che impero, rischiamo di diventare «colonie». Ha poi ridimensionato Meloni, Vannacci e il Campo largo a episodi della cronaca politica, sostenendo che questa generazione sarà giudicata non su quei nomi, ma sulla capacità di costruire gli Stati Uniti d’Europa. Ma il primo test per gli europeisti, più modestamente, sarà quello di aver una percentuale accettabile a livello nazionale.
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