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2019-12-21
«Voti dalle cosche»: manette all’assessore
Ansa
Secondo l'accusa, avrebbe chiesto voti ai clan della 'ndrangheta per venire eletto in Regione Piemonte alle ultime consultazioni dello scorso maggio, vinte dal centrodestra. In cambio del pacchetto di preferenze doveva sborsare alle cosche 15.000 euro e avrebbe già versato una prima tranche da 7.900 euro. Un patto scellerato che lega, ancora una volta, politica e criminalità organizzata.
Si è interrotta così, all'alba di ieri, la lunga carriera politica dell'assessore regionale Roberto Rosso, uno dei leader piemontesi di Fratelli d'Italia, che è arrestato dalla Guardia di finanza.
Rosso, che si è dimesso dall'incarico, è finito in manette insieme ad altre sette persone nell'ambito di un'inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia torinese. Tra i reati che vengono contestati a vario titolo dalla Procura, oltre all'associazione per delinquere di stampo mafioso e reati fiscali per 16 milioni di euro, c'è anche lo scambio elettorale politico-mafioso. L'esponente del partito di Giorgia Meloni si sarebbe infatti rivolto ad affiliati alle cosche calabresi per conquistarsi una poltrona in Regione. Operazione andata a buon fine poiché è stato eletto consigliere regionale, ottenendo 4.806 preferenze. Dopodiché è stato nominato dal governatore Alberto Cirio assessore con delega ai rapporti con il Consiglio, delegificazione dei percorsi amministrativi, affari legali e contenzioso, emigrazione e diritti civili.
Vercellese, 59 anni, è un avvocato civilista ed un politico di lungo corso e navigata esperienza. Muove i primi passi nella Dc, ed è tra i pionieri che seguono Silvio Berlusconi nel 1994 quando nasce Forza Italia. Ha spesso cambiato casacca e sempre nelle file del centrodestra, almeno otto volte negli ultimi dieci anni per finire a Fratelli d'Italia. Tanto che nell'ambiente politico lo hanno ribattezzato Araba fenice, l'uomo che in qualche modo riesce sempre a rinascere dalle ceneri. Nel 2001 si candida anche a sindaco di Torino costringendo Sergio Chiamparino a un inatteso ballottaggio.
È stato cinque volte deputato e membro in più commissioni parlamentari: Bilancio, Attività produttive, Lavoro e Agricoltura. Nella legislatura 2008-2013 ha anche ricoperto il ruolo sottosegretario alle Politiche agricole e forestali. Attualmente è anche capogruppo di Fratelli d'Italia al Comune di Torino e fino a giugno era vice sindaco di Trino Vercellese. Originario di Trino, si divide tra il Vercellese e il Torinese, dove vive con la moglie a Moncalieri e dove ieri mattina è stato prelevato dalle forze dell'ordine. Poche ore dopo il provvedimento cautelare Rosso ha rassegnato le dimissioni e il presidente Cirio assumerà le sue deleghe. Come spiega il coordinatore di Forza Italia, Paolo Zangrillo: «Noi siamo garantisti e speriamo che Rosso possa dimostrare la sua totale estraneità ai fatti di cui è accusato. Ho parlato con Cirio, sarà lui ad assumere le deleghe dell'assessore».
Molto meno cauta la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che dichiara che «fin quando questa vicenda non sarà chiarita, è da considerarsi ufficialmente fuori da Fdi». E sottolinea inoltre che «Roberto Rosso ha aderito a Fratelli d'Italia da poco più di un anno. Apprendiamo che è stato arrestato con l'accusa più infamante di tutte: voto di scambio politico-mafioso. Mi viene il voltastomaco. Mi auguro dal profondo del cuore che dimostri la sua innocenza, ma annuncio fin da ora che Fratelli d'Italia si costituirà parte civile nell'eventuale processo a suo carico».
Secondo i magistrati, avrebbe ottenuto i voti per le regionali del 26 maggio 2019, avvalendosi della mediazione di Enza Colavito e di Carlo De Bellis. Inoltre Rosso avrebbe avuto piena consapevolezza dell'infiltrazione mafiosa dei suoi due interlocutori, come sostiene il procuratore generale Francesco Saluzzo: «Per accaparrarsi i voti è sceso a patti con i mafiosi. Hanno stretto un accordo. E l'accordo ha avuto successo». E dalle indagini, sottolinea la Guardia di finanza, è emersa infatti «la piena consapevolezza del politico e dei suoi intermediari circa la intraneità mafiosa dei loro interlocutori».
In manette anche l'imprenditore Mario Burlò, 46 anni, di Moncalieri, presidente di Oj Solution, un consorzio di imprese che opera nel settore del facility management. È anche vicepresidente nazionale di Pmi Italia, associazione che riunisce 200.000 imprenditori in tutta Italia. L'investigazione ha fatto emergere anche figure di «spessore criminale» come Onofrio Garcea e Francesco Viterbo. I due avrebbero organizzato un sodalizio, intessendo rapporti con Burlò, «con interessi sul territorio nazionale e sponsor in diverse società sportive». Quest'ultimo, con il costante aiuto della cosca, avrebbe attuato e strutturato un sistema di evasione fiscale attraverso la creazione di società. La prima operazione del cosiddetto pactum sceleris ha avuto per oggetto la villa appartenuta al giocatore Arturo Vidal (estraneo all'inchiesta) acquistata di recente da Burlò e ora posta sotto sequestro.
Il clan dei pentiti tornati agli affari con racket, armi e spaccio di coca
Prima si erano pentiti e poi, pentiti del loro pentimento, avevano deciso di tornare a fare i mafiosi e riprendersi Messina. Con i soliti metodi violenti, facendo estorsioni e organizzando traffici di droga. Così cinque ex collaboratori di giustizia avevano ricostituito un agguerrito clan, appena dopo essere usciti dal programma di protezione e dopo aver incassato la somma prevista per legge a chi collabora con lo Stato. I cinque erano tornati in Sicilia, con intenzioni tutt'altro che pacifiche.
Le indagini della Squadra mobile, coordinate dal procuratore capo Maurizio De Lucia, hanno però bloccato la pericolosa riorganizzazione. Sono 14 le persone arrestate in un blitz scattato all'alba di ieri, tra queste cinque sono appunto ex collaboratori che già negli anni Ottanta e Novanta avevano segnato la storia criminale della città sullo Stretto. Si tratta di Nicola Galletta, Gaetano Barbera, Salvatore Bonaffini, Pasquale Pietropaolo e Antonino Stracuzzi, quest'ultimo risponde però non di associazione mafiosa ma solo di detenzione di armi.
Gli ex pentiti avevano dato vita a una cellula di Cosa nostra con l'obiettivo di riconquistare il territorio e tornare al potere. Intercettazioni, pedinamenti e analisi dei traffici telefonici hanno accertato l'esistenza di due organizzazioni criminali: una di tipo mafioso, l'altra con il principale scopo di smerciare droga. Per decidere gli affari, gli associati della rinata cosca si incontravano in un ristorante del centro, gestito da uno degli ex pentiti.
Il gruppo poteva inoltre contare sulla disponibilità di molte armi. Una delle estorsioni scoperte riguarda il titolare di un'associazione sportiva e culturale messinese, costretto a versare parte della propria liquidazione e minacciato perché lasciasse la carica. Ma il core business dell'organizzazione criminale era rappresentato dal traffico di cocaina. Il personaggio chiave e capo, secondo gli investigatori, era l'ex pentito Nicola Galletta, killer del clan di Giostra, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Letterio Rizzo, boss ucciso nel 1991. Galletta ha scontato anche una condanna a 18 anni per mafia.
Secondo il procuratore De Lucia è centrale «il tema della presenza sul territorio di soggetti che avevano collaborato». Spiega il magistrato: «Si tratta di un elemento di riflessione di carattere strutturale. Senza i collaboratori di giustizia i processi di criminalità organizzata non si possono fare. Il tema, però, è cosa succede dopo. La legge prevede sanzioni gravi per chi torna a delinquere, come la revisione dei processi nei quali avevano ottenuto dei benefici», conclude. «Bisogna riflettere su una serie di limiti che secondo me vanno posti, ad esempio la possibilità di concedere il ritorno sul territorio».
Oltretutto alcuni dei pentiti non avrebbero mai smesso di delinquere, neppure durante la collaborazione. Come rivela il questore di Messina, Vito Calvino: «Questa operazione accende i riflettori su un gruppo consistente e importante, per la caratura criminale dei soggetti interessati. La caratteristica principale è quella della riproposizione di attori che per vari motivi si erano allontanati e riprendono a delinquere. In primis con le estorsioni, poi col traffico stupefacenti. Soggetti», continua il questore, «che hanno ulteriore caratteristica: molti sono ex collaboratori di giustizia, in un caso un attuale collaboratore di giustizia. Ex non perché dissociatisi, ma perché alcuni in corso di collaborazione hanno continuato e altri hanno ripreso dopo aver esaurito il proprio percorso di collaborazione».
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Roberto Rosso, nella giunta piemontese di centrodestra, è uno dei leader regionali di Fdi. Avrebbe ottenuto preferenze versando alla 'ndrangheta 15.000 euro. Oltre a questo scambio, l'accusa riguarda reati fiscali per 16 milioni. Giorgia Meloni: «È fuori dal partito».Gli ex collaboratori di giustizia arrestati a Messina volevano riprendersi il territorio.Lo speciale contiene due articoli.Secondo l'accusa, avrebbe chiesto voti ai clan della 'ndrangheta per venire eletto in Regione Piemonte alle ultime consultazioni dello scorso maggio, vinte dal centrodestra. In cambio del pacchetto di preferenze doveva sborsare alle cosche 15.000 euro e avrebbe già versato una prima tranche da 7.900 euro. Un patto scellerato che lega, ancora una volta, politica e criminalità organizzata.Si è interrotta così, all'alba di ieri, la lunga carriera politica dell'assessore regionale Roberto Rosso, uno dei leader piemontesi di Fratelli d'Italia, che è arrestato dalla Guardia di finanza.Rosso, che si è dimesso dall'incarico, è finito in manette insieme ad altre sette persone nell'ambito di un'inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia torinese. Tra i reati che vengono contestati a vario titolo dalla Procura, oltre all'associazione per delinquere di stampo mafioso e reati fiscali per 16 milioni di euro, c'è anche lo scambio elettorale politico-mafioso. L'esponente del partito di Giorgia Meloni si sarebbe infatti rivolto ad affiliati alle cosche calabresi per conquistarsi una poltrona in Regione. Operazione andata a buon fine poiché è stato eletto consigliere regionale, ottenendo 4.806 preferenze. Dopodiché è stato nominato dal governatore Alberto Cirio assessore con delega ai rapporti con il Consiglio, delegificazione dei percorsi amministrativi, affari legali e contenzioso, emigrazione e diritti civili.Vercellese, 59 anni, è un avvocato civilista ed un politico di lungo corso e navigata esperienza. Muove i primi passi nella Dc, ed è tra i pionieri che seguono Silvio Berlusconi nel 1994 quando nasce Forza Italia. Ha spesso cambiato casacca e sempre nelle file del centrodestra, almeno otto volte negli ultimi dieci anni per finire a Fratelli d'Italia. Tanto che nell'ambiente politico lo hanno ribattezzato Araba fenice, l'uomo che in qualche modo riesce sempre a rinascere dalle ceneri. Nel 2001 si candida anche a sindaco di Torino costringendo Sergio Chiamparino a un inatteso ballottaggio.È stato cinque volte deputato e membro in più commissioni parlamentari: Bilancio, Attività produttive, Lavoro e Agricoltura. Nella legislatura 2008-2013 ha anche ricoperto il ruolo sottosegretario alle Politiche agricole e forestali. Attualmente è anche capogruppo di Fratelli d'Italia al Comune di Torino e fino a giugno era vice sindaco di Trino Vercellese. Originario di Trino, si divide tra il Vercellese e il Torinese, dove vive con la moglie a Moncalieri e dove ieri mattina è stato prelevato dalle forze dell'ordine. Poche ore dopo il provvedimento cautelare Rosso ha rassegnato le dimissioni e il presidente Cirio assumerà le sue deleghe. Come spiega il coordinatore di Forza Italia, Paolo Zangrillo: «Noi siamo garantisti e speriamo che Rosso possa dimostrare la sua totale estraneità ai fatti di cui è accusato. Ho parlato con Cirio, sarà lui ad assumere le deleghe dell'assessore».Molto meno cauta la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che dichiara che «fin quando questa vicenda non sarà chiarita, è da considerarsi ufficialmente fuori da Fdi». E sottolinea inoltre che «Roberto Rosso ha aderito a Fratelli d'Italia da poco più di un anno. Apprendiamo che è stato arrestato con l'accusa più infamante di tutte: voto di scambio politico-mafioso. Mi viene il voltastomaco. Mi auguro dal profondo del cuore che dimostri la sua innocenza, ma annuncio fin da ora che Fratelli d'Italia si costituirà parte civile nell'eventuale processo a suo carico». Secondo i magistrati, avrebbe ottenuto i voti per le regionali del 26 maggio 2019, avvalendosi della mediazione di Enza Colavito e di Carlo De Bellis. Inoltre Rosso avrebbe avuto piena consapevolezza dell'infiltrazione mafiosa dei suoi due interlocutori, come sostiene il procuratore generale Francesco Saluzzo: «Per accaparrarsi i voti è sceso a patti con i mafiosi. Hanno stretto un accordo. E l'accordo ha avuto successo». E dalle indagini, sottolinea la Guardia di finanza, è emersa infatti «la piena consapevolezza del politico e dei suoi intermediari circa la intraneità mafiosa dei loro interlocutori».In manette anche l'imprenditore Mario Burlò, 46 anni, di Moncalieri, presidente di Oj Solution, un consorzio di imprese che opera nel settore del facility management. È anche vicepresidente nazionale di Pmi Italia, associazione che riunisce 200.000 imprenditori in tutta Italia. L'investigazione ha fatto emergere anche figure di «spessore criminale» come Onofrio Garcea e Francesco Viterbo. I due avrebbero organizzato un sodalizio, intessendo rapporti con Burlò, «con interessi sul territorio nazionale e sponsor in diverse società sportive». Quest'ultimo, con il costante aiuto della cosca, avrebbe attuato e strutturato un sistema di evasione fiscale attraverso la creazione di società. La prima operazione del cosiddetto pactum sceleris ha avuto per oggetto la villa appartenuta al giocatore Arturo Vidal (estraneo all'inchiesta) acquistata di recente da Burlò e ora posta sotto sequestro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/voti-dalle-cosche-manette-allassessore-2641660213.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-clan-dei-pentiti-tornati-agli-affari-con-racket-armi-e-spaccio-di-coca" data-post-id="2641660213" data-published-at="1779616190" data-use-pagination="False"> Il clan dei pentiti tornati agli affari con racket, armi e spaccio di coca Prima si erano pentiti e poi, pentiti del loro pentimento, avevano deciso di tornare a fare i mafiosi e riprendersi Messina. Con i soliti metodi violenti, facendo estorsioni e organizzando traffici di droga. Così cinque ex collaboratori di giustizia avevano ricostituito un agguerrito clan, appena dopo essere usciti dal programma di protezione e dopo aver incassato la somma prevista per legge a chi collabora con lo Stato. I cinque erano tornati in Sicilia, con intenzioni tutt'altro che pacifiche. Le indagini della Squadra mobile, coordinate dal procuratore capo Maurizio De Lucia, hanno però bloccato la pericolosa riorganizzazione. Sono 14 le persone arrestate in un blitz scattato all'alba di ieri, tra queste cinque sono appunto ex collaboratori che già negli anni Ottanta e Novanta avevano segnato la storia criminale della città sullo Stretto. Si tratta di Nicola Galletta, Gaetano Barbera, Salvatore Bonaffini, Pasquale Pietropaolo e Antonino Stracuzzi, quest'ultimo risponde però non di associazione mafiosa ma solo di detenzione di armi. Gli ex pentiti avevano dato vita a una cellula di Cosa nostra con l'obiettivo di riconquistare il territorio e tornare al potere. Intercettazioni, pedinamenti e analisi dei traffici telefonici hanno accertato l'esistenza di due organizzazioni criminali: una di tipo mafioso, l'altra con il principale scopo di smerciare droga. Per decidere gli affari, gli associati della rinata cosca si incontravano in un ristorante del centro, gestito da uno degli ex pentiti. Il gruppo poteva inoltre contare sulla disponibilità di molte armi. Una delle estorsioni scoperte riguarda il titolare di un'associazione sportiva e culturale messinese, costretto a versare parte della propria liquidazione e minacciato perché lasciasse la carica. Ma il core business dell'organizzazione criminale era rappresentato dal traffico di cocaina. Il personaggio chiave e capo, secondo gli investigatori, era l'ex pentito Nicola Galletta, killer del clan di Giostra, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Letterio Rizzo, boss ucciso nel 1991. Galletta ha scontato anche una condanna a 18 anni per mafia. Secondo il procuratore De Lucia è centrale «il tema della presenza sul territorio di soggetti che avevano collaborato». Spiega il magistrato: «Si tratta di un elemento di riflessione di carattere strutturale. Senza i collaboratori di giustizia i processi di criminalità organizzata non si possono fare. Il tema, però, è cosa succede dopo. La legge prevede sanzioni gravi per chi torna a delinquere, come la revisione dei processi nei quali avevano ottenuto dei benefici», conclude. «Bisogna riflettere su una serie di limiti che secondo me vanno posti, ad esempio la possibilità di concedere il ritorno sul territorio». Oltretutto alcuni dei pentiti non avrebbero mai smesso di delinquere, neppure durante la collaborazione. Come rivela il questore di Messina, Vito Calvino: «Questa operazione accende i riflettori su un gruppo consistente e importante, per la caratura criminale dei soggetti interessati. La caratteristica principale è quella della riproposizione di attori che per vari motivi si erano allontanati e riprendono a delinquere. In primis con le estorsioni, poi col traffico stupefacenti. Soggetti», continua il questore, «che hanno ulteriore caratteristica: molti sono ex collaboratori di giustizia, in un caso un attuale collaboratore di giustizia. Ex non perché dissociatisi, ma perché alcuni in corso di collaborazione hanno continuato e altri hanno ripreso dopo aver esaurito il proprio percorso di collaborazione».
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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