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2019-12-21
«Voti dalle cosche»: manette all’assessore
Ansa
Secondo l'accusa, avrebbe chiesto voti ai clan della 'ndrangheta per venire eletto in Regione Piemonte alle ultime consultazioni dello scorso maggio, vinte dal centrodestra. In cambio del pacchetto di preferenze doveva sborsare alle cosche 15.000 euro e avrebbe già versato una prima tranche da 7.900 euro. Un patto scellerato che lega, ancora una volta, politica e criminalità organizzata.
Si è interrotta così, all'alba di ieri, la lunga carriera politica dell'assessore regionale Roberto Rosso, uno dei leader piemontesi di Fratelli d'Italia, che è arrestato dalla Guardia di finanza.
Rosso, che si è dimesso dall'incarico, è finito in manette insieme ad altre sette persone nell'ambito di un'inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia torinese. Tra i reati che vengono contestati a vario titolo dalla Procura, oltre all'associazione per delinquere di stampo mafioso e reati fiscali per 16 milioni di euro, c'è anche lo scambio elettorale politico-mafioso. L'esponente del partito di Giorgia Meloni si sarebbe infatti rivolto ad affiliati alle cosche calabresi per conquistarsi una poltrona in Regione. Operazione andata a buon fine poiché è stato eletto consigliere regionale, ottenendo 4.806 preferenze. Dopodiché è stato nominato dal governatore Alberto Cirio assessore con delega ai rapporti con il Consiglio, delegificazione dei percorsi amministrativi, affari legali e contenzioso, emigrazione e diritti civili.
Vercellese, 59 anni, è un avvocato civilista ed un politico di lungo corso e navigata esperienza. Muove i primi passi nella Dc, ed è tra i pionieri che seguono Silvio Berlusconi nel 1994 quando nasce Forza Italia. Ha spesso cambiato casacca e sempre nelle file del centrodestra, almeno otto volte negli ultimi dieci anni per finire a Fratelli d'Italia. Tanto che nell'ambiente politico lo hanno ribattezzato Araba fenice, l'uomo che in qualche modo riesce sempre a rinascere dalle ceneri. Nel 2001 si candida anche a sindaco di Torino costringendo Sergio Chiamparino a un inatteso ballottaggio.
È stato cinque volte deputato e membro in più commissioni parlamentari: Bilancio, Attività produttive, Lavoro e Agricoltura. Nella legislatura 2008-2013 ha anche ricoperto il ruolo sottosegretario alle Politiche agricole e forestali. Attualmente è anche capogruppo di Fratelli d'Italia al Comune di Torino e fino a giugno era vice sindaco di Trino Vercellese. Originario di Trino, si divide tra il Vercellese e il Torinese, dove vive con la moglie a Moncalieri e dove ieri mattina è stato prelevato dalle forze dell'ordine. Poche ore dopo il provvedimento cautelare Rosso ha rassegnato le dimissioni e il presidente Cirio assumerà le sue deleghe. Come spiega il coordinatore di Forza Italia, Paolo Zangrillo: «Noi siamo garantisti e speriamo che Rosso possa dimostrare la sua totale estraneità ai fatti di cui è accusato. Ho parlato con Cirio, sarà lui ad assumere le deleghe dell'assessore».
Molto meno cauta la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che dichiara che «fin quando questa vicenda non sarà chiarita, è da considerarsi ufficialmente fuori da Fdi». E sottolinea inoltre che «Roberto Rosso ha aderito a Fratelli d'Italia da poco più di un anno. Apprendiamo che è stato arrestato con l'accusa più infamante di tutte: voto di scambio politico-mafioso. Mi viene il voltastomaco. Mi auguro dal profondo del cuore che dimostri la sua innocenza, ma annuncio fin da ora che Fratelli d'Italia si costituirà parte civile nell'eventuale processo a suo carico».
Secondo i magistrati, avrebbe ottenuto i voti per le regionali del 26 maggio 2019, avvalendosi della mediazione di Enza Colavito e di Carlo De Bellis. Inoltre Rosso avrebbe avuto piena consapevolezza dell'infiltrazione mafiosa dei suoi due interlocutori, come sostiene il procuratore generale Francesco Saluzzo: «Per accaparrarsi i voti è sceso a patti con i mafiosi. Hanno stretto un accordo. E l'accordo ha avuto successo». E dalle indagini, sottolinea la Guardia di finanza, è emersa infatti «la piena consapevolezza del politico e dei suoi intermediari circa la intraneità mafiosa dei loro interlocutori».
In manette anche l'imprenditore Mario Burlò, 46 anni, di Moncalieri, presidente di Oj Solution, un consorzio di imprese che opera nel settore del facility management. È anche vicepresidente nazionale di Pmi Italia, associazione che riunisce 200.000 imprenditori in tutta Italia. L'investigazione ha fatto emergere anche figure di «spessore criminale» come Onofrio Garcea e Francesco Viterbo. I due avrebbero organizzato un sodalizio, intessendo rapporti con Burlò, «con interessi sul territorio nazionale e sponsor in diverse società sportive». Quest'ultimo, con il costante aiuto della cosca, avrebbe attuato e strutturato un sistema di evasione fiscale attraverso la creazione di società. La prima operazione del cosiddetto pactum sceleris ha avuto per oggetto la villa appartenuta al giocatore Arturo Vidal (estraneo all'inchiesta) acquistata di recente da Burlò e ora posta sotto sequestro.
Il clan dei pentiti tornati agli affari con racket, armi e spaccio di coca
Prima si erano pentiti e poi, pentiti del loro pentimento, avevano deciso di tornare a fare i mafiosi e riprendersi Messina. Con i soliti metodi violenti, facendo estorsioni e organizzando traffici di droga. Così cinque ex collaboratori di giustizia avevano ricostituito un agguerrito clan, appena dopo essere usciti dal programma di protezione e dopo aver incassato la somma prevista per legge a chi collabora con lo Stato. I cinque erano tornati in Sicilia, con intenzioni tutt'altro che pacifiche.
Le indagini della Squadra mobile, coordinate dal procuratore capo Maurizio De Lucia, hanno però bloccato la pericolosa riorganizzazione. Sono 14 le persone arrestate in un blitz scattato all'alba di ieri, tra queste cinque sono appunto ex collaboratori che già negli anni Ottanta e Novanta avevano segnato la storia criminale della città sullo Stretto. Si tratta di Nicola Galletta, Gaetano Barbera, Salvatore Bonaffini, Pasquale Pietropaolo e Antonino Stracuzzi, quest'ultimo risponde però non di associazione mafiosa ma solo di detenzione di armi.
Gli ex pentiti avevano dato vita a una cellula di Cosa nostra con l'obiettivo di riconquistare il territorio e tornare al potere. Intercettazioni, pedinamenti e analisi dei traffici telefonici hanno accertato l'esistenza di due organizzazioni criminali: una di tipo mafioso, l'altra con il principale scopo di smerciare droga. Per decidere gli affari, gli associati della rinata cosca si incontravano in un ristorante del centro, gestito da uno degli ex pentiti.
Il gruppo poteva inoltre contare sulla disponibilità di molte armi. Una delle estorsioni scoperte riguarda il titolare di un'associazione sportiva e culturale messinese, costretto a versare parte della propria liquidazione e minacciato perché lasciasse la carica. Ma il core business dell'organizzazione criminale era rappresentato dal traffico di cocaina. Il personaggio chiave e capo, secondo gli investigatori, era l'ex pentito Nicola Galletta, killer del clan di Giostra, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Letterio Rizzo, boss ucciso nel 1991. Galletta ha scontato anche una condanna a 18 anni per mafia.
Secondo il procuratore De Lucia è centrale «il tema della presenza sul territorio di soggetti che avevano collaborato». Spiega il magistrato: «Si tratta di un elemento di riflessione di carattere strutturale. Senza i collaboratori di giustizia i processi di criminalità organizzata non si possono fare. Il tema, però, è cosa succede dopo. La legge prevede sanzioni gravi per chi torna a delinquere, come la revisione dei processi nei quali avevano ottenuto dei benefici», conclude. «Bisogna riflettere su una serie di limiti che secondo me vanno posti, ad esempio la possibilità di concedere il ritorno sul territorio».
Oltretutto alcuni dei pentiti non avrebbero mai smesso di delinquere, neppure durante la collaborazione. Come rivela il questore di Messina, Vito Calvino: «Questa operazione accende i riflettori su un gruppo consistente e importante, per la caratura criminale dei soggetti interessati. La caratteristica principale è quella della riproposizione di attori che per vari motivi si erano allontanati e riprendono a delinquere. In primis con le estorsioni, poi col traffico stupefacenti. Soggetti», continua il questore, «che hanno ulteriore caratteristica: molti sono ex collaboratori di giustizia, in un caso un attuale collaboratore di giustizia. Ex non perché dissociatisi, ma perché alcuni in corso di collaborazione hanno continuato e altri hanno ripreso dopo aver esaurito il proprio percorso di collaborazione».
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Roberto Rosso, nella giunta piemontese di centrodestra, è uno dei leader regionali di Fdi. Avrebbe ottenuto preferenze versando alla 'ndrangheta 15.000 euro. Oltre a questo scambio, l'accusa riguarda reati fiscali per 16 milioni. Giorgia Meloni: «È fuori dal partito».Gli ex collaboratori di giustizia arrestati a Messina volevano riprendersi il territorio.Lo speciale contiene due articoli.Secondo l'accusa, avrebbe chiesto voti ai clan della 'ndrangheta per venire eletto in Regione Piemonte alle ultime consultazioni dello scorso maggio, vinte dal centrodestra. In cambio del pacchetto di preferenze doveva sborsare alle cosche 15.000 euro e avrebbe già versato una prima tranche da 7.900 euro. Un patto scellerato che lega, ancora una volta, politica e criminalità organizzata.Si è interrotta così, all'alba di ieri, la lunga carriera politica dell'assessore regionale Roberto Rosso, uno dei leader piemontesi di Fratelli d'Italia, che è arrestato dalla Guardia di finanza.Rosso, che si è dimesso dall'incarico, è finito in manette insieme ad altre sette persone nell'ambito di un'inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia torinese. Tra i reati che vengono contestati a vario titolo dalla Procura, oltre all'associazione per delinquere di stampo mafioso e reati fiscali per 16 milioni di euro, c'è anche lo scambio elettorale politico-mafioso. L'esponente del partito di Giorgia Meloni si sarebbe infatti rivolto ad affiliati alle cosche calabresi per conquistarsi una poltrona in Regione. Operazione andata a buon fine poiché è stato eletto consigliere regionale, ottenendo 4.806 preferenze. Dopodiché è stato nominato dal governatore Alberto Cirio assessore con delega ai rapporti con il Consiglio, delegificazione dei percorsi amministrativi, affari legali e contenzioso, emigrazione e diritti civili.Vercellese, 59 anni, è un avvocato civilista ed un politico di lungo corso e navigata esperienza. Muove i primi passi nella Dc, ed è tra i pionieri che seguono Silvio Berlusconi nel 1994 quando nasce Forza Italia. Ha spesso cambiato casacca e sempre nelle file del centrodestra, almeno otto volte negli ultimi dieci anni per finire a Fratelli d'Italia. Tanto che nell'ambiente politico lo hanno ribattezzato Araba fenice, l'uomo che in qualche modo riesce sempre a rinascere dalle ceneri. Nel 2001 si candida anche a sindaco di Torino costringendo Sergio Chiamparino a un inatteso ballottaggio.È stato cinque volte deputato e membro in più commissioni parlamentari: Bilancio, Attività produttive, Lavoro e Agricoltura. Nella legislatura 2008-2013 ha anche ricoperto il ruolo sottosegretario alle Politiche agricole e forestali. Attualmente è anche capogruppo di Fratelli d'Italia al Comune di Torino e fino a giugno era vice sindaco di Trino Vercellese. Originario di Trino, si divide tra il Vercellese e il Torinese, dove vive con la moglie a Moncalieri e dove ieri mattina è stato prelevato dalle forze dell'ordine. Poche ore dopo il provvedimento cautelare Rosso ha rassegnato le dimissioni e il presidente Cirio assumerà le sue deleghe. Come spiega il coordinatore di Forza Italia, Paolo Zangrillo: «Noi siamo garantisti e speriamo che Rosso possa dimostrare la sua totale estraneità ai fatti di cui è accusato. Ho parlato con Cirio, sarà lui ad assumere le deleghe dell'assessore».Molto meno cauta la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che dichiara che «fin quando questa vicenda non sarà chiarita, è da considerarsi ufficialmente fuori da Fdi». E sottolinea inoltre che «Roberto Rosso ha aderito a Fratelli d'Italia da poco più di un anno. Apprendiamo che è stato arrestato con l'accusa più infamante di tutte: voto di scambio politico-mafioso. Mi viene il voltastomaco. Mi auguro dal profondo del cuore che dimostri la sua innocenza, ma annuncio fin da ora che Fratelli d'Italia si costituirà parte civile nell'eventuale processo a suo carico». Secondo i magistrati, avrebbe ottenuto i voti per le regionali del 26 maggio 2019, avvalendosi della mediazione di Enza Colavito e di Carlo De Bellis. Inoltre Rosso avrebbe avuto piena consapevolezza dell'infiltrazione mafiosa dei suoi due interlocutori, come sostiene il procuratore generale Francesco Saluzzo: «Per accaparrarsi i voti è sceso a patti con i mafiosi. Hanno stretto un accordo. E l'accordo ha avuto successo». E dalle indagini, sottolinea la Guardia di finanza, è emersa infatti «la piena consapevolezza del politico e dei suoi intermediari circa la intraneità mafiosa dei loro interlocutori».In manette anche l'imprenditore Mario Burlò, 46 anni, di Moncalieri, presidente di Oj Solution, un consorzio di imprese che opera nel settore del facility management. È anche vicepresidente nazionale di Pmi Italia, associazione che riunisce 200.000 imprenditori in tutta Italia. L'investigazione ha fatto emergere anche figure di «spessore criminale» come Onofrio Garcea e Francesco Viterbo. I due avrebbero organizzato un sodalizio, intessendo rapporti con Burlò, «con interessi sul territorio nazionale e sponsor in diverse società sportive». Quest'ultimo, con il costante aiuto della cosca, avrebbe attuato e strutturato un sistema di evasione fiscale attraverso la creazione di società. La prima operazione del cosiddetto pactum sceleris ha avuto per oggetto la villa appartenuta al giocatore Arturo Vidal (estraneo all'inchiesta) acquistata di recente da Burlò e ora posta sotto sequestro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/voti-dalle-cosche-manette-allassessore-2641660213.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-clan-dei-pentiti-tornati-agli-affari-con-racket-armi-e-spaccio-di-coca" data-post-id="2641660213" data-published-at="1777620434" data-use-pagination="False"> Il clan dei pentiti tornati agli affari con racket, armi e spaccio di coca Prima si erano pentiti e poi, pentiti del loro pentimento, avevano deciso di tornare a fare i mafiosi e riprendersi Messina. Con i soliti metodi violenti, facendo estorsioni e organizzando traffici di droga. Così cinque ex collaboratori di giustizia avevano ricostituito un agguerrito clan, appena dopo essere usciti dal programma di protezione e dopo aver incassato la somma prevista per legge a chi collabora con lo Stato. I cinque erano tornati in Sicilia, con intenzioni tutt'altro che pacifiche. Le indagini della Squadra mobile, coordinate dal procuratore capo Maurizio De Lucia, hanno però bloccato la pericolosa riorganizzazione. Sono 14 le persone arrestate in un blitz scattato all'alba di ieri, tra queste cinque sono appunto ex collaboratori che già negli anni Ottanta e Novanta avevano segnato la storia criminale della città sullo Stretto. Si tratta di Nicola Galletta, Gaetano Barbera, Salvatore Bonaffini, Pasquale Pietropaolo e Antonino Stracuzzi, quest'ultimo risponde però non di associazione mafiosa ma solo di detenzione di armi. Gli ex pentiti avevano dato vita a una cellula di Cosa nostra con l'obiettivo di riconquistare il territorio e tornare al potere. Intercettazioni, pedinamenti e analisi dei traffici telefonici hanno accertato l'esistenza di due organizzazioni criminali: una di tipo mafioso, l'altra con il principale scopo di smerciare droga. Per decidere gli affari, gli associati della rinata cosca si incontravano in un ristorante del centro, gestito da uno degli ex pentiti. Il gruppo poteva inoltre contare sulla disponibilità di molte armi. Una delle estorsioni scoperte riguarda il titolare di un'associazione sportiva e culturale messinese, costretto a versare parte della propria liquidazione e minacciato perché lasciasse la carica. Ma il core business dell'organizzazione criminale era rappresentato dal traffico di cocaina. Il personaggio chiave e capo, secondo gli investigatori, era l'ex pentito Nicola Galletta, killer del clan di Giostra, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Letterio Rizzo, boss ucciso nel 1991. Galletta ha scontato anche una condanna a 18 anni per mafia. Secondo il procuratore De Lucia è centrale «il tema della presenza sul territorio di soggetti che avevano collaborato». Spiega il magistrato: «Si tratta di un elemento di riflessione di carattere strutturale. Senza i collaboratori di giustizia i processi di criminalità organizzata non si possono fare. Il tema, però, è cosa succede dopo. La legge prevede sanzioni gravi per chi torna a delinquere, come la revisione dei processi nei quali avevano ottenuto dei benefici», conclude. «Bisogna riflettere su una serie di limiti che secondo me vanno posti, ad esempio la possibilità di concedere il ritorno sul territorio». Oltretutto alcuni dei pentiti non avrebbero mai smesso di delinquere, neppure durante la collaborazione. Come rivela il questore di Messina, Vito Calvino: «Questa operazione accende i riflettori su un gruppo consistente e importante, per la caratura criminale dei soggetti interessati. La caratteristica principale è quella della riproposizione di attori che per vari motivi si erano allontanati e riprendono a delinquere. In primis con le estorsioni, poi col traffico stupefacenti. Soggetti», continua il questore, «che hanno ulteriore caratteristica: molti sono ex collaboratori di giustizia, in un caso un attuale collaboratore di giustizia. Ex non perché dissociatisi, ma perché alcuni in corso di collaborazione hanno continuato e altri hanno ripreso dopo aver esaurito il proprio percorso di collaborazione».
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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