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L’ex commissario europeo e premier critica la segretaria dem su riarmo, Ucraina, poveri e sicurezza.
L’ex commissario europeo e premier critica la segretaria dem su riarmo, Ucraina, poveri e sicurezza.
Se l’aspettava?
«No, ovviamente. Venivamo da una campagna referendaria molto faticosa, di cui siamo stati i più convinti sostenitori. Per mesi mi sono concentrato sulla riforma della giustizia».
Enrico Costa, garantista e liberale, è il nuovo capogruppo di Forza Italia alla Camera.
«Il partito ha da sempre fatto di queste idee il suo tratto distintivo».
Eletto per acclamazione.
«Ho apprezzato molto la fiducia dei colleghi. Partire con il piede giusto è importante».
Il suo predecessore, Paolo Barelli, non l’ha presa benissimo.
«Un caro amico. Una persona perbene. Grandi doti di mediazione e ascolto. È andato a fare il sottosegretario ai Rapporti con il parlamento: un ruolo che gli si addice molto».
Largo ai giovani?
«Largo alla qualità».
Le tocca pacificare.
«Questo gruppo non ha bisogno di essere pacificato. Siamo uniti e coesi. Cercherò di valorizzare le competenze».
Invocano rinnovamento.
«Dei colleghi non guardo l’anagrafe: conta il tratto, la lettura del presente. Ho conosciuto politici vecchi con una mente straordinariamente svelta. E viceversa».
Aria fresca.
«Sulla giustizia va rilanciato il merito: i magistrati non devono fare carriera per la spinta delle correnti. E poi serve accentuare l’impronta liberale: più concorrenza, meno burocrazia, qualità nella spesa pubblica, basta bonus e Superbonus, puntare sulla crescita».
E i diritti civili?
«Il fine vita va affrontato con equilibrio, seguendo le indicazioni della Corte costituzionale».
Il referendum ha scosso il centrodestra.
«Con Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato, abbiamo inviato una lettera al ministro Nordio e ai partiti di maggioranza. Chiediamo di far ripartire il percorso riformatore sulla giustizia: dal codice di procedura penale alla prescrizione. Lo dobbiamo ai milioni di cittadini che hanno votato sì».
Batosta leggendaria, comunque.
«I contrari, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno valutato il merito. Chi voleva dare un segnale al governo, chi era preoccupato per la guerra, chi non voleva sfiorare la Costituzione, chi ha votato per logica di schieramento. Ma le confesso che la sconfitta ci ha unito ancora di più».
Sostengono il contrario.
«La sinistra ha messo da parte le convinzioni pensando di colpire il governo. E oggi confonde l’esito del referendum con quello delle elezioni politiche».
Voi, invece?
«Anche una sconfitta può rafforzare l’identità politica. Non si vedono sbavature».
E la manifestazione leghista sulla remigrazione?
«Chi lavora onestamente e si integra con i nostri valori è una grande risorsa. La Lega accentua la lotta all’immigrazione clandestina. Sono due posizioni complementari. Il centrodestra sta insieme da così tanto tempo perché ci sono buonsenso e sintesi».
Ci sono scaramucce sul prossimo candidato a sindaco di Milano. Forza Italia vorrebbe un civico. Fratelli d’Italia spinge per Maurizio Lupi, leader di Noi moderati.
«È un confronto fisiologico. Non si discute di persone, ma di metodo».
Dopo la sconfitta, i sondaggi non confortano.
«Questo governo è uno dei più longevi di sempre. Dalla nostra parte abbiamo la storia. Gli altri mi sembra che stiano solo cercando di rimettere insieme i cocci di un vaso che si è rotto a ripetizione».
L’Ulivo?
«Ricordate le riunioni di maggioranza dei governi Prodi? Un’infinità di sedie per un’infinità di sigle. Vinsero nel 1996 e caddero due governi. Rivinsero nel 2006 e durarono appena due anni».
Il campo largo promette miracoli.
«Anche il governo giallorosso ha avuto vita breve. Le alleanze contro, con idee opposte su temi decisivi, non reggono».
Cantano già vittoria.
«Quando si arriverà al dunque, gli elettori ricorderanno che il centrodestra sta insieme da trent’anni, condivide principi e valori e ha un premier che ha lavorato bene».
Anche Forza Italia è in calo.
«Non c’è nessun calo. E sono certo che cresceremo ancora. Il campo largo è molto sbilanciato a sinistra. I moderati ci sceglieranno per la nostra credibilità e il nostro leader».
Antonio Tajani?
«Ha sempre affermato l’identità di Forza Italia, garantendo lealtà alla coalizione».
Il suo posto vacilla?
«Invenzioni. Ha saputo guidare il partito in una fase complessa. Un’impresa che, dopo la morte di Berlusconi, molti consideravano impossibile».
Merita gratitudine, allora?
«Non è questione di gratitudine, merce rara in politica. Tajani interpreta in modo perfetto i nostri valori e il nostro stile. In una politica urlata, dove i leader usano un linguaggio ruvido, cercare sempre il dialogo ed esprimersi con equilibrio sono doti preziosissime».
È diventato il partito delle tessere, dicono i detrattori.
«È giusto strutturarsi partendo dalla base: territori, iscritti, congressi. Evitando, chiaramente, deleterie lotte di potere».
I figli del Cavaliere, Marina e Pier Silvio, non lesinano consigli.
«Abbiamo il nome Berlusconi nel simbolo. È ovvio che, da parte loro, ci siano attenzione e amore verso Forza Italia. Sono suggerimenti preziosi, sempre ispirati a rafforzare la nostra identità».
Paolo del Debbio, sulla Verità, definisce inopportuno il vertice con Tajani a Mediaset.
«Sono un pragmatico. Non interessa a nessuno dove si tengono gli incontri. Ci sono partiti che non hanno più neanche una sede».
Uno degli eredi, prima o poi, scenderà in campo?
«Sarebbe una notizia straordinaria, ma non sono in grado di risponderle».
Enrico Costa, classe 1969, da Mondovì.
«Ho cominciato a fare politica nelle valli monregalesi: prima in un piccolo comune, poi in una comunità montana».
Suo padre, Raffaele, è stato segretario del Pli, ministro e deputato.
«Mi ha insegnato a rispettare sempre chi ho di fronte, cercando di capirne le ragioni anche se non le condivido. E poi mi ha suggerito: “È meglio sapere tutto di un settore specifico, piuttosto che poco di tutto.”».
Lei è entrato in Parlamento nel 2006.
«Sono finito subito in commissione Giustizia. Ho avuto la fortuna di avere due grandi maestri. Pecorella mi ha spiegato come tradurre con semplicità i concetti normativi più complessi. Ghedini come scrivere gli emendamenti. Per un deputato, saper trasformare un’idea in norma è fondamentale».
La dura vita del garantista.
«In aula in molti sono soltanto sedicenti garantisti. Iniziano ogni frase premettendolo. Poi, salvo che parlino del compagno di partito, proseguono con un “ma” grosso come una casa. Il vero garantista, però, lo è soprattutto con gli avversari».
Costa è il nostro Beccaria.
«Ogni volta che si presenta una proposta parte la cantilena: “Favorisce i criminali, impedisce la lotta ai delinquenti…”. Invece, battersi per la presunzione d’innocenza vuol dire evitare vite distrutte da lunghi processi e assoluzioni».
Suo padre fu sottosegretario alla Giustizia dopo il rapimento di Aldo Moro.
«Avevo otto anni. Dopo quell’incarico, trovarono il suo nome in un covo delle Brigate rosse, con i dettagli di movimenti e spostamenti. Gli assegnarono la scorta: la macchina era una 127 gialla difficilmente mimetizzabile».
Lei invece è stato viceministro della Giustizia nel governo Renzi e ministro degli Affari regionali con Gentiloni. Si dimise per tornare nel centrodestra.
«Chiesero la fiducia sull’allungamento dei termini di prescrizione. Si scaricavano sul cittadino le lungaggini di cui è responsabile lo Stato. Piuttosto che accorciare i tempi dei processi, venivano allungati. Un tema ancora attuale».
Eccepì.
«Ero ministro in carica, ma votai contro. Mi alzai dal banco del governo per andare a sedere in quelli del gruppo, come un deputato semplice. Poi scrissi la lettera di dimissioni a Gentiloni: avrei potuto dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ma era giusto fare un passo indietro».
Ha cambiato molti partiti.
«Ma non ho mai cambiato idea».
Prima di tornare in Forza Italia è stato anche con Calenda.
«Con Carlo il rapporto personale è rimasto intatto: ha rispettato le mie posizioni, anche quando non coincidevano con le sue. Ci siamo confrontati in modo schietto».
L’ultragarantista Costa adesso sarà un rivoluzionario garbato?
«Non sono un rivoluzionario, ma spero di restare sempre garbato».
«Il mondo politico ha una responsabilità centrale, che è quella di guardare su orizzonti lontani di medio e lungo periodo». Luigi Campiglio, economista di lungo corso e già docente all’Università Cattolica di Milano, di crisi economiche ne ha viste tante.
La guerra ha congelato l’interscambio petrolifero per come lo conoscevamo. La questione Hormuz condizionerà il futuro dell’economia dei prossimi anni?
«Sì, comunque vada, e anche se noi tutti speriamo nell’arrivo della pace, l’Occidente dovrà comunque fare i conti con una situazione totalmente diversa rispetto a due anni fa. Il petrolio viaggia su mari e il mare è una piattaforma, alla pari delle autostrade: l’utilizzo di Hormuz come un interruttore diventa quindi un grosso problema. Pensate se le strade venissero aperte e chiuse a singhiozzo. La necessità è e resta quella di far transitare le materie prime e in queste condizioni è difficile, perché il traffico marino non può permettersi di diventare precario e volatile. Tutto questo porterà alla carenza dei servizi e a ritardi, con riflessi sul sistema dei prezzi. Al congelamento dell’interscambio si accompagna un rallentamento della globalizzazione e dei suoi benefici, mentre le contrapposizioni delle economie nazionali possono far riemergere il pericolo del ridisegno delle frontiere nella forma della ricerca di un nuovo “spazio vitale”».
Eurostat ha confermato che l’Italia non è riuscita a portare il rapporto tra deficit e Pil al 3% nel 2025: siamo un Paese indisciplinato?
«Direi di no, anche perché il 3% ci è sfuggito di pochissimo e arriviamo da un quinquennio più che positivo in cui l’Italia è tornata in avanzo primario, passando da un rapporto tra deficit e Pil che nel 2022 era all’8,1% a questa situazione».
L’istituto però ha condannato il nostro Paese alla permanenza in procedura di infrazione. Il ministro Giorgetti ha quindi dichiarato, quasi sfidando l’Europa: «Senza flessibilità sul Patto di stabilità, faremo da soli».
«Mi sembra molto improbabile che questo possa accadere, anche se il governo lo dichiara. Per quanto possibile, serve che il nostro Paese si adegui alle regole che ha contribuito a scrivere in Europa. Il nostro Paese gode di una grande credibilità, con uno scostamento di bilancio rischiamo di perdere la faccia in un momento in cui l’Italia in realtà sta riguadagnando terreno nella classifica europea. Resta importante riuscire a confermare la serietà che ci contraddistingue e garantire agli altri Paesi europei la nostra volontà di proseguire su questa strada, in modo da continuare a nutrire della fiducia da parte di tutti. Bisogna tenere la barra dritta e gli obiettivi fermi, cioè trovare le risorse necessarie per rientrare nei parametri richiesti nonostante il momento sfavorevole. Ma è anche vero che il nostro governo, d’altra parte, fa bene a cercare di ricordare alle istituzioni europee che la politica è cosa ben diversa dal controllare solamente il rispetto dei parametri numerici o dall’applicare alla lettera regole che in qualche modo hanno ricadute reali sulle famiglie e le imprese».
Ursula von Der Leyen ha dichiarato: «La clausola di salvaguardia generale può essere attivata soltanto con una grave recessione economica e non è questa la situazione». Si tratta di cecità o realismo?
«Il mondo politico ha una responsabilità centrale, che è quella di guardare su orizzonti lontani di medio e lungo periodo: problemi come la crisi in atto sono necessariamente ostacoli da considerare, ma esclusivamente da questo punto di vista. La tempistica è fondamentale ed effettuare uno scostamento di bilancio ci porterebbe a un aumento della spesa pubblica inopportuno. Non mi sembra il caso di sfidare l’Europa. È cruciale che le regole siano rispettate, così come è altrettanto importante che la politica economica europea allo stesso tempo abbia un orizzonte di lungo periodo».
C’è un periodo di inflazione in arrivo?
«Ci sono vari tipi di aumenti dei prezzi da tenere in considerazione, il petrolio sicuramente è un bene volatile. Possiamo parlare di aumento di prezzo ma non ancora di una vera e propria inflazione che, invece, è un avvitamento, ovvero un aumento in modo esponenziale. A questo punto se l’aumento riguarda un unico bene è possibile che si riesca ad assorbirlo: cioè i prezzi oscillano per poi bloccarsi, questo è un dato sotto gli occhi di tutti. Ma stiamo parlando, in pratica, di aumenti in valore relativo e non assoluto. Occorre distinguere fra aumenti dei prezzi “once for all”, che possono quindi essere sterilizzati, e un incremento relativo di periodo ma costante: allora sì che questo può diventare una spirale dei prezzi difficile da fermare».
Possibili blocchi aerei, aumento dei prezzi delle materie prime e alimentari, addirittura possibili difficoltà nel rifornimento farmaceutico. Stiamo tornando all’era del Covid?
«A me non sembra che si possa paragonare questo periodo al dramma della pandemia, al Covid, e lo dico per quella che è l’evidenza empirica intorno a me: la guerra in Iran ha generato uno stop dei consumi diverso. L’inflazione diventa un problema se si propaga su tutti i beni e servizi in modo indistinto. Si tratta di una pandemia bellica con una conseguente botta economica molto forte e un cambio della struttura dei consumi che potrebbe portare a nuove abitudini, ma è molto diversa rispetto al dramma che abbiamo vissuto nel 2020».
L’Italia come è messa rispetto agli altri Stati?
«Siamo di fronte a una gestione sbagliata oltreoceano e a un’amministrazione americana che è davvero imprevedibile».
Mi sta dicendo che l’amministrazione americana non è all’altezza della situazione?
«Trump potrebbe non arrivare a fine mandato, ma ricordiamoci che la Casa Bianca è stata invasa da un manipolo di persone fuori controllo, poche ore dopo quella che fu la sua sconfitta. L’assalto bis a Capitol hill è un’ipotesi che potrebbe essere quasi peggiore della guerra. Quindi non so in cosa sia meglio sperare».
Quali saranno i settori realmente più colpiti?
«Il panorama delle imprese italiane è molto diversificato, ma direi che in generale i settori più a rischio sono quelli con maggiori investimenti in atto».
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Per capire l’inchiesta della Procura di Milano su Gianluca Rocchi bisogna fare un passo indietro di almeno 3 anni, nel 2023, quando prima di Domenico Rocca un altro assistente arbitrale presentò un esposto in Figc. Si chiamava Pasquale De Meo. E anche in quel caso il procuratore federale Giuseppe Chinè decise di archiviare. Eppure, le accuse erano le stesse sui cui si sta sviluppando l’indagine di oggi.
Il fascicolo del pubblico ministero Maurizio Ascione, dopo quasi un anno di accertamenti, non sembra ruotare soltanto attorno a un errore arbitrale o a una decisione Var. Tocca da vicino il governo delle designazioni, i rapporti interni alla classe arbitrale, il potere di scegliere chi mandare sulle partite decisive e chi tenere lontano. Rocchi, designatore degli arbitri di Serie A e B ora autosospeso, è indagato per concorso in frode sportiva; con lui compare anche Andrea Gervasoni, supervisore Var, mentre Daniele Paterna, al Var in Udinese-Parma, è finito sotto indagine per falsa testimonianza dopo essere stato ascoltato dal pm sulla vicenda di Lissone. Al centro ci sono la presunta interferenza nella sala Var sul rigore assegnato all’Udinese, Bologna-Inter e la designazione di Andrea Colombo, ritenuto dall’accusa arbitro «gradito» all’Inter, e il caso Daniele Doveri, «schermato» nella semifinale di ritorno di Coppa Italia per evitare che potesse dirigere gare successive più delicate per i nerazzurri.
Sul caso Doveri si misura la delicatezza dell’indagine. La Procura guarda a ciò che sarebbe accaduto attorno al 2 aprile 2025 proprio al Meazza, giorno dell’andata di Coppa Italia a San Siro tra Milan e Inter, quando si sarebbe discusso della designazione per il ritorno del 23 aprile. L’ipotesi è che Rocchi, «in concorso con più persone», abbia contribuito a collocare Doveri su quella semifinale per «schermarlo», cioè per evitare che potesse poi essere scelto per gare ancora più decisive dell’Inter. Ma qui la ricostruzione si complica: appena tre giorni dopo, il 5 aprile, Doveri arbitra proprio Parma-Inter, finita 2-2.
È proprio su questo punto che la difesa attacca. L’avvocato di Rocchi, Antonio D’Avirro, che deve ancora decidere se far rispondere il designatore al pm o avvalersi della facoltà di non rispondere, sentito dall’Agi definisce le contestazioni «generiche»: se si parla di concorso, sostiene, vanno indicati anche gli altri soggetti; se si ipotizza un accordo, bisogna dire con chi. È uno dei nodi che il pm Maurizio Ascione dovrà sciogliere con atti, testimonianze, presenze, chat e riscontri nelle prossime settimane.
Se il 2 aprile a San Siro ci fossero stati dirigenti dell’Inter, la loro semplice presenza non basterebbe: conterebbe il ruolo avuto. Solo un eventuale accordo per orientare la designazione di Doveri o ottenere arbitri «graditi» potrebbe aprire un procedimento per illecito sportivo, con rischi pesanti per il club, dalla penalizzazione fino alla retrocessione.
L’Inter respinge ogni ombra. Il presidente Giuseppe Marotta dice di essere «meravigliato»: «Non abbiamo un elenco di arbitri graditi e arbitri non graditi. Assolutamente no». Poi ricorda il rigore non dato in Inter-Roma e rivendica: «Siamo forti della nostra correttezza. Giocatori, squadra e società: siamo tutti molto tranquilli».
Di certo questa inchiesta affonda le radici in una guerra vecchia di almeno tre anni. Una battaglia cominciata nel 2023, quando dentro il calcio italiano si decide chi avrebbe controllato davvero la classe arbitrale. Da una parte Alfredo Trentalange, ex presidente dell’Aia, che spingeva per un’associazione più autonoma dalla Figc: autonomia gestionale, amministrativa, economica e finanziaria. Dall’altra Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, deciso a tenere gli arbitri dentro il perimetro federale. Quella battaglia la vince Gravina. Trentalange viene travolto dal caso Rosario D’Onofrio, lascia la presidenza dell’Aia, viene colpito sportivamente e poi assolto. Ma politicamente il danno è già fatto: l’uomo dell’autonomia è fuori, il sistema torna nelle mani del Palazzo. In quel vuoto Rocchi diventa il perno tecnico della nuova stagione arbitrale: l’uomo delle designazioni, delle carriere, delle promozioni e delle dismissioni. L’asse con Gravina è fortissimo.
È qui che entra in scena De Meo. Assistente arbitrale foggiano, cresciuto dentro l’Aia, è uno che conosce bene il linguaggio vero del potere arbitrale: designazioni, osservatori, voti, raduni, relazioni, organi tecnici. Prima ancora di Domenico Rocca, è lui a mettere per iscritto una denuncia che racconta il funzionamento interno del sistema. Succede tutto dopo Milan-Empoli, 7 aprile 2023, una partita anonima, finita 0-0. Ma è nello spogliatoio di San Siro che, secondo De Meo, si accende la miccia.
Dopo la gara, davanti alla quaterna arbitrale (Matteo Marcenaro, Luca Mondin, Pasquale De Meo e Antonio Rapuano) l’osservatore Claudio Puglisi si lascia andare a uno sfogo. Parla delle proprie designazioni, delle gare di Serie B e Serie C, di una carriera che a suo dire sarebbe stata frenata dagli «amici di Torino». Per De Meo non è una battuta da spogliatoio. È il segnale che dentro l’Aia la guerra tra correnti è entrata perfino nel colloquio di valutazione dopo una partita. Decide di scrivere.
Il suo è un fascicolo che racconta molto più di uno sfogo. Pasquale De Meo denuncia la telefonata durissima di Daniele Orsato dopo la segnalazione su Claudio Puglisi: secondo il suo racconto, Orsato lo avrebbe accusato di non sapersi comportare e gli avrebbe intimato: «Non rivolgermi più la parola». Poi il confronto di Coverciano con la Commissione Can, il ruolo sempre di Rocchi e Gervasoni, la sospensione per il servizio Ncc e l’episodio con Paolo Valeri, che secondo De Meo lo avrebbe accusato di vicinanza a Trentalange.
La frase che resta è quella che gli avrebbe rivolto Rocchi: «Chi ti manda in campo? Sono io». Poi, continua: «Chi decide le designazioni decide chi lavora, chi cresce, chi viene protetto e chi resta fermo. Chi controlla i voti controlla graduatorie, carriere e anche il dissenso».
Il procuratore federale Giuseppe Chinè archivia. Due anni dopo arriva l’esposto di Rocca: voti ritoccati, graduatorie manipolate, assistenti salvati o affossati. È la stessa solfa. De Meo e Rocca parlano, vengono archiviati e poi fatti fuori. Dopo l’inchiesta milanese si ritrovano su Facebook, dove De Meo scrive: «Solo noi sappiamo quello che abbiamo vissuto». Intanto la Lega chiede di commissariare la Figc.

