
Se l’aspettava?
«No, ovviamente. Venivamo da una campagna referendaria molto faticosa, di cui siamo stati i più convinti sostenitori. Per mesi mi sono concentrato sulla riforma della giustizia».
Enrico Costa, garantista e liberale, è il nuovo capogruppo di Forza Italia alla Camera.
«Il partito ha da sempre fatto di queste idee il suo tratto distintivo».
Eletto per acclamazione.
«Ho apprezzato molto la fiducia dei colleghi. Partire con il piede giusto è importante».
Il suo predecessore, Paolo Barelli, non l’ha presa benissimo.
«Un caro amico. Una persona perbene. Grandi doti di mediazione e ascolto. È andato a fare il sottosegretario ai Rapporti con il parlamento: un ruolo che gli si addice molto».
Largo ai giovani?
«Largo alla qualità».
Le tocca pacificare.
«Questo gruppo non ha bisogno di essere pacificato. Siamo uniti e coesi. Cercherò di valorizzare le competenze».
Invocano rinnovamento.
«Dei colleghi non guardo l’anagrafe: conta il tratto, la lettura del presente. Ho conosciuto politici vecchi con una mente straordinariamente svelta. E viceversa».
Aria fresca.
«Sulla giustizia va rilanciato il merito: i magistrati non devono fare carriera per la spinta delle correnti. E poi serve accentuare l’impronta liberale: più concorrenza, meno burocrazia, qualità nella spesa pubblica, basta bonus e Superbonus, puntare sulla crescita».
E i diritti civili?
«Il fine vita va affrontato con equilibrio, seguendo le indicazioni della Corte costituzionale».
Il referendum ha scosso il centrodestra.
«Con Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato, abbiamo inviato una lettera al ministro Nordio e ai partiti di maggioranza. Chiediamo di far ripartire il percorso riformatore sulla giustizia: dal codice di procedura penale alla prescrizione. Lo dobbiamo ai milioni di cittadini che hanno votato sì».
Batosta leggendaria, comunque.
«I contrari, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno valutato il merito. Chi voleva dare un segnale al governo, chi era preoccupato per la guerra, chi non voleva sfiorare la Costituzione, chi ha votato per logica di schieramento. Ma le confesso che la sconfitta ci ha unito ancora di più».
Sostengono il contrario.
«La sinistra ha messo da parte le convinzioni pensando di colpire il governo. E oggi confonde l’esito del referendum con quello delle elezioni politiche».
Voi, invece?
«Anche una sconfitta può rafforzare l’identità politica. Non si vedono sbavature».
E la manifestazione leghista sulla remigrazione?
«Chi lavora onestamente e si integra con i nostri valori è una grande risorsa. La Lega accentua la lotta all’immigrazione clandestina. Sono due posizioni complementari. Il centrodestra sta insieme da così tanto tempo perché ci sono buonsenso e sintesi».
Ci sono scaramucce sul prossimo candidato a sindaco di Milano. Forza Italia vorrebbe un civico. Fratelli d’Italia spinge per Maurizio Lupi, leader di Noi moderati.
«È un confronto fisiologico. Non si discute di persone, ma di metodo».
Dopo la sconfitta, i sondaggi non confortano.
«Questo governo è uno dei più longevi di sempre. Dalla nostra parte abbiamo la storia. Gli altri mi sembra che stiano solo cercando di rimettere insieme i cocci di un vaso che si è rotto a ripetizione».
L’Ulivo?
«Ricordate le riunioni di maggioranza dei governi Prodi? Un’infinità di sedie per un’infinità di sigle. Vinsero nel 1996 e caddero due governi. Rivinsero nel 2006 e durarono appena due anni».
Il campo largo promette miracoli.
«Anche il governo giallorosso ha avuto vita breve. Le alleanze contro, con idee opposte su temi decisivi, non reggono».
Cantano già vittoria.
«Quando si arriverà al dunque, gli elettori ricorderanno che il centrodestra sta insieme da trent’anni, condivide principi e valori e ha un premier che ha lavorato bene».
Anche Forza Italia è in calo.
«Non c’è nessun calo. E sono certo che cresceremo ancora. Il campo largo è molto sbilanciato a sinistra. I moderati ci sceglieranno per la nostra credibilità e il nostro leader».
Antonio Tajani?
«Ha sempre affermato l’identità di Forza Italia, garantendo lealtà alla coalizione».
Il suo posto vacilla?
«Invenzioni. Ha saputo guidare il partito in una fase complessa. Un’impresa che, dopo la morte di Berlusconi, molti consideravano impossibile».
Merita gratitudine, allora?
«Non è questione di gratitudine, merce rara in politica. Tajani interpreta in modo perfetto i nostri valori e il nostro stile. In una politica urlata, dove i leader usano un linguaggio ruvido, cercare sempre il dialogo ed esprimersi con equilibrio sono doti preziosissime».
È diventato il partito delle tessere, dicono i detrattori.
«È giusto strutturarsi partendo dalla base: territori, iscritti, congressi. Evitando, chiaramente, deleterie lotte di potere».
I figli del Cavaliere, Marina e Pier Silvio, non lesinano consigli.
«Abbiamo il nome Berlusconi nel simbolo. È ovvio che, da parte loro, ci siano attenzione e amore verso Forza Italia. Sono suggerimenti preziosi, sempre ispirati a rafforzare la nostra identità».
Paolo del Debbio, sulla Verità, definisce inopportuno il vertice con Tajani a Mediaset.
«Sono un pragmatico. Non interessa a nessuno dove si tengono gli incontri. Ci sono partiti che non hanno più neanche una sede».
Uno degli eredi, prima o poi, scenderà in campo?
«Sarebbe una notizia straordinaria, ma non sono in grado di risponderle».
Enrico Costa, classe 1969, da Mondovì.
«Ho cominciato a fare politica nelle valli monregalesi: prima in un piccolo comune, poi in una comunità montana».
Suo padre, Raffaele, è stato segretario del Pli, ministro e deputato.
«Mi ha insegnato a rispettare sempre chi ho di fronte, cercando di capirne le ragioni anche se non le condivido. E poi mi ha suggerito: “È meglio sapere tutto di un settore specifico, piuttosto che poco di tutto.”».
Lei è entrato in Parlamento nel 2006.
«Sono finito subito in commissione Giustizia. Ho avuto la fortuna di avere due grandi maestri. Pecorella mi ha spiegato come tradurre con semplicità i concetti normativi più complessi. Ghedini come scrivere gli emendamenti. Per un deputato, saper trasformare un’idea in norma è fondamentale».
La dura vita del garantista.
«In aula in molti sono soltanto sedicenti garantisti. Iniziano ogni frase premettendolo. Poi, salvo che parlino del compagno di partito, proseguono con un “ma” grosso come una casa. Il vero garantista, però, lo è soprattutto con gli avversari».
Costa è il nostro Beccaria.
«Ogni volta che si presenta una proposta parte la cantilena: “Favorisce i criminali, impedisce la lotta ai delinquenti…”. Invece, battersi per la presunzione d’innocenza vuol dire evitare vite distrutte da lunghi processi e assoluzioni».
Suo padre fu sottosegretario alla Giustizia dopo il rapimento di Aldo Moro.
«Avevo otto anni. Dopo quell’incarico, trovarono il suo nome in un covo delle Brigate rosse, con i dettagli di movimenti e spostamenti. Gli assegnarono la scorta: la macchina era una 127 gialla difficilmente mimetizzabile».
Lei invece è stato viceministro della Giustizia nel governo Renzi e ministro degli Affari regionali con Gentiloni. Si dimise per tornare nel centrodestra.
«Chiesero la fiducia sull’allungamento dei termini di prescrizione. Si scaricavano sul cittadino le lungaggini di cui è responsabile lo Stato. Piuttosto che accorciare i tempi dei processi, venivano allungati. Un tema ancora attuale».
Eccepì.
«Ero ministro in carica, ma votai contro. Mi alzai dal banco del governo per andare a sedere in quelli del gruppo, come un deputato semplice. Poi scrissi la lettera di dimissioni a Gentiloni: avrei potuto dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ma era giusto fare un passo indietro».
Ha cambiato molti partiti.
«Ma non ho mai cambiato idea».
Prima di tornare in Forza Italia è stato anche con Calenda.
«Con Carlo il rapporto personale è rimasto intatto: ha rispettato le mie posizioni, anche quando non coincidevano con le sue. Ci siamo confrontati in modo schietto».
L’ultragarantista Costa adesso sarà un rivoluzionario garbato?
«Non sono un rivoluzionario, ma spero di restare sempre garbato».






