Progetti arenati e pochi soldi. Nel deserto saudita tramonta l’utopia della città «green»
- La guerra nel Golfo potrebbe dare il colpo di grazia alla costruzione di Neom. Ma per la futuristica metropoli senza auto e a zero emissioni i problemi erano iniziati da tempo.
- Era uno dei cardini del piano del principe bin Salman per ridurre la dipendenza del Regno dal petrolio. Però solo un terzo della nuova energia pulita è stato prenotato. Così il maxi impianto previsto sarà ridimensionato.
Lo speciale contiene due articoli
L’Arabia Saudita rivede i piani del suo progetto simbolo. La decisione di cancellare una serie di contratti edilizi legati a Neom segna infatti un passaggio chiave nella trasformazione del maxi investimento da 500 miliardi di dollari, considerato il pilastro della strategia di modernizzazione del regno. Il ridimensionamento arriva in una fase di crescente instabilità regionale. Le tensioni con l’Iran e l’escalation militare nel Golfo hanno aumentato i rischi per le infrastrutture energetiche e per le rotte commerciali, incidendo sulla fiducia degli investitori. In questo contesto, anche i flussi finanziari internazionali mostrano segnali di rallentamento, mentre le aziende globali iniziano a riconsiderare la propria esposizione nell’area.
Le rescissioni riguardano interventi cruciali, tra cui lavori di scavo indispensabili per The Line, il progetto urbano più iconico di Neom: una città lineare lunga 170 chilometri, concepita come due strutture parallele senza traffico automobilistico, immerse nel deserto saudita. Attorno a questa visione ruotano anche altri sviluppi strategici, come Oxagon, hub industriale galleggiante, e Trojena, destinazione turistica di montagna pensata per offrire attività all’aperto durante tutto l’anno, compresi sport invernali. Fin dalla sua presentazione nel 2017 da parte del principe ereditario Mohammed bin Salman, Neom è stato immaginato come il motore della transizione economica saudita, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal petrolio e costruire un’economia basata su tecnologia, sostenibilità e attrazione di capitali internazionali. Nelle intenzioni, si tratta di un ecosistema completamente green, alimentato da energie rinnovabili e progettato per azzerare l’impatto ambientale, diventando un modello globale di sviluppo sostenibile.
Tuttavia, la portata del progetto ha sollevato sin dall’inizio interrogativi sulla sostenibilità finanziaria e sulla sua effettiva realizzabilità. Negli ultimi mesi, queste perplessità si sono intensificate. Il regno si trova infatti a sostenere contemporaneamente numerosi investimenti legati al programma Vision 2030, tra cui grandi opere infrastrutturali, espansione del settore turistico e preparativi per eventi globali come Expo 2030 a Riad. Sebbene le entrate petrolifere restino rilevanti, la necessità di distribuirle tra più priorità ha ridotto i margini di manovra. I recenti attacchi a infrastrutture energetiche e le tensioni sulle rotte marittime hanno aumentato l’incertezza.
Il risultato è un clima di cautela che si riflette sia nelle decisioni degli investitori sia nelle strategie operative delle aziende coinvolte. In questo scenario, i grandi progetti ancora in fase iniziale risultano particolarmente vulnerabili. Il rallentamento o la revisione delle opere appare quindi come una scelta strategica più ampia, piuttosto che un intervento limitato. Le autorità saudite non sembrano intenzionate ad abbandonare Neom, ma piuttosto a rimodularne le ambizioni. I segnali più recenti indicano una riduzione degli elementi più visionari di The Line e uno spostamento verso iniziative con ritorni economici più immediati, come infrastrutture logistiche, centri dati e sviluppi turistici più selettivi. L’obiettivo sembra essere quello di privilegiare interventi capaci di produrre risultati concreti in tempi più rapidi, riducendo l’esposizione finanziaria delle componenti più complesse e costose. Una trasformazione di questo tipo non è insolita nei megaprogetti. Nel caso saudita, però, la differenza sta nel valore politico attribuito a Neom, presentato per anni come il manifesto della nuova Arabia Saudita. Resta però un elemento distintivo: Neom non è un progetto qualsiasi, ma un simbolo della nuova identità economica saudita. Il suo successo rappresenterebbe la prova della capacità del regno di diversificare la propria economia, mentre eventuali difficoltà rischiano di alimentare dubbi sulla velocità e sostenibilità di questa transizione. Un ruolo centrale continua a essere attribuito al turismo, considerato uno dei pilastri della Vision 2030. Resort, infrastrutture costiere e città intelligenti sono stati progettati per trasformare l’Arabia Saudita in una destinazione globale.
Tuttavia, il settore turistico è fortemente influenzato dalla percezione di sicurezza. Anche tensioni circoscritte possono incidere sui flussi di visitatori, sui costi assicurativi e sulle operazioni delle compagnie aeree. Anche gli investimenti esteri risentono di questa volatilità. Società internazionali, appaltatori e lavoratori altamente qualificati tendono a diventare più prudenti quando il contesto regionale appare meno prevedibile. Le difficoltà incontrate da Neom evidenziano quindi come il successo di progetti di questa portata non dipenda soltanto da risorse finanziarie e capacità tecnologiche, ma anche dalla stabilità geopolitica. Con l’avvicinarsi di Expo 2030, il tempo a disposizione per dimostrare risultati concreti si riduce. Il cantiere nel deserto resta attivo, ma il cambio di approccio appare evidente: l’enfasi si sposta da una visione illimitata a una gestione più pragmatica delle priorità.
La questione centrale non è più se Neom verrà realizzato, ma in quale forma. Gli aggiustamenti finanziari in corso incidono sull’intera Vision 2030, suggerendo un possibile riequilibrio delle priorità verso iniziative più sostenibili nel breve periodo. In un contesto di entrate petrolifere meno prevedibili, un approccio selettivo agli investimenti potrebbe rivelarsi obbligatorio. Secondo diversi analisti, una strategia più mirata consentirebbe al regno di gestire meglio le risorse disponibili, concentrandosi su settori con ritorni più rapidi. Tra questi emergono anche i grandi eventi sportivi internazionali, come i Giochi asiatici invernali del 2029 e i Mondiali di calcio del 2034, considerati leve per stimolare la crescita economica e rafforzare l’immagine globale del Paese.
Neom si trasforma così in un banco di prova. Non solo per la capacità dell’Arabia Saudita di realizzare un progetto senza precedenti, ma anche per la sua abilità nel muoversi in un contesto internazionale complesso, dove economia, sicurezza e reputazione si intrecciano sempre di più. Il futuro del progetto dipenderà dalla gestione di queste variabili, in un equilibrio ancora tutto da costruire. Ma resta un nodo di fondo: l’idea di un sistema urbano completamente sostenibile, a emissioni zero e autosufficiente nel deserto saudita appare, almeno allo stato attuale, più come una visione teorica che una prospettiva concreta. Più che un modello replicabile nel breve periodo, Neom rischia di restare il simbolo di un’ambizione estrema, sospesa tra innovazione e realtà, tra strategia e utopia.
L’idrogeno verde costa troppo. E Riad non trova più acquirenti
Il maxi progetto saudita per la produzione di idrogeno verde nella regione di Oxagon, all’interno della futuristica Neom, entra in una fase critica. Nonostante l’avanzamento dei lavori, emergono segnali di difficoltà che potrebbero portare a un ridimensionamento dell’iniziativa, considerata finora uno dei pilastri della strategia energetica del Regno. L’idrogeno verde è un combustibile prodotto senza emissioni di CO2, ottenuto separando l’acqua nei suoi componenti – idrogeno e ossigeno – attraverso un processo chiamato elettrolisi. L’energia usata per questo processo proviene da fonti rinnovabili come sole, vento o idroelettrico. A far scattare l’allarme sono le indiscrezioni riportate da Bloomberg, secondo cui il sito sarebbe in affanno a causa della mancanza di acquirenti certi per il combustibile verde.
Eppure, sul piano industriale, i progressi sono evidenti. La Neom Green Hydrogen Company (Nghc), joint venture tra Acwa Power, Air Products e Neom, ha annunciato il completamento dell’80% della costruzione. Il traguardo riguarda tutte le componenti chiave: dall’impianto di produzione di idrogeno verde ai parchi eolici e fotovoltaici, fino alla rete di trasmissione. Sul sito di Oxagon sono già installati turbine eoliche, elettrolizzatori, serbatoi di stoccaggio, cold box e condotte.
L’infrastruttura si estende su oltre 300 chilometri quadrati e sarà alimentata da 4 gigawatt di energia rinnovabile. I siti di generazione dovrebbero essere completati entro metà 2026, mentre la prima produzione di ammoniaca verde è prevista nel 2027. Tuttavia, è sul fronte della domanda che si concentrano le principali criticità. Secondo fonti vicine al dossier, la richiesta internazionale di idrogeno verde si sta rivelando molto più debole del previsto. Due fonti anonime citate da Bloomberg parlano di una «crisi profonda e silenziosa», che starebbe spingendo i promotori a valutare un rallentamento o una revisione del progetto. In origine, l’impianto era stato concepito per esportare l’intera produzione. Oggi però solo un terzo dell’idrogeno previsto ha trovato uno sbocco commerciale. L’unico accordo formalizzato è quello con TotalEnergies, che prevede la fornitura di 70.000 tonnellate annue tra il 2030 e il 2045. Il progetto Oxagon rappresentava uno dei simboli della Vision 2030, il piano lanciato da Mohammed bin Salman per ridurre la dipendenza dal petrolio. Ma proprio l’assenza di clienti sta ora costringendo i promotori a rivedere la strategia, orientandosi verso uno sviluppo modulare, da attivare progressivamente solo dopo la firma di nuovi contratti di fornitura. Un cambio di rotta significativo, soprattutto alla luce degli obiettivi iniziali: produrre fino a 600 tonnellate al giorno di idrogeno verde entro il 2027, grazie a un sistema di elettrolizzatori alimentati da energie rinnovabili. Anche i costi hanno subito un’impennata. Il budget è passato dai 5 miliardi iniziali agli attuali 8,4 miliardi. Air Products, principale partner industriale, ha ribadito che i lavori procedono secondo i piani, ma ha anche confermato il rinvio degli investimenti previsti in Europa. «Nel breve termine ci concentriamo sulla costruzione e sulla vendita di ammoniaca verde dall’Arabia Saudita, in attesa che i regolamenti sull’idrogeno si stabilizzino», ha dichiarato l’azienda. Secondo Bloomberg, le difficoltà di Neom riflettono un problema più ampio che riguarda l’intero settore: il costo ancora elevato dell’idrogeno verde e la mancanza di mercati maturi per i prodotti derivati, come i carburanti sintetici.
Riad non sembra intenzionata a rinunciare al progetto. L’idrogeno verde resta infatti un elemento centrale della strategia saudita per mantenere un ruolo di primo piano nel mercato energetico globale anche dopo la transizione ecologica. Tuttavia, la sfida ora è trasformare un’ambizione industriale senza precedenti in un modello economicamente sostenibile ma la missione appare molto difficile.



