«Puniva o cacciava gli arbitri ribelli». Altre accuse contro il sistema Rocchi

Per capire l’inchiesta della Procura di Milano su Gianluca Rocchi bisogna fare un passo indietro di almeno 3 anni, nel 2023, quando prima di Domenico Rocca un altro assistente arbitrale presentò un esposto in Figc. Si chiamava Pasquale De Meo. E anche in quel caso il procuratore federale Giuseppe Chinè decise di archiviare. Eppure, le accuse erano le stesse sui cui si sta sviluppando l’indagine di oggi.
Il fascicolo del pubblico ministero Maurizio Ascione, dopo quasi un anno di accertamenti, non sembra ruotare soltanto attorno a un errore arbitrale o a una decisione Var. Tocca da vicino il governo delle designazioni, i rapporti interni alla classe arbitrale, il potere di scegliere chi mandare sulle partite decisive e chi tenere lontano. Rocchi, designatore degli arbitri di Serie A e B ora autosospeso, è indagato per concorso in frode sportiva; con lui compare anche Andrea Gervasoni, supervisore Var, mentre Daniele Paterna, al Var in Udinese-Parma, è finito sotto indagine per falsa testimonianza dopo essere stato ascoltato dal pm sulla vicenda di Lissone. Al centro ci sono la presunta interferenza nella sala Var sul rigore assegnato all’Udinese, Bologna-Inter e la designazione di Andrea Colombo, ritenuto dall’accusa arbitro «gradito» all’Inter, e il caso Daniele Doveri, «schermato» nella semifinale di ritorno di Coppa Italia per evitare che potesse dirigere gare successive più delicate per i nerazzurri.
Sul caso Doveri si misura la delicatezza dell’indagine. La Procura guarda a ciò che sarebbe accaduto attorno al 2 aprile 2025 proprio al Meazza, giorno dell’andata di Coppa Italia a San Siro tra Milan e Inter, quando si sarebbe discusso della designazione per il ritorno del 23 aprile. L’ipotesi è che Rocchi, «in concorso con più persone», abbia contribuito a collocare Doveri su quella semifinale per «schermarlo», cioè per evitare che potesse poi essere scelto per gare ancora più decisive dell’Inter. Ma qui la ricostruzione si complica: appena tre giorni dopo, il 5 aprile, Doveri arbitra proprio Parma-Inter, finita 2-2.
È proprio su questo punto che la difesa attacca. L’avvocato di Rocchi, Antonio D’Avirro, che deve ancora decidere se far rispondere il designatore al pm o avvalersi della facoltà di non rispondere, sentito dall’Agi definisce le contestazioni «generiche»: se si parla di concorso, sostiene, vanno indicati anche gli altri soggetti; se si ipotizza un accordo, bisogna dire con chi. È uno dei nodi che il pm Maurizio Ascione dovrà sciogliere con atti, testimonianze, presenze, chat e riscontri nelle prossime settimane.
Se il 2 aprile a San Siro ci fossero stati dirigenti dell’Inter, la loro semplice presenza non basterebbe: conterebbe il ruolo avuto. Solo un eventuale accordo per orientare la designazione di Doveri o ottenere arbitri «graditi» potrebbe aprire un procedimento per illecito sportivo, con rischi pesanti per il club, dalla penalizzazione fino alla retrocessione.
L’Inter respinge ogni ombra. Il presidente Giuseppe Marotta dice di essere «meravigliato»: «Non abbiamo un elenco di arbitri graditi e arbitri non graditi. Assolutamente no». Poi ricorda il rigore non dato in Inter-Roma e rivendica: «Siamo forti della nostra correttezza. Giocatori, squadra e società: siamo tutti molto tranquilli».
Di certo questa inchiesta affonda le radici in una guerra vecchia di almeno tre anni. Una battaglia cominciata nel 2023, quando dentro il calcio italiano si decide chi avrebbe controllato davvero la classe arbitrale. Da una parte Alfredo Trentalange, ex presidente dell’Aia, che spingeva per un’associazione più autonoma dalla Figc: autonomia gestionale, amministrativa, economica e finanziaria. Dall’altra Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, deciso a tenere gli arbitri dentro il perimetro federale. Quella battaglia la vince Gravina. Trentalange viene travolto dal caso Rosario D’Onofrio, lascia la presidenza dell’Aia, viene colpito sportivamente e poi assolto. Ma politicamente il danno è già fatto: l’uomo dell’autonomia è fuori, il sistema torna nelle mani del Palazzo. In quel vuoto Rocchi diventa il perno tecnico della nuova stagione arbitrale: l’uomo delle designazioni, delle carriere, delle promozioni e delle dismissioni. L’asse con Gravina è fortissimo.
È qui che entra in scena De Meo. Assistente arbitrale foggiano, cresciuto dentro l’Aia, è uno che conosce bene il linguaggio vero del potere arbitrale: designazioni, osservatori, voti, raduni, relazioni, organi tecnici. Prima ancora di Domenico Rocca, è lui a mettere per iscritto una denuncia che racconta il funzionamento interno del sistema. Succede tutto dopo Milan-Empoli, 7 aprile 2023, una partita anonima, finita 0-0. Ma è nello spogliatoio di San Siro che, secondo De Meo, si accende la miccia.
Dopo la gara, davanti alla quaterna arbitrale (Matteo Marcenaro, Luca Mondin, Pasquale De Meo e Antonio Rapuano) l’osservatore Claudio Puglisi si lascia andare a uno sfogo. Parla delle proprie designazioni, delle gare di Serie B e Serie C, di una carriera che a suo dire sarebbe stata frenata dagli «amici di Torino». Per De Meo non è una battuta da spogliatoio. È il segnale che dentro l’Aia la guerra tra correnti è entrata perfino nel colloquio di valutazione dopo una partita. Decide di scrivere.
Il suo è un fascicolo che racconta molto più di uno sfogo. Pasquale De Meo denuncia la telefonata durissima di Daniele Orsato dopo la segnalazione su Claudio Puglisi: secondo il suo racconto, Orsato lo avrebbe accusato di non sapersi comportare e gli avrebbe intimato: «Non rivolgermi più la parola». Poi il confronto di Coverciano con la Commissione Can, il ruolo sempre di Rocchi e Gervasoni, la sospensione per il servizio Ncc e l’episodio con Paolo Valeri, che secondo De Meo lo avrebbe accusato di vicinanza a Trentalange.
La frase che resta è quella che gli avrebbe rivolto Rocchi: «Chi ti manda in campo? Sono io». Poi, continua: «Chi decide le designazioni decide chi lavora, chi cresce, chi viene protetto e chi resta fermo. Chi controlla i voti controlla graduatorie, carriere e anche il dissenso».
Il procuratore federale Giuseppe Chinè archivia. Due anni dopo arriva l’esposto di Rocca: voti ritoccati, graduatorie manipolate, assistenti salvati o affossati. È la stessa solfa. De Meo e Rocca parlano, vengono archiviati e poi fatti fuori. Dopo l’inchiesta milanese si ritrovano su Facebook, dove De Meo scrive: «Solo noi sappiamo quello che abbiamo vissuto». Intanto la Lega chiede di commissariare la Figc.






