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2024-05-19
«Von der Leyen non può avere l’immunità»
Ursula von der Leyen (Ansa)
Quello denunciato ieri da chi si è costituito parte civile contro Ursula von der Leyen nel cosiddetto Pfizergate, che vede accusata la presidente della Commissione europea di corruzione, conflitto d’interessi, interferenza nelle funzioni pubbliche e distruzione di documenti, è un vero e proprio cahier des doléances. Nulla di questo processo sembra gestito secondo le consuetudini procedurali che regolano, ovunque nel mondo, i casi giudiziari. Per fare un esempio, il Palazzo di Giustizia di Liegi, che l’altroieri ha ospitato la prima udienza procedurale per decidere la giurisdizione dell’affaire, è stato totalmente evacuato: nonostante l’assenza dei convocati Von der Leyen e Albert Bourla, ad di Pfizer, accusati di aver negoziato i contratti dei vaccini anti Covid, per 35 miliardi di euro, in totale assenza di trasparenza, in tutto il palazzo c’erano soltanto gli avvocati, i denuncianti e i giudici del caso. Frédéric Baldan, lobbista che ha citato in giudizio Von der Leyen, insieme con Florian Philippot, presidente del partito francese Les Patriotes, e l’associazione Generazioni future, ha inoltre denunciato pesanti interferenze nell’accesso agli atti: «Quando abbiamo tentato di depositare alcuni documenti, sia a Bruxelles che a Lussemburgo, e di avere il fascicolo che ci riguardava, ci hanno mandato la polizia». «Non mi era mai capitato prima», ha commentato Diane Protat, avvocatessa di Baldan, «quest’avventura con la polizia non fa neanche tanto ridere perché c’è un vero e proprio attacco al diritto del cittadino di accedere al proprio fascicolo e quindi al diritto di difesa di un avvocato. Sono sbalordita».
Ma le anomalie non sono finite qui. Sul piatto c’è innanzitutto la questione della competenza della Procura europea Eppo (European public prosecutor’s office) - diretta dalla procuratrice rumena Laura Kövesi - che era oggetto dell’udienza di ieri. Al termine della seduta, Eppo ha diffuso un criptico comunicato stampa in cui avoca a sé la competenza del caso senza dare troppe spiegazioni: «L’Eppo ha concluso che le denunce riguardano fatti che rientrano nella sua competenza materiale. Spetta quindi ora all’Eppo, in quanto Procura competente, prendere posizione sulla legalità delle denunce presentate al giudice istruttore di Liegi, e alla Corte (Chambre du Conseil) decidere in merito», ha scritto la Procura Ue. «Secondo la procedura penale belga», ha poi aggiunto, «un giudice istruttore ha il potere di indagare su (presunti) reati se i reati sono commessi nel territorio di sua competenza, o se il sospettato risiede in tale territorio, compresi i reati che rientrano nella competenza della Procura europea […]. Tuttavia secondo il diritto Ue applicabile, spetta alla Procura europea indagare, perseguire e portare in giudizio gli autori di reati che danneggiano il bilancio dell’Unione europea». Sarà, ma è stata la stessa Ursula von der Leyen, lo scorso 29 aprile a Maastricht, a scaricare sui governi nazionali la responsabilità di quella discutibile firma sui contratti dei vaccini dichiarando, a un giornalista che la incalzava, che «sono stati i Paesi membri - che hanno accettato le condizioni - a firmare il contratto e a pagare ognuno la propria parte». Non è chiaro dunque in quale modo la Procura Ue dovrebbe interferire in questa vicenda, considerato che non si configura un «attacco al bilancio dell’Unione europea», ma semmai a quello degli Stati membri. Von der Leyen è stata molto chiara», spiega Baldan, «i flussi di denaro provenivano dai governi nazionali, basterebbe questa ammissione per invalidare completamente le iniziative della Procura Ue in termini di dichiarazione di competenza».
Un altro punto controverso riguarda l’immunità della presidente della Commissione europea: i dipendenti Ue beneficiano di un’immunità cosiddetta «funzionale» sugli atti che compiono nell’esercizio delle loro funzioni. Secondo i denuncianti, Von der Leyen ha agito segretamente e via sms: «Se si agisce al di fuori del mandato e dei poteri conferiti dai Trattati europei non si può, de facto, pretendere di beneficiare dell’immunità». È per questo che la presidente, secondo i denuncianti, avrebbe dovuto essere sospesa. Non essendo avvenuto, oggi la sua candidatura appare fortemente compromessa da quello che è diventato un vero e proprio rebus giuridico, prima ancora che un incredibile caso politico, riconosciuto, peraltro, anche in aula: «È una faccenda “forte”», è stato detto. «Non è molto chiaro», ha osservato anche Florian Philippot, «come la presidente possa candidarsi alla sua stessa successione».
C’è infine la questione dei due Stati membri, Polonia e Ungheria, che non si sono affatto ritirati dall’azione penale. Anzi: l’Ungheria ha chiesto al giudice di verificare le competenze della Procura Ue e ciò ha impedito di chiudere il caso assegnandolo a Eppo senza colpo ferire, come la Procura Ue auspicava; la richiesta ha determinato l’aggiornamento del caso al 6 dicembre 2024. Quando a luglio il Consiglio degli Stati membri Ue dovrà nominare il futuro presidente della Commissione, due dei suoi membri potranno votarla, avendola citata in giudizio?
Le bugie su Wuhan inguaiano Fauci. E Musk punta il dito: «Processatelo»
«Il New York Post insegue Fauci per le sue bugie sulla ricerca sui virus pericolosi presso l’istituto di virologia di Wuhan. Le cose potranno solo peggiorare per questi bugiardi», era il post che accompagnava il retweet di Musk. La rabbia del Ceo, che evidentemente freme per vedere dietro alle sbarre l’ancora potente immunologo, era esplosa dopo la dichiarazione di giovedì scorso del vicedirettore principale del National institutes of health (Nih), Lawrence Tabak. Al Congresso, aveva finalmente ammesso che con i soldi dei contribuenti statunitensi era stata pagata la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan in Cina, prima dello scoppio della pandemia di Covid-19. «Dottor Tabak, il Nih ha finanziato la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan attraverso Ecohealth alliance?», associazione non governativa che starebbe lavorando per prevenire le pandemie, ha chiesto la deputata Debbie Lesko, membro della sottocommissione ristretta del Congresso sulla pandemia.
«Dipende dalla sua definizione di ricerca sul guadagno di funzione», ha risposto Tabak. «Se parla del termine generico, sì, l’abbiamo fatto […] il termine generico è la ricerca che si svolge in molti laboratori in tutto il Paese. Non è regolamentato. E il motivo per cui non è regolamentato è che non rappresenta una minaccia o un danno per nessuno».
La questione è invece delicatissima e riguarda gli esperimenti di editing genetico, tecniche condotte per aumentare la trasmissibilità e la virulenza di microrganismi infettivi. Per quattro anni i funzionari federali della sanità pubblica Usa non hanno ammesso che venissero condotte simili ricerche in Cina, con ingenti finanziamenti statunitensi.
In prima fila, a negare c’era Anthony Fauci, ex direttore del National institute of allergy and infectious diseases (Niaid) e lo stesso Tabak. Davanti al Congresso, nel 2021 Fauci aveva mentito apertamente, dunque. «L’Nih non ha mai finanziato e non finanzia la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan», dichiarò a maggio di quell’anno. In un’altra udienza della Camera lo stesso mese, l’allora direttore dell’Nih, Francis Collins, testimoniò che i ricercatori di Wuhan «non erano stati autorizzati dall’Nih per condurre ricerche sul guadagno di funzione».
Giovedì, il vicedirettore principale del Nih ha contraddetto le precedenti dichiarazioni di Fauci e ha ripetutamente confutato le testimonianze pubbliche e private del presidente della Ecohealth alliance, Peter Daszak che anche nell’audizione di inizio maggio davanti alla stessa sottocommissione aveva testimoniato che la sua organizzazione «non ha mai svolto ricerche sul guadagno di funzione».
Tutto il contrario di quanto si leggeva nei suoi messaggi e nella corrispondenza privata. Nicole Malliotakis, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato di New York, ha dichiarato: «Sappiamo anche che almeno altri 20 progetti di ricerca Ecohealth hanno ricevuto finanziamenti da marzo 2020 e stanno conducendo ricerche su Nipah, virus zoonotici, coronavirus di pipistrello, Mers. Stanno facendo molte di queste ricerche, soprattutto nei Paesi del Terzo mondo. Condizioni di sicurezza scadenti».
Mercoledì, il dipartimento della salute e dei servizi umani (Hhs) Usa ha accettato la raccomandazione del sottocomitato ristretto, di escludere formalmente Ecohealth dai finanziamenti per i prossimi tre anni. Il prossimo 3 giugno Fauci dovrà rispondere alle domande sulla ricerca sul guadagno di funzione presso il laboratorio di Wuhan e sulle teorie sull’origine della pandemia in un’udienza pubblica della sottocommissione. L’ora della verità forse è davvero arrivata.
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Pfizergate, gli avversari del capo della Commissione europea accusano: «Avendo agito segretamente lo scudo decade. Ursula doveva essere sospesa». E adesso sono in discussione anche le competenze della Procura Ue. La parte civile denuncia interferenze.Le bugie su Wuhan inguaiano Anthony Fauci. La manipolazione del virus nel laboratorio ora è stata ammessa davanti al Congresso.Lo speciale contiene due articoli.Quello denunciato ieri da chi si è costituito parte civile contro Ursula von der Leyen nel cosiddetto Pfizergate, che vede accusata la presidente della Commissione europea di corruzione, conflitto d’interessi, interferenza nelle funzioni pubbliche e distruzione di documenti, è un vero e proprio cahier des doléances. Nulla di questo processo sembra gestito secondo le consuetudini procedurali che regolano, ovunque nel mondo, i casi giudiziari. Per fare un esempio, il Palazzo di Giustizia di Liegi, che l’altroieri ha ospitato la prima udienza procedurale per decidere la giurisdizione dell’affaire, è stato totalmente evacuato: nonostante l’assenza dei convocati Von der Leyen e Albert Bourla, ad di Pfizer, accusati di aver negoziato i contratti dei vaccini anti Covid, per 35 miliardi di euro, in totale assenza di trasparenza, in tutto il palazzo c’erano soltanto gli avvocati, i denuncianti e i giudici del caso. Frédéric Baldan, lobbista che ha citato in giudizio Von der Leyen, insieme con Florian Philippot, presidente del partito francese Les Patriotes, e l’associazione Generazioni future, ha inoltre denunciato pesanti interferenze nell’accesso agli atti: «Quando abbiamo tentato di depositare alcuni documenti, sia a Bruxelles che a Lussemburgo, e di avere il fascicolo che ci riguardava, ci hanno mandato la polizia». «Non mi era mai capitato prima», ha commentato Diane Protat, avvocatessa di Baldan, «quest’avventura con la polizia non fa neanche tanto ridere perché c’è un vero e proprio attacco al diritto del cittadino di accedere al proprio fascicolo e quindi al diritto di difesa di un avvocato. Sono sbalordita». Ma le anomalie non sono finite qui. Sul piatto c’è innanzitutto la questione della competenza della Procura europea Eppo (European public prosecutor’s office) - diretta dalla procuratrice rumena Laura Kövesi - che era oggetto dell’udienza di ieri. Al termine della seduta, Eppo ha diffuso un criptico comunicato stampa in cui avoca a sé la competenza del caso senza dare troppe spiegazioni: «L’Eppo ha concluso che le denunce riguardano fatti che rientrano nella sua competenza materiale. Spetta quindi ora all’Eppo, in quanto Procura competente, prendere posizione sulla legalità delle denunce presentate al giudice istruttore di Liegi, e alla Corte (Chambre du Conseil) decidere in merito», ha scritto la Procura Ue. «Secondo la procedura penale belga», ha poi aggiunto, «un giudice istruttore ha il potere di indagare su (presunti) reati se i reati sono commessi nel territorio di sua competenza, o se il sospettato risiede in tale territorio, compresi i reati che rientrano nella competenza della Procura europea […]. Tuttavia secondo il diritto Ue applicabile, spetta alla Procura europea indagare, perseguire e portare in giudizio gli autori di reati che danneggiano il bilancio dell’Unione europea». Sarà, ma è stata la stessa Ursula von der Leyen, lo scorso 29 aprile a Maastricht, a scaricare sui governi nazionali la responsabilità di quella discutibile firma sui contratti dei vaccini dichiarando, a un giornalista che la incalzava, che «sono stati i Paesi membri - che hanno accettato le condizioni - a firmare il contratto e a pagare ognuno la propria parte». Non è chiaro dunque in quale modo la Procura Ue dovrebbe interferire in questa vicenda, considerato che non si configura un «attacco al bilancio dell’Unione europea», ma semmai a quello degli Stati membri. Von der Leyen è stata molto chiara», spiega Baldan, «i flussi di denaro provenivano dai governi nazionali, basterebbe questa ammissione per invalidare completamente le iniziative della Procura Ue in termini di dichiarazione di competenza».Un altro punto controverso riguarda l’immunità della presidente della Commissione europea: i dipendenti Ue beneficiano di un’immunità cosiddetta «funzionale» sugli atti che compiono nell’esercizio delle loro funzioni. Secondo i denuncianti, Von der Leyen ha agito segretamente e via sms: «Se si agisce al di fuori del mandato e dei poteri conferiti dai Trattati europei non si può, de facto, pretendere di beneficiare dell’immunità». È per questo che la presidente, secondo i denuncianti, avrebbe dovuto essere sospesa. Non essendo avvenuto, oggi la sua candidatura appare fortemente compromessa da quello che è diventato un vero e proprio rebus giuridico, prima ancora che un incredibile caso politico, riconosciuto, peraltro, anche in aula: «È una faccenda “forte”», è stato detto. «Non è molto chiaro», ha osservato anche Florian Philippot, «come la presidente possa candidarsi alla sua stessa successione». C’è infine la questione dei due Stati membri, Polonia e Ungheria, che non si sono affatto ritirati dall’azione penale. Anzi: l’Ungheria ha chiesto al giudice di verificare le competenze della Procura Ue e ciò ha impedito di chiudere il caso assegnandolo a Eppo senza colpo ferire, come la Procura Ue auspicava; la richiesta ha determinato l’aggiornamento del caso al 6 dicembre 2024. Quando a luglio il Consiglio degli Stati membri Ue dovrà nominare il futuro presidente della Commissione, due dei suoi membri potranno votarla, avendola citata in giudizio?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vonderleyen-non-puo-avere-immunita-2668309604.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-bugie-su-wuhan-inguaiano-fauci-e-musk-punta-il-dito-processatelo" data-post-id="2668309604" data-published-at="1716072002" data-use-pagination="False"> Le bugie su Wuhan inguaiano Fauci. E Musk punta il dito: «Processatelo» «Il New York Post insegue Fauci per le sue bugie sulla ricerca sui virus pericolosi presso l’istituto di virologia di Wuhan. Le cose potranno solo peggiorare per questi bugiardi», era il post che accompagnava il retweet di Musk. La rabbia del Ceo, che evidentemente freme per vedere dietro alle sbarre l’ancora potente immunologo, era esplosa dopo la dichiarazione di giovedì scorso del vicedirettore principale del National institutes of health (Nih), Lawrence Tabak. Al Congresso, aveva finalmente ammesso che con i soldi dei contribuenti statunitensi era stata pagata la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan in Cina, prima dello scoppio della pandemia di Covid-19. «Dottor Tabak, il Nih ha finanziato la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan attraverso Ecohealth alliance?», associazione non governativa che starebbe lavorando per prevenire le pandemie, ha chiesto la deputata Debbie Lesko, membro della sottocommissione ristretta del Congresso sulla pandemia. «Dipende dalla sua definizione di ricerca sul guadagno di funzione», ha risposto Tabak. «Se parla del termine generico, sì, l’abbiamo fatto […] il termine generico è la ricerca che si svolge in molti laboratori in tutto il Paese. Non è regolamentato. E il motivo per cui non è regolamentato è che non rappresenta una minaccia o un danno per nessuno». La questione è invece delicatissima e riguarda gli esperimenti di editing genetico, tecniche condotte per aumentare la trasmissibilità e la virulenza di microrganismi infettivi. Per quattro anni i funzionari federali della sanità pubblica Usa non hanno ammesso che venissero condotte simili ricerche in Cina, con ingenti finanziamenti statunitensi. In prima fila, a negare c’era Anthony Fauci, ex direttore del National institute of allergy and infectious diseases (Niaid) e lo stesso Tabak. Davanti al Congresso, nel 2021 Fauci aveva mentito apertamente, dunque. «L’Nih non ha mai finanziato e non finanzia la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan», dichiarò a maggio di quell’anno. In un’altra udienza della Camera lo stesso mese, l’allora direttore dell’Nih, Francis Collins, testimoniò che i ricercatori di Wuhan «non erano stati autorizzati dall’Nih per condurre ricerche sul guadagno di funzione». Giovedì, il vicedirettore principale del Nih ha contraddetto le precedenti dichiarazioni di Fauci e ha ripetutamente confutato le testimonianze pubbliche e private del presidente della Ecohealth alliance, Peter Daszak che anche nell’audizione di inizio maggio davanti alla stessa sottocommissione aveva testimoniato che la sua organizzazione «non ha mai svolto ricerche sul guadagno di funzione». Tutto il contrario di quanto si leggeva nei suoi messaggi e nella corrispondenza privata. Nicole Malliotakis, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato di New York, ha dichiarato: «Sappiamo anche che almeno altri 20 progetti di ricerca Ecohealth hanno ricevuto finanziamenti da marzo 2020 e stanno conducendo ricerche su Nipah, virus zoonotici, coronavirus di pipistrello, Mers. Stanno facendo molte di queste ricerche, soprattutto nei Paesi del Terzo mondo. Condizioni di sicurezza scadenti». Mercoledì, il dipartimento della salute e dei servizi umani (Hhs) Usa ha accettato la raccomandazione del sottocomitato ristretto, di escludere formalmente Ecohealth dai finanziamenti per i prossimi tre anni. Il prossimo 3 giugno Fauci dovrà rispondere alle domande sulla ricerca sul guadagno di funzione presso il laboratorio di Wuhan e sulle teorie sull’origine della pandemia in un’udienza pubblica della sottocommissione. L’ora della verità forse è davvero arrivata.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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