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2024-05-19
«Von der Leyen non può avere l’immunità»
Ursula von der Leyen (Ansa)
Quello denunciato ieri da chi si è costituito parte civile contro Ursula von der Leyen nel cosiddetto Pfizergate, che vede accusata la presidente della Commissione europea di corruzione, conflitto d’interessi, interferenza nelle funzioni pubbliche e distruzione di documenti, è un vero e proprio cahier des doléances. Nulla di questo processo sembra gestito secondo le consuetudini procedurali che regolano, ovunque nel mondo, i casi giudiziari. Per fare un esempio, il Palazzo di Giustizia di Liegi, che l’altroieri ha ospitato la prima udienza procedurale per decidere la giurisdizione dell’affaire, è stato totalmente evacuato: nonostante l’assenza dei convocati Von der Leyen e Albert Bourla, ad di Pfizer, accusati di aver negoziato i contratti dei vaccini anti Covid, per 35 miliardi di euro, in totale assenza di trasparenza, in tutto il palazzo c’erano soltanto gli avvocati, i denuncianti e i giudici del caso. Frédéric Baldan, lobbista che ha citato in giudizio Von der Leyen, insieme con Florian Philippot, presidente del partito francese Les Patriotes, e l’associazione Generazioni future, ha inoltre denunciato pesanti interferenze nell’accesso agli atti: «Quando abbiamo tentato di depositare alcuni documenti, sia a Bruxelles che a Lussemburgo, e di avere il fascicolo che ci riguardava, ci hanno mandato la polizia». «Non mi era mai capitato prima», ha commentato Diane Protat, avvocatessa di Baldan, «quest’avventura con la polizia non fa neanche tanto ridere perché c’è un vero e proprio attacco al diritto del cittadino di accedere al proprio fascicolo e quindi al diritto di difesa di un avvocato. Sono sbalordita».
Ma le anomalie non sono finite qui. Sul piatto c’è innanzitutto la questione della competenza della Procura europea Eppo (European public prosecutor’s office) - diretta dalla procuratrice rumena Laura Kövesi - che era oggetto dell’udienza di ieri. Al termine della seduta, Eppo ha diffuso un criptico comunicato stampa in cui avoca a sé la competenza del caso senza dare troppe spiegazioni: «L’Eppo ha concluso che le denunce riguardano fatti che rientrano nella sua competenza materiale. Spetta quindi ora all’Eppo, in quanto Procura competente, prendere posizione sulla legalità delle denunce presentate al giudice istruttore di Liegi, e alla Corte (Chambre du Conseil) decidere in merito», ha scritto la Procura Ue. «Secondo la procedura penale belga», ha poi aggiunto, «un giudice istruttore ha il potere di indagare su (presunti) reati se i reati sono commessi nel territorio di sua competenza, o se il sospettato risiede in tale territorio, compresi i reati che rientrano nella competenza della Procura europea […]. Tuttavia secondo il diritto Ue applicabile, spetta alla Procura europea indagare, perseguire e portare in giudizio gli autori di reati che danneggiano il bilancio dell’Unione europea». Sarà, ma è stata la stessa Ursula von der Leyen, lo scorso 29 aprile a Maastricht, a scaricare sui governi nazionali la responsabilità di quella discutibile firma sui contratti dei vaccini dichiarando, a un giornalista che la incalzava, che «sono stati i Paesi membri - che hanno accettato le condizioni - a firmare il contratto e a pagare ognuno la propria parte». Non è chiaro dunque in quale modo la Procura Ue dovrebbe interferire in questa vicenda, considerato che non si configura un «attacco al bilancio dell’Unione europea», ma semmai a quello degli Stati membri. Von der Leyen è stata molto chiara», spiega Baldan, «i flussi di denaro provenivano dai governi nazionali, basterebbe questa ammissione per invalidare completamente le iniziative della Procura Ue in termini di dichiarazione di competenza».
Un altro punto controverso riguarda l’immunità della presidente della Commissione europea: i dipendenti Ue beneficiano di un’immunità cosiddetta «funzionale» sugli atti che compiono nell’esercizio delle loro funzioni. Secondo i denuncianti, Von der Leyen ha agito segretamente e via sms: «Se si agisce al di fuori del mandato e dei poteri conferiti dai Trattati europei non si può, de facto, pretendere di beneficiare dell’immunità». È per questo che la presidente, secondo i denuncianti, avrebbe dovuto essere sospesa. Non essendo avvenuto, oggi la sua candidatura appare fortemente compromessa da quello che è diventato un vero e proprio rebus giuridico, prima ancora che un incredibile caso politico, riconosciuto, peraltro, anche in aula: «È una faccenda “forte”», è stato detto. «Non è molto chiaro», ha osservato anche Florian Philippot, «come la presidente possa candidarsi alla sua stessa successione».
C’è infine la questione dei due Stati membri, Polonia e Ungheria, che non si sono affatto ritirati dall’azione penale. Anzi: l’Ungheria ha chiesto al giudice di verificare le competenze della Procura Ue e ciò ha impedito di chiudere il caso assegnandolo a Eppo senza colpo ferire, come la Procura Ue auspicava; la richiesta ha determinato l’aggiornamento del caso al 6 dicembre 2024. Quando a luglio il Consiglio degli Stati membri Ue dovrà nominare il futuro presidente della Commissione, due dei suoi membri potranno votarla, avendola citata in giudizio?
Le bugie su Wuhan inguaiano Fauci. E Musk punta il dito: «Processatelo»
«Il New York Post insegue Fauci per le sue bugie sulla ricerca sui virus pericolosi presso l’istituto di virologia di Wuhan. Le cose potranno solo peggiorare per questi bugiardi», era il post che accompagnava il retweet di Musk. La rabbia del Ceo, che evidentemente freme per vedere dietro alle sbarre l’ancora potente immunologo, era esplosa dopo la dichiarazione di giovedì scorso del vicedirettore principale del National institutes of health (Nih), Lawrence Tabak. Al Congresso, aveva finalmente ammesso che con i soldi dei contribuenti statunitensi era stata pagata la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan in Cina, prima dello scoppio della pandemia di Covid-19. «Dottor Tabak, il Nih ha finanziato la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan attraverso Ecohealth alliance?», associazione non governativa che starebbe lavorando per prevenire le pandemie, ha chiesto la deputata Debbie Lesko, membro della sottocommissione ristretta del Congresso sulla pandemia.
«Dipende dalla sua definizione di ricerca sul guadagno di funzione», ha risposto Tabak. «Se parla del termine generico, sì, l’abbiamo fatto […] il termine generico è la ricerca che si svolge in molti laboratori in tutto il Paese. Non è regolamentato. E il motivo per cui non è regolamentato è che non rappresenta una minaccia o un danno per nessuno».
La questione è invece delicatissima e riguarda gli esperimenti di editing genetico, tecniche condotte per aumentare la trasmissibilità e la virulenza di microrganismi infettivi. Per quattro anni i funzionari federali della sanità pubblica Usa non hanno ammesso che venissero condotte simili ricerche in Cina, con ingenti finanziamenti statunitensi.
In prima fila, a negare c’era Anthony Fauci, ex direttore del National institute of allergy and infectious diseases (Niaid) e lo stesso Tabak. Davanti al Congresso, nel 2021 Fauci aveva mentito apertamente, dunque. «L’Nih non ha mai finanziato e non finanzia la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan», dichiarò a maggio di quell’anno. In un’altra udienza della Camera lo stesso mese, l’allora direttore dell’Nih, Francis Collins, testimoniò che i ricercatori di Wuhan «non erano stati autorizzati dall’Nih per condurre ricerche sul guadagno di funzione».
Giovedì, il vicedirettore principale del Nih ha contraddetto le precedenti dichiarazioni di Fauci e ha ripetutamente confutato le testimonianze pubbliche e private del presidente della Ecohealth alliance, Peter Daszak che anche nell’audizione di inizio maggio davanti alla stessa sottocommissione aveva testimoniato che la sua organizzazione «non ha mai svolto ricerche sul guadagno di funzione».
Tutto il contrario di quanto si leggeva nei suoi messaggi e nella corrispondenza privata. Nicole Malliotakis, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato di New York, ha dichiarato: «Sappiamo anche che almeno altri 20 progetti di ricerca Ecohealth hanno ricevuto finanziamenti da marzo 2020 e stanno conducendo ricerche su Nipah, virus zoonotici, coronavirus di pipistrello, Mers. Stanno facendo molte di queste ricerche, soprattutto nei Paesi del Terzo mondo. Condizioni di sicurezza scadenti».
Mercoledì, il dipartimento della salute e dei servizi umani (Hhs) Usa ha accettato la raccomandazione del sottocomitato ristretto, di escludere formalmente Ecohealth dai finanziamenti per i prossimi tre anni. Il prossimo 3 giugno Fauci dovrà rispondere alle domande sulla ricerca sul guadagno di funzione presso il laboratorio di Wuhan e sulle teorie sull’origine della pandemia in un’udienza pubblica della sottocommissione. L’ora della verità forse è davvero arrivata.
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Pfizergate, gli avversari del capo della Commissione europea accusano: «Avendo agito segretamente lo scudo decade. Ursula doveva essere sospesa». E adesso sono in discussione anche le competenze della Procura Ue. La parte civile denuncia interferenze.Le bugie su Wuhan inguaiano Anthony Fauci. La manipolazione del virus nel laboratorio ora è stata ammessa davanti al Congresso.Lo speciale contiene due articoli.Quello denunciato ieri da chi si è costituito parte civile contro Ursula von der Leyen nel cosiddetto Pfizergate, che vede accusata la presidente della Commissione europea di corruzione, conflitto d’interessi, interferenza nelle funzioni pubbliche e distruzione di documenti, è un vero e proprio cahier des doléances. Nulla di questo processo sembra gestito secondo le consuetudini procedurali che regolano, ovunque nel mondo, i casi giudiziari. Per fare un esempio, il Palazzo di Giustizia di Liegi, che l’altroieri ha ospitato la prima udienza procedurale per decidere la giurisdizione dell’affaire, è stato totalmente evacuato: nonostante l’assenza dei convocati Von der Leyen e Albert Bourla, ad di Pfizer, accusati di aver negoziato i contratti dei vaccini anti Covid, per 35 miliardi di euro, in totale assenza di trasparenza, in tutto il palazzo c’erano soltanto gli avvocati, i denuncianti e i giudici del caso. Frédéric Baldan, lobbista che ha citato in giudizio Von der Leyen, insieme con Florian Philippot, presidente del partito francese Les Patriotes, e l’associazione Generazioni future, ha inoltre denunciato pesanti interferenze nell’accesso agli atti: «Quando abbiamo tentato di depositare alcuni documenti, sia a Bruxelles che a Lussemburgo, e di avere il fascicolo che ci riguardava, ci hanno mandato la polizia». «Non mi era mai capitato prima», ha commentato Diane Protat, avvocatessa di Baldan, «quest’avventura con la polizia non fa neanche tanto ridere perché c’è un vero e proprio attacco al diritto del cittadino di accedere al proprio fascicolo e quindi al diritto di difesa di un avvocato. Sono sbalordita». Ma le anomalie non sono finite qui. Sul piatto c’è innanzitutto la questione della competenza della Procura europea Eppo (European public prosecutor’s office) - diretta dalla procuratrice rumena Laura Kövesi - che era oggetto dell’udienza di ieri. Al termine della seduta, Eppo ha diffuso un criptico comunicato stampa in cui avoca a sé la competenza del caso senza dare troppe spiegazioni: «L’Eppo ha concluso che le denunce riguardano fatti che rientrano nella sua competenza materiale. Spetta quindi ora all’Eppo, in quanto Procura competente, prendere posizione sulla legalità delle denunce presentate al giudice istruttore di Liegi, e alla Corte (Chambre du Conseil) decidere in merito», ha scritto la Procura Ue. «Secondo la procedura penale belga», ha poi aggiunto, «un giudice istruttore ha il potere di indagare su (presunti) reati se i reati sono commessi nel territorio di sua competenza, o se il sospettato risiede in tale territorio, compresi i reati che rientrano nella competenza della Procura europea […]. Tuttavia secondo il diritto Ue applicabile, spetta alla Procura europea indagare, perseguire e portare in giudizio gli autori di reati che danneggiano il bilancio dell’Unione europea». Sarà, ma è stata la stessa Ursula von der Leyen, lo scorso 29 aprile a Maastricht, a scaricare sui governi nazionali la responsabilità di quella discutibile firma sui contratti dei vaccini dichiarando, a un giornalista che la incalzava, che «sono stati i Paesi membri - che hanno accettato le condizioni - a firmare il contratto e a pagare ognuno la propria parte». Non è chiaro dunque in quale modo la Procura Ue dovrebbe interferire in questa vicenda, considerato che non si configura un «attacco al bilancio dell’Unione europea», ma semmai a quello degli Stati membri. Von der Leyen è stata molto chiara», spiega Baldan, «i flussi di denaro provenivano dai governi nazionali, basterebbe questa ammissione per invalidare completamente le iniziative della Procura Ue in termini di dichiarazione di competenza».Un altro punto controverso riguarda l’immunità della presidente della Commissione europea: i dipendenti Ue beneficiano di un’immunità cosiddetta «funzionale» sugli atti che compiono nell’esercizio delle loro funzioni. Secondo i denuncianti, Von der Leyen ha agito segretamente e via sms: «Se si agisce al di fuori del mandato e dei poteri conferiti dai Trattati europei non si può, de facto, pretendere di beneficiare dell’immunità». È per questo che la presidente, secondo i denuncianti, avrebbe dovuto essere sospesa. Non essendo avvenuto, oggi la sua candidatura appare fortemente compromessa da quello che è diventato un vero e proprio rebus giuridico, prima ancora che un incredibile caso politico, riconosciuto, peraltro, anche in aula: «È una faccenda “forte”», è stato detto. «Non è molto chiaro», ha osservato anche Florian Philippot, «come la presidente possa candidarsi alla sua stessa successione». C’è infine la questione dei due Stati membri, Polonia e Ungheria, che non si sono affatto ritirati dall’azione penale. Anzi: l’Ungheria ha chiesto al giudice di verificare le competenze della Procura Ue e ciò ha impedito di chiudere il caso assegnandolo a Eppo senza colpo ferire, come la Procura Ue auspicava; la richiesta ha determinato l’aggiornamento del caso al 6 dicembre 2024. Quando a luglio il Consiglio degli Stati membri Ue dovrà nominare il futuro presidente della Commissione, due dei suoi membri potranno votarla, avendola citata in giudizio?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vonderleyen-non-puo-avere-immunita-2668309604.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-bugie-su-wuhan-inguaiano-fauci-e-musk-punta-il-dito-processatelo" data-post-id="2668309604" data-published-at="1716072002" data-use-pagination="False"> Le bugie su Wuhan inguaiano Fauci. E Musk punta il dito: «Processatelo» «Il New York Post insegue Fauci per le sue bugie sulla ricerca sui virus pericolosi presso l’istituto di virologia di Wuhan. Le cose potranno solo peggiorare per questi bugiardi», era il post che accompagnava il retweet di Musk. La rabbia del Ceo, che evidentemente freme per vedere dietro alle sbarre l’ancora potente immunologo, era esplosa dopo la dichiarazione di giovedì scorso del vicedirettore principale del National institutes of health (Nih), Lawrence Tabak. Al Congresso, aveva finalmente ammesso che con i soldi dei contribuenti statunitensi era stata pagata la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan in Cina, prima dello scoppio della pandemia di Covid-19. «Dottor Tabak, il Nih ha finanziato la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan attraverso Ecohealth alliance?», associazione non governativa che starebbe lavorando per prevenire le pandemie, ha chiesto la deputata Debbie Lesko, membro della sottocommissione ristretta del Congresso sulla pandemia. «Dipende dalla sua definizione di ricerca sul guadagno di funzione», ha risposto Tabak. «Se parla del termine generico, sì, l’abbiamo fatto […] il termine generico è la ricerca che si svolge in molti laboratori in tutto il Paese. Non è regolamentato. E il motivo per cui non è regolamentato è che non rappresenta una minaccia o un danno per nessuno». La questione è invece delicatissima e riguarda gli esperimenti di editing genetico, tecniche condotte per aumentare la trasmissibilità e la virulenza di microrganismi infettivi. Per quattro anni i funzionari federali della sanità pubblica Usa non hanno ammesso che venissero condotte simili ricerche in Cina, con ingenti finanziamenti statunitensi. In prima fila, a negare c’era Anthony Fauci, ex direttore del National institute of allergy and infectious diseases (Niaid) e lo stesso Tabak. Davanti al Congresso, nel 2021 Fauci aveva mentito apertamente, dunque. «L’Nih non ha mai finanziato e non finanzia la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan», dichiarò a maggio di quell’anno. In un’altra udienza della Camera lo stesso mese, l’allora direttore dell’Nih, Francis Collins, testimoniò che i ricercatori di Wuhan «non erano stati autorizzati dall’Nih per condurre ricerche sul guadagno di funzione». Giovedì, il vicedirettore principale del Nih ha contraddetto le precedenti dichiarazioni di Fauci e ha ripetutamente confutato le testimonianze pubbliche e private del presidente della Ecohealth alliance, Peter Daszak che anche nell’audizione di inizio maggio davanti alla stessa sottocommissione aveva testimoniato che la sua organizzazione «non ha mai svolto ricerche sul guadagno di funzione». Tutto il contrario di quanto si leggeva nei suoi messaggi e nella corrispondenza privata. Nicole Malliotakis, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato di New York, ha dichiarato: «Sappiamo anche che almeno altri 20 progetti di ricerca Ecohealth hanno ricevuto finanziamenti da marzo 2020 e stanno conducendo ricerche su Nipah, virus zoonotici, coronavirus di pipistrello, Mers. Stanno facendo molte di queste ricerche, soprattutto nei Paesi del Terzo mondo. Condizioni di sicurezza scadenti». Mercoledì, il dipartimento della salute e dei servizi umani (Hhs) Usa ha accettato la raccomandazione del sottocomitato ristretto, di escludere formalmente Ecohealth dai finanziamenti per i prossimi tre anni. Il prossimo 3 giugno Fauci dovrà rispondere alle domande sulla ricerca sul guadagno di funzione presso il laboratorio di Wuhan e sulle teorie sull’origine della pandemia in un’udienza pubblica della sottocommissione. L’ora della verità forse è davvero arrivata.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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