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2024-05-19
«Von der Leyen non può avere l’immunità»
Ursula von der Leyen (Ansa)
Quello denunciato ieri da chi si è costituito parte civile contro Ursula von der Leyen nel cosiddetto Pfizergate, che vede accusata la presidente della Commissione europea di corruzione, conflitto d’interessi, interferenza nelle funzioni pubbliche e distruzione di documenti, è un vero e proprio cahier des doléances. Nulla di questo processo sembra gestito secondo le consuetudini procedurali che regolano, ovunque nel mondo, i casi giudiziari. Per fare un esempio, il Palazzo di Giustizia di Liegi, che l’altroieri ha ospitato la prima udienza procedurale per decidere la giurisdizione dell’affaire, è stato totalmente evacuato: nonostante l’assenza dei convocati Von der Leyen e Albert Bourla, ad di Pfizer, accusati di aver negoziato i contratti dei vaccini anti Covid, per 35 miliardi di euro, in totale assenza di trasparenza, in tutto il palazzo c’erano soltanto gli avvocati, i denuncianti e i giudici del caso. Frédéric Baldan, lobbista che ha citato in giudizio Von der Leyen, insieme con Florian Philippot, presidente del partito francese Les Patriotes, e l’associazione Generazioni future, ha inoltre denunciato pesanti interferenze nell’accesso agli atti: «Quando abbiamo tentato di depositare alcuni documenti, sia a Bruxelles che a Lussemburgo, e di avere il fascicolo che ci riguardava, ci hanno mandato la polizia». «Non mi era mai capitato prima», ha commentato Diane Protat, avvocatessa di Baldan, «quest’avventura con la polizia non fa neanche tanto ridere perché c’è un vero e proprio attacco al diritto del cittadino di accedere al proprio fascicolo e quindi al diritto di difesa di un avvocato. Sono sbalordita».
Ma le anomalie non sono finite qui. Sul piatto c’è innanzitutto la questione della competenza della Procura europea Eppo (European public prosecutor’s office) - diretta dalla procuratrice rumena Laura Kövesi - che era oggetto dell’udienza di ieri. Al termine della seduta, Eppo ha diffuso un criptico comunicato stampa in cui avoca a sé la competenza del caso senza dare troppe spiegazioni: «L’Eppo ha concluso che le denunce riguardano fatti che rientrano nella sua competenza materiale. Spetta quindi ora all’Eppo, in quanto Procura competente, prendere posizione sulla legalità delle denunce presentate al giudice istruttore di Liegi, e alla Corte (Chambre du Conseil) decidere in merito», ha scritto la Procura Ue. «Secondo la procedura penale belga», ha poi aggiunto, «un giudice istruttore ha il potere di indagare su (presunti) reati se i reati sono commessi nel territorio di sua competenza, o se il sospettato risiede in tale territorio, compresi i reati che rientrano nella competenza della Procura europea […]. Tuttavia secondo il diritto Ue applicabile, spetta alla Procura europea indagare, perseguire e portare in giudizio gli autori di reati che danneggiano il bilancio dell’Unione europea». Sarà, ma è stata la stessa Ursula von der Leyen, lo scorso 29 aprile a Maastricht, a scaricare sui governi nazionali la responsabilità di quella discutibile firma sui contratti dei vaccini dichiarando, a un giornalista che la incalzava, che «sono stati i Paesi membri - che hanno accettato le condizioni - a firmare il contratto e a pagare ognuno la propria parte». Non è chiaro dunque in quale modo la Procura Ue dovrebbe interferire in questa vicenda, considerato che non si configura un «attacco al bilancio dell’Unione europea», ma semmai a quello degli Stati membri. Von der Leyen è stata molto chiara», spiega Baldan, «i flussi di denaro provenivano dai governi nazionali, basterebbe questa ammissione per invalidare completamente le iniziative della Procura Ue in termini di dichiarazione di competenza».
Un altro punto controverso riguarda l’immunità della presidente della Commissione europea: i dipendenti Ue beneficiano di un’immunità cosiddetta «funzionale» sugli atti che compiono nell’esercizio delle loro funzioni. Secondo i denuncianti, Von der Leyen ha agito segretamente e via sms: «Se si agisce al di fuori del mandato e dei poteri conferiti dai Trattati europei non si può, de facto, pretendere di beneficiare dell’immunità». È per questo che la presidente, secondo i denuncianti, avrebbe dovuto essere sospesa. Non essendo avvenuto, oggi la sua candidatura appare fortemente compromessa da quello che è diventato un vero e proprio rebus giuridico, prima ancora che un incredibile caso politico, riconosciuto, peraltro, anche in aula: «È una faccenda “forte”», è stato detto. «Non è molto chiaro», ha osservato anche Florian Philippot, «come la presidente possa candidarsi alla sua stessa successione».
C’è infine la questione dei due Stati membri, Polonia e Ungheria, che non si sono affatto ritirati dall’azione penale. Anzi: l’Ungheria ha chiesto al giudice di verificare le competenze della Procura Ue e ciò ha impedito di chiudere il caso assegnandolo a Eppo senza colpo ferire, come la Procura Ue auspicava; la richiesta ha determinato l’aggiornamento del caso al 6 dicembre 2024. Quando a luglio il Consiglio degli Stati membri Ue dovrà nominare il futuro presidente della Commissione, due dei suoi membri potranno votarla, avendola citata in giudizio?
Le bugie su Wuhan inguaiano Fauci. E Musk punta il dito: «Processatelo»
«Il New York Post insegue Fauci per le sue bugie sulla ricerca sui virus pericolosi presso l’istituto di virologia di Wuhan. Le cose potranno solo peggiorare per questi bugiardi», era il post che accompagnava il retweet di Musk. La rabbia del Ceo, che evidentemente freme per vedere dietro alle sbarre l’ancora potente immunologo, era esplosa dopo la dichiarazione di giovedì scorso del vicedirettore principale del National institutes of health (Nih), Lawrence Tabak. Al Congresso, aveva finalmente ammesso che con i soldi dei contribuenti statunitensi era stata pagata la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan in Cina, prima dello scoppio della pandemia di Covid-19. «Dottor Tabak, il Nih ha finanziato la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan attraverso Ecohealth alliance?», associazione non governativa che starebbe lavorando per prevenire le pandemie, ha chiesto la deputata Debbie Lesko, membro della sottocommissione ristretta del Congresso sulla pandemia.
«Dipende dalla sua definizione di ricerca sul guadagno di funzione», ha risposto Tabak. «Se parla del termine generico, sì, l’abbiamo fatto […] il termine generico è la ricerca che si svolge in molti laboratori in tutto il Paese. Non è regolamentato. E il motivo per cui non è regolamentato è che non rappresenta una minaccia o un danno per nessuno».
La questione è invece delicatissima e riguarda gli esperimenti di editing genetico, tecniche condotte per aumentare la trasmissibilità e la virulenza di microrganismi infettivi. Per quattro anni i funzionari federali della sanità pubblica Usa non hanno ammesso che venissero condotte simili ricerche in Cina, con ingenti finanziamenti statunitensi.
In prima fila, a negare c’era Anthony Fauci, ex direttore del National institute of allergy and infectious diseases (Niaid) e lo stesso Tabak. Davanti al Congresso, nel 2021 Fauci aveva mentito apertamente, dunque. «L’Nih non ha mai finanziato e non finanzia la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan», dichiarò a maggio di quell’anno. In un’altra udienza della Camera lo stesso mese, l’allora direttore dell’Nih, Francis Collins, testimoniò che i ricercatori di Wuhan «non erano stati autorizzati dall’Nih per condurre ricerche sul guadagno di funzione».
Giovedì, il vicedirettore principale del Nih ha contraddetto le precedenti dichiarazioni di Fauci e ha ripetutamente confutato le testimonianze pubbliche e private del presidente della Ecohealth alliance, Peter Daszak che anche nell’audizione di inizio maggio davanti alla stessa sottocommissione aveva testimoniato che la sua organizzazione «non ha mai svolto ricerche sul guadagno di funzione».
Tutto il contrario di quanto si leggeva nei suoi messaggi e nella corrispondenza privata. Nicole Malliotakis, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato di New York, ha dichiarato: «Sappiamo anche che almeno altri 20 progetti di ricerca Ecohealth hanno ricevuto finanziamenti da marzo 2020 e stanno conducendo ricerche su Nipah, virus zoonotici, coronavirus di pipistrello, Mers. Stanno facendo molte di queste ricerche, soprattutto nei Paesi del Terzo mondo. Condizioni di sicurezza scadenti».
Mercoledì, il dipartimento della salute e dei servizi umani (Hhs) Usa ha accettato la raccomandazione del sottocomitato ristretto, di escludere formalmente Ecohealth dai finanziamenti per i prossimi tre anni. Il prossimo 3 giugno Fauci dovrà rispondere alle domande sulla ricerca sul guadagno di funzione presso il laboratorio di Wuhan e sulle teorie sull’origine della pandemia in un’udienza pubblica della sottocommissione. L’ora della verità forse è davvero arrivata.
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Pfizergate, gli avversari del capo della Commissione europea accusano: «Avendo agito segretamente lo scudo decade. Ursula doveva essere sospesa». E adesso sono in discussione anche le competenze della Procura Ue. La parte civile denuncia interferenze.Le bugie su Wuhan inguaiano Anthony Fauci. La manipolazione del virus nel laboratorio ora è stata ammessa davanti al Congresso.Lo speciale contiene due articoli.Quello denunciato ieri da chi si è costituito parte civile contro Ursula von der Leyen nel cosiddetto Pfizergate, che vede accusata la presidente della Commissione europea di corruzione, conflitto d’interessi, interferenza nelle funzioni pubbliche e distruzione di documenti, è un vero e proprio cahier des doléances. Nulla di questo processo sembra gestito secondo le consuetudini procedurali che regolano, ovunque nel mondo, i casi giudiziari. Per fare un esempio, il Palazzo di Giustizia di Liegi, che l’altroieri ha ospitato la prima udienza procedurale per decidere la giurisdizione dell’affaire, è stato totalmente evacuato: nonostante l’assenza dei convocati Von der Leyen e Albert Bourla, ad di Pfizer, accusati di aver negoziato i contratti dei vaccini anti Covid, per 35 miliardi di euro, in totale assenza di trasparenza, in tutto il palazzo c’erano soltanto gli avvocati, i denuncianti e i giudici del caso. Frédéric Baldan, lobbista che ha citato in giudizio Von der Leyen, insieme con Florian Philippot, presidente del partito francese Les Patriotes, e l’associazione Generazioni future, ha inoltre denunciato pesanti interferenze nell’accesso agli atti: «Quando abbiamo tentato di depositare alcuni documenti, sia a Bruxelles che a Lussemburgo, e di avere il fascicolo che ci riguardava, ci hanno mandato la polizia». «Non mi era mai capitato prima», ha commentato Diane Protat, avvocatessa di Baldan, «quest’avventura con la polizia non fa neanche tanto ridere perché c’è un vero e proprio attacco al diritto del cittadino di accedere al proprio fascicolo e quindi al diritto di difesa di un avvocato. Sono sbalordita». Ma le anomalie non sono finite qui. Sul piatto c’è innanzitutto la questione della competenza della Procura europea Eppo (European public prosecutor’s office) - diretta dalla procuratrice rumena Laura Kövesi - che era oggetto dell’udienza di ieri. Al termine della seduta, Eppo ha diffuso un criptico comunicato stampa in cui avoca a sé la competenza del caso senza dare troppe spiegazioni: «L’Eppo ha concluso che le denunce riguardano fatti che rientrano nella sua competenza materiale. Spetta quindi ora all’Eppo, in quanto Procura competente, prendere posizione sulla legalità delle denunce presentate al giudice istruttore di Liegi, e alla Corte (Chambre du Conseil) decidere in merito», ha scritto la Procura Ue. «Secondo la procedura penale belga», ha poi aggiunto, «un giudice istruttore ha il potere di indagare su (presunti) reati se i reati sono commessi nel territorio di sua competenza, o se il sospettato risiede in tale territorio, compresi i reati che rientrano nella competenza della Procura europea […]. Tuttavia secondo il diritto Ue applicabile, spetta alla Procura europea indagare, perseguire e portare in giudizio gli autori di reati che danneggiano il bilancio dell’Unione europea». Sarà, ma è stata la stessa Ursula von der Leyen, lo scorso 29 aprile a Maastricht, a scaricare sui governi nazionali la responsabilità di quella discutibile firma sui contratti dei vaccini dichiarando, a un giornalista che la incalzava, che «sono stati i Paesi membri - che hanno accettato le condizioni - a firmare il contratto e a pagare ognuno la propria parte». Non è chiaro dunque in quale modo la Procura Ue dovrebbe interferire in questa vicenda, considerato che non si configura un «attacco al bilancio dell’Unione europea», ma semmai a quello degli Stati membri. Von der Leyen è stata molto chiara», spiega Baldan, «i flussi di denaro provenivano dai governi nazionali, basterebbe questa ammissione per invalidare completamente le iniziative della Procura Ue in termini di dichiarazione di competenza».Un altro punto controverso riguarda l’immunità della presidente della Commissione europea: i dipendenti Ue beneficiano di un’immunità cosiddetta «funzionale» sugli atti che compiono nell’esercizio delle loro funzioni. Secondo i denuncianti, Von der Leyen ha agito segretamente e via sms: «Se si agisce al di fuori del mandato e dei poteri conferiti dai Trattati europei non si può, de facto, pretendere di beneficiare dell’immunità». È per questo che la presidente, secondo i denuncianti, avrebbe dovuto essere sospesa. Non essendo avvenuto, oggi la sua candidatura appare fortemente compromessa da quello che è diventato un vero e proprio rebus giuridico, prima ancora che un incredibile caso politico, riconosciuto, peraltro, anche in aula: «È una faccenda “forte”», è stato detto. «Non è molto chiaro», ha osservato anche Florian Philippot, «come la presidente possa candidarsi alla sua stessa successione». C’è infine la questione dei due Stati membri, Polonia e Ungheria, che non si sono affatto ritirati dall’azione penale. Anzi: l’Ungheria ha chiesto al giudice di verificare le competenze della Procura Ue e ciò ha impedito di chiudere il caso assegnandolo a Eppo senza colpo ferire, come la Procura Ue auspicava; la richiesta ha determinato l’aggiornamento del caso al 6 dicembre 2024. Quando a luglio il Consiglio degli Stati membri Ue dovrà nominare il futuro presidente della Commissione, due dei suoi membri potranno votarla, avendola citata in giudizio?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vonderleyen-non-puo-avere-immunita-2668309604.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-bugie-su-wuhan-inguaiano-fauci-e-musk-punta-il-dito-processatelo" data-post-id="2668309604" data-published-at="1716072002" data-use-pagination="False"> Le bugie su Wuhan inguaiano Fauci. E Musk punta il dito: «Processatelo» «Il New York Post insegue Fauci per le sue bugie sulla ricerca sui virus pericolosi presso l’istituto di virologia di Wuhan. Le cose potranno solo peggiorare per questi bugiardi», era il post che accompagnava il retweet di Musk. La rabbia del Ceo, che evidentemente freme per vedere dietro alle sbarre l’ancora potente immunologo, era esplosa dopo la dichiarazione di giovedì scorso del vicedirettore principale del National institutes of health (Nih), Lawrence Tabak. Al Congresso, aveva finalmente ammesso che con i soldi dei contribuenti statunitensi era stata pagata la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan in Cina, prima dello scoppio della pandemia di Covid-19. «Dottor Tabak, il Nih ha finanziato la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan attraverso Ecohealth alliance?», associazione non governativa che starebbe lavorando per prevenire le pandemie, ha chiesto la deputata Debbie Lesko, membro della sottocommissione ristretta del Congresso sulla pandemia. «Dipende dalla sua definizione di ricerca sul guadagno di funzione», ha risposto Tabak. «Se parla del termine generico, sì, l’abbiamo fatto […] il termine generico è la ricerca che si svolge in molti laboratori in tutto il Paese. Non è regolamentato. E il motivo per cui non è regolamentato è che non rappresenta una minaccia o un danno per nessuno». La questione è invece delicatissima e riguarda gli esperimenti di editing genetico, tecniche condotte per aumentare la trasmissibilità e la virulenza di microrganismi infettivi. Per quattro anni i funzionari federali della sanità pubblica Usa non hanno ammesso che venissero condotte simili ricerche in Cina, con ingenti finanziamenti statunitensi. In prima fila, a negare c’era Anthony Fauci, ex direttore del National institute of allergy and infectious diseases (Niaid) e lo stesso Tabak. Davanti al Congresso, nel 2021 Fauci aveva mentito apertamente, dunque. «L’Nih non ha mai finanziato e non finanzia la ricerca sul guadagno di funzione presso l’Istituto di virologia di Wuhan», dichiarò a maggio di quell’anno. In un’altra udienza della Camera lo stesso mese, l’allora direttore dell’Nih, Francis Collins, testimoniò che i ricercatori di Wuhan «non erano stati autorizzati dall’Nih per condurre ricerche sul guadagno di funzione». Giovedì, il vicedirettore principale del Nih ha contraddetto le precedenti dichiarazioni di Fauci e ha ripetutamente confutato le testimonianze pubbliche e private del presidente della Ecohealth alliance, Peter Daszak che anche nell’audizione di inizio maggio davanti alla stessa sottocommissione aveva testimoniato che la sua organizzazione «non ha mai svolto ricerche sul guadagno di funzione». Tutto il contrario di quanto si leggeva nei suoi messaggi e nella corrispondenza privata. Nicole Malliotakis, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato di New York, ha dichiarato: «Sappiamo anche che almeno altri 20 progetti di ricerca Ecohealth hanno ricevuto finanziamenti da marzo 2020 e stanno conducendo ricerche su Nipah, virus zoonotici, coronavirus di pipistrello, Mers. Stanno facendo molte di queste ricerche, soprattutto nei Paesi del Terzo mondo. Condizioni di sicurezza scadenti». Mercoledì, il dipartimento della salute e dei servizi umani (Hhs) Usa ha accettato la raccomandazione del sottocomitato ristretto, di escludere formalmente Ecohealth dai finanziamenti per i prossimi tre anni. Il prossimo 3 giugno Fauci dovrà rispondere alle domande sulla ricerca sul guadagno di funzione presso il laboratorio di Wuhan e sulle teorie sull’origine della pandemia in un’udienza pubblica della sottocommissione. L’ora della verità forse è davvero arrivata.
Bernardo Lodispoto (Imagoecoenomica)
Secondo l’ipotesi investigativa, il presunto corruttore sarebbe un imprenditore della zona, piuttosto conosciuto, nonché quasi omonimo di un altro imprenditore già coinvolto in un’altra indagine che riguarda la Provincia. I due sarebbero legati da un rapporto di parentela. Le Fiamme gialle che hanno eseguito un decreto firmato dai pm della Procura di Trani, Marco Gambardella e Francesco Tosto, che coordinano un fascicolo aperto lo scorso anno e che si fonda su una serie di intercettazioni, cercavano in particolare una cartellina gialla, convinte, probabilmente dal contenuto delle conversazioni captate, che all’interno ci fosse il denaro, ovvero il corrispettivo di una possibile mazzetta.
Secondo le indiscrezioni riportate dal quotidiano locale, il contenitore sarebbe effettivamente stato trovato dai finanzieri che hanno effettuato la perquisizione, ma all’interno non ci sarebbero stati i contanti.
Proprio le intercettazioni avrebbero fatto emergere gli indizi di un presunto patto corruttivo che coinvolgerebbe Lodispoto, Marchio Rossi e il consigliere Sgarra, ai quali a vario titolo l’imprenditore si sarebbe rivolto per aggiudicarsi un appalto relativo a una strada sul territorio provinciale. Secondo quanto risulta a La Verità, alcuni degli indagati potrebbero aver presentato ricorso al tribunale del Riesame. E forse gli atti che verranno depositati in quella sede potranno rendere più chiare le singole responsabilità che i pm attribuiscono agli indagati. Lodispoto, che nella vita svolge la professione di avvocato, è alla guida della Provincia Bat dal 26 settembre 2019, con il sostegno anche di una parte del centrodestra, ed è una delle colonne della politica del territorio. Sindaco di Santa Margherita di Savoia per la prima volta dal 1987 al 1990, è stato poi eletto due volte, nel 1994 e nel 1998, consigliere della Provincia di Foggia. Incarico lasciato nel 1999 per andare a ricoprire la carica di assessore provinciale alle Risorse economiche e finanziarie. Nel 2008, racconta il suo curriculum, viene di nuovo eletto consigliere provinciale a Foggia, ruolo che ricopre contestualmente, tra il 2009 e il 2014, nella neonata Provincia Bat. Nel 2018 viene di nuovo eletto sindaco a Santa Margherita di Savoia e poi confermato nel 2023, in entrambi casi sostenuto da una coalizione civica.
Nel 2019, come detto, viene eletto presidente della Provincia Bat. Non senza tensioni, almeno nell’ultimo anno, visto che nel luglio scorso gli esponenti del Pd della giunta provinciale hanno rimesso le deleghe, chiedendo discontinuità su ambiente e rifiuti. Insomma, una carriera politica quasi quarantennale, finora senza inciampi giudiziari. Tanto che la notizia dell’indagine su di lui, filtrata un mese dopo le perquisizioni, ha colto molti di sorpresa. Nel 2020, però, Lodispoto era scivolato su una buccia di banana comunicativa, che aveva scatenato una polemica a livello nazionale.
In un video promozionale sulle iniziative della notte di San Silvestro, si vedeva Lodispoto che, imitando il dialetto siciliano con panama in testa e occhiali da sole specchiati, prometteva di lavorare bene per tutti. Una mossa che, in virtù del fatto che la che manifestazione era prevista in piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale ucciso dalla mafia, aveva scatenato le ire dei parlamentari di Fratelli d’Italia, Marcello Gemmato e Fabio Rampelli, che avevano anche presentato un’interrogazione parlamentare. Lodispoto si era difeso sostenendo di essere stato inserito nello spot a sua insaputa, ma la vicenda aveva portato a una polemica tra l’allora governatore della Puglia Michele Emiliano, che accusava i due deputati di Fdi di aver «inventato» un suo «coinvolgimento su una vicenda che non solo non mi riguarda ma di cui tutti ignoravano l’esistenza, me compreso, sino a poche ore fa. Io non ho problemi a dire che con la mafia non si scherza e che quel video non mi piace».
L’ormai ex presidente della Puglia aveva anche annunciato un’azione legale nei confronti di Gemmato e Rampelli: «Ci vediamo in tribunale». I due parlamentari si erano detti stupiti «della mancata reazione a questa vergogna del governatore Emiliano, magistrato in aspettativa che ha combattuto la mafia pugliese nella sua carriera togata forse perché sostenuto nelle elezioni primarie per la presidenza della Regione dallo stesso Lodispoto».
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 gennaio 2026. Il nostro Alessandro Rico commenta l'emergenza sicurezza: omicidi e delitti in serie ma non si riesce a mettere un argine.
In questa puntata di Segreti smontiamo uno dei miti più duri a morire sul delitto di Garlasco: il presunto movente legato al computer di Alberto Stasi. Le nuove analisi chiariscono cosa fece davvero Chiara Poggi in quei minuti chiave e fanno crollare una narrazione che per anni ha orientato opinione pubblica e processo.
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Oltre 13 milioni di euro assegnati alle federazioni del tiro nel riparto 2026 di Sport e Salute fotografano una disciplina spesso invisibile nel dibattito pubblico. Tra tesserati ufficiali, praticanti non censiti e risultati internazionali continui, il tiro sportivo italiano si conferma un movimento strutturato, attivo tutto l’anno e non legato solo all’appuntamento olimpico.
Il tiro sportivo in Italia è un movimento in crescita più di quanto raccontino i numeri. Non perché manchino risultati o strutture, ma perché si tratta di una disciplina che sfugge per sua natura alle rilevazioni immediate e alla visibilità ciclica dei grandi eventi. Stimare con precisione le dimensioni del tiro sportivo nel nostro Paese non è semplice: i dati sono frammentati tra più federazioni e specialità, e una parte consistente dei praticanti non rientra nei circuiti ufficiali.
Le stime più attendibili parlano comunque di oltre 100.000 tesserati, distribuiti tra tiro a volo, tiro a segno, tiro dinamico e altre discipline affini. A questa base va aggiunta una platea informale di appassionati che frequentano poligoni e campi di tiro senza un tesseramento stabile: una fascia difficilmente quantificabile, ma che secondo alcune valutazioni potrebbe arrivare a diverse centinaia di migliaia di persone. Numeri che non collocano il tiro tra gli sport di massa, ma che ne confermano la solidità all’interno del sistema sportivo nazionale. Questo quadro trova una prima conferma nel riparto dei contributi pubblici per il 2026 deliberato da Sport e Salute. Su un totale di 344,4 milioni di euro destinati agli organismi sportivi, il comparto del tiro – escludendo il tiro con l’arco – riceve complessivamente oltre 13 milioni di euro. Una cifra che riflette risultati internazionali continui e una capacità organizzativa valutata positivamente dal Modello algoritmico dei contributi (MaC), lo strumento adottato per misurare performance, crescita e utilizzo efficiente delle risorse pubbliche.
Nel dettaglio, la Federazione italiana Tiro a volo supera i 7,19 milioni di euro, collocandosi attorno alla quindicesima posizione nel ranking generale dei contributi. L’Unione italiana Tiro a segno riceve poco più di 4 milioni, mentre la Federazione italiana Discipline con Armi sportive da caccia si attesta sopra 1,55 milioni. Più contenuta in valore assoluto, ma significativa sul piano percentuale, la quota assegnata alla Federazione italiana Tiro dinamico sportivo, che registra l’incremento massimo consentito dal sistema, pari al 15%. I finanziamenti si inseriscono in un contesto più ampio di crescita del sistema sportivo italiano, sostenuto da un meccanismo di autofinanziamento attivo dal 2019 e da una politica pubblica orientata a premiare non solo il merito agonistico, ma anche l’impatto sociale e la sostenibilità gestionale. Le risorse complessive destinate allo sport, alimentate in larga parte dal prelievo fiscale generato dal calcio professionistico, hanno continuato ad aumentare nonostante la crisi pandemica, con effetti visibili sull’ampliamento della base dei praticanti.
Al di là dei numeri, il tiro sportivo resta una disciplina che vive soprattutto nella quotidianità dei poligoni e dei campi di tiro. È uno sport strutturato su percorsi formativi graduali, che possono iniziare in giovane età con le armi ad aria compressa e proseguire, nel tempo, verso specialità più complesse. La progressione è scandita da livelli tecnici precisi e da un sistema di controlli che pone la sicurezza come requisito imprescindibile. Allenatori, istruttori e ufficiali di gara garantiscono il rispetto delle regole e accompagnano i tiratori, soprattutto quelli alle prime armi, in un contesto rigidamente regolamentato.
Dal punto di vista della prestazione, il tiro sportivo richiede un equilibrio specifico tra precisione tecnica, forza mentale e condizione fisica. La stabilità del gesto, la capacità di concentrazione e la gestione della pressione sono fattori determinanti, tanto quanto l’allenamento muscolare. È una combinazione che spiega perché i percorsi agonistici siano spesso lunghi e perché i risultati arrivino dopo anni di lavoro lontano dall’attenzione mediatica. Il legame con le Olimpiadi contribuisce a dare visibilità alla disciplina, ma ne rappresenta solo una parte. Il tiro sportivo è presente quasi ininterrottamente nel programma dei Giochi moderni e oggi comprende sei specialità olimpiche, tra bersagli fissi e mobili. Tuttavia, la sua struttura non si esaurisce nel quadriennio olimpico: vive di attività federale costante, di competizioni nazionali e internazionali e di un movimento che, pur restando lontano dalle prime pagine, continua a produrre risultati e praticanti.
Lo stanziamento per il 2026 conferma questa continuità. Più che un’attenzione episodica, i fondi destinati al tiro sportivo certificano l’esistenza di un settore che funziona, cresce in modo misurato e contribuisce, nel suo perimetro, alla tenuta complessiva dello sport italiano. Un mondo che emerge raramente nel dibattito pubblico, ma che esiste ben oltre la vetrina olimpica.
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