La Germania sta 1-1, risultato che non si può leggere sul tabellone. Per questo dopo aver bevuto un sorso d’acqua Kai Havertz, Jamal Musiala e gli altri friggono per ripartire all’attacco. Ma l’arbitro marocchino Jalal Jayed li ferma e spiega loro che in realtà quella è una pausa pubblicitaria «e gli spot devono durare almeno tre minuti». Fino a quando non sono finiti lui non fischia. Nella ripresa si replica.
Stupore fra gli atleti, benvenuti al Circo America. La Germania poi dilaga (7-1) contro una squadra da oratorio come tante altre nel mondiale a 48 voluto dal presidente Fifa, Gianni Infantino, dove fino agli ottavi di finale ci sarà il rischio altissimo di assistere a uno show da baraccone nel quale il calcio è rappresentato a malapena dal pallone che rotola. Ma è l’inclusione, bellezza, nel cui nome viene perpetrata qualsiasi stravaganza extralarge. A proposito di break pubblicitari mascherati da hydratation, l’ideona è stata stigmatizzata da Jurgen Klopp e massacrata da Thierry Henry che su Fox Sports ha commentato: «È come interrompere una sinfonia a metà “crescendo” perché gli inserzionisti vogliono far sentire il loro jingle». Nel frattempo si scopre che nell’intervallo della finale, il 19 luglio, la pausa sarà di mezz’ora per mandare in scena uno show con Shakira e i Coldplay. E i calciatori a pascolare negli spogliatoi.
Per rimanere a Houston, la prima feroce e insulsa polemica politica è quella del varista australiano Shaun Evans. Nessuna bussata, semplicemente nella foto ricordo scattata in diretta lui si è fatto immortalare mentre fa «ok» con la mano capovolta tenuta lungo il fianco destro. Problemi? Eccome. Secondo i sempre occhiuti custodi del politicamente corretto trazione woke il gesto sarebbe riconducibile al simbolo del «white power», associato a gruppi suprematisti bianchi. Lezione per il futuro: meglio tenere le mani in tasca o ficcarsi le dita nel naso in mondovisione.
Si è subito scatenata la polizia del karma, molesta almeno quanto la Ice trumpiana. «Secondo i nostri esperti il gesto è una provocazione, designato come simbolo di odio dall’Anti-Defamation League di New York nel 2019», ha dichiarato la Fare, l’organo calcistico che monitora cori, bandiere e richiami razzisti. Con la sentenza immediata, mutuata dalla corte suprema dei social: «Il gesto è neonazista, questo arbitro non dovrebbe avere alcun ruolo ai mondiali». La Fifa ha aperto un’inchiesta e mister Evans rischia di essere rimandato a casa per razzismo, eventualmente a sua insaputa. Dopo l’arbitro somalo fermato per terrorismo, ecco l’australiano sulla graticola per suprematismo. Oggi l’America dei fantasmi è questa, anche l’ok è da criminali.
Tornando in campo, da segnalare due partite vere, Olanda-Giappone e Brasile-Marocco. Finora non pervenuti clamorosi svarioni arbitrali all’italiana. Per il resto un luna park per nottambuli enfatizzato a dismisura da giornali e tv, con qualche certezza ancestrale: la Turchia di Vincenzo Montella avrebbe bisogno dell’acquasanta che Giovanni Trapattoni teneva in tasca nel 2002, Christian Pulisic si è riposato per quattro mesi con la maglia del Milan e Jonathan David non segna mai. Fra gli sbadigli dei puristi, per fortuna non mancano le divagazioni extracampo.
Anche questo fa parte del Mondiale nella fase «cortile di ricreazione», in attesa che entri in scena il calcio. «E come disse Atahualpa o qualche altro dio descansate niño che continuo io» (Paolo Conte). Finora hanno impressionato il Marocco per impianto di gioco (la conferma di quattro anni fa) e gli Stati Uniti per orgoglio e preparazione atletica. Un po’ meno la Spagna, che ieri nel tardo pomeriggio s’è fatta impaludare sullo 0-0 da Capo Verde. Il Brasile sembra sempre alla ricerca di se stesso e Carlo Ancelotti è già sulla graticola; esaurito il filone dei fenomeni (Kakà, Ronaldinho, Roberto Carlos, Ronaldo) rimangono i geometri alla Paquetà più qualche giocoliere di talento alla Vinicius Junior (gran gol al Marocco).
Il fantasista ci aiuta a entrare in un altro padiglione colorato del Circo America, quello degli obblighi, delle restrizioni e della felicità plastificata. Nell’intervallo della prima partita, proprio lui si è rifiutato di rispondere alle domande di una tv. Il giornalista lo ha rimproverato, pure a ragione: «È un obbligo previsto dal contratto, rischi di pagare una multa». Vinicius: «La pago, ma nessuno mi obbliga a dire qualcosa che non voglio». Più o meno sullo stesso livello di empatia con gli organizzatori è il ct dell’Uruguay, Marcelo Bielsa detto el Loco, che si è rifiutato di fare la bella statuina in favore di telecamera per lo spot all’allegria planetaria. È rimasto con il volto cupo e lo sguardo terreo, furibondo perché il suo team non è potuto partire per Miami (dopo tre ore di attesa sotto la scaletta dell’aereo) dove oggi gioca con l’Arabia Saudita. La Fifa non ha inoltrato la documentazione richiesta dal governo americano e gli addetti alla frontiera l’hanno bloccato. Morale: gli uruguagi arrivano a destinazione a poche ore dall’inizio della partita.
Ultima curiosità: nelle interviste è vietato parlare spagnolo. Ashraf Hakimi, che stava rispondendo a un giornalista messicano, è stato fermato dal rigore procedurale: «Per favore solo inglese». Identico disguido per l’olandese Frenkie De Jong (che gioca nel Barcellona). «Lo capisco e non mi disturba», ha scherzato chiedendo al giornalista di continuare. Ma è stato costretto a rispondere in inglese. Bagattelle per un massacro d’immagine.
Con questi precedenti già possiamo immaginare il delirio della Coppa del Mondo 2030, che verrà giocata in sei Paesi diversi di tre continenti: Spagna, Portogallo, Marocco, Argentina, Uruguay, Paraguay. Il gigantismo di king Infantino non ha limiti, dopo sei giorni il Mondiale sembra Giochi senza Frontiere ma sono in pochi a eccepire. Tutti leoni da scendiletto, tutti a struggersi per la frase sull’allargamento a 64 squadre «così forse si qualifica anche l’Italia». Fin qui ci sembra l’uscita più innocua del presidente calvo rispetto agli altri scempi. Le battute hanno senso solo quando a farle siamo noi?