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2023-04-30
Violenze in stazione? «C'entra Piantedosi»
L'interno della Stazione Centrale di Milano (Ansa)
Lo stupro in stazione Centrale? È colpa di Piantedosi. Mica di decenni di accoglienza scriteriata. Mica della favola bella, nel nome della quale abbiamo spalancato le porte a migliaia di squinternati, senza dar loro un ricovero e men che meno un futuro, lasciando che si trasformassero in vagabondi e delinquenti. Mica della fumosa retorica su Milano che non si ferma, Milano vicino all’Europa, Milano che banche che cambi, Milano che però non è la canzone di Lucio Dalla, ma il posto in cui una donna deve aver paura di prendere un treno. Milano, che se parcheggi l’auto a Città Studi, Solari o Porta Venezia, rischi ti portino via le ruote col favore delle tenebre. Se ne sono accorti su Instagram, non a Palazzo Marino: l’importante, per il sindaco in salsa verde, è che quell’auto fosse ecologica.
La linea, sull’ultimo fattaccio di cronaca nera nel capoluogo lombardo, la detta La Stampa: il piano sicurezza del governo è «un flop». Un mese e mezzo fa, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva impartito l’ordine di rafforzare i controlli negli scali ferroviari. «Eppure», scrive il quotidiano di Torino, «non è stato sufficiente per impedire» che un ventiseienne marocchino, senza documenti, senza dimora, clandestino, «aggredisse e violentasse una donna» in Centrale. Il 10 maggio, il titolare del Viminale sarà a Milano per fare il punto sulle contromisure. Intanto, capito che logica? Da anni, i progressisti importano disperati senza arte né parte, nel nome dell’«umanità», dei «ponti al posto dei muri», del loro «stile di vita che presto sarà il nostro». Il problema, però, è che, in un mese e mezzo, l’ex prefetto non è riuscito a ripulire la cloaca di degrado, spaccio e violenza della stazione di Milano. Così, sul governo cadono «tegole sul tema della sicurezza», proprio quello «identitario» per Giorgia Meloni. E le penne più chic sghignazzano.
Se a Palazzo Chigi ci fossero Pd e soci - a proposito, quali soci? I dem stanno con i 5 stelle o no? Con Calenda o no? Con Renzi o no? Con Bonelli o no? - avrebbero già la soluzione. La potrebbero mutuare dai consigli di Jacopo De Michelis, dell’editore Marsilio. Centrale, spiega al Corriere della Sera lo scrittore, è «un luogo emblematico, enorme, una calamita che attrae ogni forma di disagio ed emarginazione».
Chi ci vive, o spera di sopravviverci, sono soprattutto «persone fragili, ai margini». Quindi, «l’approccio repressivo non risolve». Serve la «solidarietà». Già. A chi? Con cosa? Come? Portiamo un pasto caldo ai tossici acquartierati sotto i portici di via Pisani, giusto davanti alla nostra redazione? Mandiamo gli angeli della notte a elargire tenerezze al signor Fadil M., 26 anni, che ha trascinato per un braccio, picchiato e tentato di stuprare una donna, peraltro sua connazionale? Diamo una pacca sulla spalla a Rhasi Abrahman, che a marzo ha provato ad accoltellare una donna incinta, ferendone altre quattro e quasi ammazzando un passante che era intervenuto in difesa della malcapitata? E cosa dire di Termini a Roma? Pure quello un «luogo emblematico», dove una ragazzina israeliana si ritrova colpita dai fendenti di uno squilibrato polacco e una quarantaquattrenne viene assalita da un senegalese, accanto all’ingresso di via Marsala.
Bisogna capire: in certi contesti manca la solidarietà. «È il lato oscuro della società del benessere», pontifica De Michelis. «Si vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, fingendo di non vedere povertà ed emarginazione, finché la situazione esplode».
E invece, su quella desolazione, bisognerebbe che aprano gli occhi innanzitutto quelli che volevano vendercela quale esempio virtuoso di società multiculturale, permeabile alla contaminazione con l’esotico, refrattaria alle barriere. Roma città aperta, Milano col coer in man. Poi, però, persino il giornale di via Solferino - altro quartiere, altra realtà rispetto ai vicoli intorno alla stazione - si sveglia. E sull’edizione meneghina, pubblica uno sfogo sull’«arresto ormai inutile» di «predoni e disgraziati che si inseguono, sfregiano, accoltellano»: ahinoi, «l’indomani son liberi, per una differente interpretazione della dolente commedia umana tra gli operanti in strada (carabinieri e polizia) e i giudicanti in ufficio (magistrati), o per leggi non attuali, non più “capaci” di leggere gli scenari».
Lo scenario lo denunciano da tempo gli osservatori tacciati di suprematismo bianco: se apri i porti, ma la tua «accoglienza» consiste nell’abbandonare per strada irregolari, sbandati, uomini soli e senza prospettive, anziché il melting pot, ti ritrovi l’anarchia. E dopo, non risolve il problema, in trenta giorni, Piantedosi. E nemmeno Batman. Beppe Sala, adesso, si sveglia: chiede telecamere e qualche centinaio di agenti. «Non ho mai scaricato su altri le responsabilità», giura. Encomiabile. Per recuperare il polso della situazione, non gli resta che farsi un giro in piazza. Non solo se è quella antifascista. Non solo se è quella davanti al Duomo.
Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. Il film di un incubo lungo 30 minuti
Il thriller della stazione Centrale di Milano dura quasi 30 minuti: dal momento in cui la vittima, una marocchina di 37 anni residente in Francia, varca l’ingresso, fino al momento in cui una guardia giurata la trova rannicchiata e in lacrime davanti alla biglietteria. I due video acquisiti dalla polizia ferroviaria l’altro giorno e che, per i magistrati del pool fasce deboli della Procura di Milano, inchioderebbero Fadil M., marocchino pure lui, 26 anni, irregolare in Italia con almeno altre quattro identità e un precedente in Slovenia, sono alla base del decreto di fermo (la cui convalida è prevista per oggi) disposto dai magistrati.
Fadil è accusato di violenza sessuale e lesioni aggravate. È entrato in stazione con la vittima. Uno dei due video lo riprende all’ingresso del piano terra della stazione mentre si offre di portare il bagaglio della donna e le fa strada. Ovvero, la porta in una trappola. Non le indica la scala che porta verso i binari del piano superiore. Ma l’accompagna verso il montacarichi lontano dal passaggio, in un corridoio molto stretto. Quando la donna si trova nel corridoio è ormai troppo tardi.
Appena le porte dell’ascensore sono aperte lui la spinge dentro, incurante della telecamera all’interno. La colpisce al volto: due pugni. Lei resta tramortita. A quel punto si sarebbe consumata l’aggressione sessuale. Lei lo graffia, lo colpisce, cerca di respingerlo. Ma sono le urla a fermarlo. Il marocchino capisce che qualcuno potrebbe mettere fine a quell’incubo. E allora decide di scappare. Come se nulla fosse, va a riposarsi in un’aiuola semicircolare proprio all’angolo della stazione. Indossa ancora la stessa maglia con fantasia a fiori, gli stessi jeans e il cappellino che sono impressi nei frame catturati dalle telecamere. Questo episodio è già finito in un capo d’imputazione.
Ma la vittima ha raccontato alla polfer di essere stata violentata anche all’esterno della stazione. «All’1.30, dopo la chiusura della stazione», è il racconto della donna, «sono uscita in piazza Luigi di Savoia. Lì sono stata avvicinata da un mio connazionale. Abbiamo parlato per alcuni minuti. Gli ho detto che sarei andata in Francia». La conversazione sembrava amichevole. Poco dopo, però, il marocchino l’avrebbe trascinata nei giardini accanto alla stazione. «Con forza», ha denunciato la vittima, «mi ha abbassato i jeans, mi ha violentata e io ho perso i sensi».
Ma su questo episodio le attività investigative sono ancora in corso. Al momento, le telecamere esterne non hanno fornito alcuna indicazione. E gli agenti stanno cercando qualche testimone. Ma stanno anche cercando di risalire con precisione all’identità del presunto aggressore. Quando l’hanno individuato non aveva documenti né telefono cellulare. Uno dei tanti fantasmi che vivono e dormono nel degrado attorno alla stazione. E, ovviamente, avrebbe subito fornito una falsa identità. Inserite le impronte digitali nel sistema informatico interforze, è saltato subito fuori un controllo in Slovenia. Lì era stato identificato come Fadil M. E, per ora, è l’unica identità già verificata sulla quale possono contare gli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato una visita a Milano il 10 maggio. Il sindaco Beppe Sala ha detto di essere consapevole che servono più controlli e più telecamere attorno alla stazione.
Ma non ha ancora le idee chiare. Ai cronisti che ieri, dopo un incontro in prefettura, gli hanno chiesto quanti uomini in più servirebbero, il sindaco ha risposto: «Difficile dirlo, però da quanto mi dice il prefetto, qualche centinaio». Nel frattempo, sta a guardare.
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L’accoglienza sfrenata ha reso Milano un buco nero di delinquenza. Ma per l’ennesima aggressione in Centrale, la sinistra se la prende con il ministro dell’Interno. «Reo» di non essere riuscito, in poche settimane, a sistemare anni di anarchia.Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. La vittima ha detto di aver subito, poco prima, un altro abuso sempre vicino allo scalo.Lo speciale contiene due articoli.Lo stupro in stazione Centrale? È colpa di Piantedosi. Mica di decenni di accoglienza scriteriata. Mica della favola bella, nel nome della quale abbiamo spalancato le porte a migliaia di squinternati, senza dar loro un ricovero e men che meno un futuro, lasciando che si trasformassero in vagabondi e delinquenti. Mica della fumosa retorica su Milano che non si ferma, Milano vicino all’Europa, Milano che banche che cambi, Milano che però non è la canzone di Lucio Dalla, ma il posto in cui una donna deve aver paura di prendere un treno. Milano, che se parcheggi l’auto a Città Studi, Solari o Porta Venezia, rischi ti portino via le ruote col favore delle tenebre. Se ne sono accorti su Instagram, non a Palazzo Marino: l’importante, per il sindaco in salsa verde, è che quell’auto fosse ecologica. La linea, sull’ultimo fattaccio di cronaca nera nel capoluogo lombardo, la detta La Stampa: il piano sicurezza del governo è «un flop». Un mese e mezzo fa, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva impartito l’ordine di rafforzare i controlli negli scali ferroviari. «Eppure», scrive il quotidiano di Torino, «non è stato sufficiente per impedire» che un ventiseienne marocchino, senza documenti, senza dimora, clandestino, «aggredisse e violentasse una donna» in Centrale. Il 10 maggio, il titolare del Viminale sarà a Milano per fare il punto sulle contromisure. Intanto, capito che logica? Da anni, i progressisti importano disperati senza arte né parte, nel nome dell’«umanità», dei «ponti al posto dei muri», del loro «stile di vita che presto sarà il nostro». Il problema, però, è che, in un mese e mezzo, l’ex prefetto non è riuscito a ripulire la cloaca di degrado, spaccio e violenza della stazione di Milano. Così, sul governo cadono «tegole sul tema della sicurezza», proprio quello «identitario» per Giorgia Meloni. E le penne più chic sghignazzano. Se a Palazzo Chigi ci fossero Pd e soci - a proposito, quali soci? I dem stanno con i 5 stelle o no? Con Calenda o no? Con Renzi o no? Con Bonelli o no? - avrebbero già la soluzione. La potrebbero mutuare dai consigli di Jacopo De Michelis, dell’editore Marsilio. Centrale, spiega al Corriere della Sera lo scrittore, è «un luogo emblematico, enorme, una calamita che attrae ogni forma di disagio ed emarginazione». Chi ci vive, o spera di sopravviverci, sono soprattutto «persone fragili, ai margini». Quindi, «l’approccio repressivo non risolve». Serve la «solidarietà». Già. A chi? Con cosa? Come? Portiamo un pasto caldo ai tossici acquartierati sotto i portici di via Pisani, giusto davanti alla nostra redazione? Mandiamo gli angeli della notte a elargire tenerezze al signor Fadil M., 26 anni, che ha trascinato per un braccio, picchiato e tentato di stuprare una donna, peraltro sua connazionale? Diamo una pacca sulla spalla a Rhasi Abrahman, che a marzo ha provato ad accoltellare una donna incinta, ferendone altre quattro e quasi ammazzando un passante che era intervenuto in difesa della malcapitata? E cosa dire di Termini a Roma? Pure quello un «luogo emblematico», dove una ragazzina israeliana si ritrova colpita dai fendenti di uno squilibrato polacco e una quarantaquattrenne viene assalita da un senegalese, accanto all’ingresso di via Marsala. Bisogna capire: in certi contesti manca la solidarietà. «È il lato oscuro della società del benessere», pontifica De Michelis. «Si vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, fingendo di non vedere povertà ed emarginazione, finché la situazione esplode».E invece, su quella desolazione, bisognerebbe che aprano gli occhi innanzitutto quelli che volevano vendercela quale esempio virtuoso di società multiculturale, permeabile alla contaminazione con l’esotico, refrattaria alle barriere. Roma città aperta, Milano col coer in man. Poi, però, persino il giornale di via Solferino - altro quartiere, altra realtà rispetto ai vicoli intorno alla stazione - si sveglia. E sull’edizione meneghina, pubblica uno sfogo sull’«arresto ormai inutile» di «predoni e disgraziati che si inseguono, sfregiano, accoltellano»: ahinoi, «l’indomani son liberi, per una differente interpretazione della dolente commedia umana tra gli operanti in strada (carabinieri e polizia) e i giudicanti in ufficio (magistrati), o per leggi non attuali, non più “capaci” di leggere gli scenari».Lo scenario lo denunciano da tempo gli osservatori tacciati di suprematismo bianco: se apri i porti, ma la tua «accoglienza» consiste nell’abbandonare per strada irregolari, sbandati, uomini soli e senza prospettive, anziché il melting pot, ti ritrovi l’anarchia. E dopo, non risolve il problema, in trenta giorni, Piantedosi. E nemmeno Batman. Beppe Sala, adesso, si sveglia: chiede telecamere e qualche centinaio di agenti. «Non ho mai scaricato su altri le responsabilità», giura. Encomiabile. Per recuperare il polso della situazione, non gli resta che farsi un giro in piazza. 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I due video acquisiti dalla polizia ferroviaria l’altro giorno e che, per i magistrati del pool fasce deboli della Procura di Milano, inchioderebbero Fadil M., marocchino pure lui, 26 anni, irregolare in Italia con almeno altre quattro identità e un precedente in Slovenia, sono alla base del decreto di fermo (la cui convalida è prevista per oggi) disposto dai magistrati. Fadil è accusato di violenza sessuale e lesioni aggravate. È entrato in stazione con la vittima. Uno dei due video lo riprende all’ingresso del piano terra della stazione mentre si offre di portare il bagaglio della donna e le fa strada. Ovvero, la porta in una trappola. Non le indica la scala che porta verso i binari del piano superiore. Ma l’accompagna verso il montacarichi lontano dal passaggio, in un corridoio molto stretto. Quando la donna si trova nel corridoio è ormai troppo tardi. Appena le porte dell’ascensore sono aperte lui la spinge dentro, incurante della telecamera all’interno. La colpisce al volto: due pugni. Lei resta tramortita. A quel punto si sarebbe consumata l’aggressione sessuale. Lei lo graffia, lo colpisce, cerca di respingerlo. Ma sono le urla a fermarlo. Il marocchino capisce che qualcuno potrebbe mettere fine a quell’incubo. E allora decide di scappare. Come se nulla fosse, va a riposarsi in un’aiuola semicircolare proprio all’angolo della stazione. Indossa ancora la stessa maglia con fantasia a fiori, gli stessi jeans e il cappellino che sono impressi nei frame catturati dalle telecamere. Questo episodio è già finito in un capo d’imputazione. Ma la vittima ha raccontato alla polfer di essere stata violentata anche all’esterno della stazione. «All’1.30, dopo la chiusura della stazione», è il racconto della donna, «sono uscita in piazza Luigi di Savoia. Lì sono stata avvicinata da un mio connazionale. Abbiamo parlato per alcuni minuti. Gli ho detto che sarei andata in Francia». La conversazione sembrava amichevole. Poco dopo, però, il marocchino l’avrebbe trascinata nei giardini accanto alla stazione. «Con forza», ha denunciato la vittima, «mi ha abbassato i jeans, mi ha violentata e io ho perso i sensi». Ma su questo episodio le attività investigative sono ancora in corso. Al momento, le telecamere esterne non hanno fornito alcuna indicazione. E gli agenti stanno cercando qualche testimone. Ma stanno anche cercando di risalire con precisione all’identità del presunto aggressore. Quando l’hanno individuato non aveva documenti né telefono cellulare. Uno dei tanti fantasmi che vivono e dormono nel degrado attorno alla stazione. E, ovviamente, avrebbe subito fornito una falsa identità. Inserite le impronte digitali nel sistema informatico interforze, è saltato subito fuori un controllo in Slovenia. Lì era stato identificato come Fadil M. E, per ora, è l’unica identità già verificata sulla quale possono contare gli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato una visita a Milano il 10 maggio. Il sindaco Beppe Sala ha detto di essere consapevole che servono più controlli e più telecamere attorno alla stazione. Ma non ha ancora le idee chiare. Ai cronisti che ieri, dopo un incontro in prefettura, gli hanno chiesto quanti uomini in più servirebbero, il sindaco ha risposto: «Difficile dirlo, però da quanto mi dice il prefetto, qualche centinaio». Nel frattempo, sta a guardare.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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