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2023-04-30
Violenze in stazione? «C'entra Piantedosi»
L'interno della Stazione Centrale di Milano (Ansa)
Lo stupro in stazione Centrale? È colpa di Piantedosi. Mica di decenni di accoglienza scriteriata. Mica della favola bella, nel nome della quale abbiamo spalancato le porte a migliaia di squinternati, senza dar loro un ricovero e men che meno un futuro, lasciando che si trasformassero in vagabondi e delinquenti. Mica della fumosa retorica su Milano che non si ferma, Milano vicino all’Europa, Milano che banche che cambi, Milano che però non è la canzone di Lucio Dalla, ma il posto in cui una donna deve aver paura di prendere un treno. Milano, che se parcheggi l’auto a Città Studi, Solari o Porta Venezia, rischi ti portino via le ruote col favore delle tenebre. Se ne sono accorti su Instagram, non a Palazzo Marino: l’importante, per il sindaco in salsa verde, è che quell’auto fosse ecologica.
La linea, sull’ultimo fattaccio di cronaca nera nel capoluogo lombardo, la detta La Stampa: il piano sicurezza del governo è «un flop». Un mese e mezzo fa, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva impartito l’ordine di rafforzare i controlli negli scali ferroviari. «Eppure», scrive il quotidiano di Torino, «non è stato sufficiente per impedire» che un ventiseienne marocchino, senza documenti, senza dimora, clandestino, «aggredisse e violentasse una donna» in Centrale. Il 10 maggio, il titolare del Viminale sarà a Milano per fare il punto sulle contromisure. Intanto, capito che logica? Da anni, i progressisti importano disperati senza arte né parte, nel nome dell’«umanità», dei «ponti al posto dei muri», del loro «stile di vita che presto sarà il nostro». Il problema, però, è che, in un mese e mezzo, l’ex prefetto non è riuscito a ripulire la cloaca di degrado, spaccio e violenza della stazione di Milano. Così, sul governo cadono «tegole sul tema della sicurezza», proprio quello «identitario» per Giorgia Meloni. E le penne più chic sghignazzano.
Se a Palazzo Chigi ci fossero Pd e soci - a proposito, quali soci? I dem stanno con i 5 stelle o no? Con Calenda o no? Con Renzi o no? Con Bonelli o no? - avrebbero già la soluzione. La potrebbero mutuare dai consigli di Jacopo De Michelis, dell’editore Marsilio. Centrale, spiega al Corriere della Sera lo scrittore, è «un luogo emblematico, enorme, una calamita che attrae ogni forma di disagio ed emarginazione».
Chi ci vive, o spera di sopravviverci, sono soprattutto «persone fragili, ai margini». Quindi, «l’approccio repressivo non risolve». Serve la «solidarietà». Già. A chi? Con cosa? Come? Portiamo un pasto caldo ai tossici acquartierati sotto i portici di via Pisani, giusto davanti alla nostra redazione? Mandiamo gli angeli della notte a elargire tenerezze al signor Fadil M., 26 anni, che ha trascinato per un braccio, picchiato e tentato di stuprare una donna, peraltro sua connazionale? Diamo una pacca sulla spalla a Rhasi Abrahman, che a marzo ha provato ad accoltellare una donna incinta, ferendone altre quattro e quasi ammazzando un passante che era intervenuto in difesa della malcapitata? E cosa dire di Termini a Roma? Pure quello un «luogo emblematico», dove una ragazzina israeliana si ritrova colpita dai fendenti di uno squilibrato polacco e una quarantaquattrenne viene assalita da un senegalese, accanto all’ingresso di via Marsala.
Bisogna capire: in certi contesti manca la solidarietà. «È il lato oscuro della società del benessere», pontifica De Michelis. «Si vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, fingendo di non vedere povertà ed emarginazione, finché la situazione esplode».
E invece, su quella desolazione, bisognerebbe che aprano gli occhi innanzitutto quelli che volevano vendercela quale esempio virtuoso di società multiculturale, permeabile alla contaminazione con l’esotico, refrattaria alle barriere. Roma città aperta, Milano col coer in man. Poi, però, persino il giornale di via Solferino - altro quartiere, altra realtà rispetto ai vicoli intorno alla stazione - si sveglia. E sull’edizione meneghina, pubblica uno sfogo sull’«arresto ormai inutile» di «predoni e disgraziati che si inseguono, sfregiano, accoltellano»: ahinoi, «l’indomani son liberi, per una differente interpretazione della dolente commedia umana tra gli operanti in strada (carabinieri e polizia) e i giudicanti in ufficio (magistrati), o per leggi non attuali, non più “capaci” di leggere gli scenari».
Lo scenario lo denunciano da tempo gli osservatori tacciati di suprematismo bianco: se apri i porti, ma la tua «accoglienza» consiste nell’abbandonare per strada irregolari, sbandati, uomini soli e senza prospettive, anziché il melting pot, ti ritrovi l’anarchia. E dopo, non risolve il problema, in trenta giorni, Piantedosi. E nemmeno Batman. Beppe Sala, adesso, si sveglia: chiede telecamere e qualche centinaio di agenti. «Non ho mai scaricato su altri le responsabilità», giura. Encomiabile. Per recuperare il polso della situazione, non gli resta che farsi un giro in piazza. Non solo se è quella antifascista. Non solo se è quella davanti al Duomo.
Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. Il film di un incubo lungo 30 minuti
Il thriller della stazione Centrale di Milano dura quasi 30 minuti: dal momento in cui la vittima, una marocchina di 37 anni residente in Francia, varca l’ingresso, fino al momento in cui una guardia giurata la trova rannicchiata e in lacrime davanti alla biglietteria. I due video acquisiti dalla polizia ferroviaria l’altro giorno e che, per i magistrati del pool fasce deboli della Procura di Milano, inchioderebbero Fadil M., marocchino pure lui, 26 anni, irregolare in Italia con almeno altre quattro identità e un precedente in Slovenia, sono alla base del decreto di fermo (la cui convalida è prevista per oggi) disposto dai magistrati.
Fadil è accusato di violenza sessuale e lesioni aggravate. È entrato in stazione con la vittima. Uno dei due video lo riprende all’ingresso del piano terra della stazione mentre si offre di portare il bagaglio della donna e le fa strada. Ovvero, la porta in una trappola. Non le indica la scala che porta verso i binari del piano superiore. Ma l’accompagna verso il montacarichi lontano dal passaggio, in un corridoio molto stretto. Quando la donna si trova nel corridoio è ormai troppo tardi.
Appena le porte dell’ascensore sono aperte lui la spinge dentro, incurante della telecamera all’interno. La colpisce al volto: due pugni. Lei resta tramortita. A quel punto si sarebbe consumata l’aggressione sessuale. Lei lo graffia, lo colpisce, cerca di respingerlo. Ma sono le urla a fermarlo. Il marocchino capisce che qualcuno potrebbe mettere fine a quell’incubo. E allora decide di scappare. Come se nulla fosse, va a riposarsi in un’aiuola semicircolare proprio all’angolo della stazione. Indossa ancora la stessa maglia con fantasia a fiori, gli stessi jeans e il cappellino che sono impressi nei frame catturati dalle telecamere. Questo episodio è già finito in un capo d’imputazione.
Ma la vittima ha raccontato alla polfer di essere stata violentata anche all’esterno della stazione. «All’1.30, dopo la chiusura della stazione», è il racconto della donna, «sono uscita in piazza Luigi di Savoia. Lì sono stata avvicinata da un mio connazionale. Abbiamo parlato per alcuni minuti. Gli ho detto che sarei andata in Francia». La conversazione sembrava amichevole. Poco dopo, però, il marocchino l’avrebbe trascinata nei giardini accanto alla stazione. «Con forza», ha denunciato la vittima, «mi ha abbassato i jeans, mi ha violentata e io ho perso i sensi».
Ma su questo episodio le attività investigative sono ancora in corso. Al momento, le telecamere esterne non hanno fornito alcuna indicazione. E gli agenti stanno cercando qualche testimone. Ma stanno anche cercando di risalire con precisione all’identità del presunto aggressore. Quando l’hanno individuato non aveva documenti né telefono cellulare. Uno dei tanti fantasmi che vivono e dormono nel degrado attorno alla stazione. E, ovviamente, avrebbe subito fornito una falsa identità. Inserite le impronte digitali nel sistema informatico interforze, è saltato subito fuori un controllo in Slovenia. Lì era stato identificato come Fadil M. E, per ora, è l’unica identità già verificata sulla quale possono contare gli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato una visita a Milano il 10 maggio. Il sindaco Beppe Sala ha detto di essere consapevole che servono più controlli e più telecamere attorno alla stazione.
Ma non ha ancora le idee chiare. Ai cronisti che ieri, dopo un incontro in prefettura, gli hanno chiesto quanti uomini in più servirebbero, il sindaco ha risposto: «Difficile dirlo, però da quanto mi dice il prefetto, qualche centinaio». Nel frattempo, sta a guardare.
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L’accoglienza sfrenata ha reso Milano un buco nero di delinquenza. Ma per l’ennesima aggressione in Centrale, la sinistra se la prende con il ministro dell’Interno. «Reo» di non essere riuscito, in poche settimane, a sistemare anni di anarchia.Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. La vittima ha detto di aver subito, poco prima, un altro abuso sempre vicino allo scalo.Lo speciale contiene due articoli.Lo stupro in stazione Centrale? È colpa di Piantedosi. Mica di decenni di accoglienza scriteriata. Mica della favola bella, nel nome della quale abbiamo spalancato le porte a migliaia di squinternati, senza dar loro un ricovero e men che meno un futuro, lasciando che si trasformassero in vagabondi e delinquenti. Mica della fumosa retorica su Milano che non si ferma, Milano vicino all’Europa, Milano che banche che cambi, Milano che però non è la canzone di Lucio Dalla, ma il posto in cui una donna deve aver paura di prendere un treno. Milano, che se parcheggi l’auto a Città Studi, Solari o Porta Venezia, rischi ti portino via le ruote col favore delle tenebre. Se ne sono accorti su Instagram, non a Palazzo Marino: l’importante, per il sindaco in salsa verde, è che quell’auto fosse ecologica. La linea, sull’ultimo fattaccio di cronaca nera nel capoluogo lombardo, la detta La Stampa: il piano sicurezza del governo è «un flop». Un mese e mezzo fa, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva impartito l’ordine di rafforzare i controlli negli scali ferroviari. «Eppure», scrive il quotidiano di Torino, «non è stato sufficiente per impedire» che un ventiseienne marocchino, senza documenti, senza dimora, clandestino, «aggredisse e violentasse una donna» in Centrale. Il 10 maggio, il titolare del Viminale sarà a Milano per fare il punto sulle contromisure. Intanto, capito che logica? Da anni, i progressisti importano disperati senza arte né parte, nel nome dell’«umanità», dei «ponti al posto dei muri», del loro «stile di vita che presto sarà il nostro». Il problema, però, è che, in un mese e mezzo, l’ex prefetto non è riuscito a ripulire la cloaca di degrado, spaccio e violenza della stazione di Milano. Così, sul governo cadono «tegole sul tema della sicurezza», proprio quello «identitario» per Giorgia Meloni. E le penne più chic sghignazzano. Se a Palazzo Chigi ci fossero Pd e soci - a proposito, quali soci? I dem stanno con i 5 stelle o no? Con Calenda o no? Con Renzi o no? Con Bonelli o no? - avrebbero già la soluzione. La potrebbero mutuare dai consigli di Jacopo De Michelis, dell’editore Marsilio. Centrale, spiega al Corriere della Sera lo scrittore, è «un luogo emblematico, enorme, una calamita che attrae ogni forma di disagio ed emarginazione». Chi ci vive, o spera di sopravviverci, sono soprattutto «persone fragili, ai margini». Quindi, «l’approccio repressivo non risolve». Serve la «solidarietà». Già. A chi? Con cosa? Come? Portiamo un pasto caldo ai tossici acquartierati sotto i portici di via Pisani, giusto davanti alla nostra redazione? Mandiamo gli angeli della notte a elargire tenerezze al signor Fadil M., 26 anni, che ha trascinato per un braccio, picchiato e tentato di stuprare una donna, peraltro sua connazionale? Diamo una pacca sulla spalla a Rhasi Abrahman, che a marzo ha provato ad accoltellare una donna incinta, ferendone altre quattro e quasi ammazzando un passante che era intervenuto in difesa della malcapitata? E cosa dire di Termini a Roma? Pure quello un «luogo emblematico», dove una ragazzina israeliana si ritrova colpita dai fendenti di uno squilibrato polacco e una quarantaquattrenne viene assalita da un senegalese, accanto all’ingresso di via Marsala. Bisogna capire: in certi contesti manca la solidarietà. «È il lato oscuro della società del benessere», pontifica De Michelis. «Si vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, fingendo di non vedere povertà ed emarginazione, finché la situazione esplode».E invece, su quella desolazione, bisognerebbe che aprano gli occhi innanzitutto quelli che volevano vendercela quale esempio virtuoso di società multiculturale, permeabile alla contaminazione con l’esotico, refrattaria alle barriere. Roma città aperta, Milano col coer in man. Poi, però, persino il giornale di via Solferino - altro quartiere, altra realtà rispetto ai vicoli intorno alla stazione - si sveglia. E sull’edizione meneghina, pubblica uno sfogo sull’«arresto ormai inutile» di «predoni e disgraziati che si inseguono, sfregiano, accoltellano»: ahinoi, «l’indomani son liberi, per una differente interpretazione della dolente commedia umana tra gli operanti in strada (carabinieri e polizia) e i giudicanti in ufficio (magistrati), o per leggi non attuali, non più “capaci” di leggere gli scenari».Lo scenario lo denunciano da tempo gli osservatori tacciati di suprematismo bianco: se apri i porti, ma la tua «accoglienza» consiste nell’abbandonare per strada irregolari, sbandati, uomini soli e senza prospettive, anziché il melting pot, ti ritrovi l’anarchia. E dopo, non risolve il problema, in trenta giorni, Piantedosi. E nemmeno Batman. Beppe Sala, adesso, si sveglia: chiede telecamere e qualche centinaio di agenti. «Non ho mai scaricato su altri le responsabilità», giura. Encomiabile. Per recuperare il polso della situazione, non gli resta che farsi un giro in piazza. Non solo se è quella antifascista. Non solo se è quella davanti al Duomo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-stazione-centrale-milano-piantedosi-2659930897.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dallo-stupro-al-pisolino-nellaiuola-il-film-di-un-incubo-lungo-30-minuti" data-post-id="2659930897" data-published-at="1682809290" data-use-pagination="False"> Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. Il film di un incubo lungo 30 minuti Il thriller della stazione Centrale di Milano dura quasi 30 minuti: dal momento in cui la vittima, una marocchina di 37 anni residente in Francia, varca l’ingresso, fino al momento in cui una guardia giurata la trova rannicchiata e in lacrime davanti alla biglietteria. I due video acquisiti dalla polizia ferroviaria l’altro giorno e che, per i magistrati del pool fasce deboli della Procura di Milano, inchioderebbero Fadil M., marocchino pure lui, 26 anni, irregolare in Italia con almeno altre quattro identità e un precedente in Slovenia, sono alla base del decreto di fermo (la cui convalida è prevista per oggi) disposto dai magistrati. Fadil è accusato di violenza sessuale e lesioni aggravate. È entrato in stazione con la vittima. Uno dei due video lo riprende all’ingresso del piano terra della stazione mentre si offre di portare il bagaglio della donna e le fa strada. Ovvero, la porta in una trappola. Non le indica la scala che porta verso i binari del piano superiore. Ma l’accompagna verso il montacarichi lontano dal passaggio, in un corridoio molto stretto. Quando la donna si trova nel corridoio è ormai troppo tardi. Appena le porte dell’ascensore sono aperte lui la spinge dentro, incurante della telecamera all’interno. La colpisce al volto: due pugni. Lei resta tramortita. A quel punto si sarebbe consumata l’aggressione sessuale. Lei lo graffia, lo colpisce, cerca di respingerlo. Ma sono le urla a fermarlo. Il marocchino capisce che qualcuno potrebbe mettere fine a quell’incubo. E allora decide di scappare. Come se nulla fosse, va a riposarsi in un’aiuola semicircolare proprio all’angolo della stazione. Indossa ancora la stessa maglia con fantasia a fiori, gli stessi jeans e il cappellino che sono impressi nei frame catturati dalle telecamere. Questo episodio è già finito in un capo d’imputazione. Ma la vittima ha raccontato alla polfer di essere stata violentata anche all’esterno della stazione. «All’1.30, dopo la chiusura della stazione», è il racconto della donna, «sono uscita in piazza Luigi di Savoia. Lì sono stata avvicinata da un mio connazionale. Abbiamo parlato per alcuni minuti. Gli ho detto che sarei andata in Francia». La conversazione sembrava amichevole. Poco dopo, però, il marocchino l’avrebbe trascinata nei giardini accanto alla stazione. «Con forza», ha denunciato la vittima, «mi ha abbassato i jeans, mi ha violentata e io ho perso i sensi». Ma su questo episodio le attività investigative sono ancora in corso. Al momento, le telecamere esterne non hanno fornito alcuna indicazione. E gli agenti stanno cercando qualche testimone. Ma stanno anche cercando di risalire con precisione all’identità del presunto aggressore. Quando l’hanno individuato non aveva documenti né telefono cellulare. Uno dei tanti fantasmi che vivono e dormono nel degrado attorno alla stazione. E, ovviamente, avrebbe subito fornito una falsa identità. Inserite le impronte digitali nel sistema informatico interforze, è saltato subito fuori un controllo in Slovenia. Lì era stato identificato come Fadil M. E, per ora, è l’unica identità già verificata sulla quale possono contare gli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato una visita a Milano il 10 maggio. Il sindaco Beppe Sala ha detto di essere consapevole che servono più controlli e più telecamere attorno alla stazione. Ma non ha ancora le idee chiare. Ai cronisti che ieri, dopo un incontro in prefettura, gli hanno chiesto quanti uomini in più servirebbero, il sindaco ha risposto: «Difficile dirlo, però da quanto mi dice il prefetto, qualche centinaio». Nel frattempo, sta a guardare.
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 23 gennaio con Flaminia Camilletti
Giulia Bongiorno (Ansa)
Il testo originario era stato approvato all’unanimità alla Camera nel novembre scorso, al termine di un confronto diretto tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Si era deciso di fare una legge che desse anche una risposta politica forte. Tuttavia, in fase di stesura del testo, le parti si sono allontanate e si è acceso un duro scontro maggioranza e opposizioni. La nuova proposta, piaccia o meno, sarà votata dalla commissione Giustizia nelle prossime settimane.
Bongiorno difende la nuova impostazione come un punto di equilibrio tra tutela delle vittime e certezza del diritto: «All’interno del testo resta centrale la volontà della donna. Il nuovo documento include anche le condotte a sorpresa, come il cosiddetto freezing. Mi sembra un buon punto di equilibrio». Secondo l’avvocato leghista, il riferimento al dissenso consentirebbe di ricomprendere situazioni in cui la vittima, per choc o paralisi emotiva, non riesca a manifestare un rifiuto esplicito.
Durissime le reazioni delle opposizioni. «Per la Bongiorno e per la destra, chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un “no” abbastanza forte. Le leggi sulla violenza sessuale devono proteggere le vittime, non offrire nuovi alibi agli aggressori», ha attaccato la senatrice di Avs Ilaria Cucchi. Che, definendo la proposta «inaccettabile», ha anche accusato il governo di aver tradito l’impegno politico iniziale: «Quella sul consenso libero e attuale è una legge di civiltà che ribalta decenni di stereotipi. Giorgia Meloni su questa legge ci ha messo la faccia e oggi l’ha persa».
«Dalla legge sul consenso hanno tolto il consenso», attacca Laura Boldrini, deputata Pd e prima firmataria del progetto di legge iniziale sul consenso. «Il testo proposto dalla senatrice Bongiorno non solo smonta radicalmente la legge approvata all’unanimità alla Camera dei deputati, ma segna un passo indietro incredibile nella tutela delle vittime di stupro. Di consenso non si parla più. Non c’è più traccia né della parola né del concetto stesso. E, inoltre, si diminuisce la pena per chi commette uno stupro. Uno schiaffo in faccia a tutte le donne». «Un passo indietro, non solo rispetto all’accordo tra Schlein e Meloni che aveva portato all’approvazione del testo sul consenso alla Camera e rispetto alle stesse dichiarazioni di Bongiorno, ma anche rispetto alla giurisprudenza vigente e rischia quindi di rappresentare una scelta pericolosa», la reazione dei capigruppo dem di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia.
Per la relatrice della proposta alla Camera, la dem Michela De Biase, la proposta Bongiorno è «retrograda e pericolosa». Per Alessandro Zan, Pd, il testo è «paradossale e grave. “Sì è sì” significa indebolire la legge e soprattutto la tutela delle donne. Meno male che si erano presi del tempo per “migliorare” il testo. Questa è una presa in giro imbarazzante».
Naturalmente si esprime severissima anche la Cgil, oramai vero e proprio partito di opposizione: «Se l’esecutivo proseguirà sul concetto dell’azione contraria alla volontà della vittima, come Cgil preferiamo non avere la legge e continuare ad affidarci al diritto internazionale e agli orientamenti della giurisprudenza evitando, così, un salto indietro pesante, che si spiega solo con la misoginia della Lega di cui Bongiorno fa parte».
In difesa dell’esponente del Carroccio si schiera la collega Erika Stefani, capogruppo in commissione Giustizia: «Inaccettabili le strumentalizzazioni di queste ore delle opposizioni sul ddl in materia di consenso e violenza sulle donne. Ricordiamo ai colleghi che, trattandosi di un testo unificato, fu proprio il Pd a chiedere delle modifiche, proponendo di non innalzare ulteriormente le pene, ma di diversificarle per quanto riguardava la prima ipotesi di reato di consenso rispetto quella di atti sessuali con violenza o minaccia. Non a caso la senatrice Bongiorno, in commissione, parlò di “cascata di aggravanti”: il testo proposto prevede, infatti, una graduazione delle pene. Ora, proprio loro attaccano, politicizzando un argomento che richiederebbe la massima serietà».
Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, definisce le critiche a Bongiorno «ingiuste e fuori luogo» e ricorda: «Su questioni così sensibili non servono slogan né polemiche sterili, ma rispetto per il lavoro parlamentare e per chi opera con serietà nell’interesse delle vittime. Ogni altra strada rischia solo di indebolire una battaglia che dovrebbe unire tutti».
«La Bongiorno è notoriamente in prima linea da sempre su questi temi, sia come legislatore, sia come giurista, sia come protagonista di tante iniziative nella società civile», rammenta Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia.
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Guido Gallese (Ansa) e la Tesla parcheggiata nel capannone della mensa
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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