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2023-04-30
Violenze in stazione? «C'entra Piantedosi»
L'interno della Stazione Centrale di Milano (Ansa)
Lo stupro in stazione Centrale? È colpa di Piantedosi. Mica di decenni di accoglienza scriteriata. Mica della favola bella, nel nome della quale abbiamo spalancato le porte a migliaia di squinternati, senza dar loro un ricovero e men che meno un futuro, lasciando che si trasformassero in vagabondi e delinquenti. Mica della fumosa retorica su Milano che non si ferma, Milano vicino all’Europa, Milano che banche che cambi, Milano che però non è la canzone di Lucio Dalla, ma il posto in cui una donna deve aver paura di prendere un treno. Milano, che se parcheggi l’auto a Città Studi, Solari o Porta Venezia, rischi ti portino via le ruote col favore delle tenebre. Se ne sono accorti su Instagram, non a Palazzo Marino: l’importante, per il sindaco in salsa verde, è che quell’auto fosse ecologica.
La linea, sull’ultimo fattaccio di cronaca nera nel capoluogo lombardo, la detta La Stampa: il piano sicurezza del governo è «un flop». Un mese e mezzo fa, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva impartito l’ordine di rafforzare i controlli negli scali ferroviari. «Eppure», scrive il quotidiano di Torino, «non è stato sufficiente per impedire» che un ventiseienne marocchino, senza documenti, senza dimora, clandestino, «aggredisse e violentasse una donna» in Centrale. Il 10 maggio, il titolare del Viminale sarà a Milano per fare il punto sulle contromisure. Intanto, capito che logica? Da anni, i progressisti importano disperati senza arte né parte, nel nome dell’«umanità», dei «ponti al posto dei muri», del loro «stile di vita che presto sarà il nostro». Il problema, però, è che, in un mese e mezzo, l’ex prefetto non è riuscito a ripulire la cloaca di degrado, spaccio e violenza della stazione di Milano. Così, sul governo cadono «tegole sul tema della sicurezza», proprio quello «identitario» per Giorgia Meloni. E le penne più chic sghignazzano.
Se a Palazzo Chigi ci fossero Pd e soci - a proposito, quali soci? I dem stanno con i 5 stelle o no? Con Calenda o no? Con Renzi o no? Con Bonelli o no? - avrebbero già la soluzione. La potrebbero mutuare dai consigli di Jacopo De Michelis, dell’editore Marsilio. Centrale, spiega al Corriere della Sera lo scrittore, è «un luogo emblematico, enorme, una calamita che attrae ogni forma di disagio ed emarginazione».
Chi ci vive, o spera di sopravviverci, sono soprattutto «persone fragili, ai margini». Quindi, «l’approccio repressivo non risolve». Serve la «solidarietà». Già. A chi? Con cosa? Come? Portiamo un pasto caldo ai tossici acquartierati sotto i portici di via Pisani, giusto davanti alla nostra redazione? Mandiamo gli angeli della notte a elargire tenerezze al signor Fadil M., 26 anni, che ha trascinato per un braccio, picchiato e tentato di stuprare una donna, peraltro sua connazionale? Diamo una pacca sulla spalla a Rhasi Abrahman, che a marzo ha provato ad accoltellare una donna incinta, ferendone altre quattro e quasi ammazzando un passante che era intervenuto in difesa della malcapitata? E cosa dire di Termini a Roma? Pure quello un «luogo emblematico», dove una ragazzina israeliana si ritrova colpita dai fendenti di uno squilibrato polacco e una quarantaquattrenne viene assalita da un senegalese, accanto all’ingresso di via Marsala.
Bisogna capire: in certi contesti manca la solidarietà. «È il lato oscuro della società del benessere», pontifica De Michelis. «Si vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, fingendo di non vedere povertà ed emarginazione, finché la situazione esplode».
E invece, su quella desolazione, bisognerebbe che aprano gli occhi innanzitutto quelli che volevano vendercela quale esempio virtuoso di società multiculturale, permeabile alla contaminazione con l’esotico, refrattaria alle barriere. Roma città aperta, Milano col coer in man. Poi, però, persino il giornale di via Solferino - altro quartiere, altra realtà rispetto ai vicoli intorno alla stazione - si sveglia. E sull’edizione meneghina, pubblica uno sfogo sull’«arresto ormai inutile» di «predoni e disgraziati che si inseguono, sfregiano, accoltellano»: ahinoi, «l’indomani son liberi, per una differente interpretazione della dolente commedia umana tra gli operanti in strada (carabinieri e polizia) e i giudicanti in ufficio (magistrati), o per leggi non attuali, non più “capaci” di leggere gli scenari».
Lo scenario lo denunciano da tempo gli osservatori tacciati di suprematismo bianco: se apri i porti, ma la tua «accoglienza» consiste nell’abbandonare per strada irregolari, sbandati, uomini soli e senza prospettive, anziché il melting pot, ti ritrovi l’anarchia. E dopo, non risolve il problema, in trenta giorni, Piantedosi. E nemmeno Batman. Beppe Sala, adesso, si sveglia: chiede telecamere e qualche centinaio di agenti. «Non ho mai scaricato su altri le responsabilità», giura. Encomiabile. Per recuperare il polso della situazione, non gli resta che farsi un giro in piazza. Non solo se è quella antifascista. Non solo se è quella davanti al Duomo.
Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. Il film di un incubo lungo 30 minuti
Il thriller della stazione Centrale di Milano dura quasi 30 minuti: dal momento in cui la vittima, una marocchina di 37 anni residente in Francia, varca l’ingresso, fino al momento in cui una guardia giurata la trova rannicchiata e in lacrime davanti alla biglietteria. I due video acquisiti dalla polizia ferroviaria l’altro giorno e che, per i magistrati del pool fasce deboli della Procura di Milano, inchioderebbero Fadil M., marocchino pure lui, 26 anni, irregolare in Italia con almeno altre quattro identità e un precedente in Slovenia, sono alla base del decreto di fermo (la cui convalida è prevista per oggi) disposto dai magistrati.
Fadil è accusato di violenza sessuale e lesioni aggravate. È entrato in stazione con la vittima. Uno dei due video lo riprende all’ingresso del piano terra della stazione mentre si offre di portare il bagaglio della donna e le fa strada. Ovvero, la porta in una trappola. Non le indica la scala che porta verso i binari del piano superiore. Ma l’accompagna verso il montacarichi lontano dal passaggio, in un corridoio molto stretto. Quando la donna si trova nel corridoio è ormai troppo tardi.
Appena le porte dell’ascensore sono aperte lui la spinge dentro, incurante della telecamera all’interno. La colpisce al volto: due pugni. Lei resta tramortita. A quel punto si sarebbe consumata l’aggressione sessuale. Lei lo graffia, lo colpisce, cerca di respingerlo. Ma sono le urla a fermarlo. Il marocchino capisce che qualcuno potrebbe mettere fine a quell’incubo. E allora decide di scappare. Come se nulla fosse, va a riposarsi in un’aiuola semicircolare proprio all’angolo della stazione. Indossa ancora la stessa maglia con fantasia a fiori, gli stessi jeans e il cappellino che sono impressi nei frame catturati dalle telecamere. Questo episodio è già finito in un capo d’imputazione.
Ma la vittima ha raccontato alla polfer di essere stata violentata anche all’esterno della stazione. «All’1.30, dopo la chiusura della stazione», è il racconto della donna, «sono uscita in piazza Luigi di Savoia. Lì sono stata avvicinata da un mio connazionale. Abbiamo parlato per alcuni minuti. Gli ho detto che sarei andata in Francia». La conversazione sembrava amichevole. Poco dopo, però, il marocchino l’avrebbe trascinata nei giardini accanto alla stazione. «Con forza», ha denunciato la vittima, «mi ha abbassato i jeans, mi ha violentata e io ho perso i sensi».
Ma su questo episodio le attività investigative sono ancora in corso. Al momento, le telecamere esterne non hanno fornito alcuna indicazione. E gli agenti stanno cercando qualche testimone. Ma stanno anche cercando di risalire con precisione all’identità del presunto aggressore. Quando l’hanno individuato non aveva documenti né telefono cellulare. Uno dei tanti fantasmi che vivono e dormono nel degrado attorno alla stazione. E, ovviamente, avrebbe subito fornito una falsa identità. Inserite le impronte digitali nel sistema informatico interforze, è saltato subito fuori un controllo in Slovenia. Lì era stato identificato come Fadil M. E, per ora, è l’unica identità già verificata sulla quale possono contare gli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato una visita a Milano il 10 maggio. Il sindaco Beppe Sala ha detto di essere consapevole che servono più controlli e più telecamere attorno alla stazione.
Ma non ha ancora le idee chiare. Ai cronisti che ieri, dopo un incontro in prefettura, gli hanno chiesto quanti uomini in più servirebbero, il sindaco ha risposto: «Difficile dirlo, però da quanto mi dice il prefetto, qualche centinaio». Nel frattempo, sta a guardare.
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L’accoglienza sfrenata ha reso Milano un buco nero di delinquenza. Ma per l’ennesima aggressione in Centrale, la sinistra se la prende con il ministro dell’Interno. «Reo» di non essere riuscito, in poche settimane, a sistemare anni di anarchia.Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. La vittima ha detto di aver subito, poco prima, un altro abuso sempre vicino allo scalo.Lo speciale contiene due articoli.Lo stupro in stazione Centrale? È colpa di Piantedosi. Mica di decenni di accoglienza scriteriata. Mica della favola bella, nel nome della quale abbiamo spalancato le porte a migliaia di squinternati, senza dar loro un ricovero e men che meno un futuro, lasciando che si trasformassero in vagabondi e delinquenti. Mica della fumosa retorica su Milano che non si ferma, Milano vicino all’Europa, Milano che banche che cambi, Milano che però non è la canzone di Lucio Dalla, ma il posto in cui una donna deve aver paura di prendere un treno. Milano, che se parcheggi l’auto a Città Studi, Solari o Porta Venezia, rischi ti portino via le ruote col favore delle tenebre. Se ne sono accorti su Instagram, non a Palazzo Marino: l’importante, per il sindaco in salsa verde, è che quell’auto fosse ecologica. La linea, sull’ultimo fattaccio di cronaca nera nel capoluogo lombardo, la detta La Stampa: il piano sicurezza del governo è «un flop». Un mese e mezzo fa, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva impartito l’ordine di rafforzare i controlli negli scali ferroviari. «Eppure», scrive il quotidiano di Torino, «non è stato sufficiente per impedire» che un ventiseienne marocchino, senza documenti, senza dimora, clandestino, «aggredisse e violentasse una donna» in Centrale. Il 10 maggio, il titolare del Viminale sarà a Milano per fare il punto sulle contromisure. Intanto, capito che logica? Da anni, i progressisti importano disperati senza arte né parte, nel nome dell’«umanità», dei «ponti al posto dei muri», del loro «stile di vita che presto sarà il nostro». Il problema, però, è che, in un mese e mezzo, l’ex prefetto non è riuscito a ripulire la cloaca di degrado, spaccio e violenza della stazione di Milano. Così, sul governo cadono «tegole sul tema della sicurezza», proprio quello «identitario» per Giorgia Meloni. E le penne più chic sghignazzano. Se a Palazzo Chigi ci fossero Pd e soci - a proposito, quali soci? I dem stanno con i 5 stelle o no? Con Calenda o no? Con Renzi o no? Con Bonelli o no? - avrebbero già la soluzione. La potrebbero mutuare dai consigli di Jacopo De Michelis, dell’editore Marsilio. Centrale, spiega al Corriere della Sera lo scrittore, è «un luogo emblematico, enorme, una calamita che attrae ogni forma di disagio ed emarginazione». Chi ci vive, o spera di sopravviverci, sono soprattutto «persone fragili, ai margini». Quindi, «l’approccio repressivo non risolve». Serve la «solidarietà». Già. A chi? Con cosa? Come? Portiamo un pasto caldo ai tossici acquartierati sotto i portici di via Pisani, giusto davanti alla nostra redazione? Mandiamo gli angeli della notte a elargire tenerezze al signor Fadil M., 26 anni, che ha trascinato per un braccio, picchiato e tentato di stuprare una donna, peraltro sua connazionale? Diamo una pacca sulla spalla a Rhasi Abrahman, che a marzo ha provato ad accoltellare una donna incinta, ferendone altre quattro e quasi ammazzando un passante che era intervenuto in difesa della malcapitata? E cosa dire di Termini a Roma? Pure quello un «luogo emblematico», dove una ragazzina israeliana si ritrova colpita dai fendenti di uno squilibrato polacco e una quarantaquattrenne viene assalita da un senegalese, accanto all’ingresso di via Marsala. Bisogna capire: in certi contesti manca la solidarietà. «È il lato oscuro della società del benessere», pontifica De Michelis. «Si vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, fingendo di non vedere povertà ed emarginazione, finché la situazione esplode».E invece, su quella desolazione, bisognerebbe che aprano gli occhi innanzitutto quelli che volevano vendercela quale esempio virtuoso di società multiculturale, permeabile alla contaminazione con l’esotico, refrattaria alle barriere. Roma città aperta, Milano col coer in man. Poi, però, persino il giornale di via Solferino - altro quartiere, altra realtà rispetto ai vicoli intorno alla stazione - si sveglia. E sull’edizione meneghina, pubblica uno sfogo sull’«arresto ormai inutile» di «predoni e disgraziati che si inseguono, sfregiano, accoltellano»: ahinoi, «l’indomani son liberi, per una differente interpretazione della dolente commedia umana tra gli operanti in strada (carabinieri e polizia) e i giudicanti in ufficio (magistrati), o per leggi non attuali, non più “capaci” di leggere gli scenari».Lo scenario lo denunciano da tempo gli osservatori tacciati di suprematismo bianco: se apri i porti, ma la tua «accoglienza» consiste nell’abbandonare per strada irregolari, sbandati, uomini soli e senza prospettive, anziché il melting pot, ti ritrovi l’anarchia. E dopo, non risolve il problema, in trenta giorni, Piantedosi. E nemmeno Batman. Beppe Sala, adesso, si sveglia: chiede telecamere e qualche centinaio di agenti. «Non ho mai scaricato su altri le responsabilità», giura. Encomiabile. Per recuperare il polso della situazione, non gli resta che farsi un giro in piazza. Non solo se è quella antifascista. Non solo se è quella davanti al Duomo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-stazione-centrale-milano-piantedosi-2659930897.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dallo-stupro-al-pisolino-nellaiuola-il-film-di-un-incubo-lungo-30-minuti" data-post-id="2659930897" data-published-at="1682809290" data-use-pagination="False"> Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. Il film di un incubo lungo 30 minuti Il thriller della stazione Centrale di Milano dura quasi 30 minuti: dal momento in cui la vittima, una marocchina di 37 anni residente in Francia, varca l’ingresso, fino al momento in cui una guardia giurata la trova rannicchiata e in lacrime davanti alla biglietteria. I due video acquisiti dalla polizia ferroviaria l’altro giorno e che, per i magistrati del pool fasce deboli della Procura di Milano, inchioderebbero Fadil M., marocchino pure lui, 26 anni, irregolare in Italia con almeno altre quattro identità e un precedente in Slovenia, sono alla base del decreto di fermo (la cui convalida è prevista per oggi) disposto dai magistrati. Fadil è accusato di violenza sessuale e lesioni aggravate. È entrato in stazione con la vittima. Uno dei due video lo riprende all’ingresso del piano terra della stazione mentre si offre di portare il bagaglio della donna e le fa strada. Ovvero, la porta in una trappola. Non le indica la scala che porta verso i binari del piano superiore. Ma l’accompagna verso il montacarichi lontano dal passaggio, in un corridoio molto stretto. Quando la donna si trova nel corridoio è ormai troppo tardi. Appena le porte dell’ascensore sono aperte lui la spinge dentro, incurante della telecamera all’interno. La colpisce al volto: due pugni. Lei resta tramortita. A quel punto si sarebbe consumata l’aggressione sessuale. Lei lo graffia, lo colpisce, cerca di respingerlo. Ma sono le urla a fermarlo. Il marocchino capisce che qualcuno potrebbe mettere fine a quell’incubo. E allora decide di scappare. Come se nulla fosse, va a riposarsi in un’aiuola semicircolare proprio all’angolo della stazione. Indossa ancora la stessa maglia con fantasia a fiori, gli stessi jeans e il cappellino che sono impressi nei frame catturati dalle telecamere. Questo episodio è già finito in un capo d’imputazione. Ma la vittima ha raccontato alla polfer di essere stata violentata anche all’esterno della stazione. «All’1.30, dopo la chiusura della stazione», è il racconto della donna, «sono uscita in piazza Luigi di Savoia. Lì sono stata avvicinata da un mio connazionale. Abbiamo parlato per alcuni minuti. Gli ho detto che sarei andata in Francia». La conversazione sembrava amichevole. Poco dopo, però, il marocchino l’avrebbe trascinata nei giardini accanto alla stazione. «Con forza», ha denunciato la vittima, «mi ha abbassato i jeans, mi ha violentata e io ho perso i sensi». Ma su questo episodio le attività investigative sono ancora in corso. Al momento, le telecamere esterne non hanno fornito alcuna indicazione. E gli agenti stanno cercando qualche testimone. Ma stanno anche cercando di risalire con precisione all’identità del presunto aggressore. Quando l’hanno individuato non aveva documenti né telefono cellulare. Uno dei tanti fantasmi che vivono e dormono nel degrado attorno alla stazione. E, ovviamente, avrebbe subito fornito una falsa identità. Inserite le impronte digitali nel sistema informatico interforze, è saltato subito fuori un controllo in Slovenia. Lì era stato identificato come Fadil M. E, per ora, è l’unica identità già verificata sulla quale possono contare gli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato una visita a Milano il 10 maggio. Il sindaco Beppe Sala ha detto di essere consapevole che servono più controlli e più telecamere attorno alla stazione. Ma non ha ancora le idee chiare. Ai cronisti che ieri, dopo un incontro in prefettura, gli hanno chiesto quanti uomini in più servirebbero, il sindaco ha risposto: «Difficile dirlo, però da quanto mi dice il prefetto, qualche centinaio». Nel frattempo, sta a guardare.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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