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2023-04-30
Violenze in stazione? «C'entra Piantedosi»
L'interno della Stazione Centrale di Milano (Ansa)
Lo stupro in stazione Centrale? È colpa di Piantedosi. Mica di decenni di accoglienza scriteriata. Mica della favola bella, nel nome della quale abbiamo spalancato le porte a migliaia di squinternati, senza dar loro un ricovero e men che meno un futuro, lasciando che si trasformassero in vagabondi e delinquenti. Mica della fumosa retorica su Milano che non si ferma, Milano vicino all’Europa, Milano che banche che cambi, Milano che però non è la canzone di Lucio Dalla, ma il posto in cui una donna deve aver paura di prendere un treno. Milano, che se parcheggi l’auto a Città Studi, Solari o Porta Venezia, rischi ti portino via le ruote col favore delle tenebre. Se ne sono accorti su Instagram, non a Palazzo Marino: l’importante, per il sindaco in salsa verde, è che quell’auto fosse ecologica.
La linea, sull’ultimo fattaccio di cronaca nera nel capoluogo lombardo, la detta La Stampa: il piano sicurezza del governo è «un flop». Un mese e mezzo fa, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva impartito l’ordine di rafforzare i controlli negli scali ferroviari. «Eppure», scrive il quotidiano di Torino, «non è stato sufficiente per impedire» che un ventiseienne marocchino, senza documenti, senza dimora, clandestino, «aggredisse e violentasse una donna» in Centrale. Il 10 maggio, il titolare del Viminale sarà a Milano per fare il punto sulle contromisure. Intanto, capito che logica? Da anni, i progressisti importano disperati senza arte né parte, nel nome dell’«umanità», dei «ponti al posto dei muri», del loro «stile di vita che presto sarà il nostro». Il problema, però, è che, in un mese e mezzo, l’ex prefetto non è riuscito a ripulire la cloaca di degrado, spaccio e violenza della stazione di Milano. Così, sul governo cadono «tegole sul tema della sicurezza», proprio quello «identitario» per Giorgia Meloni. E le penne più chic sghignazzano.
Se a Palazzo Chigi ci fossero Pd e soci - a proposito, quali soci? I dem stanno con i 5 stelle o no? Con Calenda o no? Con Renzi o no? Con Bonelli o no? - avrebbero già la soluzione. La potrebbero mutuare dai consigli di Jacopo De Michelis, dell’editore Marsilio. Centrale, spiega al Corriere della Sera lo scrittore, è «un luogo emblematico, enorme, una calamita che attrae ogni forma di disagio ed emarginazione».
Chi ci vive, o spera di sopravviverci, sono soprattutto «persone fragili, ai margini». Quindi, «l’approccio repressivo non risolve». Serve la «solidarietà». Già. A chi? Con cosa? Come? Portiamo un pasto caldo ai tossici acquartierati sotto i portici di via Pisani, giusto davanti alla nostra redazione? Mandiamo gli angeli della notte a elargire tenerezze al signor Fadil M., 26 anni, che ha trascinato per un braccio, picchiato e tentato di stuprare una donna, peraltro sua connazionale? Diamo una pacca sulla spalla a Rhasi Abrahman, che a marzo ha provato ad accoltellare una donna incinta, ferendone altre quattro e quasi ammazzando un passante che era intervenuto in difesa della malcapitata? E cosa dire di Termini a Roma? Pure quello un «luogo emblematico», dove una ragazzina israeliana si ritrova colpita dai fendenti di uno squilibrato polacco e una quarantaquattrenne viene assalita da un senegalese, accanto all’ingresso di via Marsala.
Bisogna capire: in certi contesti manca la solidarietà. «È il lato oscuro della società del benessere», pontifica De Michelis. «Si vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, fingendo di non vedere povertà ed emarginazione, finché la situazione esplode».
E invece, su quella desolazione, bisognerebbe che aprano gli occhi innanzitutto quelli che volevano vendercela quale esempio virtuoso di società multiculturale, permeabile alla contaminazione con l’esotico, refrattaria alle barriere. Roma città aperta, Milano col coer in man. Poi, però, persino il giornale di via Solferino - altro quartiere, altra realtà rispetto ai vicoli intorno alla stazione - si sveglia. E sull’edizione meneghina, pubblica uno sfogo sull’«arresto ormai inutile» di «predoni e disgraziati che si inseguono, sfregiano, accoltellano»: ahinoi, «l’indomani son liberi, per una differente interpretazione della dolente commedia umana tra gli operanti in strada (carabinieri e polizia) e i giudicanti in ufficio (magistrati), o per leggi non attuali, non più “capaci” di leggere gli scenari».
Lo scenario lo denunciano da tempo gli osservatori tacciati di suprematismo bianco: se apri i porti, ma la tua «accoglienza» consiste nell’abbandonare per strada irregolari, sbandati, uomini soli e senza prospettive, anziché il melting pot, ti ritrovi l’anarchia. E dopo, non risolve il problema, in trenta giorni, Piantedosi. E nemmeno Batman. Beppe Sala, adesso, si sveglia: chiede telecamere e qualche centinaio di agenti. «Non ho mai scaricato su altri le responsabilità», giura. Encomiabile. Per recuperare il polso della situazione, non gli resta che farsi un giro in piazza. Non solo se è quella antifascista. Non solo se è quella davanti al Duomo.
Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. Il film di un incubo lungo 30 minuti
Il thriller della stazione Centrale di Milano dura quasi 30 minuti: dal momento in cui la vittima, una marocchina di 37 anni residente in Francia, varca l’ingresso, fino al momento in cui una guardia giurata la trova rannicchiata e in lacrime davanti alla biglietteria. I due video acquisiti dalla polizia ferroviaria l’altro giorno e che, per i magistrati del pool fasce deboli della Procura di Milano, inchioderebbero Fadil M., marocchino pure lui, 26 anni, irregolare in Italia con almeno altre quattro identità e un precedente in Slovenia, sono alla base del decreto di fermo (la cui convalida è prevista per oggi) disposto dai magistrati.
Fadil è accusato di violenza sessuale e lesioni aggravate. È entrato in stazione con la vittima. Uno dei due video lo riprende all’ingresso del piano terra della stazione mentre si offre di portare il bagaglio della donna e le fa strada. Ovvero, la porta in una trappola. Non le indica la scala che porta verso i binari del piano superiore. Ma l’accompagna verso il montacarichi lontano dal passaggio, in un corridoio molto stretto. Quando la donna si trova nel corridoio è ormai troppo tardi.
Appena le porte dell’ascensore sono aperte lui la spinge dentro, incurante della telecamera all’interno. La colpisce al volto: due pugni. Lei resta tramortita. A quel punto si sarebbe consumata l’aggressione sessuale. Lei lo graffia, lo colpisce, cerca di respingerlo. Ma sono le urla a fermarlo. Il marocchino capisce che qualcuno potrebbe mettere fine a quell’incubo. E allora decide di scappare. Come se nulla fosse, va a riposarsi in un’aiuola semicircolare proprio all’angolo della stazione. Indossa ancora la stessa maglia con fantasia a fiori, gli stessi jeans e il cappellino che sono impressi nei frame catturati dalle telecamere. Questo episodio è già finito in un capo d’imputazione.
Ma la vittima ha raccontato alla polfer di essere stata violentata anche all’esterno della stazione. «All’1.30, dopo la chiusura della stazione», è il racconto della donna, «sono uscita in piazza Luigi di Savoia. Lì sono stata avvicinata da un mio connazionale. Abbiamo parlato per alcuni minuti. Gli ho detto che sarei andata in Francia». La conversazione sembrava amichevole. Poco dopo, però, il marocchino l’avrebbe trascinata nei giardini accanto alla stazione. «Con forza», ha denunciato la vittima, «mi ha abbassato i jeans, mi ha violentata e io ho perso i sensi».
Ma su questo episodio le attività investigative sono ancora in corso. Al momento, le telecamere esterne non hanno fornito alcuna indicazione. E gli agenti stanno cercando qualche testimone. Ma stanno anche cercando di risalire con precisione all’identità del presunto aggressore. Quando l’hanno individuato non aveva documenti né telefono cellulare. Uno dei tanti fantasmi che vivono e dormono nel degrado attorno alla stazione. E, ovviamente, avrebbe subito fornito una falsa identità. Inserite le impronte digitali nel sistema informatico interforze, è saltato subito fuori un controllo in Slovenia. Lì era stato identificato come Fadil M. E, per ora, è l’unica identità già verificata sulla quale possono contare gli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato una visita a Milano il 10 maggio. Il sindaco Beppe Sala ha detto di essere consapevole che servono più controlli e più telecamere attorno alla stazione.
Ma non ha ancora le idee chiare. Ai cronisti che ieri, dopo un incontro in prefettura, gli hanno chiesto quanti uomini in più servirebbero, il sindaco ha risposto: «Difficile dirlo, però da quanto mi dice il prefetto, qualche centinaio». Nel frattempo, sta a guardare.
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L’accoglienza sfrenata ha reso Milano un buco nero di delinquenza. Ma per l’ennesima aggressione in Centrale, la sinistra se la prende con il ministro dell’Interno. «Reo» di non essere riuscito, in poche settimane, a sistemare anni di anarchia.Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. La vittima ha detto di aver subito, poco prima, un altro abuso sempre vicino allo scalo.Lo speciale contiene due articoli.Lo stupro in stazione Centrale? È colpa di Piantedosi. Mica di decenni di accoglienza scriteriata. Mica della favola bella, nel nome della quale abbiamo spalancato le porte a migliaia di squinternati, senza dar loro un ricovero e men che meno un futuro, lasciando che si trasformassero in vagabondi e delinquenti. Mica della fumosa retorica su Milano che non si ferma, Milano vicino all’Europa, Milano che banche che cambi, Milano che però non è la canzone di Lucio Dalla, ma il posto in cui una donna deve aver paura di prendere un treno. Milano, che se parcheggi l’auto a Città Studi, Solari o Porta Venezia, rischi ti portino via le ruote col favore delle tenebre. Se ne sono accorti su Instagram, non a Palazzo Marino: l’importante, per il sindaco in salsa verde, è che quell’auto fosse ecologica. La linea, sull’ultimo fattaccio di cronaca nera nel capoluogo lombardo, la detta La Stampa: il piano sicurezza del governo è «un flop». Un mese e mezzo fa, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, aveva impartito l’ordine di rafforzare i controlli negli scali ferroviari. «Eppure», scrive il quotidiano di Torino, «non è stato sufficiente per impedire» che un ventiseienne marocchino, senza documenti, senza dimora, clandestino, «aggredisse e violentasse una donna» in Centrale. Il 10 maggio, il titolare del Viminale sarà a Milano per fare il punto sulle contromisure. Intanto, capito che logica? Da anni, i progressisti importano disperati senza arte né parte, nel nome dell’«umanità», dei «ponti al posto dei muri», del loro «stile di vita che presto sarà il nostro». Il problema, però, è che, in un mese e mezzo, l’ex prefetto non è riuscito a ripulire la cloaca di degrado, spaccio e violenza della stazione di Milano. Così, sul governo cadono «tegole sul tema della sicurezza», proprio quello «identitario» per Giorgia Meloni. E le penne più chic sghignazzano. Se a Palazzo Chigi ci fossero Pd e soci - a proposito, quali soci? I dem stanno con i 5 stelle o no? Con Calenda o no? Con Renzi o no? Con Bonelli o no? - avrebbero già la soluzione. La potrebbero mutuare dai consigli di Jacopo De Michelis, dell’editore Marsilio. Centrale, spiega al Corriere della Sera lo scrittore, è «un luogo emblematico, enorme, una calamita che attrae ogni forma di disagio ed emarginazione». Chi ci vive, o spera di sopravviverci, sono soprattutto «persone fragili, ai margini». Quindi, «l’approccio repressivo non risolve». Serve la «solidarietà». Già. A chi? Con cosa? Come? Portiamo un pasto caldo ai tossici acquartierati sotto i portici di via Pisani, giusto davanti alla nostra redazione? Mandiamo gli angeli della notte a elargire tenerezze al signor Fadil M., 26 anni, che ha trascinato per un braccio, picchiato e tentato di stuprare una donna, peraltro sua connazionale? Diamo una pacca sulla spalla a Rhasi Abrahman, che a marzo ha provato ad accoltellare una donna incinta, ferendone altre quattro e quasi ammazzando un passante che era intervenuto in difesa della malcapitata? E cosa dire di Termini a Roma? Pure quello un «luogo emblematico», dove una ragazzina israeliana si ritrova colpita dai fendenti di uno squilibrato polacco e una quarantaquattrenne viene assalita da un senegalese, accanto all’ingresso di via Marsala. Bisogna capire: in certi contesti manca la solidarietà. «È il lato oscuro della società del benessere», pontifica De Michelis. «Si vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, fingendo di non vedere povertà ed emarginazione, finché la situazione esplode».E invece, su quella desolazione, bisognerebbe che aprano gli occhi innanzitutto quelli che volevano vendercela quale esempio virtuoso di società multiculturale, permeabile alla contaminazione con l’esotico, refrattaria alle barriere. Roma città aperta, Milano col coer in man. Poi, però, persino il giornale di via Solferino - altro quartiere, altra realtà rispetto ai vicoli intorno alla stazione - si sveglia. E sull’edizione meneghina, pubblica uno sfogo sull’«arresto ormai inutile» di «predoni e disgraziati che si inseguono, sfregiano, accoltellano»: ahinoi, «l’indomani son liberi, per una differente interpretazione della dolente commedia umana tra gli operanti in strada (carabinieri e polizia) e i giudicanti in ufficio (magistrati), o per leggi non attuali, non più “capaci” di leggere gli scenari».Lo scenario lo denunciano da tempo gli osservatori tacciati di suprematismo bianco: se apri i porti, ma la tua «accoglienza» consiste nell’abbandonare per strada irregolari, sbandati, uomini soli e senza prospettive, anziché il melting pot, ti ritrovi l’anarchia. E dopo, non risolve il problema, in trenta giorni, Piantedosi. E nemmeno Batman. Beppe Sala, adesso, si sveglia: chiede telecamere e qualche centinaio di agenti. «Non ho mai scaricato su altri le responsabilità», giura. Encomiabile. Per recuperare il polso della situazione, non gli resta che farsi un giro in piazza. Non solo se è quella antifascista. Non solo se è quella davanti al Duomo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-stazione-centrale-milano-piantedosi-2659930897.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dallo-stupro-al-pisolino-nellaiuola-il-film-di-un-incubo-lungo-30-minuti" data-post-id="2659930897" data-published-at="1682809290" data-use-pagination="False"> Dallo stupro al pisolino nell’aiuola. Il film di un incubo lungo 30 minuti Il thriller della stazione Centrale di Milano dura quasi 30 minuti: dal momento in cui la vittima, una marocchina di 37 anni residente in Francia, varca l’ingresso, fino al momento in cui una guardia giurata la trova rannicchiata e in lacrime davanti alla biglietteria. I due video acquisiti dalla polizia ferroviaria l’altro giorno e che, per i magistrati del pool fasce deboli della Procura di Milano, inchioderebbero Fadil M., marocchino pure lui, 26 anni, irregolare in Italia con almeno altre quattro identità e un precedente in Slovenia, sono alla base del decreto di fermo (la cui convalida è prevista per oggi) disposto dai magistrati. Fadil è accusato di violenza sessuale e lesioni aggravate. È entrato in stazione con la vittima. Uno dei due video lo riprende all’ingresso del piano terra della stazione mentre si offre di portare il bagaglio della donna e le fa strada. Ovvero, la porta in una trappola. Non le indica la scala che porta verso i binari del piano superiore. Ma l’accompagna verso il montacarichi lontano dal passaggio, in un corridoio molto stretto. Quando la donna si trova nel corridoio è ormai troppo tardi. Appena le porte dell’ascensore sono aperte lui la spinge dentro, incurante della telecamera all’interno. La colpisce al volto: due pugni. Lei resta tramortita. A quel punto si sarebbe consumata l’aggressione sessuale. Lei lo graffia, lo colpisce, cerca di respingerlo. Ma sono le urla a fermarlo. Il marocchino capisce che qualcuno potrebbe mettere fine a quell’incubo. E allora decide di scappare. Come se nulla fosse, va a riposarsi in un’aiuola semicircolare proprio all’angolo della stazione. Indossa ancora la stessa maglia con fantasia a fiori, gli stessi jeans e il cappellino che sono impressi nei frame catturati dalle telecamere. Questo episodio è già finito in un capo d’imputazione. Ma la vittima ha raccontato alla polfer di essere stata violentata anche all’esterno della stazione. «All’1.30, dopo la chiusura della stazione», è il racconto della donna, «sono uscita in piazza Luigi di Savoia. Lì sono stata avvicinata da un mio connazionale. Abbiamo parlato per alcuni minuti. Gli ho detto che sarei andata in Francia». La conversazione sembrava amichevole. Poco dopo, però, il marocchino l’avrebbe trascinata nei giardini accanto alla stazione. «Con forza», ha denunciato la vittima, «mi ha abbassato i jeans, mi ha violentata e io ho perso i sensi». Ma su questo episodio le attività investigative sono ancora in corso. Al momento, le telecamere esterne non hanno fornito alcuna indicazione. E gli agenti stanno cercando qualche testimone. Ma stanno anche cercando di risalire con precisione all’identità del presunto aggressore. Quando l’hanno individuato non aveva documenti né telefono cellulare. Uno dei tanti fantasmi che vivono e dormono nel degrado attorno alla stazione. E, ovviamente, avrebbe subito fornito una falsa identità. Inserite le impronte digitali nel sistema informatico interforze, è saltato subito fuori un controllo in Slovenia. Lì era stato identificato come Fadil M. E, per ora, è l’unica identità già verificata sulla quale possono contare gli inquirenti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato una visita a Milano il 10 maggio. Il sindaco Beppe Sala ha detto di essere consapevole che servono più controlli e più telecamere attorno alla stazione. Ma non ha ancora le idee chiare. Ai cronisti che ieri, dopo un incontro in prefettura, gli hanno chiesto quanti uomini in più servirebbero, il sindaco ha risposto: «Difficile dirlo, però da quanto mi dice il prefetto, qualche centinaio». Nel frattempo, sta a guardare.
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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